Trescone 2003 Umbria IGT, Lamborghini La Fiorita, 13 gradi.

Era l’epoca dei miei primi curiosi assaggi, quando uscivo dal recinto felice e conosciuto dei vini che si bevevano in famiglia: la lunga lista dei rossi con la B (Barbaresco, Barbera, Bardolino, Barolo, Brunello), il sempiterno Chianti (vero re della nostra tavola, che talvolta si vestiva a festa e diventava Classico, Gallo Nero o con la firma di Antinori), il corposo Morellino, l’amatissimo Dolcetto, qualche sporadico Cabernet Grave friulano o un po’ più spesso un Terre di Franciacorta (non si chiamava ancora Curtefranca) in onore di mia mamma che è originaria del Sebino. Ti risparmio, amico o amica che mi leggi, bianchi, rosati e spumanti.
Erano tutti vini DOC, perlopiù di cantine sociali, classicissimi. In quel panorama gustativo, questo Trescone giunse quasi deflagrando: un vino IGT, umbro del Lago Trasimeno (zona non notissima enologicamente), recante sull’etichetta un nome e uno stemma che per me appassionato d’auto – anzi, appassionatissimo all’epoca- era magico: Lamborghini; e difatti la tenuta la Fiorita fu il buen retiro del padre della Miura e della Countach dopo la vendita della sua fabbrica. Soprattutto, però, fu il vino a colpirmi e spiazzarmi, non l’etichetta: un vino così morbido e profumato, corposo e sensuale ad un tempo io non lo avevo mai sentito, abituato com’ero a rossi austeri e nervosi. Il Trescone blandiva con una setosità carnale e femminile che rimandava diretta alla sfera dell’eros, almeno per il mio palato di allora.
Visto con gli occhi di poi e parecchi assaggi dopo obbiettavo tra me ne che il Trescone fosse un po’ figlio dell’enologia di una certa epoca che voleva vini grandi, concilianti e facili, però in grado di stupire con effetti speciali, in direzione del tutto opposta ai gusti attuali; e che il 2003 in particolare dovesse la sua ricchezza ad un’annata memorabilmente caldissima.
Perciò celavo da tempo questa bottiglia – l’ultima- nella mia cantina: per un misto di sospetto e il timore di una delusione. Sarà cambiato lui, il vino, il figlio di sangiovese, canaiolo e merlot, così tanto da non essere più in grado se non di stupirmi o persino di piacermi, o sarò piuttosto cambiato io per una evoluzione naturale del gusto e incapace di sorprendermi? Perché sciupare un bel ricordo, in fondo?
Ogni bottiglia però è un incontro, un momento a sé e mi decido ad aprirlo, per trovarlo in una veste color granato di media profondità, con aromi intensi di di frutta molto matura, ma viva: di prugne scure, di mirti, di mora selvatica; ma anche vi balugina l’arancia sanguinella, a tenerlo increspato e in continuo movimento. Oltre, i segreti spazi del ginepro, dell’alloro, del mirto, della foglia di té, della marasca sotto spirito: un insieme di avventuroso e boschivo e di confortante e domestico, come l’odore negli stipi di una credenza annosa. Questa dimensione assai fruttata e vegetale si innesta avvolgendola morbidamente su un’anima anodina e ancor tesa di ferro e grafite, con un minimo attrito che produce faville: il vino risulta un po’ piccante, sa di pepe. Alla bocca è più dolce; il gusto pieno come il corpo,  di appagante avvolgenza, ma piacevole scorrevolezza. Qui la frutta quasi si fa cotta ma rimane succosa ed il sorso è sostenuto da un’acidità medio alta e bella nell’insieme, armonica. Il tannino, oramai, è in quantità medie, ma soprattutto è rotondissimo, carezzevole.
Insomma, non importa la moda, non conta lo stile, ed agli anni non si badi: questo, amico o amica che mi leggi, è un vino di Bacco, dalla sensualità calda e piena, diretta e gioviale, che si beve senza impegno, solo per gioire e godere festeggiando la vita. Buona sorte ha voluto con lui le lasagne materne: un sorriso d’amore.

Chianti Classico Bibbiano 2008 13,5 gradi.

Da quanti anni non torno a Bibbiano.
Rivedo innanzi a me la lunga strada sterrata come la percorsi la prima volta: fangosa per le piogge di febbraio, con la luce che già cala e sfuma nel crepuscolo. La ricordo con la primavera che esplode: i fiori e i profumi sul ciglio, le colline verdi, un cantare di uccelli, quando fui ospite a pranzo di Tommaso Marrocchesi Marzi che della tenuta è il motore e l’anima. L’ultima memoria è sotto il sole abbagliante d’estate in un frinir di cicale, per mostrare la bellezza del luogo a chi mi è caro: nessuno vidi, nè mi feci riconoscere.  A Bibbiano non si arriva per caso: bisogna inoltrarsi nel segreto del Chianti Classico, dalla parte che il territorio di Castellina si apre a sud e a ovest verso la Valdelsa formando un doppio crinale ripidissimo, ma che gode di una luminosità intensa, quasi marina. Di lassù, dal piazzale prospiciente la fattoria che è un vecchio edificio semplice nelle forme, la vista spazia su una successione solenne di colline a perdita d’occhio, ripartite geometricamente a seminativi, vigneti, boschi. Solo i cipressi, in filari o isolati, sembrano interrompere con un segno verticale e netto le forme morbide e femminili che circondano lo sguardo. Qui venni in cerca del Chianti Classico più autentico, apposta, seguendo le orme di quel gran Maestro del Sangiovese che fu Giulio Gambelli: lui quella strada la percorse credo per sessanta vendemmie, creando vini che parlavano della terra e della stagione che li aveva generati. Vini lievi come un volo di farfalla, è stato detto.
Perciò la nostalgia è forte quando apro questa bottiglia di Chianti Classico del 2008. Avevo il desiderio di ritrovarmi con la  mente per un attimo in quella terra e di misurare, millanta assaggi dopo, se fosse mutata la mia percezione di quel vino, e in quale modo. Perciò l’ho aperto con calma, 12 ore prima dell’assaggio; ma già levando il tappo, m’ha inebriato le nari di fiori.  Giunta l’ora della cena verso il vino nei calici ed essi risplendono: un rubino trasparentissimo e luminoso che vira appena sull’aranciato e al granato sull’unghia li fa rilucere dall’interno, lasciando sul cristallo lacrime estremamente lente e da attendere con pazienza. Oscillando il bicchiere per lo stelo il vino ruota veloce e leggero una danza aggraziata, senza peso, quasi una piuma o un petalo di rosa trasportato lontano dal vento. I suoi profumi arrivano con un’intensità mediana, da lieve brezza che solletica e ristora, ma sono estremamente sfaccettati, prismatici come i riflessi di un diamante, primaverili come la luce del mattino; floreali, un vero e proprio bouquet: viole, gigli, garofani e rose, in composizione perfetta; poi l’evocazione di frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, ma soprattutto vivaddio uva, poi un poco di rinfrescante arancia sanguinella; persino le erbe aromatiche, anch’esse fresche,  rasserenanti perché parlano di aria aperta: borragine, rosmarino, timo, menta. Appena fanno capolino, infiltrandosi in una trama fitta e flessibile come foglie di rami di bosso modellati per un parco incantato, gli aromi terziari, con una speziatura raffinatissima ed equilibrata inizialmente, poi, con l’attesa, insinuandosi appena ricordi lontanissimi di pelle conciata, di castagne, di tabacco. Finalmente lo assaggi o piuttosto lo bevi, così croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, salato e minerale. Ha un attacco netto e prosegue deciso, irradiante ma anche dolce, sinuoso, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante ma sottilissimo ed un’acidità fermissima delicatamente distribuita sul palato; succoso, con grande intensità di un gusto fresco e misteriosamente gentile di lampone, che ha un’evidenza quasi materica. Diresti ariosa la sensazione che offre al palato: continua, salda e sottile, tesa ma profondamente calma. Una bocca sussurrata, gentile, di fanciulla ideale da ritratto quattrocentesco: “Bocca baciata non perde ventura”.  Non so se questo sia ancora un vino di Giulio Gambelli, che nei suoi ultimi anni aveva passato la consulenza enologica a mani più giovani limitandosi a qualche assaggio e consiglio,  ma quell’armonia di forza e grazia così intimamente intrecciate da risultare inestricabili rimanda luminosa al suo stile, come lo declinava nelle vigne di Bibbiano . Questo infine è ciò che importa: la perpetrazione del genius loci .
Chissà se a Bibbiano si producono ancora vini così, se le sirene delle mode e le necessità di mercato (che van tenute in considerazione) non abbiano intaccato la loro anima purissima. Lo spero, perchè bada, amico o amica che mi leggi: questo è un Sangiovese affinato semplicemente nelle vasche di cemento vetrificato, con piccole aggiunte dei tradizionali Canaiolo e Colorino; ma quando il Sangiovese del Chianti Classico si esprime su questi livelli, per conto mio non teme confronti con chicchessia, nemmeno coi Grand Cru del Pinot Nero di Borgogna.
È stato meraviglioso sulla nostra tavola con cavolo nero e fagioli – e ha fatto battere il cuore; ma lo scommetterei eccellente anche sui primi piatti e sugli arrosti di carni bianche: quelli che un tempo usava per la festa contadina.

Chianti Classico Castello della Paneretta 2008 , 13,5 gradi.

Per giungere al Castello della Paneretta devi percorrere il fascino sottile dei grandi balzi delle colline di Barberino Val d’Elsa e di Tavernelle Val di Pesa, così vicine a Firenze e prossime quasi alla superstrada, eppure a loro modo stringenti, selvagge, boschive, che ti si aprono improvvise più d’intorno che davanti agli occhi, perche’ te le senti addosso; d’autunno, con la loro silenziosa malinconia. E’ vero: non sono parte di quel territorio storico formato dall’antica Lega del Chianti, ma fin dagli Anni Trenta rientrano nella zona di produzione classica e per loro parlano i vini: su quei poggi puoi trovare alcune delle più celebrate fattorie toscane. Poi, quando giungi al Castello, se non e’ epoca di turisti ma sei raccolto con te stesso, ecco che puoi pensare d’improvviso alle fiabe che ti narravano da bambino, di manieri fatati e ville dalle cento stanze, dagli specchi magici e dai passaggi segreti ed oscuri che portavano al baratro, o alla salvezza o a un tesoro. In effetti, la mole massiccia ed elegante del Castello dalle le torri cilindriche un tesoro lo contiene, che contende l’attenzione alle statue ridenti del giardino e ai sontuosi affreschi: vini  raffinati, sussurrati, di impronta tradizionale, di sangiovese e canaiolo, varietà qui difese strenuamente. Che poi sia una famiglia di origini non toscane a tener dritta la barra del timone e non abbia ceduto alla sirena delle varietà internazionali nemmeno quando la moda lo richiedeva a gran voce deve far pensare.
Questo 2008 e’ un Chianti Classico delicato, fine nel senso ottocentesco, da arrosto. Ti attrae subito come un sorriso di fanciulla, di Madonnina quattrocentesca col suo bel rubino trasparente, ricco di lacrime cristalline e scintillanti ed un aroma fresco, di bella intensità, floreale di viole e di rose, e poi di ciliegie sotto spirito e lamponi, accennando a more selvatiche cenni, menta di campo e te’ e alloro, con una coda complessa e sottovoce, delicatamente balsamica di eucalipto, leggermente fume’ e con ritorni di terra bagnata. Sotto, tutto si impernia su un’anima ferrosa, minerale, seria e composta che ritorna intatta ed innervante anche all’assaggio. Sorseggialo e ne godrai il piacevolissimo equilibrio del corpo sospeso perfettamente tra pienezza ed agilità, lo diresti un peso medio paragonato a tanti vini più pretenziosi; però il senso dello scatto vela una struttura ben salda, ricca di acidità e con tannino abbondante ma di grana minuta e matura, con una beva saporita ma mai gridata, con un attacco ampio che poi prosegue e si svolge deciso, teso, nervoso ma al contempo solenne, irradiante, gentile, lungo. L’avevo assaggiato all’epoca dell’acquisto in cantina ed era diverso, e’ chiaro: allora cristallino e lucente come uno specchio, con proporzioni assolutamente perfette, pertanto fors’anche più impressionante. Oggi, invece, e’ come in muta tra spontaneità giovanile e profondità dell’invecchiamento, serpente piumato che cambia pelle per svelare un volto nuovo, verso svolte imprevedibili nel suo mutare. La vita e’ tutta un mutamento – lo sai, amico, amica che mi leggi: questo vino ha la grandezza di narrarti in divenire la sua fiaba.

Montecarlo DOC Rosso 2007, Fattoria del Buonamico, 13 gradi.

La Fattoria del Buonamico!  Il primo luogo dove andai a comperare il vino in cantina, e mi sembrava un atto da carbonaro, un po’ proibito e un po’ segreto. E quello stabile lassù, a Montecarlo sul poggio della Cercatoia, aveva già di suo quasi un aspetto da bunker, basso com’era di mattoni, e scuro, dove si scendeva nella penombra: non c’era certo all’epoca il concetto dell’accoglienza che c’e’ oggi, con la bella sala dalla grande vetrate e gli erogatori tecnologici per un assaggio estemporaneo. Però c’erano gli occhi e la voce di Vasco Grassi, all’epoca e per tantissimi anni anima della cantina: e si parlava dei vecchi contadini e di Gino Veronelli (avessi capito di più all’epoca che gigante fosse stato Veronelli, avrei investito di domande chi ne aveva avuto il privilegio dell’amicizia). Questo 2007 e’ una bottiglia particolare: ha ancora la vecchia etichetta col paesaggio del Vasari e l’intestazione Fattoria del Buonamico, anche se il viticoltore risulta già la “Tenuta del Buonamico s.r.l.”, cioè la ragione sociale della nuova proprietà, che compare oggidi’ sulle nuove etichette. Ho aspettato tanto ad aprirlo per pura nostalgia: mi dispiaceva intaccare questa bottiglia testimone di una storia; ma più ancora mi sarebbe spiaciuto perdere il vino ( eh! e’ fatto per essere bevuto) e si è finalmente presentata l’occasione del cibo giusto. Nemmeno sapevo se avesse tenuto ( non hanno gran fama di longevità i vini di Montecarlo), ma ho provato ed ho fatto bene. Il tappo di plastica mi ha provocato uno spavento, tuttavia debbo ammettere che si è ben comportato ed ho trovato nel calice un vino assolutamente vivo, giovanile, ancora perfettamente rubino scuro di media profondità, con lacrime abbondanti, fitte e lente;  dall’aroma vinoso ed intenso, sfaccettato tra note fruttate di amarena e mirtillo e mora selvatica ed altre più ricercate ed intriganti di terra bagnata, di legna affumicata, di saggina, di alloro e ginepro, una speziatura delicata dolce e un po’ piccante, giocata lì’ tra pepe e cannella che un poco richiama alle sapide complessità del locale mallegato. In bocca e’ magari un peso medio, ma ha una bella acidità , una lunghezza sorprendente, una certa sapidità , un tannino felicemente “ignorante”, terroso ma maturo. Vino rugoso si’, ma non rustico: piuttosto naturale e ben bilanciato, col suo blend tipico della zona fin dall’Ottocento, dove il predominante sangiovese e canaiolo si fondono ai francesi cabernet, syrah e merlot: il nerbo toscano mitigato da una piacevolezza e garbo francesi, per un insieme mediterraneo si’, ma con misura: la luce non buttata in faccia ad invadere l’intimita’ riservata di una stanza, filtrata invece dalla delle persiane a creare lame soffuse nella penombra; ed ecco che rimane così lo spazio ed il modo di perdersi nelle ombre segrete di un ricordo. Per me questa sera – amico, amica che mi leggi- il piacere e’ stato averlo appena fresco su tranci di tonno appena scottati; ma te lo direi su una pasta al sugo, su una saporita zuppa di terra o di mare e sulle carni bianche .

Montevertine Riserva 1997, vino da tavola, 12,5 gradi.


E’ Pasqua. I miei cari riuniti intorno a un tavolo nella casa avita: attimo breve e fuggente di grazia relativa. Ecco allora che giunge il momento di una bottiglia che non pensavo mai di aprire, unica e tra le più preziose della mia ormai non piccola collezione: Riserva 1997 di Montevertine. Ero bimbetto o poco più quando regalai a mio padre una garzantina – dalle pagine già ingiallite ed odorose di carta vecchia- sui vini italiani, e che poi lessi avidamente io. Fu quella la prima volta che sentii i nomi per me mitici di Sassicaia, Tignanello, Tegolato, Bruno di Rocca e del Pergole Torte di Montevertine: quest’ultimo sopra tutti mi si stampo’ nella mente, mentre lo imparavo modello di vino toscano tradizionale e antico, liberato però sia dalle incrostazioni della civiltà industriale che dai compromessi di quella contadina, restituendolo ad una purezza assoluta e ideale in grado di parlare al gusto moderno, come fecero i maestri del Quattrocento con l’arte dell’Antichita’. Allora, però, chi frequentava le enoteche? Vini, quelli di Montevertine, fini, da amatori, quasi esoterici e da adepti di una piccola setta -era l’epoca di grossi e densi liquidi di gusto internazionale- dove li trovavi? Un giorno, anni dopo, miracolosamente e chissà come, questa bottiglia materializzatasi all’Ipercoop di Massa e Cozzile, che comprai memore di quel libro Garzanti: e c’erano ancora i miei nonni nell’estremo inverno della loro vita e chiedendo loro il permesso la lasciai sulle mensole del sottoscala fresco, buio, incrostato di anni, che si svolgeva silenzioso come una piccola grotta segreta e polverosa nel cuore della vecchia casa, tranquilla fra i campi. Non ci sono più loro, ne’ le tre persone citate sull’etichetta: Sergio Manetti, creatore e anima di Montevertine, Bruno Bini, cantiniere e uomo di vigna, Giulio Gambelli, maestro assaggiatore: curano, penso, le viti del Cielo. Montevertine Riserva 1997, sangioveto e canaiolo, fermentazioni in cemento e affinamento botti grandi: un inno alla semplicità più autentica di un territorio, ancora etichettato come Vino da Tavola per una ironia legislativa. Ecco: mi trovo ad aprirla per un trasporto di amorosi intenti almeno 12 ore prima del pranzo pasquale, nel cuore della notte, per ritrovarla sulla mensa il giorno seguente con un tenerissimo, delicato arrosto d’agnello. Già allo stapparla assaggiai questo vino, subito e ancora così incredibilmente profumato, meravigliandomi per l’immediato equilibrio che malgrado l’età’ veneranda sapeva di giovinezza; e più ne gioisco a tavola. Davvero ha diciassette anni questo vino? Davvero tanta bellezza ha resistito al tempo, che scorre e tutto sottomette come ruota, lasciandosi plasmare tra le sue mani come creta in forme meravigliose? Rosso rubino trasparente e tendente appena al granato, bellissimo come il tramonto struggente di un giorno che non vorresti finisse; un po’ velato semmai, proseguendo verso il fondo della bottiglia, come la nebbia che copre i ricordi, come le lacrime che confondono lo sguardo; ed archetti irregolari disegna, lenti: ricordano pioggia indolente e pigra che bagna i campi e rigenera la vita. Colore delicato il suo, colore antico, che mi ricorda i velluti stinti delle sale della villa Garzoni di Collodi, dove amavo perdermi bambino sfumando assolati pomeriggi nei lunghi crepuscoli. E, come in quelle sale, un aroma intenso e infiltrante, indimenticabile, risale dal calice; antico anch’esso, carico di storie e di sogni sognati e da sognare: odore della cera d’api stesa per secoli sui pavimenti di cotto, e di ferro e di ruggine delle antiche inferriate battute e ridotte in foggia di aquile, a limitare gli accessi di immaginifici cancelli del tempo oltre i quali tentare la fuga verso altre dimensioni; e ciliegie ancor fresche di rugiada, e fragole, e amarene, e susine nere, e cocomeri e corbezzoli; e petali di rose, di violette, di iris, di giaggioli; di iodio; di muschio; delicatissimamente: di zenzero, cola, noce moscata, chiodi di garofano, pepe nero, vaniglia; foglie di alloro, di tabacco, di te verde e nero, di ginepro, di funghi; ma come in un sogno, perché e’ un susseguirsi continuo e fuggevole di immagini e sensazioni: ecco la crosta di biscotti al burro, ecco le mandorle secche, ecco le foglie di eucalipto, ecco l’erba selvaggia che cresce sulle rive del Padule e sugli argini del fiume; ecco quell’intenso afrore di terra, rovo, salsedine, quando al meriggiare agostano il mio babbo mi portava sui promontori assolati di Lacona, con le rocce nere, verdi serpentine e rilucenti di pirite che brillavano nella luce intensa di una segreta vibrazione. E l’asfalto e il petrolio e la terra bagnata. E potrei continuare, perché lui è cangiante e vi ritrovo tutta una vita di ricordi concentrata in un bicchiere, girandola rotante come il mondo ti appariva quando andavi sulle giostre e sorridevi alla vita. Non ti stordirà però, non ti girerà la testa: discrezione e armonia sono la sua cifra. Prendine un sorso piccolo, e lui si farà grande, irradiando e espandendosi nel tuo palato come un suono di campane nello spazio aereo, come i centri concentrici che forma una pietra gittata nel fiume: non ha bisogno di invadertelo per imporsi, ma ti racconterà la terra ed il cielo di Radda, con la purezza stessa e la leggerezza cristallina e minerale di un’acqua di fonte, rinnovando ancora le sensazioni e i ricordi dell’olfatto persino con maggior vigoria, con l’energia medesima primigenia e naturale del buttar dei germogli in primavera. Nitidissimo sarà allora il suo attacco sulla tua lingua e si svolgerà poi freschissimo nella tua bocca, dipanandosi in una traccia luminosa di tensione interna, quasi arcobaleno corposo ma snellissimo, carezzevole e vivido, dai tannini finissimi come un niente ma che decisi puliscono il palato, con un’acidità danzante ed allegra del sorriso dei putti di Donatello. Sempre sostenuto da una salinità quasi marina, lo troverai scattante, ma privo di frenesie, con nobiltà e distinzione. Lunghissimo nel persisterti sul palato, ha la stessa bellezza essenziale ed austera di un polittico trecentesco su fondo dorato: le figure immerse un mondo ideale, ignaro ed estraneo alla dimensione del tempo, lontano dalle miserie umane, compreso e concluso nel suo solitario splendore. Meritava questa bottiglia di attendere ancora nel buio silenzio della cantina? Forse si’, probabilmente tanta altra strada avrebbe avuto ancora davanti; ma oggi abbiamo festeggiato la vita.

Per saperne di più’: http://www.montevertine.it.

Chianti Classico Villa Sant’Andrea 2006, 13 gradi.

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 23/08/2013 Stasera volevo una bottiglia cosi’, per aprirla al volo, senza il debito tempo del riposo e dell’ossigenazione. Voglia immediata di sangiovese, e piu’ ancora di Chianti.  Avevo li’, nel mio fresco ombroso sottoscala il Chianti Classico di Villa Sant’Andrea: non una bottiglia di prima fila, non un gran nome. Ne ho ricordi ambigui:ricordo una riserva 2005, dilavata. Qui pero’  ho un 2006: in Toscana fu un’ottima annata (me lo dissero a Selvapiana, me lo dissero a Poggio di Sotto: praticamente universi geografici e climatici differenti). E lo apro dunque, per berlo subito, senza alcun indugio, senza concedergli alcun tempo di respirare. Immediata, pero’, ho la felice epifania di un Chianti Classico vero, secondo tradizione: ed e’ sempre una gioia. Fin dal colore suo bello, rosso rubino trasparente, ma profondo; capace di disegnare una trama di archetti fittissima e finissima sul bordo del mio calice, che mi da’ un piacere estetico purissimo e raro, rammentandomi un rosone di una cattedrale gotica. All’olfatto -di media intensita’-  e’ brunito, ed accanto a note di ciliegia e marasca regala gia’ la pelle, il sottobosco, gli umori della terra bagnata. Peccato pero’:  svanisce subito, nel giro d’un’ora, velandosi con note quasi casearie; per poi ritornare timido, piu’ fine, piu’ speziato, piu’ infiltrante, seduzione femminea in chiaroscuro, intravista dietro le imposte chiuse, in un pomeriggio di mezza estate. Arrivando ancora, col passare dei minuti, a ritrovare fresca, sottile, luminosa, una nota di fragolina di bosco prima, e di polposa fragola poi.  Resta sempre salda, invece, la bocca: sentila! Di proporzioni eccellenti, ne’ diritta, ne’ larga, ma al contempo fresca ed avvolgente; saporita, bilanciata, non troppo alcolica; in un parola: armoniosa, giusta figlia delle colline di Montefiridolfi, in quel di San Casciano. Chianti di versante fiorentino, leggero ma di corpo, grazie al tannino abbondante ma finissimo, all’acidita’ alta e decisa, ricco di frutta di bosco saporita, rossa e nera, e di prugne e di ciliegie, persino di chiodi di garofano, foglie di te’ e pomodori secchi; lungo quanto basta per depositarsi nel ricordo, tra un sorso e l’altro, senza soluzione di continuita’; con un fare carezzevole, viscoso, morbido: ecco i tradizionali canaiolo e colorino che si fondono all’imperioso sangiovese.  Su una bistecca al sangue, su formaggi saporiti; sulle verdure grigliate, perfino; narrando una favola senza pretese, ma intimamente, veracemente toscana. Amico, amica cara che mi leggi, ti confesso: vorrei averlo sulla mia tavola di ogni giorno, col pane sciocco cotto a legna, con l’olio d’oliva dei colli che amo e magari un piatto di fagioli – cannellini, zolfini, di Sorana, rossi lucchesi- e tanta pace al cuore;  ringraziando ogni giorno per quella mensa. Ma, peccato: era l’ultima bottiglia.

Rosato di Carmignano Vin Ruspo DOC 2010, Fattoria Ambra, 13,5 gradi.

Carmignano e’ terra umile e nobile, di antiche ascendenze medicee e contadine: vai e vedi l’incanto delle ville di Poggio a Caiano e di Artimino; guardane gli ulivi, i seminativi, la laboriosa gente; il fico secco, lavorazione artigiana, oggi presidio slow food. C’era una vecchia tradizione in tempo di vendemmia: spillare un po’ di vino dal tino per ristorarsi col nettare dolce dalle fatiche dei campi; ed era anche una maniera di ripagare il lavoro delle braccia. Ne veniva un liquido rosato, per il breve contatto con l’uva. Se lo lasciavi li, con poche cure fermentava e diventava vino. Lo chiamavano vin ruspo. Ho qui con me quello della fattoria Ambra, che genera vini classici, con la schiena dritta, incuranti delle mode. Si dice: “il rosato si consumi giovane”; questo ha tre anni, trascorsi tra viaggi, traslochi, appartamenti e sgabuzzini caldi. Ma vedi se lavori seriamente; e se metti pure un bel tappo di sughero intero? Il vino e’ ancora bello, tonico e fresco. Il rosa spiccato del principio divenuto antico, con riflessi granati, mantenendo estrema limpidezza e trasparenza da pietra preziosa, disegnando archetti fitti e irregolari. Sembra la buccia di una cipolla di Certaldo ed esprime una nobiltà antica, come un manto abbandonato per secoli in un cassone e miracolosamente ritrovato. L’ aroma suo intenso nitido, deciso, e’ come entrare in una vecchia cantina, pregna d’odor di vinacce: se non l’hai provato, come posso descrivertelo? Ecco che al tuo naso non si parano più dirette le note di frutti rossi (le fragole, le ciliegie…), ma la sua splendida maturità ti porta piuttosto, evidentissime, scaglie di liquerizia amara, corbezzoli, sbuffi balsamici di salvia e di alloro, foglie d’autunno bagnate. Lo troverai in bocca croccante, morbido e generoso, ma sferzato da un’acidità tesa e implacabile, in un alcool importante ma giusto, verso persistenze quasi mandorlate e soprattutto altamente, lungamente saline. E quasi ti sembrerà di aver in bocca un di quei Chianti leggeri che s’usavano un di’. Per lui sangiovese, canaiolo e uva francesca (cioè, un tocco di quel Cabernet che i Medici qui portarono dalla Francia). L’ho sempre amato sulle uova e sulle paste asciutte con verdure; non mi ha deluso oggi su un riso al curry; una garanzia su gamberi e scampi, in tutte le maniere; ma in questa fase della sua vita ecco che vorrei sentirlo sulle carni bianche, osandolo persino in estate con arrosti di cacciagione da piuma. E ti dico, amico, amica che mi leggi: se ne hai una bottiglia tienila da parte, scommettiamo insieme su altri due anni di evoluzione.

Per saperne di più: http://www.fattoriaambra.it