Il rosato sfuso di Cantine Ciervo, 2016?

image

Da tempo sognavo un viaggio nel Sannio, per scoprire questo territorio dalle memorie antichissime, a un tempo vicino e così remoto; intimamente rustico nella sua essenza ancora autentica e quasi selvaggia ; sorprendente nordico, con le sue colline dolci coltivate a frutteto (mele e ciliegie), a vigna e a oliveto, che cedono il passo a falesie e dirupi verticali e  bianchi di roccia calcarea, talvolta ancora segnati da sequenze di terrazzamenti ripidissimi e spesso ahimè abbandonati.
Fatto sta che ci son viti in produzione fin quasi a mille metri d’altezza e il Monte Taburno, con i suoi pascoli erbosi, supera ampiamente i 1300.
Lì c’è Sant’Agata dei Goti, allineata sulla sua rupe tufacea a 160 metri sul livello del mare, che sembrano però di più, perché l’ambiente intorno ha caratteristiche montane, con cime ripide e rocciose, bianche e verdi, che sforano i 400 metri; la “perla del Sannio”, come la chiamano i vecchi depliant turistici: un paesino ordinato e lindo di una pulizia svizzera, con le strade pavimentate di pietra lucente che creano un reticolo di stampo medievale; e chiese e palazzi imponenti: colonne romane di spoglio si accostano a facciate nitide, colorate, di un rococò semplice e elegante. Aria fina, cielo azzurro ed un profumo di fiori d’arancio  inebriante che veniva da Piazza Umberto Primo, da farmi cercare con lo sguardo una rivendita di saponi a metri di distanza: perché così intenso, non l’avevo mai sentito. Poi, negozietti di ogni sorta ed il mio occhio si ferma inevitabilmente su quelli agroalimentari: le mele annurche, i fagioli e l’origano a mazzetti, locali; i gelati raffinati del Bar Normanno; le carni e i salumi; l’antico forno;  il Palazzo delle Cantine Mustilli, purtroppo chiuso; le ’ nfrennule de Gli Antichi Sapori. Poi, un negozietto di vini ed altri prodotti locali, dove allignano bottiglie campane di diversi produttori. Entro, curioso, scelgo; ma qui la chiacchiera è d’obbligo e più ancora l’ospitalità gentile e calorosa: da tornare solo per essa. Apprendo che in realtà il negozio è un punto vendita di Cantine Ciervo, azienda ancora familiare che ha vigne tra Sant’Agata dei Goti e Dugenta, che sta un po’ più in basso verso il fondovalle, a una decina di chilometri. Fede ne fa l’angolo dei vini sfusi, da spillare al momento e confezionare nei più vari formati. Mi si offrono svariati assaggi, tra i quali un rosato che trovo subito piacevolissimo e ne acquisto in litro, che viene imbottigliato innanzi a me nel vetro e chiuso con tappo a corona. 1 euro e 90 centesimi al litro, più la bottiglia sui 30 centesimi, se ben ricordo. Aglianico in purezza? Credo. Annata 2016? Credo. Un po’ non chiesi e un po’ dimenticai: troppe informazioni e immagini quel giorno da imprimermi nella memoria. Rientro poi dal viaggio in Campania, orgoglioso del mio bottino di vini, formaggi, salumi, pane; e più ancora di colori, odori, ricordi.
Tra le tante bottiglie che riporto, etichettate e pregiate, forte la curiosità di riassaggiare nella calma della casa proprio quel rosato sfuso. Eccolo qui: golosamente ne salto il tappo metallico e nel calice appena un po’ fresco lo verso. Bellissimo il suo color corallo, trasparente e di media profondità, con gocciole sul calice  fitte e veloci, di media persistenza. Anche il suo profumo ha un’intensità media, ma è nitidissimo: io vi discerno ciliegie, fiori di campo e rose; camomilla, timo, pepe bianco, lavanda e noce moscata; un fondo di caramello, un senso di salmastro. Richiama la beva ed io non gli resisto, al bacio trovo un corpo molto pieno, ma  è vino svelto perché secco e salino;  diretto, non si attarda, anzi lo trovo corroborante, con la sua alta acidità, il tenore alcolico medio,  il gran sapore che possiede quella finezza un po’ metallica e minerale dei vini nati sul calcare: e difatti la sua rispondenza iniziale tra gusto ed olfatto si sposta poi su toni gessosi, che ne evidenziano la fine tessitura. Il finale: lungo, ben proporzionato, piacevolmente alcolico, felicemente amaricante. Accurato, di carattere, tipico e piacevole: che cosa volere di più? Ecco: questo, che va anche oltre, perché è un rosato drittissimo e tanto più interessante è sorprendentemente fine rispetto a molti altri che vengono etichettati e commercializzati con grandi ambizioni. Inoltre – amica o amico che mi leggi – sulla tavola sa il fatto suo: a tutto tondo e senza scherzi.

Piedirosso Campi Flegrei DOC 2015, Le Cantine dell’Averno, 12,5 gradi.

I sogni del ginnasio, quando avevamo quindici anni e si leggeva l’Eneide; il Capo Miseno, la Sibilla Cumana e l’ingresso degli inferi: la grotta immensa protetta da quel lago Averno mefitico e nero, attorniato di boschi selvaggi , sul quale  per i miasmi esalati non volavano gli uccelli: “tuta lago nigro nemorunque tenebris/ quam super haud ullae poterant impune volantes / tendere iter pinnis: talis sese halitus atris /faucibus effundens supera ad convexas ferebat”.
Oggi, se ti rechi su quelle rive, il sentimento che ti governa è di trovarti piuttosto in un bucolico paradiso, un po’ malinconico con la sua distesa  d’acqua calma  quasi perfettamente circolare, dove si specchiano imponenti e tristi i ruderi di un ninfeo romano. Ciò che rimane intatta, però, è la suggestione profonda del luogo, il senso di stupore quando si cammina all’interno del cratere vulcanico, le cui alte falesie ospitano oggi lacerti di selva e colture bellissime e rigogliose, disposte a terrazze -molte abbandonate, purtroppo- via via che le sponde diventano ripidissime. Resta un sentimento sospeso del tempo, come di ombre che si aggirano tra le viti contorte, falanghina e piedirosso, allevate spesso in maniera antica, alta e quasi selvaggia. Resta, a ricordo del vulcano, la terra estremamente sciolta e sabbiosa, di ceneri e tufi erosi,  dove la fillossera muore e le viti sono perciò ancora franche di piede. Restano ancora, ad offrire il ricordo di quelle suggestioni antiche virgiliane, alcuni vini, come il Piedirosso di Cantine dell’Averno.  Questo 2015, rubino molto trasparente, tendente già quasi al granato, ha lacrime molto fitte, veloci, di media persistenza. Il suo profumo è intensissimo, di una vulcanicità quasi imbarazzante: fosse un colore, sarebbe quello cinereo e livido che la sabbia assume in certi punti attorno all’Averno, quasi metallico quando è abbagliata dal sole. È un profumo a un tempo arioso e scuro, intriso di una mineralità empireumatica, di fuoco che cova nelle profondità segrete. C’è la violetta, la frutta nera e rossa, ma selvatica, di rovo; fragoline di bosco, marasca e pepe nero,  polpa di mandarino;  e macchia, con un’intensa nota di origano quasi piccante,  ma una macchia tenebrosa, mediterranea, misteriosa, sulfurea. Per la sua speziatura naturale – giacchè questo vino conosce solo acciaio e vetro, non c’è contributo del legno- l’accosterei a un Syrah; ma forse di esso è più fine e certo più delicato, saporito e leggero, di una leggerezza aerea d’aura marina: sfidando i rossi del Rodano, li vince per levità. Tuttavia è lo zolfo la cifra marcante di questo vino, come uno spirito diabolico che attira e respinge, con una sensualità primordiale che parla una lingua antica di riti dimenticati, dionisiaci. Al sorso è lieve, per corpo e per alcol; secco e amaro; di gusto intenso, potentemente balsamico, con la mineralità sulfurea e metallica che ancora domina: nel retrolfatto  sembra quasi di percepire l’odore delle acque termali e delle rocce d’intorno, vagamente si potrebbe affermare che tra la marasca, il pepe e l’origano si insinuano gli odori della solfatara. La sua acidità è poco più che media ed ha tannino di grana fine e di media incisività, ma grintoso; possiede una buona persistenza; soprattutto però la sua potenza risiede nella salinità estrema, ed un po’ di carbonica ancora disciolta ne accentua la sensazione. Questo è un vino artigiano, verace, non perfetto, ma irresistibile per il carattere e la trasparenza con la quale restituisce un territorio unico – al limite dell’essere così caratteriale da non piacere a tutti. Lo immagino ideale sul coniglio, ma non lo disdegnerei su paste al sugo, su melanzane alla parmigiana, su un baccalà in umido e neppure sulla pizza. Per me  è stato buon compagno di un hamburger di chianina ed eccellente con un fusilli di grano saraceno al sugo di tonno.  Beneficia assai dell’essere servito fresco.

Fiano di Avellino Colli di Lapio 2010, 13,5 gradi.

Ricordo bene una serata monzese di tanti anni fa, una di quelle notti brianzole dell’inverno cupe, buie, con la pioggia battente che si alterna alla bruma. Si tenevano – in un ristorante ormai scomparso- serate bellissime e conviviali sui vini delle regioni d’Italia ed io ero ancora ai primi passi o poco più. Fu quella sera per me la rivelazione dei bianchi campani: una lama di luce nelle nebbie del nord. Falanghina, Greco, Fiano: nomi non nuovi, ma mai sentiti prima così identitari. In precedenti assaggi , invece, quasi confusi fra loro, la loro identità levigata e per così dir compressa da pratiche enologiche che dovevano evidentemente soddisfare necessità di grandi numeri e di una rassicurante standardizzazione. Quella sera,però, la specificità di ogni vitigno emergeva invece chiara e nitida. Il Fiano in particolare mi colpì per la sua finezza, tanto che scherzando con gli amici da allora sostengo che una tra le migliori gioie della vita consista in “Fine Fiano a fiumi e valanghe di vongole”: Bacco mi perdoni per la sciocca allitterazione, ma garantisco che l’abbinamento funziona. Così comperai negli anni qualche bottiglia di quel Fiano meraviglioso, Colli di Lapio di Clelia Romano, ed una decisi di portarmela, immancabile compagna, nella mia esperienza inglese. L’ho  aperta quasi alla fine di quei cinque anni passati lassù, qualche mese addietro. Ben trattata non l’ho, spostandola da un appartamento all’altro, seppure con tutta la cura che mi era possibile: meritava forse di essere consumata prima, ma era una bottiglia privilegiata nel mio ricordo e mi spiaceva privarmene.
E dunque nel calice il Fiano mi è apparso trasparente  e brillante, di un color limone assai carico, con riflessi dorati e fittissime gocciole – non lacrime, perché questo è un vino che sorride e riluce  – frastagliate, lente e tuttavia non persistenti, perché formano un velo che si scioglie e ritira.
Appena versato è poco comunicativo e risentito al mio olfatto, ma poi si apre in un aroma deciso e molto intenso, che mi ricorda quasi un grande champagne millesimato invecchiato per certe intense note fungine. Al di sotto, fiori di tiglio e di sambuco, di timo e di borragine, e poi  la frutta: percocche e pesche mature, buccia di melone e maturi limoni di Amalfi, che brillano odorosi al sole su un tappeto mielato e di nocciole, consistente e morbido. All’assaggio, mi pare potentissimo: per il gran corpo , la struttura e la concentrazione dei sapori: un rosso vestito da bianco, usando una formula un po’ trita. Il suo gusto riprende fedele l’olfatto.  Ben secco – ciò mi piace – attacca deciso e prosegue con una discreta espansione, sorretto al centro boccata una spinta piuttosto salina e da una acidità alta all’italiana, ma in qualche modo diffusa sul palato.  Non manca un certo accenno di ruvidità rustica, che ne bilancia la perfetta esecuzione tecnica preservando un sentimento di benvenuta spontaneità. Con un sicurissimo senso di direzione si slancia verso un finale di buona lunghezza, segnato appena un poco dall’alcol, ma che si conclude su toni di fichi bianchi, quasi crema di nocciole, caramello, melassa: ha una certa morbidezza dunque, ma solo alla fine, quando ha preso confidenza e si lascia andare: prima è tutto determinazione e ambizione. In lui ritrovo il carattere del Fiano irpino, sua grandezza e certi suoi spigoli, e forse anche il carattere di un produttore che ha reso famoso il nome di Lapio, consacrando nei fatti quelle terre al rango di cru. Insomma, malgrado gli anni e la vita tormentata, il Fiano di questa bottiglia è ancora un bel bere, a dispetto di qualche ruga: in questa fase lo credo giusto su pesci di mare in preparazioni semplici, ma anche su primi bianchi di carne bianca. Ora che sono tornato a casa sarà interessante assaggiare quelle altre bottiglie, più fortunate, che hanno atteso silenziose in cantina il mio rientro: il nostro incontro sarà commosso, una rinnovata festa.

Irpinia Aglianico DOC Re di More 2013, Mastroberardino, 13,5 gradi.

L’ Italia, si sa, è terra di disperanti contraddizioni: per certi versi un paradiso, per altri un inferno. Tormento ed estasi, diremmo citando un vecchio libro, perché parimenti vi albergano sciatteria e ricerca di perfezione, caos ed ordine armonioso. Nei miei viaggi ho inteso che la Campania rispecchia questa realtà all’ennesima potenza. Ricordo andai una volta a Torre Annunziata per visitare un cliente: le strade trasandate coi panni stesi da una parte all’altra, il traffico nauseante senza alcun rispetto delle regole (o almeno di quelle scritte, ma sarebbe un’altra storia questa…), i ragazzi che dribblavano il groviglio delle auto parcheggiate in due sui cinquantini; poi però, appena dentro a un cortile, un’officina curatissima e ordinatissima, cosi’ pulita da poterci mangiare in terra, dove si lavorava in camici e guanti bianchi, e non per metafora. Autorizzata Honda, ma soprattutto riparavano anzi restauravano moto d’epoca, ricostruendo a mano tutti quei pezzi meccanici che era ormai impossibile trovare. Ricordo alcune CB 500 trentennali perfette, tirate così a lucido che sembravano appena uscite dalla fabbrica di Suzuka. Anche quella della Mastroberardino è un’altra storia di orgoglio ed eccellenza campane. Possiamo fermarci a crudi numeri, che parlano di due milioni e mezzo di bottiglie ed una presenza sui mercati di tutto il mondo, ma se andiamo più a fondo scopriamo il racconto di un’epopea iniziata nel ‘700, se non prima ancora, di una registrazione alla Camera di Commercio di Avellino nel 1878, quando la Casa comincio’ le vendite all’estero rendendo così l’atto obbligatorio. Una dedizione testarda alla propria terra ed alle proprie tradizioni, vecchie fino all’epoca romana e greca, difese dagli attacchi della fillossera negli Anni Trenta e poi dalle spinte a piantare prima vitigni più produttivi, poi quelli internazionali francesi, continuando invece a produrre vini di tradizione, anche acquistando le uve da fidati conferitori e svolgendo così una funzione sociale in epoche di abbandono  dei campi. In poche parole, se noi oggi ancora godiamo ed apprezziamo gli Aglianico, i Greco, i Fiano, i Falanghina, buona parte del merito va a questa famiglia ed in particolare al fu Antonio Mastroberardino, uno dei grandi vecchi del vino italiano. Questo Aglianico irpino non è un vino di nicchia, anzi ha una reperibilità notevole: io l’ho acquistato in aeroporto, su quegli stessi scaffali che vedono sovente allinearsi bottiglie magari di qualità, ma dalla personalità slavata, inclini come sono a seguire le mode ed i dettami di un’ enologia perfetta ma senz’anima per adattarsi ai gusti internazionali di quello che potremmo chiamare il bevitore medio globale. Questo Re di More invece ha ostinatamente carattere, declama la sua identità irpina con educazione e fermezza, e a testa alta va fiero contro corrente.  Sulle prime potresti quasi confonderlo per uno di quei tanti rossi mediterranei moderni e un po’ tutti uguali, rubino com’è di media profondità, con quei riflessi purpurei che sono un baluginare di giovinezza; ma guardalo attentamente pero’, vedine il bordo che già tende al granato e ne intuirai lo spessore, la riposta elezione. Presto ne scoprirai il carattere forte di vino montanaro, cocciuto, persino angoloso, ma puro. Godi la discesa veloce delle sue lacrime  molto fitte, persistenti, mentre già di lontano ti si affaccerà il profumo intenso e fresco di un vino ancora nuovo, fremente energia ancora un po’ immatura, che ti porterà per mano nel cuore del bosco innanzi a siepi di frutti neri selvatici, more e mirtilli, ed un’apertura su campi assolati con le susine nere e le pesche mature dalle bucce odorose. C’è in lui un che di domestico, con gli aromi  dell’orto (alloro e aglio fresco, origano), e di esotico insieme (velatura di pepe bianco, polvere di caffè, tocchi di lavanda,  lontani ricordi di incenso e cera) a rammentarci che l’uva Aglianico viene da Oriente,  e che solcando i mari, le terre e i secoli ha veduta una lunga storia. Vino che al palato e’ di corpo e buona concentrazione e struttura, con un tannino abbondante e granulare, forse ancora un po’ crudo e bisognoso di tempo; ma di esso il vino non avrà timore, perché in se’ ha un’acidita’ notevole, che spinge sicura e ne sostiene il corso verso una persistenza piuttosto lunga. Fresco e succoso, però non esile: com’è giusto per vino di montagna, ma del sud; curato, ma non si vergogna di restare un po’ rustico;  sempre comunque composto e con una sua austerità trattenuta. Nel suo essere giovanile e immediato, prelude a una progressione, se tu solo lo vorrai aspettatare: la curiosità – amico, amica che mi leggi- sarebbe attenderlo diec’anni.  Godilo intanto su primi e carni sugose, dove il dolce-salato dei pomodori vi giochi suoi accordi.

Casa Vecchia 2007 Terre del Volturno IGT, Vestini Campagnano, 13,5 gradi.


Che sorpresa trovare una bottiglia di Casavecchia in un’enotechina di Reading! Voglio dire: nemmeno nelle città italiane di trova facilmente questo vino che nasce da un’antica uva autoctona campana, della provincia di Caserta; e la bottiglia di Vestini Campagnano e’ addirittura storica, perché la prima -negli Anni Novanta- a valorizzare questo vitigno. Curiosa e romantica, ma forse spuria, l’origine del nome: si dice che in un periodo in cui le viti locali erano state sterminate dalle epidemie di vari flagelli, sola resisteva quell’uva un po’ selvatica rinvenuta da un contadino vicino a una vecchia casa diroccata, costruita su fondamenta romane; e qualcuno ha voluto cercarvi un legame con l’uva trebulanum degli antichi, ma è’ più probabile che si sia originata spontaneamente da un seme caduto. Fatto sta che i contadini della zona ne ricercarono i tralci, perché appunto resisteva alle malattie, dava grappoloni spargoli con acini grossi quasi da uva da tavola e dava un vino colorato e apprezzato. Eravamo nell’Ottocento. Oggi, che c’è la moda -un po’ dobbiamo ammetterlo- delle uve autoctone, per curiosissimo che fossi mi aspettavo un vinello interessante, caratteriale, persino un Po’ rustico. E invece no. La sorpresa. Cavo il tappo da collo dell bottiglia (lungo, di sughero intero, promette bene), verso, guardo, inspirò e mi trovo ad allibire: perché quel vino rosso ad un passo dall’essere rubino profondo con riflessi dopo sette anni dalla vendemmia ancora incredibilmente violacei, che tinge il calice, ha bei riflessi, ma non sembra lasciare lacrime, ha un aroma di marcata intensità, ma soprattutto di grande finezza e complessità, che per più di un attimo mi rammenta quello degli Chateau bordolesi. E non è soltanto questione di barrique: si’, certo, un pochino la si sente a bottiglia appena aperta, col suo corredo di legno di cedro, di vaniglia, di cocco, di sandalo; ma qui c’è qualcosa di più ed oltre! E’ un attimo allora indovinarvi una triade evidente di lampone rosso, mirtillo nero e liquerizia, così nitida e marcante; ma poi, questi aromi si sviluppano come un tema musicale in infinite variazioni, sottilmente modulate, tutte da inseguire: avrai allora il ginepro, il tabacco, il pepe bianco, il pepe nero, la mora, la prugna, l’amarena, la cannella, il cioccolato, il rosmarino, il timo, la cannella, l’incenso, la cera d’api, il mentolo, la buccia dei giganti limoni amalfitani; ma nulla e’ il’ scontato, tutto e’ da scoprire cangiante nel profondo del mistero come dietro a un velario. E ti aspetterai allora un vinone denso, con quell’aspetto e quella complessità olfattiva, e invece no, perché è vellutatissimo e finanche setoso, carezzevole al palato come una mousse, ma al tempo stesso agilissimo, flessibile, scattante, leggiero. Com’è possibile? E’ che sa da una parte il tannino ha una finezza ed una dolcezza rarissime, di cipria, una maturità appagante, priva di increspature, ed è presente in quantità decise, ma non sovrabbondanti, il corpo e’ concentratissimo per sapore ma non per massa; e’ avvolgente, quello si’; giustamente alcolico anche (senza strafare); ed ha un’acidità notevole ma così piacevolmente dissimulata da non notarsi ed irradiare; e tu starai lì’ salivando e godendo il suo finale lunghissimo, pieno e complesso, come una serie di accordi di un’orchestra sinfonica. Da oggi ho scoperto che esiste un’altra luminosissima stella nel firmamento del vino italiano, un’uva che giganteggia nel sorriso del piacere con una personalità unica. Non ti dico, amico, amica che mi leggi, il suo prezzo; ma vedrai, risibile se pur lo puoi accostare con gloria a qualunque Chateau o a qualunque grande del Nuovo Mondo: ecco, magari a un grandissimo (ma grandissimo!) merlot. Questi confronti, tuttavia, non lo sanno raccontare: la sua voce e’ di mistero, selva, bosco ombroso, introversa nella penombra, comunicativa alla luce del sole; voce insieme antica e moderna, che pare abbia raccolto le storie e il carattere del Mediterraneo. Per me stasera sulle penne al sugo di salsiccia e’ stato un autentico matrimonio d’amore.

Per saperne di più: http://www.vestinicampagnano.it.

Aglianico Campania IGT 2004, Vadiaperti

image

Per anni vini del nostro meridione e’ stato piu’ facile trovarli sfusi. Partivano non camion Iveco, ma berline e giardinette cariche di damigiane e dame: era lo sfilare, sull’Autostrada del Sole, delle 128, delle Ritmo, delle Citroen GS, che quasi si piegavano sotto il peso dei portapacchi stracolmi alla fine delle ferie che riportavano gli emigranti nelle grandi citta’ del Nord: Torino e Milano, allora ancora nebbiose, allora ancora operose. Erano vini densi, forti, rustici, che “battevano in testa”: tannici ed acidi, spiazzavano gli inesperti bevitori di allora, quando sulle mense domestiche trionfavano Dolcetti e Chianti sottili, scherzose Bonarde, timidi Grignolini. Mi ricordo infatti di vini campani –regalati nelle prime bottiglie di plastica che si vedevano allora- che parevano portare dentro quel sole cocente. Robusti ed indomiti. Sono passati tanti anni: vengono oggi perle dalla Campania, fior di bianchi e di rossi; Aglianici eleganti, raffinati, intriganti e sensuali; piacevoli e leggeri, perfino. Ma questo Aglianico irpino di Montefredane, che viene dai monti ancor quasi solitari, e freddi rispetto alla costa, da un viticoltore che deve piu’ ai bianchi la sua fama (e che fama), parla una lingua diversa. E’ un vino franco, schietto, diretto, agricolo perfino. Parlano per lui i tannini ancora non domi, ma presenti ed energici, di gran forza motrice; anche un po’ verdi e vegetali, ma più una sigla che una pecca;  l’acidita’ fiera che pulisce e rinfresca, schioccando come una frusta che doma il palato. Ancor vigoroso e giovanile all’olfatto; che e’ ciliegia candida, e ribes pungente e lavanda, perfino una nota ancor torva ed affumicata. “Vengo da tufo e vulcano” sembra dire, “ed il fuoco ho nelle vene”. Appena qualche aroma terziario a testimoniare l’evoluzione, la sua salita ad una piena maturita’; appena un tocco di granato nel suo compatto e scuro rubino, come l’argento fa capolino e segna i trent’anni di un uomo alle tempie. Ci ricorda nei suoi 13 gradi che e’ comunque un vino di quota: non e’ forza dell’alcol la sua, ma forza di carattere. Non e’, ascoltami, un rosso che tutti possono bere: il suo dialogo bisogna accettare e ti parla in dialetto, non in bell’italiano. Ma dice cose sagge. E tu, saggio, accostagli un piatto anch’esso forte e leggero, gustoso e semplice: dagli una pasta con friarielli e salsiccia; dagli un bel roastbeef, ma che sia al sangue. Se l’avrai cotto sulla fiamma d’un legno aromatico, qual vite o l’ulivo, sara’ matrimonio d’amore.