Colline del Genovesato rosso Granaccia IGT, Bisson, 13,5 gradi.

“Ma dove vanno i marinai

Con le loro facce stanche

Sempre in cerca di una bimba da baciar”.

Si diceva un tempo che i marinai avessero una donna in ogni porto, e forse era vero. Chissà quanti bimbi sono stati generati da qualcuno che “veniva dal mare”, come in quella vecchia struggente canzone di Lucio Dalla.

La granaccia è un’uva marinaio, il cui antico viaggio incominciò presumibilmente in Spagna – forse in Aragona – per poi diffondersi nella Francia meridionale, cominciando dal Roussillon per risalire il Rodano; e in numerose zone italiane, particolarmente sulle coste del occidentali e sulla Sardegna, testimoniando lo scambio di culture e di genti che è avvenuto nei secoli.

Ovunque la granaccia è arrivata, ha saputo adattarsi bene, generando vini interessanti e in parte mantenendo alcuni suoi specifici caratteri rotondi (la relativa delicatezza tannica, l’acidità contenuta, l’attitudine alcolica, i profumi di fragola e di liquerizia), in parte mimetizzandosi ed originando vini molto diversi: da certe espressioni concentrate rinvenibili nella penisola Iberica ed in Francia, ad altre più snelle e lievi; senza dimenticare una notevole propensione alla veste rosata.

In Liguria raggiunge le sue vette di complessità e finezza nel piccolo areale interno di Quiliano, in Ponente, ma si esprime bene anche altrove, come testimonia questo vino di Bisson, che ha base a Chiavari, in Levante.

Ritengo la Liguria sia la più aerea delle regioni italiane: così stretta tra i suoi monti ripidi e il mare, nessun’altra mi ha trasmesso ugualmente quel sentimento magico di ariosità che si prova dalle sue alture affacciandosi all’immensità acquatica, così aperta al nulla del vento e delle onde.

Quella levità ariosa, che sfugge ad altre manifestazioni della granaccia, in questo Rosso delle Colline del Genovesato si manifesta pienamente.

Lieve anche allo sguardo: rubino trasparente, ma cupo, con gocciole fitte, persistenti, veloci e lunghe. Si offre alle nari con un profumo davvero intenso, nitido, dove emerge anzitutto quella fragola tipica della varietà, chiara e definita, guarnita da schegge di liquirizia. Poi un carattere più balsamico, con veli di frutta più scura, come bacche di mora di rovo e ginepro, che ritorneranno nel retrolfatto, insieme ad alloro e corbezzolo. Assaggiandolo, è avvolgente ancorché secco, offrendo una sensazione pseudo-zuccherina, se così si può dire, grazie al contenuto glicerico, risultando ampio e di tessitura morbida.

Piace e conquista, perché il sorso è molto articolato, giovanile ma non giovane: l’acidità è giusta, il tannino poco marcato, ma la beva è ravvivata da un tratto salino assai distinto e da un gusto vivido, limpido sulla nota di fragola, con una lieve ombreggiatura medicinale ed erbacea che in modo piacevole, appena amaro, contrasta con la dolcezza glicerica, amplificando le sensazioni verso un finale equilibrato e di buona lunghezza . Gli abbinamenti naturali, che l’emozione suggerisce, sono il coniglio, la tagliata al rosmarino; ma stasera, sorprendentemente, è buono con un Asiago stravecchio.

D’altronde, quel vecchio marinaio di nome granaccia, non è arrivato fin sotto le pendici dell’Altopiano, facendosi chiamare Tai Rosso sui Colli Berici?

Portofino Bianchetta Genovese U Pastine 2013, Bisson, 12,5 gradi.

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Ho per i vini bianchi liguri un debole antico; non necessariamente per i pregiati Cinqueterre o i potenti Pigato del Ponente: anche per quelli più corrivi.
Sarà che per noi cresciuti a Milano quello ligure è il mare amico, che sta a portata di mano, che lì di norma ci accompagnano bambini i nostri genitori e che a quei profumi e quei sapori ti ci abitui. Oppure perché son le prime gite che fai crescendo, con gli amici prima e poi con gli amori, e quei vini gustati a bordo mare sono la tua idea di libertà e il tuo sogno di un domani.
Tant’è: li amo perchè asciutti e nudi, senza tante svenevolezze; li amo perchè intensi e solari, con quell’acidità guizzante che rinfresca e pulisce la bocca. Li amo – li ho amati – persino sfusi in una caraffa, per quei pregi lì.
La Bianchetta Genovese U Pastine di Bisson mi è sempre parsa il prototipo del vino ligure se vogliamo più semplice e quotidiano, ma fatto bene, con cura precisione e pulizia: un vino che si apre senza troppo pensiero e che non ti tradisce mai: per un antipasto o un primo di mare, un pesce; ma anche per preparazioni vegetariane; per l’aperitivo; per la tua sete, per la compagnia.
Bisson lo produce in purezza coltivando la bianchetta – meglio conosciuta come albarola nello spezzino – sulle alture di Trigoso, nel comune di Sestri Levante. Sono vigne che sentono, vedono il mare; se direttamente, non so, ma quella luce che si riflette nelle due baie di Sestri Levante, così intensa e vibrante in certi giorni dell’anno da apparire quasi mistica, l’immagino accarezzare i grappoli per farli biondi: “guarda il calor del sole che si fa vino”, come diceva Dante.
E quel vino l’ho nel calice non più giovanissimo, col suo color limone di media profondità, trasparente e luminoso, con le sue gocciole che scorrono sul vetro molto veloci, molto evanescenti e molto rade; con il suo aroma misurato ma solare, finissimo, delicato e puro, sfaccettato come un diamante: mi pare di trovarvi i fiori di campo, la camomilla; le erbe: borragine e tè bianco; gli agrumi: limone, cedro, pompelmo; un tocco iodato e uno di miele, un fondo di origano e di lieviti. L’assaggio: il suo corpo è medio, tendente al sottile, ma la sua acidità è molto alta, quasi frizzante, siche sospetto un po’ di carbonica sia rimasta discosta e si senta a bottiglia appena aperta. Nettamente salino, il suo gusto ha media concentrazione, ma con una progressione ed una persistenza superiori alle mie attese: sfuma con una  punta di alcol minima e perciò piacevole, persino golosa. Semplice, se vuoi, ma ben teso per quella sua bella articolazione di rimandi acido-salini, con appena una minima abboccatura quando l’hai sulla punta della lingua, che rimane però negli ambiti del secco e perciò non mi dispiace affatto. A riprova della sua acidità spiccatissima, la salivazione che provoca non solo è lunghissima: basta il solo pensiero o ricordo del sorso perché riparta. Ecco un vino amico, di quelli che vogliono solo esser bevuti, dei quali basta un sorso per essere allegri e sentirsi in riva al mare. Per me, oggi, l’abbinamento è stato del cuore e della memoria: antipasti di mare, focaccia di Recco, trofie al pesto.
(Assaggio del 30 agosto ‘16)

Portofino DOC Cimixa’ L’Antico, 2013, Bisson, 13 gradi.


I vini liguri, io credo, o si amano o si odiano, un po’ come gli abitanti di quelle terre: generosi, vitali, ma angolosi. Io li amo, perlomeno i vini: sarà che la Liguria per me è la terra delle fughe da Milano, dello sbocco precipitoso sul mare, dei dolcissimi inverni stracoccolato a svernare a Rapallo, ma per me hanno un’attrattiva particolare, che non è solo fascino, ma piuttosto una dimensione di sogno e magia.
Nei bianchi liguri in specie mi piace immaginare di sentirvi il mare: nei Pigati, nei Vermentini, nei Cinqueterre, nei più rari vini di Bianchetta Genovese. Qui stasera ho con me un vino ancora più raro da un’uva desueta e salvatasi non per miracolo, ma per l’amore infinito di qualche contadino che non ha mai smesso di coltivarla in Val Fontanabuona: nel nome il suo destino.
Cimixa’ perché gli acini dell’uva matura sono puntinati come da picchiettature delle cimici della vite: estrema vecchia saggezza contadina, che partiva dall’osservazione della natura per nomare le cose, secondo un arcaico metodo sperimentale. Uva di basse rese, ma zuccherina, in antico si usava per migliorare i mosti e trarne apprezzati e ricchi vini dolci. Questo che ho con me invece e’ secco -nella sua veste paglierina con riflessi dorati- con aromi delicati, dove certo trovi la frutta (quella con morbida polpa e nocciolo duro, gialla e matura: l’albicocca), soprattutto un che di fiori e di erbe: macchia forse, ma non quella ombrosa, che si perde fondendosi nell’oscurità’ alla materia terrestre, piuttosto quella aerea, le chiome che si perdono nell’aria, accarezzate dal vento, ondeggianti e leggere, illuminate da un riflesso lontano del mare. Ecco, il mare: mi sorprendo, perché qui, diversamente da quanto accade per altri bianchi liguri, io non lo sento; mi arriva piuttosto la luce marina, che riempie lo sguardo, e le brezze, che inondano l’anima e i polmoni. Tuttavia in bocca mi manca qualcosa: di media lunghezza, con una acidità ben proporzionata ma dissimulata sotto le sue forti membra che parlano di un corpo ed una struttura notevoli; lo trovo però contratto, metallico, di stoffa innaturalmente ruvida. Si smussa un po’ con l’aria, facendosi amico dell’ossigeno e amalgamandosi restando buono e vitale, anzi migliorando a distanza di giorni ed esprimendo infine note piacevolmente e sottilmente spezziate.
Al punto che viene da pensare che questo vitigno antico, con tutto il suo innegabile potenziale, abbia bisogno di una vinificazione antica e che la sua strada non l’abbia ancora trovata: penso alla morbidezza glicerica di certi vini bianchi macerati sulle bucce dell’uva, così carezzevoli, o alle dolcezze non dolcezze di certi vini surmaturi, o alle evoluzioni di certi passiti. Ecco allora che per far rivivere il passato bisogna inventarsi visionariamente il futuro.

Musaico Colline Del Genovesato Rosso IGT 2008, Bisson, 14 gradi.

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02/07/2013 Quando pensi al Levante ligure -dì il vero!- pensi ai vini bianchi: quella costa incantata, che da Genova scende a Portofino, per aprirsi ai golfi del Tigullio prima e di La Spezia poi, sembra fatta apposta per maritarsi col mare; e che la terra debba generare, proseguendo la magia, bianchi freschi e succosi, ad esaltare nell’unione perfetta il pesce. Ma tu, l’hai mai visto l’interno, con le valli ombrose e selvatiche, strette fra crinali di roccia? Quella terra  generava le milizie che scendevano a mare, sulle galee in tempo di lotta, sui pescherecci in tempo di pace. Lì si raccontano altre storie liguri: l’agricoltura, l’allevamento, la pastorizia, le cacce. Si dice pure di andate e ritorni: e perché sennò qui l’uva dolcetto la chiamerebbero i vecchi, in forma dialettale, Munferrà, se non a rimarcarne un’origine oltre confine, di là delle creste selvose, dei valichi impervi? E sia. Questo Musaico di Bisson: 70% dolcetto, 30% barbera: uvaggio di tradizione. 14 i gradi. 2008 l’annata. L’apro temendolo passato (ohimé l’odioso tappo siliconico) ed invece mi sorprendo. Mi lascio, anzi, felicemente sorprendere. Rubino medio il suo colore, ma già il bordo sfuma in un riflesso granato. Lo verso ed una scorrevolezza liquida, morbidamente, sorveglitamente sensuale, pervade il calice, liberando -immediato- un aroma intenso.Certo: mirtillo, lampone, mora; ma soprattutto è il rovo che emerge, le sue foglie, il suo legno, riarsi dal sole e dalla salsedine che al crepuscolo risale dal mare e si deposita sulle macchie: sui lentischi, sui ginepri, sui corbezzoli, sugli aghi dei pini e sulle loro cortecce, creando un manto notturno odoroso, il respiro lontano e potente del mare. In bocca è saporito, nervoso per l’articolazione sul palato e l’acidità che pulisce; profondo e scattante. Sopratutto e’ salino, pretendendo di continuo la beva,perché con arguzia sarcastica il palato ti solletica; ed alla beva allegro ti trascina. E’ rustico, col suo tannino terroso; eppure elegante per la sua giusta lungezza, il calibrato corpo, l’assenza totale di ogni infingimento. Propriamente ligure in questo: spiccio, quasi scontroso, eppur caldo, eppure pulsante di Mediterranea luce. Godilo con le carni e con formaggi stagionati; oppure -ascoltami- a mio rischio l’oserei perfino su certi tranci di tonno, su certe zuppette saporite di pesce; ma attento: vuol che i cibi siano  come lui, autentici e veri. In questo, spietato, non perdona.

per saperne di più: http://www.bissonvini.it/