Sec Symbole 2015, Le Sot de l’Ange Quentin Bourse – Touraine Azay-Le-Rideau, 11,5 gradi.

image

Mi regalano questo vino della valle della Loira – ma non il produttore, eh: amici ! – e ne sono contento: mi piace lo Chenin Blanc e la valle della Loira dà normalmente vini freschi e reattivi, non voluttuosi magari, ma che si bevono di gusto per estinguere la voglia e la sete. Poi, la zona, nella sua ampiezza,  è una sorta di grande laboratorio a cielo aperto per pratiche di agricoltura ed enologia sostenibili: la biodinamica applicata al vino è qui che ha trovato le sue primissime manifestazioni ed un terreno fertile di produttori interessati. Poi, ricordo anche se nulla c’entra con la vocazione vitivinicola, che a Azay-Le-Rideau c’è un castello fatato e fiabesco,  con le mura candide, le torri a punta ed un fossato ancora pieno d’acqua nel quale può specchiarsi come Narciso.
La prima sorpresa l’ho col tappo, che è un sofisticato insieme di materiali plastici diversi: sia per ragioni tecniche o meramente estetiche, perdonami, non te lo so dire.
Che non sia un vino comune si capisce anche dal solo guardarlo nel calice: un paglierino estremamente carico che vira netto al dorato, con una quantità di sottilissime bolle di anidride carbonica intrappolate che lo fanno definire petillant. Un colore sorprendente per un 2015, nel senso di un po’ evoluto, che contrasta con quel “petillare” (mi si passi il neologismo) poi tipico di bianchi giovani. Il suo aroma è ben pulito, di media intensità, complesso, primariamente vegetale: rucola, ruta, finocchio , sedano. Poi un tocco di lichi e di cedro ed un senso vagamente iodato e marino, come di roccia e di alga, con  qualche spunto floreale di camomilla e tiglio, buccia di melone,  ed un fondo quasi di terriccio umido.  In bocca esprime un’acidità viperina con la quale non si può fare pace, in grado quasi di coprire ogni altra sensazione e sta in combutta con una secchezza rara, disseccante: vuoi la però la salinità, che pure non manca, vuoi il gusto stesso, che pure offre una piacevole tridimensionalità grazie a quei sentori di miele, di crema di nocciole e di arachidi, tipici a mio avviso degli chenin blanc locali invecchiati,  evidenti nel medio palato e nel retrogusto associati a qualche cenno affumicato e fungino, l’insieme ha un che di bizzarro e di artatamente ricercato, che contrasta col suo dichiararsi biodinamica.  Il finale poi è una sciabolata, con quell’acidità citrina e grifagna, abrasiva, che non conosce tregua, come i dannati di Dante: “La bufera infernal, che mai non resta/ma a gli spiriti con la sua rapina:/voltando e percotendo li molesta.” .  Lunghezza ce n’è, ma sempre su quella corda. Un vino un po’ concettuale e a teorema, dove si uniscono gioventù ed evoluzione in modo non armonico, quasi fosse una di quelle vetturette sportive degli anni novanta a trazione anteriore, che si guidavano un po’ come una biga perché il retro treno andava poco d’accordo con l’avantreno. Pure a tavola la disarmonia faticava a ricomporsi, dando alla fine il suo meglio sopra un’anguilla  affumicata. Forse l’oserei con gli scampi crudi. E tuttavia quest’idea di Chenin Blanc, tanto personale e individuale e lontana dalle mie corde, ho pensato, cara amica o amico che mi leggi, ti andasse raccontata: perché è un vino dialettico, col quale magari discutere senza trovarsi d’accordo.

Coteaux du Layon 1968, Moulin Touchais, 13,5 gradi.

image

Esistono – o piuttosto resistono – alcuni produttori di vini  che rilasciano le loro bottiglie dopo periodi di affinamento molto più lunghi della media: lustri o decine di anni. Non mi riferisco ai vini da meditazione o fortificati: Sherry, Madeira, Marsala, Porto…quelli fanno classe a loro; intendo vini bianchi o rosati o rossi, fermi, da consumarsi al pasto, che recano sovente in etichetta denominazioni storiche, per le quali però la maggior parte dei produttori ha scelto vie più  moderne e veloci.
Nomi noti agli appassionati: nella Rioja spagnola, Lopez de Heredia; in Valtellina, Ar.pe.pe; in Portogallo, in Barraida, Buçaco; in Piemonte, a Gattinara, Nervi; e via altri, ma poche manciate. Tra costoro, nella valle della Loira, in Francia, Moulin Touchais. Produttori questi che mi hanno sempre affascinato  per lo  stile di vinificazione mantenuto tradizionalissimo, se non per certi aspetti cristallizzato in un’altra era; ma soprattutto per la caparbietà testarda di non mutare il significato – lasciami amico, amica che mi leggi, usare un parolone: filosofico- di una bottiglia.
Oggi, si dice, non ha senso invecchiare un vino dieci anni: il consumatore acquista la sua bevanda e vuol subito aprirla e goderne; il più possibile uguale a se stessa, ripetibile; ciò che le moderne tecniche di vigna e cantina permettono e che perciò è tenuto in maggior pregio.
Un tempo il pregio stava nei vini magari ostici in gioventù, che bisognava aspettare prima che fossero in condizione, ma che sfidavano i decenni: era la longevità in se stessa un valore.
Credo che la chiave di questo mutamento stia innanzitutto nella memoria e in come essa si sia evoluta nella società moderna:  oggi abbiamo la fotografia, la televisione, la radio, internet, gli mp3, ogni sorta di strumento per registrare noi stessi, le nostre immagini, le voci, le parole ed anche le emozioni: difatti, per massima ironia, in un lampo ci dimentichiamo tutto e anche se il supporto del ricordo è lì a portata di mano, forse l’esiguo istante di un click, raramente ci volgiamo indietro: ci crogioliamo un eterno presente e, d’altra parte, “il futuro è una palla di cannone accesa/e noi lo stiamo quasi raggiungendo” (F. De Gregori).
Un tempo, invece, il ricordo era documentato sì, ma nelle pagine gialle di lontani polverosi archivi, che sbiadivano e si sfaldavano. Restava piuttosto affidato alle voci che si radunavano nelle notti lunghe, buie e fredde accanto a un camino, al racconto orale che diveniva come un’evocazione di spiriti, di giovinezze perdute, di tanti che morivano nel loro primo fiorire, decimati da una guerra o dalla febbre spagnola: il crudel morbo, si diceva .
Ecco allora che la bottiglia di vino di dieci, di quindici, di vent’anni, ancora vivida e buona , era un fluido dai risvolti sacrali che rimaneva giovane in un mondo di persone che invecchiavano e sparivano in fretta;  era un ponte nel tempo, una cartolina dal passato: le mani di tuo nonno che lega i pampini, la voce di tuo padre la sera di Natale, il primo bacio dato “sotto il noce, quel pomeriggio d’estate che non muoveva foglia tra il finire delle cicale, sarà stato il ‘47”, ed il vino recava con sé tutti i profumi e i suoni di quel giorno.
Questo Coteau du Layon del 1968, chissà in quell’anno di turbamenti quanti primi baci avrà visto nelle sue vigne, ed anche di più: diceva Veronelli che se due giovani avessero fatto l’amore in un vigneto, il vino quell’anno sarebbe stato più buono. Moulin Touchais non rilascia un vino prima di dieci anni dalla vendemmia – in media 40.000 bottiglie l’anno – e si favoleggia di decine di annate conservate nei 15 chilometri di gallerie a Douè-la-Fontaine, a partire dalla metà del XIX secolo. L’azienda si chiama in realtà Vignobles Touchais produce soprattutto basi per vini spumanti, ma Moulin Touchais è il vino storico, un bianco da uve chenin blanc in purezza, abboccato: in media 80 grammi per litro di zucchero residuo, quando parecchi passiti stanno intorno tra i 100 e i 150 grammi per litro, o anche oltre. Vino che nasce per durare nel tempo: il 20% dell’uva raccolta è presto, per garantire il sostegno acido necessario all’invecchiamento; il restante con una vendemmia tardiva , quando le uve sono surmature, ma di solito non colpite dalla muffa nobile, contrariamente a quanto spesso si ricerca in zona.
Non nascondo che aprirlo è di per se un’emozione: non mi capita spesso di aprire un vino che potrebbe essermi ampiamente fratello maggiore.
Il tappo di sughero è ben conservato: dopo 20-25 anni le bottiglie vengono aperte in cantina, colmate e ritappate dal produttore.
Lo verso. Ha colore oro profondo, tendente all’ambra, bellissimo. Forma sul calice gocciole frastagliate e fitte, ma assai evanescenti. Lo odoro. Sulle prime ha un aroma un po’ chiuso, poi diviene intenso: non intensissimo, però molto complesso e autunnale sebbene vi balugini ancora il ricordo della frutta come lame di luce. Ha note di marmellata di arancia, di caramello e di creme caramel, di lanolina, di olio di lino, di semi di sesamo, di mandorle, nocciole e arachidi, di foglie secche , di terra bagnata. Profondissimo, affumicato e speziato: la cannella e la noce moscata, i chiodi di garofano. Lo assaggio: con stupore, data l’età venerabile, lo trovo quasi nervoso: ha corpo, ma senza strafare, più struttura che estratto, più direzione che accondiscendenza. E difatti è acidissimo, snello, si allunga deciso e scattante sul palato verso un finale lunghissimo in cui ritornano le note affumicate e speziata già trovate all’ olfatto. Il gusto, di grande intensità, presenta sfaccettature incredibili: questo Moulin Touchais, quasi avesse assorbito elementi direttamente dalle radici della pianta e scarnificandosi nei decenni li avesse portati ad un’ossuta evidenza, presenta un substrato minerale, metallico, ricco di polvere pirica,  sul  quale emergono, o piuttosto si aggrappano, sensazioni di fegato, di formaggio caprino, di crema catalana, di lieviti e di muschio.
È un vino che spiazza questo Moulin Touchais e disorienta persino nell’abbinamento: ho giocato con lui, provandovi tipologie diverse di dolci, di paté, di formaggi, senza mai però arrivare a quell’ideale relativo che soddisfa. Da meditazione piuttosto, verrebbe da dire: sì, però gli manca una frazione di complessità, di profondità per svolgere quel ruolo. Forse più da conversazione, immaginandosi al bordo di un fiume o del mare, seduti sulle rocce, solo due o tre persone:  come si vedono conversare le figure mute di santi nei quadri medievali.

Bonnezaux 2012 Chateau La Variere, J. Beaujeau,11 gradi

image

Si parla talvolta dei vini della Valle della Loira, generalizzando: risulta comodo riferirsi ad un distretto vinicolo caratterizzato dallo svolgersi di un lungo fiume. Il concetto tuttavia rimane un’entità astratta, tanti sono i diversi territori che il fiume incontra e percorre nel suo lungo cammino, quattrocento e passa chilometri da Puilly giù giù scorrendo verso l’occaso fino a Nantes e l’Altantico. Terreni, esposizioni, microclimi, uve: tutti questi aspetti combinati dalla mano dell’uomo secondo la propria tradizione e il sentimento germogliano vini tra loro diversissimi: bianchi, rossi, rosati, fermi e mossi, secchi e dolci. Eppure un filo conduttore tra loro si più trovare e lo chiamerei eleganza: lo descriveresti magari impiegando – amico, amica che mi leggi-  parametri organolettici quali l’acidità o il corpo, ma ne mancheresti l’essenza, che forse è nella trasparenza dei cieli, dove i nembi si raccolgono come riccioli di serafini; forse nel loro dialogo muto con le onde del fiume; forse in un’intima matrice culturale, la stessa che ha dato vita a decine di castelli che paiono più di cristallo che di pietra, con le loro torri snelle, svettanti, appuntite; la stessa che accolse Leonardo da Vinci quasi reietto in patria e qui accolto con onori da sovrano e amore filiale da Francesco I Re di Francia. Chissà quali erano allora i vini sulle mense notabili e se assomigliavano a questo Bonnezeaux? L’antica gloria dei vini dell’Anjou, ed in particolare da quelli della Coteaux du Layon, sta proprio in quelli dolci da uva chenin blanc, secoli addietro ancor più apprezzati di quanto non lo siano oggi. Bonnezeaux è una appellatiòn piccolissima,  solo 90 ettari, praticamente un “cru”: per darti un’idea, amico o amica che mi leggi, una piccola DOC italiana come la lucchese Montecarlo conta circa 300 ettari. Però in quell’angoletto di Francia esistono condizioni speciali: terreni fortemente pendenti e rivolti a sud, con notevoli escursioni termiche e suoli superficiali di arenarie, scisti, quarzi. La Loira è lontana, il suo influsso nullo o marginale; in compenso c’è il fiume Layon che forma un’ampia ansa e l’autunno fa risalire nebbie mattutine. Ne risultano uve capaci di potenti maturazioni in un clima che permette l’appassimento sulla pianta e spesso la formazione della muffa nobile: quella Botrytis Cinerea che dona ai vini aromi tanto ricercati e particolari, alte concentrazioni zuccherine e tessiture oleose, vellutate. Mi chiederai: “è vera gloria quella di quei pochi ettari? ” . Per apprezzare il valore del territorio intorno a Bonnezaux mi c’è voluto l’incontro fortuito con questa bottiglia in un supermercato sulle Alpi Francesi: perché un 2012, ad ascoltare un decano tra gli assaggiatori britannici, Hugh Johnson, sarebbe da evitare a tutti i costi, stante la cattiva annata. Sia pure: se questo esprime Bonnezaux in un millesimo sfortunato, allora ne capisco la fama. Perché è difficile resistergli anche solo sostenedo lo sguardo di fronte a quel color d’ambra con splendidi riflessi, mentre viscoso forma un velo uniforme che si ritira lentamente, accennando lacrime sul calice. Avvicinalo a te, di profumo ti avvolge, intenso, combinando la freschezza dello Chenin Blanc con gli aromi tipici della muffa nobile ed un principio di quelli dell’invecchiamento: avrai allora la marmellata di albicocche, la pesca sciroppata, ma anche il bergamotto e il chinotto, la buccia d’arancia caramellata, la crema ed il caramello stesso. Soprattutto, sorprendente, una quantità incredibile di zafferano, piacevolissimo, ricco e un po’ pungente. In bocca è forse ancora più espressivo: molto dolce, certo, ma insieme è caldo, vellutato e scattante. Poi, sul finire, abbandona la scena con grazia, quasi svanisse con un eco, come quei grandi attori che pur lasciato il palcoscenico sembrano ancora farne vibrare le assi della loro presenza. Potresti forse volerlo più complesso ed intenso, ma lì è la misura, io credo, tra la grande e la piccola annata. Trova il suo posto in tavola, come d’uso e tradizione, con il foie gras, i formaggi erborinati e lo tenterei pure su una crostata d’albicocche, purché ricca e burrosa. Tuttavia per me è stato compagno prezioso di brindisi al sole, nell’aria fresca di verdi prati montani: la sua perfezione è quella. Oppure per una meditazione più intima, le sere d’estate.

Chateauneuf du Pape Domaine de terre Jeune, 2011, Paul Jaboulet Aine, 14,5 gradi.

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica…” .

Chateauneuf du Pape: difficile un nome sia più evocativo. Sarà anche poca cosa oggi il castello,  poca cosa il paese in sé, eppure l’emozione vibra innanzi a quelle vigne sotto il sole del sud della Francia, coi sassi tondi che assorbono e rilasciano calore ( le “gallettes”)  e a quelle viti ad alberello spesso vecchissime, così contorte e nere sul fondo abbagliato del suolo da ricordare le anime dei dannati nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco.  Tuttavia per me lo Chteauneuf du Pape ha un’altra eco altrettanto leggendaria, ma assai più domestica. Mio padre arrivò a Milano dalla Toscana nel 1950, che aveva quindici anni.  Fece tutta la gavetta della ristorazione, quella vecchio stile, severa: cominciavi lavando i piatti in cucina, poi alla lunga passavi in sala a servire prima gli operai, poi gli impiegati; con un calcio negli stinchi se sbagliavi qualche cosa nel servizio: nessuna dimensione patinata. Mi racconta ricordi lontani di contadini presi in piazza al paese, strappati – ma non di controvoglia- alla terra; di camerate dove dormire ammassati tra un turno massacrante e l’altro, pagati una miseria: i toscani di allora in peggior arnese che gli albanesi e i rumeni di oggi: è storia. La Milano del ‘50: la Lambretta, De Gasperi al Governo, il Giubileo, Toscanini tornato dall’America che dirigeva il Requiem di Verdi alla Scala ricostruita da appena quattro anni e le case intorno ancora piagate dalla guerra: ferite insanate e polverose macerie. Poi, con irruenza irresistibile, venne il boom. Mio padre aveva conquistato un ruolo di fiducia presso una proprietà che conduceva diversi ristoranti: quello di punta si chiamava L’Angelo ( o Ristorante dell’Angelo, non saprei) e stava dalle parti di via Larga. Era considerato un piccolo salotto della Milano spensierata e alla moda dei primi Anni Sessanta: quella di Gaber,  di Mina, che erano clienti. Venne dopo la contestazione studentesca del’68; poi la strage alla Banca dell’Agricoltura lì a due passi, in Piazza Fontana. Ovviamente L’Angelo aveva per l’epoca una cantina rispettabile, ordinata da mio padre con con quella cura puntigliosa che lo ha sempre contraddistinto: regione per regione, tipologia per tipologia. Nelle osterie italiane  fino a pochi anni prima, il vino arrivava sfuso in botti e barili, i veri ristoranti contandosi sulla punta delle dita anche nelle grandi città; e i primi vini in bottiglia che circolavano erano soprattutto francesi. Nei suoi ricordi -me ne parlava che ero ragazzino- emergeva un vino in particolare, vivido, lo  Chateauneuf du Pape, perché un avvocato distintissimo, non giovane, ben conosciuto essendo un habitué del desinare quotidiano a L’Angelo, ne ordinava sempre una bottiglia che impiegava anche per correggere la minestra in brodo, forse memore del “bevr’in vin” mantovano o ad esso uso. Quindi nella mia mente lo Chateauneuf si fissò come un rosso, sia per i miei primitivi assaggi che per l’immagine vaga di quell’avvocato di anni lontani e del suo brodo. Incredulo dunque appresi in seguito da mio padre dell’esistenza di uno Chateauneuf du Pape bianco, al punto di dubitare dei suoi ricordi, confermati poi dalle mie letture sui vini della valle del Rodano. Nacque allora la curiosità di assaggiarlo, a lungo insoddisfatta tuttavia, giacché non è così facile trovarlo in Italia. Approfittando di una vacanza estiva sulle Alpi Francesi mi imbatto in questa bottiglia di Chateauneuf bianco di Paul Jaboulet Aine e la porto in Italia a dispetto del prezzo sostenuto. Posso non aprirla con la mia famiglia e con mio padre? Così è: festeggiamo con lei la vita in un pranzo estivo, sotto i travi ombrosi della vecchia casa toscana dove vivono i miei fantasmi; e attraverso essa per me si apre un mondo, non solo perché quei ricordi rivissuti in terza persona attraverso la voce di mio padre prendono una vita, una tinta, un profumo e un sapore; ma per la qualità  e più ancora per l’identità di questo vino. Il colore – se tu potrai riguardarlo, amico o amica che mi leggi- lo troverai bellissimo: un paglierino pallido, quasi limone di media profondità, con inattesi, affascinanti riflessi dorati, e  lacrime fitte e molto lente sul bordo, che non riescono pienamente a scorrere il loro cammino sul cristallo, ma si disperdono; e penseresti pertanto a un vino magro, ma sarai in errore, perché c’è un’alta sostanza, qui. Già l’aroma spiazzerà codesto tuo pensiero: deciso, intenso, complesso, mediterraneo, con pesche e albicocche mature; poi, in una progressione arriveranno a rinfrescare la percezione olfattiva i fiori di zagara, di ginestra e di limone. Quindi, rotondo, l’arancio; ed ancora tornerà la frutta, in successione  riproponendo prima pesche e albicocche, poi -nuove- pere e mele gialle mature, quindi melone e ultima la frutta tropicale: il mango. Ha già raggiunto la capacità di stordirti di piacere, a questo punto. Se però gli resisti e la mente terrai sveglia, ancor più ti saprà blandire: subdola, ammaliante e tentatrice, lieve alle nari ti giungerà una speziatura dolce: vaniglia, cannella, appena un ‘idea di noce moscata; poi ancora caramella mou, arachidi e nocciole, appena un che di cocco. Se già barcolli, rapito, ecco ancora tocchi leggerissimi di solvente che rinfrescano,  poi una leggera aromaticità balsamica di macchia, che aggiunge un’altra dimensione ancora: un’idea di profondità che ravviva la ricchezza aromatica rendendola fatata. Ti ha già vinto, amico o amica che mi leggi; ma come un prestigiatore lascia le migliori magie alla fine, ecco che il sorso ti conquista indimenticabile e per sempre: opulento, ricco di sapore al punto di essere traboccante, richiamando ciò che ti ha già porto all’olfatto; ampio, carezzevole, morbido, di stoffa e di corpo: oleoso quasi quanto vaselina, con un’acidità presente ma non insistita – la diresti mezzana – e tuttavia in equilibrio perfetto malgrado l’alcolicità nominalmente non trascurabile, grazie anche ad una vivida corrente salina. Il risultato è un vino ricchissimo, ma scorrevole, passante, con una chiusura lunga e naturale su una quantità di aromi. Sorprende quanto sia mediterraneo questo frutto di Grenache Blanc e clairette: quasi lo diresti – lo vorresti- italiano più che francese. Certo sfugge del tutto al cliché oggi in voga del bianco verticale, minerale, acidissimo, fresco. Tu però non temerne la larghezza, godine invece la bellezza sontuosa, che t’avvolge e lentamente quasi ti intossica, perché il suo intento è amoroso: c’è purezza in lui. Non temere nemmeno il tempo, come lui non lo teme: 2011, sono già quattro anni. (Nota del 20 agosto 2015)

Bourgogne Les Avoines Pinot Blanc 2010, Domaine Jean Fournier, 14 gradi.

image

Avrò senz’altro molti difetti come assaggiatore di vini, ma non mi lascio condizionare dalle mode: che io legga in etichetta Riesling o Pinot Nero, Borgogna o Etna, poco mi importa; anzi: piuttosto sono a volte sospettoso e restio, di fronte alla moda divento più severo e incontentabile. Semmai ad abbagliarmi può essere la simpatia verso una denominazione, una varietà d’uva o un produttore. Bene: questo Borgogna lo apro praticamente alla cieca, non conoscendo affatto il produttore -nemmeno di fama- né avendo particolare amore  per il Pinot Bianco. Lo compro incuriosito però dal varietale,  in Borgogna tutt’altro che frequente: i vini bianchi lassù sono solitamente l’Aligotè e lo soprattutto Chardonnay che è sovrano,  l’uva pinot bianco non sapevo nemmeno fosse consentita. Allora: sono curioso, mi piace l’etichetta, mi rassicurano le indicazioni che è un vino di vignaiolo e che la coltivazione è in conversione all’agricoltura biologica certificata. L’acquisto con un discreto sconto: 11,67 sterline invece che 17,95. Bene. Arriva il momento, messolo in fresco, di aprirlo; e levata la capsula in tutto tradizionale, mi trovo di fronte a un tappo di vetro: non sta a me dire se sia una soluzione valida per sigillare il vino, ma chi lo usa – per esperienza di consumo- è un produttore ambizioso. Più che estrarlo, quel tappo, debbo farlo saltare, con una leggera pressione sul suo bordo. Verso. Bella l’apparenza, come tante: un luminoso giallo limone di media profondità, cristallino; ma oggidì, chi non sa dare al vino un bel colore? Sul bordo lacrime fitte appena accennate, più che altro un velo che tende a dissolversi. Poi però lo avvicinò al naso e… che aroma! Avvolgente e fresco a un tempo, ricco di frutta e di spezie; più ancora: originale e identitario, quasi diresti – a tuo rischio- inconfondibile. Necessita magari di un po’ di tempo – poco- per bene ossigenarsi e non vuole essere servito troppo fresco, ma poi, Santo Cielo, qual profumo, quale voce! Certo, la frutta, ma non prosaicamente riprodotta, anzi: per dirla col Beethoven della Sinfonia Pastorale, “più espressione di sentimenti, che pittura”: solo applicando questa premessa potrai evocare senza apparire ridicolo limoni, cedri,albicocche, pesche, manghi, kiwi, banane; chi più ne ha, più ne metta. Sulle stesse frequenze, come un’intuizione: timo e rosmarino essiccati, noce moscata e pepe bianco, la vaniglia che sulle prime insiste e poi si frantuma e disperde in una dissolvenza armoniosa; sentori minerali di pietra focaia e fumè che ritornano con l’insistenza di un comando giusto ma imperioso. La stessa sicurezza, non ambigua ma flessibile, la ritrovi sul palato: corposo e persino oleoso, ma sottratto ad ogni eccesso di ampiezze o dolcezze concilianti o mollezze da un’ imperiosa freschezza che gli deriva da una aciditá più che decisa, ma perfettamente integrata nel corpo del vino; che però risulta pieno e leggero a un tempo. Avvolgente e secco all’attacco, si allunga sulla tua lingua salino ed intenso, quasi balsamico; fungino ( ti rammenta prezioso il tartufo bianco) come un grande e vecchio Champagne vintage, e ricco di anice che ricorda momenti di festa, l’innocenza di una sagra paesana; lunghissimo e pieno nel finale come un accordo orchestrale, che ricapitola ogni aroma, ogni sentore, ogni gusto, persino ogni ricordo che ti ha riportato alla mente. Non è però ingombrante: dei suoi 14 gradi alcolici, più che dimenticarti in fretta, non hai nemmeno consapevolezza: ti resta appena nel finale un certo calore che si mischia alla dominante freschezza; non solo benvenuto contrasto: soprattuto è consolante e piacevole. Gustato su un formaggio bianco di capra a crosta fiorita e su un salmone bollito, ti chiedi su quanti altri piatti ne potresti godere: gli oseresti persino, quale compagno, il complessissimo, difficile e antico mallegato toscano: così, per gusto della sfida. Soprattutto però la domanda cruciale sarà: un vino che porteresti a cena con amici o sull’isola deserta? La risposta può essere assai pericolosa, perché saresti tentato di dire: “ entrambe”.  

Collio Sauvignon 2008, La Castellada, 14,5 gradi.

Se vedi le vigne del Collio nel cuore dell’inverno, quando le attività agricole sono minime e per il freddo l’evidenza umana si dirada, quando la Natura stessa sembra dormire, come avesse sospeso il suo ciclo vitale, ed il silenzio riconquista il suo spazio sotto la volta aerea, non puoi non percepirne il fascino nudo e rarefatto. Terra difficile e arcana, di incerti confini politici, di sanguinose memorie. Forse per quello i vini quassù hanno sempre uno scarto, un fremito interno che li rende mai banali. Forse per quello qui più che altrove si sono cercate strade nuove, a rimarcare un’identità riannodando i fili della storia. Qui si è prima innovato percorrendo le vie più moderne dell’arte enologica, per poi ritrovare ed applicare la pratica antica di vinificare i vini bianchi lasciando l’uva a macerare a lungo nel mosto, talvolta per mesi interi. Oggi per molti una moda (e li chiamano “orange wine” codesti vini, per la tinta più carica che assumono), ma per i pionieri fu un azzardo. “Orange wine” e’ terminologia anche ambigua: la tinta dipende dalla durata della macerazione e dalla calibrata ossidazione del vino, con risultati talvolta estremi e spiazzanti, che possono restar fuori dalle corde anche dei più scafati sorbitori. Il segreto del piacere, come spesso accade, sta però nell’equilibrio. Questo della Castellada, più che arancio,  e’ un liquor giallo dorato, affascinante, con lacrime irregolari sul calice: un bianco di impronta antica, con quella intensità cromatica che decenni  di vini color carta ci avevan fatto scordare; però senza eccessi, non si cura di esibire ad ogni costo una sua diversità provocatoria. E felicemente inatteso è pure il suo profumo intenso, non immediatamente riconducibile e tipico di sauvignon: prima vi troverai polpa di pera, solo poi l’atteso asparago, ma caldo e dolce, al burro; ed altro: carota e finocchio (aromi d’altri tempi, quando i vini bianchi italiani avevan profumi di verdura più spesso che fruttati); al di sotto un arcobaleno di caldi aromi, una giostra fatata da Paese delle Meraviglie o da casetta delle fiabe: profumi di caramello, crema catalana, chicchi di caffè, scorza di chinotto, canditi, cannella. Alla bocca poi lo troverai caldo e fresco irrorarti il palato; intenso, ritmato e avvolgente a un tempo; sontuoso, giocato al gusto sul contrasto deciso -ma armonico- ancora fra la fresca verdura e il calore delle note dolci, con un senso quasi masticabile di  caramella mou e di note di crosta di pane: meglio, la mollica del panettone. Non ingannarti però, non pensare ad inopportune dolcezze: e’ secco in bocca, con un po’ di piacevole ruvidità tannica, un’ acidità medio alta in un buon corpo, ed un finale che si dispiega naturale e lungo. Flessibile sul cibo, può spaziare con agio da trofie condite con pesto, patate e fagiolini a svariati formaggi: a te il gioco piacevole di sperimentare.

Sincronia Blanc 2012, Mallorca, Vi de la Terra, Mesquida Mora, 13,5 gradi.

Ritrovare dopo settimane l’emozione in un bicchiere. Si’, perché ormai ti credevi spacciato, perduto,ridotto dai tanti assaggi e dalla stanchezza della vita ad essere uno di questi sofisti buono solo a far misure: e le tue righe son tannino, acidita’, alcool, concentrazione; ma incapace ormai di farti battere il petto, di godere della vita: di celebrarla, come diceva Veronelli, il filosofo. Essi’ che ultimamente hai passato sulla mensa e nel bicchiere i dritti neozelandesi bianchi di Nelson, gli opulenti Grand Cru di Saint Emilion, gli austeri Medoc. Nulla, o non abbastanza, per scaldarti il cuore.
Poi stappi questo vin bianco di poche pretese, se non quella di dirsi ecologico ( in Italia diremmo piuttosto, io credo, biologico), ma ecco che ti arriva come una frustata che ti risveglia i sensi e riporta la poesia.
È buono? Si’, forse, ma che importa? La questione è un’altra: Questo bianco che viene da Maiorca ha le sue uve circondate dal mare, coltivate da genti spagnole, e poco importa se alle locali premsal e parelladasi unisce l’ubiquo chardonnay. Perché oltre a quel suo vestire innocuo di color paglierino e finanche tenue, se lo porti alla bocca ne hai una sferzata salina come da anni magari non ne ricordavi, a drizzarti le orecchie del palato e a risvegliarti la mente. E tu, che l’avevi preso sottogamba indietro torni, più attento, a valutarne l’aroma piacevolmente poco fruttato, ma che ti riporta a ricordi delle estati d’infanzia, quando il sole cocente bruciava la terra e i campi seccando le erbe selvatiche e il fieno diventava paglia, e le rocce infine dei torrenti sprigionavano nella luce abbagliante del primo meriggiare un aroma inconfondibile,che si fondeva in tutt’uno con la salsedine che veniva dal mare e col respiro di piccoli orti lontani e di un’oscura pineta, con l’aria calda che s’impregnava del riarso finocchio selvatico. E magari oggi lo diremmo “minerale”, vezzeggiandoci con un linguaggio così alla moda da apparire già liso. Piuttosto, qui portati dal vento troverai ancora i ricordi di quei limoni e di quegli aranci che maturavano nel chiuso quadrilatero di muretti a secco per sfuggire i freddi della tramontana. E in bocca ancora la pietra, ancora quegli accenni di agrumi che si fanno come un ricordo di bacio lontano e perduto dolceamaro. Un certo corpo ha, importante ma non bolso: sodo diresti piuttosto, pronto ad uno scatto guerriero e amoroso, alla bisogna; che vela un tenore di alcol non trascurabile forse sulla carta, ma qui del tutto oscurato. Un’acidità bella, giusta, senza eccessi, ma vivida come le onde incessanti. Una scia lunga, che gioca di un contrasto tra lampi di dolcezza ed una fermezza secca , salda come roccia di scoglio; ma non infinita, solo giusta come la risacca. Soprattutto però l’avrai salino, in una maniera che davvero ti sembrerà di bere acqua di mare, come quando bambino imparavi a nuotare ed un poco ti bruciava alla gola fino a farti tossire; qui però sarà solo piacere, un inondarti di luce. Vino tecnico e composto, si’, eppure tanto mi ricorda un vin bianco Procanico di contadino che bevvi indimenticabile all’Isola d’Elba e da allora – mill’anni, più che le stelle- sogno e non mai ritrovo. Ed ancora, davvero, sta bene il Nord, ma nel freddo e nell’umido di questa notte inglese debbo rituffarmi ancora nel Mediterraneo per emozionarmi: nell’arca dei miei avi. Dedico questo calice all’amico-collega Andrea, perché nel sorso ritorno ad una notte lontana di un mese di luglio in una marisqueria di Madrid, il tavolo gorgogliante delizie di pesce cotto e crudo, chiacchierando e ridendo fino a notte fonda, come personaggi da romanzo giallo: ed il Tempo, lo sai, e’ l’assassino. Questo bianco di Maiorca, che avrei voluto allor con me e con quel cibo, mi regala pero’ un tocco della magia di quella notte, rendendo per contrasto men salso, e più dolce, l’eterno divenire. 11/12/2014

Blanc de Morgex et de La Salle Nathan 2010, Ermes Pavese, 13 gradi.


Ero un bimbo la prima volta che andai a Courmayeur e le Alpi non le avevo mai viste. Ma laggiù c’era quel gigante del quale mi avevano parlato, il Monte Bianco, che ci separava dalla Francia; e a riguardarlo, colosso di pietra candido e grigio, mi batteva il cuore per la sua immensità che occupava tutta la vista ed il cielo nell’aria pura. Non sapevo e non mi curavo io allora di quelle viti che li’ si arrampicano in terrazzi murati a secco, allevate in pergole per tenerle lontane dalla terra gelata e ben areate, sostenute da pietre sbozzate che assorbono il calore del sole e pazienti lentamente lo rilasciano, aiutando la maturazione; perché qui, coltivare la vite e’ da eroi: dai 900 metri su’ su’ fino ai 1200 metri, le vigne più alte d’Europa, così estreme che nemmeno quella bestiaccia malvagia della fillossera e’ mai riuscita ad arrivare in quei suoli ghiaiosi, per cui ancora si piantano franche di piede, senza bisogno di innesto. Vai a vederle, quelle vigne – amico, amica che mi leggi – ti dovrai ben arrampicare sui versanti a sinistra della Dora, e seppure un po’ nascoste varranno il viaggio, perché li’ sono secoli, forse millenni di lavoro di braccia, un monumento alla fatica umana ed all’ingegno applicato alla cultura materiale della sussistenza. Ermes Pavese e’ uno di quei vignaioli che ancora le cura con amore, tramandandole alla prossima generazione, accudendo e vinificando le uve di Prie’ Blanc, speciale varietà locale che matura precocemente e resiste agli estremi rigori: qui, si diceva un tempo, si lotta contro due geli, quello all’epoca della gemmatura e l’altro quando “…si vendemmia, a volte, dopo la prima neve”. Tutte queste prove di una natura che è madre e matrigna si traducono in un vino che, nei casi migliori, ha un carattere specialissimo ed indimenticabile. Questo Nathan che ho nel mio calice e’ una selezione particolare, dove il mosto viene tenuto per 48 a contatto con le bucce a 5 gradi, ricreando così, se vogliamo, le condizioni di una vinificazione antica: e immaginiamo allora gli uomini dei secoli andati, come li vediamo nei quadri e nelle pietre scolpite, con gli zoccoli di legno ed i loro panni poveri e pesanti, pigiare l’uva col freddo incipiente dell’autunno alpino, magari in vasche di granito o in rozzi tini di legno, scaldandosi le mani col fiato e sfregandosele vigorosamente e canti intorno per tenersi su’. E proprio nel legno Ermes Pavese ancora oggi lo fa fermentare, utilizzando i carati per buona parte della massa; il resto, in acciaio, sarà unito alla fine per ricercare un accorto equilibrio di umori. Ottiene così un vino specialissimo, giallo paglierino tenue e con qualche riflesso ancora verdolino, che lascia sul vetro lacrime fitte, larghe, evanescenti, ed ha un odorino delizioso, stuzzicante, intenso ma sottile e screziato: l’assolo di un violino lanciato negli equilibrismi paganiniani, perché qui, in un sol colpo, hai il sole che batte sui monti e si riflette sui ghiacciai e l’essenza stessa della pietra, in un susseguirsi di note acute e più gravi, come giocate sugli estremi della quarta corda. Vi trovi la frutta, matura ma fresca: susine verdi (di quelle dissetanti e un po’ acidule), pesche, fiori di sambuco, erbe di montagna e mentuccia, tocchi di miele millefiori e di melata di bosco, pietra focaia e quarzo (ma ha davvero un suo aroma il quarzo? O è piuttosto qualcosa che ci figuriamo nella mente a riguardarlo, quando ci appare come ghiaccio pietrificato), un che di legno affumicato e di vaniglia che è un ricordo del carato ma che ormai il vino ha fatto felicemente suo. Mi ricorda la mineralita’ incisiva dei Sylvaner di Wurzburg, ma è più delicato ed etereo, più iridescente e sfaccettato, e più ancora si ravviva il richiamo all’assaggio: corpo sottile ma non blando, anzi di energia concentrata ed espansivo fino ad occupare ogni angolo del palato; sulle prime delicato e passante, quasi morbido, ma internamente sempre sostenuto da un contrasto acido-salino quasi sferzante, che invita assassino a chiamare altra beva e ti fa salivare. Incredibile come la sua leggerezza da volo di rondine, da ballerina su scarpine di cristallo che danzi alla luce della luna su uno specchio, possa restare tanto a lungo -minuti- nella tua bocca e nelle nari. L’avrai capito, io l’ho amato. Godine anche tu su risotti delicati, su pesci di acqua dolce, su paste fresche ripiene; finanche su tagliolini col tartufo l’oserei. Ben fresco, non gelato, accolto in un calice ampio.

Per saperne di più: http://www.pavese.vievini.it

The Ned Sauvignon Blanc Waihopai River Marlborough New Zeland, 12,5 gradi.

Riassumendo brutalmente, la Nuova Zelanda (quella terra meravigliosa che in tanti abbiamo imparato a conoscere e sognare tramite i paesaggi del film “Il Signore degli anelli”) enologicamente si è fatta un nome con due varietà di uva (pinot nero e sauvignon blanc) e pochi grandi marchi: i cinque maggiori detengono l’80% della produzione (!) contro l’8% in Francia ed addirittura il 4% in Italia (fonte Rabobank). Detta così, la faccenda con la poesia avrebbe pochino a che fare. Eppure se questo The Ned, Sauvignon Blanc in purezza, e’ diventato il vino per eccellenza della classe media inglese, con un milione di bottiglie vendute ogni anno nel Regno Unito, ad un prezzo medio sullo scaffale di 7 sterline, ci sarà un perché. Mi sono provato a comprenderlo. Anzitutto: e’ accattivante, con l’etichetta nera che riporta le linee geodetiche del monte Ned, vetta di 903 metri, alla base del quale si trovano i 600 e passa ettari della proprietà (per dare un’idea in Italia un viticoltore possiede mediamente un ettaro e mezzo). Poi e’pratico, con il tappo a vite Stelvin: in Italia lo si percepisce ancora come alternativa economica al sughero, mentre per vini come questo, di pronta beva, giocati tutti sulla freschezza, e’ quanto di meglio si possa desiderare, perché economico, praticissimo ed efficace, permettendo di aprire e chiudere più volte la bottiglia mantenendo il vino lontano da ossidazioni. Ma il problema sarà aver qualcosa da richiudere, perché in effetti si beve che è un piacere: color pallidissimo paglierino, quasi carta, aroma intenso e anodino di agrumi freschi (lime, pompelmo, cedro), un che di pesca da Bellini (l’aperitivo, non il compositore della Norma), di buccia di melone, asparagi, lattuga, peperoncini verdi e via via. Anche l’acidità non scherza, già all’olfatazione ti fa salivare e sul palato poi la senti tutta spingere vigorosa e pulente; al punto che non noti la presenza astuta di un residuo zuccherino non banale; ed ha una salinità accettabile, seppur non spiccatissima, ma che invita una certa consistenza a centro bocca. Persiste, senza esagerare, con pragmatico senso della misura. Nell’insieme verrebbe da dire un po’ costruito, con qualche sbuffo d’alcol di troppo alla distanza, e qualche nota di gomma, però mi chiedo: avesse un’etichetta valdostana o altoatesina, ne starei lodando con alate parole la freschezza delle erbe dei pascoli alpini e il sapore delle nevi ghiacciate che si disciolgono sulle pietre al sole? Ecco che ancora una volta il vino si riconosce dalle insegne, dalla sua storia e dalle tradizioni, dalle mani callose di chi lo fa, da tanti dettagli sottili che richiedono un ascolto ed un assaggio concentrato ed attento per far la differenza: bere meditando anche i vini che non sono da meditazione. Questo The Ned però- amico, amica che mi leggi- il suo lo sa far bene: recita un ruolo da aperitivo e dopocena un poco psichedelico; caso non comune gioca bene le sue carte anche sulle insalatone, che alle verdure affiancano tonno, uova, formaggi caprini. E -perché no?- su un sushi ed altre crudita’ di mare e dell’orto. Insomma un vino trendy e pret-a-porter, che non dovresti farti scappare per la prova se ti capita di trovarne: indica con chiarezza paradigmatica e godibile uno stile un po’ edonistico e narciso che va per la maggiore; ma, per vere emozioni, lo sai, cercheremo altrove.

Saumur Blanc L’insolite 2012, Domaine des Roches Neuves, 2012. Thierry Germaine, 13 gradi.


Che uva lo Chenin Blanc: così versatile da dar vini secchi, dolci, fermi e mossi, imprimendo a tutti la sua specifica peculiarità; in grado di mantenere acidità sufficiente per il vino anche nei climi più caldi; altruista al punto di donare questa sua dote nell’uvaggio, ma senza prevaricare con l’aroma; disponibile persino ad offrire rese generose; sfaccettata al punto da apparire sfuggente, mentre invece è personalissima. Si è diffusa in tutto il mondo, ma tu vai a trovarla nella nella sua casa d’origine e terra d’elezione: in Francia, nella regione fredda della Loira. Prendi questo Saumur di Therry Germaine: e’ biologico, e’ biodinamico, si chiama “L’insolite”, forse perché Saumur e’ più famosa per i vini mossi. Soprattutto è uno Chenin paradigmatico: giovanilmente paglierino limpido, non troppo carico, con archetti evanescenti che ne rivelano una certa magrezza di corpo o almeno delle componenti più pastose e oleose: diremmo un fisico asciutto da modella. Ecco, a ritrarlo sarebbe proprio una di quelle persone – uomini o donne, poco importa – intelligenti, riservate, timide e perfino un po’ distanti all’apparenza, ma in realtà generose ed esplosivamente passionali. Perché sotto un aroma delicato ma incisivo di agrumi, di susine verdi, di paglia bagnata, di fiori, nascoste scorrono con violenza e forza magmatica folate terrose, profonde e complesse di polvere pirica, iodio, muschio, idrocarburo, capaci con l’areazione di soverchiare i valori, ribaltare gli equilibri di forza, facendosi preponderati e vibratili. La bocca e’ una sferzata acida, cui si sovrappone un bacio sensuale di miele, che già avevi odorato come una vaga promessa al naso: sapore, dolcezza segreta e consistenza permeante e carezzevole; ed un burro appena sotto traccia, ed un finale croccante di nocciole. S’avvia perfino un po’ tannico, inapprocciabile, ma si dispone sul palato sottile e tenacissimo, quasi un punto luminoso a mezza altezza del palato appena oltre la lingua, capace di irradiare intensamente come una cometa o una stella cadente che attraversi la notte tutta la curva celeste in largo volo aperto, in una sospensione quasi immobile, riflettendosi e duplicandosi sull’acqua nera. Sapore che è’ piccolo per dimensione e peso, ma è’ insistente, tenace, di una sensualità che è tutta forza d’animo compressa. Certo, non facile da capire, richiede tempi e convinzione: areandolo per ore e giorni prenderà confidenza, invecchiandolo per anni e lustri imparerà a lasciarsi andare e a darti con calore del tu. Non berlo troppo freddo. Fresco sui frutti di mare crudi; freschino su crostini di paté, terrine e pure su un salmone bollito, anche lievemente affumicato; potrai gustarlo anche con le carni bianche, ma te lo consiglio allora chambre’: come si dice in Francia, a temperatura ambiente. Ti sussurrò però in un orecchio: ne avessi un’altra bottiglia, me la terrei per il 2017 e magari oltre.