È morto Beppe Bigazzi.

Un piccolissimo blog personale che racconta vini dovrebbe limitarsi a quell’argomento.

Eppure qualche parola sulla scomparsa di Beppe Bigazzi sento di doverla dire, sebbene siano solo le impressioni di uno tra i tanti telespettatori e lettori che l’hanno seguito.

Erano gli Anni Novanta quando cominciammo a vedere in tivvù questo signore dai capelli bianchi, col volto caratteristicamente ossuto e solcato da rughe, vestito da gentiluomo di campagna, tutto velluto, tweed e camicie a quadri: sembrava portare addosso i colori della terra. Quella terra che lui descriveva, mirabilmente, tramite i suoi prodotti: verdure, frutti, legumi, bestiame, ricette, tradizioni, che pescava tanto dalle memorie di viaggi di lavoro, quanto da uno scrigno di ricordi d’infanzia, di una Toscana del Valdarno contemporanea a quella valdinievolina dove i miei nonni allevarono il mio babbo, ma forse più povera.

In quel piccolo schermo che già correva volgare tra una réclame ed un talk show, bucava lo schermo con una parlata lenta, chiara, sospensiva e assertiva, di inconfondibile calata toscana.

Pacato; ma sempre pronto ad accendersi in una battuta ruvida, tagliente, burbera, per difendere le produzioni tipiche, artigianali, per attaccare gli sciocchi che mistificano le tradizioni della tavola. Divertiva, affascinava: il pubblico l’amava e lo seguiva.

Fu per la mia generazione ciò che Veronelli e Soldati furono per le precedenti: la miccia di un interesse al mondo contadino controcorrente, offerta comodamente – e ironicamente – dal mezzo di comunicazione simbolo del mondo industriale: la televisione.

Fu lui a spiegarci che c’era differenza tra l’aglio di Vessalico e quello di Voghiera, fra il lardo di Arnad e quello di Colonnata; a spronarci a cercare il cece di Cicerale, la cipolla di Giarratana, l’agnello di Zeri. Se oggi buona parte dei consumatori hanno contezza della vacca chianina e del fagiolo zolfino e se la ristorazione li considera irrinunciabili, lo dobbiamo a lui. Lui ci ha insegnato che “si mangia al singolare”: non i fagioli, ma “il” fagiolo di Sorana; non un pane generico, ma “il” pane di Altamura, non carne suina, ma “di mora romagnola”. Lui ci ha insegnato che l’industria aveva portato una corruzione agricola, che i grani e i frutti antichi avevano un altro sapore ed un’altra sostenibilità. Lui riaccese le luci su territori agricoli come il Valdarno, dove qualche anno addietro bastava parlare con i produttori locali per capire quanto gli fossero riconoscenti per essersi tanto speso.

Lo fece prima della diffusione dei Mercati della Terra, quando Slow Food era in fasce. Lo fece senza connotazione politica, piuttosto con spirito anarcoide e la vocazione a bastian contrario.

Difatti si trovò in Rai a fronteggiare le lamentele degli sponsor dei suoi programmi, esponenti di spicco di quell’industria alimentare che così spesso sbertucciava.

Difatti ricordo alcune righe di apprezzamento sincero sul suo conto lasciate dall’anziano Veronelli, quello delle contestazioni non violente, dei centri sociali, di Critical Wine.

Bigazzi, figlio di contadini che, come amava ricordare, l’avevano fatto studiare col loro sacrificio, aveva avuto una carriera lunga e fruttuosa nel pubblico, come funzionario di organi di Stato, prima, poi come dirigente di aziende ai massimi livelli. Dalla Banca d’Italia all’Eni, senza privarsi di interessi e collaborazioni di alto profilo culturale, tra il giornalismo e l’editoria, principalmente orientate agli studi economici.

Ricordava come ad ogni nuovo incarico avesse insistito per firmare dimissioni con la data in bianco, chiedendo in cambio libertà di azione. Aveva incarnato così la figura di un funzionario servitore dello Stato con grandi competenze, ma scarso interesse personale; rarissima in Italia, purtroppo, quasi invenzione letteraria.

Eppure, pensionato, dall’industria era tornato alla terra, raccontandola, quasi seguendo un richiamo affettivo: difatti nei suoi discorsi sulle varie materie prime alimentari, affioravano sovente ricordi familiari e d’infanzia, che rivivevano sotto lenti di autentica e sincera commozione.

Il pubblico lo percepiva, come percepiva l’autenticità sostanziale delle sue sparate contro l’industria alimentare, contro l’ignoranza dei consumatori, contro le cattive abitudini a tavola figlie del “logorio della vita moderna”, in ultima analisi contro una malintesa modernità: Bigazzi la sua vita professionale l’aveva già conclusa con successo, nulla aveva da chiedere o da dimostrare, perciò le sue parole profumavano sempre di bucato.

È stato una figura controcorrente -un “maledetto toscano”, se si vuole – ma insieme paradigmatica, perché è rivissuta in lui la parabola intera dell’Italia contemporanea, come già profetizzata proprio da Veronelli: partito dalla terra, da un mondo contadino e per tanti versi arcaico, emancipato ed introdotto dallo studio nella società moderna, economico-industriale, ripiegò a un certo punto verso la terra stessa, come se essa recasse le verità ultime e il resto fosse inganno, riscoprendo nella tradizione una saggezza da preservare e coltivare.

Ha voluto che le sue ceneri siano disperse nel territorio di Terranuova Bracciolini, il paese che lo vide nascere: atto supremo ed ultimo di amore per la terra, definitiva ricongiunzione.