Colli Trevigiani IGT “Venegazzù della casa” 2005, Loredan Gasparini, 13 gradi.

Rimango sempre tiepido verso i tagli bordolesi italici: intendo quelli classici, da Merlot e Cabernet principalmente, con l’aggiunta delle altre uve rosse complementari dei Bordeaux.

Molti hanno un piglio dimostrativo, che mal si sposa coi miei gusti e le mie vivande; altri sono troppo slegati dal territorio per destare il mio interesse; alcuni sono buonissimi, ma richiedono esborsi che sopporto più volentieri per un grande Nebbiolo, o un grande Sangiovese, a me più congeniali.

E persino tra i buonissimi, trovo una certa inclinazione o verso interpretazioni scopertamente mediterranee, di luci dirette e tinte accese, o verso toni intellettualistici, di rigori geometrici e colori freddi. Insomma, il punto di equilibrio tra elegante ricercatezza e coinvolgente eloquio sfugge sovente.

Gli storici tagli bordolesi di Loredana Gasparini mi hanno invece sempre conquistato, dal lontanissimo primo assaggio del sontuoso Capo di Stato, mai abbastanza lodato, al più immediato Venegazzù, vino decisamente sottovalutato.

Varrebbe la pena spendere qualche parola sul territorio e sulla storia dell’azienda, ma non è questa l’occasione adatta.

Basti dire i vini del Montello, rilievo di circa 6000 ettari che supera di slancio i 370 metri d’altezza, sono lodati già dal ‘500 e che le uve bordolesi per la produzione di vini pregiati vennero piantate dal Conte Loredan Gasperini già negli anni ‘50. Il primissimo Rosso di Venegazzù – toponimo riportato anticamente come Vignigazzù – è appunto del 1951.

Negli anni questi tagli bordolesi hanno mantenuto la loro naturale suadenza: una ricchezza strutturata e setosa, naturale e scorrevole, aperta ma sfumata. Forse è la forza del territorio e dei suoli del Montello, terre rosse con ciottoli calcari, granitici e porfirici in matrice argillosa, detriti alpini portati dal corso del Piave; oppure il taglio indovinato di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Malbec; o, infine, l’affinamento che per il Venegazzù della Casa è di 36 in botte grande, evitando la barrique che l’ortodossa adesione all’enologia bordolese avrebbe suggerito, forse per la consapevolezza di una materia prima diversa.

Consapevolezza: forse questo è il segreto che negli anni chi ha accudito questi vini si è passato di mano.

Avevo da anni in casa questa bottiglia di Venegazzù: non in cantina, perché in effetti ha subito qualche vai e vieni tra essa è l’appartamento.

Ho una passione particolare per il Venegazzù: un vino eccezionale che si può trovare a prezzi onestissimi e che, pur prestante, non stanca mai.

Avevo semmai un dubbio circa lo stato di forma di questa bottiglia quindicenne dalla vita travagliata.

Tuttavia, se il colore è granato impenetrabile, il vino è smagliante: “in evoluzione”, ma per nulla “evoluto”.

Lascia sul calice gocciole lentissime, regolari, persistenti, come spesso accade con i grandi Rossi invecchiati.

Il suo profumo è molto intenso, nitido, complesso: un bouquet amplissimo, dalla frutta rossa e nera, come amarena matura e la prugna essiccata, al peperone, al pepe verde e bianco, e poi cacao, rabarbaro, caffè macinato, castagne, alloro, rosmarino, balsami, legno di cedro, tabacco.

Di corpo poco più che medio, ha estrema finezza, avvolgenza setosa, concentrazione senza eccessi, armonia. Con un tannino ben presente, ma morbido; un’acidità notevolissima, rinfrescante, ma naturalmente celata; una residua carbonica disciolta; un tenore alcolico giudizioso; offre un sorso estremamente continuo, lirico, arioso, senza asperità, lunghissimo.

Il legno di affinamento non è percettibile.

Difficile distinguere questo vino signorilissimo, finissimo, da un bordeaux di buon comando, un grand cru bordolese o second vin di una gran firma, se non, forse, per un tocco di comunicativa italiana, espressa fluentemente, senza ansie dimostrative.

Goduto su un filetto di piemontese alla griglia, con sale pepe rosmarino e l’olio di Ormannni, Poggibonsi.

Barbaresco La casa in collina 2004, Terre da vino, 13,5 gradi

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Barbaresco è, senza dubbio, una tra le denominazioni più prestigiose non solo d’Italia, ma del mondo; ed è una tra le massime espressioni del nebbiolo; al punto che accostarsi ad essa potrebbe anche intimidire: i tanti cru, le tante piccole cantine artigiane, il peso della storia, in certi i casi i prezzi dei vini e i dubbi sull’abbinamento: grandi arrosti, cacciagione , tartufi e funghi, si suole dire;  ma chi e quando mangia così oggigiorno?
Eppure, credo, varrebbe la pena godersi un Barbaresco in maniera più rilassata, quasi quotidiana, tale e tanta è la sua classe elegante da apparirmi irrinunciabile; e, aggiungerei, la sua capacità di  accostarsi flessibilmente col cibo è spesso sorprendente.
C’era un tempo che per lavoro capitavo spesso in Langa. Avevo ovviamente le mie tre, quattro cantine preferite: quelle piccole, artigiane che amo io, dove l’elemento umano – il contatto umano- non solo conta, ma è parte del piacere.
Tuttavia mi garbava accostarmi ad altre realtà, assaggiare e scoprire, non solo i vini, ma le aziende stesse, i modelli produttivi. C’era, e c’è, una grande cooperativa sociale ai piedi del paese di Barolo, poco prima della collina di Cannubi: Terre da vino. Un struttura moderna, non spiacevole, con un negozio fruibile dove trovare moltissime etichette delle denominazioni piemontesi, dall’Astigiano a Gavi, oltre naturalmente ai classici delle Langhe; famosi, in specie , i Barbera.
Lì comprai questo Barbaresco, proprio per il gusto della scoperta, oltre per l’attrazione esercitata dalla bella etichetta che citava un libro di Pavese che avevo letto e amato molti anni prima.
Non ne ricordo con esattezza il prezzo, ma lo ricordo abbordabile.
Come molti altri vini rimase a parecchio tempo semidimenticato nella mia cantina milanese durante la mia lunga parentesi inglese, salvo riemergere durante uno dei mei periodici rientri. E, dunque, quando l’aprii un paio di anni fa, lui ne aveva già undici sulle spalle e le sue condizioni provavano la tenuta nel tempo di un buon Barbaresco.
Era color granato di media trasparenza e formava lacrime fitte e scorrevoli sul vetro. Il suo profumo era timido sulle prime, poi intenso e complesso, da gran Nebbiolo invecchiato, con rose, susine, chiodo di garofano , liquirizia in tronchetti: queste le evidenze. Poi, più sfumati, accenni di asfalto, tocchi di arance e di foglie bagnate e di tabacco. Al sorso, mostrava la sua gran stoffa: ampio e pieno di corpo, ma non pesante; con un tannino maturo e abbondante, appena un po’ rugoso ma di grana fine, con un’alta acidità. Serio, con una media concentrazione di sapori, presentava una discreta continuità ed espansione sul palato con una lunghezza media ed un finale non troppo complesso, ma un poco asciugante. Un Barbaresco paradigmatico e didascalico, straordinariamente integro, sebbene non coinvolgente; però rispettava le aspettative, regalava quelle sensazioni da Nebbiolo invecchiato che un amico definisce “come entrare in chiesa” e soprattutto si rivelava straordinariamente flessibile e godibile negli abbinamenti,  per tornare al punto di partenza. Per noi fu un buon compagno su un pollo alla birra, ma perché non provarlo su una bella fiorentina?