Spumante Gigli Metodo Classico Brut, lotto 1-15, sboccatura 16-03-18, 11 gradi.

La Garfagnana è terra di straordinaria fascinazione, un angolo di Toscana per certi versi ancora appartato e segreto.

Si snoda lunga e stretta lungo il corso del Serchio, tra alture boscose, imponenti e ripide, intervallate qui e là da vallecole minori che si aprono come diverticoli, nascondendo borghi, grotte, torrenti. “La Garfagnana è posta tra l’Appennino, che la divide dalla valle del Po, e le Alpi Apuane che la separano dal mare Tirreno: la cruna di quelle sue giogaie è appunto in gran parte il confine naturale e insieme amministrativo della Garfagnana” (da “La Garfagnana”- Atti della giunta agraria 1883).

Una terra dura e severa, scavata dalle acque, che hanno tagliato le montagne in orridi spettacolari, gli strati geologici nudi. Un paesaggio introverso, quasi nordico, che pare uscito dai quadri dei pittori romantici di primo Ottocento, dagli scorci vertiginosi di un Caspar David Friedrich; specie l’inverno, quando le cime ardite emergono dalle nebbie del fondovalle, quasi memore dell’origine lacustre: 2054 metri la vetta del Prado, 1946 metri il Monte Pisanino, a occidente.

Chi la visita, tuttavia, non sfugge a un sentimento di magia sospesa: saranno i suoi silenzi, le pievi millenarie, le stratificazioni storiche, i rimandi sonori delle acque e degli uccelli; o una certa luce, qui spesso indiretta, schermata dai monti e dalle gore che la curvano e la sbiecano in lame. Terra di leggende popolate di fate e folletti, come forse solo l’Amiata è pari in Toscana; e, come l’Amiata, luogo eletto di eremitaggi e misticismi.

Tanta bellezza, tuttavia, cela una storia di miseria: terra fredda, le Apuane la escludono dai venti marini, la più fredda della Toscana; e la più piovosa: in media, 1356 mm l’anno, che erano oltre 1770 millimetri negli Anni Venti e raggiungono massime di 3000 mm l’anno. Per confronto, la media annuale di pioggia a Castellina in Chianti è 921 mm, a Udine 1377 mm, a Londra 690 mm, a Reims 625 mm, a Beaune 912 mm. “...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco…“: così denunciava un rapporto prefettizio dei primi del Novecento, quando la disoccupazione qui arrivava al 70% e la gente emigrava in massa, verso il Nord, Oltralpe, o le Americhe; fenomeno iniziato già a metà Ottocento e protrattosi per oltre un secolo.

Ai giorni nostri, fortunatamente, la situazione è cambiata: industria, artigianato, turismo, sagre, festival musicali, giacimenti enogastronomici; per qualcuno è “la valle del bello e del buono”. Nuove attività e colture hanno soppiantato quelle tradizionali, inclusa la viticoltura: del vigneto più estremo della Toscana rimangono muti testimoni chilometri di ripidi terrazzamenti, che il bosco inesorabile ricopre, come nel Nord Piemonte; e una mezza dozzina di antiche varietà locali. Alcuni coraggiosi vignaioli producono vini di qualità, ma le vigne rimaste sono pochissime rispetto all’estensione dell’antica viticoltura.

Capitai appunto qualche anno addietro – era l’aprile o il maggio 2018- a Borgo a Mozzano, piccolo comune sulla destra orografica del Serchio, in occasione della locale Festa dell’Azalea, la cui origine è del 1970, quando il Centro Studi Agricoli constatò che quei fiori vi crescevano spontaneamente, vuoi per il terreno, o la ricchezza delle acque, o il particolare microclima, influenzato dal fiume e dai monti che cingono il paese: se questo si adagia su uno stretto pianoro a 96 metri sul livello del mare, lo dominano vette e altopiani che si elevano bruschi, sfiorando i 1000 metri. Il Centro Studi Agricoli aiutò chi fosse stato disponibile alla floricoltura e alla commercializzazione, creando così nuove entrate e occupazione in questa terra marginale che viveva, così, l’onda lunga del boom economico.

Quel giorno il paese era tutto una festa: correvano i bimbi tra le bancarelle, gorgogliavano le acque dei numerosi torrenti che l’attraversano, le bandiere dei rioni gareggiavano con le azalee nel’osanna dei colori. Sotto un portico in via Roma, dipresso al palazzo del Comune, stava il banco dei Vignaioli di Borgo a Mozzano, quattro o cinque aziende, se ben ricordo. Fui particolarmente incuriosito dai vini di un signore dagli occhi cilestrini ed il sorriso franco e aperto, che sfoggiava un cappello di paglia sulle ventitré e vistose bretelle. Mi raccontò, con passione e sense of humor, che nella sua azienda, Cantina Gigli, produceva artigianalmente due spumanti, un metodo classico ed un sur lie, da una vecchia e rara varietà rossa locale, la barsaglina.

Comprai due bottiglie senza nemmeno assaggiarle, forzando un po’ la mano, perché non le riteneva ancora pronte: gli promisi che le avrei sistemate in cantina, lasciandole maturare qualche mese.

Per i casi della vita, le due bottiglie rimasero a riposare ben più di qualche mese. Nel frattempo, però, ho incontrato quel signore in varie manifestazioni, scoprendo che il suo nome è Angelo Bertacchini, di professione agronomo-enologo, e ho assaggiato alcuni vini delle aziende per le quali è consulente: ottimi, di espressione sincera ed elegante, raffinatamente artigianali, precisi nell’evocazione di terroir.

Finalmente mi sono deciso ad aprire quel metodo classico di Cantina Gigli, che tanto mi aveva incuriosito: una bottiglia del lotto 01-15, sboccata il 16 marzo del 2018.

Così buona, interessante e sorprendente, che ho contattato immediatamente Angelo per rinfrescare la mia memoria e saperne di più.

Ho ricevuto” mi racconta Angelo “questa mia piccola azienda dai miei nonni, Alvaro e Anna, che erano contadini a tutto tondo a Borgo a Mozzano. Due vacche, formaggio, ortaggi, frutta, azalee: di quello loro campavano, ma avevano anche una produzione di olio e di vino, che vendevano ai ristoratori della vallata in damigiane e fiaschi.

Quando ho preso le redini, ho pensato fosse impossibile gestirla in quel modo ed ho puntato sulla passione comune che avevo con mio nonno: il vino.

I due vigneti erano esauriti, una babilonia di vitigni, allora ho pensato di scegliere il più promettente e rappresentativo del territorio. Fu cosi che nel 2010 ho piantato mezzo ettaro di barsaglina, circa 3800 piante.

I vigneti si trovano a circa 180 metri di altitudine, subito alle spalle di Borgo a Mozzano, in una conca esposta a sud e ripatata dal “cavallone”, una nebbia fredda che discende ogni mattina lungo la vallata del Serchio.

Da prima pensavo di fare un rosso, vista le caratteristiche del vitigno, ma poi mi sono reso conto delle sue potenzialita’ come rosato e, in special modo, spumante. Dal 2012 ho iniziato a fare prove, ma la prima annata in commercio e’ la 2014, sboccata nel 2018 ed imbottigliata nel 2015, con un 15% di una quota di riserva.”

L’Azienda si trova nella frazione di Oneta e nella piccola cantina le operazioni sono artigianali: remuage, sboccatura, tappatura, tutto avviene manualmente, con mezzi di essenzialità francescana. L’approccio in vigna – che mi dicono bellissima – è il medesimo: lo stretto necessario, accordandosi all’ambiente naturale circostante, boschivo, più che a qualche certificazione.

Con queste premesse, facilmente si immagina un vino originale, ma nulla prepara alla personalità ed alla compiutezza del Metodo Classico di Cantina Gigli, rilasciato come brut nell’annata in oggetto, extra brut in altre uscite.

E’ ramato trasparente e luminoso, un particolarissimo punto di colore, raro, simile – ma non uguale- alla tinta degli Champagne da Pinot Meunier o di qualche Sorbara fortuitamente invecchiato.

In poche manciate di secondi, si smaltisce nel bicchiere l’ossigeno intrappolato, che confonde l’immagine con le sue bolle grosse e disordinate, e nitida risalta una mousse fine, sottile, continua, elegante, molto durevole: ottima.

Anche il profumo richiede un po’ pazienza per perdere qualche velatura riduttiva, ma è un attimo: poi il vino è comunicativo, con un profumo delicato, tuttavia penetrante, etereo, nitido, complesso.

Il candore di una fioritura primaverile di peschi e acacie; la freschezza del melograno, del ribes, del lampone; la polpa delicata e soda della mela renetta, dell’albicocca; la ricchezza dorata dei cereali, il malto in evidenza; poi, tratti boschivi e minerali: il mallo di noce, il muschio, la pietra bagnata al sole, sullo sfondo il terriccio, cenni di aldeidi. Il profumo dei lieviti, pur percettibile, è misurato, armonioso, tridimensionale.

Bevendolo conquista: il sorso nitido, drittissimo, penetrante, asciutto, estremamente sapido ed acido; quasi percussivo, ma bastevolmente ampio e contrastato, equilibrato e virile nel notevolissimo allungo perdurante freschezza; il grado alcolico gentilissimo.

Per trovare spumanti metodo classico così verticali, vibranti, stilizzati, bisogna normalmente guardare molto più a settentrione, varcando, se è il caso, le Alpi. Questo Metodo Classico di Cantina Gigli, però, ha una identità tutta sua: spiazzante minimalismo e forza interiore.

L’abbinamento perfetto forse sui grandi sapori artigianali della tradizione locale: la norcineria e i formaggi, ma sarebbe stato bello sperimentare, ne avessi avuta un’altra bottiglia, con le paste, le carni, i pesci, osando persino – potendo – la selvaggina da piuma.

Vino visionario, questo, perché ritrae fulminante l’asprezza e l’armonia di un territorio duro, freddo, montano: le sue ombre e le luci, le morbidezze e gli angoli scabri.

Più ancora, perché indica magistralmente una via inesplorata e possibile: ripenso ancora a quei terrazzi coperti dal bosco, a quei muri a secco che ostinatamente si arrampicano sui monti, quasi volessero toccare le cime innevate, come li ho visti d’inverno dalla spianata aerea e sospesa del candido Duomo di Barga; e come sarebbe bello vederli rivivere, gettare pampini di barsaglina, di sangiovese e di altre uve ancora, esplodere di grappoli diventando la patria toscana di spumanti eroici e ricercati.

Ser Piero, Chardonnay Toscana IGT 2011, Cantine Leonardo Da Vinci, 13,5 gradi

Talvolta bisognerebbe davvero assaggiarli alla cieca i vini, tanto forte è il pregiudizio; e, nei casi virtuosi, bisognerebbe tenere in più seria considerazione il lavoro delle cantine sociali.

Visitai anni addietro le Cantine Leonardo Da Vinci: una realtà cooperativa solidissima, senz’altro di grandi numeri e con un occhio al mercato internazionale; sicuramente ambiziosa e condotta da persone preparate. I vini: curati, gradevoli, lineari, misurati, molto affidabili; manca l’emozione dei vini artigianali.

In quella occasione occasione comperai tra gli altri questo Chardonnay in purezza. Ne avevo già assaggiato anni prima un esemplare di altra annata, trovandolo più che discreto ed il prezzo era appetibile.

Veramente: non sono amante dello Chardonnay in terra italica, specie al centro e al sud: con i dovuti distinguo so che esistono alcuni vini di valore, ma preferisco bere altro. Neppure intendevo invecchiarlo così tanto questo Ser Piero 2011: semplicemente, non lo trovavo più nella mia cantina e mi ero ormai convinto di averlo già bevuto senza spuntarlo per errore dall’elenco.

Mi sono perciò accostato a questa bottiglia di nove anni con la sola aspettativa di trovare un vino corretto in condizioni passabili.

Ed invece sono rimasto stupefatto: uno tra gli assaggi più belli di questa mia estate.

Ha color limone carico, trasparente, luminoso. Rotando, lascia in velo sul calice.

Il profumo è intenso, concentrato. C’è un agrume caldo e sensuale, in evidenza: bergamotto, chinotto, cedro; un bouquet floreale bianco e giallo: come un campo di camomilla, col fieno appena tagliato e ridotto in balle che asciugano al sole; la frutta a polpa gialla: pesche e albicocche, mature, un’idea di banana; screziature di menta, di ruta, di olio d’oliva; una spaziatura tra il dolce e il saporito, con la cannella, la vaniglia, lo zafferano molto netto; c’è burro di cacao, e persino un ricordo nitido di botrite ed un tocco fumé. Si direbbe affinato in carati e con maestria, non fosse che la scheda del vino menziona solo l’acciaio.

Bella stoffa: di buon corpo, è polposo, ma agile, con un’acidità notevole; è salatissimo, minerale, dinamico, lungo, con finale di spalla larga su note di confettura, di frutta disidratata e fumé. Un bianco sferico, appena un po’ marcato dalla confezione.

In sostanza, questo Ser Piero è l’affresco deciso di uno Chardonnay mediterraneo, maturo, di rara misura, che ben figura accanto vini più celebrati: penso ai non tanti Chardonnay toscani, ma soprattutto ad esempi del Nuovo Mondo, Californiani, Sudafricani, Australiani.

Allora, per capire, bisogna scavare un po’ più a fondo; non solo oltre l’etichetta, ma proprio nel terreno: il Montalbano, formazione che separa l’areale valdinievolino e fucecchiese dalla piana di Pistoia e Prato, ha numerosi suoli di matrice calcarea, più che le altre zone toscane. È noto: dalla Champagne allo Chablis, citando classiche zone d’elezione del vitigno, lo Chardonnay ama il calcare. E poi, alle pendici del Montalbano, metti le mani nude nella terra, vi trovi quantità di conchiglie fossili, come già aveva notato Leonardo Da Vinci, che le aveva ritratte nei suoi taccuini: c’era il mare qui, lui lo aveva inteso. Conchiglie: ancora calcare.

Poi, ovviamente, sul Montalbano ci sono quote, esposizioni, venti: microclimi felici in un territorio ancora naturale, affascinante, che meriterebbe più alta considerazione dal turista e da chi, a vario titolo, si occupa di vini.

Tornando al Ser Piero, ci sono senz’altro vini più fini e identitari, ma questo, pur con i suoi esotismi, si è lasciato scolpire virtuosamente dal tempo nei suoi nove anni di vetro e si beve con molto piacere; ad esempio, sulla nostra tavola, con spaghetti col sugo d’orata.

Tiezzi, o il sorriso della bellezza.

La prima volta che incontrai il nome di Tiezzi e della Vigna Soccorso fu diversi anni addietro su una guida dell’Assiciazione Italiana Sommelier. Erano ancora i passi acerbi della mia passione per il vino, quando già però incominciavo a formarmi l’idea di ciò che andavo cercando in un calice.  M’affascinò la storia della vigna pregiatissima recuperata dall’oblio, la rinascita dell’antica etichetta; mi piacque – per quel che leggevo – la dimensione familiare, contadina, artigiana, felicemente piccola; le vinificazioni tradizionali.
Poi, molti anni dopo, l’assaggio del Vigna Soccorso ad un Benvenuto Brunello, abbagliante come la luce del sole sulla neve. Fu la scoperta, anche, dei vini che vengono dal Podere Cerrino e dalla Cigaleta, trasparenti e accoglienti come lo sono i Tiezzi. Seguirono altri assaggi che rinnovarono apprezzamento e meraviglia, risultando anche in una certa consuetudine ed affezione personale. Sfuggiva però da parte mia la visita promessa e con essa la conoscenza vera delle persone e della terra: maledetta la distanza e gli impegni tiranni.

Da qualche anno però trascorro alcuni giorni delle vacanze estive tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia: laggiù e in quel periodo agostano il Creato risplende ancora glorioso in tutta la sua maestà, tra i giorni assolati e le notti stellate, tra le acque che scorrono nelle fonti e gli ulivi che levano i loro bracci al cielo come una preghiera: i fiori e i frutti dai vividi colori sembrano nascere per la prima volta tra i voli di uccelli e delle api, tra le lepri e le volpi che si rincorrono nei boschi.
Sfavilla Montalcino al sole, sempre ventilata, mai troppo calda o troppo fredda, alta su quel panorama così ampio e armonioso da allargare il cuore: dominante e tuttavia così piacevole nelle sue strade di pietra, sotto le logge ariose, negli scorci che si aprono a gran volo aperto sui campi biondi lontani, tra le taverne, le botteghe e i caffè, linda di geometrie bizzarre ma precise. Amo quando posso andare per cantine: conoscere da dove vengono i vini, la gente e le zolle. Non favorevolissimo questa volta il momento, purtroppo: è la finestra di tempo breve quando il cielo è stabile, i lavori in vigna e in cantina sono minimi e i vignaioli si concedono qualche attimo di riposo: chi lo trovi a campeggiare in Maremma, chi ti risponde gentile dalla barca mentre pesca (e speri in cuor tuo che non gli stesse abboccando un pesce proprio in quell’istante…), chi si trova in viaggio. Tutto giusto e meritato, ma per me poca fortuna: telefono al numero dell’Azienda Tiezzi che sta in cima alla mia lista e nel cuore  per la promessa da mantenere e nemmeno lì riesco a prendere appuntamento: bottiglie esaurite. Certo non mi sono fatto riconoscere: non sarò io a disturbare chi ha impegni o si riposa, ponendolo in imbarazzo per una forma d’obbligo di cortesia. Poi però passano le ore, ci penso su, rifletto che l’attimo non colto può rimandare l’occasione a un tempo indefinitamente lontano che forse mai verrà e mi decido a mandare in privato un messaggio a Monica Tiezzi. La risposta è immediata e a braccia aperte, l’appuntamento al Podere Soccorso fissato.

Eccoci perciò a risalire i tornanti della strada dall’Orcia e dal Castello di Velona, oltre Castelnuovo dell’Abate ed il miraggio bianco di Sant’Antimo, superando i Barbi e il Greppo, ormai familiari, fino alla cima del colle dove siede Montalcino, in vista delle torri della Rocca, costeggiando il paese fino alla Chiesa della Madonna del Soccorso: che sta lì sul bordo, semplice ed elegante, leggera come un sipario oltre il quale si apre l’infinito. Per scendere al Podere Soccorso bisogna passare dietro la chiesa, quasi sospettando di infilarsi nella canonica, percorrendo invece una stradina stretta e ripida in discesa che costeggia ed attraversa sterrata alcune proprietà private. Il panorama che si apre a occidente su vigne, fiori ed orti, da un’altezza di quasi 600 metri, è solenne, luminoso, sempre nuovo a ogni snodo, a ogni curva. Si individua infine una casa in pietra, col ballatoio, il loggiato, le scale esterne tradizionali: una figura femminile, indefinibile l’età, sta sulla balaustra e legge, accarezzata appena dal vento: un immagine di poesia questa, e lì è il Podere Soccorso. Sotto la vecchia colonica, dove si apre uno spiazzo, la cantina nuova perfettamente mimetizzata, interrata e giustamente rustica; intorno  la celebre Vigna Soccorso col sangiovese coltivato ad alberello, magnificamente esposta a sud-ovest, morbidamente terrazzata per vincere la pendenza notevole, i filari ordinati come viali di giardini con le rose a punteggiarli e le pietre che li bordano come pause di un racconto. Siamo qui a 500 metri sul livello del mare, appena fuori le mura di Montalcino che ci sorvegliano severe, ma sembra di essere per magia lontani nello spazio e più ancora nel tempo, come trasportati improvvisamente indietro a qualche secolo fa: sfugge alla nostra epoca tanta bellezza, tanta armonia.  Basta guardarsi intorno e viene voglia di fermarsi lì felici e protetti a respirare il verde della vegetazione e l’azzurro del cielo, il susino dai frutti bruni, il melograno, le piante fiorite, che creano un piccolo Eden a misura d’uomo. Non basta a rompere l’incanto l’arrivo lontano del fuoristrada di Monica ed Enzo, perché anch’essi ci portano un sorriso senza tempo.
Il saluto è affabile, schietto, familiare: ci si sente come a casa. Trovarsi di fronte ad Enzo Tiezzi, tuttavia, è un’emozione che un po’ intimidisce: a questo signore sorridente, dal viso vagamente etrusco, vivace e brillante malgrado abbia passato da tempo la settantina, viene da rivolgersi con deferenza, perché pochi come lui rappresentano la storia degli ultimi sessant’anni a Montalcino e sanno raccontarla con tanta lucidità ed un tocco ironico di toscanissima arguzia. Bada, amico o amica che mi leggi, non la storia del Brunello soltanto, perché sarebbe limitativo di quel che Enzo Tiezzi ha da raccontare.

Un giro di chiave nella toppa di una porta in legno che si apre sul fianco destro della cantina e la favola comincia nelle penombre di una sala bassa, pietrosa, appoggiata alla roccia, dove riposano le botti di legno colme di vino: “Questa era la cantina del Professor Paccagnini, che qui invecchiava il Brunello della Vigna Soccorso” e in quello stesso luogo un secolo dopo, grazie ad Enzo Tiezzi, il Brunello della Vigna Soccorso è tornato a riposarvi. Vibra una magia penetrando più ancora la  cantina storica  (piccola! Non t’aspettare antiche strutture monumentali come troveresti in Piemonte a Fontanafredda, o a Nervi, a Montalcino stessa ai Barbi: il Vigna Soccorso era in  confronto quel che potrebbe definirsi un vin de garage), fino allo studiolo dove sono esposte riprodotte le medaglie e i diplomi vinti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dal Professor Paccagnini, gli originali conservati dai discendenti a Livorno. È lì che Enzo e Monica evocano questo personaggio a lungo dimenticato e la sua opera, con un certo orgoglio misto a commozione per un esistente rapporto di parentela. Riccardo Paccagnini, che insegnava agraria a Bari, Piacenza e Roma, era in contatto con i maggiori luminari del suo tempo; aveva a quanto pare anche il pallino della meccanica e fu tra i primi a Montalcino ad impiegare certe attrezzature che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare il lavoro nei campi e in cantina. Il vino che ricavava dalla Vigna Soccorso risultava per i tempi senza dubbio un vino moderno: secco, limpido e stabile; oggi, anche leggendo quei dati chimico fisici rimasti da coeve analisi, lo diremmo un Brunello classico, di corpo ed atto a un buon invecchiamento. Peraltro fu autore anche di un manuale di vinificazione le cui prescrizioni per l’affinamento già preludono nei fondamentali a quelle del disciplinare moderno. L’etichetta del suo Brunello di Montalcino Vigna Soccorso – da Paccagnini personalmente disegnata-  è la più antica etichetta di Brunello conosciuta, forse davvero la prima; ed è la stessa che con modifiche minime si trova oggi sul Brunello di Montalcino Vigna Soccorso di Tiezzi; deliziosa nella sua grafica che da un lato strizza l’occhio al liberty e dall’altro porta con sè tutto il retaggio del Rinascimento, con quei puttini acrobati che sembrano discendere monelli da quelli danzanti di Donatello o di Jacopo Dalla Quercia. Vinse Paccagnini con quel vino numerosi riconoscimenti internazionali, 45 medaglie: affermarsi con un Brunello di otto anni a Bordeaux in quell’epoca (1904), in terra di Chateaux Premier Cru era un’impresa ardita. Paccagnini non era però un tipo facile: oltre a girare per il paese con tutte le medaglie vinte appuntate in bella mostra sul panciotto, baldanzoso come un capo indiano che mostri orgoglioso le piume del suo copricapo, pare non avesse un gran fiuto per gli affari. Cosicché, morto il Paccagnini, passato di mano il podere, la storia fu dimenticata e la Vigna Soccorso abbandonata, finché  Enzo Tiezzi, che di Paccagnini e della Vigna Soccorso aveva sentito parlare da parenti della moglie, ha modo di aquistarlo alla fine degli Anni Novanta. La casa con la cantina antica, malmessa; la Vigna, una landa di rovi ed un aggroviglìo di cavi elettrici e telefonici; viti, se ce n’è, sono inselvatichite. Enzo Tiezzi è uomo d’azione e si rimbocca le maniche: restaura la casa, costruisce una cantina interrata dove accomodare più agevolmente ed igienicamente i tini di fermentazione, l’imbottigliatrice e le bottiglie in stoccaggio; ripulisce la vigna e, preparando lo scasso, tutti i massi trovati nel terreno vengono accantonati per rivestire il muro della cantina interrata, onde si integri armoniosamente nella natura circostante, quasi a non disturbare quel luogo di bellezza con aggiunte tardive. Tanto fa e tanto briga, bussando insistente alle porte, che riesce a far interrare tutti i cavi, ma nemmeno questo colma la misura del suo amore di bellezza: decide di allevare il sangiovese ad alberello perché “ero riuscito a far eliminare tutti i fili, non volevo metterne degli altri e rovinare tutto: mi piaceva che sembrasse un giardino”. Ammettendo anche di essersi preso una gatta da pelare, perché il sangiovese ad alberello risponde diversamente da quello allevato a guyot o a cordone speronato e lui non aveva esperienza: si è trattato di reimparare a conoscere quella stessa pianta con la quale aveva da sempre lavorato ed in qualche modo crescere con lei: la bellezza di pensare a questi organismi come un maestro orientale penserebbe a un bonsai. Ecco che la Vigna Soccorso rinasce, produce frutto che diventa vino con quei metodi che la storia e la tradizione hanno codificato e che Enzo Tiezzi ha imparato nel corso di una vita spesa tra vigne e cantine: i tini di legno, le fermentazioni spontanee, le botti grandi, i travasi, l’attesa; quella semplicità trasparente che rende tutto più difficile, perché non puoi barare e devi sapere esattamente ciò che fai. La storia: essa scorre come una favola bella nella voce di Enzo. Quando ragazzino subito dopo la guerra lavorava a Poggio alle Mura, che era allora un’azienda agricola a tutto tondo, con colture diverse ed il bestiame: la classica fattoria toscana; ed era un viaggio andarvi allora da casa sua su quelle strade, tre ore con la vespa; e perciò si stava laggiù per mesi senza mai tornare, dormendo in stanzoni di quella parte del castello risparmiata dai bombardamenti (c’erano ancora intorno le pietre della rovina), gli uomini divisi dalle donne, tutti chiusi a chiave la notte per evitare inconvenienze amorose;  lavoro duro, ma anche tanto imparare, tanto far pratica: con la terra ma anche con le macchine, perché Enzo era uno dei pochi ad avere studiato e a saper mettere le mani su un organo meccanico. Poi la battaglia per poter tenere l’auto al castello, ciò che era visto quasi come un’insubordinazione dal capoccia, vinta da Enzo con volitività e maestria parlando direttamente col proprietario che aveva possessi anche in Argentina. Lì conobbe sua moglie – la mamma di Monica – venuta come maestra per insegnare a quei braccianti confinati nel remoto Poggio alle Mura e ritrovatasi il letto posto nel bel mezzo della piazza d’armi del castello per ripicca: secondo quella gente, si era posta troppo da “signorina di città”; fu poi tutto risolto, naturalmente. Scene che sembrano tratte da un film e fanno sorridere, ma raccontano vivide una realtà ormai lontana e sparita, che era vita e fatica, pena e gioia; colori, suoni, odori. Continua la favola, vivida per l’animarsi continuo dello sguardo. Gli anni della professione: ancor assai giovane  la direzione tecnica a Col d’Orcia dei Marone Cinzano, in un’epoca che quando l’annata era difficile lo era davvero, non c’erano in vigna le conoscenze e le possibilità attuali e i vini se venivano magri, erano magri: vedi la ‘74. Il ricordo di Giulio Gambelli, coi suoi modi garbati ma schietti, che se tagliavi con percentuali minime il Sangiovese  (molto meno di quanto all’epoca fosse permesso), non solo se ne accorgeva “a naso” e a distanza senza nemmeno assaggiare il campione, ma ti diceva anche quanto e che cosa tu avessi aggiunto, produttore compreso! La Direzione del Consorzio e la nascita del Rosso di Montalcino, con la stesura del disciplinare: nei suoi auspici e nel pensiero dei soci di allora un Brunello da vendersi più giovane per una virtuosa rotazione di cassa, non un vino di serie B. Poi nell’80 comincia a far da solo, con i vigneti al Poggio Cerrino ed alla Cigaleta, a circa 300 metri sul livello del mare, sul versante nord.  La preoccupazione oggi per una Montalcino che cambia: famiglie storiche in difficoltà, aziende vendute senza più referenti coi quali tessere un dialogo e fare gruppo in sede di Consorzio. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, da quella prima ondata di forestieri che qui comprarono terra negli anni Settanta e Ottanta, fino poi al più recente boom del Brunello. Lo si coglie anche nelle parole di Monica, che è persona colta e sensibile, quando parla di certi equilibri da rispettare; quando ricorda come fosse più autentico il Castello di Velona prima della conversione ad albergo di lusso (anzi, a resort esclusivo) e come sopravvivessero un tempo addossate sul fianco del Castello di Poggio alle Mura le vecchie case dei contadini, piccolo borgo ancora intessuto di memorie e strutture medievali, scomparso con la ristrutturazione e rimasto oggi solo nella memoria di chi lo vide: al suo posto un moderno bastione ingloba i servizi dell’hotel. Si ripristinano antiche strutture a nuova vita, ma qualcosa irrimediabilmente va perduto.

Certo, viene il momento che assaggiamo anche i vini, le varie annate presenti in botte perché le poche bottiglie ancora in cantina son già tutte imballate da spedire. Non è facile accanto a un esperto vero come Enzo Tiezzi, bisogna aver un po’ di arroganza in realtà – o di incoscienza- per fiatare. Amico, amica che mi leggi, che dunque potrò dirti io di loro? Che sono una restituzione pura del sangiovese, dei suoi tratti più eleganti fusi a quelli più scorbutici, ciò che ne costituisce l’autentica nobiltà e distinzione. Vini trasparenti ed energici al tempo stesso, più larghi e pronti quelli del Poggio Cerrino e della Cigaleta, più verticali, minerali, strutturati e bisognosi di tempo quelli della Vigna Soccorso. Tutti però con una caratteristica freschezza e tensione interna, persino le annate caldissime 2011 e 2012, potenti e vibranti, che stupiscono promettendo una eccellente riuscita. Vini che respirano, in levare, che sanno leggere l’annata e se anche è più minuta, come la 2014, rinunciano alla forza ma non all’equilibrio.

Si parla di progetti futuri, perché Enzo è mente e volontà che non conosce posa: più spazio per vinificare in cantina, perché oggi si è costretti a vendere le uve quando il raccolto è abbondante e buono; il recupero di un appezzamento poco più a valle della Vigna Soccorso, ripido anch’esso e tuttora a coltura mista, con la vite che si intreccia all’ulivo e agli alberi da frutto: un altro cru, il San Carlo.
Monica annuisce e sorride, orgogliosa a un tempo e preoccupata.
Ecco: vederli insieme, padre e figlia, continuano e completano in qualche modo quel senso di armonia che viene dalla terra, ciascuno con un suo ruolo ben definito e complementare,  preparando in un gioco di sguardi e di non detti una staffetta, come è naturale e inevitabile che sia. Per ora ed ancora a lungo la divisione dei compiti è chiara: se Monica cura in qualche modo le pubbliche relazioni (seguendo eventi, fiere, internet…) con la fatica di ritagliare il tempo da un lavoro impegnativo come quello di medico, in vigna e in cantina è Enzo il sovrano, indiscusso.
Arriva il momento dei saluti. Non posso acquistare ovviamente tutti i vini che vorrei per riascoltarli (sì, come fossero musica) nella calma della mia casa, essendo tutti impegnati per i distributori di mezzo mondo e già imballati per essere spediti,  ma i gentili Tiezzi hanno tenuto da parte una Magnum del Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2010, bellissima, che sarà depositata nell’angolo più protetto della mia cantina, tra le bottiglie più amate. Partiamo, risaliamo a passo d’uomo con la mia Alfa rossa l’erta verso le mura, arricchiti. Io sono felice e malinconico insieme, quasi non mi va di parlare, per trattenere i ricordi di questo pomeriggio e farli sedimentare. Ho da un lato la certezza che finché a Montalcino resteranno famiglie come i Tiezzi l’autenticità di questi luoghi magici non andrà perduta; dall’altro so che se questi settant’anni di dopoguerra sono stati una rivoluzione, il mondo corre in fretta e continua ad accelerare: come un treno lanciato a velocità folle che non si cura delle parti che incominciano a usurarsi, dei bulloni che si perdono, delle bielle chi si flettono; spinge finché ne ha, finché la macchina non esplode per forza della stessa pressione che ha generato. Se Enzo Tiezzi volesse farci un gran regalo! Condensare tutto quello che ha visto e imparato in un libro: i territori di Montalcino, i climi e i terreni, l’arte della vinificazione e di curar la vigna e la loro evoluzione nel tempo, la storia di queste campagne e della gente e delle aziende. Chissà: magari uno dei tanti bravi giornalisti del vino lo potrebbe aiutare ed il Consorzio sostenere il progetto. Perché credo che abbiamo più di sempre bisogno che qualcuno ci aiuti a ricordare da dove siamo venuti e che ci detti il passo, ascoltando, invece di quello della macchina e dell’elettronica, il tempo della natura e dell’uomo.

(visita nell’agosto 2015)

Chianti Montalbano 2007, Cooperativa vinicola, Chianti Montalbano, 12,5 gradi, e Chianti Montalbano 2010, Cooperativa Vinicola Chianti Montalbano, 12,5 gradi.

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Di tutti i Chianti, il Montalbano e’ quello tradizionalmente considerato più gentile, beverino, profumato e fresco. Magari non il più longevo o complesso, quello no, ma che importa? Questo e’ per dare il piacere, la consolazione di levar la sete con una leggerezza salina ed un po’ di calore, come un’acqua di fonte profumata di fiori, da bersi anche l’estate un po’ fresco, per ristorare dalle fatiche dei campi, o di un viaggio, all’ombra di un’albereta. E non era questo il Chianti del quale andava matto l’anziano Verdi – uomo di mondo abituato ai Bordeaux e agli Champagne – quando veniva a Montecatini a passare le acque? Da ringraziare che la Cooperativa continui la tradizione di questo prodotto così tipico: magari non tutti gli anni riesce loro così bene, ma questo 2007 e’ irresistibile. Bada amico, amica che mi leggi: lo apro ora dopo sette anni ed è lì bello rubino, trasparente, morbido e scorrevole nel calice, tracciando lacrime irregolari e rapide, dal profumo spiccato di fiori, iris, violette, non ti scordar di me, e di lamponi, fragole, ciliegie, ed appena una nota iodata. Delicato in bocca, vellutato, armonico, ma soprattutto garbato e leggero, passante e flessibile come pochi vini puoi trovare se pure giri tutto il mondo, quasi impalpabile diresti eppur pieno e non nervoso; piuttosto delicato, seppur sostenuto da una sorridente ossatura, elastica e naturale come solaio a travi e travicelli; con un’acidità piacevolmente decisa che ricorda quella delle susine nere come le cogli dall’albero per un ristoro nel pieno dell’estate, quando sei accaldato; ed un tannino ora finissimo, impalpabile ma ben asciugante e presente: adatto sulle carni arrosto, ma anche su una scottata di tonno o sulle minestre; eppoi salino: li’ il segreto della bevibilita’, di “un bicchiere tira l’altro”, della bottiglia vuota in fretta, il ricordo di quel mare che in antichissimi tempi preistorici copriva queste meravigliose colline ed il vicino Padule e la Valdinievole ed il Valdarno; ed una lunghezza appagante, giusta per la tavola quotidiana e per la festa. Sta, insomma, se mi è’ permesso dire, ai grandi vini del Chianti Classico come il Beaujolais sta ai Cru di Borgogna, ma che c’è di male? Anzi: più compiuto e completo del Francese, con maggior distinzione, nobiltà, slancio e sapore; e mi stupisco che oggi, con la moda sorgente ed anzi affermata di vini saporiti e leggeri non possa trovare più spazio e rinomanza. Ma, si sa: mode, marketing e ignoranza sono una gran brutta miscela. Tu però -amico, amica che mi leggi- fatti furbo: cerca, trova, bevi questa gioiosa bottiglia!

Ora: per evitar la noia a chi mi legge (quei tre o quattro lettori, amico, amica mia) ho fin qui evitato di parlare di diverse annate di uno stesso vino. Questa volta però seducente e invitante un purpureo liquore mi strappa dai propositi miei e guida prepotente le mie dita sulla tastiera. Eccolo qua, un Chianti; di più:  un Chianti Montalbano. E va bene che per me è un po’ il Chianti di casa, di quelle colline e di quel monte soleggiati e sempre ariosi che più volte ho percorso; ma non è la nostalgia che mi trasporta, non il ricordo di quei paesi lindi che fan corona austera evpreziosa a Vinci, tra quei poggi che il piccolo Leonardo vide e amo’ e disegno’ ragazzo nello sfumarsi delle lontananze, giù e  giù fin verso la Valdinievole. È che per caso e quasi svogliato ne ho aperta una bottiglia qui nella mia casa inglese: ha tre traslochi alle spalle e tre anni e mezzo nella calda miseria di un appartamento, non sotto le volte maestose ed umide di una cantina.
Aprendolo, appunto, buono sì, ma stanco al naso ed un po’ alla bocca, come coperta di polvere. Resta, sempre per caso, ventiquattr’ore aperto in attesa, ed il piccolo miracolo è di trovarlo fresco, ricomposto, perfetto. Rubino trasparente e bellissimo, perfetto sangioveve, coi bordi appena aranciati. Con un olfatto sorridente, primaverile, luminoso e puro, di ciliegie e di viole, con sfumature di erbe aromatiche e di pellami nobili: paradigma del vino Chianti che sempre vorresti. Ed una bocca sciolta, flessibile, passante, dall’acidità vivida, rinfrescante e non pulente, un tannino fine e scherzoso ma presente, una salinità vivissima, spiccata, appagante, per me la firma dei vini del Montalbano. Con una lunghezza non a coda di pavone, non a strascico di sposa, ma quella giusta per la tavola. Al punto che riesce ad abbinarsi all’insidiosissimo mallegato, l’antico insaccato toscano col quale tanti vini ambiziosi cadono. Perché in lui c’è vita, e ritmo nel suo sorso, che si insinua ficcante nel palato e ne esplora malizioso e senza peso ogni pertugio, con una piccola piacevole scarica elettrica. Pazienza se poi, dopo settantasei ore, seppur chiuso sottraendovi l’ossigeno, già volge al suo declino: è parte della sua autenticità, parte della sua onestà.
Ecco, lui più esserti amico sull’isola deserta: non per la sua perfezione l’amerai, o per l’eleganza (eppur ne ha, eccome), ma per il suo candido sorriso, per la voglia di dirti una storia sempre nuova.
(24 novembre 2014)

Sovana DOC 2009, Cantina di Pitigliano, 13,5 gradi.


Io lo so che parlare dei vini della Cantina di Pitigliano non fa affatto chic e che se esprimo apprezzamento per questo rosso non diventerò mai un blogger serio. Ma che ci posso fare? Bevo e registro. Non voglio vendervi (o darvi a bere, e in questo caso il modo di dire calzerebbe a pennello) che questo sia un grande vino: la so anch’io la differenza; ma questo e’ un vino amico. Che cosa voglio dire? Allora: anzitutto chi lo produce lo prende sul serio e tratta con attenzione il consumatore: vedasi il tappo di sughero intero, una rarità per vini di questa fascia di prezzo, che credo tu possa -amico,amica che mi leggi- trovare al super entro i 4 euro e forse anche a meno. E poi, nel suo rosso rubino non fitto, medio semmai, appena un po’ granato ai bordi, dopo 5 anni quasi dalla vendemmia, tre dei quali passati al caldo di un appartamento, troviamo ancora un vino tonico, scattante: magari non perfetto e giovanile come quello di coeve bottiglie in locali più opportuni conservate, ma sempre lui e’, quello di un di’, con qualche ruga magari, o un po’ stempiato, ma che riconosci con un sorriso. L’aroma ancora intenso, che non si fa’ troppo cercare, magari meno diretto e preciso, ma sempre con la sua fragolina di bosco e la ciliegia; forse ha qualche nota animale in più e di tabacco biondo, ma gli dona profondità e non spiace; e un tanto di corbezzolo e di terra bagnata; di salvia ed alloro; e poi quella speziatura pepata e piccante che -magari mi inganno- spesso colgo nei vini di terreni vulcanici. Vino amico perché, a dispetto del corpo magari solo medio o ancor meno, e’ tanto saporito, personale, risolto in un chiacchiericcio semplice e piano tra un tannino ben presente ma non aggressivo, maturo e farinoso come la rena fine, e un’acidità vispa che va a braccetto con la sua salinità per pulirti il palato e farlo salivare. Non è lungo magari, ma tanto saporito, e questo bilanciamento gli permette di abbinarsi, o meglio, di adattarsi, ai più svariati cibi della tavola; con una predilezione naturale per la cucina casalinga e rustica però. Poi, parla con franchezza la lingua del sangiovese, senza tanti infingimenti, magari appena ingentilita dalle aggiunte di ciliegiolo e cabernet; che mi pare di rimetter piede, come quando ero bambino, in quelle oscure cantine mezze interrate delle case coloniche nelle campagne elbane, guidato per mano da contadini grezzi e sinceri. Ecco, per questo e’ come un amico: da lui non ti aspetti di essere stupito, non ti attendi discorsi di alta filosofia, o di sentir vivisezionare i tuoi problemi da una stringente analisi logica; ma solo ti attendi e desideri un sorriso un po’ triste, una pacca sulla spalla, e di essere capito.

Talinaio 2007 Locorotondo DOC, Cantina Sociale Cooperativa Locorotondo, 13 gradi.


Non godono gran fama i vini bianchi di Puglia; chissà perché. L’appassionato, perfino l’intenditore, guardando a sud si rivolgeranno piuttosto alla Campania, alla Sicilia, perfino alla Calabria, a dispetto dei chilometri quadrati di vigne distesi in questa regione che, val la pena ricordarlo, da sola produce più vino di tutta l’ Australia. E si’ che con quelle coste, con quel mare blu e pescoso, con quelle verdure così saporite che stanno alla base della cucina locale, di bianchi ci sarebbe da averne una gran sete. Sarà colpa del territorio, che qualcuno dice poco adatto? O di vinificazioni approssimative? Tutte storie! Questa bottiglia di Locorotondo del 2007 fa cadere nel silenzio ed annulla ciascuna di codeste domande. La apro in Inghilterra dopo un lunghissimo riposo nella mia cantina milanese: me la son portata qui, tenero ricordo di un’estate al tempo stesso meravigliosa e triste, e me la consegno’ dalla Puglia il mio amico carissimo, fraterno, Roberto: ci scambiammo le bottiglie – nostro bottino: centro nord la mia razzia, sud la sua- davanti alle mura di San Gimignano, e stasera bevendone mi sembra di averlo qui con me. No, io non ero convinto che avesse tenuto; ma come lo verso, malgrado il tappo che si sgretola, ecco rivelarsi nel mio calice una tinta bellissima di limone carico, matura ma priva di qualunque traccia evidentemente ossidativa, anche quando dopo alcune ore volgerà all’oro. Ad ondeggiarlo, lascia lacrime fitte, ma estremamente volatili: segno di un vino non grasso e piuttosto scattante, come forse non ti aspetteresti da un bianco del meridione. Ed infatti: all’olfatto e’ caldo e carezzevole, originale, scende nel cuore come un balsamo col suo profumo di percocche, di albicocche, di scorza d’arancia e di cedro canditi, di miele di macchia riarsa dal sole, di erbe officinali (ruta, alloro, ginepro), di foglie d’olivo, di semi di finocchio, di iodio, di muschio o piuttosto di vegetazione marina, con quel certo nonsoche di petrolio che è caratteristica dei grandi Riesling tedeschi: e qui, a chilometri di distanza, lo ritroviamo unito ad un profilo che ha la spazialità aperta ed ariosa del Mediterraneo; forse che l’amore che il germanico Federico II portava per la terra di Puglia abbia qui un riverbero arcano? Quasi mi ricorda -in sedicesimi, inteso, e mi daran sulla voce gli “enoesperti”- la Ribolla di Gravner. In bocca e’ secco e cremoso, ma senza tante concessioni, abbagliante piuttosto come i muri bianchi al sole, come i suoli di calcare; elegante, armonico per la grazia con cui son fuse le note dure e quelle morbide; corpo pieno ma non ingombrante, alcool ben modulato, acidità sorprendentemente alta e stuzzicante in vino del sud, intensita’ e persistenza durevole a patto di non mortificarlo con temperature troppo basse, ed un rilucere ancora di toni muschiati, di infusi di fiori, di frutta -l’agrume candito soprattutto- ed il miele, intenso, selvaggio. Quanta complessità, e senza bisogno di legno e barrique per sviluppare tanta bellezza: solo i terreni calcarei a 400 metri sul livello del mare e un trio di uve nostre locali: verdeca al 65%, bianco d’Alessano al 30%, fiano al 5%. In questa fase della sua vita merita un pescato di mare importante, cucinato semplicemente, perché possa parlare da se’: un dentice, una ricciola. Questo stavo per scrivere, rimarcando che c’è qui tanta stupenda materia, ma che una cura ancor più rabbiosa lo porterebbe agevolmente nell’empireo della piu’ ampia rinomanza mondiale. Però poi ho dato un occhio al mio adorato “Vini d’Italia” di Luigi Veronelli, pubblicato nell’anno 1961, ed egli allora scriveva a proposito del Bianco di Locorotondo : “E’ vino che trova la sua massima collocazione come base nella fabbricazione dei Vermouth e per il taglio di innumerevoli vini rossi e bianchi. Meriterebbe miglior sorte, dovendo essere considerato vino superiore da pasto e, se bene invecchiato, da pesce. Ebbi, non molto fa, ventura di provarne una decennale bottiglia su di un piatto di Luigi Carnacina, i filetti di sogliola Casina delle Rose; insuperabile! ” e mi son roso dalla rabbia e dalla bile, che in questa nostra povera Italia in cinquant’anni non abbiamo imparato nulla e siamo sempre li’ al punto di partenza, presi non so da quali chiacchiere e l’un contro l’altro armati. “Ahi, serva Italia, di dolore ostello !”.

Vermentino 2010 IGT Toscana, Cantina di Pitigliano, 12 gradi.


Ci son vini che a berli rendono chic ed altri meno; e, se ne parli, peggio ancora! Quelli delle cantine sociali, ahi ahi. Però dipende, qualcuna è ben vista: langarola o altoatesina; ma la Cantina di Pitigliano, ovvia! E’ spesso stata oggetto di strali di un certo sentire radical chic, sebbene abbia finito col rappresentare una boa alla quale aggrapparsi per tanti contadini in momenti non facilissimi – su’, non nascondiamoci dietro il dito dell’ideale. Io che vivo ormai da anni in Inghilterra mi son sorbito tanti e tanti vini industriali da levare la poesia: però, piaccia o meno, quello e’ il mercato mondiale, baby. Allora, se apro questo Vermentino con una certa trepidazione perché il tappo e’ di plastica ( cileni e australiani avrebbero puntato sul sicuro tappo a vite), trovo un vino ancora fresco, con un bel giallo limone, con aromi intensi e puliti, educati e non soverchianti, come una buona tavola vuole per accompagnamento, originali per il loro bouquet floreale, gentile di frutta (pesca noce e albicocca e cedrata, un po’ di licis), con un pizzico di miele di spiaggia: ha tre anni e mezzo sulle spalle, vorranno ben dire qualcosa. In bocca e’ leggero e gentile, di corpo non più che medio, ben bilanciato tra salinità ed acidità (non altissime, ma con la prima decisamente più in evidenza), entrambe delicate ma ancora stuzzicanti; seppure un po’ alcolico nel suo spengersi sul palato, offre una lunghezza adeguata, con un finale ammandorlato; ed ha un che di speziato e pizzichino che è caratteristico e che trovo spesso (verità o suggestione?) nei vini delle terre vulcaniche. Non si impone e non s’atteggia a primadonna, ma umilmente regala un sorriso e ad un prezzo vantaggiosissimo: potessi averlo sempre qui, nelle varie catene della ristorazione anglo-italiana (i Bella Italia, i Carluccio’s, i Jamie’s ) e similari, invece dei tanti vini anonimi – magari anche non cattivi, ma tutti uguali! Sia pure immaginandolo nato da qualche piccolo magheggio di cantina. Certo: il suo abbinamento e’ una spiaggia maremmana, l’aroma dei pini nell’aria, la sera e il tramonto e il mare; una donna che ami, gli amici a te cari; spaghetti alle vongole, saporiti e un po’ piccantini; o i fusilli col tonno e il pomodoro, come li faceva la mia mamma, sull’aia all’Isola d’Elba; spengendo sereno ogni pensiero.

Per saperne di più: http://www.cantinadipitigliano.it

Pinot Bianco Vorberg Riserva 2008, Cantina Terlano, 13,5 gradi.


Ho girato a lungo l’Italia, per lavoro, dalle Alpi alla Sicilia, riempiendomi gli occhi dei paesaggi e dei visi della gente; le coste, il mare, le valli, le colline, le montagne, la struggente bellezza che porto con me. Le pietre e la terra e le mani caparbie che nei secoli le hanno modellate, creandone arte. Bolzano e l’Alto Adige, dove già senti la cultura latina fondersi con quella tedesca, hanno quella dolcezza malinconica delle terre di confine, destinate a restare eternamente sospese in una dimensione tutta loro, come avvolte in un impalpabile guscio avvolgente, quasi la realtà che si agita intorno ad esse non potesse alterarne l’essenza. Bevo questo Pinot Bianco a sei anni dalla vendemmia, in un età che per molti vini e’ già di decadenza. Dodici vignaioli traggono l’uva tra i 350 e i 900 metri di quota dalle piante più vecchie, allevate in pergole sulle terrazze vertiginose di Vorberg, strappate al bosco come una cascata verde, formando gallerie vegetali che diresti di giardino barocco; qui però non sussurri ed amori nascondono, ma il perpetuarsi del lavoro faticoso e cocciuto di gesti senza tempo che le macchine non possono sostituire; e quel suolo ripido, sabbia e ciottoli che nascono dalle dure rocce porfiriche, esposto a mezzogiorno, e’ uno tra i cru che incoronano il villaggio di Terlano e dovrebbero renderne il nome famoso nel mondo, come il borgognone Montrachet sta a Puligny. Riluce nel calice carico giallo limone, quasi raccogliesse i trecento giorni di sole abbagliante delle alte quote, lacrimando archetti irregolari e lenti come neve che al sole si scioglie e percola. Già solo al riguardarlo suggerisce forza e concentrazione superiori, ricche ma severamente controllate. Sguardo, olfatto, gusto: dall’uno all’altro trascolora naturalmente, quasi sostanziasse manifestazioni diverse di una stessa energia. Ecco allora che l’aroma intenso e complesso si svolge in rimandi continui e concentrici, ogni esalazione come un sasso gettato in un lago crea ed espande le sue onde: ed avrai il melone, la pesca, la mela e la pera gialle, le arance sanguinelle, cedro e bergamotto, tutti frutti al limitare dell’estrema maturazione; poi la cotognata, le albicocche secche, mandorle e nocciole; uno spunto appena di petrolio, quasi da Riesling, e di formaggio blu piccante, e di erbe aromatiche essiccate in trito minuto; ricordi muschiati e di corteccia di abete che si aggrappano ad una mineralita’ di pietre stillanti; ma tutto con estrema sussurrata discrezione, al punto che ti è impossibile indovinarne l’affinamento prolungato in vecchie botti grandi, perché non trovi sentore alcuno del legno: forse, lontanissime come una voce attraverso i millenni, leggerissime velature fume’ ed una polvere appena di vaniglia. Al sorso poi esprime tutta la sua energia, ma nella morbidezza tattile di seta, cashmire, velluto, secondo il settore in cui ti sfiori la lingua, al punto che l’acidità viene riassorbita in una dimensione sferica, sensualmente cremosa, piena e salina, seppur dotata di un residuo zuccherino importante per un vino secco, in un susseguirsi di freschezza ed avvolgenza, con rimandi a ciò che avevi percepito nelle nari, ma virando ancor più verso gli agrumi, a sostenerne la beva con la spinta della freschezza. Energia gentile la sua, dominio di un corpo ampio ma femmineo, così ricco e -verrebbe da dire- mediterraneo, che non ho esitato a sposare con una portata di mezzi rigatoni a cacio e pepe. Quanto goloso il suo attacco, tanto rimani triste tu al dissolversi del suo gusto: non e’ lunga abbastanza la sua persistenza o troppo grande e’ il tuo desio? Finisce in fretta questa bottiglia, eppur tu ancora ne vorresti per meditare comodamente accoccolato, o per giocarvi gli abbinamenti più diversi: saporite impepate di cozze, ricchi primi di scoglio, pescato nobile, ma anche carni e pietanze varie dove una speziatura di zafferano giochi la sua parte. Oppure, ancora, vorresti non averlo stappato perché il tempo, e’ sicuro, sta dalla sua: se vai a Terlano ne troverai bottiglie di trenta, quarant’anni perfettamente evolute. Rimane nel calice vuoto la gioia di una certezza, di un valore saldo che rimane, di un vino che è nasce sulle Alpi, ma guarda al calore del sud. Allora la Cantina di Terlano, che opera dal 1893 resistendo a due guerre mondiali -quasi che la durezza delle rocce di porfido vulcanico si fosse trasfusa negli spiriti di questi viticoltori- e le terrazze del Vorberg mi appaiono stasera come le colonne d’Ercole che serrano sicure, immutabili, la Patria mia tradita. Tu, se m’ascolti, non lo mortificare: godilo non troppo freddo, in calici ampi.

Barbaresco 1995 Cantina della Porta Rossa, 13,5 gradi.


Fu l’anno della mia maturità il ‘95: noi di un liceo classico privato del centro di Milano mandati a Bruzzano per le prove scritte e orali, con le galline fuori che crocchiavano sui pochi prati di periferia. Che estate! Bella, soleggiata, serena, aperta alla vita. Le risate, le speranze, le vacanze a Ponza, gli amici, le ragazze. Era già l’epoca in cui il sabato mi fermavo a lungo con gli amici in chiacchiera davanti alla scuola; non veniva più mio padre a prendermi con la BMW antracite o la Tipo verde oltremare per quei pranzi invernali, quelli del biancostato bollito -tenerissimo- con la salsa di rafano e, spesso, una bottiglia di Barbaresco: la mia prima vera infatuazione per un vino che non fosse un Chianti toscano. Ne amavo la diversità orgogliosa, potente e nobile a un tempo: come leggevo in un vecchio libro, “il lucente bagliore dell’armatura di un condottiero”. Frugo nella mia cantina per cercarvi le bottiglie per il pranzo di Natale e trovo questa di vino vecchio di 18 anni: tanti ne sono passati da allora, eppur mi sembra ieri; e capisco all’improvviso il senso di quell’argento che mi s’affaccia alle tempie, che mi bisbiglia parole che non voglio ascoltare. Eccolo qui. Poco resta, dopo tanti anni, della gloriosa lucentezza, dell’energica freschezza giovanile. La sua tinta già si è fatta brunita, trascolorando il rubino fin oltre il granato. Eppure, che fascino emana; come uno sguardo melanconico in cui specchiarsi ritrovando traccia di se stessi, dei propri pensieri, quasi una specola oscura da cui sondare le profondità e le infinite pieghe del proprio spirito; cercando risposte nelle lacrime che scendono lente, indifferenti e mute sui bordi del calice ballon. Ricordi di vecchie versioni latine: gli aromi inalati per ispirare i vaticini delle Pizie. Qui, invece, un liquore mentolato distintamente sussurrando sprigiona odori di liquerizia, petali di viole e rose canine, chiodi di garofano, noce moscata, foglie di the’, terra bagnata, grafite, confettura di mirtilli; arancia amara, chinotto, cedro essiccati; tartufo, polvere di cacao amaro, prugne nere, lamponi; con una qualità cangiante e instabile che spiazza e annichilisce. Il suo corpo in bocca e’ pieno, stretto in un maglio poderoso di acidità spiccatissima che tutto sorregge e tannino fine, monumentale, che mordono non placati sulla bocca a discapito di componenti più morbide e fruttate, lasciate in secondo piano per formare la quinta di un gusto sottile, ma di lunga persistenza. Ancora una volta l’instabilità e’ la sua cifra: più inapprocciabile o più disteso secondo il momento, l’istante in cui lo cogli; e bada che l’ho bevuto dopo 12, 18, 24 ore e a più riprese. “O Fortuna, velut luna, varia et variabilis”. Il senso di questo momento della mia vita: il Barbaresco del ’95 della Cantina della Porta Rossa di Diano D’Alba -tradizionale, assemblaggio delle uve di diversi vignaioli e luoghi come usava un tempo in Langa- non mi può rispondere; ma intorno a lui ci siamo radunati in famiglia confondendoci nel nostro calore, intrecciando storie del presente e del passato, racconti di noi; segnando punti della nostra traiettoria, nella speranza senza voce ne’ parole di una eterna rinascita, silenziosa accorata preghiera: il significato del mio Natale. Ravioli in brodo, un fagiano, un cappone; i propri cari.

Per saperne di più: www.portarossa.it

Luoghi di Vini: Sanlorenzo, Montalcino.

Incontrai la prima volta Luciano Ciolfi nell’autunno del 2010, al Castello di Buronzo, nel Vercellese, per una manifestazione bellissima che si chiamava Terre di Vite. Ricordo quel viaggio pieno d’attesa, col mio amico Roberto, appassionati e curiosi entrambi, discutendo di vino, di auto e di donne mentre la pianura scorreva nella sua dolce monotonia spoglia di risaie, di fossi, di cascine, come note su un pentagramma, mentre la nebbia si discioglieva al levarsi di un timido sole dorato.

Una giornata memorabile, una pietra miliare della mia passione per il vino: forse fu proprio quello il giro di boa del non ritorno. Una trentina i vignaioli presenti, per lo più piccoli o piccolissimi, spesso veri e propri artigiani, con produzioni dai numeri –come si suol dire – confidenziali; ma un caleidoscopio di terre, di stili, di storie e di sapori: come se, scoperchiando un immaginario vaso di Pandora, non ne uscissero i mali del mondo, ma un inimmaginato universo di tesori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra i produttori c’era appunto Luciano, che ricordo serio e compito, vestito di tutto punto in grigio dietro al suo banchetto, mentre altri –magari più abituati a simili occasioni per così dire mondane- apparivano più sciolti e rilassati: e mi piacque per questo senso di dignità un po’ antico e perché, evidentemente, non sentiva il bisogno di sbandierare con una veste casual che lui in vigna ci andava davvero. Non ricordo esattamente di che cosa parlammo e nemmeno le annate dei vini, che mi parvero già allora ottimi e soprattutto fieramente figli di sangiovese (era l’epoca degli scandali per tagli illeciti): il Rosso di Montalcino praticamente perfetto, pieno e gentile ad un tempo; ed il Brunello del quale intuivo la sostanza, ma anche la necessità di essere atteso. Ecco, di questo parlammo – a rischio di sembrare io saccentello con quel tanto che sapevo di vino allora, ancor meno del poco di oggi- del tempo che serve al grande sangiovese per dispiegare le sue ali in un irraggiungibile volo:  tempi lunghissimi, per cui Bettino Ricasoli lamentava di avere un vino, sì, perfetto nelle sue cantine a Gaiole in Chianti, ma: “…di ventanni. Ventanni!”; e dalla mia avevo l’esperienza di affascinanti vecchie bottiglie, dell’imprevedibile loro mutare.  Ricordo soprattutto che trasparivano in Luciano la passione e l’orgoglio per il suo lavoro e la sua terra, forti, anche al di là dei risultati raggiunti, nella consapevolezza di un percorso ancora tutto da camminare, ricco di salite e di curve, faticoso come una tappa alpina del Giro d’Italia.

Son passati quasi tre anni.  Giornata d’estate: caldo e sole splendente, i pensieri fugati come le nuvole della sera prima e annullati dal profilo incantato delle colline, che cullano gli occhi e l’anima ad ogni sguardo.  Mi trovo a Montalcino in una giornata strana nella quale saltano tutti i miei piani e che E. ed io viviamo semplicemente adattandoci a quel che accade: con naturalezza lei, io con diffidenza ed un pizzico di irritazione iniziali, ma via via rilassandomi ed entusiasmandomi.  E per un puro caso, seguendo un consiglio non atteso e non chiesto, ci sediamo a un tavolino dell’Osteria di Porta del Cassero; lì, sulla destra appena oltre l’ingresso, di fronte al bancone. E lì di nuovo incontro Luciano, che riconosco nel giovane uomo che si è appena seduto di fronte a me nel tavolo accanto; evidentemente un habitué, dal forte accento toscano, jeans,  intento ad aprire una bordolese senza etichetta: estrae il tappo e non ci sono più dubbi, perché riporta stampigliato “Sanlorenzo”.

Fosse questo il capitolo di un romanzo picaresco sarebbe ora il momento di aprire un’ampia digressione, perché con lui a tavola c’erano Giampaolo Paglia, il celebre produttore dei vini di Poggio Argentiera in Maremma e il suo braccio destro Antonio Camillo; e nel tavolo accanto il grande enologo Paolo Salvi, i vini del quale sono tra i primi che ho amato ed è persona tanto capace e schietta quanto ritrosa ad interviste e comparsate (non a caso mi si dice che l’anziano Giulio Gambelli – lo chiamavano Maestro Assaggiatore- l’amasse di amore filiale). Potrei dire della loro squisita disponibilità verso un appassionato quale sono e della mia emozione, ma sarebbero altre storie. Voglio parlare piuttosto di Luciano, di come fosse sorpreso che mi ricordassi di lui, di come mi abbia subito offerto un bicchiere del suo Rosso di Montalcino, appena stappato, di come mi abbia fatto sentire da subito un amico e parte della loro compagnia. E di come si sia reso disponibile, malgrado gli impegni, ad assecondare un invito del destino aprendoci  le porte della sua cantina; o, meglio, quelle della sua terra e del suo lavoro.

Ed eccoci quindi dopo pranzo in auto, per il breve tragitto che da Montalcino porta verso Sant’Angelo e Tavernelle, in un susseguirsi di vedute che fermano il cuore e lo fan ripartire in un sobbalzo; e di indicazioni gialle su fondo nero di cantine e aziende dai nomi celebri e altisonanti. Di qualcuna si vede anche l’ingresso, trionfale, coi limiti di pietra ed i nomi piegati nel ferro battuto, nell’ottone: grandi, come quelli che –immagini- troveresti davanti alle ville delle star hollywoodiane. Poi t’infili in un boschetto seguendo una sterrata; e poco dopo, appena si infittisce, sulla sinistra vedi due alberi un po’ più distanti a segnare un vialetto, ed un cartone semplicemente plastificato e inchiodato a quello di destra: “ Sanlorenzo”; e già capisci che lì la dimensione è un’altra: umana, contadina, nel senso più alto e nobile che questo termine può significare. Varcare quella soglia arborea equivale ad entrare in un mondo incantato e migliore: perché in un attimo la macchia si apre in una radura, con le case poderali a destra e sinistra, non restaurate ed imbellettate, ma ancora ad immagine della loro rustica funzione; lì polli e galline ancora a ruspare liberi e gli anziani seduti a vigilare e godere il meriggio. Su tutto il sole, perché il poggio si fa declivo esposto tra mezzogiorno e crepuscolo, con le vigne tutt’intorno da sinistra a destra, in un cannocchiale ottico che si apre maestoso e punta verso la Maremma, vigilato dall’Amiata che sta un po’ più a sud, un po’ più a levante.

Le vigne, coltivate in regime biologico certificato, sono proprio  ciò che Luciano ci tiene a mostrarci prima di tutto, con orgoglio, seguendo evidentemente un percorso che è naturale prima ancora che logico: è lì anzitutto che si fa il vino – ed il vecchio adagio poche volte come questa mi è parso vero. Vendemmia prevista come da tradizione 40 giorni dopo l’invaiatura, quindi più verso l’inizio che la fine della decade di ottobre; ed in cuor mio sorrido felice, perché così si usava in Toscana un tempo e così il sangiovese può dispiegare il suo corredo polifenolico, dando al vino la struttura e i giusti aromi e sapori; eppure, quante vendemmie settembrine oggidì , spesso senz’altro motivo che non portare a casa il risultato, o lasciare spazio di manovra per cercare in cantina equilibri diversi da quelli che la natura del sangiovese può dare. Dobbiamo purtroppo lasciare troppo presto quei pampini e quei filari, perché le nubi che si addensano minacciose dalla parte dell’Amiata già condensano in pioggia: peccato; ma è stato abbastanza per intuirne la cura e capirne la felice giacitura. Sono giornate facili alla grandine, ma Luciano non è troppo preoccupato: le nubi che arrivano da quella parte, di solito, non scaricano su Sanlorenzo; ed infatti tutto si risolverà in una spruzzata, a dimostrazione che il nostro ospite la sua terra la conosce non per modo di dire.

Ci spostiamo dunque in cantina, ricavata nel piano terreno della casa, secondo un vecchio uso toscano; essenziale ma con tutto quel che serve per un ciclo completo,  dai fermentini fino all’imbottigliatrice, miscelando felicemente antico e moderno. Le dimensioni sono quelle giuste per i 4,7 ettari vitati e per essere gestita da un one-man-band come Luciano. Il pesante portone di legno invita direttamente nel buio locale di affinamento, con le botti allineate: quello che a me sembra sempre il luogo della magia, perché lì, bene o male, l’uomo si fa un po’ da parte, ed il  tempo ha il ruolo di maestro ed artefice.  Botti grandi e botti piccole, più nuove e più antiche. Al muro un condizionatore, che aiuta a mantenere il giusto clima. Accanto il locale per le fermentazioni nei tini d’acciaio, equipaggiati con un sistema di controllo delle temperature semplice, ma utile da quando il potenziale alcolico delle uve si è accresciuto. Luciano è chiaro, netto e trasparente: “Qui siamo a 500 metri, una volta si faticava ad avere uve a piena maturazione. Oggi questo non è più un problema, grazie ai nuovi portainnesti e ai nuovi cloni piantati negli anni, che le favoriscono. D’altro canto, le recenti annate calde ci portano ad un eccesso di alcool che dobbiamo saper dominare”. Luciano ci riesce, eccome! Lui guida gli assaggi ed insieme sentiamo una sfilata di meraviglie, come su un’ideale passerella, da bottiglia e dalle botti. Rosso e Brunello di Montalcino, che porta il nome del nonno di Luciano, Bramante, 98 anni lo scorso 3 maggio (stesso giorno di mio fratello, guarda un po’): e quel nome la dice lunga sul senso che Luciano ha di appartenere ad una storia ininterrotta, ad un fluire in fondo circolare che si concretizza in amore per la terra. 2008, 2009, 2010, le calde 2011 e 2012, accompagnate con un po’ di pane ed olio degli ulivi del podere. Vini tutti diversi, capaci di tratteggiare senza filtri e infingimenti le caratteristiche dell’annata; ma allo stesso tempo, coralmente, in grado di testimoniare quel territorio, quell’uva sangiovese e le mani del loro artefice, secondo uno stile che definirei classico e contemporaneo insieme, perché l’eleganza è maritata ad un certo spessore, ad una certa potenza e finanche pienezza nelle annate più calde, ma sempre in un equilibrio attento tra la freschezza e l’evoluzione. Ciò che mi colpisce ancora è l’onestà dell’uomo e la sua capacità di ascolto; o, meglio, il sincero interesse di conoscere che cosa l’interlocutore pensi dei suoi vini. Per ogni annata un commento, il ricordo preciso di com’era stata la stagione, la vendemmia; perfino degli errori fatti, ma che son serviti di lezione per superare situazioni difficili in annate successive. Mi accorgo che non gli sto facendo le domande di rito: “ma quelle barrique che ho visto di che passaggio sono? Le usi per il Rosso o per il Brunello?”, semplicemente perché non ce n’è bisogno; capisco che lì i legni sono solo strumenti, complementari a trovare anno per anno il giusto equilibrio, a suddividere razionalmente il vino per l’assemblaggio finale; non c’è nulla di preconcetto o di filosofico e quelle mie domande sarebbero solo chiacchiere oziose: fetiscismi e nulla più. E così per tutti gli altri attrezzi e tecniche di cantina. Si parla ancora di vino e via via a tutto campo: delle guide e dei punteggi;  della vendemmia verde; della necessità di trovare un giusto equilibrio dei vari componenti del vino; dei modi di ridurre l’alcool nel vino, dall’osmosi – che non ama – all’attento e virtuoso taglio di diverse partite; delle differenti scuole in cantina (lui, ad esempio, fa pochi o punti travasi); delle certificazioni biologiche; delle DOCG e di tutti i modi, in fondo facili, che chi non è onesto potrebbe trovare per aggirare la legge; dell’importanza dei social e della comunicazione nel mondo del vino di oggi. Per ogni argomento Luciano ha un’idea definita, ponderata, illuminante.

Eppure quante altre questioni mi accorgo di non aver trattato con Luciano; quanti altri assaggi avrei voluto fare ancora insieme (le Riserve!); anche con vini non suoi, per raffrontare il mio giudizio col suo, che sarebbe stato, lo so, sincero e preciso; quante domande ancora, che mi terrò per la prossimo incontro, che sarà, lo sento, non lontano.

Sono passate quasi tre ore, Luciano deve occuparsi del bosco (ecco ancora la dimensione vera, di un equilibrio con la natura e la tradizione che non sono un ritorno alla terra, né tantomeno una moda, ma un fatto naturale, la prosecuzione di una storia di famiglia) e ci congediamo. Nel baule dell’Alfa i vini di Luciano ed una bottiglia del suo olio, omaggio delicato e gentile.

Come amante del buon bere risaltano nel mio ricordo il profilo elegante, classicissimo del Brunello di Montalcino 2008, con quel tanto di austerità che ne aumenta la distinzione; e l’energia ancora in essere, la profondità luminosa di quello che sarà il Brunello di Montalcino 2010. Come uomo porto con me la stretta di mano vigorosa e schietta di Luciano e la sua immagine contro l’orizzonte e la luce in quel punto là, sul limitare delle amate vigne, come un balcone che si affacci su un immaginario mare verde di pampini, nel silenzio di un momento.

Con la consapevolezza che quella giornata segna nella mia vita un nuovo giro di boa.

per saperne di più: http://sanlorenzomontalcino.it/