Trispol 2012, Mallorca Vin de la terra, Mesquida Mora, 14 gradi.

Di solito, non è che io badi molto allo stile dell’etichetta: se proprio, mi garbano quelle più semplici e vecchio stampo, magari col podere disegnato in bianco e nero, o con qualche scritta in caratteri  grafici fuori moda. Quella del Trispol, però, ha attratto la mia attenzione: geometrica e a suo modo essenziale, ma quasi ipnotica, con la sua ripetizione infinita e regolare di un insieme di elementi di base fissi, quelli che in certi ambiti scientifici  o artistici sono detti pattern. Il risultato è quasi l’immagine di un decoro moresco, che sa di un Mediterraneo esotico e fiabesco, orientaleggiante. Si unisca la curiosità di assaggiare un rosso isolano di Maiorca, con uve coltivate secondo i principi della biodinamica e il gioco è fatto: ecco che l’acquisto. Quando poi cavo il tappo Diam (dice -amico, amica che mi leggi- che questo sughero trattato non abbia i difetti di quello tradizionale: sarà vero?) lo trovo rubino concentratissimo, con riflessi ancora purpurei. È un vino che svela consistenza anche solo alla vista: basta ruotarlo nel calice, basta vedere le gocciole che vi scendono lente e molto fitte. L’aroma che vi ritrovi rispetta le attese: assai intenso e concentrato,  con ricordi floreali ma con frutta nera in evidenza, mirtillo e bacche di ginepro nitidi, solari come tutto l’impianto olfattivo: non conosce i segreti della macchia più fitta e profonda, ma gli spazi ariosi degli arbusti bassi esposti al vento del Mediterraneo, che porta con sè il profumo del timo, dell’origano, dei pistacchi, dei corbezzoli e delle olive dai campi, i ricordi di tabacco e di sangue dalle taverne e dai mercati popolari. Sotto traccia, ma percettibili, grafite e pepe donano eleganza. Vedi? Magari da un vino isolano non te lo aspetti, ma al sorso è flessibile, femmineo, pur se ha ampie rotondità che fan leva sul piacere del senso. Il suo tannino è sì abbondante, però dolce e maturo, e l’acidità inaspettatamente alta, ma entrambi si sposano in un corpo ricco ed armonioso, in una sensazione intensa e vellutata dove spiccano i sapori dell’uva sultanina (ah, ecco i ricordi d’oriente) e di tabacco. Seppur morbido, ha un passo deciso e disteso, che si allunga notevolmente sul palato, con un buon bilanciamento tra freschezza e calore. Questo uvaggio di  cabernet, syrah e della locale  mallet (la quale in purezza origina vini poco alcolici, compagni della tavola, profumati di violetta e minerali), che affina in barrique francesi di primo e secondo passaggio e americane nuove, nella sua originalità sensuale può far pensare a una donna di Maiorca fiera, orgogliosa. Però, amico o amica che mi leggi, te lo dico proprio sotto voce: mi viene da immaginare – tanto è ben confezionato- che quella donna l’abbiano vestita di tutto punto per una serata di gala dove lei si annoi molto e che non vorrebbe altro che levarsi quei panni eleganti per arrampicarsi sugli scogli della sua isola e tuffarsi libera nel mare. Anche il vino, per sedurre davvero, vuole i suoi adorabili difetti.

Les Choix 2011, Turner Pageot, 13,5 gradi.

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Sabato pomeriggio. Prendo il treno, vado a trovare il mio amico Matteo, che da qualche mese lavora a Londra in un negozio di vini in una zona un po’ fuori mano, ma che sta crescendo. Col tradizionale bus rosso a due piani attraverso quartieri residenziali sonnacchiosi ed altri multietnici, dove i colori vivaci ed un una certa trasandatezza si stringono a braccetto. La corriera si zittisce ai semafori e si muove silenziosa alle basse velocità: per ridurre le emissioni il motore a gasolio e’ assistito da uno elettrico. Ah, l’Inghilterra: come vorrei vedere un mezzo pubblico simile nei nostri centri storici! Infine il bus costeggia una schiera regolare di graziose casette vittoriane a due piani con l’ingresso ad arco, i davanzali fioriti e un timpano triangolare vagamente neoclassico a sovrastare la facciata, secondo uno schema regolare che si ripete sempre uguale per centinaia di metri. Si vede che sono abitazioni curate da una premura borghese. Ad un certo punto la strada si allarga e si anima di attività commerciali: ristoranti e botteghe dove scorre la vita di un fine settimana londinese, con la sua sovrapposizione di storie e di culture e quel senso di rilassatezza dinamica che è la sigla di questa metropoli. Con Matteo sono abbracci ed una lunga chiacchierata, interrotta sovente dal vai e vieni dei clienti. Curiosa formula quella del Boroughwines: un negozio alla mano nell’aspetto, dove puoi comprare vini e birra sfusi ma anche bottiglie di un certo livello; molte delle quali – diciamo così per brevità- sono naturali. Matteo è persona dalle tante risorse, di vino ne capisce assai  e in merito ha gusti simili ai miei: a fine pomeriggio posso non chiedergli un consiglio per assaggiare qualcosa di interessante? Mi suggerisce questo Les Choix 2011, vino biodinamico della zona di Gabian, in Linguadoca: un bianco vinificato con macerazione sulle bucce, del genere che oggi si definisce spesso “orange wine” . C’è chi li ama e chi li odia, quei vini.  A me stanno simpatici: garantiscono in genere un sorso interessante, ma sono a volte bevute difficili, spiazzanti, dall’abbinamento ostico. Questo di Turner Pageot, da uva marsanne in purezza, lasciato dovutamente areare qualche decina di minuti,  è però conciliante: splendidamente ambrato alla vista, di tenue profondità pastello come un fondale di Boldini, mentre ne godi il bel sembiante potresti sospettare e temere fastidiose ossidazioni, o quella punta di aceto (ovvero le aldeidi, a voler essere fini) che a volte sfora la quota della rinfrescante piacevolezza; qui invece troverai aromi nitidi, che rimandano chiaramente alla varietà d’origine: l’albicocca matura, la polpa di pesca calda di sole, le pere cosce, nella loro declinazione più mediterranea e meridionale, avvolte come sono da profumi di erbe aromatiche essiccate e delicate (timo, maggiorana, borragine) e da un fondo misuratamente dolce di bacche di vaniglia. Classico dunque. Vedilo: forma un velo di archetti fitti, irregolari e molto lenti, ma che si disperdono in fretta, raccontandoti, questa volta senza inganno, un vino di corpo medio tendente al leggero, di consistenza tattile quasi cremosa; però queste sensazioni che carezzano la bocca sono ribaltate come in una giostra dal calore alcolico e da una trama tannica notevole, da vino rosso, piacevolmente rugosa, come il tocco umido della lingua d’un gatto che lecchi il dorso della mano al padrone facendo le fusa. E li’ sta tutto il contrappunto, mentre lui si apre secco in bocca, svolgendosi salino con un’acidità moderata che solletica appena e chiudendo un po’ ammandorlato e un po’ piccante, con discreta lunghezza: nell’equilibrio sottile di morbidezze e durezze, che si sfidano alla volta di un torneo che non conosce vincitori né vinti ma resta sospeso in attesa di un giudizio superiore. Il cibo: quello è il complemento terzo, il tassello mancante. Non è facile – amico, amica che mi leggi- trovare l’abbinamento perfetto, cio’ che un vecchio poeta avrebbe definito “di sferica armonia”; però ecco che questo Les Choix ti invita al gioco di sperimentare, e tu non ti sottrarre. Accosta liberamente svariati accordi di sapore, con sprezzatura mischia l’Oriente e l’Occidente, l’Antico e il Moderno: in fondo la Linguadoca è terra d’arcani, con spirito rabdomante devi forse cercare. Abbi l’accortezza – se di  me un po’ ti fidi- di non berlo troppo freddo, ma fresco appena appena, o persino a temperatura di camera, appunto come fosse rosso. A sorpresa la mia perfezione provvisoria l’ho trovata nella semplicità di una zuppa di porri e patate col pane toscano: la morbidezza del tocco dell’una combaciando con la rugosità dell’altro; un giardino curato di aromi ed una rarefazione di materia, come lo zampillio di fontane.

Faugeres AOC 2011, Clos Fantine, 14 gradi.

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Vorrei viaggiare dall’Italia oltre il confine francese, percorrere le coste e le terre rosse e frastagliate fino all’apparire dei Pirenei; oppure giungere al mare da nord, dalle fredde onde della Manica scendendo verso sud e muovendo verso est, lasciando alle spalle le luci di Parigi e la Champagne a oriente, tagliando di netto la Loira, scorrendo verso sud parallelo alla valle del Rodano. Vigneti, storie, colline. Paesi, castelli, persone. Mani, visi, sguardi e parole. Poi, in fondo, la Linguadoca, grosso modo tra Roussillon e Provenza; regione di fascino particolare, quasi chiusa in un suo mistero: una parlata sua (la “lingua d’oc”, appunto) e l’eresia catara; di fondo, una natura indomabilmente latina, ribelle; leale al potere nordico ed in principio germanico delle generazioni di re di Francia, ma sostanzialmente autonoma.  In essa Faugeres e’ denominazione di colline di scisto a forti pendenze, interne ma ancora prossime all’aria marina, site tra i 250 e i 700 metri d’altezza, con la brezza della sera che rinfresca le uve e dona purezza al vino, se lo lasci parlare.  Terre magre, coltivate almeno fin dall’antichità romana e probabilmente da prima ancora, dove tutt’oggi la vite ed il vino occupano un ruolo centrale nelle colture.  Chissà oltre gli eventi storici, le guerre e le repressioni, quale eredità resta nelle mani e negli occhi  di quella gente. Domande che si affacciano mentre si tesse con  questo rosso Faugeres di Clos Fantine il mio dialogo muto. Bottiglia comprata quasi per caso in un grande negozio di South Kensinghton, attratto dall’orgogliosa etichetta vecchio stile, dal prezzo accessibile, dal cartellino che lo identificava come biodinamico. Si’, perché  nei 28 ettari di Clos Fantine fanno tutto in famiglia Carol, Corinne e Olivier Andreu: niente chimica in vigna, semplicità estrema in cantina, senza filtrare o chiarificare e con dosaggi minimi di solforosa. Apri e versa il liquor rosso rubino, quasi profondo senza indugi lo diresti  nella sua concentrazione, se non sfumasse così rapidamente all’unghia su tonalità più pallide, un preludiare di granato ma non ancora tale; se non avesse interna una sua luce di rimando, un riflesso solare, che allontana opacità e promette purezza. Danza sciolto nel bicchiere, presente ma leggero, fluido. L’aroma e’ un canto di Carignan, Cinsault, Sirah, Grenache, un po’ roco sulle prime, ma che presto si schiarisce: il tempo di qualche gorgheggio. È un vino che ti solletica fin dal naso, questo è: insieme sole accecante e penombra, quella che io ricordo delle vecchie cantine elbane, per metà interrate, chiuse da un pesante portone; dopo la luce esterna abbagliante dentro solo buio ed odore di uva, di appassimento, di decenni di vino che invecchia. Caldo e fresco ad un tempo l’aroma di Clos Fantine, more e prugne nere da una parte e mirto e mirtillo, poi dall’altra fragole e lamponi, circonfuso dalle profondità della liquerizia, della cannella, uno spunto acetico che intriga e rinfresca ed una terrosita’ piacevolmente rustica che ritrovi tutta sul palato. Perché nella tua bocca lo troverai ruvido ma piacevole: come un bacio di passione, come un gatto riconoscente che con la lingua ti lecca le dita. Vino dal tannino notevole in quantità ed assai grintoso, che ignora smussature, gessoso persino;  quasi violento nel porgere la sua intensità, ma con naturalezza, leggerezza, senza forzare: cosi’ che il corpo indugi a dirlo pieno – ampio, piuttosto! E lungo a permanerti sul palato, un poco amarotico, con un’acidità decisa -che non si nasconde- ed un alcol che scalda piacevolmente, magari anche superiore  ai gradi dichiarati per arrotondamento. Freschezza e calore, rotondità e forza: conciliazione di opposti che ha il suo tramite nell’anidride carbonica disciolta finissima e invisibile, a pizzicare il palato e rinfrescare la beva, tenendo il vino vivido seppur rustico, come si usava in certi Chianti, Barbera e Bonarda d’antan e che fortunatamente ancor oggi talvolta si ritrova. Vale sapere di fronte al piacere che un 25% dei grappoli non si deraspa e che il rosso liquore di Bacco affina circa diciotto mesi in cemento, senza interventi? La tecnica, che vale? Qui l’anima parla, qui parla la terra. Lo sapessimo una buona volta il valore della terra! Che millenni la creano e una ruspa devasta un due giorni. Lasciamo: Clos Fantine e’ fatto per la gioia della tavola, su un’arista del Pistoiese ed un Pecorino stagionato del Monte Amiata mi ha sorriso senza farsi intimidire. 

Alsace Gewurtztraminer Heimbourg 2008, Domaine Zind Humbrecht, 14 gradi.

La sera che sono diventato appassionato di vino ( se si vuole che un un momento preciso vada fissato nella memoria come un’ora fatale, o più umilmente come il limitare di una soglia) erano in tavola i Gewurtztraminer alsaziani, era in tavola Zind Humbrecht. La prima volta che andavo a una degustazione, la prima volta che bevevo bianchi francesi, la prima volta che bevevo Gewurtztraminer, la prima volta che sentivo la parola “biodinamica”; ed alla luce fioca delle lampade che illuminavano una vastissima sala seminterrata di un ristorante di Monza mi sembrava che si aprisse un mondo nuovo: quei profumi mai nemmeno immaginati, che un poco mi stordivano ed un poco accendevano la mia immaginazione; facendola bruciare, facendola volare. Vini bianchi, si’, da pasto; ma di un grado alcolico alto o altissimo; che non sapevo definire se se secchi o dolci; ma erano qualcosa li’ nel mezzo, indefinibile ed ammaliante. Gusti di purezza e potenza per me inaudita. Il loro ricordo che mi accompagnò fino a casa e poi il giorno seguente, che sembrava infinitamente lungo, per smaltire quei sette benedetti bicchieri dopo i quali mi ero arreso. Da allora -forse per una sorta di inprinting, non saprei dire- mi e’ rimasto un amore particolare per i vini alsaziani e soprattutto, tra quanti ne conosco, per quelli di Zind Humbrecht: produttore serissimo, che adotta rese di uva per ettaro estremamente contenute (un terzo o anche meno rispetto a massimi previsti dalle nostre denominazioni italiane più blasonate); attento all’impiego di pratiche naturali e se vogliamo antiche, promotore della valorizzazione delle singole parcelle di vigna, perché esprimano la loro unicita’ nel vino. Heimbourg e’ appunto un Cru : una collina del villaggio di Turkenheim ripida, calcarea, ben esposta, bellissima e difficile da lavorare, al punto che dopo la Prima Guerra Mondiale fu abbandonata e l’erba alta avvolse terrazze e filari. Poi vennero a recuperarla gli Humbrecht. Ed eccolo nel calice, lui, oro tenue: più tinta di riflessi eterei che effettivo colore. Ecco il suo profumo, intenso, caldo, che commuove perché ha la stessa dolce carezza della madre a un bambino: la rosa, il lichi, ossia i classici aromi dei vini da uva gewurtztraminer; ma qui è il loro tono a far la differenza, il loro amalgama; la maniera con la quale cantano direi: con voce piena si’, ma morbida e sussurrata, in levita’ e calore più che di forza e svettando. Ecco: la speziatura non è pungente, ma un ricordo di paesi lontani, sentita più nell’aria come olezzo di fiori e di piante portato dal vento; e la cannella,la noce moscata trasmutano in toni vegetali. Di foresta? Manno’, che dico: è nota più calda e viva, ne senti il traspirare, ne senti il fiato caldo: la pelle dell’amata, dopo aver fatto l’amore. In bocca lo senti e lo trattieni : ampio, avvolgente, setoso, ancora che parla parole di amore: non la passione della conquista, non l’eccitazione, ma il lento declinare, l’oblio dell’appagamento. È ricco di sapore, nel quale ti compiaci; conserva – a dispetto dei suoi sette anni- la freschezza di una vena acida e di roccia, che ne innerva le forme rotonde di un corpo ampio, laddove potrebbe anche stuccarti: e invece no, mai non te ne basta, ancora ne vorresti. Sta sul filo pericoloso di un equilibrio quasi non risolto: salino, certo, ti stuzzica al rimando della beva, ma al contempo dolce come un bacio; come una vendemmia tardiva, con quelle note inconfondibili dell’uva toccata dalla muffa nobile, che ricordano i vini alla maniera del Sauternes. Allora lo vuoi in tavola e lo scopri compagnia preziosa, dal sorriso ammaliante ma appena accennato, seducente e signorile, flessibile sulle vivande: dalle più rustiche alle più raffinate, dove posa il suo sguardo e’ una scintilla – vissuta con passione, vissuta con la flemma.

Pinot Gris Reserve 2009, Zind-Humbrecht

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Dici Zind-Humbrecht, e già il nome dolce e severo ti ammalia e ti parla di un confine, di quella terra d’Alsazia a lungo contesa tra Francia e Germania; ma mai davvero dell’una o dell’altra: sempre padrona di sé stessa, della sua unicità. Dici Zind-Humbrecht e ti si para davanti una storia di viti e di vini, dal 1658: sempre nuova e vitale; la forza dei terreni compositi in misura stupefacente ( vulcanici, calcarei, gessosi, basaltici: e tal quali si riverberano nei vini), posti su colline con pendenze così estreme da rendere impensabili altre lavorazioni, se non manuali. Biodinamico: ma non una imprecisione potrai mai trovare nei suoi vini, non un aroma men che nobile; solo, un mondo a sé, che porta a vini così diversi di annata in annata da dover recare un indice a caratterizzarne il profilo, se più o meno ricco di residuo zuccherino, ferma restando la tipologia di vino da pasto e non da dessert. E la bottiglia così affusolata, e sinuosa come una Madonna lignea del ‘200 francese; e l’etichetta, col giallore che prelude al vino. Questo Pinot Gris, di indice 3: giallo tenue, ma con riflessi infiniti, che assume un colore, direi infine una tinta diversa, secondo come lo percuote la luce, quasi gotica vetrata. L’aroma è sognante, ti avvolge di una mela ignota, una varietà antica; e poi la pesca, la susina, l’albicocca, fuse e meravigliosamente intrecciate, ma che emergono con una intensità-soprattutto- di un mondo non nostro, che forse più non esiste o forse abbiamo soltanto sognato. Ed il sorso ampio e corposo, vellutato ed elegante, di appagante morbidezza, segreto, che svela  nel suo distendersi i tesori: perchè è sulla maestosa chiusa che ti giunge il dolce, l’enorme sua inattesa, spiazzante dolcezza; ma, come in un accordo musicale di poderosa orchestra, simultanea l’affianca una salinità vivida, decisa, rinfrancante. Cosi naturale nello svolgersi, così cullante nelle sue note di frutta e semplice da bersi, che lo diresti un sidro, ma creato per gli dei. No, non è questo un vino a noi presente e contemporaneo, e nemmeno gli si adatta il nome di antico. Arcaico, questo è: è il vino che potevan bere gli amanti dell’Amor Cortese, tra una ballata ed un sirventese; in un orto concluso, tra siepi e melograni; lasciando, di là del muro, guerre, miserie ed orrori.

I Masieri Garganega del Veneto IGT 2009 La Biancara di Angiolino Maule

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C’e’ una vibrazione intensa che ti coglie fin dal colore, da quel giallo intenso e profondo, che conosce quasi una doratura da polittico primitivo, che nella sua semplicita’ fintamente ingenua ti affascina. Vibra al tuo naso l’aroma di mille agrumi: cedro, bergamotto, limoni grandi e dolci e morbidi, che si fondono con le erbe, e fresche, e secche, e tagliate; pungenti, come il fieno nei campi al sole, come tuffarsi un un prato fiorito di camomilla, e perdervisi come le api a primavera. Puntuali li ritrovi al sorso, che e’ si’ leggero e delicato nei suoi 11,5 gradi (e che gioia sono, per un quotidiano piacere!), ma ha un’intensita’ stringente, una perentorieta’ acida e soprattutto salina che sono un comando e un invito, vibrante anch’esso, facile e impervio come la breve salita, poco fuori Gambellara, che conduce alla cantina di Angiolino Maule e della sua famiglia. In questo vino, semplicemente gioioso e croccante, che e’ il piu’ piccolo di questo grande vignaiolo che lo produce con metodi naturali, rivivono gesti e gusti antichi, dei vini bianchi contadini che per secoli hanno allietato le ciacole nelle osterie e i tresette, le veglie dopo la mietitura; ma la vibrazione che porta, evidente e nitida, ci parla di un’alta coscienza critica e di un’inquietudine contemporanea.

Barbera d’Asti La Tranquilla 2008 Carussin

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 Ti aspetto nel mio bicchiere, gloriosamente umile, o Barbera. E tu, questa volta, non mi tradisci, nel tuo color quasi purpureo, profondo, lucente e passionale; nei tuoi aromi -sulle prime di timidezza velati- bruni di prugna, aranciati di agrume, scuri di pellame stagionato; e poi ancora floreali e soprattutto erbacei. In bocca sei vibrante, di viva acidità, poco astringente, con una nota leggera amaricante. Chi ti fece usò la botte grande con discrezione, donandoti quel tocco di profondità che ti rende diversa e non banale e m’intriga e non mi stanca. Complessa, no; ti fingi però semplice ed è felice inganno. Elegante neppure,  né dall’incedere raffinatamente bilanciato; ma autentica, naturale, di spontanea sensualità, fedele compagna. Con le ore, mentolata e rinfrescante, sempre più intrigante. In enoteca, solo pochi euro.