Salento Primitivo Vigne Vecchie 2005, Duca Carlo Guarini, 13,5 gradi.

“I vini vecchi si assomigliano tutti”: tante volte ho sentito questa frase, quante non mi ha persuaso.

Qui una clamorosa smentita: un Primitivo salentino di 13 anni.

Ho poca dimestichezza coi vini pugliesi e non ho esperienza di altri Primitivo lungamente invecchiati.

Questa bottiglia fu il frutto di uno scambio col mio amico Roberto, compagno di viaggi per cantine. L’estate del 2008 lui aveva girato il sud, io il centro-nord; ci trovammo a San Gimignano coi bagagliai delle auto pieni di vini e si fece a metà.

Finì in cantina e lì rimase, perché era legata a un bel ricordo e mi spiaceva aprirlo senza un’occasione. Quasi la dimenticai. Ho poi imparato che l’occasione giusta è quando mi va e perciò mi son deciso.

Ecco: non si potrebbe sicuramente confonderlo né con un Nebbiolo, né con un Sangiovese invecchiato. Nemmeno con un Bordeaux. Tutt’altro spirito qui, tutt’altra tempra. Chi sostiene che i vini invecchiando si somigliano, forse vini vecchi non ne ha assaggiati abbastanza.

Questo è diverso da ogni altro vino rosso invecchiato che io abbia assaggiato.

Granato scuro e profondo, ma ancóra trasparente, lascia sul calice gocciole lunghe, di lentezza e persistenza estenuate, regolari e fitte.

Profumo è molto intenso, in evoluzione spinta, cangiante tra mora di rovo, oliva e carciofi alla brace, cappero, brace d’olivo, noce, prugna secca, caramello, cacao, sedano, ferro, caffè, pomodoro secco, origano, cardi, cime di rapa, pasta di acciughe; profumi per me nobilissimi, perché mediterranei, illuminati e addolciti da fiori di campo, pesca, noce moscata, cannella.

L’assaggio richiede un certo tempo di assestamento dopo l’apertura.

È secco, con notevolissima componete glicerica ad ammorbidirlo, quasi ingannatrice.

Il tannino è molto fine, ma assai presente (quale differenza rispetto a tanti Primitivo levigati e morbidi in commercio); spiccatissima l’acidità, percussiva e insistente; il corpo ampio ma dinamico, che attacca conciliante, frusta, si spenge su una lunga folata di gusto e di alcol, come scirocco d’estate al mare.

Non è un vino per tutti i palati e può riuscire anche sconcertante; per me, però, è buonissimo. L’ho gustato con piacere su lasagne al forno e su un’arista; l’immagino delizioso su umidi importanti, ad esempio di castrato.

Non lo so 2011, vino rosso, Enoteca Cattaneo, 13,5 gradi.


La Brianza: quel triangolo di terra lombardo che ha per vertici Milano, Como e Lecco, mi diceva la maestra elementare quand’ero bambino. Per chi e’ cresciuto a Milano tra gli anni ‘70 ed ’80 era la palestra delle gite fuori porta, dei picnic in famiglia sui manti d’erba verde prima, e delle scorribande in vespa poi. Per molti altri, soltanto distese di capannoni laboriosi ed artigiani, dove curvare la schiena ed imperlare la fronte: la culla dell’industria milanese. Tra una manifattura e l’altra, però, le cascine dai cortili silenti, le travi pesanti appoggiate su granitiche colonne e festoni di mais ad adornare i ballatoi inarcati di legno tarlato: il retaggio del passato agricolo glorioso e dimenticato, dove i buoi sbuffavano avanzando nel freddo delle nebbie, donne in vesti nere filavano sulle sedie di paglia malmesse, pescatori attendevano nelle acque ferme dei canali e dei laghi minori incorniciati dalle selve, campane monotone e lente annunciavano tristi processioni con la risonanza di colpi uniformemente scanditi. Un mondo perduto e incantato, misero e dignitoso,spazzato via nel volgere breve di qualche decennio, dove il sovrano regnante era il piccolo baco da seta. Ma se la nostra macchina del tempo ci portasse ancora più indietro, prima che giungesse la filossera, ecco che sul gelso troveremmo maritata la vite e dal frutto tratto il vino. Così apprezzato da Manzoni, dal Porta; e, ne son certo, vi si ritemprava l’Ortis foscoliano in viaggio per abbracciare a Bosisio il caro Parini. Figuriamoci quel mondo, tra Settecento e Ottocento: la bella nobiltà, le parrucche, le vesti adamantine, le carrozze imperiose, i romantici fervori; la sosta rinfrancante in una rustica osteria, il cocchiere attendendo al ristoro dei cavalli, coi gatti capricciosi d’intorno. Tutto sparito e con esso le viti, sopraffatte dal moderno e da più lucrative occupazioni. Eppure tanto può la passione che qualcuno ripianta barbatelle: a Triuggio, località Ronco Vecchio, 370 metri sul livello del mare. Correva l’anno 2007. Ora: Carlo e’ un amico e devo a lui alcune delle mie più belle serate enologiche; e non solo. Eppure, senza piaggeria, questo suo vino rosso non filtrato ne’ chiarificato mi ha fatto batter il cuore. Perché è come una luce nella nebbia. Se ben capisco, tre quarti merlot, un quarto cabernet franc; ed io non amo il merlot. Ma di fronte alla bellezza di questo rubino molto fitto, ma non impenetrabile, luminosissimo, dall’unghia ancor quasi violacea, che posso dire? Giusto il tempo di osservarne gli archetti lenti, fitti, regolari, ma sottili ed evanescenti, per poi tuffarvi il naso alla scoperta di un aroma pulito, nitido, intenso, deciso ma per nulla sfacciato, mantenendo piuttosto una ritrosia, una elegante velatura seducente di dama che non ama svelarsi, ma piuttosto trattenerti nel suo mistero. Ecco che la frutta a bacca nera (le more e i mirtilli, ma anche le prugne) sovrasta quella rossa senza opprimerla (lamponi, ciliegie,ed ancora susine) in un dialogo seducente e amoroso; ecco che tutto s’ammanta di una screziatura vegetale e speziata, silvestre, come fuga errabonda fra i castagni, le acacie e le robinie in cerca di un riparo: ecco il pepe verde e il chiodo di garofano a mozzare il respiro nel riguardare l’ansimare del petto -l’afrore segreto della pelle- e il tabacco, tuffando la passione fra i capelli. Giù dunque nella gola, godendolo al palato incantevole per freschezza indomita, finanche nervosa; per la sostanza estrattiva e corposa che fa godere ma non stanca, in virtù di una spinta acida impetuosa, appassionata; di un residuo zuccherino importante ma non stucchevole; di un tannino fitto, abbondante, elegantemente definito, ma sempre di una misura nordica; di una mineralita’ salina evidentissima che grida le lodi della terra al cielo; per una persistenza lunga, bilanciata, con un alcol che non disturba un percorso così regolare, dall’attacco deciso, allo sviluppo compatto, al finale irradiante e lungo; ma sempre, comunque, leggiadro, danzante, di vitale leggerezza, a lui ignoti morbosi languori, tutto vincendo con la grazia della naturalezza. Fate, se potete, tappa all’enoteca Cattaneo di Carate, per procurarvene l’assaggio. Abbinamenti? Quando un vino e’ buono, e’ anche insospettabilmente versatile: io l’ho provato con pasta al sugo di cinghiale, con cacciatorino di Stradella; ma il mio breve nirvana l’ho avuto con un Parmigiano Reggiano di 30 mesi.

Shiraz Sicilia IGT 2009, Cantina Settesoli per Enoteca Carlo Cattaneo, 14 gradi.

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Guardalo nel bicchiere, com’è scuro; e come più scuro si fa man man che svuoti la bottiglia, perché non è filtrato. La sua fattura un po’ artigiana si fa sentire; però, che vino! L’avevo bevuto giovane e non mi andava: troppo denso, troppo spremuta concentrata di frutti di bosco. Ma ora! Bada che l’ho aperto e l’ho lasciato respirare -pazientando e pazientando-  qualche ora: lui  voleva una boccata di ossigeno, per levarsi di dosso un po’ di fastidiosa riduzione. Guarda ora come si è decantato, guarda come trova una sua trasparenza espressiva, una sua sonorita’ più sfumata e più centrata. Sì perché è rubino, ma già qualche ruga al bordo la mostra; ma che intriga, appassiona. All’olfatto: è selvatico, e ti piace, perché è vero, non ha quel che di zuccheroso, caramellato, di altri vini più tecnici e precisi. Qui c’è sostanza di terra e di sole, sostanza di Sicilia. L’aroma è quasi violento, sensuale, di semplicità e di forza primitiva: distintamente mirtillo, in modo materico te lo senti davanti, turgido; e la mora, nera scura succosa. Altre note sono marine, vegetali: assi di legno bagnate dall’acqua di mare, abbandonate per anni un una cala, al limitare del molo e degli scogli. Alla fine – solo alla fine- una spolverata di pepe nero, sigla dell’uva syrah. In bocca, croccante, è ancora il mirtillo che domina, e quasi ti sembra di spezzarne tra i denti la buccia con uno schiocco sonoro e sentirne fuoriuscire l’essenza acida e dolce. Ma senti nella tua bocca il tannino dominante, deciso eppur rotondo, maturo; senti l’acidità decisa, ma non fastidiosa, che è il segno della sua forza e ne tempra l’alcolicità. Il suo gran corpo, la pienezza del suo sapore, la sua lunghezza che sa chiudere dolce di cocomero, amara di arancia ad integrare il mirtillo; ed a lungo la sensazione permane. Vuole, io dico, piatti saporiti; ma per una volta, amico, amica mia, ti puoi fidare: sta bene anche da solo e mai sarà una beva scontata. Fosse donna? Non certo una damina ben pettinata da discoteca; ma jeans e maglietta, intensa sullo sfondo del mare, arruffata dal vento, intenta a salvare i delfini.

Per saperne di più: http://www.enotecacattaneo.it/