Tiezzi, o il sorriso della bellezza.

La prima volta che incontrai il nome di Tiezzi e della Vigna Soccorso fu diversi anni addietro su una guida dell’Assiciazione Italiana Sommelier. Erano ancora i passi acerbi della mia passione per il vino, quando già però incominciavo a formarmi l’idea di ciò che andavo cercando in un calice.  M’affascinò la storia della vigna pregiatissima recuperata dall’oblio, la rinascita dell’antica etichetta; mi piacque – per quel che leggevo – la dimensione familiare, contadina, artigiana, felicemente piccola; le vinificazioni tradizionali.
Poi, molti anni dopo, l’assaggio del Vigna Soccorso ad un Benvenuto Brunello, abbagliante come la luce del sole sulla neve. Fu la scoperta, anche, dei vini che vengono dal Podere Cerrino e dalla Cigaleta, trasparenti e accoglienti come lo sono i Tiezzi. Seguirono altri assaggi che rinnovarono apprezzamento e meraviglia, risultando anche in una certa consuetudine ed affezione personale. Sfuggiva però da parte mia la visita promessa e con essa la conoscenza vera delle persone e della terra: maledetta la distanza e gli impegni tiranni.

Da qualche anno però trascorro alcuni giorni delle vacanze estive tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia: laggiù e in quel periodo agostano il Creato risplende ancora glorioso in tutta la sua maestà, tra i giorni assolati e le notti stellate, tra le acque che scorrono nelle fonti e gli ulivi che levano i loro bracci al cielo come una preghiera: i fiori e i frutti dai vividi colori sembrano nascere per la prima volta tra i voli di uccelli e delle api, tra le lepri e le volpi che si rincorrono nei boschi.
Sfavilla Montalcino al sole, sempre ventilata, mai troppo calda o troppo fredda, alta su quel panorama così ampio e armonioso da allargare il cuore: dominante e tuttavia così piacevole nelle sue strade di pietra, sotto le logge ariose, negli scorci che si aprono a gran volo aperto sui campi biondi lontani, tra le taverne, le botteghe e i caffè, linda di geometrie bizzarre ma precise. Amo quando posso andare per cantine: conoscere da dove vengono i vini, la gente e le zolle. Non favorevolissimo questa volta il momento, purtroppo: è la finestra di tempo breve quando il cielo è stabile, i lavori in vigna e in cantina sono minimi e i vignaioli si concedono qualche attimo di riposo: chi lo trovi a campeggiare in Maremma, chi ti risponde gentile dalla barca mentre pesca (e speri in cuor tuo che non gli stesse abboccando un pesce proprio in quell’istante…), chi si trova in viaggio. Tutto giusto e meritato, ma per me poca fortuna: telefono al numero dell’Azienda Tiezzi che sta in cima alla mia lista e nel cuore  per la promessa da mantenere e nemmeno lì riesco a prendere appuntamento: bottiglie esaurite. Certo non mi sono fatto riconoscere: non sarò io a disturbare chi ha impegni o si riposa, ponendolo in imbarazzo per una forma d’obbligo di cortesia. Poi però passano le ore, ci penso su, rifletto che l’attimo non colto può rimandare l’occasione a un tempo indefinitamente lontano che forse mai verrà e mi decido a mandare in privato un messaggio a Monica Tiezzi. La risposta è immediata e a braccia aperte, l’appuntamento al Podere Soccorso fissato.

Eccoci perciò a risalire i tornanti della strada dall’Orcia e dal Castello di Velona, oltre Castelnuovo dell’Abate ed il miraggio bianco di Sant’Antimo, superando i Barbi e il Greppo, ormai familiari, fino alla cima del colle dove siede Montalcino, in vista delle torri della Rocca, costeggiando il paese fino alla Chiesa della Madonna del Soccorso: che sta lì sul bordo, semplice ed elegante, leggera come un sipario oltre il quale si apre l’infinito. Per scendere al Podere Soccorso bisogna passare dietro la chiesa, quasi sospettando di infilarsi nella canonica, percorrendo invece una stradina stretta e ripida in discesa che costeggia ed attraversa sterrata alcune proprietà private. Il panorama che si apre a occidente su vigne, fiori ed orti, da un’altezza di quasi 600 metri, è solenne, luminoso, sempre nuovo a ogni snodo, a ogni curva. Si individua infine una casa in pietra, col ballatoio, il loggiato, le scale esterne tradizionali: una figura femminile, indefinibile l’età, sta sulla balaustra e legge, accarezzata appena dal vento: un immagine di poesia questa, e lì è il Podere Soccorso. Sotto la vecchia colonica, dove si apre uno spiazzo, la cantina nuova perfettamente mimetizzata, interrata e giustamente rustica; intorno  la celebre Vigna Soccorso col sangiovese coltivato ad alberello, magnificamente esposta a sud-ovest, morbidamente terrazzata per vincere la pendenza notevole, i filari ordinati come viali di giardini con le rose a punteggiarli e le pietre che li bordano come pause di un racconto. Siamo qui a 500 metri sul livello del mare, appena fuori le mura di Montalcino che ci sorvegliano severe, ma sembra di essere per magia lontani nello spazio e più ancora nel tempo, come trasportati improvvisamente indietro a qualche secolo fa: sfugge alla nostra epoca tanta bellezza, tanta armonia.  Basta guardarsi intorno e viene voglia di fermarsi lì felici e protetti a respirare il verde della vegetazione e l’azzurro del cielo, il susino dai frutti bruni, il melograno, le piante fiorite, che creano un piccolo Eden a misura d’uomo. Non basta a rompere l’incanto l’arrivo lontano del fuoristrada di Monica ed Enzo, perché anch’essi ci portano un sorriso senza tempo.
Il saluto è affabile, schietto, familiare: ci si sente come a casa. Trovarsi di fronte ad Enzo Tiezzi, tuttavia, è un’emozione che un po’ intimidisce: a questo signore sorridente, dal viso vagamente etrusco, vivace e brillante malgrado abbia passato da tempo la settantina, viene da rivolgersi con deferenza, perché pochi come lui rappresentano la storia degli ultimi sessant’anni a Montalcino e sanno raccontarla con tanta lucidità ed un tocco ironico di toscanissima arguzia. Bada, amico o amica che mi leggi, non la storia del Brunello soltanto, perché sarebbe limitativo di quel che Enzo Tiezzi ha da raccontare.

Un giro di chiave nella toppa di una porta in legno che si apre sul fianco destro della cantina e la favola comincia nelle penombre di una sala bassa, pietrosa, appoggiata alla roccia, dove riposano le botti di legno colme di vino: “Questa era la cantina del Professor Paccagnini, che qui invecchiava il Brunello della Vigna Soccorso” e in quello stesso luogo un secolo dopo, grazie ad Enzo Tiezzi, il Brunello della Vigna Soccorso è tornato a riposarvi. Vibra una magia penetrando più ancora la  cantina storica  (piccola! Non t’aspettare antiche strutture monumentali come troveresti in Piemonte a Fontanafredda, o a Nervi, a Montalcino stessa ai Barbi: il Vigna Soccorso era in  confronto quel che potrebbe definirsi un vin de garage), fino allo studiolo dove sono esposte riprodotte le medaglie e i diplomi vinti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dal Professor Paccagnini, gli originali conservati dai discendenti a Livorno. È lì che Enzo e Monica evocano questo personaggio a lungo dimenticato e la sua opera, con un certo orgoglio misto a commozione per un esistente rapporto di parentela. Riccardo Paccagnini, che insegnava agraria a Bari, Piacenza e Roma, era in contatto con i maggiori luminari del suo tempo; aveva a quanto pare anche il pallino della meccanica e fu tra i primi a Montalcino ad impiegare certe attrezzature che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare il lavoro nei campi e in cantina. Il vino che ricavava dalla Vigna Soccorso risultava per i tempi senza dubbio un vino moderno: secco, limpido e stabile; oggi, anche leggendo quei dati chimico fisici rimasti da coeve analisi, lo diremmo un Brunello classico, di corpo ed atto a un buon invecchiamento. Peraltro fu autore anche di un manuale di vinificazione le cui prescrizioni per l’affinamento già preludono nei fondamentali a quelle del disciplinare moderno. L’etichetta del suo Brunello di Montalcino Vigna Soccorso – da Paccagnini personalmente disegnata-  è la più antica etichetta di Brunello conosciuta, forse davvero la prima; ed è la stessa che con modifiche minime si trova oggi sul Brunello di Montalcino Vigna Soccorso di Tiezzi; deliziosa nella sua grafica che da un lato strizza l’occhio al liberty e dall’altro porta con sè tutto il retaggio del Rinascimento, con quei puttini acrobati che sembrano discendere monelli da quelli danzanti di Donatello o di Jacopo Dalla Quercia. Vinse Paccagnini con quel vino numerosi riconoscimenti internazionali, 45 medaglie: affermarsi con un Brunello di otto anni a Bordeaux in quell’epoca (1904), in terra di Chateaux Premier Cru era un’impresa ardita. Paccagnini non era però un tipo facile: oltre a girare per il paese con tutte le medaglie vinte appuntate in bella mostra sul panciotto, baldanzoso come un capo indiano che mostri orgoglioso le piume del suo copricapo, pare non avesse un gran fiuto per gli affari. Cosicché, morto il Paccagnini, passato di mano il podere, la storia fu dimenticata e la Vigna Soccorso abbandonata, finché  Enzo Tiezzi, che di Paccagnini e della Vigna Soccorso aveva sentito parlare da parenti della moglie, ha modo di aquistarlo alla fine degli Anni Novanta. La casa con la cantina antica, malmessa; la Vigna, una landa di rovi ed un aggroviglìo di cavi elettrici e telefonici; viti, se ce n’è, sono inselvatichite. Enzo Tiezzi è uomo d’azione e si rimbocca le maniche: restaura la casa, costruisce una cantina interrata dove accomodare più agevolmente ed igienicamente i tini di fermentazione, l’imbottigliatrice e le bottiglie in stoccaggio; ripulisce la vigna e, preparando lo scasso, tutti i massi trovati nel terreno vengono accantonati per rivestire il muro della cantina interrata, onde si integri armoniosamente nella natura circostante, quasi a non disturbare quel luogo di bellezza con aggiunte tardive. Tanto fa e tanto briga, bussando insistente alle porte, che riesce a far interrare tutti i cavi, ma nemmeno questo colma la misura del suo amore di bellezza: decide di allevare il sangiovese ad alberello perché “ero riuscito a far eliminare tutti i fili, non volevo metterne degli altri e rovinare tutto: mi piaceva che sembrasse un giardino”. Ammettendo anche di essersi preso una gatta da pelare, perché il sangiovese ad alberello risponde diversamente da quello allevato a guyot o a cordone speronato e lui non aveva esperienza: si è trattato di reimparare a conoscere quella stessa pianta con la quale aveva da sempre lavorato ed in qualche modo crescere con lei: la bellezza di pensare a questi organismi come un maestro orientale penserebbe a un bonsai. Ecco che la Vigna Soccorso rinasce, produce frutto che diventa vino con quei metodi che la storia e la tradizione hanno codificato e che Enzo Tiezzi ha imparato nel corso di una vita spesa tra vigne e cantine: i tini di legno, le fermentazioni spontanee, le botti grandi, i travasi, l’attesa; quella semplicità trasparente che rende tutto più difficile, perché non puoi barare e devi sapere esattamente ciò che fai. La storia: essa scorre come una favola bella nella voce di Enzo. Quando ragazzino subito dopo la guerra lavorava a Poggio alle Mura, che era allora un’azienda agricola a tutto tondo, con colture diverse ed il bestiame: la classica fattoria toscana; ed era un viaggio andarvi allora da casa sua su quelle strade, tre ore con la vespa; e perciò si stava laggiù per mesi senza mai tornare, dormendo in stanzoni di quella parte del castello risparmiata dai bombardamenti (c’erano ancora intorno le pietre della rovina), gli uomini divisi dalle donne, tutti chiusi a chiave la notte per evitare inconvenienze amorose;  lavoro duro, ma anche tanto imparare, tanto far pratica: con la terra ma anche con le macchine, perché Enzo era uno dei pochi ad avere studiato e a saper mettere le mani su un organo meccanico. Poi la battaglia per poter tenere l’auto al castello, ciò che era visto quasi come un’insubordinazione dal capoccia, vinta da Enzo con volitività e maestria parlando direttamente col proprietario che aveva possessi anche in Argentina. Lì conobbe sua moglie – la mamma di Monica – venuta come maestra per insegnare a quei braccianti confinati nel remoto Poggio alle Mura e ritrovatasi il letto posto nel bel mezzo della piazza d’armi del castello per ripicca: secondo quella gente, si era posta troppo da “signorina di città”; fu poi tutto risolto, naturalmente. Scene che sembrano tratte da un film e fanno sorridere, ma raccontano vivide una realtà ormai lontana e sparita, che era vita e fatica, pena e gioia; colori, suoni, odori. Continua la favola, vivida per l’animarsi continuo dello sguardo. Gli anni della professione: ancor assai giovane  la direzione tecnica a Col d’Orcia dei Marone Cinzano, in un’epoca che quando l’annata era difficile lo era davvero, non c’erano in vigna le conoscenze e le possibilità attuali e i vini se venivano magri, erano magri: vedi la ‘74. Il ricordo di Giulio Gambelli, coi suoi modi garbati ma schietti, che se tagliavi con percentuali minime il Sangiovese  (molto meno di quanto all’epoca fosse permesso), non solo se ne accorgeva “a naso” e a distanza senza nemmeno assaggiare il campione, ma ti diceva anche quanto e che cosa tu avessi aggiunto, produttore compreso! La Direzione del Consorzio e la nascita del Rosso di Montalcino, con la stesura del disciplinare: nei suoi auspici e nel pensiero dei soci di allora un Brunello da vendersi più giovane per una virtuosa rotazione di cassa, non un vino di serie B. Poi nell’80 comincia a far da solo, con i vigneti al Poggio Cerrino ed alla Cigaleta, a circa 300 metri sul livello del mare, sul versante nord.  La preoccupazione oggi per una Montalcino che cambia: famiglie storiche in difficoltà, aziende vendute senza più referenti coi quali tessere un dialogo e fare gruppo in sede di Consorzio. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, da quella prima ondata di forestieri che qui comprarono terra negli anni Settanta e Ottanta, fino poi al più recente boom del Brunello. Lo si coglie anche nelle parole di Monica, che è persona colta e sensibile, quando parla di certi equilibri da rispettare; quando ricorda come fosse più autentico il Castello di Velona prima della conversione ad albergo di lusso (anzi, a resort esclusivo) e come sopravvivessero un tempo addossate sul fianco del Castello di Poggio alle Mura le vecchie case dei contadini, piccolo borgo ancora intessuto di memorie e strutture medievali, scomparso con la ristrutturazione e rimasto oggi solo nella memoria di chi lo vide: al suo posto un moderno bastione ingloba i servizi dell’hotel. Si ripristinano antiche strutture a nuova vita, ma qualcosa irrimediabilmente va perduto.

Certo, viene il momento che assaggiamo anche i vini, le varie annate presenti in botte perché le poche bottiglie ancora in cantina son già tutte imballate da spedire. Non è facile accanto a un esperto vero come Enzo Tiezzi, bisogna aver un po’ di arroganza in realtà – o di incoscienza- per fiatare. Amico, amica che mi leggi, che dunque potrò dirti io di loro? Che sono una restituzione pura del sangiovese, dei suoi tratti più eleganti fusi a quelli più scorbutici, ciò che ne costituisce l’autentica nobiltà e distinzione. Vini trasparenti ed energici al tempo stesso, più larghi e pronti quelli del Poggio Cerrino e della Cigaleta, più verticali, minerali, strutturati e bisognosi di tempo quelli della Vigna Soccorso. Tutti però con una caratteristica freschezza e tensione interna, persino le annate caldissime 2011 e 2012, potenti e vibranti, che stupiscono promettendo una eccellente riuscita. Vini che respirano, in levare, che sanno leggere l’annata e se anche è più minuta, come la 2014, rinunciano alla forza ma non all’equilibrio.

Si parla di progetti futuri, perché Enzo è mente e volontà che non conosce posa: più spazio per vinificare in cantina, perché oggi si è costretti a vendere le uve quando il raccolto è abbondante e buono; il recupero di un appezzamento poco più a valle della Vigna Soccorso, ripido anch’esso e tuttora a coltura mista, con la vite che si intreccia all’ulivo e agli alberi da frutto: un altro cru, il San Carlo.
Monica annuisce e sorride, orgogliosa a un tempo e preoccupata.
Ecco: vederli insieme, padre e figlia, continuano e completano in qualche modo quel senso di armonia che viene dalla terra, ciascuno con un suo ruolo ben definito e complementare,  preparando in un gioco di sguardi e di non detti una staffetta, come è naturale e inevitabile che sia. Per ora ed ancora a lungo la divisione dei compiti è chiara: se Monica cura in qualche modo le pubbliche relazioni (seguendo eventi, fiere, internet…) con la fatica di ritagliare il tempo da un lavoro impegnativo come quello di medico, in vigna e in cantina è Enzo il sovrano, indiscusso.
Arriva il momento dei saluti. Non posso acquistare ovviamente tutti i vini che vorrei per riascoltarli (sì, come fossero musica) nella calma della mia casa, essendo tutti impegnati per i distributori di mezzo mondo e già imballati per essere spediti,  ma i gentili Tiezzi hanno tenuto da parte una Magnum del Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2010, bellissima, che sarà depositata nell’angolo più protetto della mia cantina, tra le bottiglie più amate. Partiamo, risaliamo a passo d’uomo con la mia Alfa rossa l’erta verso le mura, arricchiti. Io sono felice e malinconico insieme, quasi non mi va di parlare, per trattenere i ricordi di questo pomeriggio e farli sedimentare. Ho da un lato la certezza che finché a Montalcino resteranno famiglie come i Tiezzi l’autenticità di questi luoghi magici non andrà perduta; dall’altro so che se questi settant’anni di dopoguerra sono stati una rivoluzione, il mondo corre in fretta e continua ad accelerare: come un treno lanciato a velocità folle che non si cura delle parti che incominciano a usurarsi, dei bulloni che si perdono, delle bielle chi si flettono; spinge finché ne ha, finché la macchina non esplode per forza della stessa pressione che ha generato. Se Enzo Tiezzi volesse farci un gran regalo! Condensare tutto quello che ha visto e imparato in un libro: i territori di Montalcino, i climi e i terreni, l’arte della vinificazione e di curar la vigna e la loro evoluzione nel tempo, la storia di queste campagne e della gente e delle aziende. Chissà: magari uno dei tanti bravi giornalisti del vino lo potrebbe aiutare ed il Consorzio sostenere il progetto. Perché credo che abbiamo più di sempre bisogno che qualcuno ci aiuti a ricordare da dove siamo venuti e che ci detti il passo, ascoltando, invece di quello della macchina e dell’elettronica, il tempo della natura e dell’uomo.

(visita nell’agosto 2015)

Rosato Toscana IGT 2014, Sanlorenzo, 13,5 gradi.

Tornare a Montalcino e’ sempre una gioia: le sue torri ti guardano come lo scintillio degli occhi d’un bimbo sul sorriso del creato. L’estate, in quel periodo di fibrillazione che va tra l’invaiatura e la vendemmia, quando l’occhio insegue le nuvole in cielo per accertarsi che non portino una pioggia maligna o peggio; e invocandole invece, se la stagione e’ stata arida. Allora, quando il caldo un poco molla, e’ tradizione ormai che vada a trovare Luciano. Quest’anno ho un motivo di curiosità in più perché ha fatto il suo primo Rosato. E non l’ha fatto a caso: l’annata scorsa 2014, fresca e piovosa, si prestava. Un bel salasso, all’antica. Non preoccuparti -amico, amica che mi leggi- se non sai che cosa sia il salasso in enologia: se un po’ ti intendi, apprezzerai la sensibilità di Luciano, la sua capacità di interpretare l’annata; altrimenti ti basti sapere che l’ha fatto per la gioia, sua e degli amici e di chiunque voglia berne: è un vino ancora più buono in compagnia, nell’allegra condivisione, e le uve sono quelle di Montalcino, quel sangiovese in purezza potente e benedetto. Così abbiamo fatto noi, portandocelo a tavola per un pranzo che sconfinava ormai nella merenda dopo infiniti assaggi di rossi in cantina. Allora vedi: le ombre sono corte col sole delle tre che batte, i passi quasi risuonano sul selciato perché i più farebbero la siesta anziché sedersi a tavola, e la bocca e’ già stanca. Eppure a versalo, la curiosità gli ruota intorno: rosa molto intenso, quasi corallo: più che rosato lo direi cerasuolo, rubino chiaro con unghia buccia di cipolla. Per gustarlo davvero e’ meglio appena fresco che freddo: così apprezzi l’aroma intenso ma delicato, che ricorda prima l’iris e il giaggiolo e poi l’amarena, i lamponi. Ha una complessità nitida, che spazia tra gli estremi dello spettro aromatico della polpa di frutta, dalle pesche ai tocchi di corbezzolo, ma è un’espansione trattenuta, distinta, aggraziata e tuttavia sicura: perché la orna all’olfatto e più ancora al palato sul finale una speziatura delicata ma convinta di noce moscata, di pepe e di foglia d’alloro. Al palato appunto: potente e voluminoso, ma piacevolmente perché reattivo; accenna a passi di danza con movenza e trama vellutata, appena un po’ tannica, col gusto che si espande e si irradia, rilasciando una notevole persistenza. Secco e giustamente; ma non perché si regga minuto su gambine magre: ha piuttosto una gran struttura, estratti in abbondanza ed un’aromaticità familiare per chi conosce i vini di Luciano; quasi che avesse per magia tramutato i suoi rossi in rosati, distillando le componenti più fresche e leggere. Allora scherzando gli dico che ha creato un Brunello in minigonna, ma in realtà c’è poco da scherzare qui: e’ un vino serissimo e perciò ci pensa lui a far finire la brigata in riso, nell’allegria leggera di un bel pasto con un buon vino ( balsamo per il corpo e per l’anima, parafrasando un vecchio detto di Giuseppe Verdi)  e catalizzerà su di se’ l’attenzione solo alla fine, proprio perché noterai stupito quanto ti ha fatto star bene. Lo abbiamo festeggiato rendendo onore alle norcinerie e ai pascoli toscani, alle delizie estive del popone e del cocomero; però qualche giorno appresso l’ho trovato eccellente con la pasta al germe di grano e il sugo di pesce spada. Luciano dice che è semplice farlo questo Rosato: sia pure, ma bada che lo affina in legno, con il risultato perfetto di fondere e valorizzare e di non coprire. Si diceva all’epoca delle corse in Vespa e dei ruzzoloni, quando uno era bravo davvero:“che manico!” . Berremo anche il Rosato 2015? Chissà…a me piace pensare che Luciano vi porra’ mano solo se glielo sussurreranno le vigne.

Brunello di Montalcino 2003 Fattoria dei Barbi 14 gradi.

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Se leggi – amico, amica che mi segui- un poco della storia di Montalcino e del Brunello,  intenderai la centralità della famiglia Colombini (oggi Cinelli Colombini) e della Fattoria dei Barbi: nei secoli antichi anzitutto, poi in tempi più recenti tra le due grandi guerre ed in seguito in quel passaggio critico per la società  toscana che fu la fine del mondo mezzadrile. Alcuni dei componenti stessi della famiglia ne hanno narrato racconti bellissimi, e se tu li leggi non potrai come me non amare i vini che ancor oggi producono, dopo secoli di devozione all’agricoltura. Da qualche anno avevo questo loro Brunello di Montalcino 2003 a riposare nel mio sottoscala toscano umido e buio, cuore segreto e quasi ipogeo della vecchia casa contadina. Han gran fama di longevità i Brunello dei Barbi; anzi, con loro il tempo si dice sia sovente galantuomo, maturandone vantaggiosamente certa austerità giovanile. Però fu torrida l’estate 2003, che ricordo con la pena di esami universitari e di una debilitante malattia; parecchi vini quell’anno uscirono sfibrati o al meglio già maturi per la gran calura, pertanto non ho voluto ritardarne oltre l’attesa, sfidandone oltremisura la longevità; non sapendo in effetti come lo avrei trovato, non avendone mai assaggiate bottiglie sorelle d’annata. Si da’ dunque l’occasione giusta di una Pasqua in famiglia, nell’armonia domestica, con l’affetto dei miei cari intorno. Allora lo apro, lascio che respiri nel suo vetro un poco scolmo per un congruo numero di ore. Lui è rosso ancora rubino trasparente, che si fa granato o piuttosto aranciato sul bordo; lascia sul cristallo del calice lacrime irregolari e veloci, scorrevoli. Svela all’olfatto aromi intensi e estremamente complessi di vino che evolve, piacevolmente eterei: al profumo ancor giovane delle ciliegie e dei lamponi si aggiungono sfumature di arancia, di cocomero, di corbezzolo, ma anche tocchi di frutta nera: sempre fresca tuttavia, non pare risentire nel profilo delle temperature della sua annata d’origine. Se eserciti le tue nari puoi trovarvi tante spezie e soprattutto erbe aromatiche:  timo, rosmarino, origano, salvia essiccata; coi minuti si apre nel calice al punto da divenir balsamico. Tutto avvolgono, ispessiscono, adornano, note fungine, iodate, ematiche, minerali di ferro e piriche come di roghi; infine la china ed un ricordo leggero di tostatura. Signorile, fresco anche;  riservato, ma comunicativo. Sul palato suscita sensazioni intensissime: di gran corpo e struttura, ha tannino finissimo e abbondante , spiccatissima  acidita’ , persistenza lunghissima, bilanciatissimo tenore alcolico. Ha un tono anche qui sorprendentemente giovanile, che unisce potenza, freschezza, finezza, sicurezza. È ben secco ma rotondo, ritmato, irradiante come lanciasse raggi di sole. Classico e solido come una colonna, dritto del pari, e’ un vino di maschia compostezza, quasi d’altri tempi, che  potrebbe trovar posto sulla tavola ottocentesca di certi personaggi di Fucini, di ritorno da epiche battute di caccia nei paduli e nelle maremme. E sotto i miei vecchi travi, tra le credenze scure, per me con noi è stato meraviglioso su tortelli al sugo di carne chianina e fagiano in umido con le olive.

Il giorno, a Benvenuto Brunello 2015

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L’alba.

La mattina e’ piovosa e umida, fredda; le mura massicce del Castello di Saltemnano si ergono fra la foschia che ingolfa desolata la valle dell’Arbia, la coltre grigia delle nuvole in cielo. Lontano, remota e quasi un punto, Montalcino con le sue torri che si stagliano su uno squarcio più luminoso d’orizzonte: la nostra meta. Che differenza rispetto all’anno passato, quando l’inverno già si discioglieva all’abbraccio tiepido della primavera e si aprivano al sole i germogli. Sarà per questo che una malinconia sottile mi prende, come un lieve disagio? O sarà forse la preoccupazione del confronto con quello scorso Benvenuto Brunello, il mio primo, e le sue emozioni? Magari è solo un poco di quel disincanto che si prova addentrandosi nella conoscenza: quel pizzico di magia che va inevitabilmente perduta. Sono pensieri però che si scacciano in fretta, tanta e’ la voglia di tornare su quel colle, di respirarne l’aria pura, di vederne le vie e con voli rapaci dello sguardo abbracciarne i paesaggi solenni a volo; e stringere le mani di quella gente. La strada sale dal fondovalle poco oltre Buonconvento, annodandosi su se stessa come le spire di un serpente: curva dopo curva, cantina dopo cantina, vigneto dopo vigneto. Per molti solo asfalto, automobili, traffico; per me percorso iniziatico, esercizio dell’animo: Benvenuto Brunello non è semplicemente la presentazione di nuove annate, l’assaggio di grandi vini;  per me è soprattutto calarsi in una realtà diversa, in un altro sentimento del tempo; e’ interrogarsi sulle ragioni della terra, sul seme che mi ha generato; e’ domandare al sangiovese di svelarmi i suoi segreti, intessendo con lui un dialogo muto, concentrandomi allo spasimo per intercettarne le vibrazioni più intime. Perché il sangiovese e’ come una gran dama: sempre un po’ sfuggente; e sotto la coltre dell’immediatezza vela spesso una complessità straordinaria. È come uno specchio che riflette sempre qualcosa della sua zolla, di chi l’ha coltivato e vinificato, persino di chi lo beve. Ecco: quest’anno vorrei tracciarne per me i confini, quel ritratto che ho ancora incompleto.

La mattina.

Si giunge a Montalcino che è mattina presto, le valige nei confortevoli silenzi ariosi di Palazzo Saloni; si camminano in fretta le vie profumate di pane appena sfornato, buono; si rivedono i selciati conosciuti, i canti, le insegne, i tetti, mentre la gente principia le attività quotidiane; con la sensazione felice di sentirsi in una casa ritrovata. Ecco l’ingresso sotto l’arco di pietra, l’abbraccio affettuoso con Luciano Ciolfi, al quale devo l’invito e la visita nel giardino del Brunello. Quest’anno si accede alla manifestazione dalla parte del museo, con la suggestione delle arcate possenti, delle teche che vegliano tesori nella penombra; si ha il chiostro bellissimo li’ da vivere e le sale appena ridipinte, di candida bellezza. Peccato solo l’odore della vernice fresca, per me fastidioso, ma onestamente nessuno mi pare se ne lamenti, sicche’ sarà il mio naso. C’è tanta gente e l’atmosfera della festa, perché la tanto attesa annata 2010 e’ di scena. Il mio disagio in parte si svela: quanti entusiastici giudizi ho letto anticipatamente su questa annata e quanti invece ruvidamente contrari alla 2009, spesso superficiali e irrispettosi del lavoro e della fatica di quella gente che suda allo stesso modo da un anno all’altro, anzi di più in quelli meno felici.  Sicuro, la  2010 e’ molto buona, però ancora una volta sono le differenze tra un vino e l’altro che più mi affascinano: di stile, di mano e di territorio, ciascuna a formare una piccola tessera del mosaico del Sangiovese di Montalcino, esprimendone le singole individualità. Ha detto bene un assaggiatore notissimo: “non c’è il Brunello 2010, ma cento Brunello 2010” . Che posso aggiungere a quanto scritto da tanti piu’ esperti di me? Eppure mi voglio provare. Contando che ho assaggiato in piedi ai banchetti dei produttori, quindi con tutte le approssimazioni del caso, mi pare un’annata luminosa, solare, di forza e di equilibrio, che a mio parere ha originato molti vini di traboccante energia, sicuramente godibili fin d’ora ma che in alcuni casi – forse quelli migliori- richiederanno anni di bottiglia per assestarsi appieno e ricomporsi in una grazia superiore; giocando poi un tiro mancino da una parte ad alcuni Brunello Riserva 2009, verso i quali lo stacco mi è sembrato a volte minimo e talvolta a vantaggio del vino d’annata. Quanto ai Rossi di Montalcino 2013, sono sempre freschi, piacevoli e benfatti, ma direi con una profondità e continuità qualitativa un po’ inferiore rispetto ai 2012 assaggiati lo scorso anno. Paradossalmente l’annata 2013, per così dire classica, ha ancor più  differenziato chi interpreta il Rosso come un  Brunello adolescente e chi semplicemente come un buon vino da pasto.

Il mezzodì e il meriggiare.

Che piacere assaggiare con Luciano, lui che in vigna e in cantina si sporca le mani e vi trova l’orgoglio e la pena. Che piacere assaggiare e confrontarsi con Stefano Paparelli, finissimo palato, che sa riassumere il senso di un vino in una battuta. Che piacere poter legare un assaggio alla chiacchiera col produttore sull’annata, sulla vinificazione, sul suo terreno, e scoprirne le interrelazioni nel calice. Talvolta nemmeno quello serve: basta un gesto, uno sguardo soltanto e dalla persona che hai davanti capisci tutto il vino. Oppure puoi chiudere gli occhi e concentrarti solo sul calice, senza preconcetti, simpatie e antipatie. Purché nel calice ci sia Brunello di Montalcino, quello che nelle sue mille differenti sfumature, buono o meno buono, mi picco di riconoscer come tale, che parla toscano con la voce del sangiovese. Perche’ un paio di vini che ho assaggiato – ottimi senz’altro – non parlano quella lingua: concentrati, fruttati, rifiniti secondo un gusto internazionale, mi pare che in essi la sapienza abbia la meglio sulla natura dell’uva e del territorio, perlomeno come io l’ho vagheggiata; sontuosi persino: ma io vorrei prenderti per mano, amico o amica che mi leggi,  e portarti li’ a due passi nelle sale del Museo di Montalcino, di fronte alle monumentali Madonne su fondo oro del Dugento Senese: nude e scabre forse, ma potentemente spirituali, di un rigore severo che a riguardarle si scioglie in una dolcezza senza tempo, un’idea di fede insieme mistica e laica, perché universale. Ecco, immagina che d’improvviso accanto v’appaia una pittura perfetta ma esteriore, barocca nel senso della sovrabbondanza cortigiana: così mi suona la lingua di quei due vini tanto internazionali. Perciò oggi che si presenta tra gli osanna l’annata 2010, le tante attenzioni estere nutrono la mia inquietudine e il mio disagio: temo una deriva e seppur io sappia per esperienza che il mercato e’ vita, fatico a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.Saranno altri vini a riportarmi al sorriso, attraverso le ragioni della terra. Quelli dove sentirò una vibrazione che mi appartiene e che mi azzardo a ricondurre a queste zolle, a queste mani, a questa storia ilcinese. Di essi scriverò: di quelli che mi hanno trasmesso – come diceva un vecchio direttore d’orchestra – un tono vitale.

Per cominciare partendo in quarta, i vini di Sesti, con un Rosso di Montalcino 2013 elegante e molto fine, dal colore tenue e con toni un po’ verdi al palato, che però non mi dispiacciono: sono tocchi di freschezza. Anche il Brunello 2010  e’ molto fine, di grande struttura e di equilibrio già miracoloso, con una persistenza lunghissima ed una tessitura passante che è come un eloquio naturale, sciolto ed insieme profondo, da grande oratore: più ancora, il discorso di un leader. Il Brunello di Montalcino Riserva 2009 e’ anch’esso strutturato e lunghissimo, ma meno bilanciato nell’uso del legno e il suo parlare un po’ più impostato, meno energico. Tutti i vini di Sesti sono comunque luminosi ed al tempo stesso potentemente chiaroscurati, dinamici e ariosi, con la purezza di un cielo stellato. 

Passo subito dopo ai vini di Sanlorenzo, quelli di Luciano, per godermi appieno il gusto del contrasto con i precedenti: perché i suoi, lo so, son vini forti, potenti, materici, ma che mantengono sempre abbastanza freschezza e quel tocco appena un po’ ruvido per non stancare mai.  Vendemmia dopo vendemmia vanno acquistando focalizzazione e quella  rifinitura sottile che è attenzione al dettaglio, non preziosismo. Sorprende quasi il Rosso di Montalcino 2013, meno alcolico del solito, diverso, forse anche più godibile: magari al momento di Benvenuto Brunello ancora un po’ da farsi ( e’ in bottiglia da poco), ma si capisce benissimo che la sua e’ la struttura di un Rosso di categoria superiore. Il Brunello 2010: per me che l’ho assaggiato in più fasi della sua evoluzione e’ una conferma, ma che conferma!  Ha tutto quel che deve avere un grande vino: potenza e levita’, magari ancora un po’ da armonizzarsi direi, ma la stoffa e’ tutta lì, con una bocca che è già carezzevolissima ed un’alta acidita’ già ben integrata, col tannino potente e fine. Vino sempre più raffinato il suo Brunello, ma questo 2010 ha dentro un’energia speciale che scalpita e trabocca. Lo diresti un vino a trazione posteriore: quasi delicato e di stoffa dolce sulle prime al palato, poi vi si espande travolgente, spingendo forte sul gusto.

Su suggerimento di Luciano provo i vini dei suoi vicini di “banchetto”, San Giacomo, che non conosco, e questa è forse la sorpresa della giornata. Vini luminosi, puri, strutturati; magari in queste fasi giovanili un po’ lineari in termini di complessità aromatica, ma con una bellissima naturalezza sul palato, che invoglia a berne e a mettersi a tavola in loro compagnia, più che a degustarli. Vorrei proprio poterli riassaggiare con più calma e agio, approfondire il loro racconto, sfogliando la pagina delle annate e camminandone la terra. 

Li’ vicino c’è Salvioni ed il loro Brunello di Montalcino e’ spettacolare: bellissimo fin dalla tinta luminosa, e’ all’olfatto e al gusto che dispiega un carattere veramente in technicolor, perché ha già in se’ la giovinezza e la maturità perfettamente fuse,  coi frutti da una parte e dall’altra gli umori della pelle, degli anfratti segreti nel bosco. Non si smetterebbe mai di gustarlo tanto in bocca e’ lieve e forte, ben tannico e ben acido. Leggero, lungo, carezzevole, vien quasi da chiedersi se non sia il vino perfetto, ma è una domanda senza senso per chi ama il vino: la perfezione non è di questa terra e nel piacere contano di più le differenze e i distinguo che le asserzioni,  la ricerca  del contrasto e dell’individualità che l’inseguimento di perfezioni immutabili. E se tu che mi leggi non sei disposto ad amare, non seguirmi: non mi capirai. 

Proprio per amor di contrasto, se mi segui, ti porterei all’assaggio dei vini de Le Chiuse: ecco che alla colorata esuberanza si contrappone una misura classica, composta, quasi antica nel suo rigore. Sono vini lenti a mio vedere, nordici, che si concedono nel tempo, ma il Brunello 2010 ha fin d’ora una capacità comunicativa stupefacente, che dissimula ed alleggerisce una struttura enorme, di trascinante energia, però mai sopra le righe. Ritrovo in lui quelle sensazioni compatte di pietra che tanto mi affascinano, ma accompagnate da una pienezza di sapore rara: un’architettura ravvivata dalla poesia dell’arte. 

Altro produttore, altra terra, altro stile di Brunello: quello di Donatella Cinelli Colombini. Ne amo anzitutto il colore: trasparente, luminoso rubino, brillantissimo, ricco di riflessi cromatici. Il profumo e’ dolce, con sfumature di cipria, di fascino femmineo e persino civettuolo. Lieve al sorso, con un’acidità alta ma che stuzzica maliziosa e piace, di rifinitissima tessitura e piuttosto lungo. Sarà che la conduzione aziendale e’ al femminile o e’ solo la mia suggestione? Così garbato da risultarmi  leggermente impostato, e il mio gusto preferisce vini più ruvidi, ma più diretti. Vedi, tuttavia? Nella pratica conta il momento e la tavola: in certi giorni, con talune persone, a lui rivolgerei gioioso la mia scelta, privilegiandolo tra altri.

Non fermiamoci però: se cerchi il registro dell’eleganza c’è tanta varietà col Sangiovese di Montalcino. Mi accosto ai vini di Poggio Antico: qui l’eleganza si combina col rigore, la modernità della rifinitura si chiude ad avvolgere un anima di classico equilibrio. Stupisce che a strutture così monumentali e ad una persistenza  lunghissima, davvero fuori dal comune,  non manchi mai lo slancio e la freschezza: queste sono le stigmate di vigneti privilegiati in posizioni favorevolissime e di una mano notevole in cantina. Sono vini da condottieri dei tempi nostri questi: avanzano sicuri e a testa alta in un bel completo grigio, eleganti e formali, col passo dei vincenti ma senza strafare. 

Quanta differenza con i vini di Pian delle Querci: delicati, teneri, lirici. Cantina artigianale e familiare come poche, nella timidezza degli sguardi la favola stessa del vino. Un Brunello 2010 levigato e lieve, appena ancora un po’ marcato dal legno ma dagli aromi complessi e nitidi. Al palato ha struttura giusta, di grande equilibrio, più tannico che acido. Al gusto e’ pieno, ma in sottrazione; non conosce pesantezze, ha una dimensione cameristica. Se sai un po’ di musica mi capisci: qui non gli sforzati di Beethoven, ma i più aerei accenti mozartiani. Vedi il sangiovese? Quanta varietà.

Mi sposto verso Collelceto, altro produttore di dimensioni e spirito artigiano, i cui vini mai avevo assaggiato, e più che la musica mi evocano la pittura: il Brunello 2010 e’ una sorpresa, luminoso e scuro, saporito e stuzzicante all’olfatto, spinge forse appena un po’ nell’effluvio alcolico, ma in modo non spiacevole. Al sorso riluce la sua la sua bella struttura: acido, sapido e tannico, col tempo troverà ancor miglior fusione, io credo. Il Rosso 2013 e’ piacevole, corposo ma non pesante. 12.000 e 10.000 bottiglie, rispettivamente.

Di proposito seguo a questi i vini di Col d’Orcia. Azienda di grandi dimensioni, una tra le più estese di Montalcino: 250.000 bottiglie del Brunello 2010, 200.000 del Rosso 2013. Non assaggio questi vini da anni e li ritrovo quadrati, caldi, tradizionali, con un certo tocco fume’ che li accomuna. Però qui c’è anche il Brunello di Montalcino  Riserva “Poggio al Vento” 2007: 8.000 bottiglie da 5 ettari, ed è un’altra storia: la zampata del leone. Vino potentissimo, una vera forza della natura: il sangiovese che si alza orgoglioso, indossa una corazza e leva un inno di guerra; si’ perché questo è un Brunello che disdegna mollezze: non ha il corpo ampio e bolso dei vini di stampo internazionale, ma la schiena dritta, con la forza strutturale e senza belletti del sangiovese autentico. Anche questo è un vino da condottieri, ma all’antica, con l’elmo e l’alabarda.  

Mi viene l’istinto di accostare a questi i vini di Fattoria dei Barbi: altra azienda di dimensioni rilevanti nel panorama ilcinese, col Brunello 2010 che si attesta intorno alla 200.000 bottiglie, non uno scherzo. Vini di impronta felicissimamente tradizionale, hanno quella capacità di emozionare che spesso sfugge quando i numeri crescono, grazie ad una cura superiore ed al coraggio di non piegarsi a mode e gusti altrui. Tra i Brunello annata preferisco solitamente quello con la leggendaria etichetta blu, che ovviamente e’ buono anche quest’anno, ma per una volta è stato il Brunello “Vigna del Fiore” a colpirmi maggiormente: direi che ha una marcia in più in termini di struttura ed una fusione, un amalgama, una pienezza – in altre parole, una centratura- che ne fa uno di quei vini di classe signorile che si allungano sul palato e irradiando lo avvolgono pulendolo, con una sensazione di piacere tattile che permane non solo alla bocca, ma più ancora nella memoria. 

Dai Barbi al prossimo assaggio il filo e’ sottile, come la strada meravigliosa porta giù a Castelnuovo dell’Abate curva dopo curva, costeggiando Sant’Antimo dall’alto. Un fatto di cuore e di persone, in parte segreto, che non sarò io a svelare. Ci viene versato nei calici il Brunello 2010, trasparente nel suo colore granato carico ed evoluto, persino ammattonato, che si ama o si odia. Per alcuni sono vini arcaici; per me il loro aroma e’  poesia che si libra nel cielo, il sorso e’  complesso e impalpabile. Esclama Stefano Paparelli: “E poi c’è Poggio di Sotto!”: la definizione è perfetta, non occorre aggiungere altro. Non ho la conoscenza adeguata per azzardare il paragone con altre annate di Poggio di Sotto, ma per me Brunello 2010 e Rosso 2012 (uscita ritardata) sono semplicemente signori vini. Il Brunello 2010, insieme potente e leggiadro come il velo trasparente di una dea, per me indimenticabile.

Se parlo di vini del cuore, può mancare Tiezzi? Il Brunello proveniente dal Poggio Cerrino e quello della Vigna Soccorso sono due interpretazioni, classiche, ispirate, rigorose di Sangiovese, ognuna bella della nudità del suo territorio. Vini che se ne hai un po’ di dimestichezza puoi seguirli nel loro cambiare, preferendo a volte l’uno, a volte l’altro. Il Brunello Poggio Cerrino 2010 e’ fruttato, ha un aroma in questa fase assai giovanile con aldeidi in piacevole evidenza, un attacco alla bocca dolce e amichevole, con una tessitura piacevolmente ruvida, artigiana. È salato nel dispiegarsi al sorso, strutturato e assai lungo. Il Brunello Vigna Soccorso 2010! Lo ritrovo il vino di questa zolla benedetta come lo ricordo: un raggio di luce dal cielo. In questa annata e’ dotato di una materia particolarmente ricca che sembra agitarsi ancora scomposta, dando origine a piccole imperfezioni e sbandamenti che sono, a mio avviso, solo il segnale  di una potenza compressa. Il tempo sarà galantuomo: perché qui c’è gran struttura di tannino, corpo, acidita’, ed una lunghezza quasi infinita, pura, che commuove. 

Con i vini de “Il Paradiso di Manfredi” siamo sempre nei territori dell’artigianalita’, qui anzi piuttosto spinta. Sono vini a volte umorali, scontrosi, difficili da capire. Ecco, quest’anno ne sono rimasto affascinato e incerto, attratto ma non del tutto persuaso. Il Rosso 2013 mi è sembrato, come dire, un po’ verde, ma subito dopo questa prima impressione ecco farsi largo fiori e frutta: tanti fiori, ed erbe con aromi puri quasi portati da una brezza al sole d’inverno. Di contro, il sorso ha i toni caldi dell’arancia e delle carrube, la velatura della castagna. Anche il Brunello 2010 e’ rimasto un po’ enigmatico: da un lato  ha un fascino carnale e terroso, dall’altro un fin troppo insistito odore di farmyard (come lo chiamano gli inglesi con elegantissima voce). Eppure sono vini di percepibile vibrazione autentica, che non lasciano indifferenti, ai quali vorrei tornare con più calma e tra qualche mese o anno, aspettando che il tempo abbia compiuto la sua opera. 

Proseguendo su vini un rimastimi un po’ enigmatici, ecco Le Macioche: il Brunello 2010 ha gran struttura, con maggior rilievo tannico che acido; e’ un po’ eccentrico all’olfatto con un che di mentolato, però è affascinante; ecco altro vino che magari si gioverà del tempo e di un po’ di assestamento. Di contro, il Rosso di Montalcino 2013 de Le Macioche mi pare uno dei campioni della categoria: di grande equilibrio, pulizia, intensità e tannini potenti.

Carte inverse da Lambardi, un produttore che amo per il respiro classico  e artigiano dei suoi vini: del Rosso di Montalcino 2013 apprezzo il naso sfaccettato, sottile, e la carica tannica; ma il Brunello 2010 e’ tutta un’altra musica, perché se ammalia fin dal colore rosso rubino vivissimo, conquista per la fusione perfetta dei suoi aromi nitidi, insieme giovanilmente fruttati e più evoluti, terziari, di terra e solvente. Elegantissimo e profondo, e’ col suo bacio che ti fa innamorare: una stoffa bellissima che si distende longilinea e salata, piena di gusto e lunghissima, una struttura importante e molto tannica che forse ancora deve raggiungere il suo zenith, ma che è già luminosa. È la vittoria di un classico equilibrio: perché con tutta la sua forza e la sua intensità mantiene un’armonia composta, una netta misura; quasi che a segnarne i confini fosse il tratto ispirato di un pittore che disegni una Primavera o una Nascita di Venere, nella loro apparente semplicità. 

Altra voce che amo: quella di Fattoi. E dico voce – amico, amica mia – perché questi vini hanno sempre un tono caldo, appassionato, baritonale, o da violoncello; che canta con uno spirito antico, d’altri tempi. Ricordo mia nonna aveva una vecchia radio Magnadyne degli anni Trenta da pavimento, un mobile a colonna di legno pesantissimo con un enorme altoparlante tondo alla base: magari il suono non era perfetto e immacolato come quello degli apparecchi moderni, ma ogni disco acquistava un vocione, un timbro particolare che sembrava risalire dalla terra stessa e andare dritto al cuore e più ancora alla pancia. Ecco, Rosso 2013 o Brunello di Montalcino 2010, così sono per me i vini di Fattoi: alla bocca magari un po’ rugosi ma travolgenti, con note scure e di bosco che promettono i misteri di una foresta incantata alla luce della luna, in una notte di mezza estate. 

Fornacina e’ un altro produttore dove mi pare di individuare un timbro comune tra Rosso e Brunello: una nota fume’ che li marca entrambi. Scambio due parole qui e là con i tanti esperti che affollano le sale, alcuni mi dicono che è dovuta ai legni d’affinamento, non tutti la gradiscono. A me invece non spiace: aggiunge un tocco personale ed una dimensione di profondità; soprattutto pero’ questo Rosso 2013 e questo Brunello 2010 se la possono permettere, tanta e’ la struttura che esprimono: di sicuro non ne restano coperti. Il Rosso ha profumi di intensità fruttata che sposano note più scure: le pelli conciate, la macchia; vino suggestivo, di grande fascino sensuale. Il Brunello 2010 e’ invitante, quasi spigliato per nel suo essere un po’ retro’; ritroviamo anche qui quelle note di pelli conciate, di affumicato, unite ai profumi primari della frutta, ed in più il ferro: il bilanciamento tonale – se così lo possiamo chiamare, e’ più serio e formale. A marcare veramente lo stacco, pero’, e’ il sorso: una bocca di forza, appena un po’ dolce e non del tutto ancora assestata, ma di grande acidita’ e con tannini maestosi. 

Le Potazzine: anche qui assaggiando Rosso 2013 e Brunello 2010 si potrebbe parlare di stile comune; ma è la mano dell’uomo o il territorio a parlare? Probabilmente entrambe e ancora una volta i vini de Le Potazzine mi paiono tra i più raffinati, piacevoli, precisi e compiuti tra quanti assaggiati della denominazione: dolci non per zucchero, ma per la loro trama, per come accarezzano il palato; immediati, senza un chiaroscuro particolarmente marcato in questa fase giovanile, ma con una grande struttura sotto, che soddisfa e promette: una lusinga di futuro. 

E la struttura non manca certo nei vini di Canalicchio di Sopra! Il Rosso 2013 e’ un vino molto bello, rotondo e al sorso ha un’intensità esplosiva. Pieno,equilibrato, forse il miglior Rosso di Montalcino della giornata. Magari, mi è sembrato leggermente esuberante di alcool, ma ha tanto tannino ed un’acidità nitida che gia’  lo bilanciano e probabilmente ne favoriranno l’equilibrio nei prossimi mesi. Il Brunello si comporta, giustamente, da fratello maggiore: e’ persino ancora più pieno, con tanta materia ed una trama tannica possente. Mi e’ parso che qualche sentore dei legni d’affinamento dovesse ancora amalgamarsi del tutto, ma con una struttura così eroica e’ solo questione di aspettare. 

Il Brunello 2010 di Pietroso e’ un altro vino di struttura imponente, rotondo, alcolico, la declinazione classica di un modello di Brunello potente, giocato sul filo di una virtuosa evoluzione, che non si piega alle mode e ad innaturali concentrazioni o mollezze. Un Brunello che non deve chiedere mai, ma con un’anima gentile, persino poetica. Nel Rosso 2013 il classicismo si manifesta invece con una veste giovanile, fruttata e ricca tuttavia di chiaroscuri. È un vino molto intenso, con una dolcezzadi stoffa e non zuccheri, piacevole, un gusto pieno su un corpo misurato, un’acidità fresca e robusta, ma delicata. Se qua e là manifesta piccole angolosità, tu lascia spazio alla sua maturità e le vedrai ricomposte. 

Passiamo ai  vini di Fuligni, ma siamo sempre nell’alveo della classicità; tu però  non la intendere come una codificazione rigida e magari un po’ monocorde, perché loro manifestano una personalità marcata. Prendi il Rosso 2013, ancora un campione da botte: giovanile e fruttato all’olfatto com’è lecito aspettarselo, ma alla bocca e’ già pieno, ricco, carezzevole, con un’alta acidita’ e una tannicita’ materica. Soprattutto e’ molto intenso, con un’alcolicità appena in evidenza, ma piacevole. Anche il Brunello di Montalcino 2010 e’ molto saporito, con abbondanza di frutta rossa; ma soprattutto e’ quasi pepato, mosso da un interno chiaroscuro che lo fa più profondo e come avvolto in una morbida pelle profumata.

Vedi? Se assaggi ora i vini di Tenuta di Sesta, difficile non dirli classici; eppure hanno un altro passo, un altro respiro. Intensi, eccome, ma diversi dai precedenti: più aerei, fini e quasi, mi verrebbe da dirti, di ispirazione borgognona. A cominciare dal Rosso 2013, rubino e molto vivido, floreale all’olfatto ed al palato succoso, dolce nell’attacco, pieno, strutturato ma con molta misura, per acconciarsi senza sforzo alle più vare occasioni ed alla tavola quotidiana. Una tavola di lusso tuttavia, lungo com’è; e con intriganti note di confettura e canditi che creano uno strato ulteriore sulla sua fresca intelaiatura. Ben altra struttura il Brunello 2010 ed ancor maggiore intensità ; al punto di risultare un po’ scomposto in questo istante giovanile al limitar dell’inverno, come un puledro di razza che scalpita e si impenna. Viene presentato anche il Brunello di Montalcino  Riserva 2009 ed è un assaggio molto istruttivo: sempre fine, persino soave, di struttura superiore  al pur maestoso Brunello 2010; ma se da una parte lo apprezzi perché più riposato e risolto, dall’altra noti – almeno: così è parso al mio palato- una nota finale amara, che pare il segno di una forzatura; o semplicemente, un indice di minore armonia interiore, che nemmeno il tempo del tutto slega. Ed eccola qua, per contrasto, la grandezza dell’annata 2010.

Per ultimo, ti voglio narrare degli assaggi al banchetto de Il Marroneto. Qui si firmano grandi vini di profilo classico, che ho assai apprezzato anche in passato. Tuttavia in questa annata 2010 la loro trasparenza espressiva lascia il segno: il lapis corre sul foglio degli appunti e ne rimarca la grande struttura; poi, quasi inaspettatamente, spuntano le parole: “vecchio stile”. Ecco, questo non l’avevo mai notato prima. La struttura potente del Brunello 2010 si stempera declinando la sua dote di frutto nella trama setosa di una controllata evoluzione, che l’arricchisce di screziature all’olfatto e alla beva. La dolcezza zuccherina e glicerica perde ogni mollezza e guadagna nerbo affondando nella tinta un po’ aranciata del vino. Queste caratteristiche si elevano al cubo nel raro Brunello di Montalcino Selezione Madonna delle Grazie 2010, un grande Sangiovese senza filtri e senza rete in solo 5986 bottiglie, per una struttura ancora maggiore, un frutto dolcissimo di grande intensità, con un’evidente richiamo di ciliegia sotto spirito. La sua trama, pero’ è fresca e aerea, fatata. E quel colore magico, aranciato, ancora più evidente. Da “tradizionale”  il descrittore si sposta piuttosto su “ arcaico”; come può esserlo, nella sua immateriale eleganza, un fondo oro del Dugento. Ecco il mio cerchio che si chiude: questo Sangiovese che torna all’antico mi sembra futuristicamente moderno.

A sera.

Si lascia la manifestazione sul fil dell’imbrunire, quando le voci della folla sembrano attenuarsi in sussurro. Le mura del museo ancora sfavillano, ma già la penombra le tocca: si dispone ad avvolgerle materna. Si allungano le ombre sui selciati antichi di Montalcino: e’ bello camminarvi anche se piovono gocce. Scende la sera. Una sosta rinfrancante a Palazzo Saloni: le stanze grandi e comode calzano come un guanto sulla mia stanchezza, le luci calde e tenui carezzano gli occhi. Dalle finestre ampie, mentre si fa buio, vedo in lontananza le colline nere illuminarsi di bagliori: un canto sospeso. Ho appuntamento in cantina da Luciano. L’Alfa borbotta un poco uscendo dal paese, poi si slancia  in un canto allegro danzando sotto la pioggia sulle colline. Una danza lenta, perché la strada me la godo adagio. Malgrado il freddo abbasso un poco il finestrino, voglio sentire i profumi dei boschi e delle vigne. I miei fari illuminano lo sterrato familiare, finché svolto a sinistra sotto una coltre fitta di alberi, e sono sull’aia di Sanlorenzo: luogo ormai del cuore questo. Una lama di luce filtra dallo spiraglio della porta. Dentro saranno assaggi di annate vecchie e nuove e future, chiacchiere di uve, di botti, di fermentazioni, di lieviti, di mercati, di America e Napoli e Hong Kong, un po’ in italiano e un po’ in inglese, per la varia umanità presente. E pecorino e prosciutto e pane. Più ancora il senso squisito e raro dell’ospitalità e dell’amicizia. 

Notte.

Si fa tardi, l’appuntamento è  a cena al Ristorante al Brunello. Io devo ripassare per Montalcino, ma sono in anticipo; non molto, giusto qualche minuto. Allora, giunto alla rotonda di fronte alla Rocca, mi prendo un momento tutto per me: svolto a destra, scivolo in silenzio le ruote sull’asfalto per i chilometri di strada prima tortuosa e poi aperta e stesa che va verso Castelnuovo dell’Abate. Li’ a sinistra giace il Greppo e le sue memorie, più avanti la Fattoria dei Barbi, ma la mia meta e’ oltre: voglio vedere Sant’Antimo. Sant’Antimo la notte, illuminata nel silenzio dell’oscurità,  quasi un faro come doveva apparire nei secoli oscuri ai pellegrinini in marcia; laggiu’ nella sua valle, col prato verde intorno e gli olivi vecchi a farle corona. La vedo di lontano; scendo verso di lei, le vado incontro, solenne e solitaria. Le sono davanti, nessuno intorno, solo io e lei: piccolo nel freddo notturno sotto la sua abside maestosa. Sto muto di fonte a quella promessa di fede scolpita nella pietra. So che le vigne sono intorno: ne sento il respiro, le sento sussurrare, raccontano una storia antica, umile e fiera: la fatica delle generazioni, la forza di una tradizione. Poi la cena: le chiacchiere allegre della bella compagnia, l’ottimo cibo, i grandi Champagne e le prelibatezze dolci e salate portate da Stefano, i tantissimi Brunello di annate giovani e vecchie: perché accanto a quelli come me venuti da fuori per Benvenuto Brunello stanno intorno al tavolo tanti giovani produttori ilcinesi: uniti, affiatati, che si scambiano idee e assaggiano insieme. Questi sono i custodi della terra, nelle loro mani e’ il futuro del Brunello e più ancora di Montalcino, il baluardo contro una vuota deriva internazionale, che sembra creare paradisi per ricchi, ma morde e fugge e non lascia che gli avanzi: peggio, una terra arsa di sale. Li guardo e mi sento tranquillo che qui non si faranno macerie dell’autenticita’.Dopo la cena, ormai a notte fonda, sono tornato a Sant’Antimo. Questa volta non da solo. Mi serviva ancora un momento di silenzio e la conferma di una promessa. La chiesa buia ormai, ma non importa. 

Epilogo.

Domani ancora una mattina di Benvenuto Brunello, ma sarà come nuotare in un sogno. Tanta ressa, quasi impossibile assaggiare e la stanchezza si sente.  Difatti gusto i vini di Cerbaia ma senza la concentrazione dovuta e gli appunti vanno a vuoto: occasione perduta, mio torto da recuperare. Mi resterà però il senso di essere a casa: le chiacchiere del più e del meno in Piazza del Popolo con Raffaella incontrandoci per caso, come si facesse due passi la domenica mattina per comprare il giornale; i sorrisi e le tante persone che si ricordano di te da un anno all’altro e  anche più. Questo il senso dell’autenticita’.

Arrivederci Montalcino!

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Schegge di Vinitaly

Io che non ci volevo andare: “No, quest’anno no, tutta quella bolgia”. Io che poi mi son pentito di essere rimasto solo un giorno tanto mi sono divertito, tanti gli assaggi interessanti. E che me ne son andato col dispiacere di non essere stato abbastanza con gli amici che stanno “”dietro i banchetti” e  di non averne salutati tanti; col rimpianto di non aver assaggiato tanti interessanti e grandi vini.

Intanto però:

L’equilibrio e la purezza del Bianco Infinito di Maeli, che continuerò a sognare a lungo con un sushi. E poi la freschezza appena speziata del Rosso Infinito 2011; la cremosa ricchezza del Moscato Fior d’Arancio 2013, così dolcemente sensuale, così salino. Brava Elisa Dilavanzo!  

Le bolle fini e delicate del Moscato Fior d’Arancio 2013 di Ca’ Bianca, così vicino, così diverso, stilizzato nell’’eleganza fresca e nervosa delle mele.

Il Moscato Fior d’Arancio Passito di Gambalonga: ecco la gioia ambrata di zuccheri e sale, di avvolgenza alcolica ed acidita’ ficcante, ma più ancora la profondità dell’ossidazione, che non ti butta il frutto passito sul muso, no, ma ha le tante gradazioni sottili che solo il tempo regala, quasi fosse un Palo Cortado di Jerez ma moderatamente dolce, voce quasi delicata e segreta della viola da gamba. 

I Prosecco di diletto e ricerca di Desiderio e Gianluca Bisol: il Metodo Classico loro, che cerca strade trasversali, tensioni nuove, piacere e pensiero. Poi il sorriso del Cartizze.

Vedi di contro, l’intensita’ sontuosa, avvolgente e pura, patrizia e dogale del Prosecco di Valdobbiadene Extradry de Il Follo. Ricchezza inaudita, sensualità tizianesca nell’estasi dell’espressione dei toni del bianco. Li’ forse l’estremo charmat. 

La Valpolicella di Corte Archi, dagli aromi precisi e puliti, anno dopo anno toccando a ritroso dal 2014, fino alla vetta dell’ Amarone Riserva: dove opulenza e freschezza trovano un loro equilibrio tenero e delicato, come i petali di viole che accarezza il vento.

Venissa 2011, dal colore dell’oro. Per me, oro da re. Acqua e cielo di laguna nel suo sorso. Non re, allora, ma lo sguardo del doge che si perde sulle acque della sera.

Eppoi si va in Toscana. 

Ecco la Rufina verde, ecco il Chianti Rufina scintillante de I Veroni e il Chianti Rufina Riserva nobilmente elegante e comunicativo; ma poi solo silenzio di fronte al Vinsanto 2006: ecco l’oro antico, la storia, la dolcezza, le battaglie (l’arme e gli amori), condensati in un ambrato liquore già parte di me e del mio desio: così dolce, così salino, così consolante e cosi’ teso, acidita’ corda di violino, balestra tesa per scoccare. Ecco il Vinsanto, come io l’aspetto. 

La sorpresa di Bagno a Ripoli: i vini di Fattoria le Sorgenti. Perfino un Malbec riescono a far sentire toscano. Perfino il taglio bordolese poco invidia a quelli di zone più famose, anche non italiane, vincendo per eleganza; seppur, bada, non disdegna un mediterraneo abbraccio. Perfino con un Metodo Classico da uve Chardonnay stupiscono, che dopo più di 30 mesi sui lieviti e’ cosi’ piacevolmente in equilibrio tra frutto mediterraneo, gessosita’, e le note dell’’autolisi, che vorresti aver subito con lui tutta la varietà dell’antipasto toscano, i salumi e i crostini. Batte pero’ il cuore per il Chianti dei Colli Fiorentini Respiro, così giovanile, fruttato, pieno, sapido, sbarazzino, passante. Un bel Sangiovese, da bersi a garganella, da farsi scaldare il cuore mentre rinfresca la gola, da farsi regalare la gioia. Vadano altri a Beaune, io sto a Bagno a Ripoli. Specie se poi c’e’ anche il Gaiaccia, più complesso, con un 2009 in equilibrio ed il 2008 di struttura ed evoluzione, più scuro d’aroma, più serrato di struttura, quasi guardasse amoroso alle Langhe. 

Poi ancora e per sempre Montalcino. La gioia di farla conoscere agli amici Veneti, sotto il mio punto di vista parziale e innamorato. La gioia di condividere la voce del Sangiovese. 

I vini di Luciano Ciolfi, Sanlorenzo, che dirne ancora? La delicatezza del Rosso 2013, l’armonia del Brunello 2009, la potenza del Brunello 2010 che ancora morde il freno cavallo bizzoso di razza, la controllata evoluzione e il mistero della 2003, col fungo, il bosco, la macchia, lo splendore autunnale in evidenza. Vini di classe, ma veri. Vini del caldo abbraccio. Vini della sera, con quelle vigne alte e volte a sud ovest a far l’amore con la luce del tramonto – e devo capire se ciò non dia al sangiovese una sua specifica dimensione. Ne avrei approfittato del suo nuovo coravin per godermi tutte le annate, ma mi vergognavo e più ho vergogna ora di essermi vergognato. 

Tiezzi: il sorriso e  l’eleganza e la discrezione . Così i vini, cosi la famiglia. La cordialità del Brunello Poggio Cerrino, che già si apre alle complessità evolutive conservando freschezza slancio immediatezza. Poi il Brunello Vigna Soccorso 2010 e si fa il salto in un iperuranio universo parallelo di sole e di luce purissima. Le sabbie di quella vigna benedette dal Cielo per tanta forza e grazia e armonia. Vini del mezzogiorno, dello zenith, della bellezza piena. 

Il Brunello de La Lecciaia, cosi’ ammattonato, trasparente, vecchio stile, etereo perfino, ma con una verità lampante: la stessa dei volti di Cimabue, immortali e immoti sui fondi oro dugenteschi. Ha un po’ il sapore delle fiabe raccontate a te bambino al crepitare del fuoco, che rimangono indelebili nella mente con la forza del simbolo e dell’archetipo. 

La scoperta dei vini di Stella di Campalto – meglio, la conferma di una fama meritata. Il Brunello 2005 (si’, 2005) oggi armonioso e perfetto, persino ancora giovane, complesso e impalpabile, tutto in levare, giovanile, quasi ancora del tutto rubino, e pensi sia una vetta estrema di Sangiovese. La materia rarefatta e impalpabile, come i canti che salgono da Sant’Antimo: forse questa la verità  dei vini di Castelnuovo dell’Abate se la ritrovi nei confinanti filari di Poggio  di Sotto? 

E Federica, Tommaso, Olimpia, Manuela, Paolo, Gianpaolo, Chiara, Raffaella, Paola, Alberto, Olalla, Dino, Sergio…e tanti altri che ora scordo? 

Il tempo e’ amico e giova al vino – noi non siamo vino. 

Brunello di Montalcino 2004, Poggio Antico,13,5 gradi.


L’etichetta del Brunello di Montalcino di Poggio Antico, da tanti anni immutabile nelle sue forme grafiche così essenziali, ordinate, austere e moderne a un tempo, richiama in me -inutile negarlo- momenti lontani di festa e di gioia in famiglia, grandi tavolate, calde serene e accoglienti, immagini ormai presenti solo nella memoria, popolate di volti che -ahime’- non sono più. Vino dunque configuratosi nella mia mente per occasioni speciali e forse primo Brunello che ebbi modo di assaggiare – per molti anni, l’unico, fissandomi a lungo un’idea del celebre rosso ilcinese ben definita ma giocoforza parziale, legata ad uno stile aziendale che è costante e preciso ed all’espressione di vigne che sono solo alcune – seppur felicissime- fra le tante di Montalcino. Dopo tanti di assaggi e bottiglie diverse che mi hanno aperto la mente, il privilegio di aprire oggi, a Natale con i miei cari, una di sei bottiglie perfette di un’annata pregevole, giunte direttamente dalla cantina al mio sottoscala umido e oscuro, toscano e segreto, quasi tumulo etrusco minuto del mio tesoro. La conferma di un vino come lo conosci, che definiresti neoclassico per una compostezza di forme, per un eloquio riservato e elegante pur col rischio di un certo signorile distacco; per la sua potenza unita alla freschezza; per il suo essere disponibile ad olfatto e palato anche appena aperto, ma capace di rimanere saldo e sereno allo scorrere del tempo: lo gusto ora dopo sedici ore da che ne ho tolto il sughero lunghissimo ed ha una bellezza perfetta, ed è un vino di dieci anni. Brunello di qualità altissima; senza menzione di vigna, alla moda antica, quando di tanti terreni sempre si tagliavano i vini per ricercare equilibrio, scatto e forza, pienezza e freschezza; quando del vino più che il preconcetto (il mono vitigno, il mono vigneto) contava la bontà di ciò che avevi nel bicchiere. Qui rubino appena aranciato ai bordi, più carico verso il centro fino a diventar quasi profondo, ma trasparente sempre: mai quell’impenetrabilità impropria per il Brunello, che troverai altrove. Ed un aroma intenso, di vino austero, che ancora avanza tranquillo ed immutabile sul suo cammino tra gioventù e evoluzione, mentre il mondo rovina e cade intorno: qui gli aromi floreali e fruttati di viole, gelsomini, iris e ciliegie, arancia sanguinella, cominciano a fondersi con il tabacco biondo, il pepe bianco e verde, con accenni di cuoio; anche l’humus e la terra bagnata baluginano, in un mutar nel calice che fa il vino vivo e pulsante, marcando il segno di un’evoluzione non ferma, ma continua avanti a se’. Perché certo avrà vita lunga: sentine l’integrità al naso, senti il tannino come ancora freme deciso, con la sua consistenza di rena sotto gli abiti eleganti e bon ton, come l’acidità sia ancora altissima a sostenere un sorso davvero lunghissimo, pieno, profondo ed a rinfrescarlo: quasi gigante di pietra che trovi vita e slancio imprevisti, staccandosi dalla massa rocciosa nella quale era intagliato come i Prigioni di Michelangelo, ma con potenza armoniosa e sicura, senza sforzo. A suo modo anche facile e diretto, contemporaneo: se certi Brunello hanno la forza senza tempo ma intimamente antica e persino arcaica delle Madonne di Giotto, Buoninsegna, Cimabue, qui non non puoi non avvertire un battito diverso: come se un artista moderno si cimentasse oggi con quelle forme di polittico, di troni col fondo oro, ma con la mano ed i tormenti d’oggi. Mi restano altre 5 bottiglie: una ogni 5 anni a verificarne l’evoluzione che è sicura e scommetto virtuosa farebbe 35 anni per il vino e 62 per me – quasi 63. Traguardo forse raggiungibile, che come ora vorrei festeggiare con la tavola imbandita di crostini toscani e di fagiano e di pernice arrosto, abbinamenti perfetti e d’amore. Oggi pero’ intorno al vecchio tavolo, col fuoco ardente, avevo mio padre, avevo mia madre. 25/12/2014

Brunello di Montalcino Bramante 2009, Sanlorenzo, 15 gradi.


Quando bevo Brunello, oramai, non bevo solo un vino – nemmeno vorrei diversamente: nel liquido rosso e profumato che gusto e lascio discendere e penetrare lentamente in me bevo idealmente Montalcino, mi riempio del suo paesaggio, del suo cielo, della sua aria, della sua gente mai abbastanza conosciuta; di quelle strade tortuose e bellissime che risalgono i versanti della collina come fosse quella del Purgatorio di Dante, ognuno scontandovi la sua quotidiana penitenza nel lavoro di vigna – e, perché no, nelle attività di quello che si potrebbe chiamare “l’indotto”. Ecco che devo chiudere la mia vacanza nella casa avita, nella mia amata Toscana, con la mia famiglia intorno, e viziandomi come un bimbo mi hanno fatto trovare i crostini e gli uccellini, cibi miei di memoria e privilegio; quasi confortini, con la tristezza che mi stringe per la partenza verso l’Inghilterra che mi reclama – chissà quando e come ritornerò.
Allora ci vuole un Brunello, meglio se – voglio dirlo- di un amico. Subito – pronti, via- senza nemmeno lasciarlo riposare come mia abitudine per qualche anno nel mio buio, umido e fresco sottoscala. Lo apro 12 ore prima, ma potevo forse lasciargli ancora più tempo contando che aveva alle spalle un viaggio in auto dalle pendici del Monte Amiata fino alla Valdinievole: sentito precedentemente in cantina, aperto da due giorni, era meravigliosamente assestato. Lui però non mi tradisce, risponde al richiamo del mio animo con quella ricchezza calda e misurata che gli conosco e che e’ la firma, a parer mio, di Sanlorenzo, con un’armonia di assonanze che si richiamano alla vista, all’olfatto, al gusto. E’ bello guardarlo nel calice, rubino trasparente ma scuro, e ritrovare la stessa tonalità al naso, di rimarchevole intensità e soprattutto di complessità già bellissima malgrado sia giovane – solo l’ultima annata in commercio: il suo profumo si dipana tra le viole e le rose, i duroni di Vignola, susine nere calde e mature, more di rovo, mirtilli selvatici, liquerizia, tocchi educatissimi di vaniglia, noce moscata e chiodo di garofano, accenni dolci di pellami e tabacco, corteccia ed una sottile balsamicita’ di macchia, di cipresso, di rovi. La stessa timbrica, avvolgente ma non morbida, dipinta ad olio piuttosto che a tempera, sta nel sorso setoso eppur diretto, che non si compiace di se’, ma con garbo un po’ sornione sa arrivare deciso fino al punto, con un’alta acidità che giunge sul finale a regalare ancora in questa fase la transparenza di un ricordo di spremuta fresca d’uva, bilanciando un corpo pieno, rotondo, con la consistenza di una seta antica, calda, a più strati ed un tannino abbondante ma maturo e ben dissimulato dal frutto, così come l’alcol, che pur nei suoi 15 gradi rimane caldo si’, ma in fondo poco evidente. Il vino e’ così slanciato, incisivo, morbido, bellissimo e già godibile. Questa e’ la sorpresa: assaggiato a febbraio era ancora un po’ ruvido, slegato, a scalini; ora ci sono le stratificazioni ordinate del floreale, del fruttato, dell’evoluto; ora c’è la meravigliosa fusione, come se l’accordarsi di un’orchestra sinfonica si fosse finalmente intonato all’apparire immaginario di un Von Karajan: ed eccolo li’, il suono della Filarmonica di Berlino. Questa la caratteristica ed il bello dell’annata 2009 a Montalcino: vini, nei tanti casi favorevoli, potenti ed eroici come un Brunello deve giustamente essere, ma fin d’ora armonici, da gioirne subito, senza attendere decenni. Poi magari non tutti saranno longevi per decadi intere, ma questo di Sanlorenzo ha di che dar belle soddisfazioni per un po’ di anni, a parer mio. Pertanto spiace sentire in giro che, siccome qualche critico ha decretato sulla base di assaggi verosimilmente concentrati nel tempo e mesi addietro che il 2009 a Montalcino e’ un’annata minore, allora i Brunello 2009 di tanti bravi produttori si vendano con maggior fatica del solito. Eppure si sa che il vino e’ vivo, mobile, beffardo, capriccioso, donna; e che sa cambiare in misura sorprendente! Io -pensa te- di questo me ne son fatta piuttosto una piccola scorta, per il piacere puro di berne qui ed ora senza tanti discorsi; per la gioia di gustare un grande vino; per rivedere ancora, nella mente, il volto di Montalcino – e degli amici che ho laggiù. (30 agosto 2014).
Per saperne di più: http://sanlorenzomontalcino.it

Un infiltrato alla corte del Brunello: cronaca sentimentale da Benvenuto Brunello 2014.

Preludio: Come l’autore si mette in viaggio verso il prestigioso vino, armato di naso pinocchiesco per meglio degustare; ma invece del Paese dei Balocchi troverà il ventre del Pescecane – l’incontro col suo Virgilio.

Scendere in auto dal nord per andare a Montalcino, se la conosci e hai imparato ad amarla, può assumere i contorni di un viaggio di formazione e più ancora di un pellegrinaggio dell’anima: lasciare la metropoli ancor buia e assonnata nell’alba, calarsi tra le nebbie padane e oltrepadane col mistero del Grande Fiume a far da spartiacque tra i campi e i capannoni; le balze piovose dell’Appennino da valicare, ogni curva dell’Autosole come una penitenza assolta; scivolare lasciando Firenze alla sinistra, accarezzando prima le colline e penetrando poi i boschi chiantigiani; le torri di San Gimignano sentinelle rocciose del tuo passo e il luccichio di Siena ed il verde abbagliante delle Crete come lo vedi solo a febbraio. Poi, lasciata Buonconvento, si comincia a salire. Inizi allora a denudarti della vita di tutti i giorni, del cosiddetto moderno, per farti immagine della natura che ti circonda: diversa da quella estiva che sei abituato a vedere, spoglia invece, essenziale, come smagrita e svuotata dalle fatiche dell’inverno, ma in realtà con un fremito nascosto di vita pronto ad esplodere appena il primo sole di un cielo terso ne porga l’occasione. Grigio, marrone, cobalto e tutte le sfumature di verde sono i colori che ti circondano, e contorni lindi, netti: le pietre, le piante, le zolle, le vigne ischeletrite e torte; e intanto guidi, una svolta dopo l’altra, l’occhio che spazia sempre più in basso e lontano, verso le colline morbide, pezzate di colture, sfumando verso il verde dell’Amiata; e ti prende un misto di tristezza e di gioia nel cuore, che cresce finché la vedi lassù, Montalcino, sdraiata come un gatto al sole, colle sue vecchie pietre; o, piuttosto, ti appare come una Venere? Ecco i campanili, la torre del palazzo e la Fortezza che sfavillano al sole; ecco laggiù la strada per Sant’Angelo e quella per Sant’Antimo; la lunga riga di cipressi scuri che portano al Greppo, col ritmo stesso di una preghiera. E’ la seconda giornata di Benvenuto Brunello 2014, si presentano le nuove annate: lasci l’auto e i bagagli in fretta a Palazzo Saloni e corri le vie selciate che si arrampicano fra le case, che ti guardano mute e dubbiose dall’alto dei loro secoli, per raggiungere in fretta Palazzo Pieri, dove si svolge la manifestazione. Giungi in tempo per vedere la folla che entra la Chiesa di Sant’Agostino, dove si tiene la conferenza stampa, si consegna il Leccio d’oro, si svela la formella dell’annata che si murerà sul Palazzo dei Priori. Poliziotti, telecamere, autorità, volti noti e non. Tralascio: troppa la mia curiosità di assaggiare, di poter finalmente affrontare il vino di Montalcino nelle sue sfaccettature. Ecco che all’ingresso mi attende il mio Virgilio: Luciano Ciolfi sarà il mio lasciapassare e la mia guida; e, invero, molto di più. Ecco sulla sinistra il chiostro elegante della chiesa, superbamente apparecchiato, imbevuto di una luce candida, che sembra -riguardato dallo spiraglio degli stipiti della porta di travertino- un magico ritrovo di fate, principi e saggi: ma sono solo i giornalisti ed i sommelier che li servono con distinzione. Rosso 2012 e 2011, Brunello 2009, Brunello Riserva 2008. Rinuncio anche qui, pur curioso, a dar la caccia alle celebrità della carta stampata e di internet, seppure a qualcosa potrebbe valermi: oggi mi interessa di più conoscere che essere conosciuto, oggi e’ il vino al centro dei miei pensieri. Quanta ingenuità: cambierò ben presto prospettiva nel corso di questa giornata!

Cominciano gli assaggi – perché l’autore non darà i punti (ma forse darà i numeri) – Ode al Sangiovese – la bontà del Rosso – un umile parere sul 2009- quella cert’aria di Borgogna.

Comincio senza indugio con gli assaggi ed alla fine del viaggio ne avrò fatti tanti: ora vi potrei raccontare le mie impressioni sull’annata 2009 o descrivere minuziosamente i singoli vini, attribuendo a ciascuno un punteggio in centesimi perché quello vogliono la moda, il business e la nevrosi contemporanea; ma non sarà così. Chiaramente, un’idea me la sono creata, ma lascio ai professionisti quell’esercizio: non ho l’autorità e l’esperienza per dare giudizi tranchant su un essere mutevole come il vino, con assaggi giocoforza affrettati e effettuati in piedi; poi, c’è dell’altro oltre la degustazione, che si svelerà sempre più di ora in ora, e che più mi preme raccontare. Anzitutto: sangiovese nel bicchiere, gioiosamente ritrovato in maniera diffusa nei suoi colori scarichi, nel rubino più o meno tendente al granato, nella leggiadria che lo contraddistingue e che riesce oggi compiutamente ad emergere grazie al lavoro serio di tanti produttori anche in annate calde come la 2011 e la 2012 (che bevibilita’ gustosa i rossi, altro che DOC di ricaduta! Qui c’è straordinaria qualità e versatilità a prezzi convenientissimi); che nella stessa annata 2009 sa affiancare a vini potenti, ancora scontrosi e sicuramente longevi, altri elegantissimi, con la freschezza da vini di montagna, ed altri ancora (son forse la maggioranza) profumati, rotondi, forti ma godibilissimi fin d’ora: tanta e’ la sua capacità di leggere il territorio, la sua sensibilità da poeta nell’ascoltare il vento, nel far l’amore col sole. Al punto che in testa mi ricorreva sempre il pensiero del Pinot Noir e della Borgogna, dei Gran Cru e dei Premier Cru, dei Clos e dei Domaine, anche se alcuni vini ilcinesi mi potevano piuttosto quasi richiamare certi evoluti Rioja o luminosi Ribera del Duero, con il loro tempranillo; e dico che potresti passare la vita a bere Brunello di Montalcino e a perderti nelle singole individualità che il paesaggio e le mani dell’uomo riescono a esprimere. Ma poi, evocare certi confronti che cosa conta? La personalità’ dei vini di Montalcino e’ unica al mondo ed il loro livello medio veramente alto. Vogliamo cercare il pelo nell’uovo? Allora forse ho avuto l’impressione che l’annata 2009 abbia dato vita a vini talvolta non ricchissimi di struttura: di acidità in particolare, ma anche di tannino, qui e la’ con qualche sbuffo d’alcool che finisce col comprimere un po’ la loro complessità, mortificandola. Tuttava, se questo profilo e’ magari all’origine di alcuni vini che sembrano un po’ evoluti, lo è certamente invece anche di tanti altri ben aggraziati e già godibilissimi: forse non sfideranno i decenni, ma a berli presto doneranno piacere.
L’autore armato di naso pinocchiesco sorseggia sotto lo sguardo dei produttori, ma non dirà bugie – passerella d’onore – Le mille anime del Brunello- Se tenori e soprani valgono meno di un canto corale – Tutti i volti in un bicchiere.

Percio’, come non dimenticare del tutto queste piccole ombre del quadro generale dell’annata e non pensare al pinot noir e alla Borgogna affascinati di fronte ai vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto? Anzi, io dico per leggiadria e profumi e finezza di dettaglio: Chambolle Musigny! Che bontà beverina il Rosso 2012 così ricco di frutto e tanto diverso dal più minerale 2011, e che potenza e grazia la Riserva 2007. Certo bocca e spessore sono latinissimi, anzi toscani: diamine, sangiovese! Com’e’ bello poi, e istruttivo, sentirne parlare la signora Vacca Brunelli, coglierne le peculiarità dalle sue labbra. E su un registro simile trovare poi Tenuta di Sesta: meno giocati sulle sottigliezze forse, ma più salini, col Brunello 2009 intenso e compatto, minerale e con la lucentezza di una lama. E poi, come scorrendo quadri da una esposizione, cambiare completamente stile con i vini di SanLorenzo, ricchi come dipinti a olio secenteschi: se prima avevamo Chambolle Musigny, qui allora abbiamo Vougeot; e come si arricchiranno col tempo, diventando ancor più balsamici, odorosi di cera, di essenze e d’incensi, se il Rosso 2011 (una presentazione ritardata) e’ già così cambiato da quest’estate quando l’assaggiai in cantina; ed al frutto maturo, finanche all’uvetta sultanina, aggiunge ora in armonia note terrose e di olive nere. Il Brunello 2009: ancora più intenso, armonioso, vellutato, energico. Sembra incredibile che vini così monumentali e caldi come un abbraccio possano mantenere non solo equilibrio, ma anche una scorta di benvenuta freschezza. Passare poi ai vini della Fattoria dei Barbi e’ ricercare il contrasto tra un produttore piccolo e giovane ed un’azienda secolare, capace di centinaia di migliaia di bottiglie; eppure, un filo conduttore si ritrova nella cura artigiana e nel profilo autentico che ancora innervano queste bottiglie. Però qui decisamente si vira all’affresco storico: sono vini lenti, spaziosi, disegnati a grandi campate, anche un po’ austeri, ma dal passo sicuro, dal nitido senso di direzione. Buoni il Brunello 2009 etichetta blu (classicissimo, granato, tannico, fine e polposo, serio; 200.000 bottiglie, non un gioco) ed il Brunello Vigna del Fiore ( più morbido e femminile), ma di fronte all’equilibrio, alla lunghezza ed alla forza classica del Brunello Riserva 2007 ci si può solo levare il cappello: acidità, struttura tannica, aromi terziari terrosi e animali che già ne svelano l’eccezionale profondità che gli regaleranno gli anni. Dalla pittura alla scultura: assaggio i vini di Poggio Antico e penso ad un artista moderno che ami modellare diversi materiali: la terracotta per il Rosso 2012, in forme solari, rotonde, morbide, ariose; il marmo carrarese per il Brunello Altero, scolpito in una figura monumentale, vigorosa, nerboruta: che potenza questo vino, che struttura tannica! Una garanzia di longevità. Strano non l’abbia trovato evidenziato nelle note di degustazione di molti professionisti questo aspetto, mi consolo però che subito lo abbia notato un tecnico di primissimo piano. Ed io che lo immaginavo vino accomodante…somaro che ero. Col loro Brunello 2009, invece, siamo di fronte al lavoro di bulino di un orafo, tanto e’ ricco di dettagli preziosi, tanto fine e’ la trama tannica e strutturale, i sottili rimandi aromatici: perfettamente definito e godibile ora, rotondo, e, come l’oro, tanto malleabile quanto incorruttibile. Su un registro simile di misuratissima e sorvegliata modernità i vini di Collemattoni: fruttati e croccanti, piacevolissimi eppure profondi, ho trovato in loro un che di internazionale non sgradevole, seppur non del tutto nelle mie corde, come una certa, se così posso dire, patinatura lucente ma per nulla prevaricante di legni che ricorda in sedicesimo la maniera bordolese, ed un residuo zuccherino un po’ più alto della media; ma siccome mantengono evidente l’appartenenza ilcinese ed un’energia verace, a molti potranno piacere ed anch’io li potrei favorire talvolta, a seconda del mio umore. Con Pietroso, invece, rientriamo nell’alveo della grande tradizione: vini dal disegno antico, che giocano sul filo di una controllata evoluzione; declinata in affascinanti leggerezze e trasparenze anche visive nel caso del Rosso, mentre il Brunello e’ più ampiamente strutturato, potente, affascinante: non cercarvi qui quel frutto in primo piano dei vini moderni e internazionali, perché anzitutto qui avrai un tuffo negli umori dei boschi e delle macchie agostane, quando il timo, l’origano, la menta selvatica invadono l’immobilità silente dell’aria pomeridiana; e tu potresti perderti nel folto di quegli aromi, nella loro oscurità misteriosa solcata da quelle lame di luce che sono le note più fruttate e giovani, sottostanti ma ben presenti. Vino di splendida e rifinita fattura, emblematico di un certo stile di Brunello. Parlando di stile e di classicità mi sento di fare un nome, Lisini: impressionante come dal Rosso ai vini più impegnativi il disegno fondamentale – direi “l’impianto”- resti il medesimo, con una sorta di caldo e signorile velluto apposto come firma e sigillo su tutti; ma via via ogni vino aggiunge una quota di complessità e profondità. Naturalmente le vette di questa scalata sono il Brunello Ugolaia 2008 ed il Brunello Riserva 2008: il primo bilanciatissimo, in mirabile avvolgente equilibrio, con una controllata sensualità nascosta e pertanto ancor più fremente; ma la Riserva, pura, potente, imperiosa e solida di tannino e acidità come una colonna dorica, e’ vino da eroi e indimenticabile. Mocali e’ un’altra azienda di dimensioni importanti nel panorama ilcinese ed anche qui il Brunello 2009 ha un profilo piacevolmente antico, grande, struggente come una Madonna di Duccio: salino, acido, complesso, sembra far vibrare i suoi aromi e la sua struttura nella luce di un fondo d’oro medievale; che grande Brunello! Ed è un po’ la quadratura del cerchio, tra un Rosso 2012 diretto, succoso ed energico e il Brunello Vigna delle Raunate 2009 che, pur buonissimo e più polposo, perde un po’ in freschezza al confronto: ma qui, a questi livelli, e’ più una questione di gusto personale e di occasione: magari lo privilegerai per un amoroso conversare nella penombra odorosa di un camino acceso. Il terzo pannello di un ideale polittico di aziende simili per dimensioni lo compongo con Mastrojanni; e mi piace aggiungervela perché così, pur nell’aderenza ad uno stile che mi sentirei di definire classico, ogni firma porta una sua peculiarità. I Brunello di Mastrojanni mi sembrano i più costruiti per limatura di spigoli di questa triade e fors’anche i più pronti, con la selezione Vigna Loreto decisamente dotata di una marcia in più per spessore tra gli altri di questa cantina. Passando al banco di Le Chiuse ritroviamo una azienda piccola nei numeri (22.000 bottiglie tra Rosso e Brunello annata), ma grande nei risultati. E’ noto che dai terreni de Le Chiuse, che si trovano nel quadrante nordest del territorio di Montalcino, Biondi Santi ricavava le uve per le riserve; e qualcosa dello stile Biondi Santi, a mio avviso, ancora in questi vini si ritrova. Grande classicità, calore alcolico, un carattere ferroso e grafitico che oggi risalta all’olfatto e al palato in maniera educata, ma ferma, e che lo rende personalissimo. Di struttura poderosa, e’ compattissimo e resistente come un’armatura pronta a sfidare gli assalti del tempo; e proprio di tempo avrà bisogno, per intaccare quell’austerità apparentemente distaccata, rendendola più comunicativa e avvolgente. Sorprenditi, se puoi, accostando questi vini a quelli dell’ancora più piccola Le Macioche: siamo qui a sud est di Montalcino, in direzione di Sant’Antimo, dove i paesaggi si fanno più morbidi e la luce conosce gradazioni diverse, più mediterranee. Vini anche qui diremmo classici, se non addirittura vecchio stile, con quei loro colori aranciati, ma certamente più aperti e comunicativi. Il Rosso 2011 e’ un’uscita ritardata e si capisce il perché: ha una struttura da Brunello, altro che storie; e se pur non ancora del tutto a fuoco nei profumi, pure sono cangianti, non banali ed intrigano. Con queste premesse, il Brunello 2009 non scherza davvero: ancor più giocato sul filo dell’evoluzione, ancor più aranciato, e’ caldo ed energico in bocca, forte di alcol e di tannino, grintoso, ma sa blandirti come una tentatrice con il fascino dai mille tentacoli di una aromaticità peculiare, dove spiccano a momenti accordi vegetali, ma dove in realtà trovi di tutto, ogni registro che può offrire all’olfatto un vino. A questo punto, fossi stato tra le vigne e non nel candido tendone a Palazzo Pieri, avrei preso l’auto, avrei guidato fino al paese per arrivare da Tiezzi e li’ la freccia di un cupido mi avrebbe colto al cuore. Perché se buoni e tipici e tradizionalissimi sono il Brunello 2009 e il Rosso 2012 che i Tiezzi ricavano dai poderi Cerrino e Cigaleta, il Brunello Vigna Soccorso e’ un’altra storia: la sua storia, e com’è bella a farsela raccontare dalla bocca e dagli occhi di chi quella terra e quelle piante vive ogni giorno. La Vigna Soccorso e’ un Cru antichissimo ilcinese, posto appena fuori il paese proprio sotto la chiesa della Madonna del Soccorso, che dava vini premiati già a fine Ottocento perfino a Bordeaux: li produceva il professor Paccagnini. Quando lo presero in mano i Tiezzi era un podere in abbandono e vi reimpiantarono il sangiovese alla maniera antica: allevato a alberello. Vuoi l’estetica, vuoi la nostalgia, il puro gusto di crearsi una sorta di giardino di pampini: fatto sta che quelle viti, a oltre 500 metri d’altezza, in quell’anfiteatro breve orientato a sud ovest danno un vino di eleganza assoluta, diritto, lunghissimo, una delizia in abito da sera. Inutile parlare di tannini, di acidità…basti dire che c’è tutto quel che serve per creare un vino commovente, indimenticabile, longevo; un sangiovese d’altura che ha punti di contatto con i migliori esempi della Rufina e del Chianti Classico, ma che ha in se’ la luce e il vento inconfondibili di Montalcino. Questo il Brunello Vigna Soccorso 2009. Ma se vi dico che ho assaggiato anche la Riserva 2008 del Vigna Soccorso? Solo 860 bottiglie, ma di bellezza abbagliante: come trovarsi nel candore della neve un giorno di sole col vento fresco che ti sussurra intorno “Kyrie”, l’incipit della Missa Solemnis di Beethoven. Altro tuffo nella storia con i vini de Il Paradiso di Manfredi. Vini di fascino antico, caratteriali, financo un po’ scomposti, ma complessi e cangianti: mutano nel bicchiere di momento in momento, tra velature e lampi aromatici. Il Rosso 2012 e’ evidentemente ancora molto giovane, perfino un po’ verde, con ricordi olfattivi di succo di pomodoro. Cambia l’annata col Brunello 2009 e cambia completamente anche il vino, qui complessissimo, ricco di forza motrice, autunnale per gli aromi di terra e di bosco, instabili e mutevoli: un gigante di tormento ed estasi, che meriterebbe un assaggio più calmo e meditato, nell’intimità domestica, lontano dal frastuono della manifestazione. Vini magari non per tutti e certamente bisognosi di tempo, per farci all’amore. Assaggiando a seguire i rossi de Le Potazzine e’ come passare dall’ombra alla luce: qui finezza e profondità si fondono in una solarità diffusa e lieve, carezzevole e vivida; la gentilezza dell’estrazione tannica, matura e rotonda; l’acidità vivida ma educata. Altro gioco di contrasti, che oppone voci e verità diverse: finezza e godibilita’, che nei vini di Luca Brunelli trovano la via della leggerezza, del dissetare, quasi accompagnandoti in un’estate ideale, con una cura meticolosa, studiata ed aggiornata, e che nei vini di Fattoi, invece, trovano la rotta dell’equilibrio tra freschezza e forza, tra polposita’ e complessità strutturale ed aromatica, con un’impronta artigianale che può risultare in un residuo zuccherino appena un po’ più alto della norma, ma che non spiace e ci sta tutto. Il Brunello Riserva 2008, poi, ha un fiato così grande da evocare l’ampiezza marina ed ha un che all’olfatto, appunto, da ricordare la voce del mare. Un simile fare artigiano lo puoi felicemente ritrovare nei vini de il Colle della vignaiola Caterina Carli: non sono questi di quelli che intimidiscono, ma hanno la stessa accoglienza schietta e sincera di una vecchia cucina dopo un lungo viaggio, con due chiacchiere amiche che accompagnano una fetta di pane. Se al naso il Rosso 2012 non e’ pulitissimo, tuttavia è vivido, giocato sia su aromi fruttati che su più ricercate note animali, con una bocca energica e calda, pure se l’alcol è tenuto ben domo: e’ più che altro un tratto del suo carattere vero. Anche il Brunello 2009, vedi, e’ come una persona: devi saperlo prendere, attendere, capire. Se ci tuffi il naso, questo si’ lo trovi pulito e fine e complesso, lui già ti esprime un’anima calda e appassionata. Pero’ in bocca sulle prime ti sembra vuoto; mentre invece è solo lento: perché poi esplode lasciando nel ricordo una lunga traccia di se’, una eleganza un po’ timida da scoprire con calma sotto la scorza. E’ un vino di carattere, che bisogna ascoltare per saperlo amare. Una grazia spigliata, diretta e solare abbonda invece nei vini de La Gerla, forse i più immediati e gioiosi che mi sia dato assaggiare alla manifestazione, sonori e squillanti come il riso dell’amante, luminosi come una giornata al mare quando la sabbia imbianca sotto il solleone. In questo senso soprattutto il Rosso 2012 si fa apprezzare: ha la bellezza di un cielo azzurro e ti vien voglia di berne a litri; ma anche la Riserva “gli Angeli” intriga, perché sa aggiungere nel suo profilo aromatico una tridimensionalità di note carne (“meaty"dicono proprio gli inglesi) ed ematiche affascinante per il contrasto con l’esuberanza di freschi frutti rossi che sprigiona. Una simile abbondanza di frutto si trova nei vini de il Marroneto, ma la caratteristica che più risalta in questi vini e’ la signorile eleganza, una pienezza di forme che resta incanalata nelle misurata e felice disciplina di una classica compostezza. C’è gran stoffa qui e tanta forza di sole, vento e luce, ma equilibrata nelle geometrie perfette di un diamante. E se il Rosso 2011 sfora appena un poco per l’alcolicità, sono splendidi i due Brunello 2009: non si sa se preferire magari la selezione "Madonna delle Grazie”, tanto sono buoni, sontuosi entrambi, veri vini da giorno di festa, con persistenze lunghissime, con una ricchezza cristallina. Anche Lambardi si trova sul versante nord di Montalcino, nella zona di Canalicchio, in po’ più ad est de Le Chiuse. Ne ho sempre apprezzato lo stile longilineo, un po’ austero, tannico, più nobilmente ritroso che compiacente. Ritrovo qui tutte quelle caratteristiche, inclusa l’abbondanza tannica che manca in alcuni Brunello del 2009; ma se mi sembra questa volta ed in questo momento il Brunello di Lambardi un po’ alcolico ed evoluto (oh diamine: si può davvero dire però in un assaggio al volo e in piedi, con tanta gente intorno e le temperature dei vini che salgono?) il Rosso 2012 mi pare riuscitissimo, fine e capace di coniugare con una grazia da equilibrista la giovinezza floreale e di frutta rossa fresca con umori più scuri e animali, perfettamente fusi, e la grazia di una ballerina col tutù alla forza dinamica di una pattinatrice: solo 6.666 bottiglie ottime, convenienti e da non farsi scappare, che a tavola – ne son certo – regaleranno per anni belle soddisfazioni. In questo viaggio ideale per il territorio di Montalcino ritorniamo a sud: immaginiamo di volare sopra la Fortezza e di scendere dalla parte del Greppo, superando il complesso dei Barbi per planare tra i morbidi poggi che guardano l’abbazia di Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, per posarci come rondini su una terrazza esposta a mezzogiorno, sul dorso di una ripida schiena d’asino: Poggio di Sotto. Uno stile unico, per certi versi più arcaico che classico, come il sorriso enigmatico di certe divinità etrusche, immobile ombra di una felicità imperturbabile e fissa nell’eternità. Colori aranciati, evoluzioni e caratteri ossidativi evidenti, ma alla fine vini ricchissimi e impalpabili, che sembrano nulla e invece sono di una complessità’ che stordisce. Gustosissimo il Rosso 2011, mentre ha fatto discutere il Brunello 2009, forse l’ultimo al cui taglio abbia messo mano Giulio Gambelli – ne basti il nome: qualcuno vi ha ravvisato troppa acidità totale e troppa acidità volatile. Umilmente, per conto mio, annoterei che la volatile qui non è certo più alta che in una qualunque annata di Chateau Musar e persino di Barolo Monfortino, e che la totale, si’ vivida, e’ una garanzia di durata e di vittoria nella lunga corsa del tempo; ecco, forse l’ho trovato un po’ meno saldo e complesso che in altre annate, ma -amico che paziente mi leggi- vi punterei sopra i miei quattro talleri d’argento. Che non si può discutere, invece, e’ l’impressionante Brunello Riserva 2008: in bocca ha lo stesso peso di un aquilone di carta eppure ti senti avvolto e immerso in una miriade di sensazioni come se tu alzassi gli occhi alla volta della Sistina. Ti pare caldo e importante e evoluto, ma un attimo dopo pensi di sbagliare e ti sembra fresco, giovanile; la potenza tannica si dimentica subito affascinati dalla trama fine che nemmeno una ragna fatata nelle fiabe amiatine potrebbe filare. E ci senti concentrata la terra, le stagioni, le nubi, il respiro del vulcano spento. Sono stato un pessimo degustatore di fronte a questo vino: non l’ho saputo sputare, non ci son riuscito; semplicemente e’ finito e ne avrei voluto ancora e ancora, avrei vuotato la bottiglia; nessun altro vino in quei due giorni di assaggi mi ha provocato la stessa reazione, nemmeno il Rosso più beverino. Ahimè: i vini assaggiati dopo, li’ per li’ mi sembravano tutti poco aggraziati! Ecco perciò doverosa una fermata, prima di assaggiare i frutti del lavoro de Le Ragnaie. Ecco che qui, di nuovo, l’idea della Borgogna mi si riaffaccia alla mente, tanta è la complessità aromatica che riescono a esprimere questi vini, la sontuosa fragranza che offrono al palato, la capacità che hanno di leggere il territorio. Eccellenti sia il Brunello 2009 che la selezione Vecchie Vigne di pari annata, quest’ultima con ancora una marcia in più. E se li ho trovati un capello meno felicemente bilanciati che in altre occasioni, la colpa e’ tutta di quell’ineffabile Riserva di Poggio di Sotto assaggiata pochi attimi prima: pertanto, ancor più bramo riassaggiarli presto e gustarne appieno il loro valore. Incredibile la profondità aerea dei vini di Sesti ed in particolare della Riserva Phenomena: ma, ahimè, e’ stato un assaggio ormai rubato negli ultimi scampoli di tempo e -mea culpa- non so testimoniarvelo col dettaglio alato che merita. Ultimo, invece, vi racconto il vino di Salvioni; lo faccio apposta: in realtà l’ho assaggiato a metà del mio viaggio sentimentale tra i produttori ed alla fine di esso, due volte, per capirlo meglio. E’ stato giusto così: non perché sia un vino difficile, tutt’altro, ma per quanto sa essere sfaccettato. Come mi ha detto un produttore, in modo toscanissimo:“E’ tanta roba!”. Sembra che non ci sia niente tanto e’ impalpabile, eppure e’ pieno di sapore. E’ complesso, potentemente strutturato di acidità e tannino, ma senza peso e perfino giovanile: un vino sospeso nel presente, con una memoria del passato e lo sguardo teso sul futuro. E’ il migliore? Non lo so dire, ma questo Brunello 2009 di una azienda piccola e artigiana ha la magia speciale di racchiudere in se’ un pochino di tutti gli stili di Montalcino, una porziuncola di tutte le sue vigne e dei suoi cieli. Riguardo il suo rubino appena aranciato nel calice ed è come se sulla superficie rivedessi riunite in una fonte magica le immagini dei volti e delle mani dei vignaioli di questa terra meravigliosa, sfumando una nell’altra; ed anche quelle di chi aggiusta le macchine agricole, di chi cura l’amministrazione, di chi tira moccoli caricando i bancali da spedire oltreoceano; delle madri che curano i figli mentre i mariti sono in cantina o a cena coi clienti, e perfino dei vigili che fanno un cenno ai turisti con un sorriso gentile. Un inno alle tante anime di quella comunità splendida che è Montalcino.

Scende la sera – l’autore ripone il naso pinocchiesco e medita su quel che resta del giorno – ciò che conta davvero – la comunità e’ il territorio.

Si svuotano gli spazi ricavati tra Palazzo Pieri e il convento di Sant’Agostino, i banchetti vengono abbandonati. Le tovaglie che al mattino erano candide sono ora maculate di vermiglio, mentre le bottiglie vuote si allineano nel silenzio lunghe e strette come ombre della sera. Si spengono i rumori alle ultime luci del giorno, si smorza il vociare sulla coda degli ultimi saluti. Montalcino riconquista la sua quiete nell’aria purissima di un tramonto invernale, che trascolorera’ dolcemente nel crepuscolo. Tra poco sorgeranno le stelle, sigleranno vibrando il firmamento, bisbigliando un canto silenzioso; veglieranno ancora una volta sulle vigne e sul riposo degli uomini, mentre la terra leverà i suoi umori che accarezzeranno le nari di chi scivola nel sonno. C’è ancora tempo, prima di coricarsi, per una passeggiata nelle vie, col vento che asciuga l’aria e la temperatura che scende: e tu ripensi ai tuoi pur blandi studi e agli effetti del clima sulla vite. Per la prima volta vedo Montalcino nel buio della notte, coi lampioni che rimandano una luce gialla che potrebbe essere quella del 1955 o del 1898, e l’oggi sfuma in una dimensione senza tempo. Non sono solo: il mio Virgilio ilcinese guida la piccola nostra brigata composita e cosmopolita verso i luoghi della vita serale: l’Osticcio, Le Logge, la Fiaschetteria Italiana con i suoi spazi storici e bellissimi, che sarà il nostro approdo per l’aperitivo. Per una volta non baderò tanto al vino, pur buono, un millesimato di Bellavista – preferisco godermi la compagnia; conoscerne meglio le storie, le vite, gli amori. Poi la cena a Le Potazzine. Luciano condivide con noi una bottiglia del suo Brunello Bramante Riserva 2007: e con essa è come star seduti attorno a un focolare acceso. Uno scambio di battute con Davide Bonucci; l’ospitalità istintiva di Gigliola Giannetti. Ecco che mentre si affaccia la stanchezza tiri le righe di quel che resta del giorno, oltre e più importante degli assaggi: e’ l’essersi sentiti parte della Comunità di Montalcino, accolto con riguardo e semplicità; l’aver parlato con i vignaioli, averne intuite le gioie, le speranze , le titubanze, le fatiche. Strano piccolo magico universo Montalcino, che attorno al Brunello ha saputo negli anni radunare chi qui è nato ma anche tanti forestieri: italiani del nord, del sud, milanesi, romani, trentini, piemontesi; e stranieri: tedeschi, olandesi, inglesi, americani. Tutti accolti, tutti uguali, tutti una stessa comunità, purché disposti a partecipare a quelle leggi non scritte di rispetto reciproco e di tolleranza che la terra porta con se’ da millenni. Ed allora sarà più facile, molto più facile, sentir qui parlar bene del vino del vicino, piuttosto che denigrarlo: anzi, questa e’ una colpa che non si accetta. C’è anche lo spazio e il piacere di ospitare chi a vario titolo e’ di passaggio: giornalista, collega vignaiolo, tecnico del vino, o semplice testimone come chi scrive queste note. In fondo siamo tutti un po’ pellegrini come ai tempi della Francigena e sembra quasi di rivivere un po’ dell’emozione che si è trovata nelle pagine de “Il vino fa le gambe belle”.
Tutti qui riuniti, miracolosamente senza barriere.
Ecco allora che nella memoria resterà la bellezza nuda delle vigne spoglie, di quelle viti allevate quasi tutte a cordone speronato, che mai avevi letto con tanta chiarezza. Resterà il silenzioso crepuscolo sull’aia di SanLorenzo, l’aria mossa appena dalla brezza della sera; l’orizzonte solenne dove spaziare l’occhio e poi guardarsi intorno e sentirsi un po’ a casa. Resterà – vaddase’- l’amicizia con Luciano Ciolfi; la degustazione silenziosa sotto lo sguardo rispettoso di Raffaella Guidi Federzoni; la vigorosa stretta di mano di Alberto Montefiori; l’orgoglio di Gianni Pignattai quando versa i suoi vini; la dolcezza delle donne delle Potazzine; i movimenti lenti e la voce antica, emozionante, di Florio Guerrini e la signorilità semplice, riservata, felpata di Carlo Lisini (tanto simili entrambi ai loro vini); gli occhi di Monica Tiezzi che brillano parlando della Vigna Soccorso; la schiettezza di Leonardo Fattoi; la passione di Lucia Nannetti; l’entusiasmo di Riccardo Campinoti; il sorriso di Lorenzo Magnelli; la profonda conoscenza di Maria Laura Brunelli; la timida serenità dei Lambardi; la passione di Chiara Antoni, che vive con l’anima i vini dell’azienda per la quale lavora; la fisicità esuberante di Giulio Salvioni e la concretezza della figlia Alessia. Resteranno la visione internazionale e “zen"dei giudizi di Giampaolo Paglia; le chiacchiere senza filtri e naturali con Paolo Salvi sul valore dell’umiltà; l’amore per la sua Sicilia di Manuela Laiacona; e tanti altri volti e sguardi che a nomi non so più abbinare. Questo però, per me, e’ da oggi il significato di territorio se parlo di Montalcino.

Epilogo

E’ notte fonda ormai. Ci sarà tempo domani per gli ultimi saluti; tempo per un lento arrivederci, spaziando in un giorno immacolato di sole lo sguardo sui campi e sui filari che attendono il rinnovarsi della primavera, per la prima volta da Sant’Angelo in Colle; tempo per un fugace ritorno a Sant’Antimo, per cullarsi ancora una volta nella forma delle pietre, con chi per me e’ importante. Addio Montalcino, fino alla prossima volta, addio alla tua gente. Mi attende il ritorno tra le piogge d’Inghilterra.

Luoghi di Vini: Sanlorenzo, Montalcino.

Incontrai la prima volta Luciano Ciolfi nell’autunno del 2010, al Castello di Buronzo, nel Vercellese, per una manifestazione bellissima che si chiamava Terre di Vite. Ricordo quel viaggio pieno d’attesa, col mio amico Roberto, appassionati e curiosi entrambi, discutendo di vino, di auto e di donne mentre la pianura scorreva nella sua dolce monotonia spoglia di risaie, di fossi, di cascine, come note su un pentagramma, mentre la nebbia si discioglieva al levarsi di un timido sole dorato.

Una giornata memorabile, una pietra miliare della mia passione per il vino: forse fu proprio quello il giro di boa del non ritorno. Una trentina i vignaioli presenti, per lo più piccoli o piccolissimi, spesso veri e propri artigiani, con produzioni dai numeri –come si suol dire – confidenziali; ma un caleidoscopio di terre, di stili, di storie e di sapori: come se, scoperchiando un immaginario vaso di Pandora, non ne uscissero i mali del mondo, ma un inimmaginato universo di tesori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra i produttori c’era appunto Luciano, che ricordo serio e compito, vestito di tutto punto in grigio dietro al suo banchetto, mentre altri –magari più abituati a simili occasioni per così dire mondane- apparivano più sciolti e rilassati: e mi piacque per questo senso di dignità un po’ antico e perché, evidentemente, non sentiva il bisogno di sbandierare con una veste casual che lui in vigna ci andava davvero. Non ricordo esattamente di che cosa parlammo e nemmeno le annate dei vini, che mi parvero già allora ottimi e soprattutto fieramente figli di sangiovese (era l’epoca degli scandali per tagli illeciti): il Rosso di Montalcino praticamente perfetto, pieno e gentile ad un tempo; ed il Brunello del quale intuivo la sostanza, ma anche la necessità di essere atteso. Ecco, di questo parlammo – a rischio di sembrare io saccentello con quel tanto che sapevo di vino allora, ancor meno del poco di oggi- del tempo che serve al grande sangiovese per dispiegare le sue ali in un irraggiungibile volo:  tempi lunghissimi, per cui Bettino Ricasoli lamentava di avere un vino, sì, perfetto nelle sue cantine a Gaiole in Chianti, ma: “…di ventanni. Ventanni!”; e dalla mia avevo l’esperienza di affascinanti vecchie bottiglie, dell’imprevedibile loro mutare.  Ricordo soprattutto che trasparivano in Luciano la passione e l’orgoglio per il suo lavoro e la sua terra, forti, anche al di là dei risultati raggiunti, nella consapevolezza di un percorso ancora tutto da camminare, ricco di salite e di curve, faticoso come una tappa alpina del Giro d’Italia.

Son passati quasi tre anni.  Giornata d’estate: caldo e sole splendente, i pensieri fugati come le nuvole della sera prima e annullati dal profilo incantato delle colline, che cullano gli occhi e l’anima ad ogni sguardo.  Mi trovo a Montalcino in una giornata strana nella quale saltano tutti i miei piani e che E. ed io viviamo semplicemente adattandoci a quel che accade: con naturalezza lei, io con diffidenza ed un pizzico di irritazione iniziali, ma via via rilassandomi ed entusiasmandomi.  E per un puro caso, seguendo un consiglio non atteso e non chiesto, ci sediamo a un tavolino dell’Osteria di Porta del Cassero; lì, sulla destra appena oltre l’ingresso, di fronte al bancone. E lì di nuovo incontro Luciano, che riconosco nel giovane uomo che si è appena seduto di fronte a me nel tavolo accanto; evidentemente un habitué, dal forte accento toscano, jeans,  intento ad aprire una bordolese senza etichetta: estrae il tappo e non ci sono più dubbi, perché riporta stampigliato “Sanlorenzo”.

Fosse questo il capitolo di un romanzo picaresco sarebbe ora il momento di aprire un’ampia digressione, perché con lui a tavola c’erano Giampaolo Paglia, il celebre produttore dei vini di Poggio Argentiera in Maremma e il suo braccio destro Antonio Camillo; e nel tavolo accanto il grande enologo Paolo Salvi, i vini del quale sono tra i primi che ho amato ed è persona tanto capace e schietta quanto ritrosa ad interviste e comparsate (non a caso mi si dice che l’anziano Giulio Gambelli – lo chiamavano Maestro Assaggiatore- l’amasse di amore filiale). Potrei dire della loro squisita disponibilità verso un appassionato quale sono e della mia emozione, ma sarebbero altre storie. Voglio parlare piuttosto di Luciano, di come fosse sorpreso che mi ricordassi di lui, di come mi abbia subito offerto un bicchiere del suo Rosso di Montalcino, appena stappato, di come mi abbia fatto sentire da subito un amico e parte della loro compagnia. E di come si sia reso disponibile, malgrado gli impegni, ad assecondare un invito del destino aprendoci  le porte della sua cantina; o, meglio, quelle della sua terra e del suo lavoro.

Ed eccoci quindi dopo pranzo in auto, per il breve tragitto che da Montalcino porta verso Sant’Angelo e Tavernelle, in un susseguirsi di vedute che fermano il cuore e lo fan ripartire in un sobbalzo; e di indicazioni gialle su fondo nero di cantine e aziende dai nomi celebri e altisonanti. Di qualcuna si vede anche l’ingresso, trionfale, coi limiti di pietra ed i nomi piegati nel ferro battuto, nell’ottone: grandi, come quelli che –immagini- troveresti davanti alle ville delle star hollywoodiane. Poi t’infili in un boschetto seguendo una sterrata; e poco dopo, appena si infittisce, sulla sinistra vedi due alberi un po’ più distanti a segnare un vialetto, ed un cartone semplicemente plastificato e inchiodato a quello di destra: “ Sanlorenzo”; e già capisci che lì la dimensione è un’altra: umana, contadina, nel senso più alto e nobile che questo termine può significare. Varcare quella soglia arborea equivale ad entrare in un mondo incantato e migliore: perché in un attimo la macchia si apre in una radura, con le case poderali a destra e sinistra, non restaurate ed imbellettate, ma ancora ad immagine della loro rustica funzione; lì polli e galline ancora a ruspare liberi e gli anziani seduti a vigilare e godere il meriggio. Su tutto il sole, perché il poggio si fa declivo esposto tra mezzogiorno e crepuscolo, con le vigne tutt’intorno da sinistra a destra, in un cannocchiale ottico che si apre maestoso e punta verso la Maremma, vigilato dall’Amiata che sta un po’ più a sud, un po’ più a levante.

Le vigne, coltivate in regime biologico certificato, sono proprio  ciò che Luciano ci tiene a mostrarci prima di tutto, con orgoglio, seguendo evidentemente un percorso che è naturale prima ancora che logico: è lì anzitutto che si fa il vino – ed il vecchio adagio poche volte come questa mi è parso vero. Vendemmia prevista come da tradizione 40 giorni dopo l’invaiatura, quindi più verso l’inizio che la fine della decade di ottobre; ed in cuor mio sorrido felice, perché così si usava in Toscana un tempo e così il sangiovese può dispiegare il suo corredo polifenolico, dando al vino la struttura e i giusti aromi e sapori; eppure, quante vendemmie settembrine oggidì , spesso senz’altro motivo che non portare a casa il risultato, o lasciare spazio di manovra per cercare in cantina equilibri diversi da quelli che la natura del sangiovese può dare. Dobbiamo purtroppo lasciare troppo presto quei pampini e quei filari, perché le nubi che si addensano minacciose dalla parte dell’Amiata già condensano in pioggia: peccato; ma è stato abbastanza per intuirne la cura e capirne la felice giacitura. Sono giornate facili alla grandine, ma Luciano non è troppo preoccupato: le nubi che arrivano da quella parte, di solito, non scaricano su Sanlorenzo; ed infatti tutto si risolverà in una spruzzata, a dimostrazione che il nostro ospite la sua terra la conosce non per modo di dire.

Ci spostiamo dunque in cantina, ricavata nel piano terreno della casa, secondo un vecchio uso toscano; essenziale ma con tutto quel che serve per un ciclo completo,  dai fermentini fino all’imbottigliatrice, miscelando felicemente antico e moderno. Le dimensioni sono quelle giuste per i 4,7 ettari vitati e per essere gestita da un one-man-band come Luciano. Il pesante portone di legno invita direttamente nel buio locale di affinamento, con le botti allineate: quello che a me sembra sempre il luogo della magia, perché lì, bene o male, l’uomo si fa un po’ da parte, ed il  tempo ha il ruolo di maestro ed artefice.  Botti grandi e botti piccole, più nuove e più antiche. Al muro un condizionatore, che aiuta a mantenere il giusto clima. Accanto il locale per le fermentazioni nei tini d’acciaio, equipaggiati con un sistema di controllo delle temperature semplice, ma utile da quando il potenziale alcolico delle uve si è accresciuto. Luciano è chiaro, netto e trasparente: “Qui siamo a 500 metri, una volta si faticava ad avere uve a piena maturazione. Oggi questo non è più un problema, grazie ai nuovi portainnesti e ai nuovi cloni piantati negli anni, che le favoriscono. D’altro canto, le recenti annate calde ci portano ad un eccesso di alcool che dobbiamo saper dominare”. Luciano ci riesce, eccome! Lui guida gli assaggi ed insieme sentiamo una sfilata di meraviglie, come su un’ideale passerella, da bottiglia e dalle botti. Rosso e Brunello di Montalcino, che porta il nome del nonno di Luciano, Bramante, 98 anni lo scorso 3 maggio (stesso giorno di mio fratello, guarda un po’): e quel nome la dice lunga sul senso che Luciano ha di appartenere ad una storia ininterrotta, ad un fluire in fondo circolare che si concretizza in amore per la terra. 2008, 2009, 2010, le calde 2011 e 2012, accompagnate con un po’ di pane ed olio degli ulivi del podere. Vini tutti diversi, capaci di tratteggiare senza filtri e infingimenti le caratteristiche dell’annata; ma allo stesso tempo, coralmente, in grado di testimoniare quel territorio, quell’uva sangiovese e le mani del loro artefice, secondo uno stile che definirei classico e contemporaneo insieme, perché l’eleganza è maritata ad un certo spessore, ad una certa potenza e finanche pienezza nelle annate più calde, ma sempre in un equilibrio attento tra la freschezza e l’evoluzione. Ciò che mi colpisce ancora è l’onestà dell’uomo e la sua capacità di ascolto; o, meglio, il sincero interesse di conoscere che cosa l’interlocutore pensi dei suoi vini. Per ogni annata un commento, il ricordo preciso di com’era stata la stagione, la vendemmia; perfino degli errori fatti, ma che son serviti di lezione per superare situazioni difficili in annate successive. Mi accorgo che non gli sto facendo le domande di rito: “ma quelle barrique che ho visto di che passaggio sono? Le usi per il Rosso o per il Brunello?”, semplicemente perché non ce n’è bisogno; capisco che lì i legni sono solo strumenti, complementari a trovare anno per anno il giusto equilibrio, a suddividere razionalmente il vino per l’assemblaggio finale; non c’è nulla di preconcetto o di filosofico e quelle mie domande sarebbero solo chiacchiere oziose: fetiscismi e nulla più. E così per tutti gli altri attrezzi e tecniche di cantina. Si parla ancora di vino e via via a tutto campo: delle guide e dei punteggi;  della vendemmia verde; della necessità di trovare un giusto equilibrio dei vari componenti del vino; dei modi di ridurre l’alcool nel vino, dall’osmosi – che non ama – all’attento e virtuoso taglio di diverse partite; delle differenti scuole in cantina (lui, ad esempio, fa pochi o punti travasi); delle certificazioni biologiche; delle DOCG e di tutti i modi, in fondo facili, che chi non è onesto potrebbe trovare per aggirare la legge; dell’importanza dei social e della comunicazione nel mondo del vino di oggi. Per ogni argomento Luciano ha un’idea definita, ponderata, illuminante.

Eppure quante altre questioni mi accorgo di non aver trattato con Luciano; quanti altri assaggi avrei voluto fare ancora insieme (le Riserve!); anche con vini non suoi, per raffrontare il mio giudizio col suo, che sarebbe stato, lo so, sincero e preciso; quante domande ancora, che mi terrò per la prossimo incontro, che sarà, lo sento, non lontano.

Sono passate quasi tre ore, Luciano deve occuparsi del bosco (ecco ancora la dimensione vera, di un equilibrio con la natura e la tradizione che non sono un ritorno alla terra, né tantomeno una moda, ma un fatto naturale, la prosecuzione di una storia di famiglia) e ci congediamo. Nel baule dell’Alfa i vini di Luciano ed una bottiglia del suo olio, omaggio delicato e gentile.

Come amante del buon bere risaltano nel mio ricordo il profilo elegante, classicissimo del Brunello di Montalcino 2008, con quel tanto di austerità che ne aumenta la distinzione; e l’energia ancora in essere, la profondità luminosa di quello che sarà il Brunello di Montalcino 2010. Come uomo porto con me la stretta di mano vigorosa e schietta di Luciano e la sua immagine contro l’orizzonte e la luce in quel punto là, sul limitare delle amate vigne, come un balcone che si affacci su un immaginario mare verde di pampini, nel silenzio di un momento.

Con la consapevolezza che quella giornata segna nella mia vita un nuovo giro di boa.

per saperne di più: http://sanlorenzomontalcino.it/

Ricordo di Franco Biondi Santi

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Lo scorso 7 aprile è scomparso a 91 anni Franco Biondi Santi. Se andavi al Greppo, la sua amata tenuta di Montalcino, a vedere come nasceva il suo Brunello, tutto parlava di lui, presenza aleggiante ed invisibile. Vedevi, respiravi, quasi nuotavi nella storia di questa famiglia che ha creato il Brunello. Lui ne era il custode ed ancora il motore di quella macchina tutta tesa -e pur fremente in un senso sospeso di pace- alla continuazione ed alla salvaguardia di uno stile di vino antico, tradizionale, distinto, elegante, fine, compunto, diritto, senza compromessi alle mode, intransigente, colloquiale, longevo a sfidare decenni, al punto quasi di non esser mai davvero pronto. Che può pure non piacere, se avvezzi a gusti più facili e arroganti. Vinificazioni di una semplicità estrema, di attenta però cura artigianale e di una competenza profonda, di una conoscenza vera della sua terra, della sua uva, del tempo, dell’aria, delle stagioni; del percorso del vino nella lunga notte di sogni dell’affinamento in bottiglia, delle tappe del suo percorso evolutivo e creativo, dove l’artista è il tempo. Non lo vedevi il Signore del Brunello, l’anziano gentiluomo di campagna, ma la sua presenza aleggiava: nell’emozionante fuga prospettica del viale d’ingresso -dove spesso era stato ritratto in cammino, alto, bastone e cappello a larghe tese; nelle vigne a raggiera, geometriche come un giardino all’italiana; negli ulivi curati accanto alla villa; nel parco ordinato, nei festoni di edera che si arrampicavano sui muri; nel rincorrersi allegro dei cani di piccola taglia; nella Citroen SM con motore Maserati degli anni ‘70, parcheggiata in perfetto stato sotto il canniccio, come pronta ad una messa in moto. Ma era, soprattutto, la cantina a parlare di lui. L’ordine, la pulizia, la cura, la semplicità. Le vecchie botti di castagno di metà dell’Ottocento; i gli ampi tini di cemento, allineati come le arcate di una chiesa, e quelli di legno per le Riserve ai capi, a far da abside e altare; che venivano lavati, si diceva, con l’acqua di fonte del Monte Amiata. Le bottiglie meticolosamente impilate a affinare. Ma le chiavi della cantina sotterranea, quella delle Riserve centenarie, le aveva lui. Vi uscivano meraviglie, come quel Brunello Riserva 1997 che, per caso di fortuna, ebbi ad assaggiare nella lunga sala bianca popolata di antichi diplomi e medaglie, a conclusione di una degustazione di progressione memorabile, dopo Rosso e Brunello, aperti ritualmente 12 e 18 ore prima almeno, rispettivamente, leggermente scolmati e coperti da una garza. Ma la Riserva! Rimasta da una degustazione mattutina con i giornalisti americani, e gentilmente offerta a noi semplici turisti, accostata con rispetto: così giovane, luminosa, scintillante; profonda, complessa eppure ancora ingenuamente, liricamente fanciulla. Ancora lì il suo sapore sul palato, mentre lasciavo dopo minuti un saluto sul quel libro degli ospiti a cui il Dottore teneva tanto; ancora li’, mentre ripresa la mia Alfa percorrevo a ritroso il viale d’entrata, adagio, per non alzare la polvere, per non turbare col rumore l’incanto fatato di quel luogo, nel lento meriggiare d’agosto. Ancora nella mia mente oggi, dopo 8 mesi. Fattasi sera, nella tranquillità della casa alla Chiesina, la cena: in tavola, quell’omaggio sorprendente e gentile, ricordo della visita, magnificamente inscatolato nell’elegante confezione che ritraeva con uno schizzo la tenuta del Greppo: un prezioso Rosato 2008. Vino del cuore, delizioso, ancora una volta di estrema, inarrivabile eleganza, come il fondo oro di una aggraziata Madonna senese del Duecento: l’acidità, la snellezza, la grazia marina, minerale, sapida. Vino che tanto dice dell’uomo Franco Biondi Santi: creato per non sporcare le tovaglia dell’amata moglie; ma anche, un rosato non rosato per la sua inattingibile complessità; quasi un Brunello in understatement e che pure sapeva apparire semplice, come quando Biondi Santi stesso stemperava la sua cultura, la sua moralità con un poco di ironia e un luminoso sorriso.