Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Champagne Brut Reserve, Pol Roger, 12,5 gradi

È difficile aggiungere qualcosa sugli Champagne di Pol Roger, maison antica e celeberrima della quale tanto è stato detto e scritto. Un milione e mezzo di bottiglie annue innanzi alle quali appassionati e intenditori si inchinano; una storia iniziata nel 1849; una presenza rilevante nel mercato inglese dai tempi della Belle Epoque, suggellata dall’apprezzamento di Winston Churchill ( nientepopodimenochè), amico di famiglia e dedicatario di una celebrata Cuvee. Stasera sono di fronte al Brut Reserve, lo Champagne più facilmente reperibile di Pol Roger, il più semplice se di semplicità si può parlare: un taglio di 30 vini di due vendemmie da uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay, ciascuno nella misura di un terzo; affinato ulteriormente in bottiglia dopo la sboccatura finché il componente più giovane non abbia almeno tre anni. È la porta d’ingresso nel mondo Pol Roger. Non un ingresso facile, però: tutto è fuorché accondiscendente; piuttosto, consideralo l’avvio di un percorso iniziatico. Anzitutto: oltre alla tinta limone, all’apertura un’esplosione di spuma persistente -segno, mi si dice, di ricchezza proteica- che poi si placa in bolle fini e cremose, seppure un po’ tumultuose. L’olfatto sulle prime è velato: col tempo – ed a temperature senz’altro più alte di quelle alle quali si berrebbe normalmente uno Champagne da aperitivo – emergono la scorza di limone e di arancio caramellata, sentori di fiori gialli, note balsamiche d’eucalipto e tostate: mandorle e arachidi e nocciole che si confondono col profumo del lievito, su “nuance” fungine. Il palato è sorprendentemente molto salino: e sul sale permane, come nota sola, sulla lingua, al punto da farti quasi scordare il dosaggio e la -chiamiamola così- riserva zuccherina; risultando perciò  minerale, ma non scarno, quasi anzi su un crinale di opulenza, in un’affascinante sciarada. Appena tannico, potente, dalle spalle larghe ma insieme acidissimo, lo vorresti se possibile anche più persistente, ma così non è: ti lascia con un desiderio inespresso. Questo il punto: non è concessivo, anzi, è riservato come un vero gentiluomo d’altri tempi o come una gran dama che  sta sulle sue: da te  pretende il riguardo e non sarà certo lei a venirti incontro e a compiacerti. Però: che equilibro, che classe! Mai trovi in lui quelle note spiacevolmente amare,lì nascoste sul finale, che aduggiano tanti Champagne e spumanti di nominalmente pari livello. Da aperitivo? Forse; ma dopo aver cacciato, coi panni inumiditi, gli stivali coperti di fango e l’odore dei cavalli ancora addosso, impregnato nel tabarro, perchè v’è un lui qualcosa di vagamente autunnale, che suggerisce lunghe passeggiate nei boschi e letture innanzi al camino mentre fuori piove più che l’estroversione di party nei dancing alla moda. C’è chi lo suggerisce su un vassoio di ostriche: può darsi. Io stasera l’ho gustato con un salame bresciano speziatissimo, dono di mio zio:  fresco di carne ed evidente in lui il chiodo di garofano. Però -amico, amica che mi leggi- lo vedrei bene con tartine di paté di fagiano, se ti riuscisse di trovarne.

Champagne extra quality brut Ployez Jacquemart NM .


C’è poco da fare: quando si ha qualcosa da celebrare una bottiglia di Champagne fa sempre la differenza. C’è il fascino del nome, certo, esotico il giusto e così onomatopeico che nemmeno il più celebrato studio di comunicazione del mondo potrebbe trovar meglio: Champagne, e già nella parola c’è tutta la spuma e il gorgoglìo di quelle bolle sottili quando sotto e ai lati della lingua.
Più difficile capire il perché dell’approvazione universale che ottiene anche da parte di chi, in tutta onestà, poco si cura del vino e certo poco si fa blandire dai nomi altisonanti. Però, quando se ne ha una bottiglia sulla tavola per un pranzo o una cena, e la compagnia e’ buona e le vivande di livello, ecco si aggiunge piacere a piacere, ed il senso critico stenta proprio a restar desto: diciamo anzi che non c’è nessuna voglia di analizzare e si pensa piuttosto a godere. Così e’ stato per me con questo Extra Quality Brut di Ployez Jaquemar, perché un fatto era evidente: sarà pure la cuvee più semplice di questa firma di Ludes, ma era uno Champagne di alta distinzione. D’altra parte alcune sue caratteristiche produttive, come il minimo dosaggio e l’impiego maggioritario dei vini d’annata, indicano chiaramente una cura ed una ricerca di fresca eleganza non frequentissime nelle etichette di ingresso. E se il corpo e’ medio, e se non ostenta complessità particolari, il suo bilanciamento e’ da applauso, con una liqueur d’expedition perfettamente integrata, con abbondanza di limoni e note agrumate che sottolineano si’ una acidità veramente alta, ma che al momento giusto sanno farsi da parte lasciando la scena a più calde nocciole, e nitidi ma delicati accenni di panificazione, firma del processo di autolisi, presentati senza alcun compiacimento, senza indulgere in una faciloneria per così dire da basso ventre, da baritono bercione che cerca l’applauso ingrossando la voce. Soprattutto e’ raffinato, diritto, di un’eleganza cesellata da fine dicitore che sa come fraseggiare anche se la voce non e’ sempre uniforme (l’astringenza), minerale nelle sue rifrangenze aromatiche e gustative, bianco e cristallino alla vista; dove le bolle sono fini, lente, pacate, ma a lungo persistenti.
Un fedele compagno troverai in lui per le piccole e grandi celebrazioni, per donare un momento di gioia e rispetto a chi ami . (21luglio 2014)

Champagne brut Blanc de Noirs, Fleury, nm

Questo non è uno Champagne per festeggiare: scordati un’allegra spensierata bevuta, superficiali larghi sorrisi, celebrazioni pompose e fatalmente vacue. No: qui è altro il registro. Fleury è storico produttore; certo, senza la potenza di fuoco delle grandi maison che tutti conoscono, ma la storia è passata anche di qui. Perché, se tutti sanno del successo e del prestigio dello Champagne, non tutti sanno il prezzo altissimo che pagò il territorio: sfruttato pesantemente con metodi di coltura industriale, avvelenato, per spremere sempre più e più uva da una terra invero povera e infelice.Fleury fu il primo a ribellarsi: il primo biodinamico, il primo a tornare alla terra. Ennò: non è concessivo questo Blanc de Noirs, perché quella ribellione se la porta dentro. Ennò: non concilia, lui. Guardane il colore, comincia da li’: lo vedi come è ramato? Vedi come persiste il perlage? Fine sì, educato: ma insiste lui, non molla; tale, puoi pensare, sarà la sua presa sul palato, il tenace perdurare. Ma ora dedicarti devi alla scoperta del suo aroma: ancora, non troverai qui riposo, comodo appagamento; ma dubbio e periglio. Certo vi troverai la crosta di brioche e l’agrume, sigilli irrinunciabili: ma oltre ogni convenzione saranno la mela e la pera cotte in un sugo zuccherino di chiodi di garofano;la carruba essicata; la cera d’api; la foglia d’eucalipto. Sentirai poi sul tuo palato l’urlo salino che esplode da un corpo complesso, di stoffa ampia e strutturata; per un insieme che -seppure un po’ scomposto, seppure un po’ mancante di freschezza e di equilibrio- non manca di affascinare, non manca di colpire nel segno della memoria. Certo qui non trovi la Francia di Cocò Chanel; e tu non la cercare. Qui ti viene incontro – alzata la polvere al vento dalle zampe dei cavalli- la Francia guerriera e purista di Giovanna d’Arco. Lo apprezzerai al meglio su antipasti di terra: se potrai -la sorte dalla tua- godine con una terrina di carne di cervo. Oppure su un coniglio trinciato e arrosto al vino bianco; o ancora-se proprio al pesce tu non sai rinunciare- sfidalo su una triglia freschissima di scoglio, che cuocerai alla livornese.