Chateau Musar 2001, Gaston Hochar, 13,5 gradi.


Un vino libanese non si beve tutti i giorni, massime in Italia, ma anche altrove.
Che fai, amico, arricci il naso? Eppure qui, se vuoi venir con me, hai una storia d’amore: Sherazad e il Sultano de le Mille e una Notte; ma la donna e’ l’uva ed una grande passione. Ecco il signor Gaston Hochar, che nel 1930 fonda una cantina; giusto, in Libano il vino si fa da millenni: la porta dell’Asia Minore, poco lontano ebbe la sua ebbrezza perfino Noè. Il figlio Serge, pur ingegnere, parte e studia enologia a Bordeaux, per poi tornare e curare la vinificazione: l’anno 1959. Da allora si è sempre prodotto vino: anche durante la guerra civile, dal ‘75 al ’90, con la sola eccezione del 1976; sempre nello stesso modo: da un altopiano a mille metri di quota, dove non servono fertilizzanti ne’ fitofarmaci, usando in cantina solo i lieviti indigeni, senza filtrazioni ne’ chiarifiche; lunghi affinamenti, tra legno, cemento e bottiglia almeno 7 anni, senza fretta. Uve: cabernet, carignan, cinsault. Vedi la passione? Ma la tua gioia l’avrai versandolo nel calice, dopo una adeguata areazione: ti consiglio di berlo tra le 6 e le 12 ore dalla stappatura, e ricorda di versarne due dita in un bicchiere, per favorire il respiro del rimanente: assaggiandolo prima l’avrai muto, dopo sarà spento. Eccolo allora, granato con ricordi ancora rubini, di media profondità, riservandoti allo sguardo trasparenze e una luminosità corrusca, non smaltata, più da tempera che da olio. Disegna sul calice archetti tardi e radi, promettendo un vino non grasso o di consistenza untuosa. L’aroma e’ mutevole, come il riso della Fortuna -che senza posa ruota e tutti assoggetta- variando da un istante all’altro, ma sempre regalando eleganza e complessità. Ecco frutta rossa e nera, inestricabilmente avvinghiate in un abbraccio di sensi caldo e carnoso, dove prugne e mirtilli si fondono alle morbidezze antiche ed esotiche dei fichi secchi, dei datteri, degli agrumi canditi, del cioccolato amaro, delle spezie più varie, con una prevalenza di quelle dolci. Ne’ manca un’acidità volatile più pronunciata della norma, che ha la struggente bellezza delle cose antiche e gli dona un freschezza senza tempo, a volerla ascoltare. E se all’olfatto ne apprezzerai l’intensità giustamente non pervasiva, stupirai nel trovarlo in bocca rispondente si’, ma tanto più potente e incisivo: come volgesse da un piano a un forte tutta un’orchestra, con gli ottoni, gli archi e i legni a dare un suono pieno e bilanciato, mai pero’ sgargiante o garrulo, piuttosto con una velatura ovattata, vellutata, setosa; con la capacità di restarti a lungo sul palato, come sospeso, senza invadenza. Ecco il tannino, leggero e ruvido come pietra pomice; un’ acidità invero non altissima, ma sufficiente a innervarlo; ed una salinità franca abbondante, che stuzzica e ammalia a sorsi sempre nuovi, come il sorriso dell’amante. Corposo, ma senza mollezze o pesi inopportuni; elegante, ma con una rusticità verace che è grinta, terra, pietra viva, sole, voglia di vivere. Antico, evoluto e imprevedibile, magari: perciò senza tempo. Lontana e’ Bordeaux coi suoi vini-limousine; piuttosto, penso a certi nebbioli del nord Piemonte, stretti e intensi, o a certi Cannonau Riseva vecchio stile, caldi e ruvidi, potenti e gentili. Ma no: inutile il confronto, Chateau Musar fa storia a se:’ un grandissimo vino, che suggerisco su arrosti (ah, col montone, che delizia!) o su castrato e manzo bolliti; per un momento -se fin qui m’hai letto credimi- di tuo intimo sogno, di commosso piacere.

Per saperne di più: http://www.chateaumusar.com.

Moulis en Medoc 2008, Chateau Chasse-Spleen , 13 gradi.

6/7/2013 Chateau Chasse-Spleen ha una storia antica ed un nome curioso: per le sue origini bisogna risalire al 1720, in pieno Illuminismo; ma per il nome c’è una storia romantica. Pare infatti che Lord Byron, in viaggio verso il sud Europa e trovandosi in difficoltà, venisse ospitato dalla famiglia proprietaria dello Chateau, che gli offrì del vino. Questi lo gradì, dicendo che “cacciava lo spleen”, ovvero la malinconia e la noia di vivere. Ora io ce l’ho nel mio bicchiere e…chissà? Chateau Chassé-Spleen è tenuta non piccola (e delle grandi cantine diffido), e siamo a Moulis en Medòc: certo, Margaux è li’ a due passi, tuttavia Moulis non è un villaggio decantanto, non riempie col suo nome la bocca di chi cerca non il vino nella bottiglia, ma lo status sociale sull’etichetta. Io curioso lo verso; lui scende nel calice ampio svelandosi rosso rubino, bellissimo e giovanile, trasparente, con riflessi ancora purpurei, modulando archetti capricciosi sul vetro, frastagliati. L’aroma è intenso, appassionante, serio,seducente, femminile; tutto quel che ti aspetti da un grande di Bordeaux: nitidissime la noce di cocco e la vaniglia; poi la frutta freschissima e matura: la nera (mirtilli, more, prugne), ma soprattutto la rossa: ciliegia, lampone ed una sorprendente, vivida,  intensissima appena lo apri, fragola carnosa, concreta, rinfrescante. Su tutto,  una nobile velatura di cera d’api, a creare una distanza, un cannocchiale prospettico che ne evidenzia l’armonia,  l’emergere incantato delle torri di un castello dalle nebbie. Un aroma il suo  -si diceva- serio, composto; ma che attraverso le nari ti stuzzica, ti invita alla beva. Che si fa desiderio insopprimibile e gioiosa sorpresa: perché sulla bocca subito guizza leggero, danzando sulla lingua come una ballerina col tutù, pervadendo gioioso il palato e il cavo orale come la risata di Bacco; perché il corpo c’è, ma non è prevaricante; anzi  è scorrevole, passante, delicato, vivo, carezzevole e scherzoso. L’acidità è luminosa, ma non ti abbaglia; il tannino c’è -eccome- ma ha la consistenza di una cipria; e il suo sapore è più irradiante che avvolgente, è leggero e soave, senza pesantezze. Fosse una persona, sarebbe di quelle che sulle prime sembrano tanto austere, ma che in fretta scopri divertenti e giocose. Qui è la sua eccellenza: la sorpresa impagabile di un Bordeaux del Medòc vero (infatti tanto cabernet e un po’ di merlot e di petit verdot), ma bevibile, invitante, non monumentale, finalmente col volto sorridente e umano, che si presenta a braccia aperte; quasi, verrebbe fatto di pensare, un Bordeaux quotidiano. Non c’è che dire: il buon vecchio Byron, ne capiva! Perfetto sulle carni, l’ho gustato con piacere estremo su una zuppa di cipolle alla maniera antica toscana: senza il formaggio. Ha una bella vita davanti a sé; ma come resistere, e non berlo ora?

Pauillac Chateau Batailley, 5ème Cru Classé 2004

Chateau Batailley deve il suo nome ad una battaglia decisiva della Guerra dei Cent’Anni. Dove oggi sta il candido edificio del Castello e dove  sono le vigne, nel 1452 armigeri e cavalieri si combatterono, in un cozzare selvaggio di armature, di spade sguainate, di cannoni tonanti, catapulte, palle incendiarie, frecce, stendardi svolazzanti ridotti a brandelli dalla furia degli uomini, come vele dalla  tempesta. E sangue fu versato. Diceva Veronelli che se due ragazzi fanno l’amore in una vigna, l’anno dopo il vino verrà più buono. Come dovrebbe essere  allora il Paillac di Chateau Batailley? In realtà, è quanto ci si aspetta da un buon Bordeaux, già considerato di rango nella classificazione del 1855: un vino dal carattere serio. Ormai  a 9 anni dalla vendemmia è a un buon punto di evoluzione. La sua tinta è rubina profonda, quasi sanguigna, che prelude ad un vino ricco di estratti, ma non troppo alcolico (13%), muovendosi in un bell’equilibrio tra forza e grazia, tra piacere fisico e razionale distacco. L’aroma, intenso e profondo, è pure classico bordolese: ribes nero, prugne essicate, un aroma di peperoni gentilmente grigliati  su un fuoco dolce di brace, portato dal vento, nell’aria, sul far della sera; cedro, cera d’api, incensi; un tocco lontano, come l’eco di un ricordo, di vaniglia; respirando, lascia emergere anche un tono di violetta appena appassita. In bocca e’ setoso e delicato, carezzevole: seppur non privo di tannini, essi sono maturi, educati, come cipria fini, non ti disturbano, non ti aggrediscono. Allo stesso modo, la sua acidità è conciliante, rinfrescante:  è ancora discrezione, è educazione. Anche gustoso, pieno e potente: ma con levità, con un che di sfuggente, che invita a riberlo ed inseguirlo, bicchiere dopo bicchiere, con facilità incurante del suo spessore. Piace all’intenditore, ma appaga anche chi apprezza la semplice beva. Eccellente su un agnello o su formaggi a pasta molle tipo Camembert, o perfino su una pasta con un buon ragù di carne, è un affidabile viatico per scoprire il territorio; tutto sommato, a prezzi ragionevoli. Eppure manca qualche cosa: sarà un po’ di complessità? Sarà piuttosto un pizzico di emozione? Sarà magari il ricordo dell’antica battaglia, a raggelar la terra e le vigne; a negare, di fronte alla memoria dell’orrore, l’abbandono al pieno piacere?