Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

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Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

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Chianti Classico 2005, Ormanni, 14 gradi.

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Poi, dopo tanti assaggi, apri di nuovo un vino di Gambelli. E capisci.
Che cosa si può capire, da un vino? Nulla e tutto.
Ad esempio, che sei tornato a casa: quel colore, quei profumi, sono parte della tua storia, della tua famiglia, delle tue origini, ormai lontanissime, ma orgogliosamente contadine; quello che senti lì, è Toscana, è Chianti Classico, è Sangiovese ed, anche, un po’ di Canaiolo; è poesia di Stilnovo e bestemmia di bifolco, così schiette e inestricabilmente unite; quello, dopo tanti assaggi, dopo tanto vagare per terre, mari, colline, montagne, pianure, coste, terrazzi, ritocchini, cru e sorì,  è la tua idea originaria di finezza ed eleganza, che tanto hai girato per trovare ed era lì, davanti all’uscio o, meglio, nell’interrato buio del tuo vecchio sottoscala; quello, ti dice che più spesso avresti dovuto aprirne, per ricordare, però sai che invece devi serbarne perché si ripeta ancora la magia, perché il mago, il Sor Giulio, non c’è più.
Il Chianti Classico 2005 di Ormanni, azienda storicissima , sita grosso modo all’incrocio tra i territori di Poggibonsi, Barberino Val d’Elsa e Castellina in Chianti. Azienda del cuore, se così si può, dire di Giulio Gambelli, che il Maestro seguì fino all’ultimo,  con quelle poche altre dove sapeva di aver carta bianca ed ottimi terreni: nel gruppo, per dire, Montevertine, Poggio di Sotto, la scomparsa Villa Rosa: i miti.
Fu un vino  particolare quel 2005, perché da Ormanni non si produsse la Riserva di Chianti Classico “Borro del Diavolo” , la cui materia confluì nel Chianti Classico annata non essendo ritenuta all’altezza della più prestigiosa etichetta. Ne comprai direttamente in cantina, e me lo ricordo, bevuto giovane, come scalpitava maschio. Ora lo riapro a 12 anni dalla vendemmia, nemmeno gli lascio il tempo di respirare: aperto e subito nel bicchiere, fiducioso anche per il tappo di sughero intero in perfettissime condizioni. Aperto e subito bello; meno male, però, che me lo gusto con calma, lasciandogli il tempo di dispiegarsi: già, perché questo è uno di quei vini che reagisce all’ossigeno cambiando continuamente, un po’ caleidoscopio, un po’ coda di pavone.
Anzitutto, però, lo guardo: non mi privo, amico o amica che mi leggi, del piacere della vista. È rubino trasparente e luminoso, ricco di riflessi, e vira in maniera estremamente progressiva e naturale all’aranciato verso il bordo. Lascia sul cristallo lacrime molto lente, molto fitte e regolari, molto persistenti: una trina equabile e solenne, come gli archetti delle chiese di stile romanico pisano-lucchese. Il profumo, subito pulito, è di intensità notevolissima, ma in qualche maniera contenuto, riservato: di una ritrosia elegante e pacata, ne vedi subito la melodia, tuttavia serve tempo per discernere le note e gli accordi, i passi dei violini e i trilli degli strumentini. I fiori del vero Chianti Classico: le viole, l’iris, la rosa canina. La frutta rossa insieme presente e sfumata: ciliegie, lamponi, amarene, susine; una speziatura complessa  e delicata che spazia dalle note del pepe bianco, alla noce moscata, al chiodo di garofano. Le erbe, con ancor più  complessità e delicatezza: rosmarino, salvia essiccata, alloro, timo, maggiorana. Un fondale morbido e arioso di bergamotto, che prelude ad accenni di sviluppo terziario, più evocati che reali: quasi un sentimento di paglia al sole e terra umida, accomunati in un acquarellato trascolorare. Tuttavia, ogni volta che ritorno al calice, un nuovo fantasma mi sorride e mi invita a seguirlo: ora il dattero verso un Oriente di fiaba, ora la ruggine di cancelli del tempo fatati, ora la canfora e la lavanda che nonne e mamme mettevano nei cassetti di bucato, ora le rocce di un muro scolpite dal vento, ora la pelliccia di volpe che indossava mia mamma quando veniva a prendermi alle scuole elementari e mi piaceva tuffarmi in quel morbido pelo; ora, i balsami dell’eucalipto, e i lunghi pomeriggi alla casa al mare. Il sorso è sognante: freschissimo, nitido e morbido insieme, setoso e croccante allo stesso tempo, in misura eguale maturo e succoso. Di ottimo corpo, eppure compatto sul palato, come se nello scorrere seguisse una linea flessibile ma continua come un binario e da lì irradiasse il suo sapore e tutta la sua struttura: ne basta un sorso minimo sulla punta della lingua per sentire il sapore espandersi, come fosse un giulebbe, un elisir. L’equilibrio è la sua grazia: dimentichi tannino, acidità , alcol e qualunque altro parametro in virtù dell’armonia. Eppure, tannino ce n’è assai, di setosissima qualità, matura; assai anche di acidità, ma così ben distribuita da risultare stuzzicante su tutto il fondo del palato, unendosi così naturalmente con la salinità da faticare a distinguerle. L’alcol, si percepisce a stento o per nulla, né col vino in bocca, nè nel finale, pulitissimo, lunghissimo, suadente nei suoi sussurri, non ampio nella sensazione, ma penetrante, profondo, articolato, vieppiù esaltato dal cibo.
Certo, son sfumature, è un vino da ascolto attento, da grandi silenzi ; eppure te ne puoi anche scordare e berlo così, in compagnia, scorrevole e amico: lui troverà sempre il suo posto. Non è, forse, il sommo dei vini di Gambelli: le annate giocano giustamente un ruolo e così l’ambizione delle selezioni; ma c’è anche in lui quell’ariosità soffice che ho sentito, impareggiabile, in tutte le sue creature; e ritrovo in questo Chianti Classico la mia idea di vino: fatta di grazia, di purezza, di levità, anche quando, come in lui,  la forza non manca. Serve il territorio, naturalmente; serve anche il vitigno, chiaro; ma se quell’idea la ritrovo in certi Pinot Nero, in certi Nebbiolo, in certi Sangiovese, allora conta, eccome,  la mano dell’uomo. Quella del Maestro, da anni si è fermata; ma il suo gesto, oggi mille mani lo possono ripetere, se lo vogliono.
Qualora tu abbia la fortuna, amico o amica che mi leggi, di trovarne, godine sulle carni bianche. Meglio: sulle pernici.

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Chianti Classico 1997, Dievole, 12,5 gradi.

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Credo che per molti della mia generazione, se bazzicavano la Toscana e se si accostavano al vino come me, più o meno autodidatti, i Chianti Classico di Dievole siano stati le prime bevute veramente serie, venendo direttamente dal bianco Galestro delle estati dei primi baci, o giù di lì.
C’è stato un momento, verso la fine degli anni ’90, che le bottiglie di Dievole avevano goduto di un’ottima distribuzione ed erano comparse persino sugli scafali di qualche supermercato di un certo tono. Era un progetto, quello di Dievole, all’avanguardia per i tempi. Anche il marketing era originale e aggressivo: le etichette frontali dalla grafica affascinante e innovativa, le etichette sul retro a libro, e parlanti, piene di foto; certe bottiglie, ricordo, recavano le foto dei vecchi contadini della zona o l’impronta delle loro mani; i campioni dei vini, venivano mandati alle prime riviste online. Addirittura, tutta questa originalità  finì forse per nuocere, spostando l’attenzione dal vino all’involucro e alla comunicazione. Peccato, perché il vino in sé era serio, e  si scostava abbastanza dagli schemi dell’epoca, con una produzione curata e di qualità: grande attenzione ai vitigni autoctoni, anche minori, uso estensivo di moderni tini di legno troncoconici con controllo delle temperature, uso misurato e consapevole delle barrique. Al punto che, sono sicuro, se facessimo un sondaggio, chi all’epoca beveva Dievole negli anni si è accostato a vini artigianali, naturali o basati sui vitigni autoctoni; chi beveva, per dire, il Bruciato di Antinori, è rimasto legato alle grandi produzioni e a uno stile più “internazionale” .
A me i Chianti Classico di Dievole piacevano molto. Mi pareva fossero davvero Chianti degni di questo nome, per il valido profilo sensoriale, che non aveva né la magrezza di certe produzioni, né quelle note esplicite di uve straniere e quelle morbidezze incongrue che altri avevano. Difatti ne comprai diverse bottiglie e li consigliai a mio padre, che aveva ancora il ristorante all’epoca: lui, per una volta, mi ascoltò, forse convinto dai vini stessi più che dalle mie parole.
Qualcuna di quelle primissime bottiglie rimase al buio nella mia piccola cantina toscana, appositamente, per il piacere di risentirla più in là negli anni. E perciò  l’assaggio oggi alla prova del tempo questo Chianti Classico del 1997, annata che venne salutata con grandi elogi, ma che ora si dice sovrastimata. In questo vino stanno: sangiovese, canaiolo, colorino e, a memoria mia, anche malvasia nera. Il suo colore è granato profondo, limpido, con gocciole molto fitte, regolari, veloci; ne parte poi una seconda ondata, e sono più rade e più lente. Il suo profumo, dopo vent’anni, è molto intenso ed ancora in sviluppo, molto complesso: viole appassite, susine mature, amarene, lamponi; anche un bel po’ di frutta nera: mirtilli e more di rovo; arancia – elegante- e melograno; una speziatura raffinata di noce moscata e chiodo di garofano; spunti balsamici: mentolo,  alloro, erbe medicinali, foglie e bacche di cipresso.  Vi sono poi, evidenti ma in equilibrio, i profumi più tipici dell’ invecchiamento, più ombrosi e segreti: il muschio, il fungo porcino, la terra bagnata, la ruggine, il ferro, la ghisa. A mio vedere, le stigmate del Sangiovese ci sono, eccome, ed anche quelle della Berardenga, che, almeno nella mia minuta esperienza , regala i Chianti Classico più ampi e più fitti. Difatti il sorso è pieno e, incredibilmente per l’età, ancora molto succoso, fresco e scorrevole; eppure è di gran corpo, con un tannino ancora molto presente, ma maturo e insieme croccante. Certamente la snellezza di beva si giova di un tenore alcolico di 12,5 gradi, quale oggi si stenta a trovare, tuttavia la sua acidità altissima, e la sua grande salinità, lo spingono verso un finale lunghissimo, equilibrato, proporzionato e franco nel passare nuovamente in rassegna tutti gli aromi, in un ultimo saluto che non sembra finire mai. Complessità, eleganza e scatto: verrebbe quasi da accostarlo a un Barbaresco invecchiato, per spiegare il genere, se non avesse qualche cosa di profondamente terragno, carnale , etrusco. Prosit, con questo vino che, pur figlio del suo tempo,  forse meritava maggiore considerazione per ciò che era e ciò che ha fatto, crescendo tanti di noi. Non so la nuova proprietà come gestisca l’azienda: magari benissimo; a quel Mario svizzero però, che di cognome faceva Schwenn e che si firmava “ di Dievole” nelle comunicazioni, che aveva solo 21 anni quando a Dievole aveva cominciato a coltivare il suo sogno, un bel grazie per quel progetto un po’ matto e visionario bisognerebbe dirglielo.

Chianti Classico Vigna Istine 2012, 12,5 gradi.

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Il primo ricordo gustativo che ho di un vino di Istine risale ad un momento piacevolissimo di novembre del 2011 o del 2012. Mi ero all’epoca già trasferito in Inghilterra, non da molto, ma abbastanza da aver avuto già esperienza dell’inclemenza del clima d’oltremanica: freddo, piovoso, umido e soprattutto buio.
Ero rientrato in Italia per qualche giorno, nella mia amata Toscana, e mi ero preso una giornata tutta e solo per me, per girare il Chianti, a zonzo e senza mete particolari, se non la visita a qualche cantina: l’obiettivo era quello di riempirmi gli occhi delle colline, del cielo, dei boschi, delle vigne, della pace che sempre mi ispirano quei luoghi. Io e la mia Alfa Romeo rossa.
Ricordo che era una giornata di sole meravigliosa. Mi trovai a passare per Radda all’ora di pranzo e decisi di fermarmi lì. In quella stagione il borgo è semideserto e più autentico, a dispetto dell’aria sonnacchiosa e di alcune serrande abbassate. C’era – e credo ci sia ancora- un bar trattoria all’ingresso del paese arrivando da est, dalla parte di Castellina: lo trovai aperto. Mi accomodai  a un tavolino davanti l’ingresso e ordinai un piatto di ribollita e un calice del Chianti Classico di Istine: sotto quel sole tiepido, mi parve il pasto più buono che si potesse desiderare e quel Chianti così tipico, luminoso e trasparente, che fosse delizioso e indimenticabile.
Era, appunto, il mio primo assaggio di quel vino, ma come tutti gli appassionati di una certa idea di Sangiovese  e di Chianti Classico (tipica, tradizionale, territoriale e significante), di Istine avevo già sentito parlare in precedenza e ne ebbi perciò allora una splendida conferma.
Sapevo anche che a Istine esisteva il progetto di valorizzare le singole vigne, vinificandole separatamente come selezione, cominciando appunto dalla Vigna Istine, la più vecchia. Erano bottiglie , all’epoca, non facili da trovare fuori dalla Toscana e men che meno in Inghilterra.
Quando me lo propose qualche anno dopo il bravo Simone dell’enoteca Vanni di Lucca, non resistetti davvero alla curiosità, anche perché in programma, per quella sera stessa, c’era una succulenta fiorentina cotta sulla brace viva del camino. Ed allora dimenticai ogni mia buona norma: che il vino dopo il trasporto andrebbe lasciato un po’ riposare e soprattutto che andrebbe aperto con abbondante anticipo; nulla, arrivati a casa, cavatappi alla mano e pronti via, per assaggiare questo Sangiovese in  purezza da vigne vecchie. Era il 3 gennaio del 2015 ed il suo colore era così  bello, rubino pieno, ma trasparente; e possedeva un profumo molto intenso e ampio che parlava con chiarezza luminosa la lingua del Sangiovese di Radda: floreale e molto fruttato, in un gioco di rimbalzi tra violette e iris e ciliegie e fragole, come bimbi in cerchio che si tiran la palla; sotto sotto però, ci sentivo il carattere duro e tenace del suolo e della gente raddese, entrambi così rocciosi: era minerale, ferroso, con suggestioni empireumatiche. C’era,  invero, in lui qualcosa di dolce, una nota di legno che ancora non si era armonizzata,  che ne tratteneva la più completa espressione. Però,  poi, ecco che c’era del ritmo nel sorso, con un tannino che mi sembrava finissimo come una cipria ed un’acidità che era sorprendentemente alta malgrado l’annata calda, grazie forse all’esposizione a nord ovest della vigna. Aveva una grande concentrazione di sapore e chiudeva con un finale lungo, leggermente ammandorlato, persino con un accenno di uva passa e, pazienza, con un po’ ancora di quei toni dolci e fumé del legno di affinamento, che magari sarebbe bastato semplicemente aprire il vino qualche ora prima per dimenticare e che, in tutta onestà, nelle annate più recenti non ho più trovato.
Però quel Chianti Classico della Vigna Istine, pure un po’ in farsi, col suo equilibrio tra potenza e finezza, con la sua disciplina che temprava un’anima sorvegliatamente, ma sinceramente sensuale, mi conquistò senza rimedio. 

Peccato averne avuta una sola bottiglia. Peccato non averlo qui ancora, per aprirlo con calma, col suo dovuto anticipo, e risentire com’è ora.

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Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Chianti Classico 2009, L’Erta di Radda, 13,5 gradi.

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Si tiene in Radda a primavera inoltrata “Radda nel bicchiere”, una manifestazione bellissima durante la quale i produttori locali di vino si dispongono con i loro banchi d’assaggio lungo la viuzza principale del piccolo borgo chiantigiano. D’intorno sta la maestà dei colli silenziosi e festanti, che la primavera punteggia di fiori; e quella stessa visione, quei medesimi profumi, si ritrova nei calici dei vini migliori. Vi andai l’ultima volta nel 2012, credo, sotto uno splendido sole e con il cielo azzurro che invadeva lo sguardo e l’anima mentre passeggiavamo tra le vigne in una nostra personalissima digressione sui sentieri tra i boschi e i campi: indimenticabile. Solo poi la camminata proseguì per le vie ed assaggiando i vini. Tra tutte le pur eccellentissime produzioni, privilegiai particolarmente il Chianti Classico di un giovane vignaiolo che presentava allora l’imbottigliamento della sua primissima annata: vi trovavo un senso vivo e raro di scioltezza naturale e profumi identitari, che parlavano di quella terra affermando con nudità fiera e gentile: “sono Chianti Classico”; nè l’inficiava qualche lieve sbandamento di un tannino a mio vedere ancora un poco aggressivo, forse – e dico forse- per una estrazione ancora un po’ inesperta, perché il vino era senza dubbio ispirato. L’azienda era Erta di Radda, il produttore Diego Finocchi. Ne acquistai due bottiglie, che lasciai a riposare nella mia cantina toscana proprio perché quel tannino si integrasse. L’intenzione mia era di lasciarvele un annetto o due. Poi, i casi della vita…mi ero già trasferito in Inghilterra e per cinque anni ti saluto. Rientrato,  a marzo di quest’anno andai – finalmente – a Terre di Toscana, manifestazione versiliese che costituisce, penso, un sunto parziale ma imprescindibile del meglio che la Toscana vinicola possa oggi offrire. Lì ritrovai Diego Finicchi e assaggiai i vini delle sue ultime annate, ancor più fini e maiuscoli -se così si può dire- di quelli del lontano 2009, che tra un complimento e l’altro gli citai. Sì raccomandò Diego di non aspettare ad aprire quelle vecchie bottiglie in mio possesso, perché riteneva il vino potesse essere già troppo ossidato; quasi si scusò, dicendomi che era stata la sua prima annata, intendendo che non aveva all’epoca l’esperienza di oggi. Ascoltai il suo consiglio e nel volgere di poche settimane, venuti i giorni di Pasqua, una l’aprii, oltre 12 ore prima di berne perché il contenuto potesse adeguatamente ossigenarsi. In quel tempo concessogli, il vino perse ogni minimo cenno di stanchezza, rivelandosi nel calice rubino perfetto trasparente e luminosissimo, granato verso il bordo e infine aranciato, con lacrime irregolari per distribuzione e velocità sul calice. Esprimeva un profumo fresco, fragrante, arioso e puro; floreale di viole e di iris;  e quasi stratificato di frutta a piena maturità e più fresca: ciliegie, susine, fragole mature e grandi, buccia di mela rossa. Univa in sé quella mineralità essenziale,  ferrosa ed elegante dei vini di Radda e quel carattere maturo, ampio ed etereo di tanti 2009 toscani, mantenendo tuttavia sempre freschezza e verticalità, su uno sfondo discretissimo di spezie dolci, cannella. Note evolute ce n’erano, ma minime, nobilmente terziarie, quasi un tocco di calore dato da un senso di terra e di humus lievissimo, come foglie essiccate di leccio e alloro. Elegantissimo. Il suo corpo era medio, lieve ed quintessenziale, con grande presenza acida e tannica, ritmo e progressione;  col tannino ancora abbondante e grintoso malgrado gli anni, però maturo ora, molto più ordinato e regolare di quando il vino era giovane. Il suo attacco sul palato era bellissimo, netto e morbido, proseguendo salino e vibrante, con un’alta acidità;  intenso e lungo al gusto , con l’alloro che torna come retrogusto nel finale, risultandovi appena un po’ amarognolo e tannico, ma in un modo che a me piace, e che se a qualcuno può sembrare un po’ crudo, io lo giudico nerbo autentico. Un Chianti Classico fresco e perfetto; anzi, un distillato di chiantigianità, dove ritrovo quell’eleganza essenziale e nervosa propria di queste colline, che dovrebbe stare in ciascuna bottiglia della storica denominazione e che invece purtroppo non sempre si trova. Aspetterà altro tempo in cantina quell’altra bottiglia, e assai: voglio scommettere su essa e spingerla in là, a cercarvi più ancora l’evoluzione e gli aromi terziari. L’ho gustato e trovato eccezionale su un biroldo senese, un accostamento di impegno estremo sul quale cadono anche tanti ambiziosissimi vini; ma pure ottimo su arrosti, di agnello e di pollo, e di piccione soprattutto.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Macrina 2010, Garofoli, 13 gradi.

Delle Marche io ricordo soprattutto la luce. Al mattino prima del lavoro mi alzavo presto per passeggiare sulla spiaggia e godere quelle albe cristalline, che definivano nettissimi i contorni e portavano nell’aria fresca il profumo del mare. Ricordo guidando verso l’interno e traversando i campi le tonalità  chiarissime di verde, mai nemmeno immaginate, se non riguardando i dipinti di Piero della Francesca: era quella luce lì.
Ricordo come si inondava di luce il piazzale della sede di Garofoli, un edificio basso dalle linee architettoniche un po’ neoclassiche, un po’ sudamericane, che in quell’ora mi abbagliava di candore.
Garofoli è un nome importante nella storia del Verdicchio e quello di Macrina segna un tempo di riscossa e rinascenza dai vini industriali, slavati, a basso costo. Col Macrina si tornava a credere nel Verdicchio e a ricercare una certa struttura, una grassezza che era degli originari vini contadini: erano i primissimi Anni Ottanta. Persino la bottiglia, un bordolese semplicissima e di vetro chiaro per lasciar vedere il colore del vino, a suo modo fece epoca, slegando il Verdicchio dalla abituale anfora di vetro creata nel 1954 da Antonio Maiocchi  e che purtroppo col tempi era diventata simbolo di vini pallidi e corrivi, spopolando nei supermercati.
Perciò sono particolarmente legato a questo Macrina: racconta una storia tenace ed è l’ultimo rimastomi da quel lontano viaggio (ero tanto più giovane, e quante speranze!). Perciò  ho esitato a lungo prima di aprirlo. Nè, purtroppo, l’ho potuto conservare nel migliore di modi: mi ha seguito per un lustro, come in tutti i miei  traslochi oltremanica. E – a sentire proprio la voce di certi soloni anglosassoni- i bianchi italiani non sono adatti  a superare felicemente la soglia dei due o tre anni. Io però – amico, amica che mi leggi- del mio Macrina mi fido, ed  infatti aprendolo e versandolo nel calice svela tutta la bellezza di un Verdicchio invecchiato, ancorché non sia una selezione ambiziosa, ma un vino inteso per un mercato che lo consuma immediatamente. Lo vedi fin dal colore giallo dorato, con riflessi ancora lontanamente verdolini, di media profondità. Muove  gocciole veloci molto fitte, però sfumate più che delineate. Ha un aroma intenso, inizialmente un po’ contratto e stanco, poi via via più aperto e dinamico. Sulle prime, esprime cenni floreali, dove distinguo la camomilla. Poi la frutta ( i limoni di Amalfi, il pompelmo, il cedro, albicocca pesca e pera), tutta molto matura però ancora fresca, che si staglia su un fondale più dolce di note candite, come mela golden e pera coscia, accenni di meringa ed un ricordo vaghissimo di cannella, quasi dubitativo. Non manca una nota minerale di iodio, pietre bagnate, ma è poca cosa. Col tempo fa capolino lo smalto, intrigante, con erba tagliata, paglia e fieno, origano. Al sorso è secco ma non troppo, ricco , carnoso ma sodo, sapido, indubbiamente di buon corpo.  Anche il sapore è ben concentrato e l’acidità ancora spiccata: quasi sorprende all’assaggio attento, perché è affondata nella carne viva del vino ed avvolta nella sua materia, così da risultare delicata. Ha una giusta persistenza, giocata sulle note più saline e perciò piace stuzzicando, in un gioco di gioventù e maturità dove l’alcol scalda un poco, ma piacevolmente. In questa fase matura, credo possa trovare un abbinamento felice col pesce, anche sulle crudità e sul sushi, ma rigorosamente a temperature più alte di quelle in genere riservate ai bianchi. Insomma: con gli anni sulle spalle ha guadagnato in complessità e profondità quello che ha perso in giovanile freschezza. Pazienza se io lo preferivo com’era appena preso in cantina, così composto e guizzante, naturale e facile alla beva: resta sempre una compagnia affidabile. Mi rimane la curiosità inespressa di sapere come sarebbe evoluto nel fresco della mia cantina; per fortuna, c’è ancora qualche bottiglia del Podium e del Serra Fiorese – che sono le selezioni di Garofoli- lì ad aspettarmi.

Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.

Chianti Classico Bibbiano 2008 13,5 gradi.

Da quanti anni non torno a Bibbiano.
Rivedo innanzi a me la lunga strada sterrata come la percorsi la prima volta: fangosa per le piogge di febbraio, con la luce che già cala e sfuma nel crepuscolo. La ricordo con la primavera che esplode: i fiori e i profumi sul ciglio, le colline verdi, un cantare di uccelli, quando fui ospite a pranzo di Tommaso Marrocchesi Marzi che della tenuta è il motore e l’anima. L’ultima memoria è sotto il sole abbagliante d’estate in un frinir di cicale, per mostrare la bellezza del luogo a chi mi è caro: nessuno vidi, nè mi feci riconoscere.  A Bibbiano non si arriva per caso: bisogna inoltrarsi nel segreto del Chianti Classico, dalla parte che il territorio di Castellina si apre a sud e a ovest verso la Valdelsa formando un doppio crinale ripidissimo, ma che gode di una luminosità intensa, quasi marina. Di lassù, dal piazzale prospiciente la fattoria che è un vecchio edificio semplice nelle forme, la vista spazia su una successione solenne di colline a perdita d’occhio, ripartite geometricamente a seminativi, vigneti, boschi. Solo i cipressi, in filari o isolati, sembrano interrompere con un segno verticale e netto le forme morbide e femminili che circondano lo sguardo. Qui venni in cerca del Chianti Classico più autentico, apposta, seguendo le orme di quel gran Maestro del Sangiovese che fu Giulio Gambelli: lui quella strada la percorse credo per sessanta vendemmie, creando vini che parlavano della terra e della stagione che li aveva generati. Vini lievi come un volo di farfalla, è stato detto.
Perciò la nostalgia è forte quando apro questa bottiglia di Chianti Classico del 2008. Avevo il desiderio di ritrovarmi con la  mente per un attimo in quella terra e di misurare, millanta assaggi dopo, se fosse mutata la mia percezione di quel vino, e in quale modo. Perciò l’ho aperto con calma, 12 ore prima dell’assaggio; ma già levando il tappo, m’ha inebriato le nari di fiori.  Giunta l’ora della cena verso il vino nei calici ed essi risplendono: un rubino trasparentissimo e luminoso che vira appena sull’aranciato e al granato sull’unghia li fa rilucere dall’interno, lasciando sul cristallo lacrime estremamente lente e da attendere con pazienza. Oscillando il bicchiere per lo stelo il vino ruota veloce e leggero una danza aggraziata, senza peso, quasi una piuma o un petalo di rosa trasportato lontano dal vento. I suoi profumi arrivano con un’intensità mediana, da lieve brezza che solletica e ristora, ma sono estremamente sfaccettati, prismatici come i riflessi di un diamante, primaverili come la luce del mattino; floreali, un vero e proprio bouquet: viole, gigli, garofani e rose, in composizione perfetta; poi l’evocazione di frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, ma soprattutto vivaddio uva, poi un poco di rinfrescante arancia sanguinella; persino le erbe aromatiche, anch’esse fresche,  rasserenanti perché parlano di aria aperta: borragine, rosmarino, timo, menta. Appena fanno capolino, infiltrandosi in una trama fitta e flessibile come foglie di rami di bosso modellati per un parco incantato, gli aromi terziari, con una speziatura raffinatissima ed equilibrata inizialmente, poi, con l’attesa, insinuandosi appena ricordi lontanissimi di pelle conciata, di castagne, di tabacco. Finalmente lo assaggi o piuttosto lo bevi, così croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, salato e minerale. Ha un attacco netto e prosegue deciso, irradiante ma anche dolce, sinuoso, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante ma sottilissimo ed un’acidità fermissima delicatamente distribuita sul palato; succoso, con grande intensità di un gusto fresco e misteriosamente gentile di lampone, che ha un’evidenza quasi materica. Diresti ariosa la sensazione che offre al palato: continua, salda e sottile, tesa ma profondamente calma. Una bocca sussurrata, gentile, di fanciulla ideale da ritratto quattrocentesco: “Bocca baciata non perde ventura”.  Non so se questo sia ancora un vino di Giulio Gambelli, che nei suoi ultimi anni aveva passato la consulenza enologica a mani più giovani limitandosi a qualche assaggio e consiglio,  ma quell’armonia di forza e grazia così intimamente intrecciate da risultare inestricabili rimanda luminosa al suo stile, come lo declinava nelle vigne di Bibbiano . Questo infine è ciò che importa: la perpetrazione del genius loci .
Chissà se a Bibbiano si producono ancora vini così, se le sirene delle mode e le necessità di mercato (che van tenute in considerazione) non abbiano intaccato la loro anima purissima. Lo spero, perchè bada, amico o amica che mi leggi: questo è un Sangiovese affinato semplicemente nelle vasche di cemento vetrificato, con piccole aggiunte dei tradizionali Canaiolo e Colorino; ma quando il Sangiovese del Chianti Classico si esprime su questi livelli, per conto mio non teme confronti con chicchessia, nemmeno coi Grand Cru del Pinot Nero di Borgogna.
È stato meraviglioso sulla nostra tavola con cavolo nero e fagioli – e ha fatto battere il cuore; ma lo scommetterei eccellente anche sui primi piatti e sugli arrosti di carni bianche: quelli che un tempo usava per la festa contadina.

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.