Chianti Classico 2009, L’Erta di Radda, 13,5 gradi.

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Si tiene in Radda a primavera inoltrata “Radda nel bicchiere”, una manifestazione bellissima durante la quale i produttori locali di vino si dispongono con i loro banchi d’assaggio lungo la viuzza principale del piccolo borgo chiantigiano. D’intorno sta la maestà dei colli silenziosi e festanti, che la primavera punteggia di fiori; e quella stessa visione, quei medesimi profumi, si ritrova nei calici dei vini migliori. Vi andai l’ultima volta nel 2012, credo, sotto uno splendido sole e con il cielo azzurro che invadeva lo sguardo e l’anima mentre passeggiavamo tra le vigne in una nostra personalissima digressione sui sentieri tra i boschi e i campi: indimenticabile. Solo poi la camminata proseguì per le vie ed assaggiando i vini. Tra tutte le pur eccellentissime produzioni, privilegiai particolarmente il Chianti Classico di un giovane vignaiolo che presentava allora l’imbottigliamento della sua primissima annata: vi trovavo un senso vivo e raro di scioltezza naturale e profumi identitari, che parlavano di quella terra affermando con nudità fiera e gentile: “sono Chianti Classico”; nè l’inficiava qualche lieve sbandamento di un tannino a mio vedere ancora un poco aggressivo, forse – e dico forse- per una estrazione ancora un po’ inesperta, perché il vino era senza dubbio ispirato. L’azienda era Erta di Radda, il produttore Diego Finocchi. Ne acquistai due bottiglie, che lasciai a riposare nella mia cantina toscana proprio perché quel tannino si integrasse. L’intenzione mia era di lasciarvele un annetto o due. Poi, i casi della vita…mi ero già trasferito in Inghilterra e per cinque anni ti saluto. Rientrato,  a marzo di quest’anno andai – finalmente – a Terre di Toscana, manifestazione versiliese che costituisce, penso, un sunto parziale ma imprescindibile del meglio che la Toscana vinicola possa oggi offrire. Lì ritrovai Diego Finicchi e assaggiai i vini delle sue ultime annate, ancor più fini e maiuscoli -se così si può dire- di quelli del lontano 2009, che tra un complimento e l’altro gli citai. Sì raccomandò Diego di non aspettare ad aprire quelle vecchie bottiglie in mio possesso, perché riteneva il vino potesse essere già troppo ossidato; quasi si scusò, dicendomi che era stata la sua prima annata, intendendo che non aveva all’epoca l’esperienza di oggi. Ascoltai il suo consiglio e nel volgere di poche settimane, venuti i giorni di Pasqua, una l’aprii, oltre 12 ore prima di berne perché il contenuto potesse adeguatamente ossigenarsi. In quel tempo concessogli, il vino perse ogni minimo cenno di stanchezza, rivelandosi nel calice rubino perfetto trasparente e luminosissimo, granato verso il bordo e infine aranciato, con lacrime irregolari per distribuzione e velocità sul calice. Esprimeva un profumo fresco, fragrante, arioso e puro; floreale di viole e di iris;  e quasi stratificato di frutta a piena maturità e più fresca: ciliegie, susine, fragole mature e grandi, buccia di mela rossa. Univa in sé quella mineralità essenziale,  ferrosa ed elegante dei vini di Radda e quel carattere maturo, ampio ed etereo di tanti 2009 toscani, mantenendo tuttavia sempre freschezza e verticalità, su uno sfondo discretissimo di spezie dolci, cannella. Note evolute ce n’erano, ma minime, nobilmente terziarie, quasi un tocco di calore dato da un senso di terra e di humus lievissimo, come foglie essiccate di leccio e alloro. Elegantissimo. Il suo corpo era medio, lieve ed quintessenziale, con grande presenza acida e tannica, ritmo e progressione;  col tannino ancora abbondante e grintoso malgrado gli anni, però maturo ora, molto più ordinato e regolare di quando il vino era giovane. Il suo attacco sul palato era bellissimo, netto e morbido, proseguendo salino e vibrante, con un’alta acidità;  intenso e lungo al gusto , con l’alloro che torna come retrogusto nel finale, risultandovi appena un po’ amarognolo e tannico, ma in un modo che a me piace, e che se a qualcuno può sembrare un po’ crudo, io lo giudico nerbo autentico. Un Chianti Classico fresco e perfetto; anzi, un distillato di chiantigianità, dove ritrovo quell’eleganza essenziale e nervosa propria di queste colline, che dovrebbe stare in ciascuna bottiglia della storica denominazione e che invece purtroppo non sempre si trova. Aspetterà altro tempo in cantina quell’altra bottiglia, e assai: voglio scommettere su essa e spingerla in là, a cercarvi più ancora l’evoluzione e gli aromi terziari. L’ho gustato e trovato eccezionale su un biroldo senese, un accostamento di impegno estremo sul quale cadono anche tanti ambiziosissimi vini; ma pure ottimo su arrosti, di agnello e di pollo, e di piccione soprattutto.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Macrina 2010, Garofoli, 13 gradi.

Delle Marche io ricordo soprattutto la luce. Al mattino prima del lavoro mi alzavo presto per passeggiare sulla spiaggia e godere quelle albe cristalline, che definivano nettissimi i contorni e portavano nell’aria fresca il profumo del mare. Ricordo guidando verso l’interno e traversando i campi le tonalità  chiarissime di verde, mai nemmeno immaginate, se non riguardando i dipinti di Piero della Francesca: era quella luce lì.
Ricordo come si inondava di luce il piazzale della sede di Garofoli, un edificio basso dalle linee architettoniche un po’ neoclassiche, un po’ sudamericane, che in quell’ora mi abbagliava di candore.
Garofoli è un nome importante nella storia del Verdicchio e quello di Macrina segna un tempo di riscossa e rinascenza dai vini industriali, slavati, a basso costo. Col Macrina si tornava a credere nel Verdicchio e a ricercare una certa struttura, una grassezza che era degli originari vini contadini: erano i primissimi Anni Ottanta. Persino la bottiglia, un bordolese semplicissima e di vetro chiaro per lasciar vedere il colore del vino, a suo modo fece epoca, slegando il Verdicchio dalla abituale anfora di vetro creata nel 1954 da Antonio Maiocchi  e che purtroppo col tempi era diventata simbolo di vini pallidi e corrivi, spopolando nei supermercati.
Perciò sono particolarmente legato a questo Macrina: racconta una storia tenace ed è l’ultimo rimastomi da quel lontano viaggio (ero tanto più giovane, e quante speranze!). Perciò  ho esitato a lungo prima di aprirlo. Nè, purtroppo, l’ho potuto conservare nel migliore di modi: mi ha seguito per un lustro, come in tutti i miei  traslochi oltremanica. E – a sentire proprio la voce di certi soloni anglosassoni- i bianchi italiani non sono adatti  a superare felicemente la soglia dei due o tre anni. Io però – amico, amica che mi leggi- del mio Macrina mi fido, ed  infatti aprendolo e versandolo nel calice svela tutta la bellezza di un Verdicchio invecchiato, ancorché non sia una selezione ambiziosa, ma un vino inteso per un mercato che lo consuma immediatamente. Lo vedi fin dal colore giallo dorato, con riflessi ancora lontanamente verdolini, di media profondità. Muove  gocciole veloci molto fitte, però sfumate più che delineate. Ha un aroma intenso, inizialmente un po’ contratto e stanco, poi via via più aperto e dinamico. Sulle prime, esprime cenni floreali, dove distinguo la camomilla. Poi la frutta ( i limoni di Amalfi, il pompelmo, il cedro, albicocca pesca e pera), tutta molto matura però ancora fresca, che si staglia su un fondale più dolce di note candite, come mela golden e pera coscia, accenni di meringa ed un ricordo vaghissimo di cannella, quasi dubitativo. Non manca una nota minerale di iodio, pietre bagnate, ma è poca cosa. Col tempo fa capolino lo smalto, intrigante, con erba tagliata, paglia e fieno, origano. Al sorso è secco ma non troppo, ricco , carnoso ma sodo, sapido, indubbiamente di buon corpo.  Anche il sapore è ben concentrato e l’acidità ancora spiccata: quasi sorprende all’assaggio attento, perché è affondata nella carne viva del vino ed avvolta nella sua materia, così da risultare delicata. Ha una giusta persistenza, giocata sulle note più saline e perciò piace stuzzicando, in un gioco di gioventù e maturità dove l’alcol scalda un poco, ma piacevolmente. In questa fase matura, credo possa trovare un abbinamento felice col pesce, anche sulle crudità e sul sushi, ma rigorosamente a temperature più alte di quelle in genere riservate ai bianchi. Insomma: con gli anni sulle spalle ha guadagnato in complessità e profondità quello che ha perso in giovanile freschezza. Pazienza se io lo preferivo com’era appena preso in cantina, così composto e guizzante, naturale e facile alla beva: resta sempre una compagnia affidabile. Mi rimane la curiosità inespressa di sapere come sarebbe evoluto nel fresco della mia cantina; per fortuna, c’è ancora qualche bottiglia del Podium e del Serra Fiorese – che sono le selezioni di Garofoli- lì ad aspettarmi.

Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.

Chianti Classico Bibbiano 2008 13,5 gradi.

Da quanti anni non torno a Bibbiano.
Rivedo innanzi a me la lunga strada sterrata come la percorsi la prima volta: fangosa per le piogge di febbraio, con la luce che già cala e sfuma nel crepuscolo. La ricordo con la primavera che esplode: i fiori e i profumi sul ciglio, le colline verdi, un cantare di uccelli, quando fui ospite a pranzo di Tommaso Marrocchesi Marzi che della tenuta è il motore e l’anima. L’ultima memoria è sotto il sole abbagliante d’estate in un frinir di cicale, per mostrare la bellezza del luogo a chi mi è caro: nessuno vidi, nè mi feci riconoscere.  A Bibbiano non si arriva per caso: bisogna inoltrarsi nel segreto del Chianti Classico, dalla parte che il territorio di Castellina si apre a sud e a ovest verso la Valdelsa formando un doppio crinale ripidissimo, ma che gode di una luminosità intensa, quasi marina. Di lassù, dal piazzale prospiciente la fattoria che è un vecchio edificio semplice nelle forme, la vista spazia su una successione solenne di colline a perdita d’occhio, ripartite geometricamente a seminativi, vigneti, boschi. Solo i cipressi, in filari o isolati, sembrano interrompere con un segno verticale e netto le forme morbide e femminili che circondano lo sguardo. Qui venni in cerca del Chianti Classico più autentico, apposta, seguendo le orme di quel gran Maestro del Sangiovese che fu Giulio Gambelli: lui quella strada la percorse credo per sessanta vendemmie, creando vini che parlavano della terra e della stagione che li aveva generati. Vini lievi come un volo di farfalla, è stato detto.
Perciò la nostalgia è forte quando apro questa bottiglia di Chianti Classico del 2008. Avevo il desiderio di ritrovarmi con la  mente per un attimo in quella terra e di misurare, millanta assaggi dopo, se fosse mutata la mia percezione di quel vino, e in quale modo. Perciò l’ho aperto con calma, 12 ore prima dell’assaggio; ma già levando il tappo, m’ha inebriato le nari di fiori.  Giunta l’ora della cena verso il vino nei calici ed essi risplendono: un rubino trasparentissimo e luminoso che vira appena sull’aranciato e al granato sull’unghia li fa rilucere dall’interno, lasciando sul cristallo lacrime estremamente lente e da attendere con pazienza. Oscillando il bicchiere per lo stelo il vino ruota veloce e leggero una danza aggraziata, senza peso, quasi una piuma o un petalo di rosa trasportato lontano dal vento. I suoi profumi arrivano con un’intensità mediana, da lieve brezza che solletica e ristora, ma sono estremamente sfaccettati, prismatici come i riflessi di un diamante, primaverili come la luce del mattino; floreali, un vero e proprio bouquet: viole, gigli, garofani e rose, in composizione perfetta; poi l’evocazione di frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, ma soprattutto vivaddio uva, poi un poco di rinfrescante arancia sanguinella; persino le erbe aromatiche, anch’esse fresche,  rasserenanti perché parlano di aria aperta: borragine, rosmarino, timo, menta. Appena fanno capolino, infiltrandosi in una trama fitta e flessibile come foglie di rami di bosso modellati per un parco incantato, gli aromi terziari, con una speziatura raffinatissima ed equilibrata inizialmente, poi, con l’attesa, insinuandosi appena ricordi lontanissimi di pelle conciata, di castagne, di tabacco. Finalmente lo assaggi o piuttosto lo bevi, così croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, salato e minerale. Ha un attacco netto e prosegue deciso, irradiante ma anche dolce, sinuoso, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante ma sottilissimo ed un’acidità fermissima delicatamente distribuita sul palato; succoso, con grande intensità di un gusto fresco e misteriosamente gentile di lampone, che ha un’evidenza quasi materica. Diresti ariosa la sensazione che offre al palato: continua, salda e sottile, tesa ma profondamente calma. Una bocca sussurrata, gentile, di fanciulla ideale da ritratto quattrocentesco: “Bocca baciata non perde ventura”.  Non so se questo sia ancora un vino di Giulio Gambelli, che nei suoi ultimi anni aveva passato la consulenza enologica a mani più giovani limitandosi a qualche assaggio e consiglio,  ma quell’armonia di forza e grazia così intimamente intrecciate da risultare inestricabili rimanda luminosa al suo stile, come lo declinava nelle vigne di Bibbiano . Questo infine è ciò che importa: la perpetrazione del genius loci .
Chissà se a Bibbiano si producono ancora vini così, se le sirene delle mode e le necessità di mercato (che van tenute in considerazione) non abbiano intaccato la loro anima purissima. Lo spero, perchè bada, amico o amica che mi leggi: questo è un Sangiovese affinato semplicemente nelle vasche di cemento vetrificato, con piccole aggiunte dei tradizionali Canaiolo e Colorino; ma quando il Sangiovese del Chianti Classico si esprime su questi livelli, per conto mio non teme confronti con chicchessia, nemmeno coi Grand Cru del Pinot Nero di Borgogna.
È stato meraviglioso sulla nostra tavola con cavolo nero e fagioli – e ha fatto battere il cuore; ma lo scommetterei eccellente anche sui primi piatti e sugli arrosti di carni bianche: quelli che un tempo usava per la festa contadina.

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Champagne Brut Reserve, Pol Roger, 12,5 gradi

È difficile aggiungere qualcosa sugli Champagne di Pol Roger, maison antica e celeberrima della quale tanto è stato detto e scritto. Un milione e mezzo di bottiglie annue innanzi alle quali appassionati e intenditori si inchinano; una storia iniziata nel 1849; una presenza rilevante nel mercato inglese dai tempi della Belle Epoque, suggellata dall’apprezzamento di Winston Churchill ( nientepopodimenochè), amico di famiglia e dedicatario di una celebrata Cuvee. Stasera sono di fronte al Brut Reserve, lo Champagne più facilmente reperibile di Pol Roger, il più semplice se di semplicità si può parlare: un taglio di 30 vini di due vendemmie da uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay, ciascuno nella misura di un terzo; affinato ulteriormente in bottiglia dopo la sboccatura finché il componente più giovane non abbia almeno tre anni. È la porta d’ingresso nel mondo Pol Roger. Non un ingresso facile, però: tutto è fuorché accondiscendente; piuttosto, consideralo l’avvio di un percorso iniziatico. Anzitutto: oltre alla tinta limone, all’apertura un’esplosione di spuma persistente -segno, mi si dice, di ricchezza proteica- che poi si placa in bolle fini e cremose, seppure un po’ tumultuose. L’olfatto sulle prime è velato: col tempo – ed a temperature senz’altro più alte di quelle alle quali si berrebbe normalmente uno Champagne da aperitivo – emergono la scorza di limone e di arancio caramellata, sentori di fiori gialli, note balsamiche d’eucalipto e tostate: mandorle e arachidi e nocciole che si confondono col profumo del lievito, su “nuance” fungine. Il palato è sorprendentemente molto salino: e sul sale permane, come nota sola, sulla lingua, al punto da farti quasi scordare il dosaggio e la -chiamiamola così- riserva zuccherina; risultando perciò  minerale, ma non scarno, quasi anzi su un crinale di opulenza, in un’affascinante sciarada. Appena tannico, potente, dalle spalle larghe ma insieme acidissimo, lo vorresti se possibile anche più persistente, ma così non è: ti lascia con un desiderio inespresso. Questo il punto: non è concessivo, anzi, è riservato come un vero gentiluomo d’altri tempi o come una gran dama che  sta sulle sue: da te  pretende il riguardo e non sarà certo lei a venirti incontro e a compiacerti. Però: che equilibro, che classe! Mai trovi in lui quelle note spiacevolmente amare,lì nascoste sul finale, che aduggiano tanti Champagne e spumanti di nominalmente pari livello. Da aperitivo? Forse; ma dopo aver cacciato, coi panni inumiditi, gli stivali coperti di fango e l’odore dei cavalli ancora addosso, impregnato nel tabarro, perchè v’è un lui qualcosa di vagamente autunnale, che suggerisce lunghe passeggiate nei boschi e letture innanzi al camino mentre fuori piove più che l’estroversione di party nei dancing alla moda. C’è chi lo suggerisce su un vassoio di ostriche: può darsi. Io stasera l’ho gustato con un salame bresciano speziatissimo, dono di mio zio:  fresco di carne ed evidente in lui il chiodo di garofano. Però -amico, amica che mi leggi- lo vedrei bene con tartine di paté di fagiano, se ti riuscisse di trovarne.

Vinsanto del Chianti classico 1997 Castell’in villa, bottiglia 941, 14 gradi.

 
Monumentale.
È la prima parola che mi viene in mente appena apro questo straordinario Vinsanto, ancor prima di versarlo nel calice, semplicemente avvicinando al naso – non accostando – il collo aperto della bottiglia.
La giornata trascorsa nel Chianti, da nord a sud: curva dopo curva, aprendo lo sguardo ai paesaggi amati, familiari e sempre nuovi, ai filari di vigne e gli ulivi che si incastonano tra i sassi e il bosco, suggestivi al sole di un inizio novembre inaspettatamente caldo: l’estate di San Martino.
Poggibonsi, Ormanni, Castellina,  Radda, Caparsa, Lucarelli, Volpaia, Vistarenni, Gaiole, Brolio: nomi familiari, sonanti, ciascuno un’evocazione di fantasmi che sono sogni e storie. Ciascun luogo una terra: galestro, macigno, argilla, arenaria, sabbia, tufo. Ogni sosta un paesaggio che è un quadro incantato, sfumato nel controluce o coi pampini direttamente illuminati e lucenti come foglie d’oro. A Villa a Sesta, una vigna gialla e rossa come una stoffa orientale si contorna del verde degli ulivi ed un cielo azzurro cobalto, così uniformemente terso come no ho visti solo in Grecia quando le Cicladi o il Dodecanneso sono spazzati dal Meltemi. Poco dopo, la svolta a destra; la strada che si allunga sul crinale tra un ampio anfiteatro di vigne a dritta e balze più scoscese a mancina. A valle le colline digradano verticali, poi le forme si fanno più morbide e accomodanti, fino a formare una piccola piana improvvisa. Lì, solitario si leva il monte di Castell’in Villa. È quasi un cono scuro ricoperto di vegetazione, con una fila di cipressi che si inerpica da nord avvolgendosi ad esso come una spirale, così che pare di vedere il Purgatorio dantesco. In cima, le strutture antiche e pietrose di Castell’in Villa: un po’ borgo, un po’ fattoria, un po’ fortezza, un po’ villa: difficile definirle. La moderna terrazza sul tetto della cantina lascia scorrere lo sguardo fino a Siena, che appare lontana, nel sole del meriggio, puro segno di torri contro un cielo d’oro; ma non ne altera il fascino, non ne svela il segreto, se dalle finestre, stesi, vedi i grappoli d’uva bianca ad appassire per diventare, a distanza di anni, Vinsanto. Annata in vendita: 1997, vino antico di diciotto anni. Antico, sì: o piuttosto dovremmo dire fuori dal tempo, tanto appare fissato nella perfezione della bellezza. Sono lì per esso, per il ricordo lontano di un altro indimenticabile Vinsanto di Castell’in Villa, un 1995. Nè so attendere un altro giorno, aspettando che si riposi dal viaggio: tornato a casa, lo debbo aprire.
Aromi potenti, dicevo, anche semplicemente levando il tappo, al punto che quasi ti fermeresti lì, immobile con la bottiglia in mano, esitando, quasi tu avessi risvegliato la Bella Addormentata e tu ne fossi ammaliato, intimidito e non volessi disturbarla oltre. Ma poi ti fai coraggio, vince piuttosto la curiosità di goderne in tutto il suo splendore. Allora lo versi, lo vedi scorrere nel calice formando uno zampillo prima e poi un picciol lago color ambra luminoso, dai mille riflessi, trasparente eppure profondissimo, che quasi trasluce nell’oro antico, quella tinta calda che solo i secoli donano ai monili  preziosi. Rotei il calice per goderne la danza, che sarà lenta, sensuale ma leggera: è molto viscoso, ma pur scorrevole e forma gocce lentissime continue sul cristallo. Con una forza che ammalia e stordisce, ti avvolgono profumi di miele di castagna, di muschio, di legna bagnata, di foglie bagnate, e altri mille di ginestre, di girasoli, di arance, di acacia, la melata d di bosco. Cotognata, caramello, cioccolato bianco nero e al latte, noci nocciole e mandorle sgusciate ( ma non pelate), alloro, abete, un po’ di melassa e liquerizia , canditi e spezie da panforte,  miele di rosmarino, la segretezza della macchia; così, casualmente, quasi trascolorano naturalmente l’uno nell’altro come tra loro le stagioni, come le spighe verdi che diventano oro, come le foglie ingialliscono, cadono e ritornano vive a primavera sui rami. Anche le aldeidi, perché no? Una nota acetica e di solvente che insinua una nota graffiante, sottilissimamente erotica. Sontuoso al sorso, molto dolce per lo zucchero residuo è dolcissimo per la trama, avvolgente, di stoffa morbida e carezzevole, vellutata; allo stesso tempo però fresco e salino, con una acidità altissima e vivida, che sparisce per virtù illusionistica come di un gioco di specchi, tanto è perfettamente integrata e bilanciata. Corposo, saporitissimo e continuo mentre irrora il palato, non conosce soste né cesure, è tutto un naturale flautato fluire, allungandosi in una persistenza ammandorlata e persino un po’ balsamica, dolcemente risonante anche a distanza di minuti. Monumentale, si diceva; eppure, sorprendentemente, soprattutto sussurrato. Un vino da meditazione, evocando per una volta a proposito l’antica definizione veronelliana: perché basta a se stesso, difficile essendo accostare tanta perfezione; perché qui siamo di fronte al senso che diventa forma pura: geometria, suono, luce. Come nella tappa ultima del viaggio dell’Alighieri.  

Metodo Classico Brut 2009, Murgo, 12.5 gradi.

Nei miei sogni giovanili la Sicilia era l’isola del sole.  
Sarà stato magari il ricordo di un piccolo carretto siciliano giocattolo che mi regalarono da bambino, giallo e variopinto; la sovrapposizione dell’immagine della triscele con quella geografica dell’isola; o semplicemente la suggestione delle novelle di Verga lette a scuola, coi loro colori abbaglianti e l’umanità forte. Tale restò, realtà su immaginazione, al tempo del primo viaggio che vi feci, ad ovest, una calda estate.
Poi, tornato molti anni dopo in inverno e ad est, ad abbacinarmi non fu il bagliore del sole, ma quello della neve, bianchissima sulle rughe nere dell’Etna, come un’iride nel blu uniforme del cielo e del mare che osservavo dall’oblò dell’aeroplano.
Così, pensando ai vini di Sicilia, l’immaginazione mia va ai potenti passiti, agli eterni ossidativi fortificati, ai rossi generosi, magari anche ai bianchi  ampi che odorano di Mediterraneo. Agli spumanti, difficilmente. Eppure questo Brut di Murgo, acquistato per curiosità e per gioco, mi ha riportato alla mente quell’immagine innevata lasciandomi candido di stupore e senza fiato come quella volta sul jet. Perché uno spumante metodo classico etneo da uve nerello mascalese così nitido, diritto e puro, io proprio non me lo aspettavo. Qui -amico o amica che mi leggi- hai un vino spumante che sulla tua tavola può stare col meglio delle produzioni mondiali al minimo
del prezzo ed al massimo dell’originalità. Bello nel suo luminoso color paglierino medio, piacevole alla vista e al palato per una mousse delicata e raffinata. Non pensare a un vino accomodante e tutto svenevolezze, però. Perché gli aromi sono decisi, definiti, saldi. Un trionfo fresco di zagara, di chinotto, di limoni maturi, di cedro: gli agrumi. La mollica di pane: il segno dei lieviti e della loro permanenza in bottiglia per ventiquattro mesi e oltre prima della sboccatura. Lo zolfo: forse c’entra la terra del vulcano? E quelle spezie orientali così marcate che pare di essere ai mercati di Istambul, con lo zafferano in particolare evidenza, e quel profumo insistito di mandorle sono solo il bagaglio della varietà dell’uva o ancora è la terra che parla, con la fusione secolare delle culture greche, latine, arabe, normanne? Sensazioni che si ritrovano alla bocca sotto forma di sapore molto intenso e assai salino, in un corpo medio e piuttosto secco (relativamente: è pur sempre uno spumante), dove l’acidità è alta e l’alcol è ottimamente integrato, con una persistenza appagante, molto lunga e piacevolmente ammandorlata. Eccelso aperitivo – amico, amica che mi leggi – se disdegni morbidezze, consuetudini e convenevoli; se invece ami la parlata sincera, lo sguardo fiero e intenso, ecco farà per te e lo terrai anche al pasto, su preparazioni di mare saporite, magari: per berne e goderne – e quello già sarà il tuo festeggiare.

Chianti Classico Riserva 1998 Riserva di Famiglia, Cecchi, 13 gradi

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Mio padre comprò negli Anni Sessanta un’automobile bellissima, una coupe’. La carrozzeria lunga, tesa e armoniosa, color argento, coi parafanghi che si protendevano dal parabrezza ai fari e si slanciavano verso l’asfalto, raccordando un cofano ampio, piatto e basso, dove batteva un potente sei cilindri. La fiancata pulita e sobria, il tetto aerodinamico che si inclinava dietro in un lunotto di vetro avvolgente e bombato, l’insieme formando come una goccia di cristallo che si appoggiava leggera su una coda compatta e essenziale. Mi tramandano ricordi di viaggi bellissimi e veloci sulle strade vuote di quell’Italia lontana che sembrava lanciata come una locomotiva inarrestabile verso un futuro radioso, sprofondati nei sedili di pelle nera, con il volante di legno e alluminio in mano come fosse un timone saldo sulla rotta della felicità. Mio padre l’ha ancora, chiusa da anni semiabbandonata in un garage, dai tempi della crisi petrolifera. Avrebbe magari un qualche valore, restaurata, ma non arriverebbe mai alle quotazioni non dico di una Ferrari, ma nemmeno di una Porsche, di una Lancia o di un’Alfa Romeo, a dispetto delle sue doti intrinseche e di tante raffinatezze tecniche. Perché sull’elegante griglia cromata della calandra, a lettere avorio su un fondo granato,circondato da una corona d’alloro stilizzata color bronzo, sta uno stemma assai popolare: Fiat.
Mi è sovvenuto questo pensiero dopo esser riemerso dal sottoscala dei miei piccoli tesori liquidi allorché cercavo un vino invecchiato da abbinare con spiedini di uccellini di autentica tradizione toscana; e più ancora, qualcosa da bere con piacere con la mia famiglia per festeggiare la vita godendo appieno uno di quei momenti preziosi e rari quando possiamo essere finalmente insieme attorno a un tavolo. Non volevo una bottiglia preziosa e altisonante – non era mica Natale – ma qualcosa di adatto all’occasione e auspicabilmente di buono.
Cecchi non è un marchio sulla bocca degli appassionati, un artigiano dalle tirature amatoriali come spesso io stesso prediligo, ma un produttore solido dalle ampie produzioni in milioni di bottiglie; e quante ne ho aperte quando mio padre aveva il ristorante e di vini ancor meno che d’ora sapevo distinguere! Cecchi l’ho trovato negli anni e con varie etichette -dal Chianti generico al Morellino di Scansano- un po’ ovunque, anche negli aeroporti, negli autogrill, in grande distribuzione.
L’ho aperta dunque con sufficienza questa bottiglia? Sí, lo ammetto. E con tenerezza: fu uno dei miei primi acquisti da…diciamo così, collezionista in erba, che voleva accumulare bottiglie nella vecchia casa dei nonni per farle invecchiare.
Appena ho estratto il sughero tuttavia, e ho accostato il naso al collo della bottiglia, ho capito: quei profumi che risalivano il vetro sottili mi hanno dato una lezione e un tuffo al cuore: il vino non è apparenza, non è apparenza la vita.
La bellezza di una Chianti Classico diciassettenne veramente classico, nella  sua misura elegante e garbata; l’emozione finalmente di Sangiovese invecchiato, e invecchiato assai: profumo per me di casa, nitido, molto intenso e pulito da subito.  Ritrovarlo poi nel calice a dodici ore dall’apertura (ma nemmeno c’era bisogno d’arearlo):  granato con riflessi ancora rubini, molto più giovane dei suoi anni,  trasparente come un fantasma antico, o l’evocazione di una fiaba, le novelle che mi raccontava la mia nonna a sera sull’aia: “Pochettino, Pochettino…”;  mentre piove sul calice gocce irregolari e lente, fitte e solenni come i pilastri delle cattedrali. L’aroma è vivo ancora di frutta, col lampone e le susine rosse e nere, un po’ di arancia, e poi aromi terziari dell’evoluzione, complessi: tabacco, pelle conciata e animale, noce moscata, chiodo garofano, tè, alloro. Ha un attacco al palato deciso ma pieno e dolce, quasi lo diresti fruttato, ma è secco e maschio. Ha un corpo di struttura, forte di spirito e non di muscoli, col tannino finissimo, integrato ma non domo, anzi grintoso. Spiccano un’acidità ancora alta ed un sorso estremamente salino, dove le sensazioni minerali di grafite e di ferro tengono affascinanti la scena, ma partecipi di un canto corale. Si dipana lungo, anzi si distende continuo fino ad una duratura persistenza. Scattante, luminoso e irradiante, lungo e stuzzicante, si giova di un alcol integrato perfettamente: leggero, mostra in questo una misura vecchio stile. Nitido e tecnico forse, ma nel senso di una precisione architettonica che ha una misura rinascimentale. Più sussurrato che imponente, con un disegno che ha i tratti dell’antico, riesce in realtà modernissimo: come quella coupè Fiat di mio padre, partecipa l’essenza di un’eleganza stilizzata e senza tempo.

Chianti Classico Castello della Paneretta 2008 , 13,5 gradi.

Per giungere al Castello della Paneretta devi percorrere il fascino sottile dei grandi balzi delle colline di Barberino Val d’Elsa e di Tavernelle Val di Pesa, così vicine a Firenze e prossime quasi alla superstrada, eppure a loro modo stringenti, selvagge, boschive, che ti si aprono improvvise più d’intorno che davanti agli occhi, perche’ te le senti addosso; d’autunno, con la loro silenziosa malinconia. E’ vero: non sono parte di quel territorio storico formato dall’antica Lega del Chianti, ma fin dagli Anni Trenta rientrano nella zona di produzione classica e per loro parlano i vini: su quei poggi puoi trovare alcune delle più celebrate fattorie toscane. Poi, quando giungi al Castello, se non e’ epoca di turisti ma sei raccolto con te stesso, ecco che puoi pensare d’improvviso alle fiabe che ti narravano da bambino, di manieri fatati e ville dalle cento stanze, dagli specchi magici e dai passaggi segreti ed oscuri che portavano al baratro, o alla salvezza o a un tesoro. In effetti, la mole massiccia ed elegante del Castello dalle le torri cilindriche un tesoro lo contiene, che contende l’attenzione alle statue ridenti del giardino e ai sontuosi affreschi: vini  raffinati, sussurrati, di impronta tradizionale, di sangiovese e canaiolo, varietà qui difese strenuamente. Che poi sia una famiglia di origini non toscane a tener dritta la barra del timone e non abbia ceduto alla sirena delle varietà internazionali nemmeno quando la moda lo richiedeva a gran voce deve far pensare.
Questo 2008 e’ un Chianti Classico delicato, fine nel senso ottocentesco, da arrosto. Ti attrae subito come un sorriso di fanciulla, di Madonnina quattrocentesca col suo bel rubino trasparente, ricco di lacrime cristalline e scintillanti ed un aroma fresco, di bella intensità, floreale di viole e di rose, e poi di ciliegie sotto spirito e lamponi, accennando a more selvatiche cenni, menta di campo e te’ e alloro, con una coda complessa e sottovoce, delicatamente balsamica di eucalipto, leggermente fume’ e con ritorni di terra bagnata. Sotto, tutto si impernia su un’anima ferrosa, minerale, seria e composta che ritorna intatta ed innervante anche all’assaggio. Sorseggialo e ne godrai il piacevolissimo equilibrio del corpo sospeso perfettamente tra pienezza ed agilità, lo diresti un peso medio paragonato a tanti vini più pretenziosi; però il senso dello scatto vela una struttura ben salda, ricca di acidità e con tannino abbondante ma di grana minuta e matura, con una beva saporita ma mai gridata, con un attacco ampio che poi prosegue e si svolge deciso, teso, nervoso ma al contempo solenne, irradiante, gentile, lungo. L’avevo assaggiato all’epoca dell’acquisto in cantina ed era diverso, e’ chiaro: allora cristallino e lucente come uno specchio, con proporzioni assolutamente perfette, pertanto fors’anche più impressionante. Oggi, invece, e’ come in muta tra spontaneità giovanile e profondità dell’invecchiamento, serpente piumato che cambia pelle per svelare un volto nuovo, verso svolte imprevedibili nel suo mutare. La vita e’ tutta un mutamento – lo sai, amico, amica che mi leggi: questo vino ha la grandezza di narrarti in divenire la sua fiaba.