Bianco Pomice 2010, Sicilia IGT, Tenuta di Castellaro, 13,5 gradi.

Oggi il Mercato novembrino della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli indipendenti) è uno tra gli eventi più conosciuti , amati e frequentati da chi, a varo titolo, si occupa di vino. Io, che per intuizione fortunata lo visitai anche il primo anno che si svolse, posso testimoniare che partì alquanto in sordina. Però, ciò che era vero allora è vero ancora oggi: al Mercato della FIVI si possono scoprire vini meravigliosi, anche uscendo dalle rotte più conosciute. Fu appunto in quel lontano primo mercato della FIVI che acquistai questo Bianco Pomice: mi stregò allora, mi strega forse ancor più oggi, che mi decido finalmente ad aprirlo. Pomice nel nome, perché richiama la pietra vulcanica e leggera che abbonda sulla terra dove è nato: Lipari, l’isola maggiore delle Eolie. Fu, nell’assaggiarlo allora, un tuffo nel sole di quell’isola, nei riflessi del suo mare, nei suoi profumi, evocando in me i ricordi di una visita lontana nel tempo, ma abbagliante. Vino, questo Bianco Pomice – sei decimi da malvasia delle Lipari ed il restante da uva carricante- che mi pareva di esecuzione precisa e di grande suggestione; tuttavia ne sospettavo e temevo una ridotta capacità di tenuta nel tempo, un po’ per mio preconcetto di allora verso i vini isolani in generale, vieppiù se bianchi e del sud, un po’  perché ricordavo che la Tenuta di Castellaro era alle sue prime annate e, nella mia mente, tale gioventù produttiva doveva pur pagarsi, in qualche modo. Il produttore stesso ne indicava una vita stimata tra i tre e i quattro anni. Perché dunque aspettai tanto ad aprirlo, otto lunghi anni dalla sua vendemmia? I casi della vita, puri e semplici, senza nessuna premeditazione.  Ecco dunque che viene il momento propizio, e speranzoso lo apro. Speranzoso, sì, perché col tempo l’esperienza mi ha portato a deflettere da quei preconcetti. Speranzoso, malgrado l’abbia conservato in una cantina buona, ma non ideale. Però, a versarlo nel calice, io resto addirittura allibito:  il suo colore è limone perfetto, limpido, appena con qualche riflesso dorato, luminoso, solare, e forma sul calice gocciole rade, veloci, che subito divengono evanescenti: prima un velo, poi spariscono. A riguardarlo – e bisogna, perché affattura la vista- non dimostra che la metà dei suoi anni.
Attira, seduce, in un attimo si accosta alle nari: anche il profumo, benché in evoluzione, è assai più giovane di quello che detterebbero i suoi anni; risponde piuttosto, in pieno, alla sua immagine visiva: pulito, molto intenso e complesso, ti rapisce e ti porta dritto nella primavera eoliana avvolgendoti in una nuvola di zagara, mimosa , di fiori di limone e di arancio e i fiori gialli tutti; ed ecco che il fiore diventa frutto e si fa estate profumata di limoni, di aranci maturi, materici fino a percepirne il profumo della scorza, e poi le susine bianche (le Claudia); ed ecco inoltrarsi ancora nei caldi agostani, le macchie riarse ed ebbre di salsedine, le erbe arroventate dal sole che ancor più si fanno odorose: rosmarino e timo; persino la terra nuda, in una mineralità ocra che profuma quasi di sabbia, di pomice, creando una correlazione evocativa tra profumo e colore e materia impressionante; ed ancora, ad un ascolto attento (eh sì, perché un vino così , che racconta, bisogna proprio ascoltarlo) , capperi e acciughe, su un fondale distintamente ammandorlato: pura territorialità.
È il suo bacio però, come in un crescendo, a conquistarti per sempre, come proprio dovrebbe essere per tutti i grandi vini: alla bocca è incredibile per forza motrice, così ampio, pieno di gusto, perfettamente rispondente e aperto come la coda di un pavone, ripercorrendo sul palato tutti i profumi dell’olfatto fino a toccare, nel retrogusto la mandorla e l’amaretto. Tuttavia, sono la sua struttura e la sua freschezza ad accendere la miccia di tanta complessità, e provocarne in bocca l’esplosione piroclastica che la lancia in volo: la sua acidità è altissima, incredibile per un vino isolano di quelle latitudini, ed è meravigliosamente integrata, sciolta e naturale al punto che, foss’anche un gioco di prestigio enologico  –  ma non lo credo affatto- lo avrei benvenuto. Poi è salinissimo, come pochissimi ne ho assaggiati in vita mia, al punto che userei un doppio superlativo per descriverlo, come si faceva nelle filastrocche da bambini: “ -issimissimo!”.  E sul sale sta per tutta la sua persistenza, per il resto bilanciatissima e lunghissima. Per complessità, souplesse e scatto, ed anche per la suggestione dovuta alla forma della bottiglia, verrebbe da definirlo un Borgogna del sud Italia: la citan tutti a sproposito la Brogogna, lo faccio anch’io. La realtà tuttavia è che  questo Bianco Pomice è individuale e unico, perché  riesce a trasmettere tutta l’emozione e la forza del suo territorio in una veste moderna, precisa, distinta: forse perché c’è in lui e nella mente e nelle mani di chi l’ha creato un laico ideale di rispetto per ciò che genera la terra, la volontà di assecondare la vocazione dell’uva, senza forzature, utilizzando tecnica e ingegno solo quanto basta, quasi l’enologia non fosse che l’opera sensibile di una levatrice: lieviti indigeni, chiarifica naturale dei mosti, pratiche antiche. E, per esperienza ci scommetto, partendo da una gestione attenta e progettuale del vigneto.
Il risultato è, al mio gusto almeno, un miracolo di bellezza.  
Lo immagino ideale, in questa fase matura  della sua vita, su pesce pescato di mare al forno- ad esempio un semplice branzino al sale. Stasera ha avuto compagno del pesce spada cotto coi pomodorini: la sua voce ci ha comunque incantato. 

Etna Bianco 2013, Valcerasa Azienda Agricola Bonaccorsi, 13 gradi.

 
Giallo, blu e nero: si può un vino riassumere in tre colori?   Dunque, un po’ di storia su questa bottiglia  (storia minutissima eh, amica o amico che mi leggi): il vino l’assaggiai alla benemerita manifestazione “La Terra Trema”, che si tiene al Leoncavallo di Milano; sarà stato il 2014 o il 2015. Mi piacque assai questo bianco etneo, un carricante in purezza che viene da vigne alte, 850 metri sul livello del mare, che sono quote quasi alpine: fossimo al nord, a stento si coltiverebbe la vite così in alto. Me lo ricordo di un color giallo tenue, un po’ verdino nei riflessi, e genericamente di gran sapore; per il resto, sono passati troppi anni. Bene: ne comperai una bottiglia, che venne lasciata qualche anno nel mio ripostiglio domestico milanese mentre io stavo ancora in Inghilterra; poi ancora in attesa lì al caldo (oh, se è stata calda l’ultima estate) , infine qualche mese in frigorifero; che – prova provata- non insidia tanto il vino per la formazione di precipitati e di depositi, ma per gli effetti sul tappo, che diventa rigido per via delle basse temperature, e perde tenuta ossidando il vino. Insomma: non un trattamento principesco, e qualche dubbio sulla tenuta di questo Etna Bianco di 4 anni l’avevo, contando anche che l’azienda segue pratiche di cantina poco interventiste e dunque il vino è nudo agli attacchi del tempo. Ebbene: oggi 1 ottobre ‘17, mi prospettano e preparano un’ottima pasta di grano saraceno con pomodorini di Pachino, mazzancolle e funghi porcini. Mi ricordo del vino etneo che giace in frigorifero. Non sono sicuro della riuscita con l’abbinamento, sebbene la supposta evoluzione e l’auspicata complessità mi rendano fiducioso,  ma lo piglio e lo apro. Cavo il tappo di sughero intero, che con fatica esce ed uscendo produce un bel “bum!” di buon auspicio, lo verso nel calice, rapidamente l’osservo e l’annuso, e cado metaforicamente in ginocchio, folgorato. Un vino buonissimo, forse il più buono assaggiato negli ultimo mese; forse, a ben pensarci, uno dei più buoni in assoluto, e stop. A descriverlo per sommi capi e con l’accetta ad un amico straniero, gli direi che è un misto di uno Chardonnay di gran cru borgognone e di un Riesling della Mosella secco, entrambi invecchiati qualche anno, non più giovani ma non tanto in là con l’evoluzione: ha la prestanza dell’uno e la  lievità fresca e pura dell’altro, di ambedue la complessità, ma calate in un fiato terso e solare. Oggi ha un color giallo limone deciso, con ancora qualche riflesso verdolino, mi si suggerisce correttamente; con lacrime molto lente, irregolari, poco durevoli.  Profumo potentissimo: un’immersione nella mediterraneità, un’emozione vulcanica: fiori gialli e agrumi: mimose, zagare, limoni, cedri, pompelmi maturi, di una matericità concreta che non conosce timidezze: questo il colore giallo, che subito si manifesta e s’imprime nella mente, reclamando a gran voce la sua identità territoriale. Poi, come calando radici verticali nella zolla, vi senti il vulcano, le masse laviche ormai fredde, coagulat, dure, e  le sabbie cineree e disciolte: zolfo e idrocarburo, evidenti e senza filtri. Questo il colore nero, quello della sua terra; smorzato un poco, ad evitare ogni accento volgare, da note gentili di mandorla fresca e marzapane, quasi candide lumeggiature, nulla più che abbellimenti sulla melodia di un Vincenzo Bellini. Il colore blu è la misteriosa ariosità dei suoi profumi, quel senso di mare presente ovunque sull’Etna anche quando non lo vedi, che incombe come tra le note dell’Idomeneo mozartiano; di una mineralità salina e verace che sa di risacca, di scoglio, di ostriche e di vongole.  Aggiungerei, forse, una sfumatura verde fresca e innocente, di erbette, insalate, ruchette, forse di ruta e alloro, di un nonnulla di tenero e fresco: ma è un niente, solo il tocco sapiente di un pittore che spezza gli spazi monocromi per esaltarne a contrasto più ancora il tono. La bocca è liquida conferma algebrica, l’amplificazione al quadrato delle virtù divinate all’olfatto: il corpo nitidissimo, preciso e misurato, superiore alla media per dimensione geometrica ma lievissimo per consistenza tattile, con un’acidità altissima, davvero quasi da Riesling, ed una ampiezza dorata , lucente e quasi solenne,  che è tutta gusto rispondente e marcatissimo. Fluisce musicale, compatto e deciso, danzante su una salinità marcata che l’increspa agile come mosso dal vento, verso un finale lunghissimo e pulito, che riflette la secchezza del suo attacco al palato, che è immediata e che perdura nella sua  progressione sicura, vibrante, luminosa, irradiante come il sole che batte a picco sulle rovine greche e normanne, evidenziandone di rimando i più eleganti chiaroscuri. Un finale, quello di questo Valcerasa, non solo  lunghissimo, ma commovente, che ha quasi in fondo una nota  di oliva verde che ne cancella felicemente ogni tocco glamour, per una più vera, autentica e solare terragna dimensione.
Da bere e ribere, con la vergogna e l’orgoglio di una bottiglia esaurita quasi da solo, nel tempo di un Pater (e sia ringraziato, appunto, per vini così). Assai ci sarebbe da dire sul valore dei vini del territorio etneo, innanzi a un simile esempio, ma meglio fermarsi qui e goderne in silenzio, con semplicità.

Etna Bianco Superiore 2011 Barone di Villagrande.

imageLa Sicilia è terra affascinante e misteriosa, ove tutto si muove e tutto è gattopardescamente fermo. Dove un non-sense pirandelliano può svelarsi ad ogni svolta, dietro i legni di un aristocratico portone cittadino, oppure all’ombra di un vecchio palmento  (così chiamano colà le antiche cantine di vinificazione). L’Etna è la nuova terra promessa dei vini rossi: eppure se ne  parlava già a cavallo  tra Ottocento e Novecento, con esportazioni addirittura verso la Francia. Quarant’anni addietro se ne lodavano i bianchi, come cosa esotica, perché meglio filtravano, si diceva, il fuoco del vulcano. Barone di Villagrande, invece, vinifica dall’alba del Settecento, saldo come i fianchi lavici della montagna. E con reverenza mi accosto a questo vino, un tempo considerato eletto tra i bianchi siciliani. E seppur tecnico, ha ancora un’anima romantica: nel naso, che ti sorprende con sfaccettature inattese: agrumi, fiori, erbe, ma anche fichi bianchi, pepe, noce moscata, lontanissime note ematiche; per una bocca sottile ma piena e continua,soprattutto  salina, dalla giusta acidità. Un vino che affascina nella sua ambiguità, nella fusione di rigore nordico e montano e solarità mediterranea e marina. Uno nessuno e centomila, forse; ma col guizzo sulfureo, arcano, di quel magma incandescente e primitivo che le radici filtrano e fanno succo.