St. Julien 2001, Chateau Gloria, 12,5 gradi.

Viene persino troppo facile il gioco di parole e dire che qui c’è tutta la gloria del miglior Bordeaux della riva sinistra. Eppure è così: questo rosso quindicenne, di uno Chateau non classificato nella  celebre partizione del 1855 principalmente perché nato nel solo nel 1942 (che cosa significa la continuità aziendale a Bordeaux!), ma con vigne su terreni di tenute incluse nella classificazione 1855, possiede grazia, riserbo, profondità e sensualità combinate in modo rarissimo. Vino femminile, evoca quel tipo di donne da sposare: che ti faranno godere la vita intera, ma senza scosse, sapendo di poter sempre contare su di loro. Un Bordeaux questo che sa anche garantire poesia, non solo prosa. Di color rubino tendente nettamente al granato, profondo ma non impenetrabile, con gocciole veloci, fitte, che si dispongono in archetti irregolari, anche appena aperto sa esprimersi immediato e bene, con un olfatto intensissimo e molto concentrato, ma sfaccettato, profondo, commovente: sa di casa, di amore, di ricordi; ma qual è il profumo dell’amore? Più prosaicamente – amico o amica che mi leggi- vi troverai frutta nera principalmente: mirtilli e more,  prugne, ma anche tocchi di uva sultanina; non manca però la rossa : lamponi, ciliegie e amarene; e persino la buccia di pera. Ovviamente c’è quello che gli inglesi chiamano cigarbox e che per me è una commistione di tabacco, legno e cera: è la firma di un buon Medoc invecchiato. Poi, quasi rinfrescandolo, un deciso spunto mentolato, unito a note di pietra focaia. Infine, l’erbaceo: muschio, foglie di leccio e chioma di cipresso ( ma sono sicuro che qualcuno qualcuno citerebbe la marjuana….). Però  tutti questi aromi, benché variegati e ricchi, presi singolarmente non dicono molto: è la loro fusione perfetta a rendere questo vino commovente; perché possiede un che di antico, ma vitale, com’era la chiesa di San Barnaba di Milano prima dei lavori, con la devozione popolare: nell’oscurità della volta e dei muri il baluginare delle candele e degli ex voto, il fascino macabro delle reliquie nella cripta, poi tutto ahimè normalizzato sotto una coltre asettica di oro ed avorio. Tornando a questo Chateau Gloria magari vi distingui ad esempio la vaniglia, ma l’insieme è più che altro il ricordo di una credenza, o l’odore di un palazzo d’epoca (ricordo la villa Garzoni di un tempo, a Collodi, quando ne giravo bambino le stanze barocche dai pavimenti di cotto, lucidi). Al palato è delicatissimo ed estremamente signorile, ma con energia e dinamismo interno, come avesse un filo d’argento sotto traccia che lo anima. Vino senza dubbio secco, senza residui zuccherini, eppure puoi dirne l’attacco dolcissimo, perché quasi impalpabile. Ha progressione sicura verso un’ apertura solare del gusto, in sequenza,un vero crescendo. È croccante, persino.  Ha acidità solida, un tannino ben presente ma raffinato, un corpo gentile ma polposo, una lunghezza notevole: magari non eterna, ma equilibratissima, anch’essa sfaccettata e profonda, calda. Un vino che ha la dote rara di saper essere essere lieve, flessibile, carezzevole, avvolgente, fresco, malgrado la sua complessità e forza. L’ho trovato discreto su straccetti di vitello, ottimo su un formaggio inglese vaccino ( Hawes Wensleydale), eccellente su pancotto integrale con patate e carote, lo proverei su selvaggina da penna fiducioso di trovarvelo ideale. L’appassionato snob che beve solo Borgogna, poverino, sentisse questo Bordeaux! Colto in uno splendido stato di grazia, poco importa se come una farfalla che dura solo una notte perda rapidamente intensità ed anche l’equilibrio ne risenta: il ricordo della sua perfezione provvisoria resta indelebile.

Bonnezaux 2012 Chateau La Variere, J. Beaujeau,11 gradi

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Si parla talvolta dei vini della Valle della Loira, generalizzando: risulta comodo riferirsi ad un distretto vinicolo caratterizzato dallo svolgersi di un lungo fiume. Il concetto tuttavia rimane un’entità astratta, tanti sono i diversi territori che il fiume incontra e percorre nel suo lungo cammino, quattrocento e passa chilometri da Puilly giù giù scorrendo verso l’occaso fino a Nantes e l’Altantico. Terreni, esposizioni, microclimi, uve: tutti questi aspetti combinati dalla mano dell’uomo secondo la propria tradizione e il sentimento germogliano vini tra loro diversissimi: bianchi, rossi, rosati, fermi e mossi, secchi e dolci. Eppure un filo conduttore tra loro si più trovare e lo chiamerei eleganza: lo descriveresti magari impiegando – amico, amica che mi leggi-  parametri organolettici quali l’acidità o il corpo, ma ne mancheresti l’essenza, che forse è nella trasparenza dei cieli, dove i nembi si raccolgono come riccioli di serafini; forse nel loro dialogo muto con le onde del fiume; forse in un’intima matrice culturale, la stessa che ha dato vita a decine di castelli che paiono più di cristallo che di pietra, con le loro torri snelle, svettanti, appuntite; la stessa che accolse Leonardo da Vinci quasi reietto in patria e qui accolto con onori da sovrano e amore filiale da Francesco I Re di Francia. Chissà quali erano allora i vini sulle mense notabili e se assomigliavano a questo Bonnezeaux? L’antica gloria dei vini dell’Anjou, ed in particolare da quelli della Coteaux du Layon, sta proprio in quelli dolci da uva chenin blanc, secoli addietro ancor più apprezzati di quanto non lo siano oggi. Bonnezeaux è una appellatiòn piccolissima,  solo 90 ettari, praticamente un “cru”: per darti un’idea, amico o amica che mi leggi, una piccola DOC italiana come la lucchese Montecarlo conta circa 300 ettari. Però in quell’angoletto di Francia esistono condizioni speciali: terreni fortemente pendenti e rivolti a sud, con notevoli escursioni termiche e suoli superficiali di arenarie, scisti, quarzi. La Loira è lontana, il suo influsso nullo o marginale; in compenso c’è il fiume Layon che forma un’ampia ansa e l’autunno fa risalire nebbie mattutine. Ne risultano uve capaci di potenti maturazioni in un clima che permette l’appassimento sulla pianta e spesso la formazione della muffa nobile: quella Botrytis Cinerea che dona ai vini aromi tanto ricercati e particolari, alte concentrazioni zuccherine e tessiture oleose, vellutate. Mi chiederai: “è vera gloria quella di quei pochi ettari? ” . Per apprezzare il valore del territorio intorno a Bonnezaux mi c’è voluto l’incontro fortuito con questa bottiglia in un supermercato sulle Alpi Francesi: perché un 2012, ad ascoltare un decano tra gli assaggiatori britannici, Hugh Johnson, sarebbe da evitare a tutti i costi, stante la cattiva annata. Sia pure: se questo esprime Bonnezaux in un millesimo sfortunato, allora ne capisco la fama. Perché è difficile resistergli anche solo sostenedo lo sguardo di fronte a quel color d’ambra con splendidi riflessi, mentre viscoso forma un velo uniforme che si ritira lentamente, accennando lacrime sul calice. Avvicinalo a te, di profumo ti avvolge, intenso, combinando la freschezza dello Chenin Blanc con gli aromi tipici della muffa nobile ed un principio di quelli dell’invecchiamento: avrai allora la marmellata di albicocche, la pesca sciroppata, ma anche il bergamotto e il chinotto, la buccia d’arancia caramellata, la crema ed il caramello stesso. Soprattutto, sorprendente, una quantità incredibile di zafferano, piacevolissimo, ricco e un po’ pungente. In bocca è forse ancora più espressivo: molto dolce, certo, ma insieme è caldo, vellutato e scattante. Poi, sul finire, abbandona la scena con grazia, quasi svanisse con un eco, come quei grandi attori che pur lasciato il palcoscenico sembrano ancora farne vibrare le assi della loro presenza. Potresti forse volerlo più complesso ed intenso, ma lì è la misura, io credo, tra la grande e la piccola annata. Trova il suo posto in tavola, come d’uso e tradizione, con il foie gras, i formaggi erborinati e lo tenterei pure su una crostata d’albicocche, purché ricca e burrosa. Tuttavia per me è stato compagno prezioso di brindisi al sole, nell’aria fresca di verdi prati montani: la sua perfezione è quella. Oppure per una meditazione più intima, le sere d’estate.

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Bandol Rosè 2014, Chateau Barthes,13,5 gradi.

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Il vino rosato soffre ancora purtroppo di una scarsa considerazione da parte di tanti bevitori. “Vino per donne”, secondo alcuni;  "per l’estate", secondo altri;  alla fine, una seconda scelta.
Io invece ne resto affascinato – e se guardo a chi di vino se ne intende davvero, sono per fortuna in buona compagnia. Ne amo la magia visiva, la delicatezza al gusto e all’olfatto, la flessibilità negli abbinamenti e nelle occasioni della vita. Parlo ovviamente dei migliori rosati, giacché purtroppo non sempre chi produce dà a questa tipologia la dovuta considerazione.
Certe zone hanno nel rosato addirittura uno dei loro simboli e i quelli provenzali sono un’icona: la Costa Azzurra, le barche a vela, il Jet-Set, soprattutto la bellezza fatata di luoghi che nemmeno il turismo più selvaggio – e la relativa speculazione- è riuscito a obnubilare. Però nemmeno qui è tutto oro. Con i vini di Bandol, che rientrano in una AOC, per la mia piccola esperienza si va sul sicuro. Dalla costa tra Tolosa e Marsiglia per qualche chilometro nell’interno, terreni poco fertili e di conseguenza rese in vino per ettaro assai ridotte; vigne ripide a terrazzi che impediscono la meccanizzazione e impongono il lavoro manuale; infine la predominanza dell’uva mourvedre, che garantisce ai vini strutture solidissime.
Fin qui la teoria. La pratica è questo Bandol 2014 di Chateau Barthes che ho nel bicchiere, così emblematico. I rosati provenzali sono abitualmente piuttosto pallidi al colore: anzi, l’appassionato alla moda guarderà con sospetto tutti i rosè più carichi, che virano un po’ al cerasuolo. Tu – amico o amica che mi leggi – a ciò non far troppo caso, perché – vedi- anche questo Bandol ha una tinta salmone di media profondità che vira già un poco alla buccia di cipolla; e che c’è di male, se ha preso il sole del Mediterraneo e lo porta con sè? Gocciole sul calice ne accenna appena: è più un velo di glicole che si dissolve. Ma l’aroma, quello è la sua essenza! Eccola lì la Provenza, lì la Costa Azzurra, e non è solo l’associazione di idee con vacanze lontane. Lì – vero è – sta la terra, in quel bouquet di fiori che unisce i boccioli dei giardini delle ville ai fiori selvatici della macchia. I fiori del pesco e il loro frutto, il profumo della buccia quando è ancora fresca nella fase primissima della maturità. Fragole ancora madide di rugiada e la ricercatezza del pompelmo rosa. Ed oltre un sentore solare e salino, quell’odore puro del mare come lo sentivo lasciando gli ormeggi a Port Grimaud e nell’aria di maggio alle isole Porquerol, che si mischiava all’erba tagliata. Coerentemente, bevendolo, offre un corpo di giusta pienezza e stoffa, sano, gustoso (fragola, un tocco di pomodoro e uno di liquirizia), in equilibrio di pieni e vuoti; secco ma non allappante; fresco sulle prime con un’acidità media e felicemente diffusa, ma poi caldo in un finale che ha ricordi di mandorla ed è ben proporzionato nell’allungo, in un’alternanza continua supportata da una piacevole salinità al centro del sorso, che invoglia la beva. Certo, chiama a gran voce la cucina di mare, con gli intingoli e le erbe aromatiche magari; ma, con le stesse erbe, arrostite nemmeno disdegnerà le carni bianche. Io l’goduto con gran piacere sulla pizza. Vedi, il rosato? Ma chi davvero ama il vino non guarda tanto al genere ed al colore, perché apprezza anzitutto le differenze. C’è un’espressione di Luigi Veronelli che amo molto e che racchiude, credo, tutta la sua opera di filosofo e via via delle altre cose che è stato: “festeggiare la vita”. Non è sempre facile riuscirvi, ma ecco, amico o amica mia: questo è un vino giusto per festeggiarla, anche oggi che si piangono tante ingiuste morti.

Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

Muscadet Sevre et Maine “sur lie” 2012, Chateau du Cleray, 12 gradi

Per chi e’ nato tra le dolci sponde del Mediterraneo l’Oceano riserva un fascino tutto particolare. La nostra idea di mare e’ una morbida e calda culla; anche quando infuriato mugghia tempestoso sugli scogli, e’ come il rimprovero accorato di una voce appassionata e piena d’amore. L’Oceano no, e’ diverso: distesa immensa e fredda, che sgomenta: “fatti non foste a viver come bruti…”, la sfida e la ricerca, l’anelito verso l’infinito. L’Atlantico, la’ dove la Loira nel settentrione della Francia esaurisce il suo corso, riserva poi immagini rarefatte e nordiche, rinfrescando con le sue brezze le terre interne per diversi chilometri. Li’, nei dintorni di Nantes, nasce il Muscadet: e se sogni di sederti nel silenzio di un tranquillo ristorantino della costa, riguardando la sorda vastità dell’acqua, godendone i frutti freschissimi e crudi (le ostriche su tutto, così succose di salmastro), quello è il vino che abbinerai, secondo un cliché enogastronomico per una volta sensato. Ahimè, trovarne di buoni: perché tanti Muscadet sono, con disappunto, liquidi inodore e insapore. Ma questo di Chateau du Cleray, -annosa azienda forte dei suoi 95 ettari su suoli siliceo argillosi nei pressi di Vallet- lo rappresenta al meglio: si’, l’avrai pallidissimo paglierino nel calice; con un aroma che ha uno spunto delicato, salvo poi insinuarsi nell’olfatto in crescendo fino a divenire intenso: di agrumi (limone e cedro), di pesche fresche ed acidule, ancora appena un poco acerbe, e di piccole susine verdi, di pietre e di muschio bagnati, di erba verde tagliata poco dopo un temporale, con una personalità originalissima ma che nasce sotto il segno della discrezione. Non si impone, no, nemmeno al palato: secco più del gusto oggi corrente, corpo esile, ma nervoso e guizzante di un’acidità ferma, di un carisma salino che parla di terra e di mare che fanno all’amore, malia portata dal soffio del vento; e con questa sua energia discreta, che non e’ peso e forza muscolare, ma tensione nervosa, tempismo, coordinamento motorio, ti pulisce il palato, lo accarezza cremoso, lo stimola, lo rinfresca ed a lungo vi permane. Ecco un vino che vince perché non si impone; che nella sua ritrosia trova la misura per conquistarti; che nel sussurrare ti obbliga ad ascoltarlo, perché ha cose importanti da dire: voce per levarti la sete, per ristorarti amica nel tuo viaggio, di ogni superfluo privatasi. Si diceva per fama perfetto con le crudita’ di mare ed è verità; ma tu godine anche per raffinatissimo aperitivo o come sorprendente compagno di formaggi a crosta fiorita.