Bourgogne Rouge l’Hermitage 2013 Domaine de la Cadette, 12 gradi.

Era qualche mese che non bevevo Pinot Nero e mi mancava la sua fascinazione.

Da ancor più tempo occhieggiavo questa bottiglia, rimanenza del mio quinquennio in Inghilterra. Acquistata a Londra: per l’esattezza, al Whole Market di South Kensington.

Il 29 giugno scorso, malgrado il caldo affocante che opprimeva Milano, mi decisi ad aprirla, dopo averla opportunamente rinfrescata a 10-12 gradi; ché tanto a scaldarsi un poco, con quell’afa, bastava un attimo: il tempo di versare nel calice.

Non sono esperto di Borgogna: assaggi metodici e studi si allontanano negli anni, divenendo labili ricordi. Perciò, mentre il vino si distendeva nel bicchiere, mi informavo su che cosa stessi bevendo.

Scoprivo che questo Pinot Nero è di Vezelay, estremità settentrionale della Borgogna, nord est di Chablis. Un rosso da una terra di bianchi, che presumo assai fresca, come la zona classica dello Chablis; al punto che, malignamente, mi insospettii sulle effettive qualità di questo vino, temendo che fosse nato, sull’onda della crescente domanda mondiale di Pinot Nero borgognone, in un’area poco consona. Pare infatti che Vezelay venisse colpita pesantemente dalla fillossera e che i reimpianti siano solo recenti.

Il ricorso all’ uvaggio, anziché l’impiego in purezza di Pinot Nero, com’è abituale in molta parte della Borgogna, testimoniava forse questa difficoltà ambientale e accresceva il mio sospetto: qui, 80% di Pinot Nero e 20% di Cezar, varietà rustica che apporta grado alcolico, tannino e, pare, profumo.

Tuttavia l’assaggio fugava ogni dubbio, presentando un vino risolto, forse al suo apice: sua dote era la discrezione, unita a una spiccata caratteristica dissetante, caratteristica anche della fredda annata 2013, secondo l’autorevole commento di Armando Castagno.

Nel mio calice roteava rubino tendendo al granato, trasparente, luminoso, con gocciole molto lente e irregolari.

Il suo profumo era spiccato, fascinoso: fragolina di bosco, arancia, ciliegia, melograno; poi spezie: noce moscata e cannella, molto delicate, dolci e sfumate. Ascoltando attentamente, petali di rosa appassita e qualche nota idrocarburica, che preludevano a un commiato aromatico tra zenzero e rabarbaro.

Di corpo sottile, infiltrava il palato succoso e assai salino, con discreta avvolgenza. Un po’ timido sulle prime, sulla spinta di un’acidità notevole e di un tannino molto delicato, che aveva tracce di rusticità e tuttavia risultava in una ruvidezza tattile lieve e piacevole, accelerava notevolmente nel finale, sorprendendo per proporzione.

Col caldo di quella giornata sarebbe stato difficile godere un rosso più piacevole di questo, che gustatammo con piacere su fagioli bianchi di Sant’Agata dei Goti semplicemente bolliti con uno spicchio d’aglio e conditi con sale, pepe nero, olio della Fattoria Niccolini di Seggiano; accompagnati, a parte, da una caponatina dedicata di melanzane e zucchine.

Tuttavia lo ritengo flessibilissimo sulla tavola, eccellendo ad esempio con formaggi a crosta fiorita ed arrosti di carni bianche, perché con discrezione, appunto, è non chiede attenzione e tanto dona: una compagnia di piacevolezza domestica, semplice, affettuosa, pura.

Pinot Noir Dundee Hills, Oregon, 2013, Domaine Drouhin, 13,5 gradi.

Nell’agosto del 2011 feci un lungo viaggio in auto negli Stati Uniti, da Denver a Seattle, attraversando Stati che fino ad allora erano per me solo suggestioni di romanzi o di film: Colorado, Wyoming, Utah, Idaho, Nevada, Oregon, Washington. Di tutti riportai un’immagine vivissima. Dell’Oregon, in particolare, ricordo le coste atlantiche, con le spiagge sabbiose e lunghissime, alternate a promotori rocciosi; e l’immediato entroterra così verde, per l’influsso umido e piovoso dell’Oceano Pacifico. Trattengo un’immagine in mente: l’interminabile nastro d’asfalto di una statale parallela alla costa, la pioggerella battente dal cielo grigi e a destra lo shop di una cantina tra le tante -indicate da cartelli turistici – che offrivano vini in degustazione e per l’acquisto; parecchie etichette, tutte discrete, da uve internazionali (ovviamente) e con un certo residuo zuccherino. Questo per dire che in Oregon il vino è quasi un’espressione del vivere quotidiano, tanto si è radicata, o comunque rappresenta una parte non trascurabile dell’economia agricola e del tessuto sociale: mutatis mutandis, l’accosterei al nostrano Friuli. Può sorprendere che addirittura uno storico produttore di Borgogna abbia ritenuto di trovare lì le condizioni ideali per produrre vini da pinot nero, varietà notoriamente difficile e riottosa, alla quale basta un breve deragliare da condizioni di maturazione ideali per precipitare da vette enologiche sublimi a risultati blandi, con sapori slavati , squilibri acido-tannici, eccessi alcolici. Eppure Robert Drouhin, dopo un lungo periodo di frequentazioni iniziate negli Anni Sessanta, decise di avviare un’azienda nel 1987, con la prima vendemmia nell’88. Non che fosse un pioniere, giacché alcuni produttori locali si erano distinti con i loro Pinot Nero dalla metà degli Anni ’70, tuttavia rilevò la compresenza di un’opportunità commerciale e produttiva con una vera vocazione territoriale. Infatti la Willamette Valley, prima AVA (American Viticultural Area) riconosciuta in Oregon, estendendosi parallelamente alla costa gode di un clima moderato, con inverni freschi e piovosi ed estati relativamente calde e secche, lunghe, con importanti sbalzi termici fra il giorno e la notte, e molte ore di luce. Vi sono inoltre numerosi corsi d’acqua e suoli particolari, vulcanici e sedimentari, ben drenanti. Il pinot nero , come altre varietà d’uva che amano il freddo, pare essersi ben acclimatato, esprimendo caratteristiche territoriali: affidandomi alla memoria di diversi assaggi di Pinot Nero locali, ormai lontani nel tempo, direi che i profumi intensamente fruttati e maturi sono tipici, così come una certa spinta alcolica ed una rotondità tannica gradevole. Insomma: i vini possono essere assai piacevoli, con un occhio all’immediata gradevolezza più che alla complessità; oppure rischiare derive giunoniche poco interessanti. Spesso, anche laddove il vino conservi un piacevole equilibrio, risalta il carattere americano, spingendo le leve della concentrazione, della pienezza di frutto, dell’impatto.

I Pinot Nero del Domaine Drouhin, fin dalla prima volta che li assaggiai a Londra, mi parvero una piacevole eccezione: French Soul, Oregon Soil, diceva l’etichetta e difatti mi attrassero per misura, rifinitura, capacità di dettaglio enologicamente più francesi che statunitensi: insomma, almeno per i vini del vertice aziendale, il paragone con un Borgogna non era azzardato.

Tra le bottiglie che riportai in Italia dall’Inghilterra c’era anche questa, il vino d’ingresso del Domaine Drouhin. È una buona occasione per rinfrescarmi la memoria e verificare se anch’esso riesca a riportarmi la magia di quel particolare terroir. Però, soprattutto, desidero godermelo a cena, che è il miglior banco d’assaggio.

Versandolo nel calice, non lascia dubbi sulla sua identità: è Pinot noir già alla vista, così trasparente, rubino; con riflessi granati e gocciole lente, rade, un po’ evanescenti. Il profumo, di intensità superiore alla media e tuttavia più timido di quanto mi attendessi, è quello caratteristico del Pinot Nero un po’ invecchiato di scuola classica francese, sfumato, persino un po’ ombroso in questo caso: forse è la marca della sua piovosa zona di provenienza, oppure sente l’età; tuttavia è ampio, mi rammenta la fragola, i frutti di bosco, le spezie (specie il pepe nero), ma risuona note verdi di vegetazione (latifoglie e ruta) ed humus.

Ha un corpo piuttosto importante, più di quanto normalmente si associa al varietale, ma l’ acidità è superiore alla media; mentre il tannino è maturo e fine, come ci si aspetta dal Pinot Nero, ma non finissimo. È saporito in bocca, con un accenno lievissimo di salinità, e molto lungo. Però risulta un po’ largo, si appoggia placido sull’alcol, si vorrebbe più nerbo. Perciò, fuori degustazione, ma consumato a cena, sta bene sul risotto alle quaglie, meno sulla quaglia arrosto, perché quella certa sua dolcezza confligge con l’amaro della carne.

Insomma: è un buon vino, onesto nel rispettare il varietale, nel riportare il territorio e riesce di una certa classe. Però resta a metà nel guado, senza compiere quel salto verso l’intimo piacere o la magia.

Magari è che l’ho servito troppo caldo: sui 14 gradi avrebbe certo figurato meglio. Oppure la bottiglia ha un po’ sofferto, oppure è il mio palato questa sera. Però il dubbio mi resta, che i migliori Pinot Nero del Domaine Drouhin siano su un altro livello.

Bourgogne AOC, Cuvee de Noble Souche, 2005,  Denis Mortet, 13 gradi.

image

Fu il vino dell’amore col Pinot nero e con la Borgogna; forse, col vino tout court. Una sera, tanti anni fa, fredda. A prima vista: il suo colore, il suo profumo, il suo bacio. Sensazioni mai immaginate, lo svelamento di un ideale fino ad allora solo vagamente immaginato. Il mio ideale della donna da sposare: accogliente, femminile, sensuale, elegante, morbida. Perdona, amica che mi leggi, se posso sembrarti un poco maschilista qui: è che da allora di vini ne ho assaggiati parecchi, e parecchi prima ancora, ma con nessuno ho più avuto quella sensazione lì. Col Sangiovese, che pure può essere gentile, io mi posso immedesimare: vi affondo le radici e sento l’eco dei miei avi; in un Nebbiolo, trovo il maestro, l’amico che ti ascolta, il senso del conforto. Ma sono vini maschi, al confronto con questo Borgogna. Specifico: questo Borgogna. Ne ho assaggiati altri negli anni, anche di caratura superiore se vogliamo, da Cru blasonati: più profondi, complessi ed articolati magari, ma nessuno con la stessa scorrevolezza agile, con la levità intensa e carezzevole di questo di Denis Mortet, con quel suo modo di stare a tavola senza attrarre troppo l’attenzione, ma blandendo in maniera sottile ed obliqua, quasi impercettibilmente. Unico per la sensazione che mi regala di star naturalmente bene, di non aver bisogno di un dialogo per parlasi e capirsi, come se bastasse un gioco di sguardi, o al più uno sfioramento, pelle a pelle.
Da tantissimo in realtà non lo incontro. Ne riposano sei bottiglie nella mia cantina di Milano. Mi decido infine un certo giorno a spostare gli scatoloni affastellati, pieni di  altre bottiglie, ognuna che racconta viaggi, ricordi, storie, e sposto vendemmie e territori, scoprendo che cosa si è sedimentato nel tempo; ma ne voglio una di quel Borgogna, perché domani compirò quarant’anni e per la prima volta dal 2011 potrò festeggiare nella tiepida quiete della mia famiglia.
Temo l’incontro e ne sono anche un po’ emozionato e preoccupato: per le mie conoscenze, non è affatto garantita la tenuta di un vino come questo per 12 anni; o, meglio, non è detto che l’evoluzione sia virtuosa: in fondo è un semplice Bourgogne AOC, non un Premier Cru o un Grand Cru.
Il tappo di sughero è lunghissimo. Accenna a spezzarsi quando esercito forza, ma riesco destramente ad estrarlo. Sorrido, perché anni di esercizio sono evidentemente serviti; ma più ancora perché già dal fiato della bottiglia capisco che il vino è in ordine: non è compromesso da spunti acetici, ossidazioni o altro.
Lo verso e godo la bellezza del suo color rubino trasparente che tende appena al granato, con gocciole belle, perfette. Il suo profumo! Ricordo che giovane mi sembrava una droga per la sua armonia e un amico ci scherzava su sarcastico, dicendo che lo si poteva considerare un sostitutivo della cocaina. Oggi è più maturo, ma ancora in evoluzione: se ha perso in fruttato, ha tuttavia ancora un bilanciamento meraviglioso, che si è spostato più sulle spezie. Eppure è ancora lui: molto intenso, puro, profondissimo, risonante, solenne, arioso come le navate di una cattedrale gotica, luminosa ma ricca di chiaroscuri, con fragola e più ancora fragola di bosco, con una sfumatura floreale tra la rosa, la viola e la mimosa. Le spezie, l’accennavo, sono tantissime: pepe e noce moscata in evidenza, cannella e chiodi di garofano; chi più ne ha, più ne metta. Un tocco di cipria, molto lieve, civettuolo, che contrasta con un fondo autunnale di tabacco e foglie ingiallite, più serio e compunto. Infine, come una scia variegata, un’affumicatura leggera, vaniglia, ricordi marini che mi richiamano alla mente l’odore delle posidonie al sole sulla battigia, il muschio ed un sospiro appena mentolato e di grafite e di pietra bagnata. Tuttavia è l’unione equilibrata di tutti gli aromi ad essere magica come una droga, non qualcuno di essi in particolare. L’assaggio: un beva piena ma leggiadra, setosa e ricca di nerbo; forse appena sfrangiata dall’età, ma è cosa assai lieve. E’ rotondo, dolce al tatto sul palato (ma, bada bene, non al gusto); senza una nota fuori posto, anzi, con una accordatura perfetta ed armonica che fa godere, come quando si ascoltano certi clavicembali antichi e ben temperati negli arpeggi delle Toccate di Girolamo Frescobaldi. Ha un tannino finissimo e di vera, superba eleganza;  un’acidità decisa, ma dissimulata, distribuita, irradiante. Il suo sapore è concentratissimo, in un dialogo tra fiori e spezie, forse appena semplificato rispetto all’olfatto, ma il sorso è in progressione ed in crescendo, fresco, lunghissimo, con un alcol equilibratissimo, che apre alla soddisfazione di un contrasto caldo-freddo magistrale. Leggiadria e potenza, verrebbe da riassumere, ma ancora non si è detto abbastanza di come a tavola sappia essere un perfetto compagno camerista, più che un ingombrante solista.  Io ad esempio l’ho gustato,  e parecchio, su un bollito misto con pollo, vitello, manzo, lingua e cotechino. L’amore si rinnova; malgrado qualche minima ruga, malgrado la constatazione, dopo tanti assaggi, che un lieve e forse impercettibile ammiccare a certi Pinot del Nuovo Mondo esista pure, realizzandosi in forme armoniose  e atletiche che sono lontane da una certa essenzialità ossuta. Sorprende quasi, se si pensa che le uve vengono da una zona estremamente secondaria e difficilmente ascrivibile alla rinomata Cote d’Or. Vengono dal piccolo paese di Daix, parte della misconosciuta Cote Dijonnaise, giusto nord ovest delle città di Dijione, non troppo oltre una distesa di sobborghi dal carattere industriale. Però a Daix ci sono delle belle colline dove le uve crescono a circa 400 metri sul livello del mare, su suoli bruni  e molto gessosi,  ma le vigne sono poche e poche forse sono sempre state. Denis Mortet, però ci credeva e da questi terreni meno famosi provò a trarre un vino che fosse accostabile a quello dei Cru più celebrati, ai quali aveva comunque accesso per proprietà o come affittuario: Gevrey Chambertin, Chamberlin, persino Clos de Vougeot, poi molti altri. Aveva fama di essere un gran perfezionista e i suoi vini, non filtrati e non chiarificati, si diceva fossero: “di pieno corpo, concentrati, armoniosi, intensamente profumati e di splendida eleganza”, tutte caratteristiche che ritrovo, lo sai, in questa meraviglia di Bourogne AOC 2005. Denis Mortet, Infatti, da qui terreni misconosciuti creò un vino grandissimo, in quella che fu la sua ultima vendemmia. Quando il vino riposava da poco nelle botti, una mattina di gennaio del 2006, si uccise con un colpo di fucile nel parcheggio di fronte alla sua cantina. Aveva appena 49 anni. Si dice che fosse depresso. Si dice. Per me resterà sempre una domanda senza risposta come possa uccidersi chi ha il dono  creare un esempio di così fulgida bellezza. Misteri dell’anima umana oscuri e terribili, inutile sondarli: meglio esercitarvi una cristiana pietas.

Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007, Coche-Bizuard, 13,5 gradi.

image

Di sicuro peccherò sia di ignoranza che di arroganza, però quando vedo gli appassionati e taluni professionisti andare in visibilio per il Pinot Nero e per la Borgogna storco un po’ il naso, perché anche l’affidabilità e la costanza sono un valore. Mi spiego. Certamente il Pinot Nero dà vita in certe mani e più ancora in certe vigne a vini sublimi, ma si sa quanto questa varietà sia esigente e bizzosa e la realtà è che origina anche molti prodotti piuttosto scialbi; né il clima della regione francese aiuta in tutte le annate. Dunque a bere rossi borgognoni la delusione secondo me è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando ci si orienti su prodotti di prezzo abbordabile, come questo Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007 di Coche-Bizuard; ma il negozio dove l’ho reperito difficilmente tiene vini men che buoni e mi sono fidato.
Un po’ di anagrafica: Monthelie è un villaggio della Cote de Beaune, Le Duresses è forse il suo vigneto più prestigioso: poco più di sei ettari e mezzo, esposto ad est ed estremamente ripido.
Per fortuna si può andare oltre ai freddi dati e, mano alla bottiglia, cavarne il tappo. È maggiore il piacere puramente sensoriale o quello tutto intellettuale della scoperta? Di color granato assai trasparente, con riflessi rubini, forma gocciole rade e lente, un po’ evanescenti. Nasce vicino a Vougeot e ricorda un po’ i vini di Vougeot: all’olfatto risulta in divenire, è complesso ed intensità superiore alla media, piacevolissimo: di frutti di bosco selvatici rossi e neri, non però in quantità; e poi sopratutto sta un tappeto a fitta trama di spezie fini, tritate,dolci e piccanti: pepe bianco e nero, noce moscata, chiodi di garofano, cannella, zenzero e rafano. Ha una balsamicita’ segnata da glicine  e incenso, con un fondo appena mentolato; ed, ancora più lontano, tabacco giovane. Ciò che più intriga però è il richiamo alla polvere da sparo , ad una mineralità ferrosa ed ematica. Sul palato è fresco, apparentemente sottile, ma in realtà strutturato, con aciditá notevole (non saettante), un tannino ben presente e tuttavia proporzionato: di grana piuttosto fine inoltre, ma rustico e forse un po’ verde, più che setoso. Molto secco: e mi piace. Il sapore piacevolmente intenso, non prevaricante ma assai definito, quasi tutto giocato sulle note minerale ed estremamente salino. Acidità e profumo: sembra uno di quei vecchi vinelli di pianura che usavano una volta, che quando il contadino era coscienzioso e sapeva il suo mestiere arrivavano sulla tavola imbandita così invitanti, come una corona di fiori sul capo delle bimbe alla prima comunione. È un vino dalla vocina sottile che però arriva dappertutto, tipo quella di  Licia Albanese, per chi ha ricordi da melomane. Ed infatti è lungamente persistente: parecchie decine di secondi, e soprattutto si dissolve in equilibrio. Il suo alcol è giusto quel tanto che basta a scaldare un po’ un vino altrimenti quasi austero al sorso. Soprattutto l’ho trovato eccellente in tavola, accostandosi bene persino col mallegato con uvetta del salumificio Lenzi di Ponte Buggianese: abbinamento sempre ostico per la complessità e la consistenza di questo antico insaccato. Rispolverando un po’ i miei ricordi del liceo – amico o amica che mi leggi- direi che sta come Ettore ad Achille, perché gli manca quella sontuosità setosa e carezzevole dei grandi Pinot Nero, quel fascino ricercato e stordente che distingue una femme fatale da una bella contadina, chi è baciato dagli dei da un comune mortale; ma io spesso a scuola parteggiavo per Ettore.

Chassagne Montrachet 1er Cru “Morgeot” 2008, Gagnard Delagrange, 13 gradi.


Si può essere snob su tante cose, ma non sui bianchi di Borgogna: la fusione di forza, finezza, complessità, grazia, facilità e piacevolezza che lo Chardonnay vi sa esprimere ha davvero pochi uguali (si può dire – senza lesa maestà- che i rossi locali hanno più concorrenza?). Si prenda questo bel vino di Gagnard Delagrange (un vero e proprio clan: Gagnard e’ in Borgogna cognome frequente come Conterno o Mascarello nelle Langhe). Viene dal comune più meridionale della Cote de Beaune, dalla vigna Morgeot, quasi più famosa per i rossi che per i bianchi: anzi, solo dopo gli attacchi mortali della fillossera si è cominciato a impiantarvi in quantità uve bianche e più che altro perché lo chiedeva il mercato. Bene: in quel suo ancor giovanile color limone piuttosto tenue, dove ancora trovi accenti verdolini di giovinezza e che ondeggia magro nel tuo calice senza lasciare archetti, trovi una straordinaria energia: tensione e struttura per una beva indiavolata, che quasi nemmeno sospetteresti in uno Chardonnay di 6 anni. Certo, immergendovi il naso nei suoi aromi e’ tutto al posto giusto: non prevaricano, ma son ben presenti, alternando agrumi maturi ma freschi (i limoni, mi ricordo, di Amalfi: enormi, golosi al solo vedersi, con le foglie appuntite, così aromatiche), le susine verdi, tocchi di pesca e di frutta tropicale, accennati appena con grazia infinita (ecco la banana, l’ananasso, il mango); e, com’è tradizione, il vino passa legno piccolo e malolattica, ma le note che ne derivano, di vaniglia e di burro, le troverai solo con la ricerca, ben integrate, nascoste, per lasciar parlare l’uva nella sua splendida nudità, nel declinarsi un poco alla nocciola segnando il principio di un virtuoso invecchiamento. Ed ecco che allora sul palato li ritroverai codesti aromi, ma sarà il suo sorso a conquistarti per l’alta acidità ficcante, per una salinità che parla di terra, quasi a formare la struttura di un vino rosso, per un’intensità concentrata e decisa nel suo essere non muscolare, ma nervosa, per una persistenza, questa si’, lunga e che non si spenge, ma giocata su toni dolci, come a ravvivare un amoroso ricordo. L’ho goduto su un morbido risotto bianco ravvivato da un tocco sottile di maggiorana, ma più ancora su un piatto di delicatezza francescana: patate, carote e cipolla bollite, condite con l’olio extravergine di Poggio Antico, Montalcino. Puoi berlo ora, amico, amica mia; ma se mi dai retta tienine da conto per qualche anno: ha il tempo dalla sua.

Puligny Montrachet Premier Cru Les Folatieres 2008, Jean Luis Chavy, 13,5 gradi.

Che la Borgogna sia patria di grandi bianchi è cosa nota e risaputa: vaddasé che vivrai l’apertura di ogni bottiglia come un’epifania, specie se si tratta di un Premier Cru. Les Folatieres, in quel di  Puligny-Montrachet: poco meno di 18 ettari nella capitale mondiale del vino bianco, se ce n’è una. Qui – ça va sans dire- lo Chardonnay “dominat et imperat”: vitigno internazionale per eccellenza, è l’autoctono di casa, fin dal tempo dei Romani; lo immagini -nello spasmo dell’attesa- il modello perfetto, quasi un David liquido anziché marmoreo. E cavato il  tappo (lunghissimo sughero compatto, e tanto di cappello ai francesi che nella confezione ci san proprio fare), al solo accostar del naso alla bottiglia non puoi che lasciarti scappare un’esclamazione di gioia e piacere, tanto è ampio e complesso l’aroma che ti invade le nari e la mente di soddisfazione. Se lo versi, suvvia: non si resta insensibili a quel paglierino non troppo carico, ma con sfumature da dar quasi sull’oro; però -aspetta- si ferma, di un sol passo, appen prima. Puoi tu resistere ad odorarlo, adorarlo ancora, e piuttosto vibrarlo nel calice, per vederne gli archetti? Fitti sì, ma evanescenti, da vino più magro e scattante che altro.  Sia: non si può attender oltre a tuffarvi il naso, abbandonandosi al piacere, che si fa più intenso con i minuti e con l’ossigeno, in un romantico abbandono. Epperò, qui si istilla il dubbio, se appena un poco di spirito critico sai mantenere. Perché, vedi, senza tanto intorno girarci, è il legno che domina: vaniglia e cocco, dolcissime e meravigliose, ma che si sovrappongono senza ancor trovare vera integrazione ad agrumi freschi e possenti (limone e cedro su tutti, sfumando appena nel chinotto); a frutta tropicale (ananas, sì; banana anche, ma in forma di glorioso, goloso gelato); a orlature di sambuca biancospino; a un certo piccantino di peperoni verdi, più deciso al salir della temperatura; ed, appena, a un che di latteo: burro fresco e più ancora yoghurt. In bocca apre corposo, quasi carnoso, con suplesse nobiliare; continua salato, chiamando altra beva; poi chiude piccante ed altamente acido, solleticando il palato, quasi scherzosamente ribelle, a ribadire la sua originalità; con intensità vibrante di gusto, lunga; ed un retronasale di perfetta rispondenza con le sensazioni precedenti, non fosse per un nonsoché aggiuntivo di candito, che ha il sapore di un ultimo, compiacente regalo; ma senza alcuna pesantezza, stupendo alla luce dei suoi 5 anni. Vino omogeneo, quello no; non è nella rotonda armonia che hai da coglierne il privilegio; anzi, pare a tratti vino a due marce, come certi scattanti ciclomotori Garelli d’antan, con i quali ronzavamo le campagne; caldo e fresco insieme, giovine e vecchio. Eppure, non ne puoi negare il fascino: che nasce dai contrasti, da un’opposizione di forze, da un incrociarsi di linee sghembe in un’unica via di fuga, nella tensione di un equilibrio non mai risolta, ma capace di una sua compiutezza statica; quasi fosse una cattedrale gotica, vivida opponendo vetro e roccia, verticali pinnacoli e le spinte possenti degli archi rampanti. E col tempo, è sicuro, sapranno le pietre assestarsi. Abbinamenti: una trota di fiume cotta nel burro; ed in genere preparazioni dove siano attori il burro stesso e le uova. Poi- perché no? – una cotoletta di pollo e finanche  un cordon bleu. Io, amante del rischio, me ne serbo qualche sorso su una fette sottili come ostia di porchetta cotta a legna.

Beaune Premier Cru Cent Vignes 2007 Albert Morot, 13 gradi.


Nel 1395 un editto proibì in Borgogna la coltivazione dell’uva gamay in favore del più nobile pinot noir e fu l’inizio della fortuna: tutte le attenzioni concentrate su quella sola uva nera e sulla classificazione dei territori a lei più adatti; l’unicità a favorire il commercio.L’Europa si riprendeva allora lentamente dalla strage e dai lutti della peste, la Morte Nera. “Tintinnabula non sano lacrimæ non clamans. Tan nos did eram expectant mortem” (“Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte”): quasi la metà della popolazione finita a riempire le fosse, forse 25 milioni di persone. La città di Beaune era un luogo di passaggio obbligato da nord a sud, da est a ovest. Mercanti, nobili, faccendieri, pellegrini, studenti, dame e prostitute: la vita riprendeva il suo corso, con fame rabbiosa di piacere, di dimenticare gli incubi, con la consapevolezza che tutto sarebbe stato diverso. “In taberna quando sumus, non curamus quid sit humus”: “quando siamo all’osteria, non ci curiamo se siamo cenere”, e brindisi e gozzoviglie e baci e risa. Questo Cent Vignes di Albert Morot, così gioioso, diretto, spigliato lieve e succoso; vino per trovar calore da un viaggio nel gelido inverno o per ristorar la sete, o per sciogliervi la malinconia, per cercarvi compagni, per brindare all’amore. Perché, se appena aperto e’ appesantito dagli odori dei legni di affinamento, presto se ne libera, come da un’inflessione provinciale cui tu più non badi. Ne amerai il rosso rubino di media intensità, luminoso, che rilascia sul vetro archetti irregolari che subito si sciolgono in gocciole che scorrono veloci come dopo il piacere. L’odorerai, e saran subito tuoi intensi i lamponi, il ribes, le selvatiche fragoline, scorza di mela rossa red delicious ed un che di incenso, di noce moscata e di cannella, di chiodo di garofano, di liquerizia, perfino di tavola ben liscia, oleosa, opra fina d’un falegname, per una volta non spiacendoti, ma regalandoti un senso benvenuto di solidità, di tranquillo approdo ai piaceri e soprattutto al conforto del desco. Soave nel tannino sottile, elegante ma con una punta di piacevole rusticità terragna, leggero di corpo e gustoso, in bocca ti stuzzicherà con un’acidità ben schietta che è come uno scherzo ingenuo o piuttosto una schermaglia amorosa. Vino questo che è femmina, si’, ma spiritosa, arguta, fisico piacente e scattante ma soprattutto sorriso, sguardo brillante. Vino questo per brindare alla vita. Te lo dico sul pollame in tutte le maniere, o su certe formaggette vaccine semi stagionate o a crosta fiorita, delle quali son maestri gli amici francesi.