Brut Argentina Methode Traditionelle , Chandon, lot.17273, 13 gradi.


Certo che un Metodo Classico argentino incuriosisce…e quel nome, Chandon?Massi’, come hai fatto a non pensarci! Voila’: la celebre Maison di Champagne Moet & Chandon sul finire degli anni Cinquanta cercava nuovi spazi – in tutti i sensi- ed andò fino in Argentina per scovarli. Poi, già che c’era, si concesse altre zingarate, in Australia ad esempio, ma questa e’ un’altra storia. Fatto sta che ai piedi delle Ande trovo alcune zone adatte ad impiantarvi Chardonnay e Pinot Noir per le basi spumante; il bagaglio tecnico certo non mancava…c’è eccoci qua. “Sicche’, com’è codesto spumante?”, tu mi dirai, “assomiglia a uno Champagne?”. Piano, piano: si sente che è un Metodo Classico fatto molto bene, senza sbavature, con tanta sapienza; ma, tecnica a parte, il territorio conta ancora qualcosa e quello dello Champagne dice ancora la sua: o piuttosto la sventola, la esibisce con una grazia ed una forza di convincimento senza pari. Però qui hai un ottimo spumante, con un bel colore dorato scarico, una mousse sulle prime quasi un po’ aggressiva ma dalla bolla molto fine e persistente. Al naso e’ un po’ più caldo, maturo e fruttato (ecco un termine in voga tra la fine degli anni Novanta e i Duemila!), di uno Champagne, con belle note di cedro, di buccia di albicocca, di lime, di banana; ma non mancano poi gli aromi di lieviti, di crosta di pane e di mandorla amara, e soprattutto una certa affumicatura intrigante, si’, ma insistente. Ed alla bocca e’ importante, benché non pesante, di buon corpo e discreta lunghezza, con un che di piacevolmente salato che rende dinamica ed interessante la beva, ed una acidità bella alta, eppure sempre più abbordabile di quella di un “vero” Champagne; e sempre quella certa terrosa affumicatura, che si sostituisce alla snella slanciata eleganza dei migliori francesi e che, per dirla tutta, un pochino -poco- mi fa pensare a un Cava di Spagna. E dunque? A me garba, perché interpreta in un modo originale, più ciccione e caciarone, un’idea di vino spumante diversamente non solo elegante, ma persino austera, rendendola gioviale ed amichevole perché virata sul frutto, sulla bolla titillante senza timidezze (anzi, quasi un po’ aggressiva), su na acidità non bassa ma certo contenuta, su una certa carnosità cui contribuisce un dosaggio mi pare non proprio minimo, forse consono agli standard gustativi del cosiddetto Nuovo Mondo. Tuttavia -amico, amica che mi leggi- ti prometto che si fa apprezzare come e più di certi Franciacorta nostrali (quelli, sia chiaro, vinificati senza troppa cura). Ed infatti senza troppo riguardo me lo son goduto -absit injuria verbis- con due salsicce toscane bollite.

Franciacorta Brut Enrico Gatti, sboccatura ottobre 2010, 13 gradi.


Certo che bere bollicine (non amo questo termine, ma mi adeguo!) e’ sempre un piacere, soprattutto quando non c’è altro “perché” se non la gioia della tavola.
Bollicine quotidiane? Magari così si esagera, diciamo piuttosto che ci son bottiglie che tale piacere invogliano a regalarselo di quando in quando, o magari anche spesso. Prendiamo questo a Franciacorta Brut di Enrico Gatti, che produce in totale 130.000 bottiglie, nemmeno tantissime per gli standard della zona. Al di la’ della veste accattivante dell’etichetta,semplice ma signorile (anche l’occhio vuole la sua parte) e’ soprattutto un vino benfatto e direi sincero: perché non si atteggia, non fa il di più, non vuol sembrare ciò che non e’; insomma, lontano da certi spumanti (e ce ne sono! Anche in Franciacorta) che fan la voce grossa senza averne adeguata struttura, ma solo a forza di dosaggi zuccherini e liquorosi e di lunghe permanenze sui lieviti, cercando così di mascherare, possibilmente, le carenze del vino base e dell’uva. Questo di Gatti, 100% chardonnay, tenuto 18 mesi sui lieviti ( malgrado sia stato sboccato tre anni e mezzo fa, e’ ancora in un’ottima condizione giovanile) fa il suo con onestà, col suo color paglierino scarico e con un perlage sottile, persistente e fitto ed assai spumoso, che titilla più che accarezzare. Non ti soverchia di aromi e non cerca complessità’ estreme, ma profuma intensamente di fiori bianchi e gialli, pompelmo, susine verdi, banana, un tocco di nocciole fresche, di miele d’acacia e crosta di pane, ma non di un robusto filone campagnolo, piuttosto di un panino all’olio. Forse appena una punta di burro ve la puoi trovare. Soprattutto però è nitido, pulito, solare. Al sorso e’ giustamente secco, ha una bella mineralita’ salina, un’acidità più che sufficiente a caratterizzarlo nel senso di una tensione sonante, piuttosto che in uno sfrangiarsi cremoso sul palato – anche fosse, però, che ci sarebbe di male se fosse salva la misura? Ma il corpo c’è e pure al persistenza, ancora su ricordi appena un po’ iodati, delicati di nocciole fresche e più decisi di pompelmo. Ne’ largo, dolciastro, piacione e tutto lustrini; ne’ meditabondo come il Pensatore di Rodin o i cupi santi di El Greco e giocato sul filo dell’ossidazione, neppure tagliente ed ossuto come vogliono certe tendenze un po’ autopunitive (e…“io bevo solo Pas dose’” dice l’enochic), piuttosto impostato sulla freschezza, sul conservare una certa purezza della materia, ma senza ossessioni; insomma, la sua chiave e’ un’equilibrio che direi quasi mozartiano laddove e’ la levità sorridente della forma a creare la sostanza. Forse per questo non sarà mai di moda: parafrasando una vecchia battuta e restando in tema musicale, l’equilibrio e’ come la musica da camera: buona, ma la praticano in pochi.

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Mandorlo Toscana Bianco IGT 2010, Montellori, 12,5 gradi.


Che bello nel suo giallo limone caldo e intenso -quasi diresti al limitar dell’oro ora che per più di tre anni la bottiglia lo ha accolto- che disegna archetti fitti, lenti e viscosi. Viene da una cantina storica di Fucecchio, Montellori, attiva dall’Ottocento, e lo fanno con vigne sparse sulle alture della zona tra Empoli e il Montalbano, impiegando un uvaggio originale e forestiero: chardonnay, viogner, sauvignon. Che buono il suo aroma, delicato ma penetrante e puro: susine verdi, agrume, albicocche, banane, tocchi verdi di aspargo e alloro, note più dolci di burro e crosta di pane, quasi da vecchio champagne. Com’è setoso al palato, carezzevole, giustamente secco, di corpo agile ma non magro, acidità vivace ma non spinta, gradevolmente salino ma con moderazione, persistente e lungo sui sapori che trovavi all’olfatto, con in più un sentore finale piacevole di te’ verde e vaniglia. Vino appagante, che ho goduto su baccalà fritti e cipolline porrettane padellate, si fa gustare sempre con piacere nelle più varie occasioni, dall’aperitivo al pasto quotidiano a quello della festa. Soprattutto, malgrado le uve foreste, sinceramente toscano nel suo non esser rileccato, ma piuttosto energico e con la schiena dritta: d’altra parte, non era forse così anche l’Indro nazionale, di Fucecchio? Prendi la tua auto, sali le balze del Montalbano che guardano le terre basse e liquide del Padule, scopri le vigne nascoste fra i boschi; esplora le colline di Cerreto, basse, morbide come i fianchi di donna. Si’, sembra unire la freschezza di uno Chablis e la concentrazione di un Mersault di Borgogna questo Mandorlo, ma invece di li’ viene, di quelle terre gentili, scelte con cura ed ingegno per creare il bilanciamento perfetto. Anche in questo figlio di un ideale toscanissimo e antico: la mente alla ricerca del bello; come insegnava, venendo da quelle stesse vigne, l’Uomo di Vinci. Puoi gustarlo per aperitivo, sugli antipasti, sui primi, sul pesce, perfino sulle carni bianche: ti sorprenderai per la sua flessibilità.

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Chassagne Montrachet 1er Cru “Morgeot” 2008, Gagnard Delagrange, 13 gradi.


Si può essere snob su tante cose, ma non sui bianchi di Borgogna: la fusione di forza, finezza, complessità, grazia, facilità e piacevolezza che lo Chardonnay vi sa esprimere ha davvero pochi uguali (si può dire – senza lesa maestà- che i rossi locali hanno più concorrenza?). Si prenda questo bel vino di Gagnard Delagrange (un vero e proprio clan: Gagnard e’ in Borgogna cognome frequente come Conterno o Mascarello nelle Langhe). Viene dal comune più meridionale della Cote de Beaune, dalla vigna Morgeot, quasi più famosa per i rossi che per i bianchi: anzi, solo dopo gli attacchi mortali della fillossera si è cominciato a impiantarvi in quantità uve bianche e più che altro perché lo chiedeva il mercato. Bene: in quel suo ancor giovanile color limone piuttosto tenue, dove ancora trovi accenti verdolini di giovinezza e che ondeggia magro nel tuo calice senza lasciare archetti, trovi una straordinaria energia: tensione e struttura per una beva indiavolata, che quasi nemmeno sospetteresti in uno Chardonnay di 6 anni. Certo, immergendovi il naso nei suoi aromi e’ tutto al posto giusto: non prevaricano, ma son ben presenti, alternando agrumi maturi ma freschi (i limoni, mi ricordo, di Amalfi: enormi, golosi al solo vedersi, con le foglie appuntite, così aromatiche), le susine verdi, tocchi di pesca e di frutta tropicale, accennati appena con grazia infinita (ecco la banana, l’ananasso, il mango); e, com’è tradizione, il vino passa legno piccolo e malolattica, ma le note che ne derivano, di vaniglia e di burro, le troverai solo con la ricerca, ben integrate, nascoste, per lasciar parlare l’uva nella sua splendida nudità, nel declinarsi un poco alla nocciola segnando il principio di un virtuoso invecchiamento. Ed ecco che allora sul palato li ritroverai codesti aromi, ma sarà il suo sorso a conquistarti per l’alta acidità ficcante, per una salinità che parla di terra, quasi a formare la struttura di un vino rosso, per un’intensità concentrata e decisa nel suo essere non muscolare, ma nervosa, per una persistenza, questa si’, lunga e che non si spenge, ma giocata su toni dolci, come a ravvivare un amoroso ricordo. L’ho goduto su un morbido risotto bianco ravvivato da un tocco sottile di maggiorana, ma più ancora su un piatto di delicatezza francescana: patate, carote e cipolla bollite, condite con l’olio extravergine di Poggio Antico, Montalcino. Puoi berlo ora, amico, amica mia; ma se mi dai retta tienine da conto per qualche anno: ha il tempo dalla sua.

Puligny Montrachet Premier Cru Les Folatieres 2008, Jean Luis Chavy, 13,5 gradi.

Che la Borgogna sia patria di grandi bianchi è cosa nota e risaputa: vaddasé che vivrai l’apertura di ogni bottiglia come un’epifania, specie se si tratta di un Premier Cru. Les Folatieres, in quel di  Puligny-Montrachet: poco meno di 18 ettari nella capitale mondiale del vino bianco, se ce n’è una. Qui – ça va sans dire- lo Chardonnay “dominat et imperat”: vitigno internazionale per eccellenza, è l’autoctono di casa, fin dal tempo dei Romani; lo immagini -nello spasmo dell’attesa- il modello perfetto, quasi un David liquido anziché marmoreo. E cavato il  tappo (lunghissimo sughero compatto, e tanto di cappello ai francesi che nella confezione ci san proprio fare), al solo accostar del naso alla bottiglia non puoi che lasciarti scappare un’esclamazione di gioia e piacere, tanto è ampio e complesso l’aroma che ti invade le nari e la mente di soddisfazione. Se lo versi, suvvia: non si resta insensibili a quel paglierino non troppo carico, ma con sfumature da dar quasi sull’oro; però -aspetta- si ferma, di un sol passo, appen prima. Puoi tu resistere ad odorarlo, adorarlo ancora, e piuttosto vibrarlo nel calice, per vederne gli archetti? Fitti sì, ma evanescenti, da vino più magro e scattante che altro.  Sia: non si può attender oltre a tuffarvi il naso, abbandonandosi al piacere, che si fa più intenso con i minuti e con l’ossigeno, in un romantico abbandono. Epperò, qui si istilla il dubbio, se appena un poco di spirito critico sai mantenere. Perché, vedi, senza tanto intorno girarci, è il legno che domina: vaniglia e cocco, dolcissime e meravigliose, ma che si sovrappongono senza ancor trovare vera integrazione ad agrumi freschi e possenti (limone e cedro su tutti, sfumando appena nel chinotto); a frutta tropicale (ananas, sì; banana anche, ma in forma di glorioso, goloso gelato); a orlature di sambuca biancospino; a un certo piccantino di peperoni verdi, più deciso al salir della temperatura; ed, appena, a un che di latteo: burro fresco e più ancora yoghurt. In bocca apre corposo, quasi carnoso, con suplesse nobiliare; continua salato, chiamando altra beva; poi chiude piccante ed altamente acido, solleticando il palato, quasi scherzosamente ribelle, a ribadire la sua originalità; con intensità vibrante di gusto, lunga; ed un retronasale di perfetta rispondenza con le sensazioni precedenti, non fosse per un nonsoché aggiuntivo di candito, che ha il sapore di un ultimo, compiacente regalo; ma senza alcuna pesantezza, stupendo alla luce dei suoi 5 anni. Vino omogeneo, quello no; non è nella rotonda armonia che hai da coglierne il privilegio; anzi, pare a tratti vino a due marce, come certi scattanti ciclomotori Garelli d’antan, con i quali ronzavamo le campagne; caldo e fresco insieme, giovine e vecchio. Eppure, non ne puoi negare il fascino: che nasce dai contrasti, da un’opposizione di forze, da un incrociarsi di linee sghembe in un’unica via di fuga, nella tensione di un equilibrio non mai risolta, ma capace di una sua compiutezza statica; quasi fosse una cattedrale gotica, vivida opponendo vetro e roccia, verticali pinnacoli e le spinte possenti degli archi rampanti. E col tempo, è sicuro, sapranno le pietre assestarsi. Abbinamenti: una trota di fiume cotta nel burro; ed in genere preparazioni dove siano attori il burro stesso e le uova. Poi- perché no? – una cotoletta di pollo e finanche  un cordon bleu. Io, amante del rischio, me ne serbo qualche sorso su una fette sottili come ostia di porchetta cotta a legna.

Chardonnay La Verruka IGT Toscana 2010,Enzo Carmignani, 13 gradi,

18/08/2013 L’azienda Enzo Carmignani e’ piccina, in quel di Montecarlo, borgo antico che si stende come un gatto che riposa sul suo colle in Lucchesia. Se vedi la cantina, al piano terra di una vecchia casa di podere, quasi sospesa sul crinale del poggio, capisci la dimensione di una viticultura antica – il vino di qui era apprezzato fin dal Medioevo – frazionata, artigianale; ed in una certa misura anche eroica, certo piu’ vicina alla sussistenza che alla ricchezza: oggi, forse, queste vigne sarebbero denaro piu’ sonante se coperte di mattoni che di grappoli dorati. Ma c’e’ chi resiste. Questo Chardonnay, nitido e preciso nel suo bel giallo limone. L’aroma ben presente; educato pero’, che non stordisce; articolato e trasparente di cedro e limoni e susine e mele verdi, e golden; e mirto bianco; leggero ed etereo di biancospino, di salvia e di erba verde tagliata. In bocca e’ di giusto corpo, in perfetta armonia tra alcol, spessore e decisa acidita’, di leggerezza adolescenziale sul limitare del farsi donna. E come se ella corresse allungando un velo sul limitare delle vigne, tale e’ la sua persistenza; per poi chiudere secco, pulente, con quel che d’amaro che ancor piu’ fa risaltare i sapori delle vivande, in un chiaroscuro che restituisce un po’ il senso di un’antica polifonia. Mi piace per il suo senso della misura, per quella sua intima grazia che puo’ esser solo figlia della culla del Rinascimento. Perche’ se questo vino nasce da un’uva francese, pure e’ nettamente italiano: perche’ parla di sole, di cieli azzurri, di acque sonanti; e la sua bocca snella, piu’ dritta che larga, ha la bellezza della torre di Montecarlo, che tende i suoi mattoni da secoli verso l’immensita’ azzurra.

per saperne di più: http://www.fattoriacarmignani.com/

Annick 2011, Bianco Toscano IGT, Cosimo Maria Masini. 13,5 gradi.

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Ti sorprende, a versarlo nel bicchiere, per quel certo suo color limone pallido, dai riflessi verdognoli: giovane e fresco, tu l’aspettavi diverso. Perché si fa di chardonnay e sauvignon e spesso non trovi chi abbia nel vinificar queste uve la mano leggera. E poi perché viene da San Miniato: valla a vedere, ritta e turrita sul suo colle orgogliosamente solitario, a dominare la piana dell’Arno; vedine le mura possenti di mattoni rossi; capirai quel che dico. Qui l’estate e’ più estate che altrove, perfino a paragone delle altre terre di Toscana: vi nascon rossi ampi, caldi, corposi, ruspanti perfino. Ed ancora: tu sai che l’azienda di Cosimo Maria Masini coltiva la vigna secondo regime biodinamico e pratica pochi interventi in cantina: sei dunque lontano da scuole e stili di algida tecnologia, ad assicurare al vino la perfezione formale, la pulizia e la freschezza. Ma questo e’, e t’incanta flessuoso mentre danza nel bicchiere, luminoso mentre i vitrei bordi del calice disegna di glicole, che si compone in fitti archetti irregolari, ma poi subito disvapora lasciandovi una miriade di gocciole come di pioggia. Ne godi poi l’aroma intenso e ti ritrovi felice in in mondo lontano anni luce da qualunque standard scontato (l’asparago del sauvignon, la banana dello chardonnay), ma personale, equilibrato, dando un senso miracoloso a quest’uvaggio apparentemente arbitrario o composto al solo pro di mercato. Qui hai soprattutto un sorriso birbante e sensuale di fiori bianchi, di frutta a pasta bianca; ma anche -e ti piace- albicocca non troppo matura, l’aromaticità della foglia di salvia, ammorbidita da note spiccate di lieviti e burro freschissimo; senza però conoscere alcuna mollezza, perché pure vi trovi, finissima, la traccia della pietra ridotta in ciottoli e scheletro. Ne’ vi manca – e mi intriga- quel che della buccia dell’uva: perché pochi grappoli dello chardonnay son lasciati a macerare nel mosto per una notte; ed ancora sottilissima acidità’ volatile – ne’ mi disgarba e piuttosto mi stuzzica. In bocca lo trovi poi fresco e di corpo, morbido e carezzevole ma ben sostenuto da un’acidità succulenta e golosa, che chiude il sorso sul tuo palato come una scarica elettrica e vi rimane a lungo; ma ti conquista perché nulla ha di costruito, ha la naturalezza ed il fascino primigenio dei lampi durante un temporale. L’alcol è un accenno, il battito di ciglia di un attore consumato che strappa il sorriso e l’allegria. L’intensità di sapore sfuma elegante nella richiesta di un’altro sorso, lasciando dietro di se’ una scia di ghiaia sottile e profondamente salina: che, guarda caso, trovo spesso nei vini nati sui bordi del Padule di Fucecchio, di quell’antichissimo fondo marino, che ha lasciato la terra di San Miniato ricca di conchiglie fossili e del loro calcare. Io ne ho goduto – e assai- su paccheri di Gragnano con zucchine e bottarga, seguiti da una piovra bollita con fagioli scritti di Lucca e mentuccia fresca.

per saperne di più: http://www.cosimomariamasini.it/