Il mio Ovidio 2009, Camillo Donati, 14,5 gradi.

I miei primi passi curiosi da amatore di vini furono quantomai disordinati e divertenti: una scoperta continua, senza regole, vincoli, scuole.

Letture scombinate, consigli di conoscitori e orecchianti, assaggi vari, perlustrazioni e, talvolta, colpi di fortuna.

Chi mi parlasse la prima volta di Camillo Donati non lo ricordo.

So che ad un certo punto volevo assaggiare del Lambrusco e della Malvasia autentiche, rifermentate in bottiglia, e fui indirizzato da lui.

Era già un nome importante – oserei dire storico – del movimento dei vini cosiddetti naturali, verso i quali nutrivo e nutro una certa simpatia: mi piace e mi interessa il concetto di lasciar parlare la natura e i suoi tempi, valorizzandone le caratteristiche; non gradisco, invece, estremismi e trascuratezze reclamizzate per pregi.

Donati appartiene in effetti all’ala purista, con rara maestria: confesso di aver trovato i suoi vini talvolta non completamente convincenti, secondo l’annata, ma costantemente di carattere e onesti. Nei casi migliori, però, dalle sue vigne trae esiti notevolissimi.

In realtà, per un motivo o per l’altro, non sono mai andato da lui sulle morbide colline tra Langhirano e Felino, nel Parmense: le sue bottiglie me le procurava anni addietro un amico, che passava spesso in zona.

Un peccato: resta una di quelle tappe inevase, tuttavia ineludibili.

Di quelle antiche bottiglie summenzionate mi rimaneva ormai solo questo Croatina. Confesso che era rimasta ultima perché mi interessava meno: della Croatina non ero per nulla pratico all’epoca, mentre negli anni, conoscendola, ho imparato ad amarla.

Ecco: questo Croatina, dedicato al vecchio cantiniere Ovidio, è forse il più buono e perfetto tra i vini di Donati che ho assaggiato finora, confermandomi l’idea che la Croatina sia il vitigno rosso italiano più sottostimato.

Versandolo, svela al primo sguardo, celata, una promessa sensuale: granato profondo, molto viscoso; e sul vetro gocciole prima rade, poi fitte e persistenti.

Stupisce per il profumo intensissimo e nitido di frutti di bosco maturi, al limite di una piacevole confettura. Poi, morbidi come le carni dei putti del Correggio, si svolgono rifrazioni e rimandi di spezie, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, nocciola, carruba, caramello.

Il corpo è pieno, polposo; la tessitura avvolgente; il sorso amabile e gustosissimo; l’intensità vibrante; l’equilibrio mirabile e raro.

Il tannino abbondante, col tempo, si è risolto in un signorile velluto. L’acidità, pure notevolissima, complici corpo e zucchero si nasconde, danzando sul palato un ballo in maschera: una mazurka, delicatamente mossa da un residuo di anidride carbonica, che sfuma su un finale piacevolmente alcolico, di buona lunghezza.

Questo vino, oggi giustamente invecchiato, gravido di umori, mi parla di Parma, del suo spirito.

“Come, non un Lambrusco?”. È che il Lambrusco parmense è superbamente popolano, operaio e contatadino, magari borghese o finanche anarchico: ritrae bene gli aspetti più grintosi dell’anima parmigiana, che la sera magari andava al Teatro Regio solo per il gusto di fischiare il tenore.

C’è però anche la Parma dei palazzi dagli androni silenziosi, dei conventi solenni, delle ville che si perdono nella campagna oltre interminabili finali di aceri: la Parma dei signori e della nobiltà, delle dolci armonie architettoniche, delle sculture immortali dell’Antelami, dell’enigmatica bellezza dei volti del Parmigianino; quella che, certe sere sul finire dell’autunno, quando calano il buio e la nebbia, si infittisce per le strade del centro, illuminate appena dai lampioni gialli, e sembra avvolgere, accarezzare, chi passi infreddolito stringendosi nel suo tabarro; che, a vederlo di lontano, non sapresti se figura reale o fantasma amico.

Quella Parma nobile e ombrosa, dal palpito romantico, è perfettamente ritratta da questo vino: sensuale, appassionato, col suo slancio naturale che subito si vela di dolce malinconia.

Buono fresco, sulla mia tavola è stato bene sui tortellini in brodo. L’avrei accostato volentieri a costine di maiale, al forno; ma il suo matrimonio, io credo, l’oca arrosto.

Ros (L05/17), Benito Favaro, vino rosso, 13,5 gradi.

“ Il divino del pian silenzio verde “ (G. Carducci).

“Il divino del pian silenzio verde” è l’ultimo verso di una dileggiatissima poesia di Carducci: “Il Bove”. Non nego che essa si presti ad argute ironie (il “T’amo pio bove” d’apertura vòlto in “T’odio empia vacca” da Sebastiano Vassalli…), ma io ho sempre trovato l’ultimo verso geniale: l’idea che un silenzio possa essere verde, è genio puro: un silenzio, verde.

I linguisti la chiamano sinestesia: l’associazione di due parole pertinenti a due sfere sensoriali diverse. In questo breve verso apparentemente semplice, però, si potrebbero rilevare anche altre due figure retoriche: un ipallage e un chiasmo. Un sorvegliato gioco di abilità sottile, che si scioglie in canto fresco e naturale.

Questo radioso verso carducciano mi si riaffacciò prepotente alla mente la prima volta che assaggiai questo buonissimo Ros a Montecatini, alla presentazione della guida di Slow Wine, sotto i colonnati candidi del Tettuccio, tra i disegni luminosi del meriggiare: restai di sasso.

La medesima sensazione si ripetè, poi, ad un seminario AIS (e che seminario, se il docente era Armando Castagno), quindi al Mercato della FIVI.

Perché?

Perché questo Nebbiolo immediata mi riportava alla mente l’immagine del Canavese e del lago di Viverone, come tante volte l’avevo vista percorrendo nelle due direzioni la diramazione d’autostrada che congiunge Santhià con Ivrea: verde, appunto, di un verde fresco, soffice, delicato e sorridente, sempre primaverile qualunque fosse la stagione. E così il Ros: carattere di Nebbiolo, senz’altro; ma di un tipo così speciale e unico: sorridente, puro, tutto fiori e baci, tutto primavera, appunto.

“Ecce gratum

et optatum

ver reducit gaudia:

purpuratum

floret pratum

Sol serenat omnia.”

“Ecco la gradita / e la desiata / primavera riporta i piaceri / purpureo / il prato fiorisce / il sole rasserena tutto”: questa, la primavera eternata dai Carmina Burana; il Ros, eternava per me la perenne primavera del Canavese, per lo spazio temporale minuto di un assaggio.

Allora, a quel Mercato FIVI ne volli acquistare per gustarne ancora nella calma della casa. Stante la piccola produzione di 880 bottiglie, una sola me ne concesse – a ragione – il produttore.

E di lì a poco lo volli aprire, trovandolo molto chiuso su se stesso inizialmente, ritroso. Sbocciò poi, tempo un’oretta, in fiore rarissimo.

Che bello il suo manto trasparente rubino, rifrangente. Si concentra il suo profumo e si sfaccetta prima di librarsi tenue come una piccola falena che dalla sorgente luminosa non voglia troppo allontanarsi. Purissimo, preciso, arioso: tale lo ricordavo dai precedenti incontri. L’evocazione di fiori freschi, di erbe montane, di ruta, di rabarbaro, di susine, di cannella, di orzata, di camomilla persino, è colorata e danzante; più sotto, liquirizia, e una spolverata, forse, di pepe bianco.

Il sorso è estremamente armonioso: saporito, salato, ferruginoso, ha ritmo e melodia. C’è in lui un equilibrio di spigoli che si articola avvolgendo, come in certe architetture contemporanee i contrasti delle strutture portanti creano un’armonia essenziale, non esornativa. Difatti il suo tannino, abbondante e grintoso, possiede trama a maglie regolari; e l’acidità, seppur notevole, è solo una tra le linee del disegno.

Pur lungo, finisce sfumato: “senza scalino” come si diceva un tempo, dissimulando con naturalezza l’estrema sua complessità.

Questo Nebbiolo del Canavese, elegantissimo, primaverile e verde, come quel verso del Carducci conosce l’arte difficile e saggia di apparire semplici.

Il mio Lambrusco 2012, Camillo Donati, Lambrusco dell’Emilia IGT, 12 gradi.


Ricordo tanti e tanti anni fa una gita in Emilia con gli amici; o meglio un pranzo in campagna, non lontano da Busseto e meno ancora da quella frazioncina delle Roncole che vide nascere il genio verdiano ed il piccolo Peppino sgattaiolare tra i tavoli dell’osteria paterna per arrampicarsi su su, in chiesa, sull’organo, ed esercitarsi a 6, 7 anni; a 8 già pigliava un piccolo stipendio.
Ricordo la giornata bella e lucente di un sole che contornava di grazia e precisione geometrica il bordo dei campi, le zolle dalle sfumature infinite di nero e marrone, i fili d’erba e gli alberi da frutto, i mattoni grezzi delle case: quasi a sottolineare che in quella terra si celebrava il connubio tra una rarefatta eleganza ed una terragna rusticità. I piatti sugosi della Trattoria Vernizzi! Avevano una stanza seminterrata alla quale si accedeva da una delle sale, attraverso una porta segreta mimetizzata nel muro, dove stagionavano maestosi,odorosi, i culatelli. La vera sorpresa però era il vino: un Lambrusco fatto da loro, buonissimo, corposo, che veniva aperto e velocemente adagiato sul tavolo con la bottiglia in bilico sul bicchiere, perché doveva espellere la spuma: purpurea, profumata, gorgogliante, indomita e incontrollabile. E mi piaceva ed affascinava, così selvaggio, ribelle, focoso, indomabile. E perché accadeva? Ma perché era un Lambrusco artigianale e rifermentato in bottiglia, non nei grossi serbatoi a pressione ( autoclave) come quelli che avevo assaggiato fino ad allora. Ogni bottiglia la sua storia e la sua riuscita. Tornai anni dopo alla Trattoria Vernizzi, ma qualcosa mi parve cambiato e quel Lambrusco non c’era più, sostituito da altro in bottiglia. Buono, ma più anonimo. Questo di Camillo Donati, scapigliato com’e’, ecco, mi ricorda quel Lambrusco della Trattoria Vernizzi. Intendiamoci: Donati non coltiva le viti nella Bassa, lui ha il privilegio della collina parmense, in quel Langhirano così ben ventilato da essere celebre “urbi et orbi” per la stagionatura dei prosciutti; di più: vigne a quote rare, sebbene coltivi lambrusco maestri, in genere più acclimatato in pianura. Però Donati lo rifermenta in bottiglia il suo Lambrusco; di più: biologico certificato in vigna, poco o nulla di chimico usa in cantina, ed allora la seconda fermentazione può anche non partire…e addio bolle. Ci vuole del coraggio; oppure basta essere di saldi principi. Ma poi lo apri e lo versi, e tutto ribolle di una spuma grassa, che ha la sensualità della carne delle donne del Correggio e giù giù fino a quelle di Fellini. Non trasparente, ma quasi impenetrabile e sempre più opaco via via che ci si avvicina della bottiglia al fondo, di un rosso che va dal quasi granato al purpureo. Granato? Piuttosto il colore e" quello indecifrabile e démodé di una melagrana matura. Eppure ti incanta come al riguardare occhi femminili, di brace, di quelli che ti fulminano. E l’aroma spiazzante, lontano dai canoni moderni, dove a fragole e rose (ma bada: vere, naturali, come quasi le abbiam dimenticate) si associano aromi ferrosi, ed ematici, e di foglie bagnate, un tocco di cannella, e poi tanto lievito si’ che quasi ha qualcosa del grano di una birra weiss o dell’orzo maltato di un whisky irlandese. Eppero’ e’ Lambusco, badali’. Allora un’acidità croccante, malgrado l’annata calda, che sa pulire la bocca con passionale determinazione; un residuo zuccherino che lo fa appena abboccato perché subito li’ pugnaci si stagliano i tannini abbondanti, rotondi ed assai terrosi, a portare un corredo di serietà amaricante: “uno schiaffo e una carezza”. Poi il corpo sorprendente, la salinità, la lunghezza, che ne fanno un compagno gastronomico ideale per la cucina tradizionale emiliana e per più ardite sperimentazioni. Perché, presto detto: arriccerà magari un po’ il naso l’ospite tuo che si crede raffinato, ed invero può anche non piacere questo Lambrusco; ma tu un vino così lo vorresti sempre avere sulla tua tavola, compagno ed amico. Si’: con quella sua tessitura un po’ ruvida, ma vera e sincera; in una parola, pura. Allo stesso tempo contadino e signore; orso e di gran cuore. Come sono tanti parmigiani. “Come l’era il Verdi”.

Chiosa: a distanza di quasi un anno ne apro una bottiglia gemella (o quasi: fermentando in bottiglia, ciascuna ha una sfumatura di carattere autonoma, irripetibile) acquistata quello stesso di’ nello stesso negozio; solo che questa ha atteso fin’ora stesa nel mio appartamento, non nell’umida culla di un’appropriata cantina. Che importa, se aprendolo lo trovo ben tonico e perfino ringiovanito? Più bello il colore: fitto, melagrana certo, ma con riflessi ancora purpurei); più serrata la spuma, che abbonda morbida mescendolo e permane frizzante e sottile a titillarti le papille; più centrato e nitido l’aroma, dove la lente indugia su una combinazione pura di violetta e di erbe aromatiche e verdure: gli odori dell’arrosto (la salvia, il rosmarino, l’aglio il sedano e la carota, perfino), che si combinano irresistibilmente con quelli ematici e della carne, cosicché mentre ti schiocca croccante sulla lingua, mentre te la irradia di una scia minerale che sta tra il luccicar della pirite e quello delle stelle e te la chiude lungo e amaricante un po’ come il rabarbaro, un po’ come quella cicoria selvatica che cercava la mia nonna Giulia in montagna (e trovarne ancora in tavola o’ nonna, da te servita con amore!), a gran voce ti chiama l’abbinamento con un’anatra o un oca al forno, ben unta, quei tripudi di carne bianca e grassa così tipici di una certa Bassa. E ti spiace solo di averlo svegliato ora dal sonno questo Lambrusco pieno di carattere, perché “chissà che cosa sarebbe diventato lasciandolo li’ ancora un po’”…ma goditi in fondo -e invece- quella gioia senza colpe che esso ti dona.

Una sera maremmana a Londra: Poggio Argentiera a Sartoria.

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Di come l’autore, adottivo oramai della contea del Berkshire, viene abbagliato da Londra, ma sogna la Maremma – Tra le secche del mercato internazionale e dei grandi numeri – Tradizione e territorio per un capitano coraggioso – Tutti fuori dalle secche con un Vermentino

Per chi come me lavora nella provincia inglese, venire la sera nel centro Londra ha sempre il fascino fanciullesco di trovarsi in un enorme negozio di giocattoli: le luci, la folla, il traffico ti circondano prendendoti quasi d’assalto, componendo una musica aggressiva, piena di clangore, ma con una sua potente armonia. Poi lentamente metti a fuoco le vetrine e i volti e ti accorgi di come questa metropoli – che corre alla velocità della luce- sia soprattutto un miscuglio di etnie, di genti, di storie, tutte qui convenute per i motivi più disparati. Sfilano su Regent Street, altissime, le tradizionali corriere rosse a due piani come elefanti in un nugolo di taxi neri, tra due file ininterrotte di monumentali negozi scintillanti delle più famose firme mondiali; ed un aggroviglio di suoni vibra nell’aria. Li’ accanto, parallela e un po’ appartata, silenziosa e senza traffico, c’è Saville Row, che si svela con uno di quei contrasti londinesi che lasciano sempre senza fiato: li’,con un’aria quasi da paese o piuttosto da scampolo dell’Ottocento, si allineano piccoli atelier di gran lusso: e puoi solo immaginare magnati, emiri, discendenti di casate antiche entrarvi per una confezione su misura alla bisogna di una cerimonia, di un cocktail party, di una prima al Covent Garden. Ecco appunto spiegato il nome di un ristorante italiano che vi alligna: Sartoria; che per eleganza, stile, qualità del servizio e’ certamente in tono col contesto ed infatti si annovera tra i locali più celebri di Londra. Però, per una sola sera, tutto il luccichio della metropoli, la ricercatezza del design ed il lusso di una saletta privata, sono svaniti mentre nella mente si affacciava il ricordo di ben altre serate: di un canto di grilli nell’aria, del lontano scrosciare delle onde, del mormorare odoroso delle macchie, del vociare malinconico di una civetta; notti maremmane evocate dai vini di Gianpaolo Paglia.
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E’ intrigante poter godere di un’ampia panoramica della produzione aziendale commentata da Gianpaolo stesso a beneficio di un pubblico, se non tutto inglese, pur interamente calato nella realtà anglosassone. Il mercato qui e’ il più internazionale possibile: contano per lo più le grandi marche in grado di rifornire gli scaffali della distribuzione e le cantine dei ristoranti di bottiglie facilmente associabili ad un varietale di uva e con una qualità costante, prescindendo dall’annata. Insomma: se c’è una nicchia di appassionati e facoltosi acquirenti dei vini di Borgogna, per la massa i nomi di riferimento sono Jacob’s Creek, Hardy’s, Gallo, Yellow Tale; e, diciamola tutta, qui e’ molto più esotico non dico uno Schioppettino friulano, ma un Montepulciano d’Abruzzo, rispetto ad un Pinotage sudafricano o ad un Carmenere cileno. Lo so che in Italia parecchi storcono il naso solo a sentirli nominare questi vini del Nuovo Mondo, ma in realtà si tratta spesso di prodotti eccellenti e godibilissimi: l‘“età del legno” -chiamiamola così per intenderci su quello stile grande grosso e barricato- e’ passata da un pezzo e spesso ci sarebbe persino da imparare in termini di freschezza, precisione e bevibilita’. Poi però ti trovi a tavola con i vini di Poggio Argentiera, guardi i visi dei commensali, leggi il loro stupore e capisci quali sono ancora le carte da giocare: e’ il peso della storia, che ha consegnato nelle mani degli italiani un’originalità da non dimenticare; e’ la forza di una tradizione che, se abbinata intelligentemente con la modernità, canta ancora con voce convincente e piena; e’ una specificità territoriale che, seppur forzatamente e naturalmente frammentaria, stampa tuttavia un’impronta indelebile a volerla assecondare. Ci vuole gusto, intuizione e coraggio: doti che non difettano a Gianpaolo. E sarà allora un caso che il vino che più stupisce il “pubblico”, alla fine, e’ forse proprio il Vermentino Guazza 2012?

Comincia la cena e l’assaggio dei vini: l’autore parla e straparla, pur restando sobrio – Celebrity Death Match: Mozart versus Iron Maiden – Il sole dell’estate e la malia della finta semplicità .

Certo: se il tuo palato e’ cresciuto a raffiche di laccati Chardonnay dai profumi supertropicali e di Sauvignon freschi come lame e con aromi verdi in puro Technicolor (sapiente estrazione di tioli e pirazine, direbbero i tecnici), il Vermentino Guazza 2012 ti spiazza; ma è come se uno venuto su con gli LP degli Iron Maiden nelle orecchie si trovasse all’improvviso di fronte ad un Divertimento per archi di Mozart: ci vorrebbe l’attenzione di cogliere un dettaglio prezioso, di ricercare un suono segreto; ma poi, ne sarebbe conquistato. Nasce da vigne che partono praticamente dal livello del mare per salire su in collina fino ai 400 metri, ci racconta Gianpaolo. Solo acciaio: l’uva senza filtri. Ed e’ bello vederne il color limone cosi’ ricco ma non carico, che ti ricorda il sole dell’estate, e i suoi archetti fitti e lenti come un assonnato meriggiare. L’aroma e’ intenso – ha la vibrazione sottile dell’aria quando è calda; però non e’ aggressivo, non e’ diretto: mantiene una distanza spaziale, una soffusa prospettiva aerea verrebbe da dire, se fossimo davanti a un dipinto di Leonardo; ma qui, piuttosto, lo definiremmo avvolgente. Certo, ci si trova il frutto: mela golden e pera, belle mature; pur quel che più mi affascina e lo distingue sono quegli odori di fiori di campo, di paglia lasciata ad asciugare al sole a fine agosto, di quel miele speciale della macchia che cresce sulle dune costiere del Tirreno, ed una ulteriore nota calda e pastosa di frutta secca, ammandorlata: ” nuttines” dicono gli inglesi, ma a me piace pensare ai pinoli che bimbetto i nonni mi portavano a raccogliere in pineta e mi insegnavano a schiacciare. Il corpo e’ medio e l’alcol e’ ben integrato: capisci subito che è un vino che lascia spazio al cibo, ma può star bene anche per l’aperitivo (avessi però qui ed ora degli spaghetti allo scoglio preparati come si deve…). Ha una buona riserva acida, ma non spinge certo su questo registro impegnandosi in una competizione muscolare, ad esempio, coi bianchi neozelandesi; si prende però gran una rivincita con la salinità, dove cala il suo asso: quanto piacevole risulta così alla beva, chiamandone ancora ed ancora, e come risulta originale rispetto al cosiddetto “mainstream” internazionale. Se poi si aggiunge una certa oleosita’, il gioco e’ fatto: ecco il tocco femmineo, la sensualità: e, proprio come certe donne, ti appare sulle prime tanto semplice, ma finisci poi per ritrovarti in un baleno invischiato nella sua malia. Di qui, le bocche aperte dei commensali: un po’ per la sorpresa di trovare un bianco toscano così buono, un po’ per berne ancora.

Mondo ciliegiolo – Ciliegiolo Principio 2012 ossia il Beaujolais del buttero – Tra innovazione e tradizione l’autore pensa al governo, ma non la butta in politica .

Ed ecco che i commensali, la bocca ancora golosa di Vermentino, si trovano a che fare con un profumatissimo rosso che viene da un’uva antica, che forse nemmeno hanno sentito nominare: il Ciliegiolo Principio 2012. E qui diventa necessario per Gianpaolo un excursus storico e geografico, per narrare come quest’uva, parente del sangiovese, ami il tepore maremmano, dando eccellenti risultati in zona e marcando i vini del suo carattere individualissimo: gioioso, solare, conviviale, scherzoso, amichevole, diretto, tanto diverso dal più introverso e scontroso sangiovese. Un’uva altra, ma con una personalità così distinta ed una voce talmente sonante da reclamare un mondo enoico tutto per se’: piccolo, certo, se si paragona il numero totale di bottiglie realizzate dai vari produttori a quello di certe giganti cantine del Nuovo Mondo, ed i commensali sorridono; ma subito smettono infilando il naso nel bicchiere, perché quel bel liquido rubino perfetto e trasparente, con archetti fitti che scorrono veloci, rilascia folate ammalianti di frutta fresca matura e croccante, -la ciliegia, naturalmente!- una bella speziatura naturale (niente legni: vinificazione e affinamento in cemento e acciaio), ma soprattutto fiori, fiori, fiori. Rispetto a tanti vini internazionali non scherzano i tannini, ma sono ben maturi ed anche l’alcol e’ domo. Che piacevolezza, che beva: perfetto un po’ fresco, a 16 gradi, sugli antipasti come qui ci viene servito (crostini con fegatini di pollo e salvia), ma direbbe la sua perfino sul pesce, magari un bel cacciucco o le triglie in umido o una palamita in gratella.
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E Gianpaolo svela il trucco, se così si può chiamare: una fermentazione semi carbonica (per intenderci, una variazione di quella tecnica che si usa per il Beaujolais) aggiungendo al mosto un 10%-15% di grappoli interi in atmosfera inerte di anidride carbonica, in modo da conservare nel vino i caratteri più freschi e fruttati del vitigno, ma senza finire banalizzandolo con connotati da bibita o da cingomma. E mentre il pubblico subissa Gianpaolo di domande, io sorrido in cuor mio ripensando ai vecchi contadini toscani che aggiungevano al mosto fermentato grappoli  di uva appassita: il governo del vino, si chiamava. Non inorridiscano i tecnici leggendomi, so bene che si tratta di procedure ben diverse, ma come gli anziani prima, Gianpaolo applica e ripete con intelligenza un gesto per modellare la natura verso un vino più immediato, morbido, piacevole: perché il territorio e’ anche la mano e l’intelligenza dell’uomo, che da voce alla zolla ed all’aria. Che voce, poi! Giacché non pensi ai bistrot parigini o ai bouchon di Lione, ma all’aria aperta delle colline e ai tomboli, alle coppie di pane affettate tenendole ferme  tra il braccio e il costato, al salame tagliato massiccio, al pecorino fresco con le fave: la merenda del buttero.

Il miracolo della calda estate 2012 – Il sangiovese e la Maremma – Sua maestà il Morellino e’ servito: Bellamarsilia e Capatosta ovvero il percorso zen di Gianpaolo Paglia – L’autore con naso pinocchiesco proclama nel suo silenzio le personali preferenze.

Un aspetto stupisce in questi vini del 2012: malgrado l’estate caldissima, sono freschi e vitali -persino più che in altre annate, diremmo- con l’acidità che ha mantenuto un’ottimo livello. Bravura dei vignaioli ed anche, magari, delle qualità intrinseche delle uve autoctone, che se si sono acclimatate in zona da centinaia d’anni, sarà anche perché meglio hanno saputo adattarsi nel lungo orizzonte della storia, in una simbiosi che sfugge alle mode ed alle regole di mercato (potrei sbagliarmi e sorprendermi per un fresco Merlot, arrendedomi allora alle meraviglie della natura). Anche nella variabilità, nella capacità di questi vini di leggere e rappresentare la diversità delle singole annate sta il loro fascino: son come un diario, un libro aperto con le pagine bianche da scrivere a due mani, dalla natura e dal vignaiolo (intendendo con questo termine per semplicità sia chi cura la vigna, sia chi cura la cantina; o, semplicemente, chi decide e sovrintende alle operazioni, sempre però seguendo un percorso viscerale e virtualmente contadino e artigiano).
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Ma ecco che entra in scena il Morellino e con lui il sangiovese: tocca a Gianpaolo spiegare le divergenze tra questo e il ciliegiolo, e come il sangiovese di quella porzione di Maremma che gravita nel comprensorio di Scansano, esposto alla luce ed alle brezze marine, con suoli variabili dalla sabbia al vulcano, esprima accenti diversi da quelli più austeri che si ottengono sui monti impervi del Chianti o della Rufina, apparentandosi piuttosto a quello aperto e luminoso di certe giaciture a Montalcino. Eccolo nel calice il sangiovese, con la sua capacità di essere primattore schivo, un po’alla Marcello Mastroianni, ma con l’abilità di cambiare registro restituendo il territorio come uno specchio; e,se propriamente trattato, con raffinatissima eleganza. I Morellini di Poggio Argentiera, lo confesso, non li assaggiavo da molti anni: li ho trovati diversi, più fini, hanno seguito il percorso del loro autore, che scherzando chiamerò zen, ma che in realtà e’ come quello di tanti grandi artisti, tutto in levare, concentrato sulla sottrazione del superfluo, raggiungendo un nuovo equilibrio che, parlando di vino, si potrebbe anche chiamare bevibilita’. Allora il Bellamarsilia ne interpreta l’anima più fresca, giovanile e femminile, con le sue incantevoli, affascinanti trasparenze rubine, con la purezza del suo aroma, che alla frutta rossa sa per me abbinare una speziatura verde, un senso piacevole di erbe dell’orto per fare l’acquacotta, di un’eleganza semplice e vera. Ad affiancare il nobile sangiovese c’è un 15% del più sbarazzino ciliegiolo, ma che differenza rispetto al Principio 2012: qui nel calice c’è molto più tannino ben grintoso ed acidità, però con una pulizia luminosa, un bilanciamento nitido ed una persistenza lunga, ma senza arroganza, così da farne desiderare bevute abbondanti e quotidiane, innocenti come un’immersione nella luce del sole. Certo, per i palati del pubblico straniero tutti quei tannini e quell’acidità disorientano e Gianpaolo e’ costretto a spiegare che in Italia il vino e’ parte di una cultura conviviale e va gustato col cibo: mai strettamente da solo; e pian piano i visi si distendono cominciando a capire. Tocca al Morellino Capatosta 2010 ed e’ tutt’altra storia: qui si usano cloni diversi da tre vigne scelte, che impongono anche una piccola presenza di alicante nell’uvaggio; e poi l’affinamento in botti da 10 e 15 ettolitri, un cambiamento di stile datato proprio 2010, quando alla ricerca di una maggiore eleganza, semplicità e bevibilita’ e seguendo soprattutto un’evoluzione di gusto personale, si è rinunciato a un profilo concentrato ed alla barrique. Qui la tinta rubino e’ ancora più profonda, ricca e fitta; disegna archetti contigui e lenti. L’impatto aromatico e’ in parte simile a quello del Bellamarsilia, perfino più intenso nelle note di frutta, ma sovrapposto all’effetto delle botti ha un che di balsamico e di incenso che ricorda ( con moltissimo garbo) certi aromi dei Bordeaux. Emerge forse (forse!) appena un che di alcol, ma nell’insieme e’ moderno e importante, senza strafare: viene sempre fuori l’anima italiana, toscana e sangiovesa. Gianpaolo ammette qui che lo avrebbe preferito con ancor meno influenza del legno, ma nel 2010 le botti erano nuove! E’ al palato comunque che ad oggi rivela il suo massimo: lungo, corposo , vellutato, rotondo, con buona acidità e tannino presente ma dolcissimo, maturo.
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Bisogna fare delle scelte? Allora bevo il Ciliegiolo Principio 2012 ora, il Vermentino Guazza 2012 l’estate ventura, il Morellino Bellamarsilia più avanti per i prossimi 4-5 anni, il Morellino Capatosta tra 5 e 8-10 anni.

E’ il momento del marzolino e di un tortino al cioccolato: con pari agio si affianca loro Lalicante 2009 – Finale dolce amaro – Tra sogno e realtà: le uve bianche di Pitigliano ed un vigneto di malbec – Congedo: poesia struggente della Vigna Vallerana .

Giungendo al dessert e’ il momento di un’altra scoperta: il viscoso Lalicante 2009 da uve alicante bouschet, dove gli zuccheri sono stati fatti concentrare per essiccazione secondo uno stile che ricorda quello del Recioto. Un vino dolce che diresti non dolce, tanto e’ speziato e soprattutto al palato salino. Rubino profondo, originalissimo: tanto pepe, crostata di frutti bosco, macchia, legno stagionato, castagna, insomma tante note scure, ma si mantiene solare, con una bella acidità rinfrescante e tanta grinta maremmana. Passa con nonchalance nell’abbinamento dal pecorino al cioccolato, ed è tutto dire.
La sua dolcezza allenta le chiacchiere a ruota libera: e’ il momento di ultime considerazioni, confessioni e racconti di sogni. Gianpaolo ci testimonia la passione per un miglioramento continuo, studiando per conseguire il titolo di Master of Wine, sperimentando curioso in vigna e in cantina, ma col realistico ed in po’ malinconico monito che “è più difficile vendere il vino, che produrlo”; inseguendo anche progetti nobili, che potrebbero segnare svolte importanti non solo per Poggio Argentiera, ma per tutto il territorio, in una tensione, che percepisco anche tormentata, tra desiderio ideale e realtà. Si parla ad esempio di un’indagine condotta qualche anno addietro nelle vecchie vigne di Pitigliano, per la ricerca ed il recupero di quelle antiche varietà locali che il boom del vino di massa (chiamiamolo così) aveva fatto soppiantare da cattivi cloni di trebbiano, e che è stato poi necessario mettere in un cassetto perché, volenti o nolenti, un’azienda vitivinicola e’ un’impresa che prima di tutto deve sostenersi; con il finale dolce amaro che il progetto viene proseguito da capitali tedeschi. imageAncora più triste discutere di come una celebre, grandissima firma toscana, che comincia con la “A”, abbia impiantato in una delle migliori esposizioni della zona -che, ricordiamolo, e’ di tradizione plurimillenaria, etrusca- un grande vigneto di malbec, seguendo una moda internazionale e un po’ fatua che in pochi anni si è sgonfiata: giusto il tempo necessario alle viti per diventare produttive. Come sarebbe bello se certe imprese investissero piuttosto nel recupero scientifico di varietà tradizionali! Però a noi rimane la consolazione di avere capitani coraggiosi come Gianpaolo, capaci soffiare vita in un sogno come quello del ciliegiolo della Vigna Vallerana: sito bellissimo, privilegiato, di vecchie piante che producono con qualità altissima, ancor oggi curato dalle due persone che li’ hanno passato la loro vita: contadini di 78 e 82 anni, che dopo aver venduto per anni le loro uve a prezzi ridicoli per essere conferite in una massa anonima, vedono finalmente valorizzato il loro lavoro, con una bottiglia celebrata – ma ahimè, non si importa in UK- che porta orgogliosamente il nome del loro cru. Disse una volta l’anziano Toscanini: “Non muore la musica”; potremmo dire lo stesso per la viticoltura, quella con la V maiuscola.

Cabernet Franc dell’Emilia IGT 2008, Camillo Donati, 13 gradi.


Ci sono tanti modi di affrontare la vita: ordinando e controllando ogni evento, o lasciando che tutto scorra, abbandonandosi alla corrente del grande fiume.
Ricordo una sera d’autunno con amici carissimi a Parma, tanti anni fa, con la nebbia che si insinuava fitta tra le vie e s’addensava alla luce gialla dei lampioni e noi che vagavamo cercando una trattoria in una sospensione quasi onirica, avendo ancora nelle nari e negli occhi l’odore e il fumo dell’incenso del convento di San Giovanni e nelle orecchie il salmodiare delle preghiere di una messa presa alle sei e trenta nella cripta. Chi oggi noi siamo e dove viviamo, nessuno allora l’avrebbe potuto dire.
E’ dolce Parma e dolce la sua campagna, i suoi campi bordati di verde a incorniciare la zolla smossa, come giardini di un ordine zen, ma più spontaneo, naturale, naïf. E’ bello andarci nel tardo autunno e nell’inverno, quando tutto dorme e tace, spoglio, ma con una tenerezza che ti stringe il cuore. C’è la piana nebbiosa con i suoi stradoni e ci sono le colline, morbide come la parlata del dialetto locale, solatie, ventilate, popolate di romantici castelli: la’, su un poggio, la magia e la leggenda di quello di Torrechiara. Poco lontano Camillo Donati coltiva le sue vigne e realizza i suoi vini. Camillo Donati non usa chimica, giusto un poco di rame e zolfo come si usava un tempo. L’erba cresce fra i suoi filari ed ospita felice la rugiada, gli insetti, gli organismi più umili e piccoli del creato. Le viti sono le vere protagoniste. In cantina tutto è ridotto al minimo: i vini vengono resi frizzanti tramite l’antichissima pratica della rifermentazione in bottiglia, perciò ognuna e’ diversa dall’altra e puo’ essere più o meno mossa, o addirittura ferma, secondo una variabilità casuale. Ogni passo e’ un rischio compiuto con l’abbandono a qualcosa di più grande: chiamalo destino, natura, Dio, o “aspettando Godot”. Apro dopo tanti anni il suo Cabernet Franc, che ho tenuto a Milano per tre roventi estati nel mio ripostiglio, facendo saltare il tappo a corona, ed il vino e’ fermo, non frizzante come mi aspettavo. C’era questo nella mente di Donati nell’imbottigliarlo – o, piuttosto, e’ il risultato di un patto non detto col creato? Inoltre, e’ fortemente ridotto, emettendo fortissimo un odore che i pudici inglesi chiamano “farmyard” e che lascio alla vostra immaginazione. Ma anch’io mi abbandono con fiducia, lo scaraffo e attendo una giornata intera. E pian piano ecco che lui scorre, respira, prende una forma; quel liquido di un rubino quasi bruno e un po’ torbido per le particelle in sospensione, si muove ora morbidamente nel mio calice come massa fluida armoniosa, senza increspature ne’ spigolosita’, con un aroma sulle prime nervoso, poi sempre più disteso, accogliente, profondo come un paterno respiro, scuro, di intensità misurata ma crescente. Mirtilli e ribes nero, freschi e in confettura; giuggiole; cannella, chiodo di garofano, noce moscata, mela rossa fresca e cotta, castagne, un tappeto di foglie gialle bagnate nel fitto di un bosco e profumo di tulipani. In bocca e’ snello, morbido, con un tannino molto fine e fresco, gusto misurato, acidità convinta, finale salino su una buona persistenza fruttata e speziata. Ma soprattutto la sensazione affascinante -amico, amica che mi leggi – e’ quella di avere nel calice qualcosa di vivo, che cambia di minuto in minuto e che di continuo interroga la tua disponibilità a ascoltarlo, a lasciarti andare, a seguirlo su un sentiero non tracciato verso una meta ignota, con incontri sorprendenti e inattesi, con ombre e luci, con spaventi e gioie. Come una sfinge ti interroga e ti pone davanti allo specchio: affondi ancora il naso nell’odoroso calice vuoto cercando un vaticinio, ma ti accorgi che ti tremano i polsi.

Per saperne di più: http://www.camillodonati.it

Maremma Toscana Ciliegiolo Principio 2012 , Antonio Camillo, 14°

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Poggio Argentiera può quasi apparirti -lì per lì, stando alla guida- azienda anonima; così com’è a due passi dall’Aurelia, dove sfrecciano le auto: poco più di una viottola la separa dal gran nastro d’asfalto. Eppure, giuntovi, sei già in un mondo diverso: se fuori vedi qualche tino in acciaio inox, sarà la voce delle colline che danzano lì intorno a parlarti la lor lingua vera. Giampaolo Paglia e Antonio Camillo: ecco il nome dei padri di questo vino, anche se è Antonio – dice Giampaolo – l’uomo del ciliegiolo. Che importa: quanti grandi della storia hanno avuto incerto il padre putativo? Ma qui c’è lui, il vino, ed ogni discorso cade appena lo versi nel tuo calice, appena ne godi di piacere visivo la tinta rubina trasparentissima, d’ immaginifica capacità riflettente e di infiniti riflessi, smpre sul punto di farsi purpurea, per un che di violaceo, ed insieme proiettandosi in una profondità cardinalizia; già qui svelando quell’apparente contraddizione che è linfa, anima ed enigma di questo vino. Perché sì: ne leggi in etichetta i 14 gradi, ma non li trovi sul tuo vetro: il liquore non forma gòcciole – quelle lacrime che son così spesso di piacere, in archetti raccolte; piuttosto si ritrae a macchia di leopardo, come ricordo vidi fare a vini di ben altra minuta struttura, in epoche dove ancora il contadino fermentava nel tinetto aperto di castagno, nel freddo dell’autunno che si inoltrava (erano le mani nodose e tremanti del mio nonno adorato). Ed ecco la sorpresa, per lo svelarsi all’olfatto così invero nitido ed intenso di ciliegia – e certo non a caso: ma con una veemenza quasi carnale. E sicuro vi hai un tripudiare di frutta rossa in successione, a comporre la parata: amarene, prugne; ma pure dell’altro – a sfatarne la presunta semplicità, minandola alle basi, come in un’accorto gioco di specchi-intriganti rimandi che l’ allontanano dall’impressione di un vino legato al solo frutto, ad una sola dimensione: perché se hai,mediterranea e selvatica, la mora di rovo (chiudo gli occhi e rammento quando il mio babbo mi portava a coglierle calde d’agosto all’Elba sui promontori che cingono Lacona), vi hai pure una rosa lasciata appassire all’ombra rustica di un loggiato; vi trovi ancora un fare muschioso, di bosco, fungino;ed infine ematico, per un preludiare notturno a spiragli di evoluzioni future, sicure sul medio termine; ed un che di spezia, sottile ma deciso: pepe nero è. Sul palato attacca dolce e grintoso, con tannino finissimo ma verde, prolungandosi idealmente ad un’acidità rinfrescante e vivissima (stupisce, per quanto fu caldo il 2012), che mimetizza il corpo pur abbondante del vino in una sinuosa occhiata ammaliatrice: un po’ sguardo di brigante assassino, un po’ di femmina ingenuamente ammiccante. Ché, fosse donna, giovane com’è, sarebbe quella ragazza carina e naturale, dal riccio scuro sempre un po’ ribelle, ma affascinante e prosperosa come una dea delle messi. Ed ancora lo trovi ben più lungo di quel che ti disporrebbe ad attendere la sua pretesa leggerezza; e saporitissimo, secondo un binario che alla frutta contrappone una mineralità filante, ferrosa, luminosamente piritica; fino ad un chiudersi svanendo un po’ piccante,  come già più volte ho sentito nei vini di quella fascia assolata che si stende – nel tempo remota e nello spazio- tra Orbetello e Pitigliano. Terra etrusca, terra da cui origina il Ciliegiolo; che ha, dicon gli studiosi, una parentela col sangiovese: di padre e figlio. E’ il figlio il cilegiolo, con quel che di eterno sbarazzino, da consumarsi non nel raccoglimento pensoso di una mensa, ma in una chiassosa cena tra amici all’aperto? In una sera di fine estate tra butteri, premio per le fatiche dell’aggiogare bestie ribelli? O piuttosto padre, antenato: più semplice, primordiale, quasi figlio primigenio di un Bacco spensierto e danzante, quasi belluino? Certo è maremmano: prepotente come un puledro bizzoso ed indomabile, ma di razza; diretto e senza fronzoli come un’invettiva; consolatorio, nella sua bellezza abbagliante e malinconica insieme, come la vecchia canzone: “Ma a me mi pare una Maremma amara./ L’uccello che ci va perde la penna/ Io c’ho perduto una persona cara.” Io l’ho gustato felicemente con una sapida  zuppa di farro e lenticchie – abbinamento non facile invero; e sul formaggio e sul salame. Con sforzo un po’ ne ho tenuto per l’indomani: pel mallegato.  Sarà questo benedetto vinaccio maremmano che quasi mi fa dir bestemmie: ma vi lascio certi ombrosi vini di Borgogna, certi spocchiosi Chateau di Bordeaux, per questo schietto solare ciliegiolo!

Per saperne di più: http://www.poggioargentiera.com/commenti-ai-vini/i-vostri-commenti-su-principio/