Il Cosimino, L 1/2015, Vino Rosso Biologico, Azienda Agricola Il Mulinaccio, 13 gradi.


“Su l’etrusche tue mura, erma Volterra,

fondate nella rupe, alle tue porte

senza stridore, io vidi genti morte

della cupa città ch’era sotterra.”

(Gabriele D’Annunzio, in Elettra)

Sì, gli Etruschi erano senz’altro gaudenti: si vede bene dalle libagioni ritratte negli affreschi tombali che dovevano accompagnare i loro defunti nell’eternità; ma il loro vino, chissà com’era?

Questo il mio pensiero durante una breve, improvvisata degustazione di vini locali a Volterra, l’antica Velàthri della Dodecapoli etrusca, nata nell’VIII secolo avanti Cristo dall’unione di precedenti nuclei; città di pietra e di silenzio in un mare di colline morbide di sabbie ed argille; avvolta l’autunno in una magia indicibile e sospesa, che pare rallentare ogni gesto ed attutire ogni suono, quasi a far completamente scomparire la folla accalcata in celebrazione del tartufo locale. Sarà il riflesso del Mar Tirreno, che da lunge, remotissimo, appare come bagliore dorato affacciandosi dalla rupe a occaso e si profilano nell’atmosfera le isole dell’Arcipelago Toscano, come miraggi: visione affatturante e suggestiva al punto da lasciare smagati, 531 metri sul mare, 40 chilometri dalla costa. Oppure le ombre degli antichi abitanti, che dalle necropoli risalgono le Balze e i fianchi della rupe, si infiltrano tra le pietre delle mura e dei selciati, penetrano i palazzi e persino le chiese, portando seco la malìa.

Chissà se gli Etruschi di Volterra bevevano vino qui prodotto o se lo commerciavano da fuori, portandolo via terra dall’interno della Tuscia o dal mare, magari dal meridione, dove avevano colonie ed interessi nell’odierna Campania, in Calabria…

Chissà se qui coltivavano sangiovese, o altro: suggestivo però che secondo le analisi del DNA l’uva toscana per eccellenza sia nata probabilmente dall’incrocio di una varietà locale (forse il ciliegiolo) e il Calabrese di Montenuovo (di origini, appunto, campane o calabresi). Non è terra famosa per i vini, quella di Volterra; nemmeno per il Sangiovese; semmai, per i formaggi di pecora, gli allevamenti, i cereali, i legumi. In una certa misura, l’apparenterei a certe zone del l’areale di San Miniato: sabbie, argille, temperature calde, e qualche similitudine l’ho sentita anche nei vini.

Tra le possibili etimologie del nome Sangiovese c’è n’è una che mi ha sempre affascinato, poeticissima, che lo lega ad una serie di vocaboli e locuzioni etrusche tutte legate al concetto dell’offerta sacra: sani-sva, thana-cvil, thcms-zusleva, thzin-eis. Il Sangiovese ha colore rubino naturalmente trasparente e scarico, perciò avrebbe avuto la purezza visiva maggiormente adatta alle libagioni rituali, rispetto alla tinta carica degli altri vini.

Proprio questo mi tornò alla mente assaggiando per la prima volta il Cosimino de Il Molinaccio, semplice e senza infingimenti, vinificato in purezza, in acciaio e con tutte le stigmate del Sangiovese: infatti lo trovai molto trasparente, rubino e sfumato, con sfumature che variano dalla porpora all’arancio, e lacrime irregolari, veloci e persistenti.

Aveva un profumo intenso, caratteriale, marcato da frutta scura e spezie: l’iris, la viola, il lampone si univano all’uva sultanina, alla buccia di pesca, al pepe bianco, al chiodo di garofano, col richiamo a qualche cosa di vegetale ed agrumato, quasi foglie di tè al bergamotto; senza filtri, e pazienza se c’era qualche nota ossidativa. Con i minuti, emergevano toni ematici, iodati, balsamici (alloro, corteccia di eucalipto) che tornavano puntuali al sorso nel momento dell’assaggio.

Questo Sangiovese aveva un corpo di media pienezza, ma un tannino abbondantissimo, terroso, ruvido e un po’ rustico, comunque maturo e piacevole, che si notava soprattutto nell’allungo; come un sentimento arcaicamente ribelle e guerriero per un vino altrimenti fine e delicato, salino, con un’acidità media, ma sufficientemente ficcante da generare un’intrinseca freschezza. Il suo sviluppo sul palato era ordinato e naturale, con l’attacco morbido e nitido, allargandosi coeso tra sale e acidità e proseguendo, appunto, con la chiusura tannica energica e risoluta, per sensazioni finali di giusta persistenza e coerenti: se il tannino dominava e asciugava, veniva ben supportato da tutte le alte sensazioni: integrato ottimamente l’alcol, il vino si beveva bene anche al caldo estivo.

Il suo fascino era insieme personale e territoriale: il Sangiovese, come uno specchio, mi parlava per la prima volta delle crete di Volterra, mi portava una voce nuova, obliqua nella sua trasparenza: uno scarto di lato, una strada ostinata e contraria.

Alsace Gewurtztraminer Heimbourg 2008, Domaine Zind Humbrecht, 14 gradi.

La sera che sono diventato appassionato di vino ( se si vuole che un un momento preciso vada fissato nella memoria come un’ora fatale, o più umilmente come il limitare di una soglia) erano in tavola i Gewurtztraminer alsaziani, era in tavola Zind Humbrecht. La prima volta che andavo a una degustazione, la prima volta che bevevo bianchi francesi, la prima volta che bevevo Gewurtztraminer, la prima volta che sentivo la parola “biodinamica”; ed alla luce fioca delle lampade che illuminavano una vastissima sala seminterrata di un ristorante di Monza mi sembrava che si aprisse un mondo nuovo: quei profumi mai nemmeno immaginati, che un poco mi stordivano ed un poco accendevano la mia immaginazione; facendola bruciare, facendola volare. Vini bianchi, si’, da pasto; ma di un grado alcolico alto o altissimo; che non sapevo definire se se secchi o dolci; ma erano qualcosa li’ nel mezzo, indefinibile ed ammaliante. Gusti di purezza e potenza per me inaudita. Il loro ricordo che mi accompagnò fino a casa e poi il giorno seguente, che sembrava infinitamente lungo, per smaltire quei sette benedetti bicchieri dopo i quali mi ero arreso. Da allora -forse per una sorta di inprinting, non saprei dire- mi e’ rimasto un amore particolare per i vini alsaziani e soprattutto, tra quanti ne conosco, per quelli di Zind Humbrecht: produttore serissimo, che adotta rese di uva per ettaro estremamente contenute (un terzo o anche meno rispetto a massimi previsti dalle nostre denominazioni italiane più blasonate); attento all’impiego di pratiche naturali e se vogliamo antiche, promotore della valorizzazione delle singole parcelle di vigna, perché esprimano la loro unicita’ nel vino. Heimbourg e’ appunto un Cru : una collina del villaggio di Turkenheim ripida, calcarea, ben esposta, bellissima e difficile da lavorare, al punto che dopo la Prima Guerra Mondiale fu abbandonata e l’erba alta avvolse terrazze e filari. Poi vennero a recuperarla gli Humbrecht. Ed eccolo nel calice, lui, oro tenue: più tinta di riflessi eterei che effettivo colore. Ecco il suo profumo, intenso, caldo, che commuove perché ha la stessa dolce carezza della madre a un bambino: la rosa, il lichi, ossia i classici aromi dei vini da uva gewurtztraminer; ma qui è il loro tono a far la differenza, il loro amalgama; la maniera con la quale cantano direi: con voce piena si’, ma morbida e sussurrata, in levita’ e calore più che di forza e svettando. Ecco: la speziatura non è pungente, ma un ricordo di paesi lontani, sentita più nell’aria come olezzo di fiori e di piante portato dal vento; e la cannella,la noce moscata trasmutano in toni vegetali. Di foresta? Manno’, che dico: è nota più calda e viva, ne senti il traspirare, ne senti il fiato caldo: la pelle dell’amata, dopo aver fatto l’amore. In bocca lo senti e lo trattieni : ampio, avvolgente, setoso, ancora che parla parole di amore: non la passione della conquista, non l’eccitazione, ma il lento declinare, l’oblio dell’appagamento. È ricco di sapore, nel quale ti compiaci; conserva – a dispetto dei suoi sette anni- la freschezza di una vena acida e di roccia, che ne innerva le forme rotonde di un corpo ampio, laddove potrebbe anche stuccarti: e invece no, mai non te ne basta, ancora ne vorresti. Sta sul filo pericoloso di un equilibrio quasi non risolto: salino, certo, ti stuzzica al rimando della beva, ma al contempo dolce come un bacio; come una vendemmia tardiva, con quelle note inconfondibili dell’uva toccata dalla muffa nobile, che ricordano i vini alla maniera del Sauternes. Allora lo vuoi in tavola e lo scopri compagnia preziosa, dal sorriso ammaliante ma appena accennato, seducente e signorile, flessibile sulle vivande: dalle più rustiche alle più raffinate, dove posa il suo sguardo e’ una scintilla – vissuta con passione, vissuta con la flemma.

Chianti Colli Senesi 2005, Pacina, 13 gradi.


Per alcuni anni, prima che partissi per l’Inghilterra, andare a Pacina a prendere il vino e’ stata per me una tappa obbligata, quasi un rituale che scandiva i miei viaggi quando giungevo dalle parti dell’uscita Bettolle-Valdichiana, perché risalivo o scendevo lo Stivale, oppure perché avevo faccende da sbrigare in Umbria. Prima o dopo l’orario d’ufficio lasciavo l’autostrada, infilavo la quattro corsie per Siena, e come uscivo per Castelnuovo Berardenga il paesaggio cambiava: quello mio interiore, perché al profilarsi delle colline morbide, delle massicce zolle lavorate, mi sentivo trapassare nella calma di un ambiente quasi arcano, rarefatto, dove il tempo era un concetto relativo, a un tempo fluido e immoto, dove l’apparire di un contadino con la vanga poteva destare una sorpresa come fosse l’esalarsi di uno spirito dalla terra stessa, e restava addosso quel senso di dubbio se si trattasse di realtà o immaginazione.
Pochi i chilometri, breve l’attraversamento di borgate dai mattoni antichi, di finestre chiuse e segrete anche quando spalancate, di misteriosi silenzi, indistinguibili nel rinserrarsi di una corte o nell’aprirsi sul più solenne e vasto dei paesaggi: la sequenza immota dei colli delle Crete Senesi. Poi, ancora, un bivio e una strada bianca in leggera discesa, bordeggiata di campi e di ulivi, da percorrersi adagio: imparai negli anni a percorrerla sempre più lentamente, giù, fino al cancello della casa di Giovanna e Stefano. Casa, si badi, non azienda: perché qui l’atto agricolo e’ una scelta di vita, nella rinuncia ai veleni, nella coltura non intensiva, nella biodiversità, atto d’amore verso i propri figli e la terra. Casa, si badi, non villa, seppur della villa avrebbe le dimensioni e la maestà: perché qui nella terra si affondano le mani, nell’aria si vive l’autunno, l’estate, l’inverno, la primavera. Oggi Giovanna e Stefano sono famosi, anche grazie ad un recente film di Nossiter che li ha messi in luce con altri celebri vignaioli cosiddetti “naturali”; allora lo erano meno, ma io ricordo l’amabilità e la familiarità della loro accoglienza, che non penso sia mutata.
Questo Chianti Colli Senesi 2005 e’ la prima annata che comprai da loro, una mattina presto, col cielo grigio e freddo. Stefano mi mostro’ i campi e l’antichissima cantina ipogea, prodigo di spiegazioni a me curioso che allora cominciavo ad appassionarmi pericolosamente al vino. Lo ricordo com’era allora, questo rosso: affascinante ma difficile, angoloso ma sincero, potente ma scattante; vino decisamente non per tutti, certo lontanissimo rispetto a certi Chianti scialbi o viceversa grassamente caricaturali che con troppa facilità si trovavano allora e che con eccessiva frequenza qua e la’ spuntano ancora. Lo apro dopo un lungo riposo nel mio buio e umido sottoscala toscano, curioso della sua evoluzione. Ed ecco che ho immediato il manifestarsi di un evento meraviglioso, l’epifania di un trasfigurarsi quasi della materia grezza in altra più nobile; o piuttosto l’elevarsi ad una dimensione spirituale nuova. Perché al levar del lungo tappo, subito una vibrazione aromatica pervade l’aria, non ha bisogno di respirare per mostrare evidente un nuovo assetto aromatico; se gli lascerò del tempo sarà per assestare la sua bocca, ancora percussiva, come d’un uomo che dopo un lungo silenzio d’eremitaggio, trovate grandi cose da dire, abbia foga di rivelarle tutte in un appassionato spasimo. Attendi ancora dodici ore, coperto da una garza, distenditi, schiarisciti la voce. Solo in seguito, nel calice, rosso rubino scuro, espressivo, cupo come nube gravida di temporale, ma ancora trasparente, signorile, espressivo, appena velato perché non filtrato, impercettibilmente granato sull’unghia, formando lacrime lentissime, fitte, quasi immobili, rilascia un aroma molto intenso, pronunciato, lento anch’esso e segreto, una sinfonia inesorabile e grave di impressionante complessità. Se hai note ancora fresche di fiori e frutta nera e rossa (ciliegie,amarene, prugne, mirtilli, more di rovo) queste sono avvolte e circonfuse come di accenti arcani, come una nebbia avvolge gli oggetti la notte: e sono il ginepro, il tabacco, l’alloro, lo zenzero, il rabarbaro, l’incenso, la terra bagnata, l’asfalto, il catrame, la torba, le pelli ed i legni antichi; ma sono come trame che formano un velo spesso e prezioso, che avvolge e esalta segreti più preziosi e non detti. Non ti sottrarre, amico, amica che mi leggi, al sorso: avrai in te allora il suo corpo profondo, diritto ma ampio, nervoso in centro come lama sottile, ma rilassato ai fianchi e tuttavia in modo conciso e disciplinato; ne avrai la bocca felicemente piena ma pulita e appagata dalla sua alta acidità’, dal suo essere secco, lunghissimo, complesso, capace di affondare nella carne del tuo palato e penetrarti dentro ma con il piacere di una carezza circonfusa, con l’invito a scoprire meandri gustativi e infinite consistenze, sorretto da un tannino abbondantissimo, granitico, terroso, ma tuttavia per nulla sgradevole, anzi, piacevolmente ruvido come una pietra sbozzata o la corteccia di un albero sul quale sia bello posare la mano e lentamente lasciarla scorrere; e gli assicura anni di vita davanti. C’è qualcosa di commovente in lui che non si può dire con le parole, qualcosa di profondo e sacrale in un senso misterioso, primigenio e arcaico, che verrebbe da dire etrusco: perché il materiale si fonde con lo spirituale, in un continuo che annulla i rispettivi limiti, dove la vita e la morte non sono eventi separati, ma due facce di un eterno fluire che non conosce cesure.
Mi invita a tornare indietro sui miei passi, a ripercorrere ancora la strada che porta a Pacina, o in un qualche altrove. La sua storia, oggi, con un piccione ripieno e la mia famiglia intorno. (14 luglio 2014)

Rimelsberg Pinot Gris 2010 Alsace AOC J.Philippe & J. Francois Becker, 13,5 gradi.


Normalmente non stravedo per il Pinot Grigio: quello che si trova di solito in giro, specie se di firma italiana, e’ vittima prediletta del mio sarcasmo. Certo, però, che se è fatto bene…I Pinot Gris alsaziani, per esempio, non mi hanno mai tradito: c’è in loro una ricchezza, una bevibilita’ dissetante ed una precisione esecutiva che sono spesso entusiasmanti. Questo dei Becker e’ proprio emblematico. Cantina forse ignota in Italia, io l’ho comprato -udite udite- su una bancarella a Parigi: il produttore esponeva ad un mercatino natalizio di prodotti alsaziani di fronte alla Gare de l’Est. Eccolo qui, nel mio vetro, così tenue e cristallino, come acqua appena appena colorata da una punta di limone, sicche’ lo diresti vinello leggero, senza aroma ne’ sapore. Riguardalo bene però, vedine gli archetti fitti e irregolari che forma ruotandolo e vedrai lui furbo e insidioso come ti inganna: perché poi lo porterai al naso ed allora ti blandirà con un’intensità nitida, fruttata, di pesche e di albicocche, di buccia di melone, di cedro, di fiori di sambuco e di mimose e già un che di roccioso e di salino ad innervarlo, così invitante che non potrai resistere. Forse tanta grazia aromatica nasconde un po’ di volatile, che agisce sulle tue percezioni come filtro d’amore che bisbiglia: “bevimi”? Ti sarà preciso sul palato, corposo ed appena un po’ oleoso sulla lingua, così da non andar subito via, ma restar li’ come una malia. Un’acidità notevole lo rinfresca, ma è soprattutto la forza salina, irruente che lo spinge e trascina te, abbandonato e incolpevole, a berne e riberne, mentre lui danza allegro e feroce sul tuo palato che saliva. Ma per più blandirti, per più addomesticarti, ecco che si presenterà alle tue papille abboccato e tu naufragherai in questo mare dolce e salato. E si dilungherà sulla tua lingua in una chiacchiera maliziosa, quanto basta per volerne ancora e ancora. Sarà quel cielo d’Alsazia così fresco, luminoso e sgombro di nuvole a renderlo così ricco, ma gioioso e irresistibile. Certo, non e’ complesso, non filosofeggia, ma se avessi qui degli amici a loro ne darei con piacere; oppure, se brillare volessi vedere il sorriso di una donna. Starà benissimo, se lo vorrai provare, con piatti di consistenza cremosa, come il paté d’oca, o dove ci siano formaggi fusi, pancette affumicate. Io ne ho goduto su un cavolo con crema di bacon e camembert, su una quiche, ma se è estate o semplicemente l’ami, gustane con carni di pollo o di maiale arrostite.

Per saperne di più: http://www.vinsbecker.com

Cabernet Franc dell’Emilia IGT 2008, Camillo Donati, 13 gradi.


Ci sono tanti modi di affrontare la vita: ordinando e controllando ogni evento, o lasciando che tutto scorra, abbandonandosi alla corrente del grande fiume.
Ricordo una sera d’autunno con amici carissimi a Parma, tanti anni fa, con la nebbia che si insinuava fitta tra le vie e s’addensava alla luce gialla dei lampioni e noi che vagavamo cercando una trattoria in una sospensione quasi onirica, avendo ancora nelle nari e negli occhi l’odore e il fumo dell’incenso del convento di San Giovanni e nelle orecchie il salmodiare delle preghiere di una messa presa alle sei e trenta nella cripta. Chi oggi noi siamo e dove viviamo, nessuno allora l’avrebbe potuto dire.
E’ dolce Parma e dolce la sua campagna, i suoi campi bordati di verde a incorniciare la zolla smossa, come giardini di un ordine zen, ma più spontaneo, naturale, naïf. E’ bello andarci nel tardo autunno e nell’inverno, quando tutto dorme e tace, spoglio, ma con una tenerezza che ti stringe il cuore. C’è la piana nebbiosa con i suoi stradoni e ci sono le colline, morbide come la parlata del dialetto locale, solatie, ventilate, popolate di romantici castelli: la’, su un poggio, la magia e la leggenda di quello di Torrechiara. Poco lontano Camillo Donati coltiva le sue vigne e realizza i suoi vini. Camillo Donati non usa chimica, giusto un poco di rame e zolfo come si usava un tempo. L’erba cresce fra i suoi filari ed ospita felice la rugiada, gli insetti, gli organismi più umili e piccoli del creato. Le viti sono le vere protagoniste. In cantina tutto è ridotto al minimo: i vini vengono resi frizzanti tramite l’antichissima pratica della rifermentazione in bottiglia, perciò ognuna e’ diversa dall’altra e puo’ essere più o meno mossa, o addirittura ferma, secondo una variabilità casuale. Ogni passo e’ un rischio compiuto con l’abbandono a qualcosa di più grande: chiamalo destino, natura, Dio, o “aspettando Godot”. Apro dopo tanti anni il suo Cabernet Franc, che ho tenuto a Milano per tre roventi estati nel mio ripostiglio, facendo saltare il tappo a corona, ed il vino e’ fermo, non frizzante come mi aspettavo. C’era questo nella mente di Donati nell’imbottigliarlo – o, piuttosto, e’ il risultato di un patto non detto col creato? Inoltre, e’ fortemente ridotto, emettendo fortissimo un odore che i pudici inglesi chiamano “farmyard” e che lascio alla vostra immaginazione. Ma anch’io mi abbandono con fiducia, lo scaraffo e attendo una giornata intera. E pian piano ecco che lui scorre, respira, prende una forma; quel liquido di un rubino quasi bruno e un po’ torbido per le particelle in sospensione, si muove ora morbidamente nel mio calice come massa fluida armoniosa, senza increspature ne’ spigolosita’, con un aroma sulle prime nervoso, poi sempre più disteso, accogliente, profondo come un paterno respiro, scuro, di intensità misurata ma crescente. Mirtilli e ribes nero, freschi e in confettura; giuggiole; cannella, chiodo di garofano, noce moscata, mela rossa fresca e cotta, castagne, un tappeto di foglie gialle bagnate nel fitto di un bosco e profumo di tulipani. In bocca e’ snello, morbido, con un tannino molto fine e fresco, gusto misurato, acidità convinta, finale salino su una buona persistenza fruttata e speziata. Ma soprattutto la sensazione affascinante -amico, amica che mi leggi – e’ quella di avere nel calice qualcosa di vivo, che cambia di minuto in minuto e che di continuo interroga la tua disponibilità a ascoltarlo, a lasciarti andare, a seguirlo su un sentiero non tracciato verso una meta ignota, con incontri sorprendenti e inattesi, con ombre e luci, con spaventi e gioie. Come una sfinge ti interroga e ti pone davanti allo specchio: affondi ancora il naso nell’odoroso calice vuoto cercando un vaticinio, ma ti accorgi che ti tremano i polsi.

Per saperne di più: http://www.camillodonati.it

Barbera d’Asti La Tranquilla 2008 Carussin

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 Ti aspetto nel mio bicchiere, gloriosamente umile, o Barbera. E tu, questa volta, non mi tradisci, nel tuo color quasi purpureo, profondo, lucente e passionale; nei tuoi aromi -sulle prime di timidezza velati- bruni di prugna, aranciati di agrume, scuri di pellame stagionato; e poi ancora floreali e soprattutto erbacei. In bocca sei vibrante, di viva acidità, poco astringente, con una nota leggera amaricante. Chi ti fece usò la botte grande con discrezione, donandoti quel tocco di profondità che ti rende diversa e non banale e m’intriga e non mi stanca. Complessa, no; ti fingi però semplice ed è felice inganno. Elegante neppure,  né dall’incedere raffinatamente bilanciato; ma autentica, naturale, di spontanea sensualità, fedele compagna. Con le ore, mentolata e rinfrescante, sempre più intrigante. In enoteca, solo pochi euro.

Bianco di Toscana Pipirì 2010 Carlo Tanganelli

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 Venne a me come un regalo gentile di chi lo produce, per quell’umana simpatia che nasce istintiva tra le persone, per le amicizie stimate in comune. Venne offerto con garbo d’altri tempi da una persona d’altri tempi, quale è il sig. Tanganelli. E questo è un vino buono: perchè lo fa chi coltiva la vite, senza usar veleni; perché lo fa semplicemente, con cura e poca tecnologia; perché ti mostra che cosa possono dare Malvasia e Trebbiano, tanto bistrattati,estirpati perfino, se trattati con amore: danno un vino morbido ma diritto, con aromi delicati ma complessi e insinuanti, di fiori di campo, fieno, sambuco, e più sotto la pietra; e t’accarezza e solletica la bocca. Non si impone questo vino, ma conversa, chiacchiera, accarezza e solletica. Poco alcolico, dà piacere e non impegna. Per tutto questo è buono: non al solo palato, ma all’anima e al cuore.