Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Il mio Benvenuto Brunello 2018, ossia l’elogio della lentezza.

Il mio quint’anno a Benvenuto Brunello; e ci son voluti quasi 5 mesi per metterlo nero su bianco: il tempo di una lentezza per decantare idee, sensazioni, emozioni vecchie e nuove, profonde e molto intime; un sentimento rarefatto che ha pervaso anche quelle mie giornate montalcinesi: non solo, ormai, dedicate  all’assaggio di vini -sia detto- buonissimi, ma  al godere calmo e adagio delle relazioni umane dei silenzi notturni, dell’aria pura, delle passeggiate mattutine odorando i profumi della campagna e rifacendomi lo sguardo su quel paesaggio benedetto dal Signore. Beata solitudo, sola beatitudo. Tuttavia mi rimase l’esigenza quest’anno di tornare di lì ad una dozzina di giorni, per vivere Montalcino e respirarla, approfondendone territori e  aziende che avevo da tempo nel cuore,  vedendo visi e stringendo mani, passeggiando le vigne e gli uliveti. Vino, olio e pane: elementi sacri della vita e, guarda caso, del cristianesimo, che qui trovano consacrazione eccelsa (ho in mente ancora il profumo intensissimo e quasi floreale dell’olio giovane di Fattoi, sul pane fresco e soffice del forno Lambardi). Perciò ritorno a Montalcino fu soprattutto un’occasione privatissima, voluta e cercata, di condivisione; e una messa mattutina a Sant’Antimo, seppure orfana dei canti gregoriani che un tempo ne risuonavano le arcate, assunse un carattere di profondità particolare. Gioia e dolore, sole e nuvole, colle e piano: l’armonia della vita è una ricomposizione di dualismi.

Quindi, se la mia presenza a Benvenuto Brunello 2018 si è ridotta, in realtà, a una giornata di assaggi ai Chiostri del Museo Civico e Diocesano, in realtà si è estesa idealmente per una ventina di giorni; e si riverbera nella memoria ad ogni sorso del Sangiovese di quelle zone fino al prossimo anno.

Finalmente, ora che inizio a scrivere guardando l’immensità marina del Tirreno, ho la serenità per chiudere gli occhi e ricordare.

“ È sera, ma sembra già quasi notte per il buio di quest’inverno che sembra quasi non finire mai. Giungo a Montalcino per il mio quinto Benvenuto Brunello. La città giace sotto il cielo nero, nel quale nubi gravi si intuiscono minacciose; eppure essa è sospesa, magicamente silenziosa e deserta, malgrado simultaneamente si tenga la cena di gala della manifestazione; specie lassù dove ho preso stanza, intorno al solitario Duomo ottocentesco, col suo protiro di colonne di ordine tuscanico, possenti e slanciate, che ripara i colombi; dove i pochi lecci maestosi fan da sipario ai tetti di cotto delle case, digradanti a cascata verso la Val d’Orcia. Là in alto, isolato, mi beo dove il vento gioca sul crinale del colle.

Il quint’anno: quando andavo alle scuole elementari, quello preludeva all’esamino che doveva introdurci alle classi delle medie: chiudeva un ciclo, ci insegnava a dire la signora maestra.
Similmente alle superiori: cinque anni in totale, col bienno del ginnasio seguito dal liceo propriamente detto, il glorioso classico; poi c’era la maturità. Me ne accorgo forse all’ultimo, ma per tanti motivi  il mio Benvenuto Brunello 2018, rientra in questa regola.
Ripenso – mentre percorro nel freddo della sera, verso l’Albergo il Giglio,  le rughe familiari-  al mio stato dello scorso anno e lo paragono all’attuale: quanto cammino e quanta salita!

Ho studiato a lungo quest’anno, ho letto e ascoltato su Montalcino e sul sangiovese, tanto ho assaggiato:  oggi posseggo  miglior cognizione delle terre, dei versanti, dei microclimi; e dell’uva conosco meglio le bizze e il capriccio e l’espressione, secondo la mano di chi lo coltivi e lo vinifichi, e secondo il territorio; perché, a Montalcino il Sangiovese venga diverso rispetto alle terre del Morellino, ed ancora  differente nel Chianti, alla Rufina, in Romagna e, naturalmente, a  Montepulciano dirimpettaia. C’è insomma in me una maturità nuova nel mio modo di rapportarmi alla manifestazione, ed una mia, nuova, personale disposizione di spirito.
Anche la formula di Benvenuto Brunello è cambiata, aprendosi al pubblico appassionato, ferme restando le necessarie sale separate per la critica:  così si promuovono il territorio e il vino, sottolineando come siano intrinsecamente legati.

Parla da sé quel territorio; però, perché lo capisca e fino in fondo l’apprezzi, il pubblico bisogna portarlo fin qui: basta affacciarsi da uno dei numerosi balconi panoramici della città, dal lato della chiesa della Madonna del Soccorso, ad esempio, oppure dagli spalti della Fortezza, per restare senza fiato. Risalga il colle e i suoi tortuosi tornanti, il viaggiatore, traversi i boschi, veda e tocchi con mano le vigne, respiri l’aria delle nuvole che corrono sopra la torre del comune;  scenda nei fondi, scorra i menù, scega una fiorentina di chianina perfettamente frollata che abbondi l’etto, o una terrina di fagiano, o una selezione di caci locali, assaggi un Brunello di almeno una quindicina d’anni; solo allora potrà intimamente capire.

Come s’è fatto il mio amico Stefano ed io, al Giglio. Due bottiglie di Brunello in due. Prima il 2003 di Fuligni, poi il 2003 di Conti Costanti: ampio, avvolgente e maestoso il primo, composto splendente e solenne il secondo; entrambi finissimi, elegantissimi, superbi, caratterizzati da un frutto sì molto maturo, ma anche da una freschezza ed un’equilibrio sorprendente, sin nelle più minute trame della tessitura: ecco la tenuta del Sangiovese di Montalcino, anche in un’annata caldissima (tanti scommisero che l’annata 2003 avrebbe dato dato vini stanchi, cotti, non longevi).

E tuttavia, per stupire l’ipotetico viaggiatore che passasse di qui nei giorni di Benvenuto Brunello,  basterebbe la qualità espressa dal buffet della manifestazione, allietato dai prodotti locali e da tradizionalissime preparazioni, acconciato vieppiù da una dozzina di oli e grappe montalcinesi,  (ecco, magari un po’ più di riflettori li avrebbero meritati i mieli, per i qual Montalcino va famosa).
Peraltro, malgrado la notevole affluenza di visitatori, ci sono  aria e spazio per tutti, anche ai banchi d’assaggio: ottima organizzazione.

Poi  c’è la passeggiata sentimentale e suggestiva che snoda attraverso il meraviglioso museo cittadino, con la scenografica  disposizione di statue lignee, terrecotte robbiane, tele e pale d’altare, Madonne, santi, angeli, Cristi, a formare un’unica danza spiraliforme di pose e colori, come se le opere d’arte prendessero vita, gesto, favella. Solo dopo un colloquio muto con esse si può  iniziare a discorrere col vino e sul vino.

 E sul  Brunello e sul Rosso di Montalcino, ce ne sarebbero discorsi: “territorialità” e “maturità” i termini che ricorrono nella mia mente, intrinsecamente legati: maturità dei vigneti, che più in profondità affondano le radici nella terra; maturità dei produttori.  Ecco, pur col caveat di assaggiare in piedi ai banchetti, in chiacchiera rilassata come mai prima, mi formo a poco a poco  l’idea che  una larga parte dei produttori abbia raggiunta la consapevolezza stilistica, perché nel calice parlano soprattutto territorio e sangiovese, tra trasparenze visive e profondità aromatiche e strutturali. Persino certi produttori che per semplificare chiamerò “modernisti” e “internazionali” , mostrano nelle ultimissime annate un benvenuto ripensamento di rotta verso una tipicità più autentica, evidente – per motivi anagrafici e fors’anche per una più misurata ambizione- soprattutto nel più giovane Rosso, 2015 o 2016 che sia.

Quest’anno si presentano annate favorevolissime: il 2013 ha propiziato Brunello di compostezza e proporzione classica, spesso da attendere perché si raggiunga il picco di equilibrio e complessità,  come è giusto per la tipologia; i Rosso 2015 (in uscita ritardata) sono vini di forza, polpa, spalle larghe: giustificano ambizioni da piccoli Brunello; i Rosso 2016, sono golosissimi: potenti anch’essi, snob più eleganti, profumati, freschi e beverini; i Brunello di Montalcino Riserva 2012, spesso, giustificano appieno la denominazione: perché l’annata calda, ma relativamente equilibrata, ha generato nei casi migliori vini ricchi, di  carattere deciso, avvolgenti e signorili.

Procedendo con gli assaggi penso che l’equilibrio dell’annata 2013 -insieme magari all’accresciuta consapevolezza produttiva- abbia in qualche modo ridotto la diversità tra i Brunello di un produttore o dell’altro: piuttosto si può discriminare i vini raggruppandoli  per area di provenienza: quelli del nord della denominazione, ad esempio (con molte ottime riuscite),  rispetto a quelli del quadrante sud, o quelli di Tavernelle e de “La villa”. Perciò gli assaggi richiedono un ascolto assai attento, giacché il gioco è tutto nel cogliere le sfumature; gioco difficile, se svolto in piedi tra i banchetti. Mi scuserai pertanto, amica o amico che mi leggi, se sarò qui e là un po’ generico nelle mie descrizioni.

Vorrei cominciare a raccontarti i miei assaggi (l’ordine dei quali segue pedissequamente quello proposto dal quadernuccio di appunti offerto dal Consorzio) proprio da un vino che trae la sua bellezza dalle sfumature: il Brunello di Montalcino 2013 di Fuligni, sicuramente tra i miei preferiti. Un vino di gran classe, ispirato: netto il profumo tra fiori, ciliegie e richiami boschivi; pieno al sorso, caldo, ampio, potente, ma soprattutto setoso, soffice addirittura, dai tannini finissimi, con una lunghezza gustosa e intensa. L’azienda, che come molte altre realtà storiche si trova poco fuori le mura di Montalcino, in questo caso sul lato orientale, ha prodotto 23.000 bottiglie di questo vino: anno dopo anno, per la mia esperienza, una rara costanza nell’eccellenza.

Un filo rosso unisce i tutti i vini presentati oggi da Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto; qualcosa che definirei “stile aziendale”, propiziato forse dal possesso di appezzamenti in zone diametralmente opposte della denominazione: l’uno nel più fresco quadrante di nord-est, l’altro nel più caldo sud-ovest, dai quali consegue una possibilità piuttosto ampia di bilanciare i vini con tagli opportuni, secondo l’annata.
Sia il Rosso di Montalcino 2016 che il Brunello di Montalcino 2013 si porgono con precisione, sulla frutta e su una struttura importante, quasi nervosa in questa fase. Nelle mie note segno “scheletro”, ad significare un’ossatura tannico-acida forte e in evidenza. In realtà rimango quasi sorpreso, perché in precedenza i vini di questa firma mi erano sembrati più risolti, più riposati e in equilibrio, al debutto;  magari è solo una mia sensazione o, semplicemente, debbono affidarsi ancora un po’ in bottiglia.
Viene presentato anche il Brunello di Montalcino Riserva 2012, dove rintraccio il filo rosso aziendale. Mi piace perché più fresco di altri di pari tipologia, anche se mi sembra di sentirvi qualche nota un po’ amara sul finale.

Si vola alto, coi vini de Il Marroneto.
Il Rosso di Montalcino 2015 ha un colore che tende all’aranciato e il suo profumo, se non particolarmente intenso, è tuttavia raffinato; al pari del sorso, che potenza ne ha, eccome, con un tannino superiore alla media ed un’alta acidità.
Il Brunello di Montalcino 2013 è bellissimo; ha una grande personalità: nel suo profumo, erbe e spezie fini, mineralità, note sottilmente evolute ed eleganti, quali arancia e corbezzolo, senza rinunciare alla fragranza; gode al sorso del sostegno di una decisa acidità.
La selezione, il celebre Brunello di Montalcino “Madonna delle Grazie”, anche  nell’annata 2013 è all’altezza della sua fama: esemplare per raffinata concentrazione, aromi terziari, sensazione tattile, in bocca, nobilmente soffice. Fosse un quadro, sarebbe un primitivo su fondo oro, richiamare così una vecchia e celebre descrizione che il Principe Boncompagni Ludovisi inviò a Tancredi Biondi Santi a proposito di un Brunello Riserva di quest’ultimo.

La mia affinità verso i vini de Il Paradiso di Manfredi è stata nel tempo altalenante, perché li ho trovati spesso scontrosi (mentre  la famiglia Guerrini, a cominciare dal Signor Florio, sono persone deliziose, garbate e gentili); quest’anno, però, mi conquistano: mi avvisa il produttore che andranno in commercio qualche anno dopo la presentazione, secondo la filosofia della firma, ma  io li trovo già buonissimi . Il Rosso di Montalcino 2016 è succosissimo: tutto fiori, fragole, ciliegie; pieno ed estremamente fresco; con un gran tannino, un’acidità verticale ed un’anima minerale che lo rende elegantissimo.
Il Brunello di Montalcino 2013, che andrà in commercio tra due anni, mi sorprende: pieno, concentrato, fresco, futuribile per la sua forza pervasiva, già oggi si distende in una notevole eleganza; con un gran carattere, così marcato dal sale sulla bocca, che ne contrappunta il gusto; infine la speziatura, il tannino importante. A mio vedere, il miglior Brunello de Il Paradiso di Manfredi che ho assaggiato in questi 5 anni di Benvenuto Brunello.

Coi vini di Fattoria il Pino, invece, la mia immedesimazione  è stata immediata ai primi assaggi di qualche anno addietro ed è anzi cresciuta anno dopo anno. Credo questa sia oggi tra le più belle realtà artigiane di Montalcino ed i vini presentati ne mostrano continuità qualitativa. Rossi passionali, dalla timbrica scura, dall’espressività  profonda e calda;  figli del nord del comune, mantengono però un profilo slanciato .
Il Rosso di Montalcino 2015 è
squillante: profumi centratissimi di ciliegia e amarena, circonfusi di spezie; con corpo medio, tannino finissimo, acidità a sufficienza, sul palato è setoso, addirittura soffice.
Il Brunello di Montalcino 2013 possiede, oltre alle caratteristiche timbriche ed espressive tipiche della firma, un equilibrio declinato in finezza, nitore, misura, rotondità, ed una personalità quasi viscerale.

L’assaggio dei vini de La Fiorita è sintomatico di un certo cambiamento in atto in azienda e in tutto il comprensorio,  che io reputo benvenuto. I vini, coprendo lo spazio di 5 annate, lo testimoniano bene: inizialmente paradigmatici di un certo stile internazionale, modernista e interventista, disegnati per svolgere una certa tesi, piuttosto che per esprimere in trasparenza il territorio, evolvono verso uno stile più sciolto, misurato, puro.
Difatti il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è molto marcato dai toni del legno di invecchiamento e da una certa ricerca di concentrazione.
Il Brunello di Montalcino 2013 sembra già ispirato da un cambiamento di rotta: permangono i toni boisè, ma è ben evidente la bellezza della materia di base, che riesce quasi a sovrastarli.
Il Rosso di Montalcino 2016, invece, ha già tutto un altro passo: caratterizzato da un certo elegante profumo agrumato, è più caldo di altri Rosso dell’annata, ma più liberamente espressivo dei precedenti: sapido, rotondo, fitto più che sussurrato, ma spaziato, riesce un vino equilibrato e piacevole. Bene: spero che si continui su questa linea.

Le Chiuse si è distinta negli anni per il rispetto di una certa ortodossia tradizionale: rossi severi, talvolta severissimi quelli della firma, che ha – com’è noto – vigne che erano utilizzate da Biondi Santi nel taglio per le Riserve: ogni anno un bel bere, accettandone la maestosa introversione.
Il Rosso di Montalcino 2016, in realtà, balza subito incontro con profumi aperti, netti di ciliegia e floreali; e poi conquista con una succosità che mimetizza appena una struttura ed una potenza notevoli: sorprendente e davvero buono.
D’altra parte il Brunello di Montalcino 2013, benché abbia anch’esso similmente note di frutta, principalmente è composto, rigoroso, austero, verticale, di saldissima struttura. Molto completo nelle sensazioni olfattive e gustative, dispiega un carattere da Sangiovese senza compromessi. Buonissimo.

C’è sempre la fila davanti al banchetto de Le Ragnaie; a ragione: secondo me, qui si trovano alcuni tra gli assaggi più personali e identitari della manifestazione, che individuano perfettamente la peculiarità delle annate e del genius loci, articolato su corpi vitati molto alti e freschi, ed altri più bassi e caldi, di età assai differenti. Si spazia dalla zona elevata del Passo del Lume Spento, a quella intermedia e boschiva di Petroso, fino a quella meridionale di Castelnuovo dell’Abate. Ne risultano vini diversissimi, tutti però di gran classe, eleganza, rifinitura.
Il Rosso di Montalcino 2015 – uscita ritardata- ha un gran profumo: sfaccettato, speziato; mentre al sorso si giova di un bellissimo e vivido  contrasto acido-tannico.
Il Brunello di Montalcino 2013 è simile, ma ha dalla sua una maggior concentrazione, che vieppiù risalta la speziatura aromatica e gustativa, la finezza tannica, l’acidità  notevolissima.
Il Brunello di Montalcino “Vecchie Vigne” 2013 non deflette dai capisaldi di eleganza espressi dagli altri vini, ma ha un frutto assai più scuro, un tannino di diversa e maggiore imponenza, un fiato più più profondo, a costo di essere, ancora un po’ contratto e di richiedere presumibilmente  tempo per dispiegare davvero le ali.
Gioca, per così dire, un altro campionato:  lo stesso del Brunello di Montalcino “Fornace” 2013, che ha un frutto ancora più scuro, se possibile quasi nero, e si impone anch’esso per presenza tannica.

Per limiti di tempo e di resistenza dei miei organi sensoriali, assaggio di Mastrojanni soltanto il Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2013. Sarà stata appunto la mia stanchezza, ma lo trovo al di sotto delle mie aspettative: il suo frutto scuro, il suo tannino importante e in evidenza, mi sembrano frenati da una confezione enologica assai pensata. Vista anche la sua fama, meriterebbe un riassaggio a palato riposato, ma purtroppo non ne ho modo.

Assaggio per la prima volta –  con grande curiosità- i vini di Padelletti, un produttore storico, perché tra quella manciata di nomi che incominciarono a produrre ed imbottigliare Brunello tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento. La firma negli anni si è mantenuta ipertradizionale, al punto che è l’unica (per quel che so) ad avere ancora la cantina di vinificazione all’interno delle mura del borgo in un edificio storico, con tutte le difficoltà produttive immaginabili. C’è fermento, però, perché si sta predisponendo una nuova cantina e si nota un certo nuovo corso anche nella comunicazione. Bisognerà tenerla d’occhio, quest’azienda.
Intanto, il Rosso di Montalcino 2015  presentato quest’anno (un’uscita ritardata), è classicissimo, trasparente alla vista, molto profumato, tra fiori, frutta e vernice. Un po’ scomposto ancora all’assaggio, scisso tra  un tannino ed un’acidità piacevolmente decisi, che si ricompongono in un finale lungo e di bell’equilibrio. Piacevole, a mio gusto.
Il Brunello di Montalcino 2013 del mio assaggio, invece, si offre ancora poco decifrabile: non nitidissimo, un po’ chiuso, marca il ricordo per una mineralità spiccata, per forza salina e per una certa decisione acido-tannica.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 si pone con un profilo d’antan, non per tutti forse, ma assai affascinante: etereo, con profumi classici di frutta rossa e spezie, insieme e paralleli a quelli più evoluti di solvente, di pellami, di bosco, di castagne; con un sorso molto asciutto e sorretto da un tannino potente.

Pietroso produce vini ch’io trovo sempre affascinanti ed affidabili, nel senso che colgono in qualunque annata il segno di uno stile tipico, tradizionale, accurato, con un’identificazione netta del loro territorio di provenienza, consistente in alcune parcelle alte subito ad ovest del borgo, contornate di boschi.
Sarà anche suggestione, ma quei sentori boschivi a me pare di ritrovarli nei loro vini, come nel Rosso di Montalcino 2016, che dispiega un profumo di media intensità dove la frutta rossa di sposa a sentori nettamente balsamici, di sempreverdi, e di terra umida. Un vino fresco, succoso, contrastato, con un bel tannino ed un’acidità notevole. Qualche sbuffo d’alcol sul finale disegna forse una piccola ruga nella sua bella armonia.
Il Brunello di Montalcino 2013 è molto elegante, con profumi profondi, ancora centrati su frutta rossa e bosco, ma vi si sovrappongono note di solvente e minerali, come di pietra focaia. La mineralità ritorna al sorso sotto forma di sale, che è assai presente e contribuisce a renderlo un vino fresco ed equilibratissimo nelle sue componenti, più morbide e più dure.

Ritorno ad assaggiare i vini di un mio vecchio amore: Poggio di Sotto. Sono cambiate tante cose in questa azienda, ma si continuano a produrre vini eccellenti. Ecco, manca loro quella antica magia, direi; la vita però va avanti,  bisogna farsene una ragione.
Apprezzo perciò il Rosso di Montalcino 2015, un’uscita ritardata: un vino eccezionale, della statura di un Brunello, com’è tradizione per questa firma: complessità e struttura ottime, e possiede quella caratteristica tattile impalpabile che io trovo tipica di tanti vini di Castelnuovo dell’Abate.
Il Brunello di Montalcino 2013 è molto bello fin dal colore, con un profilo aromatico elegante, assai agrumato, speziato e ricco di umori della terra. Al sorso l’acidità è vivida ed il tannino eccezionale per quantità e qualità.

Salvioni: anno dopo anno, sempre eccellenza. Il Brunello di Montalcino 2013: sulle prime il suo profumo mi pare un po’ ritroso, ma è come se ribollisse sottile sotto la superficie, toccando tutti i registri, compreso quello ematico e speziato, da norcineria. Il vino al sorso è classico: proporzionato, strutturato, composto, con un’acidità notevolissima.

San Giacomo non è magari tra le firme più note, ma la seguo da qualche anno e credo che abbia raggiunto una certa maturità interpretativa, con una bella progressione: i vini presentati quest’anno parlano da soli. È un nome, credo, da segnarsi per gli anni a venire.
Il Rosso di Montalcino 2015 (un’uscita ritardata, a dimostrare che ci sono certe ambizioni, qui) ha un profumo puro, con una bella ciliegiona in evidenza, e spezie: a gran voce canta: “Sangiovese”! Al sorso è polposo più che teso, ma ha nerbo a sufficienza ed un finale piacevole dove scorgo note di terra e e cenni di ruta.
Il Brunello di Montlacino 2013 mi pare un bel vino elegante che al naso  già prelude alla sapidità del sorso, con fiori, frutti e sentori ematici. Al palato è gustoso, originale rispondente ai profumi: mi ricorda il mallegato con l’uvetta. Non è equilibratissimo, però: credo che sia in cerca di una definizione che verrà col tempo e mi sento di scommettere su di lui.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è anch’esso molto buono: profumi puliti di frutta e di vernice, un sorso setoso, pieno, sentito, capace di un intimo melodiare malgrado forza e corpo.

L’assaggio dei vini di Sanlorenzo, ossia del mio caro amico Luciano Ciolfi, è sempre un bell’esercizio, perché; sono quelli che conosco meglio, avendoli incontrati relativamente spesso ed in tempi diversi, dalla botte alla bottiglia al…bicchiere; anche dopo diversi anni dall’uscita in commercio. Ho imparato qualche cosa del loro percorso nel tempo e di come abbiano fotografato l’annata.
Il suo Rosso di Montalcino 2015 è un miracolo di equilibrio: ha un profumo intenso, accattivante, caloroso, con frutta rossa e fiori in evidenza; ma già baluginano, discretamente, i terziari figli dell’evoluzione. Guarda, amica o amico che mi leggi, il grado alcolico in etichetta: 15,5 gradi; il sorso però è fresco e con un’acidità vivida e ben integrata. È un vino di sferica proporzione; chissà che cosa sarà il Brunello di quell’annata!
Il Brunello di Montalcino 2013 di Luciano è un vino essenzialmente verticale: un po’ chiuso forse in questa fase, è  raffinato, con profumi di fiori che si alternano all’eleganza dell’arancia, del melograno, del corbezzolo. La medesima classe si trova al sorso: amalgamato, setoso, col tannino potente ed un’acidità importante, ben mascherata nella fittezza del suo corpo.

Santa Giulia è un’azienda che non conoscevo, situata a  Torrenieri, all’estremo nord-ovest della denominazione. Nella zona i terreni sono, per quel che ne so, tendenzialmente argillosi, tuttavia alcuni vini ultimamente stanno riuscendo interessanti.
Il Rosso di Montalcino 2016 è molto profumato (anche se – ma posso sbagliarmi- sento forse un po’ di tannino enologico in evidenza), sorprendentemente maturo all’olfatto, con tanta frutta rossa e cenni di fieno. Il sorso è largo e morbido, con un’acidità discreta.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi pare abbia un profumo con striature verdi, di erbe officinali, ed al sorso lo direi pieno, tannico, tendenzialmente morbido, ma con un’acidità più che buona.
Mi sembrano vini riusciti, forse più da bersi nell’immediato che per una lunga vita di virtuosa evoluzione.

Non conoscevo nemmeno Sassodisole, anch’essa è di Torrenieri. Mi pare che lo stile della casa si orienti sulla rotondità o, magari, è caratteristica dei loro vigneti.
Il Rosso di Montalcino 2016 profuma con intensità armoniosa, di incenso e spezie. Al sorso è cremoso, con un alcool un po’ aggressivo ed un’acidità di intensità media, che me ne suggerisce un consumo piuttosto immediato.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi pare più riuscito, perché  arioso e più contrastato, coniugando la morbidezza con un’acidità notevole.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 ha un profumo più maturo, evoluto e sfaccettato, su note di solvente, di arancia e di menta; al sorso, non rinuncia ad una certa rotondità.

Si cambia scenario con i vini di Sesti, perché da Torrenieri, superando idealmente a volo d’aquila il colle cittadino e le sue torri, ci si spinge quasi all’estremo opposto della denominazione, verso  zone più classiche, un’area mediana tra quelle più calde, meridionali, e quelle più fresche a settentrione della città.
Il Rosso di Montalcino 2016 porge subito una notevole apertura di profumi, che arriva già a toccare  tutti i registri, compresi i terziari, indugiando sulle spezie. In bocca sembra più giovanile che al naso: è intenso, croccante, con un bel contrasto tannico-acido.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi sembra un conseguimento raro: un vino splendente, dai profumi finissimi e completissimi, intensissimo al sorso, radioso, in un contrasto caldo-fresco estremamente appagante. Richiama certi esempi borgognoni per finezza, ma declinati secondo le forme della struttura forte del Sangiovese. Inoltre, benché si offra già oggi piacevolissimo alla beva, credo che abbia ottime prospettive di invecchiamento.
Il Brunello di Montalcino Riserva “ Phenomena ” 2012, invece, mi delude un poco: sarà il mio palato, ma in questa fase lo trovo assai frenato dal legno di affinamento, però ha tantissima materia e molto probabilmente sarà in grado di riassorbirlo in un disegno coerente.

Con i vini di Tenuta Le Potazzine siamo nel solco dei vini classici, che preferiscono il sussurro, l’agilità e la sveltezza alla pura forza, che tuttavia non manca. Vini donatelliani, se pensiamo al tipo di energia espressa dal David bronzeo del Maestro fiorentino.
Il Rosso di Montalcino 2016 è fresco, con profumi di arancia, lampone, spezie fini, toni ematici e minerali. Al palato è succoso, saldo di struttura, ma delicato nelle sue movenze, come danzante.
Il Brunello di Montalcino 2013 è semplicemente buonissimo. I suoi profumi ariosi, molto intensi, con fiori, frutta, spezie in evidenza, trascolorano l’uno nell’altro con naturalezza estrema. Pur strutturato, al sorso è comunicativo, invitante. La riprova concentrandosi sul calice vuoto: quel che rimane è un profumo pulitissimo, floreale, l’ultimo bacio di questo vino seducente.

Terre Nere di Campigli Vallone è un’azienda che meriterebbe più rinomanza: rientra nel gruppo di quelle locate a Castelnuovo dell’Abate, giovandosi della particolare tessitura che, a mio avviso, la zona regala ai vini; inoltre, la coscienza produttiva è notevole: si lascia parlare il territorio, originando vini precisi ed equilibrati.
Il Rosso di Montalcino 2016 è complessissimo: tocca tutti i registri, ma in primo piano pone l’evocazione degli spazi aperti di un campo d’estate, ed i fiori macerati. Al sorso, è salato, fresco, lungo, con un tannino rotondo.
Il Brunello di Montalcino 2013 è in qualche misura simile: fresco e complesso, è più strutturato e, pur con la frutta rossa in evidenza, si declina su sfumature maggiormente minerali, al limite di un tocco austero.
Nel Brunello di Montalcino Riserva 2012 c’è più polpa ed una struttura ancora più imponente, mentre gli spunti di frutta rossa si fanno imperiosi. Indubbiamente c’è qui tanta materia, ma modellata elegantemente.

Di fronte Enzo e Monica Tiezzi, mi tolgo sempre il cappello: padre e figlia, anime di un’azienda che lavora secondo un’artigianalità vera e con tecniche di minimo intervento, ottenendo vini rigorosi e senza rete: significa che certe bottiglie vanno  attese diversi minuti dall’apertura nel calice, mentre altre risultano subito perfette e smaglianti: sono vini vivi, imprevedibili, ma sanno ripagare chi ha la pazienza di capirli.
Ciò detto, il Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2016 mi pare ancora offuscato da note fermentative, ma se ne distingue già il disegno asciutto, lieve, essenziale, sospinto da una certa bella acidità (lo riassaggerò in verità qualche mese dopo al Vinitaly, è già sarà trasfigurato e più compiuto).
Il Brunello di Montacino “Poggio Cerrino” 2013 ha già al naso un profumo stupendo, puro, dove convivono ciliegie, amarene, spezie dolci, i segreti del bosco e le aldeidi. Al sorso è accogliente e essenziale insieme: ha la stessa grazia minuta ed elegante di certi schizzi leonardeschi ed è, si può dire, già pronto per essere gustato con piacere.
Il Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2013 è senz’altro meno pronto, ma è radioso, luminoso, con una notevolissima qualità tannica, quasi mozzafiato al sorso.
Il Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” Riserva 2012, richiede un po’ di ossigenazione per dispiegare il suo straordinario potenziale: ha una bocca soffice e potente e un allungo straordinario verso un finale a coda di pavone, dove balugina, come lumeggiatura, persino il cioccolato.

Lo scorso anno avevo assaggiato per la prima volta i vini di Ventolaio, rimanendone favorevolissimamente impressionato. La medesima impressione nell’autunno passato a Sangiovese Purosangue, a Siena; tuttavia con l’assaggio delle annate in presentazione a Benvenuto Brunello sono completamente conquistato.
Il Rosso di Montalcino 2016 è piccola gemma. Molto aromatico e puro, sfaccettato: ciliegia, erbe aromatiche da cucina, persino fieno; ed è assai fresco al sorso, soffice, setoso, glicerico, con un’acidità alta e ottimamente integrata.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha un bellissimo colore, quasi corallo: forse la veste più bella di tutta la manifestazione. Ha tanto aroma, e variegato: in ordine sparso, spezie dolci, fiori appassiti, più sfumata sta la frutta rossa. Vista ed olfatto invogliano decisamente al sorso, bellissimo anch’esso: puro, fresco, lungo, equilibrato, risolto e quintessenziale: una giusta misura lo regola sovrano.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 ha un colore più nettamente rubino. Meno definito olfattivamente, gioca maggiormente sui toni della frutta matura, più scuri e carnali. Più potente, più alcolico del Brunello 2013, al momento è contratto e rivendica l’attesa.

Fattoria dei Barbi presenta ancora una volta una batteria di vini classici e di alto livello, nei quali la cura artigianale si sposa con numeriche produttive importanti. Che  riesca ogni anno nell’impresa basterebbe a far notizia, tuttavia ogni anno c’è  qualche acuto ragguardevolissimo del quale compiacersi.
Il Rosso di Montalcino 2016 è estremamente profumato e ammiccante, perché già suggerisce di essere saporitissimo: in effetti, tocca tutti i registri aromatici, a ventaglio. Al sorso mantiene quasi tutte le promesse; è rotondo, con un’acidità e forza tannica discrete.
Il Brunello di Montalcino 2013 (quello con la mitica etichetta blu) incarna una certa idea di classicità, sul filo di un’evoluzione controllata e col passo sicuro al palato che esprime la calma dei forti.
Il Brunello di Montalcino  "Vigna del Fiore” 2013, al confronto, ha più polpa, più struttura, più tannino ed una maggiore integrità, nel senso che è meno evoluto.
Il vero asso della batteria, però, è il Brunello di Montalcino Riserva 2012: campione di uno stile antico, è un vino estremamente signorile, possente ma più ancora posato, di grande sostanza: vigorosamente chiaroscurato all’olfatto, dove lascia emergere note di frutta, vincontrappone un sorso setoso, lungo e profondo, con un’alta acidità a sostenerlo.

L’unica azienda che a mio parere possa accostarsi a Fattoria dei Barbi in termini di stile tradizionale, cura e costanza qualitativa nell’ambito delle numerosissime bottiglie prodotte è Col d’Orcia. Io, per risparmiare un po’ i miei sensi, che ad un certo punto della giornata di assaggi risentono della fatica, assaggio solo il celebre Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010: ancora una volta lascia me (e l’amico Stefano) senza parole. Profumo di eccezionale forza e concentrazione; prestanza statuaria: tannini, acidità, corpo, alcol “eroici”; eppure riesce infiltrante, godibile, quasi – mi verrebbe da dire – leggero. A trovargli un difetto, forse ancora un po’ in fieri rispetto ad altre annate che ho precedentemente assaggiate.

Per la prima volta ho occasione di assaggiare la proposta completa dei vini di Corte dei Venti, un produttore del quale si è fatto un certo parlare recentemente.
Il Rosso di Montalcino 2016 mi è sembrato buonissimo: da un altopiano posto a circa 300 metri sul livello del mare, all’estremità più meridionale della denominazione, ma rinfrescato da venti continui, si ottiene questo Sangiovese paradigmatico, che sa di sale persino al naso, e dispiega profumi campestri, di paglia e di fieno. Lo assaggio, ed al sorso è lieve e salino, saporito e pulitissimo.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha eleganti profumi di arancia, ma trovo l’espressione un po’ frenata dal legno di affinamento, almeno in questa fase; un peccato, perché al sorso è bello, gustoso, carezzevole, equilibrato.
Mi pare più riuscito il Brunello di Montalcino Riserva “Donna Elena”  2012: racconta la larghezza dell’annata calda, ma riesce comunque fresco, dinamico e molto succoso.
A margine, l’assaggio del Sant’Antimo “Poggio ai Lecci”, un taglio di Syrah, Cabernet Sauvignon e Merlot. Viene da una vigna affacciata sulla Val d’Orcia, soggetta al l’influsso del Monte Amiata. L’apprezzo, pur non amando particolarmente il genere: con profumi giocati tra frutta nera e rossa e nitidi spunti minerali, in bocca è ben teso tra una più che discreta acidità ed un tannino di buon livello.

Che meraviglia, anche quest’anno, gli assaggi di Fattoi: nella mia piccola esperienza sempre tra i migliori, se si apprezzano vini appassionati e di spirito artigiano. Quello, difatti, sono.
A partire dal Rosso di Montalcino 2016: “divino”, segno per l’entusiasmo e la foga della sintesi nelle mie note. È profumato, con note nitidissime ed evocative di ciliegia. Al sorso è succoso, caldo-fresco, vivido, dal tannino fine ed acidità decisa. Un vino di bellezza viscerale.
Nel Brunello di Montalcino 2013 ritrovo quei toni gravi e baritonali che tanto amo in questa firma. I profumi di frutta, in lui, già trascolorano evolvendo nelle spezie e negli incensi. Un vino di struttura potente, apparentemente morbido, ma con le giuste durezze nascoste: quelle che rendono il sorso narrativo e rilevante.
Di fronte al Brunello di Montalcino Riserva 2012 per un attimo taccio. Il profumo è molto intenso, dipinge composizioni di frutta matura; ma la bocca è potentissima, carnosissima, quasi una bestia selvaggia che aspetta ancora di essere domata. Stefano, l’amico che assaggia con me, commenta: “È una pornostar”; ridiamo, ma credo che colga nel segno. 

Non avevo mai assaggiato prima i vini di Ferrero ed è forse un peccato che io li accosti solo quest’anno, viste le recenti e tristi vicissitudini familiari. Però è l’occasione di rendere merito a chi questi vini pensava e faceva.
Il Rosso di Montalcino 2016 è molto integro, anche al colore, rubino e luminoso. Ha un profumo definitissimo di amarena matura e scura, che ritorna anche all’assaggio: elegante, con un’acidità viva ed un tannino raffinato.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha un profilo diverso: un po’aranciato alla vista, più viscerale, con note terrose di farmyard (come dicono gli inglesi) al naso. L’assaggio ed è equilibrato, rinfrescato da una buona acidità, con un tannino importante ma fine, maturo, e lungo su un retrogusto ematico e terroso.

Qui finiscono gli assaggi: sono le 5 e mezzo, la mia bocca e il mio naso satolli di bellezza non rispondono più. Eppure chissà  quanti altri vini meravigliosi potrei assaggiare oggi, in questo Benvenuto Brunello dal livello medio altissimo, vetrina di annate assai diverse, ma tutte fortunate. Stasera ci sarà la cena con gli amici produttori, debbo recuperare lucidità per i miei sensi. Pausa. Posso ripensare ai calici  e ai volti di oggi. Già la mente però va lontana, vola al prossimo anno: immagina e sogna i futuri regali della terra di Montalcino".

La cena ci fu: andammo da “Il Pozzo”, celebre trattoria di Sant’Angelo in Colle. Amici e conoscenti: Luciano, Stefano, Jessica, Alessia, Raffaella. Buon cibo rustico di tradizione Toscana e tanti buoni vini, che ciascun commensale aveva portato: vini locali e vini foresti, annate vecchie e recenti. Molti, splendidi. La mia bottiglia fu il  Nebbiolo d’Alba Valmaggiore di Marengo, rifinito e gustoso. Però la sorpresa venne con le vecchie annate di Rosso di Montalcino, ancora scattanti eppure tanto complessi. Il 2006 di Luciano, che vino! Resta di allora  nella memoria soprattutto il clima rilassato, allegro, conviviale, umano; il rientro a Montalcino nella notte fonda, arrampicando l’auto sui fianchi bruni del colle, con la pioggia e la nebbia ad avvolgerci in una dimensione conclusa, intima.

Rientrai a Milano con il nome di Montalcino già segnato sul l’agenda e la prenotazione in tasca, per tornarvi di lì a due settimane e rivedere gli amici e stringerne di nuovi; per camminare ancora quella terra  e meglio conoscerla . Ne visitai  il nord,  fresco e cristallino nelle sue geometrie, a Montosoli, da Baricci; là trovai vini che hanno la grazia essenziale e composta della primavera fiorita di un maestro del Quattrocento o della prosa lirica di Idilio dell’Era, quando racconta dei Santi eremiti e fanciulli, come fossero novelle popolari. Là trovai giovinezza e sapienza insieme unite, un’anello orgoglioso tra le generazioni. Di lì si vede il Montalcino ergersi imperiosa sul suo colle -visto di sotto, drammatico e ripido come una balza – visione grifagna e quasi dantesca.
Poi andai a sud-ovest, percorrendo i fianchi del colle come quelli di una grande madre, godendomi l’apertura assolata delle colline che stanno dove il bosco cede il passo alle colture e guarda – come dovesse tuffarsi in mare, la fronte battuta dal vento – la calma distesa ondeggiante, gialla e verde di spighe e di fieno, che sta tra l’Orcia e l’Ombrone. Finalmente passeggiai le vigne di Fattoi, toccai la terra, respirai l’aria, vidi la cantina: ecco la culla di quei vini viscerali, terrestri e splendenti. Là trovai l’orgoglio contadino in una dimensione distesa, schietta, confidenziale. Poi restai dipresso le mura antiche della città, da Tiezzi: là trovai l’antico che guarda al futuro, i vecchi attrezzi e la nuovissima cantina, i vecchi Cru con le viti giovani, e l’equilibrio sovrano dei vini. Poi andai a sud, sotto un cielo grigio e nero ed aria di tempesta, vento forte che scuoteva le nubi, gli alberi, le erbe; salendo sempre più in alto una lunga sterrata, traversando un paesaggio di pascoli verdi e colli deserti, solitari, tenebrosi nel loro silenzio; fino a giungere tra le vigne di Ventolaio, che pare scivolino a precipizio verso Sant’Antimo, piccola di lassù come un giocattolo e candida come una pietra preziosa. Là trovai vini profumati come quelli di montagna ed un’ospitalità calda, familiare: la sensazione immediata di sentirsi a casa.

Queste, però, sono altre storie, che un loro tempo e un loro spazio vogliono per essere narrate: l’avranno.
Intanto, mentre scrivo queste ultime righe, già la nostalgia di Montalcino mi chiama: poche ore, e vi ritornerò.

E quattro…Benvenuto Brunello 2017: ma quest’anno è diverso.

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Parte prima: “Quella verità che ho cercato”.

Pensavo che, rientrato in Italia, per la prima volta mi sarei goduto il viaggio verso Montalcino e Benvenuto Brunello in tranquillità, senza scapicollarmi dall’Inghilterra come era successo i tre anni precedenti. Invece, tutto diverso dai piani originali: vuoi per i cambiamenti nella formula della manifestazione voluti dal Consorzio, vuoi per impegni personali, a Montalcino sono arrivato non il sabato, come al solito, ma il lunedì mattina presto. E da solo.

Però, a maggior ragione, è stato un momento mio di riflessione: niente cene, niente amici coi quali girare per i banchetti ed assaggiare (quelli che c’erano stavano più che altro dietro ai banchetti), nessuno ad aspettarmi in albergo. In compenso, una notte tutta per me tra i silenzi di Montalcino e il martedì una giornata intera a godermi le colline, a respirare l’aria fresca, a percorrere quelle strade sterrate che costeggiano le vigne, dove lo sguardo spazia dalle pecore al pascolo, oltre i lecci, fino all’Amiata, al Monte Labbro, alle alture di Grosseto, oltre le quali immagini il mare, e tra le striature del cielo di febbraio ti par quasi di vederlo, non sapendo se verità o inganno della mente. Quella verità che ho cercato negli occhi delle Madonne e dei Cristi crocifissi al Museo di Montalcino, oltre che nei calici rossi.

Quella dimensione intima, accogliente e domestica di un luogo caro dove ti senti a casa e dove sai ci sono amici che anno dopo anno sono contenti di vederti e tu di veder loro; persino con quel pizzico di chiacchiera e di pettegolezzo sano della provincia, finché non c’è malizia, ma solo studio dei casi e delle fortune umane: le alterne vicende che vivono gli uomini sotto il cielo e per narrare le quali non bastano romanzi.
A preludiare codeste sensazioni, la pioggia che accompagnava la marcia dalla Greve attraverso la Valdelsa e i bordi del Chianti, poi oltre Siena attraverso le Crete a macchia di leopardo, fino a risalire bagnate le curve della Statale del Brunello sù sù per il colle, rivedendo le conosciute case, le insegne, le  vigne. Quanti lecci, quanti ulivi, quanto bosco, quanta bellezza ancora selvaggia che si è fusa armoniosamente con la mano dell’uomo: sono pochi i posti dove un’idea di bellezza si è così caparbiamente sviluppata e preservata attraverso i secoli. Penso alla mia Valdinievole e mi viene da piangere, per come l’hanno ridotta. La bellezza dei luoghi, mi viene da pensare, si riflette anche su quella delle anime: deturpati gli uni , anche le altre sono perdute. Qui no: al netto delle piccolezze e di qualche miseria, gli spiriti sono ancora sani. Perciò torno sempre volentieri a Montalcino e mi pare di non venirci mai abbastanza.

Poi ci sono Brunello e Rosso: ci sono ovviamente differenze dovute alle singole provenienze e più ancora a conti fatti allo stile dei produttori, ma la relativa uniformità ampeleografica permette oggi una bella e istruttiva lettura in trasparenza: meglio, la ricerca di una verità. Perciò ero il primo in coda alla porta per questo Benvenuto Brunello diverso.

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Parte seconda: “Un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga”.

La manifestazione, si diceva, ha avuto una diversa organizzazione, sulla quale non posso esprimermi. Però il lunedì non si stava male: gente ce n’era, ma non troppa, e a mio parere mediamente preparata. Chiacchiere sciocche ne ho sentite poche, fors’anche perché io stesso sono stato assai silenzioso e quanto meno ho evitato di aggiungervi il mio contributo.

Altro motivo di diversità rispetto agli anni passati è stato tutto  dovuto alla qualità dei vini e starei per dire delle annate. E’ vero che, conoscendo ormai qualche azienda e muovendomi da solo tra gli assaggi, ho evitato quelle che so non essere nelle mie corde per privilegiarne altre che magari non conoscevo, ma delle quali avevo sentito dir bene; tuttavia la realtà è che il livello dei vini era davvero molto alto ed mi è tuttora difficile dire quali siano stati i due o tre preferiti. Diciamo che c’era un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga. Ecco, in tal senso qualche piccola delusione c’è stata: alcuni nomi “del mio privilegio”, come li avrebbe definiti Veronelli, non mi pare abbiano trovato il solito colpo d’ala pur avendo vini buonissimi. In ogni caso tale livellamento verso l’alto non può che far bene ad un territorio per il quale qualcuno dice non essere tutti i vini all’altezza della loro fama planetaria (ma questo, dov’è possibile? Nè in Cote d’Or,  né in Langa, né a Bordeaux).
Comunque, in dettaglio, per quanti ne ho potuti assaggiare, i Brunello di Montalcino 2012 sono senz’altro figli di un’annata calda, ma in generale il risultato mi è sembrato piuttosto buono, perché molti conservano un riuscito equilibrio sia nei confronti delle componenti strutturali che di quelle aromatiche e gustative, ed una bella freschezza. Ecco, a ben vedere, seppur piacevolissimi, alcuni non hanno forse quella spinta acida che ne possa garantire il lunghissimo invecchiamento; e per taluni una frazione di complessità aromatica in più, magari non sarebbe dispiaciuta. Ho provato a capire se queste impressioni potessero essere correlate con la posizione geografica dei vigneti, ma ho finito col desistere: i miei assaggi non bastano per una seria statistica, e anche se molti buoni calici erano di aziende del versante nord o poste a quote altimetriche importanti (in posizioni più fresche, perciò), non mi sento proprio di trarne una regola generale. Si è voluto paragonare la qualità della 2012 alla 2010, altra annata 5 stelle, ma non ne sono convinto; piuttosto, da quel che ho sentito nei Rosso di Montalcino 2015, azzarderei il confronto di quest’ultima alla 2010. Infatti sono vini potenti, svelti e strutturati insieme, con una carica di frutto che ora è di una piacevolezza lasciva (quasi pacchiana, l’ha definita ridendo un amico) e che col tempo, una volta doma, potrà penso trasformarsi un una raffinata sensualità.
Quanto ai Rosso di Montalcino 2014, si sa che l’annata fu un po’ magra, ma chi ha scelto l’uscita ritardata aveva un buon vino nelle botti e ha lavorato con rigore, ottenendo Sangiovese agili e persino beverini, in certi casi lavorati di bulino: i migliori mi pare attraversino oggi una fase di eccezionale apertura e piacevolezza, con la delicatezza a braccetto di una complessità sfaccettata e commovente. Un discorso simile per i Brunello di Montalcino Riserva 2011: l’annata fu caratterizzata da vampate di caldo improvvise e difficili da gestire, ma chi ha messo mano alla riserva in genere sapeva il fatto suo; eccezioni a parte, che al solito non mancano.
A margine, tanti cambiamenti: persone che vanno e che vengono, cantine in costruzione o in ristrutturazione, vigne nuove e reimpianti, acquisizioni, cessioni e scorpori: un mondo vivo che pulsa.

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Parte Terza: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”.

Gli assaggi, che sono? Solo appunti brevi, vergati al volo su un taccuino girando nelle sale tra i banchetti; parlano di vini che mutano nel calice e che son ancora giovanissimi, aperti ancora, o quasi, a ogni futuro. Parole che il vento porta via; come le azioni e i fatti umani, del resto: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”. Perciò, amica o amico che mi leggi, attribuisci loro solo l’effimero valore che hanno, di impressioni bozzettistiche  disegnate con la matita in ordine sparso; e nulla più.

Lisini è azienda storica, un grande classico ilcinese, ed i suoi  vino offrono un ritratto perfetto delle tre annate, con un Brunello di Montalcino 2012 di bella apertura, molto equilibrato, gustoso e polposo: ottimo. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino Selezione Ugolaia 2011 percorre una strada diversa: molto intenso, profondo, con un forte sbalzo di amarena e marasca, di grande impatto anche alcolico congiunto però con una benvenuta freschezza ed un tannino potente. Il Rosso di Montalcino 2015 è un’esplosione di frutti, caldo e fresco ad un tempo grazie a note aranciate, di mandarino, ed al sofisticato richiamo di spezie fini e di incensi. Molto pieno al palato, con un gusto molto intenso, ha struttura, equilibrio , potenza e un tannino robusto.

Con Fuligni siamo sempre tra le firme storiche del territorio. Posso assaggiare solo il Brunello di Montalcino 2012 (il Rosso non l’hanno più al banchetto), ma l’incontro è esaltante: il suo colore è relativamente scarico, ma il vino possiede una meravigliosa purezza aromatica, avvolgente, giocata tra toni di frutta matura e nocciole, esprimendo classe e affettuosità. All’assaggio è molto bilanciato, con una trama tannica bellissima per un Brunello così giovane, ed un’acidità mediana o poco più, ma soprattutto assai sfumata e sviluppata sul palato. Mi sembra, malgrado appena uscito, che sia già godibilissimo, al netto di una lievissima impuntatura tannica più giustamente caratteriale che altro.

Si cambia parecchio registro con Il Pino di Jessica Pellegrini: le dimensioni sono assai più contenute rispetto alle aziende precedenti e magari non ha ancora una fama altisonante, ma i vini sono interessantissimi e nel complesso sono stati, per me, una tra le rivelazioni di questo Benvenuto Brunello: riconoscibilissimi come Sangiovese di Montalcino, possiedono tuttavia una timbrica loro personalissima e difficilmente confondibile. Premesso cha già lo scorso anno il Rosso di Montalcino 2013 mi era sembrato ottimo, anche il 2014 è centrato malgrado l’annata difficile: scuro, terragno, baritonale, profondo, con note di caramella mou, ha una bocca gustosa. Il Brunello   di Montalcino 2012 ha anch’esso quel timbro baritonale ed una gran struttura, sebbene ancora in via di sviluppo: richiede un’attesa che gli concederei assai volentieri, visto l’espressione attuale del Brunello di Montalcino 2011: se lo scorso anno alla manifestazione lo avevo trovato un po’ scomposto, ora è perfetto, etereo, con una bocca bellissima, rotonda, ma sostenuta sempre da quella grande struttura, profonda e scura. Qualcuno che era accanto a me l’ha definito “un canto d’amore” e mi sento di prendere a prestito quelle parole.

Una virata netta con i vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, tra i più rarefatti ed aerei che mi sia capitato di assaggiare a Benvenuto Brunello. Prendiamo il Rosso di Montalcino 2015: sarei tentato di dire che pinonereggia, se non fosse un concetto limitativo e da circoscrivere comunque più all’olfatto che al palato. Rubino, con profumi intensi, anzi esplosivi di frutta, molto puliti, ha una struttura importante per acidità e tannino. E’ assai fresco, risultando appena un po’ verde. Il Brunello di Montalcino 2012 è più ritroso, scuro, con cenni di uva sultanina e di aromi terziari che si fanno spazio, per un carattere sottilmente sensuale. Il suo impatto al palato è importante, largo, complesso, sostenuto da una buona acidità: non gioca tuttavia il suo fascino sulla forza, ma sulla complessità. C’e qui – a sorpresa- anche un Brunello di Montalcino Riserva 2009 ed è un bel sentire per ricordare come evolva magnificamente – e sorprendentemente – il Brunello: una grandissima profondità, note intense di incenso che gli donano un fascino orientale, poi solvente e petrolio. Al palato ha un gusto un po’ evoluto, con cenni di uva sultanina, quasi un ricordo di Porto. Una Riserva di Brunello scura e sensuale.

Altro Brunello di carattere e di un piccolo produttore è quello di Fornacina, solo 8.880 bottiglie nel 2012, dal quadrante est della denominazione. Un po’ aranciato al colore, con un profumo sfaccettato e un po’ rustico da merenda all’aria aperta: frutta rossa, fiori gialli di campo, note tostate di legno e frutta secca. Vuole tempo nel calice, e coi minuti emerge  al naso perfino la carne. Non è nella qualità del tannino che dà il suo meglio, perché è un po’ asciugante, ma nella salinità decisa che sorregge la bocca e lo sospinge insieme ad una riuscita e rinfrescante acidità.

Restando  in tema di carattere, menziono qui Il Paradiso di Manfredi. Non è detto che chi ha carattere l’abbia facile ed io ammetto che non sempre vado d’accordo con questi vini: ogni volta che li ho assaggiati a Benvenuto Brunello li ho sempre trovati molto interessanti, ma per dir così angolosi e scomposti all’olfatto. Mi sono ripromesso ogni volta di riassaggiarli più avanti e con calma, ma alla fine me n’è sempre mancata l’occasione. Però quest’anno, complici magari le annate favorevoli, il mio dialogo con loro è stato subito più sereno. Il Rosso di Montalcino 2015, dal colore bellissimo, molto rubino, sulle prime ha le solite velature e impuntature aromatiche della firma, ma quando se ne libera (e ci vuole un po’) sfodera profumi molto freschi di frutta e di fiori persino, quasi stupefacenti in un’annata come la 2015, dove il calore non è mancato. Alla bocca è di gran stoffa: piena, già con un’ottima integrazione, anch’essa fresca grazie ad un’alta acidità. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino 2012 mi stupisce, perché sebbene per scelta aziendale non sarà in commercio prima di un paio d’anni risulta già molto buono, pulito e centrato negli aromi, potente al palato, con una gran carica tannica. Sono vini particolari, nei quali i suoli particolarmente galestrosi e le esposizioni fresche giocano – mi si dice- un ruolo importante, ma non lo è meno – a mio avviso- la sensibilità di chi li produce: sono figli di un’enologia libera, se così si può dire, che lascia il vino farsi da sé.

Le Chiuse si trova sullo stesso versante de Il Paradiso di Manfredi, la distanza in linea d’aria non è molta. Volendo anche i vini hanno anche qualche punto in comune: quel senso di freschezza, di verticalità, di solidità minerale, che nei vini de Le Chiuse si esprime normalmente in una seria austerità strutturale e aromatica, a volte poco concessiva in gioventù, ma disposta a lunghi affinamenti. Tuttavia a questo Benvenuto Brunello, complici magari le annate, mi sono sembrati vini più aperti del solito al dialogo, più sorridenti, quasi si fossero tolti elmo e corazza per godersi anche loro il sole del 2012 e del 2015. Il Rosso di Montalcino 2015, ad esempio, è esplosivo: ha un color rubino molto netto, luminoso e trasparente; un olfatto dove la componente fruttata domina, ma con una nota decisa di mora che lo sfuma verso la macchia; un sorso ricco, vellutato, estivo, quasi cerealicolo in certi ritorni di aromi, e tuttavia di struttura importante, ben tannico. Il Brunello di Montalcino 2012 è anch’esso aperto, più caldo e complesso, molto profondo, con terziari che virano su toni ferrosi. Ha un tannino potente, quasi severo, ed un’alta acidità: non lascia dubbi sulla sua voglia di sfidare il tempo. In assaggio, quasi per conferma, c’è anche il Brunello di Montalcino Riserva 2006: grande profondità, timbro olfattivo scuro ed ematico, con una intransigenza tutta sua, e tuttavia muta in continuazione nel calice, ora più evoluto, ora più giovanile, facendo presagire mondi che solo il tempo aiuterà pienamente a scoprire. Al sorso è del pari: ha una struttura enorme, ancora contratta: chiede solo una paziente attesa.  

Dopo una serie di piccole aziende, mi vien voglia a mo’ di intermezzo di assaggiare i conseguimenti di qualche cantina di grandi dimensioni: in fondo una buona parte dell’immagine e del nome che il Brunello si farà nei mercati mondiali dipenderà da queste firme che possono garantire una buona distribuzione, se non proprio capillare.

Comincio con Il Poggione, i cui vini non avevo mai assaggiato pur avendoli visti sugli scaffali di una buona fetta del mondo che ho girato. Per intenderci, il loro Brunello di Montalcino 2012 ed il loro Rosso di Montalcino 2015 saranno prodotti in 220.000 bottiglie rispettivamente, che significa un quantitativo 20 volte superiore rispetto a buona parte delle aziende citate in precedenza. Anzitutto noto con piacere che lo stile non deborda da quello classico e questa è forse la qualità più importante di questi vini: sarebbe facile cedere alle sirene di un gusto più internazionale e più semplice da capire per i consumatori esteri, ma qui la barra resta salda. Poi, il Rosso di Montalcino 2015 mi è sembrato davvero molto buono: dal colore felicemente un po’ aranciato ed un bel naso caldo e antico, sottilmente giocato sulla terziarizzazione e su note di humus, terra, carne, sfodera davvero un gran carattere. All’assaggio è morbido, pieno, con un gran tannino, forse un po’ in debito di acidità. Meno convincente, accanto a questo, il Rosso di Montalcino 2014 “Leopoldo Franceschi”, la selezione: mi è sembrato più ampio che dinamico. Quei profumi caratteristici, indentitari e vecchio stile che ho apprezzato nel rosso 2015, li ritrovo nel Brunello di Montalcino 2012 anch’esso giocato sui terziari, sugli odori di humus, di  macchia e di carne, con una vigorosa spaziatura. Però all’assaggio mi è parso un po’ diluito, senza troppo nerbo.

Anche con i numeri di Col d’Orcia non si scherza: credo che sia la più grande azienda vitivinicola biologica in Toscana e se prendiamo il Brunello d’annata come riferimento, nel 2012 la produzione è di 190.000 bottiglie. Il Rosso di Montalcino 2015 (che ha una tiratura solo leggermente inferiore, 180.000 bottiglie) ha una naturalezza aromatica sorprendente e luminosa, anche se all’assaggio non mantiene tutte le attese: mi sembra un po’ vuoto a centro bocca.
Più vigorosa la selezione, Rosso di Montalcino “La Banditella” 2014 , che proviene dai vigneti del Brunello: più nitido, speziato e ficcante, si sente però un po’ il legno e forse questa è la ragione per la quale il tannino mi sembra un po’ asciugante. A mio avviso molto buono il Brunello di Montalcino 2012: pulito, profumato, suggerisce un’apertura solare agostana; non troppo tannico, è morbido ed avvolgente, con una struttura più gentile che imponente, restituisce comunque una visione di Brunello assai affidabile. Il campione di casa, però, è il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010, un vino monumentale in tutte le annate, ma che col 2010 ha una quota di polpa e di levità naturalmente unite da stupire. In verità, sa toccare tutte le corde: intenso, segreto, boschivo, ma solare allo stesso tempo; delicato, leggero e impalpabile per come si posa sul palato, ma poi subito imperioso per la sua intensità e la potente struttura, quasi enorme direi per corpo,  tannino ed acidità.

Per concludere il trittico delle aziende dai grandi numeri, torno a un vecchio amore: Fattoria dei Barbi. Comincio assaggiando il Rosso di Montalcino 2015: stranamente mi pare un po’ muto all’olfatto, ma la struttura c’è e credo abbia solo bisogno di farsi un po’. Il Brunello di Montalcino 2012, quello con la leggendaria etichetta blu, è sempre il bel campione dell’ old style, con tutti quei terziari che si spingono fino all’idrocarburo, con quel sorso robusto e gustoso, che procede con  un passo sicuro verso un finale di bella lunghezza. Il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2012 sarà in commercio da fine marzo, ma è già molto buono. Rispetto al fratello è più fresco, forse più complesso all’olfatto; più strutturato in bocca, ma in questa fase anche un po’ più crudo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 mi riporta nell’Olimpo dei vini vecchio stile, fin dal colore scarico. Gustoso, morbido, è in realtà strutturatissimo, ma in qualche modo rimane impalpabile, tanta è la sua delicata finezza. In definitiva, mi pare che Fattoria dei Barbi esprima una qualità media eccezionale in relazione al numero di bottiglie prodotte; e lo spirito dei vini è autenticamente territoriale, quasi artigiano : non è poco.

Forse proprio perchè ho respirato di nuovo questo spirito che il mio prossimo assaggio è Fattoi, azienda artigianale e familiare per eccellenza. Anch’essa, amica o amico che mi leggi, un altro mio amore. Vedi la complessità del Rosso di Montalcino 2015: rubino, pieno, tondo e caldo già al naso, con un tocco di aldeidi lì a rinfrescare uno spettro aromatico potentissimo e profondissimo, dai toni gravi, dove i  profumi di frutti rossi, la macchia, il bosco, si esprimono con quella voce di violoncello che secondo me costituisce un po’ la firma di Fattoi e delle loro vigne poste nel quadrante sud-occidentale della denominazione.  Il Brunello di Montalcino 2012 è se possibile ancora più grave, una melodia sulla IV corda del violoncello (pensa, amica o amico mio, alle Suite di Bach), ma suonata in maniera tale da essere artisticamente screziata, con sfumature infinite. Un vino bellissimo, dal profumo ricco, il sorso rotondo e gustoso, la grande struttura. Si riconoscerebbe fra mille: la potenza territoriale interpretata con sensibilità dalle mani dell’uomo risulta naturale, ma anche estremamente individuale. E’ così anche nella musica: il grande interprete che sovrappone la sua personalità alla partitura con semplice umiltà, la porta alla vita soffiando su essa l’alito delle proprie emozioni umane, ma non la distorce al suo capriccio.

Ne ho la conferma spostandomi all’assaggio dei vini di Baricci, una tra le aziende del nucleo storicissimo dei produttori di Montalcino, anch’essa dal carattere fortemente artigiano e familiare, che se conoscevo per chiara fama, non avevo mai avuto prima occasione di incontrare. Le vigne dei Baricci sono in posizione quasi opposta rispetto a quelle di Fattoi: qui siamo al Colombaio di Montosoli, a nord di Montalcino, con esposizioni est e sud-est. Vini molto diversi, ma ugualmente bellissimi, perché – almeno io credo – l’approccio che li ispira è molto simile. Il Rosso di Montalcino 2015: luminoso, di grande impatto; profumatissimo, con uno spettro di aromi completissimo; pieno sul palato, rotondo, solare, con tannini presenti, ma di grana fine. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra uno tra gli assaggi migliori in assoluto di questo Benvenuto Brunello, un capolavoro di equilibrio, complessità, piacevolezza. Trovo in lui evidenti i profumi balsamici e di macchia, poi spezie, frutta; infine note ematiche e di pellami, ma questi cenni evoluti si sposano con una grande forza marina e solare, che si ritrova anche al palato, dove la salinità è decisa e intesse il dialogo con un sorso delicato, dolce, armonioso, sebbene di spalle larghe, con un tannino tenace ma fine ed un’acidità notevole.

Altro incontro nuovo e da tempo atteso, l’ho con Talenti. Mi si dice – non so se sia vero- che in passato i vini avessero strizzato un po’ l’occhio ad uno stile modernista, ma in realtà quello che sento nel bicchiere mi pare sotto l’insegna del classicismo più puro e rifinito; anzi, più “vago” nel senso leopardiano del termine: quel senso di sfumata lontanza, così elegantemente romantico, che apre le porte all’evocazione di un infinito. Nel Rosso di Montalcino  2015 per esempio, l’esplosione aromatica non è diretta, ma come velata di una seta impalpabile, al limite della trasparenza, come si vede sul capo delle Madonne del ‘300. Anche il sorso: così delicato, lieve, sospinto da una notevole acidità ma non pungente, con un tannino fine come cipria, e lunghi ritorni aromatici nel finale di spezie e di  sigaro. Il Brunello di Montalcino 2012, dalla tinta aranciata, il profumo ricco, etereo, di prospettiva aerea, composto; ed un sorso che bilanciandosi tra una gran finezza tannica ed un’alta acidità, è saporitissimo, gustoso, salino, di un’ampiezza sapientemente modulata.

Ventolaio è un altro nuovo assaggio di quest’anno – e debbo dire – mi sorprende assolutamente, forse perché in qualche modo avevo trascurato in passato questa firma, non considerandola come avrei dovuto. Siamo qui, di nuovo, in una realtà dal carattere artigianale e familiare ed i vini hanno un carattere spiccato, quasi arcaico per quelle tinte già aranciate e gli aromi giocati sul filo dell’evoluzione e delle aldeidi: hanno insomma quel “X factor” che a mio avviso rende i vini non più buoni, ma magici. ll Rosso di Montalcino 2015 è un vino d’impatto, nel cui profumo la frutta rossa è evidente come in tutti i vini ilcinesi del millesimo, mi par di capire; ma  anche le spezie vi giocano un ruolo importantissimo. Sul palato è dolce, ampio, particolare e piacevole con i suoi richiami gustativi che a me ricordano l’anice e il panforte senese. Ha una bella struttura, è salino -ciò che lo mantiene stuzzicante- e gustoso assai . Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo aromatico più scuro, com’è giusto, ma è ficcante, iodato, con strati olfattivi di pelli conciate, di frutta, di cacao; ed ha un una bella presenza scenica in bocca: largo e leggero a un tempo. Forse appena un po’ asciugante nel finale, che è comunque molto lungo.

Dicevo dell’X-factor, quello che crea la magia nei vini. Con le persone è lo stesso, no? Poggio di Sotto fa vini buonissimi ormai da parecchi anni. Le annate dalla metà degli Anni Duemila in poi le ho assaggiate tutte, quanto basta per restarne abbagliato. E buonissimi sono il Rosso di Montalcino 2014 ed il Brunello di Montalcino 2012, che avrò modo il giorno seguente di riassaggiare con calma. Però, perché non mi prende più quel brivido lungo la schiena, quella pelle d’oca che mi si rizzava coi vini di qualche anno fa? Dov’è finito quel loro colore aranciato, così evocativo? Il Rosso ’14, infatti, è di un luminoso color rubino, benché molto scarico come da tradizione; sempre buono, buonissimo per l’annata, ma un altro stile, in qualche modo normalizzato, più accessibile; ed infatti, altri – non io- preferiscono così. Comunque, che complessità! Forse di corpo anche più evidente che in passato – e con qualche nota d’alcol- ma è un Rosso di Montalcino 2014 eccellente. Quanto al Brunello di Montalcino 2012, molto buono anch’esso, un gradino più in alto per pulizia e complessità. ma anch’esso di stile normalizzato. Poi, in tutta onestà , in questa fase nemmeno il tannino mi pare all’altezza stellare che ci si aspetta da Poggio di Sotto: lo trovo un po’ asciugante. E’ un vino infante però, lo so bene. Tuttavia, quando assaggio il Brunello di Montalcino Riserva 2011 ritrovo il “mio” Poggio di Sotto, quello dello stile antico, del colore aranciato, delle grazia impalpabile, dell’evocazione arcana, della potenza segreta, del tannino finissimo, dell’acidità che devi andare a cercare perché gioca con te a rimpiattino sul palato come una dama un un giardino del Rinascimento la notte di giugno, con le lucciole intorno. Una cosa va detta, con onestà:  i cambiamenti di proprietà e di mano in cantina, gli incrementi del fondo vitato, non sono dettagli che si digeriscono un una notte. La sola domanda è: si tratta di assestamento oppure è un conscio cambio di direzione?

Però, certi semi gettati, restano e germogliano. Non c’è un po’ del “vecchio “ Poggio di Sotto nelle ultime uscite di Podere Le Ripi? La zona, poi, è la stessa, quel versante magico dalla parte di Castelnuovo dell’Abate che guarda negli occhi il Monte Amiata. Quest’azienda, che ha iniziato la sua avventura con scelte controcorrente ed azzardate, come i vigneti a densità altissime (4000 piante per ettaro il Rosso, 11000 il Brunello), sta trovando oggi mi pare una sua strada verso uno stile enologico classico, dove forza e scioltezza trovano un connubio molto naturale. Questo per dire che in fondo il vino è un gioco di equilibri sottili e che in quegli equilibri l’uomo è l’ago della bilancia. Il Rosso di Montalcino Amore e Magia 2013 è un’uscita particolarmente ritardata quando i più presentano i 2015. Sorvolando sul nome di fantasia,questo Sangiovese che affina due anni in legno e 1 in bottiglia, ha profumi ampi, solari e screziati, bocca gustosa, un’alta, benvenuta acidità ed un tannino ancora aggressivo. Il Brunello di Montalcino 2012 “Lupi e sirene”, che proviene dalla stessa vigna della Riserva, ha bellissimi profumi maturi, di frutta rossa e terziari. Il sorso è molto vivido, fruttato, con una bella acidità e tannino ottimamente estratti, che non si notano. Insomma, un vino di gran classe e personalità. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 “Lupi e Sirene”, è un colpo al cuore, per quanto assomiglia ai Poggio di Sotto di qualche anno addietro: quello il colore aranciato e scarico, quello il profumo che tra frutta rossa e solvente disegna un arcobaleno aromatico; quella la gran struttura che si cela sotto un sorso ampio e morbido, dalla beva succosa.

Poggio Antico, invece, credo rappresenti bene il concetto di valore sicuro, di una costanza su vini ad alto livello, sempre eleganti anche in annate più calde. Il Rosso di Montalcino 2015  è puro, dolce, poetico, luminoso, fresco: così già solo a sentirne il profumo.  Al sorso è morbido, carezzevole, conciliante, fresco e longilineo, confermando così le sensazioni avute al naso. Ha una bella struttura ed un’acidità rinfrescante, valori fondanti che gli derivano dalle vigne aziendali che sono a quote elevate, sempre fresche e ventilate. A guardare il capello, manca magari lievemente di intensità gustativa a mio vedere, ma è vino di razza e stoffa. Il Brunello di Montalcino 2012 è fresco, elegante e strutturato, anche se mi pare un po’ indietro ancora nella sua definizione  per una certa giovanile reticenza al naso e qualche traccia di astringenza. Il Brunello di Montalcino “Altero” 2012, invece, si atteggia già da campione: più pronto e più dolce del fratello nei profumi, si impone anche con un pizzico di aggressività dovuta  una struttura monumentale, con grandi tannini. Imperioso, certo, ma senza rinunciare ad una sostanziale finezza di modi e ad un disegno accurato.

Tiezzi è un altro di quelli che mi sento di definire valori certi: sarà per la posizione delle vigne, sarà per l’esperienza di Enzo Tiezzi, ma anno dopo anno tutti i vini sono la  piacevolissima conferma di che cosa può esprimere il Sangiovese se trattato con rispetto ed all’insegna dello stile più classico.  Inoltre la loro caratteristica è una notevole grazia gustativa. La dimostrazione inattesa viene dal Rosso di Montalcino 2014, portato in riassaggio alla manifestazione, un po’ a sorpresa. Si sa che l’annata era così così, ma il vino è buono , fresco, pulito, profumatissimo; ed in bocca la freschezza si conferma, accompagnata da un sorso ampio e gustoso, un’acidità un po’ più che media, il tannino finissimo ed abbondante, una percettibile salinità. Fa un figurone questo Rosso, con le sue note scure di virtuosa evoluzione. Messo accanto al  Rosso di Montalcino 2015 la differenza è comunque evidente: alle penombre autunnali del primo, si contrappone la luce meridiana del più giovane, che esprime un profumo fruttato e finissimo da manuale, con una nota purissima di amarena, poi avvolta di spezie. Ha struttura  ed un tannino eccellente per quantità  e grana. Al momento apprezzo il  Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2012  più in bocca che al naso, che credo si  debba ancora fare, ma è molto fresco, succosissimo, comunicativo e strutturato, con una netta salinità. Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2012 è ancora più fresco e puro ed ha una grande struttura. Mi lascia con la sensazione che abbia una gran vita davanti e che sia al momento meno pronto del fratello. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Riserva Vigna Soccorso 2011 ed è interessantissimo notare le differenze tra un’annata e l’altra: la mano in cantina è la stessa, leggera e sapiente, ma qui il colore del vino è più aranciato, l’olfatto vira su note assai più evolute e scure, il sorso più caldo, per un vino bellissimo che trova la compiutezza in equilibri suoi distintivi.

Questo concetto di equilibrio distintivo lo ritrovo nei vini de Le Ragnaie, tra i più personali ed insieme autentici che abbia assaggiato alla manifestazione. Anche qui, vuoi le caratteristiche peculiari dei vigneti, vuoi la sensibilità interpretativa, sono vini inconfondibili e che non si dimenticano. Il Rosso di Montalcino 2014 è rarefatto:  trasparente, freschissimo, agrumato, particolarmente leggero e soave, con un tannino quasi impalpabile. Il Rosso di Montalcino 2014 “Petroso” viene da un vigneto posto sotto Montalcino: già all’olfatto lo dici più pieno, molto balsamico, quasi tu inoltrassi il piede in una lecciaia, ed ha un tannino  più importante. Il Rosso di Montalcino 2014 “V.V.” , che viene dalla vigne aziendali più vecchie, ha una marcia in più in termini di polpa. Il Brunello di Montalcino 2012 è molto fresco, aereo e screziato al naso, con  tocchi di aldeidi e cenni terziari, per un sorso aggraziato e ricco di struttura. Il Brunello di Montalcino 2012 “Fornace” mi pare tra i tre presentati da Riccardo Campinoti quello attualmente più pronto e piacevole, fitto e rotondo, con un senso raro di personalità olfattiva e tattile, ed un tocco lievemente amaro che mi piace. Il Brunello di Montalcino 2012 “V.V.” mi sembra forse quello col maggior potenziale evolutivo, pieno e polposo, ma di eleganza rarefatta. Sebbene non sia ancora del tutto integrato, credo, ha una struttura imponente, più tannica che acida. Vini ossìmori, quelli de Le Ragnaie, e affascinanti.

E di fascino sono maestri al Il Marroneto. Tutti i vini presentati mi sono sembrati eccellenti, personali, ricchi di carisma. Il Rosso di Montalcino 2014 “Ignaccio”, molto trasparente e dal color aranciato,  è così generoso di freschi profumi (fiori, frutti, spezie e ricordi marini) da farmi pensare sia un una fase di eccezionale apertura. Anche al sorso è fresco e lieve, agrumato, stuzzicante e lieve, con un tannino delicato ed una discreta acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra ancora un po’ chiuso, ma il suo aroma, sebben sottile, è già molto infiltrante e la bocca è gustosa e potente, persino muscolosa, con una grande tannino ed un’alta acidità che disegnano un sorso ricco di tensione interiore. Il Brunello di Montalcino   “Madonna delle Grazie” 2012 mi sorprende, perché lo trovò più rubino delle altre annate che ho assaggiato, ma i profumi sono indimenticabili, ricchissimi, coprono tutti i registri dello spettro aromatico. Al sorso è potente ma fresco, dinamicissimo, con un gran tannino ed un’alta acidità. A mio vedere, un gran Brunello, buono già oggi e da lungo invecchiamento. Sono vini, in qualche modo, assertivi, “che non debbono chiedere mai”.

I vini di Pietroso mi sembra portino nel nome il loro carattere: strutture imponenti, rocciose, con un senso di naturalezza primigenia ed una vena sottilmente minerale, al limite talvolta con qualche cenno di austerità. Fossero automobili, sarebbero di quelle per veri amanti della guida, pronti a infilarsi i guanti di pelle ed a tener le mani ben salde sul volante per a domare i cavalli imbizzarriti del motore tra una curva e l’altra. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una bella tinta rubina, profumi fruttati, una bocca imponente e gustosa, forse un po’ alcolica, ma dove spicca la struttura importantissima. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra molto buono, ancora assai rubino, con aromi potentissimi, in equilibrio tra giovinezza ed evoluzione, ed un sorso fresco ma di potenza estrema, con un tannino monumentale.

Proprio perché offrono sempre strutture tra le più importanti della denominazione, torno sempre volentieri all’assaggio dei vini di Caprili. Il Rosso di Montalcino 2015 ha un grande impatto aromatico, con note già  evolutive in equilibrio mirabile con quelle più fruttate. Ha una bella potenza, anche se il sorso mi sembra appena un po’ slavato al centro bocca. La mia aspettativa è soddisfatta: conferma un gran tannino ed una notevole acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo olfattivo particolare ed affascinante, dalle note scure ed anche tostate, macchia, foglie e frutta secca, mandorle, e sotto la frutta fresca,che pure è presente, fichi secchi. Eppure l’insieme è vispo, fresco, e  il sorso è modulato, rotondo, pieno però di struttura con tantissimo tannino e acidità in abbondanza. Assaggio anche il Moscadello di Montalcino 2016, piacevolissimo! Appena un po’ frizzante, appena un po’ dolce, lo immagino  un vin de soif sulla pancetta.

Canalicchio di Sopra:  anche qui, per quel che ricordo degli assaggi passati, a struttura non si scherza. In degustazione anche il Rosso di Montalcino 2014, che contiene -stante l’annata-  parecchia uva normalmente destinata al Brunello. Mi pare abbia un’intensità di profumi quasi stordente, è tutto frutta e freschezza. Al sorso è relativamente delicato e fresco, eppure ha una gran struttura, notevole per acidità e tannino; forse è appena un po’ amaricante sul finale. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una gran potenza olfattiva e gustativa: è reattivo al palato ma ampio, strutturato, forse appena meno compatto e deciso dell’annata precedente. Il Brunello di Montalcino 2012 è più severo, più cupo, giocato sulle note segrete di vello e di macchia. La sua potenza tannica è enorme ed ha una grande acidità, ma in questa fase credo che sia ancora un po’ contratto e non spiega del tutto il suo potenziale.

Dopo certi pesi massimi, per apprezzare adeguatamente i vini de Le Potazzine bisogna essere assaggiatori pronti e bravi a cambiare velocemente registro, perché questi sono tutti sottigliezza e sussurro, quasi evocanti un candido lirismo. Infatti , l’ammetto, lì per lì mi son passati quasi sotto traccia e solo una fortunata occasione di riassaggio una paio di settimane dopo me ne ha svelato meglio il valore. Sono vini freschi, integri, guizzanti, con il Rosso di Montalcino 2015 ancora un po’ da farsi, gustoso, appena un po’ amaro sul finale, ed il Brunello di Montalcino 2012 solo apparentemente leggero, perché in realtà è teso internamente da una gran struttura; anche lui tuttavia, mi pare chieda dell’altro tempo per dare di più e per un Brunello verace, è giusto così.

Il tempo, io credo, sarà amico e alleato anche del Brunello di Montalcino 2012 di Salvioni, che mi è sembrato al momento ripiegato un una sua introversa corazza iodata, marina, complessa, ma più sul metallo e sulla pietra che sul frutto: limatura di ferro, grafite…Decisamente tannico, austero, potente, quasi intransigente. Forse spiazzante sul momento insieme a tanti 2012 più concessivi e ciarlieri, ma nel ricordo affascinante: vorrei riassaggiare ancora e ancora per svelarne i segreti.

Per ultimi i vini del mio amico Luciano Ciolfi, ovvero Sanlorenzo; e c’è un perché. Un po’ li conosco già, li ho assaggiati che erano addirittura in fasce, nelle botti, e sono quindi vecchie conoscenze. Però riassaggiandoli ora li contestualizzo, ne vedo chiaro lo stile e  la traiettoria: anno dopo anno Luciano ne ha affinato  i tratti e quelli che ho nel calice sono rifiniti al bulino, ariosi, pur restando vini importanti e di impatto. L’esperienza maturata in vigna e in cantina ed anche forse l’età delle viti e il loro equilibrio origina oggi vini molto raffinati: quello che Luciano è riuscito a conseguire con il Rosso di Montalcino 2014 è la prova, credo, di un alto livello di consapevolezza: profumi di pulizia e ariosità eccezionali, fiori e frutta rossa, equilibrio ed una gran freschezza. Il Brunello di Montalcino 2012, ha un naso bellissimo, pulito molto complesso, profondo ma aperto e non cupo, ed il sorso è insieme gentile e potente, anche un po’ alcolico ma con gusto; lungo, ampio, un’ottima struttura con un tannino ben presente ma soffice.

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Parte Quarta e Ultima: “La clessidra del mio tempo interno”.

Esco che son le ultime luci e già cedono il passo alle stelle: il crepuscolo è una lama sottile rosso-aranciata che si allunga ampia sull’orizzonte e persiste fino a svanire in un’ombra. Un rapido aperitivo, assaporando le vie di Montalcino gialle dei lampioni ed ancora odorose per la pioggia del mattino, tanti volti noti e qualche saluto. Poi la cena all’Osteria di Porta al Cassero, solo come quando giravo per lavoro l’Italia ed era la norma; non triste, appena con la malinconia del tempo che scorre (quanti anni son già  passati?): una ninfa gentile. In realtà, così un po’ mi piace e lì mi sento quasi a casa. Il mio digestivo: una passeggiata sotto le mura mute  e severe della Rocca, l’aria asciutta e leggera come quella di montagna, fors’anche più odorosa, da respirare a pieni polmoni. E il buio nero dei campi appena oltre le mura e il silenzio profondo e solenne per le vie: tu solo coi passi tuoi. L’immobilità rassicurante e rara.

Quest’anno non son sceso a Sant’Antimo, non avrebbe avuto senso: dopo la visita dello scorso febbraio e quelle degli anni precedenti, così pregne di significato, sentivo di dover lasciare uno stacco, di doverle isolare come un trittico. Il martedì, mie sono state le strade bianche, il cielo e le nubi, l’ara fresca e il sole caldo: i finestrini completamente abbassati per godere l’aria pura e i profumi, amandoli non meno di quelli dei vini. Miei i pampini, i lecci, i fili d’erba, le zolle, le pietre. Ho girato per cantine, ho riannodato i legami con i luoghi e i volti, imprimendoli una volta ancora nella memoria: Sanlorenzo, Barbi, Poggio di Sotto, Podere Soccorso. Un sorriso, uno sguardo. Tanta gentilezza ricevuta: assai più del dovuto. A poco a poco emergeva il senso del viaggio. Passavano i pellegrini in antico per Montalcino, transitando sulla Francigena. Oggi è la mia meta, ma ci vado con ugual spirito pellegrino di anno in anno nei giorni  segreti dell’inverno, quando esso pare sussultare per scrollarsi di dosso il sonno e come crisalide prendere il volo colorato della primavera. È la clessidra del mio tempo interno, che a intervalli regolari inverto perchè la sabbia ricominci a scorrere, misurando ogni volta i cambiamenti fuori e dentro di me. Ecco il senso di venire fin quassù ad assaggiare vini che potrebbero esser portati loro in una più comoda ed asettica struttura fieristica: capire davvero quei  Rosso e Brunello, le loro ragioni, significa aprire un dialogo  con il mondo che li ha generati e trovare uno spazio interiore per conversare con se stessi. “Conosci te stesso” stava scritto sul Partenone, ma non è mai un processo indolore: c’è sotteso un rito di morte e rinascita che bisogna accettare. Oltre i paesaggi vibranti, nei riflessi di quei Rosso e Brunello le persone che si perdono e che si trovano; i dialoghi intimi e segreti che giungono come regali, un po’ balsami e un po’ veleni; su tutto, i volti delle Madonne col Bambino del Museo, sorpresi nei loro fondi oro, immobili in un abbraccio eterno: uno sguardo amoroso ed una tenera carezza che di quella rinascita sono il senso più profondo, l’unico.

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Benvenuto Brunello 2016: ieri, oggi, domani.

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Ieri: l’arrivo a Montalcino.

Arriviamo a Montalcino che la notte è già scesa. Sola, in cielo, altissima, brilla la luna piena: ammanta d’argento e di una luce blu l’immane distesa dei campi che si apre alla vista dalla cima del colle, che a riguardarla a un tempo si allarga e si mozza il respiro: gli ulivi, le vigne, le pietre, tutto sembra partecipare di un incanto fatato. Brillano le torri e le mura della Rocca come vi si fossero accesi fuochi arcani, quasi un ricordo di veglie guerresche o di festa che fosse sospeso e perduto negli abissi del tempo.
È fresca l’aria, quasi fredda. Rivedo con gioia un po’ commossa le vie conosciute, le rampe secche di Piazza Garibaldi, la geometria limpida della facciata di Sant’Agostino. Mi piace venire qui l’inverno: il luogo mi trasmette un senso di pace festosa.
Montalcino stasera pare quasi addormita e deserta, cullata dal vento e dalle luci gialle dei vecchi lampioni di ferro. Qualcuno passeggia col cane e risuonano i loro passi lenti sul selciato; qualcun altro fuma tranquillo una sigaretta fuori da un locale, un puntino rosso nell’oscurità della strada. Poco mistero: c’è la cena di gala di Benvenuto Brunello e il paese si è fermato intorno ad essa. È giusto così: qui l’economia è basata sulle sorti del vino, che detta un poco anche i ritmi della vita.
Per me è il terzo Benvenuto Brunello.
Anche quest’anno sono partito dall’Inghilterra; la sosta a Milano, poi il viaggio in auto traversando di netto la Pianura Padana e la solitudine scura dell’Appennino; dopo le luci di Firenze, i monti segreti del Chianti; oltre, le Crete Senesi desolate. E sulla strada Fidenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna col suo San Luca illuminato;  Rioveggio, Piandelvoglio, Barberino; poi ancora Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, l’orgogliosa corona turrita di Monteriggioni; Malamerenda, Ponte d’Arbia, Buonconvento. Quante volte l’ho percorsa quella strada  ed ogni luogo è una memoria che saluto come un vecchio amico.
Alle spalle un anno faticoso e difficile. Nè io, nè chi mi accompagna possiamo essere sereni: ci sono troppi brutti pensieri. Mi chiedo – sottovoce e tra me – se davvero abbia senso questo viaggio, se non sarebbe stato meglio fermarsi a casa per riposare. Mi ricordo la domanda postami da un amico il giorno di Capodanno: “Che cosa andiamo cercando davvero in un bicchiere?”. Certo a spingermi c’è la passione per il vino, per il Sangiovese, per questa terra; la gioia di rivedere qualche amico: ne già ho sentita la voce al telefono, l’appuntamento è fissato. Eppure la chiave di volta sembra sfuggirmi, mentre misuro quanto è cambiato dallo scorso anno, quando andava in scena l’annata 2010 osannata ancor prima del debutto.

Quest’anno tocca alla 2011 per i Brunello e alla 2014 per i Rosso di Montalcino, annate non facili, che hanno causato grattacapi: la prima per le numerose ondate di calore che avevano messo le viti e le capacità dei viticultori a dura prova –  gli acini che talvolta appassivano sulla pianta;  la seconda, piovosa e nuvolosa, ha richiesto attenzione e cure per evitare malattie ed ottenere  uve sufficientemente mature: sará interessante l’assaggio dei Rossi 2014 anche per formulare qualche ipotesi sui Brunello futuri. Capitolo a parte i Brunello di Montalcino  Riserva 2010:  si sa già dallo scorso anno che l’annata era stata ottima e bisogna solo verificare se i vini rispecchiano le aspettative. Non manca qualche Rosso di Montalcino 2013, uscite ritardate del secondo vino che generalmente svelano piccoli gioielli.

Per cena torniamo all’Osteria di Porta al Cassero: la cucina è rustica come l’ambiente, la  favella toscana domina sulle  straniere. Poi, stanchi, rientriamo. Dalla nostra stanza si vede dall’alto Piazza del Popolo con le sue logge ariose animarsi di gente poco a poco e mi immagino come sarebbe viver qui, in questa dimensione provinciale, più serena e a misura d’uomo. Un’idea  che non riuscirò a scrollarmi di dosso, forse perché ormai mi sento un po’ a casa. Mi addormento immaginando bellezza che mi circonda, gli infiniti  silenzi che la natura qui sa regalare appena oltre le case, fuori le mura, per miglia e miglia.

Oggi: Benvenuto Brunello, benvenuta Montalcino.

È un’alba di sole che filtra attraverso le persiane, una luce linda e definita che tocca e tramuta ogni cosa. Apro la finestra ed oltre il luccichio dei tetti si apre la Val d’Orcia verde e marrone di campi, punteggiata dai cipressi, ancora avvolta qua e lá da una foschia sottile. Laggiù, solenne, scuro, il profilo del Monte Amiata. È lo splendore nudo del Creato. 

Sono le 6 e non ho voglia di alzarmi subito, mi godo l’incanto dal letto. Tanto c’è tempo: l’appuntamento con Luciano l’ho alle 9. Posso pure prendere la colazione con calma e preparare un buon fondo in vista della lunga giornata di assaggi, mentre guardo dalla finestra la luce plasmare le forme in immagini sempre nuove, svelando dettagli prima invisibili. Esco, lascio scorrere le gambe nelle vie con l’aria che piacevolmente mi punge sotto il cielo azzurro.
Con Luciano ci abbracciamo: devo alla sua amicizia ed alla sua gentilezza l’essere qui. Una calorosa stretta di mano con Stefano, compagno d’assaggi impagabile per conoscenza unita ad ironia e leggerezza: un piacere reincontrarlo.
Sfiliamo capannelli di gente che si saluta e chiacchiera davanti all’entrata. Mi ricorda un po’ l’atmosfera del primo giorno di scuola, quando si tornava dalle vacanze: mi aspetta una nuova lezione del Sangiovese di Montalcino e ne sono felice.
Il Sangiovese, croce e delizia:  che a volte lo trovi forte come un toro, altre delicato come una ballerina; che sa rizzarsi con clangore di tromba o distendersi nel sussurro di un ruscello sotto la luna; capriccioso e bizzoso con i terreni, con le esposizioni, col clima, ma capace di riprese incredibili in condizioni avverse: un indomabile Ribot.
Basterebbe per gioire il colpo d’occhio del chiostro dalle belle arcate che ospita i banchi dei produttori,  lì allineati e coperti di tovaglie ancora candide e lisce. Non ho voglia di cominciare subito  gli assaggi: rimando per star lì a chiacchierare con gli amici, per godermi l’ambiente e l’attesa. Intanto studio il taccuino e preparo un piano di assaggi, che ovviamente seguirò solo in minima parte, lasciandomi andare al piacere della casualità.

Quando mi decido, inizio da un nome che mi è assai caro: Fattoria dei Barbi. Vini passisti i loro, che esprimono il loro meglio alla distanza, come certe architetture classiche così imponenti che vanno ammirate da lontano, perché da vicino si perde contezza dell’insieme. Il Rosso di Montalcino 2014 mi pare che rispecchi in modo virtuoso l’annata: è magrolino, non lo nasconde, ma compensa abbastanza bene con una grazia di modi che gli deriva dagli aromi floreali. Tutt’altra stoffa il Brunello di Montalcino 2011: col Rosso sono fratelli solo nella distinzione, perché quest’ultimo invece è potente, alcolico, di spalle larghe, granato alla vista e con un profumo di legno vecchio: travi nodose, mobilia antica.  È un Brunello decisamente old style,  che mi ricorda i vini di 30, 40 anni fa; deve piacere, ma se piace piace parecchio: io l’ho trovato irresistibile. Si passa poi all’assaggio della selezione, il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2011. L’annata precedente mi aveva impressionato così tanto che ancora mi duole di non essermene procurato almeno una bottiglia, ma anche questo è notevole: tannico, di gran struttura, al momento direi più chiuso e meno arioso dell’altro Brunello (quello con l’etichetta blu), ma pure meno evoluto nei toni: già ne intuisci il floreale, il minerale, la buona lunghezza. Sono persuaso  che sia solo questione di tempo perché sbocci da par suo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 segna però un passo diverso: se anch’esso è ancora chiuso, già la differenza è evidente non solo per la sua bella trasparenza visiva: affascina per complessità e profondità aromatica, mentre alla bocca è ancora stretto tra aciditá e tannino imponenti, come in una morsa. Giusto così: le riserve sono (o dovrebbero) esser concepite per durare e abbisognano di tempo per assestarsi.

La Fattoria dei Barbi appartiene da secoli alla stessa famiglia ed è istruttivo dunque assaggiare per contrasto i vini di una azienda dove il passaggio di mano è recente: Podere Brizio. Sarà interessante seguirla perché la virata produttiva sembra netta: un ampliamento della superficie vitata, con gli 11 ettari già  convertiti all’agricoltura biologica mentre si guarda alla biodinamica; in cantina i lieviti sono indigeni e per l’affinamento si prediligono le botti grandi di rovere austriaco. Insomma, apparentemente sono le basi per un lavoro di qualità. Complici forse le annate il cambiamento all’assaggio dei vini balza in evidenza, sorprendente. Il Rosso di Montalcino 2014 è fresco, con sentori insistiti di arancia all’olfatto e al palato, ma – in questa fase almeno – non mi pare del tutto risolto: molto verde, magro, mi sembra abbia alcuni limiti dovuti alle difficoltà di maturazione dell’uva: eccolo qui il tallone di Achille dell’annata 2014, che si manifesterà evidente in alcuni degli altri assaggi. Col Brunello di Montalcino 2011 (lascito della vecchia proprietà) si cambia decisamente registro: avvicinandolo alle nari sono evidenti aromi di fungo, pellami e tabacco. Al sorso è fruttato, luminoso, con appena un leggero tocco di legno, tantissimo tannino e un’aciditá media. Un vino riuscito e con un profilo stilistico molto diverso da quello del Rosso. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 si muove sui medesimi binari del Brunello d’annata, ma con profondità ed armonia superiori. Sono vini di gusto moderno magari, ma con un deciso senso della misura. Viene da pensare che servirà del tempo prima che il cambiamento produttivo porti a vini altrettanto risolti, che i tempi della natura richiedono un certo assestamento anche delle vigne stesse; ma magari è solo il gioco delle annate a destarmi questa impressione, chissà.

Per ritrovare un confortante senso di stabilità mi accosto ai vini di Poggio Antico, un produttore forse più apprezzato all’estero che in Italia, per motivi mi sfuggono. Certo che anno dopo anno, forti di esposizioni invidiabili, fresche e soleggiate, questi rossi risultano costantemente eleganti, strutturati, lunghi. Tuttavia, frequentando questi vini da tanto tempo, ultimamente li ho trovati con piacere raffinatamente alleggeriti, con estrazioni più calibrate e naturali. Se il Rosso di Montalcino 2014 ha buona materia, ma mi pare che nella sua estrema gioventù debba ancora trovare un pizzico di armonia al sorso e pulizia di aromi, con i Brunello si ha subito un altro passo. Il Brunello di Montalcino 2011, sebbene ancora in assestamento e alcolico, riesce a unire levità e forza, risultando fresco su note modulate di frutta sotto spirito. Il Brunello di Montalcino Altero 2011 ha un’impostazione simile (“stile aziendale” la definirei): in qualche modo più complesso e materico e tuttavia con un bilanciamento ottimo tra acidità e tannini: ha struttura importante e lunga vita davanti a sé, ma è  espressivo e col giusto accompagnamento potrebbe già coronare regalmente la tavola. Tuttavia è all’assaggio del Brunello di Montalcino Riserva 2010 che Stefano ed io incrociamo gli sguardi con stupore, perché il colpo d’ala del fuoriclasse è palese: potente, lungo, vellutato ma allo stesso tempo lieve,  con un’integrazione dei suoi elementi già  pressoché perfetta. Si dice a volte:  "questo vino è femminile", “questo è mascolino”; ecco, la Riserva 2010 di Poggio Antico mi sentirei di definirla un vino androgino, per come sa unire forza e flessuosità in un’armonia inscindibile. Ci piace così tanto che ne chiediamo subito il prezzo in cantina: per una Riserva di questa qualità eccelsa, mi azzardo a definirlo conveniente.

A questo punto, ancora nitide le sensazioni di alcuni assaggi riusciti, sono curioso di assaggiare i vini di Sanlorenzo: che cosa avrà tratto Luciano dalle sue amate vigne? I suoi vini  hanno sempre una distinzione particolare: corposi , di vellutato calore, ma con una grinta sicura che li rende autentici. Il Brunello di Montalcino Bramante 2011 è un vino di grande bellezza e di forme rotonde, dagli aromi complessi; magari non ha la lunghezza che delle annate più favorevoli, ma possiede una beva piena, piacevole ed immediata, sospinta da una congrua dose di freschezza. Mi sono lasciato scioccamente sfuggire il commento un po’ sommario ed avventato che il suo Rosso di Montalcino 2013 (uscita ritardata) sia anche più riuscito; intendiamoci, il Brunello è il Brunello, ma questo Rosso, con i suoi aromi complessi e profondi, la sua struttura importante sorretta da una trama giustamente serrata di acidità e di tannini,  così pieno e perfettamente equilibrato a un tempo, ha un eloquio talmente ricco e bilanciato, un fluire così armonioso che lo definirei spettacolare, se non fosse che questo aggettivo evoca sempre qualcosa di artefatto e di forzato, mentre invece il Rosso di Luciano si esprime con una liquida misura. Infatti entrambi i vini spiccano particolarmente per la compiutezza della materia, la continuità delle sensazioni, la naturale avvolgenza: testimoniano con evidenza quali risultati possa portare un lavoro meticoloso in vigna.

Lì vicino trovo il banchetto di San Giacomo: lo scorso anno questo vini mi avevano tanto bene impressionato. Assaggio solo il Rosso di Montalcino 2013, che ha una misura ed una godibilità rare; solo, in questa fase mi pare abbia qualche nota un po’ burrosa che ne frena un po’ la lucentezza. Per un insieme di circostanze non ho modo di assaggiare il Brunello.

Lì a un passo, i vini di Salvioni. Se è produttore ammirato ci sono motivi ben precisi. Il Brunello di Montalcino 2011: complessità e pienezza da una parte, composte ma non austere; dall’altra slancio e finezza; ed aromi sfaccettati, che possiedono l’ariosità misteriosa della macchia, del timo e dell’origano selvatici. Viene presentato anche il Rosso di Montalcino 2014: l’occasione è particolare, perché abitualmente qui si produce solo Brunello. La ragione è semplice: vista la difficoltà dell’annata, del 2014 si imbottiglierà solo il vino cadetto. Cadetto…insomma! Perché il Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è un vino di razza e di gran stoffa, che nulla ha da invidiare tanti Brunello di celebrate annate. Fresco, giovanile, rigoglioso, slanciato ma complesso è un vino coinvolgente e goloso, spigliato ma profondo: una delizia assoluta,  pericolosissima, perché invita a un bere festoso, bacchico, senza pensieri.

Da un porto sicuro all’altro: se Salvioni è il prototipo del piccolo produttore che con i suoi vini artigiani non sbaglia un’annata, Col d’Orcia è la sicurezza della grande azienda, dall’imponente parco vitato, dove la tradizione viene rispettata con cura, sottoponendola semmai a prudenti e precisi colpi di lima. Per intenderci: 17.000 bottiglie contro 700.000; 4 ettari contro 142. Con la recente conversione  è la più grande azienda vinicola biologica della Toscana: un dato non banale. Con Stefano decidiamo di aprire gli assaggi con il Rosso di Montalcino 2014, che ha un’eleganza giovanile e un po’ acerba all’olfatto, ma è piacevolmente rotondo in bocca.  Il Brunello di Montalcino 2011 condivide col “fratello minore” la stessa eleganza d’impianto e la stessa rotondità all’assaggio, ma gli aromi sono più profondi ed evoluti, terziarizzati, e tuttavia è più compiutamente fruttato. Un vino, com’è naturale aspettarsi, complessivamente più solido, con un tannino importante ed una acidità  ben marcata seppur non altissima. Dopodichè, il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2008: un vino, si evince facilmente dall’annata presentata, concepito con una cura particolare e sottoposto a un lungo affinamento. Il risultato è una delle più potenti e raffinate espressioni di Sangiovese che io conosca. Tradizionale nel suo colore aranciato, con un naso estremamente complesso, dove si trovano vernice, petrolio, spezie, pellami, terra; con un impatto al palato distinto e potente, pieno e calibrato, lunghissimo. Un sorso, quello di Poggio al Vento, che esprime anno dopo anno una maestà rara.

Il piacere del contrasto: passare ai vini di Collelceto di Elia Piazzesi  significa ritornare ad una dimensione artigianale e contenuta. Azienda del quadrante sud ovest della denominazione, posta a quote non particolarmente elevate, tra i 150 e i 180 metri sul livello del mare, con suoli prevalentemente argillosi. Qui i vini sono naturalmente ampi e fruttati: ne è un una prova il Rosso di Montalcino 2014, con note di frutta in bella evidenza appunto, assai piacevole e di discreta struttura, che pare destinato ad esaltare la tavola. Decisamente uno dei migliori Rosso 2014 che ho avuto modo di assaggiare. Se le caratteristiche del territorio d’origine,viene fatto di pensare, hanno giocato a favore in una annata fredda e piovosa come la 2014, che sarà cosa successo invece col caldissimo 2011? Certo, il Brunello di Montalcino 2011 ha tutta la forza della sincerità nel riportare i caratteri dall’annata, ma lo fa con una classe e una distinzione rare: l’olfatto è molto ricco,  quasi sensuale: esprime subito molto aroma di tabacco, e poi pelli, e rovo, e sa sviluppare un ricamo di spezie e di incensi; e benché l’acidità resti a mio avviso in una fascia poco più che mediana, il sorso è risolto in un canone di rustica eleganza,  con un’evidente ricerca di levità che rinfranca. Del Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi piace soprattutto lo spirito artigiano: un vino caldo, dal tannino e dall’acidità potenti, lasciati in evidenza nella loro nuda e ruvida bellezza di pietre sbozzate; ma allo stesso momento dotato di una flessuosità che li integra e li dispone secondo una spontanea armonia.

Tutt’altra zona e tutt’altra tempra per i vini de Le Chiuse: qui siamo nel quadrante nord di Montalcino, dove le esposizioni sono generalmente più fresche e lo stile aziendale predilige vini longilinei, anche lenti ad aprirsi,  ma nati per durare ed evolversi nel tempo. In queste coordinate il Rosso di Montalcino  2014 è un bel vino particolarmente fresco e luminoso, ma arricchito dai cenni di evoluzione degli aromi terziari. Il Brunello di Montalcino 2011 mi pare invece molto potente, alcolico, austero e bisognoso di tempo per esprimersi compiutamente, come pochi altri in questa annata: quasi direi che non è ancora del tutto maturo, ma ha una florealità all’olfatto che lo contraddistingue e ne riporta con evidenza la zona d’origine.

Mi piace l’idea di attraversare idealmente il territorio di Montalcino sorvolandolo con la mente come rondine a primavera, per raggiungerne quasi un estremo opposto: quelle pendici assolate che si aprono verso l’Orcia e l’Amiata, superato Castelnuovo dell’Abate che le sorveglia severo e pietroso. Ricerco un altro volto del sangiovese nei vini di Poggio di Sotto, che qui si manifesta da sempre ampio, potente, ma allo stesso impalpabile, sul filo di una controllata evoluzione e di colori visivamente scarichi, antichi se non primitivi. Però assaggiando il Rosso di Montalcino 2013, quasi allibisco:  com’è che mi sembra un po’ più giovanile del solito e  con un color più nettamente  rubino piuttosto che quell’aranciato quasi firma di Poggio di Sotto? Mi si spiega che è praticamente un campione di botte, è appena stato imbottigliato, che la selezione in vigna è stata severissima e che questo sembra ne abbia rallentato l’evoluzione. Ha veramente le caratteristiche di un grande Sangiovese: giocato su trasparenze struggenti, dall’aroma complesso e profondo, salino, caldo, appena un po’ alcolico; però mi sembra in qualche modo normalizzato:  mi manca in lui – almeno in questa fase- quel certo che di imponderabile e sottilmente arcaico delle storiche produzioni di Poggio di Sotto. Lo ritrovo invece nel Brunello di Montalcino 2011 ed ancor più nella Riserva 2010.   Il Brunello annata può avere sulle prime un impatto difficile per un certo spunto di acetaldeidi, ma attendendolo nel calice emergono complessità e levità di aromi. Alla bocca quasi inganna: lì per lì sembra leggero e un po’ evoluto, poi si realizza quanto il sapore sia  intenso ed il corredo tannico notevole ma delicato, l’acidità superiore alla media ma ben fusa. Da ultimo, Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 , un lascito della vecchio proprietario Piero Palmucci, dove ritrovo in pieno le caratteristiche dei vini di Poggio di Sotto che più ho amato. Un vino, mi sento di dire, semplicemente eccezionale. Sul palato ha la solidità di un colonnato dorico e la leggerezza di un origami di carta; unisce potenza e complessità: un acciaio con la consistenza e la flessibilità dell’acqua o anche di più. Sembra poter coprire ogni sapore nel suo lunghissimo arco gustativo, dalle erbe medicinali alla pienezza della frutta. Acidità e tannino sono ai massimi livelli, ma così perfettamente diffusi che sul palato scorre senza offrire nessuna asperità, largo e avvolgente ma senza peso. Non so se qui ci sia ancora la sua mano, ma questa era la maniera dei vini di Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese che da qualche anno non c’è più.

Viene naturale che la prossima tappa del vagabondare tra gli assaggi sia il Podere le Ripi, per almeno due buoni motivi: uno, le vigne mi dicono essere vicinissime a quelle di Poggio di Sotto, se non contigue; l’altro, il loro giovane enologo Sebastian Nasello è il fresco vincitore del Premio Gambelli 2016. In effetti qualche punto in comune con lo stile dei vini di Poggio di Sotto c’è, soprattutto nel Rosso di Montalcino 2011 (un’uscita particolarmente ritardata, che la dice lunga sulle ambizioni di questo produttore): ha un aroma molto bello, intenso e complesso, marcato piacevolmente da tocchi di solvente, ed un sorso giocato su toni di frutta, molto naturale, morbido ma reattivo. Davvero un ottimo Rosso: gustoso e croccante, quasi un piccolo grande Brunello, sarà  uno degli assaggi migliori della giornata. Trovo buono anche il Brunello di Montalcino Riserva 2010, ma a mio modo di vedere in qualche modo più costruito, meno sciolto del Rosso: aranciato alla vista, al naso è muschiato e balsamico, con note casearie, un po’ polveroso; il sorso è croccante e bilanciato, con una densità piacevole. Mi annoto mentalmente di seguire questo produttore negli anni a venire.

Ancor più, però, mi interessa seguire il percorso del Sangiovese, il suo mutare di zona in zona. Passo quindi da quella che è una delle mie cantine del cuore, Tiezzi: il loro operare nobilmente artigiano restituisce sempre con bella trasparenza le caratteristiche dei territori che ospitano le vigne: Cerrino, Cigaleta, la Vigna Soccorso. La mano leggera e rispettosa si sente bene nel Rosso di Montalcino 2014, dove confluiscono le uve dei diversi appezzamenti. È un vino che vince per equilibrio e carattere: ha un aroma intenso, sulle prime un po’ affumicato e un po’ evoluto; poi nel calice recupera freschezza, con un netto profumo di rosa che in bocca diventa sapore, con un’acidità superiore alla media che lo conferma fresco; e ha un tannino che non scherza, segno felice di pienezza strutturale. Il Brunello di Montalcino 2011 Cerrino, da quel versante nord favorito in teoria nell’annata calda,  è un’altra ottima riuscita, con profumi bellissimi, puri, di fiori, di macchia e di spezie. Fresco, leggero, armonioso, diciamo pure fruttato, ma sostenuto da un saldissimo nerbo.
Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2011 viene dallo storico Cru volto a sud-ovest ma alto sul colle di Montalcino, a ridosso delle mura. Anche in un’annata calda come la 2011 riesce un vino grandissimo, che sembra irradiare una luce di montagna. Fresco, con note di solvente in evidenza, sapido, complesso e lungo e tuttavia sussurrato: la vera distinzione. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso Riserva 2010: profondissimo, lunghissimo, con una struttura potentissima che gli consentirà io credo di sfidare gli anni, eppure già armonioso, godibilissimo.

Tra i piaceri di Benvenuto Brunello c’è  quello di scoprire attraverso gli assaggi e le persone realtà a me sconosciute; mi lascio spesso guidare da Stefano e ci accostiamo ad alcuni piccoli produttori. Ad esempio Il Bosco di Grazia: magari l’assaggio del Rosso di Montalcino 2014 , malgrado un certo impianto fruttato e una bella  speziatura non mi convince appieno, ma il Brunello 2011 è veramente piacevole, godibile fin d’ora: fruttato e speziato anch’esso, fresco grazie ad un’acidità decisa ma ben integrata, forse appena un po’ alcolico, è rotondo in bocca e ti invita a berlo senza tanti discorsi, abbandonandoti felice al suo piacere. Ordine inverso, verrebbe da dire, con i vini di Cerbaia: il Rosso di Montalcino 2014 all’olfatto è evoluto e complesso, giocato sui terziari; sul palato invece mi pare morbido e tannico: un bel vino da fiorentina.  Il Brunello di Montalcino 2011, più tannico che acido, un po’ rustico, ha però il gran pregio dell’autenticità. Rimango meno convinto, onestamente, davanti alla Riserva 2010, ma la mia magari era solo una bottiglia poco fortunata. La vera sorpresa, però, è Il Pino. Il Rosso di Montalcino 2013 (un’uscita ritardata) è fine, potente, fresco, appena un po’ alcolico, con una bella struttura dove il tannino è in evidenza ed ha un certo gusto di liquerizia sul finale, che personalmente trovo piacevole. Mi verrebbe da dire, in senso positivo, che nebbioleggia un poco: intendo (passami amico o amica che mi leggi il paragone ardito) che se il Sangiovese è tenore ed il Nebbiolo baritono, questo Rosso è un tenore dal timbro piacevolmente scuro: più Domingo che Carreras. Trovo ottimo anche il Brunello di Montalcino 2011: dal colore aranciato scarico old style , con profumi di macchia intensi ed ariosi,  in bocca è fruttato, pieno,potente, forse appena alcolico.

Dopo le sorprese, con Lisini gli assaggi ritornano su una rotta sicura: qui da decenni la qualità si declina secondo uno stile molto tradizionale. Così il Brunello di Montalcino 2011 appare un campione di classicismo e proporzione, con una giusta austerità; rispetto ad annate più favorevoli, tuttavia, mi pare non abbia una persistenza lunghissima. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è ancora un campione da botte ed a mio avviso è appunto  in cerca di quell’equilibrio ed integrazione per i quali è richiesto un ulteriore riposo; pure, nel suo muoversi ancora un po’ grezzo tra tannini abbondanti e alcolicità, già si delineano in lui le forme di una classica figura. Il Brunello di Montalcino Ugolaia 2010 segna però un altro passo. Qui il classicismo trova articolazione e movimento, esaltando un corpo potentissimo dotato di un tannino addirittura monumentale: un nudo michelangiolesco. Non assaggio ahimè il Rosso 2014: un po’ di stanchezza comincia a farsi sentire, preferisco concentrarmi sui Brunello.

Ci sono tanti modi di declinare la tradizione, tanti quanti i territori e le mani di chi li produce: per esempio i vini di Fornacina sono un fermo caposaldo dello stile più classico e tradizionale, ma lo declinano in un’identità riconoscibilissima e felicemente artigianale. Come mi dice Stefano, “sono vini che non ci devi parla’ sopra” e come al solito coglie nel segno in maniera fulminante. Sono vini giocati sulle trasparenze aranciate del colori, in equilibrio dinamico tra freschezza e evoluzione, tra forza e leggerezza. Vini serissimi come chi li produce, forte di un’ambizione ed una misura genuinamente contadine. Il Rosso di Montalcino 2014, per esempio, è uno dei migliori assaggiati alla manifestazione: simpatico, ha un un tocco piacevole di quello che gli inglesi chiamano farmyard  e di note affumicate, poi scatto fruttato, con una screziatura di spezie. Mi pare ancora un po’ scomposto in bocca, ma saporito, assai pieno in relazione all’annata, croccante. Un vino, immagino lì per lì, da provare subito col mallegato toscano. Lo ritroverò un paio di mesi dopo al Vinitaly più riposato, più nitido e luminoso e scoprirò che il produttore per quell’annata ha deciso di non imbottigliare il Brunello, spiegando così in parte la qualità straordinaria di questo rosso. Passando al Brunello di Montalcino 2011, si muove su un medesimo stile, ma è più complesso e lungo. Stupisce quanto sia scattante e dinamico, provenendo da un’annata così calda: qualcuno lo definirebbe, a ragione, finto semplice. C’è poi il Brunello di Montalcino Riserva 2010: ha ancora la stessa impronta, è piacevolmente salino, forse appena un po’ alcolico, ma a mio avviso ha chiaramente la fatidica marcia in più. Peraltro sono tutti vini offerti a prezzi molto corretti.

Con Fattoi, un produttore che fin dai primi assaggi ho sempre amato molto, non ci allontaniamo dalla tradizione; ma vuoi i terreni, vuoi la mano, i vini sono assai diversi dai precedenti. Hanno
sempre un calore particolare, che è piuttosto una profondità di voce baritonale. Anche il Rosso di Montalcino 2014 è così, malgrado l’annata magra: rotondo, piacevolmente evoluto, fa pensare piuttosto ad un 2013. Il Brunello di Montalcino 2011 riporta a quella voce grave così tipica di Fattoi in maniera ancora più marcata, con quegli aromi complessi e misteriosi di sottobosco che tanto mi affascinano e stupiscono. Magari non così lungo come in altre annate, ma che importa se in compenso è già tanto godibile? Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è semplicemente uno tra  migliori Riserva che ho assaggiato: si muove sempre nei binari dello stile di questo produttore, con quella visceralità così vibrante, qui unita a una grandissima struttura e ad una bellezza radiosa che sboccia dal suo equilibrio, dall’intensità, dallo slancio. Un vino che difficilmente si dimentica.

Forse è proprio l’assaggio di quest’ultimo che inconsciamente muove le mie gambe verso il banchetti di Canalicchio di Sopra: perché  i vini della famiglia Ripaccioli mi sono sempre sembrati tra i più potentemente strutturati di Montalcino, al punto da apparire forse indomiti in gioventù. Questo spirito altero e ribelle, che resta però controllato da una cura che non conosce sbavature o incertezze di esecuzione, me li fa molto amare. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra ancora un po’ verde, abbisogna d’assestarsi,  ma è pulito, curato, con aromi interessanti di erbe officinali. In questa sua immatura gioventù sarebbe da provare a mangiarci sopra le castagne arrosto: non so se funzionerebbe, ma nel caso, che meraviglia! Altra musica col Brunello di Montalcino 2011, a segnare come specchio  la diversità dell’annata: vino che sta in equilibrio tra note calde e fresche, con un supporto salino e minerale al palato che lo rende scattante ed energico. Non conosce mollezze, anche se ti conforta e blandisce con un po’ di aroma e gusto di uva sultanina, perché ha dalla sua un gran tannino, una notevole acidità e una discreta lunghezza. Nel Brunello di Montalcino Riserva 2010 direi che si ritrova lo stesso stile, ma con ancor maggior struttura, che è di proporzioni monumentali, e  soprattutto molta più complessità. Tuttavia allo stesso tempo è estremamente spigliato, offrendo una beva luminosa,  tridimensionale, ficcante e lunghissima, di eccezionale carattere.

Il contrasto con i vini del Castello di Velona è notevole. Il Rosso di Montalcino 2013, un’uscita ritarda, è molto piacevole: un po’ alcolico, fruttato e levigato, fors’anche un po’ piacione; però immediato, pronto, si beve bene e senza pensiero, che non è poco. Il Brunello di Montalcino 2011 segna un balzo notevole in un’ipotetica scala qualitativa. Succoso, anch’esso un po’ piacione, ma credo rimanga felicemente nei binari della tipicità, sebbene mi pare di cogliervi un residuo zuccherino non timido per la tipologia e non lo metterei tra quelli a più alto potenziale di invecchiamento (lo dico sottovoce però: si fa presto in quest’ambito a prender cantonate).

Sarà la suggestione rimasta da questo assaggio se anche i vini successivi, quelli di Capanna, mi paiono caratterizzati da una rotondità zuccherina non consueta e che stento a ricordare in questa firma. O sarà piuttosto la loro intensità fruttata così piena e marcata a confondermi, vista la stanchezza che dopo tanti assaggi in piedi, lo ammetto, comincia a farsi strada? Certo sono vini di carattere: riconoscibili, ma legati alla tradizione con un doppio nodo. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra veramente piacevole, soprattutto all’olfatto: complesso, terziarizzato, bellissimo. Al palato ha una discreta concentrazione e struttura, ma ciò che è più importante possiede freschezza, al punto di avere accenni un po’ verdi; però risulta sempre un po’ dolcino, come a smussare gli spigoli. Il Brunello di Montalcino 2011 ha un profilo olfattivo simile, ma più intenso. Soprattutto però ha un carattere più spiccato, ribelle vivaddio: perché l’intensità fruttata si sposa con la grinta che gli deriva più dal tannino che dall’acidità, e se anche lui mi pare un po’ dolcino, il quadro finale è comunque di un buon equilibrio. Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi pare giochi a sua volta con questo carattere risolutamente fruttato al quale affianca una bella struttura che al momento deve però parecchio affinarsi: di nuovo, non ho certo la sfera di cristallo, ma a mio vedere col tempo si farà, eccome. Chiudiamo con Il Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva 2011: dopo ore di assaggi di vini rossi poderosi, con tutti i tannini e l’acidità che giustamente ci si aspettano dal sangiovese di Montalcino, questo vino dolce e  profumatissimo arriva quasi come una benedizione: è un balsamo per il corpo e per lo spirito. Sarà la sua levità, la morbidezza glicerica, la dolcissima carezza, ma mi sembra che possa stare al pari – hic et nunc– con certi  celebrati Sauternes .

Un peccato che mi sia accostato solo alla fine ad un produttore solido come Fanti, che non rientra in realtà tra quelli che conosco meglio e  doppiamente me ne dispiaccio, perché la stanchezza del palato e della testa ormai è evidente. Bisognerà che il prossimo anno rimedi, se la fortuna mi assiste, così da inquadrare meglio questa firma. Tra questi assaggi in zona Cesarini mi è piaciuto molto il Rosso di Montalcino 2013, che mi pare sia di levatura superiore: succoso, piacevole, speziato. Per un verso o l’altro mi sono trovato meno sintonia con i Brunello: il 2011 a mio parere buono, ma con qualche eccesso zuccherino e alcolico; il Brunello di Montalcino 2011 Selezione Vallocchio di grande struttura e densità, ma di nuovo un po’ dolcino e con una persistenza che lascia qualcosa di non detto; il Sant’Antimo Rosso Sassomagno 2013 mi pare lontano dalle mie corde. Ripeto: ero stanco, sono note queste mie ultime da leggersi con tutto il possibile beneficio del dubbio. A riprova, il vino che ho maggiormente apprezzato e meglio gustato è il Sant’Antimo Vinsanto 2009: ottimo! Morbido, glicerico, giustamente alcolico, dolcissimo, forse un po’ in debito di aciditá, ma difficilmente lascia insensibili nel suo librarsi in equilibrio tra note di solvente ed di una liquerizia dolce e nitida, ricca di caramello e  melassa, come una rotella Haribo.

E dunque, amico o amica che mi leggi, vuoi sapere come mi sono sembrati tirando le somme i vini di queste annate?
Come detto, la 2014 e la 2011 non sono state annate facili e qualche traccia nel calice l’hanno lasciata; la 2014 particolarmente e difatti più di un produttore non imbottiglierà Brunello. Alcuni Rosso di Montalcino 2014 mi sono sembrati onestamente magrolini, alcuni un po’ scomposti ed acerbi. Chi ha declassato il vino atto a divenire Brunello ha tratto però  risultati  eccellenti per la categoria e a volte in senso assoluto; e tanti che hanno lavorato bene e su esposizioni vantaggiose hanno comunque ottenuto vini equilibrati e piacevoli, che invogliano a mettersi a tavola. Il disciplinare permette come è noto di tagliare il vino dell’annata con altro più giovane o più vecchio, e chi ha potuto se n’è avvantaggiato, giustamente: è lecito per tutti i migliori vini del mondo ed è una vecchia e saggia pratica contadina: il vino deve essere anzitutto sano (nei limiti di una bevanda alcolica) e buono.
Tale taglio ha aiutato probabilmente anche la riuscita di molti vini dell’annata 2011, generalmente migliori delle aspettative e con una sufficiente riserva di freschezza all’assaggio malgrado la calura dell’annata. Il risultato però è stato a macchia di leopardo:  taluni Brunello,  favoriti da esposizioni  fresche o da un terreno propizio o da viti vecchie o da una mano esperta o fortunata,  spiccano perché possiedono scatto, forza e equilibrio: insomma, hanno il passo dei grandi; altri sono buoni vini, comunicativi e di piacevolezza immediata sebbene non profondissimi.
I pochi Rossi di Montalcino 2013 presentati come uscita ritardata confermano l’annata equilibrata: classica, come spesso è stata definita.
I Brunello di Montalcino Riserva 2010 sono un capitolo a parte: su di essi ho ascoltato numerosi pareri anche contrastanti, ma per il mio poco capire i migliori confermano la grandezza dell’annata proprio nel loro essere talvolta ostici e arrabbiati: un Brunello Riserva deve essere un vino da attendere, a mio vedere l’attesa è parte della loro essenza. Purtroppo taluni vini mi hanno ricordato in modo trasparente che metter mano a una Riserva non è facile , anche in un’annata fortunata: ci vogliono il terroir, le giuste viti (cloni, porta innesti, un’età congrua),  esperienza e un pizzico di buona sorte.

Domani: dopo Benvenuto Brunello.
Domani, domenica, torneremo a casa da Montalcino dopo aver sostato ancora una volta a Sant’Antimo come pellegrini per dire una preghiera: chissà in mille e più anni queste pietre e questi ulivi quali e quante accorate richieste avranno accolte: desideri e speranze. Il nostro questa volta invano: lunedì una farfalla volerà via – troppo presto – ormai fattasi leggera, quasi sulle note di una barcarola; come il Sangiovese delicata e forte, domestica e nobile.
Saranno allora pensieri cupi e domande, guardarsi indietro interrogandosi su che cosa davvero conta, “donde veniamo e verso dove andiamo”, come diceva il mio professore d’italiano al ginnasio.
Guardando indietro alle giornate ilcinesi, mi resterà la visita alla cantina dell’Hotel al Brunello, in rispettoso silenzio: centinaia di bottiglie preziose, etichette che farebbero la gioia di ogni appassionato dei vini di Montalcino e non solo: vecchie annate di Soldera, di Casanova di Neri, e di tanti altri produttori di culto; ma a colpirmi particolarmente una antica bottiglia di Moscadello ed una di Chianti Colli Senesi 1968, entrambe a firma Biondi Santi: segni di un’epoca passata, di un tempo forse più modesto, ma più sano e più  umano. Mi resterà l’immagine della bimba di Fattoi al banchetto, che concentrata e attenta versa il vino al degustatore occasionale: forse nemmeno otto anni e  il padre accanto che la guarda orgoglioso; e rivederli poi che rincasano dalla manifestazione al tramonto, tenendosi per mano: la tradizione che vive e si eterna. Mi stuccano perciò, lo scopro, tanti discorsi sul vino, tanto vuoto bla bla al quale io stesso contribuisco: neminem nostrum esse sine culpa . E più di tutto mi dispiace certo vantarsi, darsi importanza, passare a setaccio l’opera altrui con la penna rossa del maestrino. Ecco finalmente la risposta alla domanda del mio amico Fabrizio, che cosa cerco in un calice: un mondo di valori umani veri, l’accoglienza sincera che fa sempre trovare all’ospite un fiasco sul tavolo;  la solidarietà e la tolleranza antiche della terra: se hai fatto il vino buono sei bravo e fortunato, e se è un po’ meno buono pazienza, e se hai aggiunto un po’ di acido tartarico per aggiustarlo amen, purché ci sia in te l’onestà, il senso della misura. Più  che al calice, ormai, mi garba piuttosto accostarmi alle vigne: ai fiori sulle prode, all’erba verde tra i filari, ai grilli e agli insetti e agli uccelli che le popolano, ai boschi fitti che le proteggono. Giro le campagne di Montalcino e vi trovo soprattuto questo: sono pochi o nulli i filari col sottofila striato d’arancione  per il diserbo chimico, che vedo invece tristemente in altre zone vinicole;  e seppure  capisco  la necessità a volte e  la fatica di chi la lavora, è sempre l’immagine della terra che muore. Perciò l’assaggio più bello di questo Benvenuto Brunello me lo regala Luciano nella sua cantina spillando da una botte grande un po’ di vino dell’ultima annata, atto a divenire Brunello di Montalcino 2015: nella sua energia ancora selvaggia, coi tannini ribelli come puledri e l’acidità saettante e tutto quel sapore, è una massa informe, è un neonato che porta in sè, in potenza, ogni avvenire; è la promessa della natura che ogni anno si rinnova; è la speranza della vita che continua in un futuro migliore. 

Il giorno, a Benvenuto Brunello 2015

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L’alba.

La mattina e’ piovosa e umida, fredda; le mura massicce del Castello di Saltemnano si ergono fra la foschia che ingolfa desolata la valle dell’Arbia, la coltre grigia delle nuvole in cielo. Lontano, remota e quasi un punto, Montalcino con le sue torri che si stagliano su uno squarcio più luminoso d’orizzonte: la nostra meta. Che differenza rispetto all’anno passato, quando l’inverno già si discioglieva all’abbraccio tiepido della primavera e si aprivano al sole i germogli. Sarà per questo che una malinconia sottile mi prende, come un lieve disagio? O sarà forse la preoccupazione del confronto con quello scorso Benvenuto Brunello, il mio primo, e le sue emozioni? Magari è solo un poco di quel disincanto che si prova addentrandosi nella conoscenza: quel pizzico di magia che va inevitabilmente perduta. Sono pensieri però che si scacciano in fretta, tanta e’ la voglia di tornare su quel colle, di respirarne l’aria pura, di vederne le vie e con voli rapaci dello sguardo abbracciarne i paesaggi solenni a volo; e stringere le mani di quella gente. La strada sale dal fondovalle poco oltre Buonconvento, annodandosi su se stessa come le spire di un serpente: curva dopo curva, cantina dopo cantina, vigneto dopo vigneto. Per molti solo asfalto, automobili, traffico; per me percorso iniziatico, esercizio dell’animo: Benvenuto Brunello non è semplicemente la presentazione di nuove annate, l’assaggio di grandi vini;  per me è soprattutto calarsi in una realtà diversa, in un altro sentimento del tempo; e’ interrogarsi sulle ragioni della terra, sul seme che mi ha generato; e’ domandare al sangiovese di svelarmi i suoi segreti, intessendo con lui un dialogo muto, concentrandomi allo spasimo per intercettarne le vibrazioni più intime. Perché il sangiovese e’ come una gran dama: sempre un po’ sfuggente; e sotto la coltre dell’immediatezza vela spesso una complessità straordinaria. È come uno specchio che riflette sempre qualcosa della sua zolla, di chi l’ha coltivato e vinificato, persino di chi lo beve. Ecco: quest’anno vorrei tracciarne per me i confini, quel ritratto che ho ancora incompleto.

La mattina.

Si giunge a Montalcino che è mattina presto, le valige nei confortevoli silenzi ariosi di Palazzo Saloni; si camminano in fretta le vie profumate di pane appena sfornato, buono; si rivedono i selciati conosciuti, i canti, le insegne, i tetti, mentre la gente principia le attività quotidiane; con la sensazione felice di sentirsi in una casa ritrovata. Ecco l’ingresso sotto l’arco di pietra, l’abbraccio affettuoso con Luciano Ciolfi, al quale devo l’invito e la visita nel giardino del Brunello. Quest’anno si accede alla manifestazione dalla parte del museo, con la suggestione delle arcate possenti, delle teche che vegliano tesori nella penombra; si ha il chiostro bellissimo li’ da vivere e le sale appena ridipinte, di candida bellezza. Peccato solo l’odore della vernice fresca, per me fastidioso, ma onestamente nessuno mi pare se ne lamenti, sicche’ sarà il mio naso. C’è tanta gente e l’atmosfera della festa, perché la tanto attesa annata 2010 e’ di scena. Il mio disagio in parte si svela: quanti entusiastici giudizi ho letto anticipatamente su questa annata e quanti invece ruvidamente contrari alla 2009, spesso superficiali e irrispettosi del lavoro e della fatica di quella gente che suda allo stesso modo da un anno all’altro, anzi di più in quelli meno felici.  Sicuro, la  2010 e’ molto buona, però ancora una volta sono le differenze tra un vino e l’altro che più mi affascinano: di stile, di mano e di territorio, ciascuna a formare una piccola tessera del mosaico del Sangiovese di Montalcino, esprimendone le singole individualità. Ha detto bene un assaggiatore notissimo: “non c’è il Brunello 2010, ma cento Brunello 2010” . Che posso aggiungere a quanto scritto da tanti piu’ esperti di me? Eppure mi voglio provare. Contando che ho assaggiato in piedi ai banchetti dei produttori, quindi con tutte le approssimazioni del caso, mi pare un’annata luminosa, solare, di forza e di equilibrio, che a mio parere ha originato molti vini di traboccante energia, sicuramente godibili fin d’ora ma che in alcuni casi – forse quelli migliori- richiederanno anni di bottiglia per assestarsi appieno e ricomporsi in una grazia superiore; giocando poi un tiro mancino da una parte ad alcuni Brunello Riserva 2009, verso i quali lo stacco mi è sembrato a volte minimo e talvolta a vantaggio del vino d’annata. Quanto ai Rossi di Montalcino 2013, sono sempre freschi, piacevoli e benfatti, ma direi con una profondità e continuità qualitativa un po’ inferiore rispetto ai 2012 assaggiati lo scorso anno. Paradossalmente l’annata 2013, per così dire classica, ha ancor più  differenziato chi interpreta il Rosso come un  Brunello adolescente e chi semplicemente come un buon vino da pasto.

Il mezzodì e il meriggiare.

Che piacere assaggiare con Luciano, lui che in vigna e in cantina si sporca le mani e vi trova l’orgoglio e la pena. Che piacere assaggiare e confrontarsi con Stefano Paparelli, finissimo palato, che sa riassumere il senso di un vino in una battuta. Che piacere poter legare un assaggio alla chiacchiera col produttore sull’annata, sulla vinificazione, sul suo terreno, e scoprirne le interrelazioni nel calice. Talvolta nemmeno quello serve: basta un gesto, uno sguardo soltanto e dalla persona che hai davanti capisci tutto il vino. Oppure puoi chiudere gli occhi e concentrarti solo sul calice, senza preconcetti, simpatie e antipatie. Purché nel calice ci sia Brunello di Montalcino, quello che nelle sue mille differenti sfumature, buono o meno buono, mi picco di riconoscer come tale, che parla toscano con la voce del sangiovese. Perche’ un paio di vini che ho assaggiato – ottimi senz’altro – non parlano quella lingua: concentrati, fruttati, rifiniti secondo un gusto internazionale, mi pare che in essi la sapienza abbia la meglio sulla natura dell’uva e del territorio, perlomeno come io l’ho vagheggiata; sontuosi persino: ma io vorrei prenderti per mano, amico o amica che mi leggi,  e portarti li’ a due passi nelle sale del Museo di Montalcino, di fronte alle monumentali Madonne su fondo oro del Dugento Senese: nude e scabre forse, ma potentemente spirituali, di un rigore severo che a riguardarle si scioglie in una dolcezza senza tempo, un’idea di fede insieme mistica e laica, perché universale. Ecco, immagina che d’improvviso accanto v’appaia una pittura perfetta ma esteriore, barocca nel senso della sovrabbondanza cortigiana: così mi suona la lingua di quei due vini tanto internazionali. Perciò oggi che si presenta tra gli osanna l’annata 2010, le tante attenzioni estere nutrono la mia inquietudine e il mio disagio: temo una deriva e seppur io sappia per esperienza che il mercato e’ vita, fatico a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.Saranno altri vini a riportarmi al sorriso, attraverso le ragioni della terra. Quelli dove sentirò una vibrazione che mi appartiene e che mi azzardo a ricondurre a queste zolle, a queste mani, a questa storia ilcinese. Di essi scriverò: di quelli che mi hanno trasmesso – come diceva un vecchio direttore d’orchestra – un tono vitale.

Per cominciare partendo in quarta, i vini di Sesti, con un Rosso di Montalcino 2013 elegante e molto fine, dal colore tenue e con toni un po’ verdi al palato, che però non mi dispiacciono: sono tocchi di freschezza. Anche il Brunello 2010  e’ molto fine, di grande struttura e di equilibrio già miracoloso, con una persistenza lunghissima ed una tessitura passante che è come un eloquio naturale, sciolto ed insieme profondo, da grande oratore: più ancora, il discorso di un leader. Il Brunello di Montalcino Riserva 2009 e’ anch’esso strutturato e lunghissimo, ma meno bilanciato nell’uso del legno e il suo parlare un po’ più impostato, meno energico. Tutti i vini di Sesti sono comunque luminosi ed al tempo stesso potentemente chiaroscurati, dinamici e ariosi, con la purezza di un cielo stellato. 

Passo subito dopo ai vini di Sanlorenzo, quelli di Luciano, per godermi appieno il gusto del contrasto con i precedenti: perché i suoi, lo so, son vini forti, potenti, materici, ma che mantengono sempre abbastanza freschezza e quel tocco appena un po’ ruvido per non stancare mai.  Vendemmia dopo vendemmia vanno acquistando focalizzazione e quella  rifinitura sottile che è attenzione al dettaglio, non preziosismo. Sorprende quasi il Rosso di Montalcino 2013, meno alcolico del solito, diverso, forse anche più godibile: magari al momento di Benvenuto Brunello ancora un po’ da farsi ( e’ in bottiglia da poco), ma si capisce benissimo che la sua e’ la struttura di un Rosso di categoria superiore. Il Brunello 2010: per me che l’ho assaggiato in più fasi della sua evoluzione e’ una conferma, ma che conferma!  Ha tutto quel che deve avere un grande vino: potenza e levita’, magari ancora un po’ da armonizzarsi direi, ma la stoffa e’ tutta lì, con una bocca che è già carezzevolissima ed un’alta acidita’ già ben integrata, col tannino potente e fine. Vino sempre più raffinato il suo Brunello, ma questo 2010 ha dentro un’energia speciale che scalpita e trabocca. Lo diresti un vino a trazione posteriore: quasi delicato e di stoffa dolce sulle prime al palato, poi vi si espande travolgente, spingendo forte sul gusto.

Su suggerimento di Luciano provo i vini dei suoi vicini di “banchetto”, San Giacomo, che non conosco, e questa è forse la sorpresa della giornata. Vini luminosi, puri, strutturati; magari in queste fasi giovanili un po’ lineari in termini di complessità aromatica, ma con una bellissima naturalezza sul palato, che invoglia a berne e a mettersi a tavola in loro compagnia, più che a degustarli. Vorrei proprio poterli riassaggiare con più calma e agio, approfondire il loro racconto, sfogliando la pagina delle annate e camminandone la terra. 

Li’ vicino c’è Salvioni ed il loro Brunello di Montalcino e’ spettacolare: bellissimo fin dalla tinta luminosa, e’ all’olfatto e al gusto che dispiega un carattere veramente in technicolor, perché ha già in se’ la giovinezza e la maturità perfettamente fuse,  coi frutti da una parte e dall’altra gli umori della pelle, degli anfratti segreti nel bosco. Non si smetterebbe mai di gustarlo tanto in bocca e’ lieve e forte, ben tannico e ben acido. Leggero, lungo, carezzevole, vien quasi da chiedersi se non sia il vino perfetto, ma è una domanda senza senso per chi ama il vino: la perfezione non è di questa terra e nel piacere contano di più le differenze e i distinguo che le asserzioni,  la ricerca  del contrasto e dell’individualità che l’inseguimento di perfezioni immutabili. E se tu che mi leggi non sei disposto ad amare, non seguirmi: non mi capirai. 

Proprio per amor di contrasto, se mi segui, ti porterei all’assaggio dei vini de Le Chiuse: ecco che alla colorata esuberanza si contrappone una misura classica, composta, quasi antica nel suo rigore. Sono vini lenti a mio vedere, nordici, che si concedono nel tempo, ma il Brunello 2010 ha fin d’ora una capacità comunicativa stupefacente, che dissimula ed alleggerisce una struttura enorme, di trascinante energia, però mai sopra le righe. Ritrovo in lui quelle sensazioni compatte di pietra che tanto mi affascinano, ma accompagnate da una pienezza di sapore rara: un’architettura ravvivata dalla poesia dell’arte. 

Altro produttore, altra terra, altro stile di Brunello: quello di Donatella Cinelli Colombini. Ne amo anzitutto il colore: trasparente, luminoso rubino, brillantissimo, ricco di riflessi cromatici. Il profumo e’ dolce, con sfumature di cipria, di fascino femmineo e persino civettuolo. Lieve al sorso, con un’acidità alta ma che stuzzica maliziosa e piace, di rifinitissima tessitura e piuttosto lungo. Sarà che la conduzione aziendale e’ al femminile o e’ solo la mia suggestione? Così garbato da risultarmi  leggermente impostato, e il mio gusto preferisce vini più ruvidi, ma più diretti. Vedi, tuttavia? Nella pratica conta il momento e la tavola: in certi giorni, con talune persone, a lui rivolgerei gioioso la mia scelta, privilegiandolo tra altri.

Non fermiamoci però: se cerchi il registro dell’eleganza c’è tanta varietà col Sangiovese di Montalcino. Mi accosto ai vini di Poggio Antico: qui l’eleganza si combina col rigore, la modernità della rifinitura si chiude ad avvolgere un anima di classico equilibrio. Stupisce che a strutture così monumentali e ad una persistenza  lunghissima, davvero fuori dal comune,  non manchi mai lo slancio e la freschezza: queste sono le stigmate di vigneti privilegiati in posizioni favorevolissime e di una mano notevole in cantina. Sono vini da condottieri dei tempi nostri questi: avanzano sicuri e a testa alta in un bel completo grigio, eleganti e formali, col passo dei vincenti ma senza strafare. 

Quanta differenza con i vini di Pian delle Querci: delicati, teneri, lirici. Cantina artigianale e familiare come poche, nella timidezza degli sguardi la favola stessa del vino. Un Brunello 2010 levigato e lieve, appena ancora un po’ marcato dal legno ma dagli aromi complessi e nitidi. Al palato ha struttura giusta, di grande equilibrio, più tannico che acido. Al gusto e’ pieno, ma in sottrazione; non conosce pesantezze, ha una dimensione cameristica. Se sai un po’ di musica mi capisci: qui non gli sforzati di Beethoven, ma i più aerei accenti mozartiani. Vedi il sangiovese? Quanta varietà.

Mi sposto verso Collelceto, altro produttore di dimensioni e spirito artigiano, i cui vini mai avevo assaggiato, e più che la musica mi evocano la pittura: il Brunello 2010 e’ una sorpresa, luminoso e scuro, saporito e stuzzicante all’olfatto, spinge forse appena un po’ nell’effluvio alcolico, ma in modo non spiacevole. Al sorso riluce la sua la sua bella struttura: acido, sapido e tannico, col tempo troverà ancor miglior fusione, io credo. Il Rosso 2013 e’ piacevole, corposo ma non pesante. 12.000 e 10.000 bottiglie, rispettivamente.

Di proposito seguo a questi i vini di Col d’Orcia. Azienda di grandi dimensioni, una tra le più estese di Montalcino: 250.000 bottiglie del Brunello 2010, 200.000 del Rosso 2013. Non assaggio questi vini da anni e li ritrovo quadrati, caldi, tradizionali, con un certo tocco fume’ che li accomuna. Però qui c’è anche il Brunello di Montalcino  Riserva “Poggio al Vento” 2007: 8.000 bottiglie da 5 ettari, ed è un’altra storia: la zampata del leone. Vino potentissimo, una vera forza della natura: il sangiovese che si alza orgoglioso, indossa una corazza e leva un inno di guerra; si’ perché questo è un Brunello che disdegna mollezze: non ha il corpo ampio e bolso dei vini di stampo internazionale, ma la schiena dritta, con la forza strutturale e senza belletti del sangiovese autentico. Anche questo è un vino da condottieri, ma all’antica, con l’elmo e l’alabarda.  

Mi viene l’istinto di accostare a questi i vini di Fattoria dei Barbi: altra azienda di dimensioni rilevanti nel panorama ilcinese, col Brunello 2010 che si attesta intorno alla 200.000 bottiglie, non uno scherzo. Vini di impronta felicissimamente tradizionale, hanno quella capacità di emozionare che spesso sfugge quando i numeri crescono, grazie ad una cura superiore ed al coraggio di non piegarsi a mode e gusti altrui. Tra i Brunello annata preferisco solitamente quello con la leggendaria etichetta blu, che ovviamente e’ buono anche quest’anno, ma per una volta è stato il Brunello “Vigna del Fiore” a colpirmi maggiormente: direi che ha una marcia in più in termini di struttura ed una fusione, un amalgama, una pienezza – in altre parole, una centratura- che ne fa uno di quei vini di classe signorile che si allungano sul palato e irradiando lo avvolgono pulendolo, con una sensazione di piacere tattile che permane non solo alla bocca, ma più ancora nella memoria. 

Dai Barbi al prossimo assaggio il filo e’ sottile, come la strada meravigliosa porta giù a Castelnuovo dell’Abate curva dopo curva, costeggiando Sant’Antimo dall’alto. Un fatto di cuore e di persone, in parte segreto, che non sarò io a svelare. Ci viene versato nei calici il Brunello 2010, trasparente nel suo colore granato carico ed evoluto, persino ammattonato, che si ama o si odia. Per alcuni sono vini arcaici; per me il loro aroma e’  poesia che si libra nel cielo, il sorso e’  complesso e impalpabile. Esclama Stefano Paparelli: “E poi c’è Poggio di Sotto!”: la definizione è perfetta, non occorre aggiungere altro. Non ho la conoscenza adeguata per azzardare il paragone con altre annate di Poggio di Sotto, ma per me Brunello 2010 e Rosso 2012 (uscita ritardata) sono semplicemente signori vini. Il Brunello 2010, insieme potente e leggiadro come il velo trasparente di una dea, per me indimenticabile.

Se parlo di vini del cuore, può mancare Tiezzi? Il Brunello proveniente dal Poggio Cerrino e quello della Vigna Soccorso sono due interpretazioni, classiche, ispirate, rigorose di Sangiovese, ognuna bella della nudità del suo territorio. Vini che se ne hai un po’ di dimestichezza puoi seguirli nel loro cambiare, preferendo a volte l’uno, a volte l’altro. Il Brunello Poggio Cerrino 2010 e’ fruttato, ha un aroma in questa fase assai giovanile con aldeidi in piacevole evidenza, un attacco alla bocca dolce e amichevole, con una tessitura piacevolmente ruvida, artigiana. È salato nel dispiegarsi al sorso, strutturato e assai lungo. Il Brunello Vigna Soccorso 2010! Lo ritrovo il vino di questa zolla benedetta come lo ricordo: un raggio di luce dal cielo. In questa annata e’ dotato di una materia particolarmente ricca che sembra agitarsi ancora scomposta, dando origine a piccole imperfezioni e sbandamenti che sono, a mio avviso, solo il segnale  di una potenza compressa. Il tempo sarà galantuomo: perché qui c’è gran struttura di tannino, corpo, acidita’, ed una lunghezza quasi infinita, pura, che commuove. 

Con i vini de “Il Paradiso di Manfredi” siamo sempre nei territori dell’artigianalita’, qui anzi piuttosto spinta. Sono vini a volte umorali, scontrosi, difficili da capire. Ecco, quest’anno ne sono rimasto affascinato e incerto, attratto ma non del tutto persuaso. Il Rosso 2013 mi è sembrato, come dire, un po’ verde, ma subito dopo questa prima impressione ecco farsi largo fiori e frutta: tanti fiori, ed erbe con aromi puri quasi portati da una brezza al sole d’inverno. Di contro, il sorso ha i toni caldi dell’arancia e delle carrube, la velatura della castagna. Anche il Brunello 2010 e’ rimasto un po’ enigmatico: da un lato  ha un fascino carnale e terroso, dall’altro un fin troppo insistito odore di farmyard (come lo chiamano gli inglesi con elegantissima voce). Eppure sono vini di percepibile vibrazione autentica, che non lasciano indifferenti, ai quali vorrei tornare con più calma e tra qualche mese o anno, aspettando che il tempo abbia compiuto la sua opera. 

Proseguendo su vini un rimastimi un po’ enigmatici, ecco Le Macioche: il Brunello 2010 ha gran struttura, con maggior rilievo tannico che acido; e’ un po’ eccentrico all’olfatto con un che di mentolato, però è affascinante; ecco altro vino che magari si gioverà del tempo e di un po’ di assestamento. Di contro, il Rosso di Montalcino 2013 de Le Macioche mi pare uno dei campioni della categoria: di grande equilibrio, pulizia, intensità e tannini potenti.

Carte inverse da Lambardi, un produttore che amo per il respiro classico  e artigiano dei suoi vini: del Rosso di Montalcino 2013 apprezzo il naso sfaccettato, sottile, e la carica tannica; ma il Brunello 2010 e’ tutta un’altra musica, perché se ammalia fin dal colore rosso rubino vivissimo, conquista per la fusione perfetta dei suoi aromi nitidi, insieme giovanilmente fruttati e più evoluti, terziari, di terra e solvente. Elegantissimo e profondo, e’ col suo bacio che ti fa innamorare: una stoffa bellissima che si distende longilinea e salata, piena di gusto e lunghissima, una struttura importante e molto tannica che forse ancora deve raggiungere il suo zenith, ma che è già luminosa. È la vittoria di un classico equilibrio: perché con tutta la sua forza e la sua intensità mantiene un’armonia composta, una netta misura; quasi che a segnarne i confini fosse il tratto ispirato di un pittore che disegni una Primavera o una Nascita di Venere, nella loro apparente semplicità. 

Altra voce che amo: quella di Fattoi. E dico voce – amico, amica mia – perché questi vini hanno sempre un tono caldo, appassionato, baritonale, o da violoncello; che canta con uno spirito antico, d’altri tempi. Ricordo mia nonna aveva una vecchia radio Magnadyne degli anni Trenta da pavimento, un mobile a colonna di legno pesantissimo con un enorme altoparlante tondo alla base: magari il suono non era perfetto e immacolato come quello degli apparecchi moderni, ma ogni disco acquistava un vocione, un timbro particolare che sembrava risalire dalla terra stessa e andare dritto al cuore e più ancora alla pancia. Ecco, Rosso 2013 o Brunello di Montalcino 2010, così sono per me i vini di Fattoi: alla bocca magari un po’ rugosi ma travolgenti, con note scure e di bosco che promettono i misteri di una foresta incantata alla luce della luna, in una notte di mezza estate. 

Fornacina e’ un altro produttore dove mi pare di individuare un timbro comune tra Rosso e Brunello: una nota fume’ che li marca entrambi. Scambio due parole qui e là con i tanti esperti che affollano le sale, alcuni mi dicono che è dovuta ai legni d’affinamento, non tutti la gradiscono. A me invece non spiace: aggiunge un tocco personale ed una dimensione di profondità; soprattutto pero’ questo Rosso 2013 e questo Brunello 2010 se la possono permettere, tanta e’ la struttura che esprimono: di sicuro non ne restano coperti. Il Rosso ha profumi di intensità fruttata che sposano note più scure: le pelli conciate, la macchia; vino suggestivo, di grande fascino sensuale. Il Brunello 2010 e’ invitante, quasi spigliato per nel suo essere un po’ retro’; ritroviamo anche qui quelle note di pelli conciate, di affumicato, unite ai profumi primari della frutta, ed in più il ferro: il bilanciamento tonale – se così lo possiamo chiamare, e’ più serio e formale. A marcare veramente lo stacco, pero’, e’ il sorso: una bocca di forza, appena un po’ dolce e non del tutto ancora assestata, ma di grande acidita’ e con tannini maestosi. 

Le Potazzine: anche qui assaggiando Rosso 2013 e Brunello 2010 si potrebbe parlare di stile comune; ma è la mano dell’uomo o il territorio a parlare? Probabilmente entrambe e ancora una volta i vini de Le Potazzine mi paiono tra i più raffinati, piacevoli, precisi e compiuti tra quanti assaggiati della denominazione: dolci non per zucchero, ma per la loro trama, per come accarezzano il palato; immediati, senza un chiaroscuro particolarmente marcato in questa fase giovanile, ma con una grande struttura sotto, che soddisfa e promette: una lusinga di futuro. 

E la struttura non manca certo nei vini di Canalicchio di Sopra! Il Rosso 2013 e’ un vino molto bello, rotondo e al sorso ha un’intensità esplosiva. Pieno,equilibrato, forse il miglior Rosso di Montalcino della giornata. Magari, mi è sembrato leggermente esuberante di alcool, ma ha tanto tannino ed un’acidità nitida che gia’  lo bilanciano e probabilmente ne favoriranno l’equilibrio nei prossimi mesi. Il Brunello si comporta, giustamente, da fratello maggiore: e’ persino ancora più pieno, con tanta materia ed una trama tannica possente. Mi e’ parso che qualche sentore dei legni d’affinamento dovesse ancora amalgamarsi del tutto, ma con una struttura così eroica e’ solo questione di aspettare. 

Il Brunello 2010 di Pietroso e’ un altro vino di struttura imponente, rotondo, alcolico, la declinazione classica di un modello di Brunello potente, giocato sul filo di una virtuosa evoluzione, che non si piega alle mode e ad innaturali concentrazioni o mollezze. Un Brunello che non deve chiedere mai, ma con un’anima gentile, persino poetica. Nel Rosso 2013 il classicismo si manifesta invece con una veste giovanile, fruttata e ricca tuttavia di chiaroscuri. È un vino molto intenso, con una dolcezzadi stoffa e non zuccheri, piacevole, un gusto pieno su un corpo misurato, un’acidità fresca e robusta, ma delicata. Se qua e là manifesta piccole angolosità, tu lascia spazio alla sua maturità e le vedrai ricomposte. 

Passiamo ai  vini di Fuligni, ma siamo sempre nell’alveo della classicità; tu però  non la intendere come una codificazione rigida e magari un po’ monocorde, perché loro manifestano una personalità marcata. Prendi il Rosso 2013, ancora un campione da botte: giovanile e fruttato all’olfatto com’è lecito aspettarselo, ma alla bocca e’ già pieno, ricco, carezzevole, con un’alta acidita’ e una tannicita’ materica. Soprattutto e’ molto intenso, con un’alcolicità appena in evidenza, ma piacevole. Anche il Brunello di Montalcino 2010 e’ molto saporito, con abbondanza di frutta rossa; ma soprattutto e’ quasi pepato, mosso da un interno chiaroscuro che lo fa più profondo e come avvolto in una morbida pelle profumata.

Vedi? Se assaggi ora i vini di Tenuta di Sesta, difficile non dirli classici; eppure hanno un altro passo, un altro respiro. Intensi, eccome, ma diversi dai precedenti: più aerei, fini e quasi, mi verrebbe da dirti, di ispirazione borgognona. A cominciare dal Rosso 2013, rubino e molto vivido, floreale all’olfatto ed al palato succoso, dolce nell’attacco, pieno, strutturato ma con molta misura, per acconciarsi senza sforzo alle più vare occasioni ed alla tavola quotidiana. Una tavola di lusso tuttavia, lungo com’è; e con intriganti note di confettura e canditi che creano uno strato ulteriore sulla sua fresca intelaiatura. Ben altra struttura il Brunello 2010 ed ancor maggiore intensità ; al punto di risultare un po’ scomposto in questo istante giovanile al limitar dell’inverno, come un puledro di razza che scalpita e si impenna. Viene presentato anche il Brunello di Montalcino  Riserva 2009 ed è un assaggio molto istruttivo: sempre fine, persino soave, di struttura superiore  al pur maestoso Brunello 2010; ma se da una parte lo apprezzi perché più riposato e risolto, dall’altra noti – almeno: così è parso al mio palato- una nota finale amara, che pare il segno di una forzatura; o semplicemente, un indice di minore armonia interiore, che nemmeno il tempo del tutto slega. Ed eccola qua, per contrasto, la grandezza dell’annata 2010.

Per ultimo, ti voglio narrare degli assaggi al banchetto de Il Marroneto. Qui si firmano grandi vini di profilo classico, che ho assai apprezzato anche in passato. Tuttavia in questa annata 2010 la loro trasparenza espressiva lascia il segno: il lapis corre sul foglio degli appunti e ne rimarca la grande struttura; poi, quasi inaspettatamente, spuntano le parole: “vecchio stile”. Ecco, questo non l’avevo mai notato prima. La struttura potente del Brunello 2010 si stempera declinando la sua dote di frutto nella trama setosa di una controllata evoluzione, che l’arricchisce di screziature all’olfatto e alla beva. La dolcezza zuccherina e glicerica perde ogni mollezza e guadagna nerbo affondando nella tinta un po’ aranciata del vino. Queste caratteristiche si elevano al cubo nel raro Brunello di Montalcino Selezione Madonna delle Grazie 2010, un grande Sangiovese senza filtri e senza rete in solo 5986 bottiglie, per una struttura ancora maggiore, un frutto dolcissimo di grande intensità, con un’evidente richiamo di ciliegia sotto spirito. La sua trama, pero’ è fresca e aerea, fatata. E quel colore magico, aranciato, ancora più evidente. Da “tradizionale”  il descrittore si sposta piuttosto su “ arcaico”; come può esserlo, nella sua immateriale eleganza, un fondo oro del Dugento. Ecco il mio cerchio che si chiude: questo Sangiovese che torna all’antico mi sembra futuristicamente moderno.

A sera.

Si lascia la manifestazione sul fil dell’imbrunire, quando le voci della folla sembrano attenuarsi in sussurro. Le mura del museo ancora sfavillano, ma già la penombra le tocca: si dispone ad avvolgerle materna. Si allungano le ombre sui selciati antichi di Montalcino: e’ bello camminarvi anche se piovono gocce. Scende la sera. Una sosta rinfrancante a Palazzo Saloni: le stanze grandi e comode calzano come un guanto sulla mia stanchezza, le luci calde e tenui carezzano gli occhi. Dalle finestre ampie, mentre si fa buio, vedo in lontananza le colline nere illuminarsi di bagliori: un canto sospeso. Ho appuntamento in cantina da Luciano. L’Alfa borbotta un poco uscendo dal paese, poi si slancia  in un canto allegro danzando sotto la pioggia sulle colline. Una danza lenta, perché la strada me la godo adagio. Malgrado il freddo abbasso un poco il finestrino, voglio sentire i profumi dei boschi e delle vigne. I miei fari illuminano lo sterrato familiare, finché svolto a sinistra sotto una coltre fitta di alberi, e sono sull’aia di Sanlorenzo: luogo ormai del cuore questo. Una lama di luce filtra dallo spiraglio della porta. Dentro saranno assaggi di annate vecchie e nuove e future, chiacchiere di uve, di botti, di fermentazioni, di lieviti, di mercati, di America e Napoli e Hong Kong, un po’ in italiano e un po’ in inglese, per la varia umanità presente. E pecorino e prosciutto e pane. Più ancora il senso squisito e raro dell’ospitalità e dell’amicizia. 

Notte.

Si fa tardi, l’appuntamento è  a cena al Ristorante al Brunello. Io devo ripassare per Montalcino, ma sono in anticipo; non molto, giusto qualche minuto. Allora, giunto alla rotonda di fronte alla Rocca, mi prendo un momento tutto per me: svolto a destra, scivolo in silenzio le ruote sull’asfalto per i chilometri di strada prima tortuosa e poi aperta e stesa che va verso Castelnuovo dell’Abate. Li’ a sinistra giace il Greppo e le sue memorie, più avanti la Fattoria dei Barbi, ma la mia meta e’ oltre: voglio vedere Sant’Antimo. Sant’Antimo la notte, illuminata nel silenzio dell’oscurità,  quasi un faro come doveva apparire nei secoli oscuri ai pellegrinini in marcia; laggiu’ nella sua valle, col prato verde intorno e gli olivi vecchi a farle corona. La vedo di lontano; scendo verso di lei, le vado incontro, solenne e solitaria. Le sono davanti, nessuno intorno, solo io e lei: piccolo nel freddo notturno sotto la sua abside maestosa. Sto muto di fonte a quella promessa di fede scolpita nella pietra. So che le vigne sono intorno: ne sento il respiro, le sento sussurrare, raccontano una storia antica, umile e fiera: la fatica delle generazioni, la forza di una tradizione. Poi la cena: le chiacchiere allegre della bella compagnia, l’ottimo cibo, i grandi Champagne e le prelibatezze dolci e salate portate da Stefano, i tantissimi Brunello di annate giovani e vecchie: perché accanto a quelli come me venuti da fuori per Benvenuto Brunello stanno intorno al tavolo tanti giovani produttori ilcinesi: uniti, affiatati, che si scambiano idee e assaggiano insieme. Questi sono i custodi della terra, nelle loro mani e’ il futuro del Brunello e più ancora di Montalcino, il baluardo contro una vuota deriva internazionale, che sembra creare paradisi per ricchi, ma morde e fugge e non lascia che gli avanzi: peggio, una terra arsa di sale. Li guardo e mi sento tranquillo che qui non si faranno macerie dell’autenticita’.Dopo la cena, ormai a notte fonda, sono tornato a Sant’Antimo. Questa volta non da solo. Mi serviva ancora un momento di silenzio e la conferma di una promessa. La chiesa buia ormai, ma non importa. 

Epilogo.

Domani ancora una mattina di Benvenuto Brunello, ma sarà come nuotare in un sogno. Tanta ressa, quasi impossibile assaggiare e la stanchezza si sente.  Difatti gusto i vini di Cerbaia ma senza la concentrazione dovuta e gli appunti vanno a vuoto: occasione perduta, mio torto da recuperare. Mi resterà però il senso di essere a casa: le chiacchiere del più e del meno in Piazza del Popolo con Raffaella incontrandoci per caso, come si facesse due passi la domenica mattina per comprare il giornale; i sorrisi e le tante persone che si ricordano di te da un anno all’altro e  anche più. Questo il senso dell’autenticita’.

Arrivederci Montalcino!

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Un infiltrato alla corte del Brunello: cronaca sentimentale da Benvenuto Brunello 2014.

Preludio: Come l’autore si mette in viaggio verso il prestigioso vino, armato di naso pinocchiesco per meglio degustare; ma invece del Paese dei Balocchi troverà il ventre del Pescecane – l’incontro col suo Virgilio.

Scendere in auto dal nord per andare a Montalcino, se la conosci e hai imparato ad amarla, può assumere i contorni di un viaggio di formazione e più ancora di un pellegrinaggio dell’anima: lasciare la metropoli ancor buia e assonnata nell’alba, calarsi tra le nebbie padane e oltrepadane col mistero del Grande Fiume a far da spartiacque tra i campi e i capannoni; le balze piovose dell’Appennino da valicare, ogni curva dell’Autosole come una penitenza assolta; scivolare lasciando Firenze alla sinistra, accarezzando prima le colline e penetrando poi i boschi chiantigiani; le torri di San Gimignano sentinelle rocciose del tuo passo e il luccichio di Siena ed il verde abbagliante delle Crete come lo vedi solo a febbraio. Poi, lasciata Buonconvento, si comincia a salire. Inizi allora a denudarti della vita di tutti i giorni, del cosiddetto moderno, per farti immagine della natura che ti circonda: diversa da quella estiva che sei abituato a vedere, spoglia invece, essenziale, come smagrita e svuotata dalle fatiche dell’inverno, ma in realtà con un fremito nascosto di vita pronto ad esplodere appena il primo sole di un cielo terso ne porga l’occasione. Grigio, marrone, cobalto e tutte le sfumature di verde sono i colori che ti circondano, e contorni lindi, netti: le pietre, le piante, le zolle, le vigne ischeletrite e torte; e intanto guidi, una svolta dopo l’altra, l’occhio che spazia sempre più in basso e lontano, verso le colline morbide, pezzate di colture, sfumando verso il verde dell’Amiata; e ti prende un misto di tristezza e di gioia nel cuore, che cresce finché la vedi lassù, Montalcino, sdraiata come un gatto al sole, colle sue vecchie pietre; o, piuttosto, ti appare come una Venere? Ecco i campanili, la torre del palazzo e la Fortezza che sfavillano al sole; ecco laggiù la strada per Sant’Angelo e quella per Sant’Antimo; la lunga riga di cipressi scuri che portano al Greppo, col ritmo stesso di una preghiera. E’ la seconda giornata di Benvenuto Brunello 2014, si presentano le nuove annate: lasci l’auto e i bagagli in fretta a Palazzo Saloni e corri le vie selciate che si arrampicano fra le case, che ti guardano mute e dubbiose dall’alto dei loro secoli, per raggiungere in fretta Palazzo Pieri, dove si svolge la manifestazione. Giungi in tempo per vedere la folla che entra la Chiesa di Sant’Agostino, dove si tiene la conferenza stampa, si consegna il Leccio d’oro, si svela la formella dell’annata che si murerà sul Palazzo dei Priori. Poliziotti, telecamere, autorità, volti noti e non. Tralascio: troppa la mia curiosità di assaggiare, di poter finalmente affrontare il vino di Montalcino nelle sue sfaccettature. Ecco che all’ingresso mi attende il mio Virgilio: Luciano Ciolfi sarà il mio lasciapassare e la mia guida; e, invero, molto di più. Ecco sulla sinistra il chiostro elegante della chiesa, superbamente apparecchiato, imbevuto di una luce candida, che sembra -riguardato dallo spiraglio degli stipiti della porta di travertino- un magico ritrovo di fate, principi e saggi: ma sono solo i giornalisti ed i sommelier che li servono con distinzione. Rosso 2012 e 2011, Brunello 2009, Brunello Riserva 2008. Rinuncio anche qui, pur curioso, a dar la caccia alle celebrità della carta stampata e di internet, seppure a qualcosa potrebbe valermi: oggi mi interessa di più conoscere che essere conosciuto, oggi e’ il vino al centro dei miei pensieri. Quanta ingenuità: cambierò ben presto prospettiva nel corso di questa giornata!

Cominciano gli assaggi – perché l’autore non darà i punti (ma forse darà i numeri) – Ode al Sangiovese – la bontà del Rosso – un umile parere sul 2009- quella cert’aria di Borgogna.

Comincio senza indugio con gli assaggi ed alla fine del viaggio ne avrò fatti tanti: ora vi potrei raccontare le mie impressioni sull’annata 2009 o descrivere minuziosamente i singoli vini, attribuendo a ciascuno un punteggio in centesimi perché quello vogliono la moda, il business e la nevrosi contemporanea; ma non sarà così. Chiaramente, un’idea me la sono creata, ma lascio ai professionisti quell’esercizio: non ho l’autorità e l’esperienza per dare giudizi tranchant su un essere mutevole come il vino, con assaggi giocoforza affrettati e effettuati in piedi; poi, c’è dell’altro oltre la degustazione, che si svelerà sempre più di ora in ora, e che più mi preme raccontare. Anzitutto: sangiovese nel bicchiere, gioiosamente ritrovato in maniera diffusa nei suoi colori scarichi, nel rubino più o meno tendente al granato, nella leggiadria che lo contraddistingue e che riesce oggi compiutamente ad emergere grazie al lavoro serio di tanti produttori anche in annate calde come la 2011 e la 2012 (che bevibilita’ gustosa i rossi, altro che DOC di ricaduta! Qui c’è straordinaria qualità e versatilità a prezzi convenientissimi); che nella stessa annata 2009 sa affiancare a vini potenti, ancora scontrosi e sicuramente longevi, altri elegantissimi, con la freschezza da vini di montagna, ed altri ancora (son forse la maggioranza) profumati, rotondi, forti ma godibilissimi fin d’ora: tanta e’ la sua capacità di leggere il territorio, la sua sensibilità da poeta nell’ascoltare il vento, nel far l’amore col sole. Al punto che in testa mi ricorreva sempre il pensiero del Pinot Noir e della Borgogna, dei Gran Cru e dei Premier Cru, dei Clos e dei Domaine, anche se alcuni vini ilcinesi mi potevano piuttosto quasi richiamare certi evoluti Rioja o luminosi Ribera del Duero, con il loro tempranillo; e dico che potresti passare la vita a bere Brunello di Montalcino e a perderti nelle singole individualità che il paesaggio e le mani dell’uomo riescono a esprimere. Ma poi, evocare certi confronti che cosa conta? La personalità’ dei vini di Montalcino e’ unica al mondo ed il loro livello medio veramente alto. Vogliamo cercare il pelo nell’uovo? Allora forse ho avuto l’impressione che l’annata 2009 abbia dato vita a vini talvolta non ricchissimi di struttura: di acidità in particolare, ma anche di tannino, qui e la’ con qualche sbuffo d’alcool che finisce col comprimere un po’ la loro complessità, mortificandola. Tuttava, se questo profilo e’ magari all’origine di alcuni vini che sembrano un po’ evoluti, lo è certamente invece anche di tanti altri ben aggraziati e già godibilissimi: forse non sfideranno i decenni, ma a berli presto doneranno piacere.
L’autore armato di naso pinocchiesco sorseggia sotto lo sguardo dei produttori, ma non dirà bugie – passerella d’onore – Le mille anime del Brunello- Se tenori e soprani valgono meno di un canto corale – Tutti i volti in un bicchiere.

Percio’, come non dimenticare del tutto queste piccole ombre del quadro generale dell’annata e non pensare al pinot noir e alla Borgogna affascinati di fronte ai vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto? Anzi, io dico per leggiadria e profumi e finezza di dettaglio: Chambolle Musigny! Che bontà beverina il Rosso 2012 così ricco di frutto e tanto diverso dal più minerale 2011, e che potenza e grazia la Riserva 2007. Certo bocca e spessore sono latinissimi, anzi toscani: diamine, sangiovese! Com’e’ bello poi, e istruttivo, sentirne parlare la signora Vacca Brunelli, coglierne le peculiarità dalle sue labbra. E su un registro simile trovare poi Tenuta di Sesta: meno giocati sulle sottigliezze forse, ma più salini, col Brunello 2009 intenso e compatto, minerale e con la lucentezza di una lama. E poi, come scorrendo quadri da una esposizione, cambiare completamente stile con i vini di SanLorenzo, ricchi come dipinti a olio secenteschi: se prima avevamo Chambolle Musigny, qui allora abbiamo Vougeot; e come si arricchiranno col tempo, diventando ancor più balsamici, odorosi di cera, di essenze e d’incensi, se il Rosso 2011 (una presentazione ritardata) e’ già così cambiato da quest’estate quando l’assaggiai in cantina; ed al frutto maturo, finanche all’uvetta sultanina, aggiunge ora in armonia note terrose e di olive nere. Il Brunello 2009: ancora più intenso, armonioso, vellutato, energico. Sembra incredibile che vini così monumentali e caldi come un abbraccio possano mantenere non solo equilibrio, ma anche una scorta di benvenuta freschezza. Passare poi ai vini della Fattoria dei Barbi e’ ricercare il contrasto tra un produttore piccolo e giovane ed un’azienda secolare, capace di centinaia di migliaia di bottiglie; eppure, un filo conduttore si ritrova nella cura artigiana e nel profilo autentico che ancora innervano queste bottiglie. Però qui decisamente si vira all’affresco storico: sono vini lenti, spaziosi, disegnati a grandi campate, anche un po’ austeri, ma dal passo sicuro, dal nitido senso di direzione. Buoni il Brunello 2009 etichetta blu (classicissimo, granato, tannico, fine e polposo, serio; 200.000 bottiglie, non un gioco) ed il Brunello Vigna del Fiore ( più morbido e femminile), ma di fronte all’equilibrio, alla lunghezza ed alla forza classica del Brunello Riserva 2007 ci si può solo levare il cappello: acidità, struttura tannica, aromi terziari terrosi e animali che già ne svelano l’eccezionale profondità che gli regaleranno gli anni. Dalla pittura alla scultura: assaggio i vini di Poggio Antico e penso ad un artista moderno che ami modellare diversi materiali: la terracotta per il Rosso 2012, in forme solari, rotonde, morbide, ariose; il marmo carrarese per il Brunello Altero, scolpito in una figura monumentale, vigorosa, nerboruta: che potenza questo vino, che struttura tannica! Una garanzia di longevità. Strano non l’abbia trovato evidenziato nelle note di degustazione di molti professionisti questo aspetto, mi consolo però che subito lo abbia notato un tecnico di primissimo piano. Ed io che lo immaginavo vino accomodante…somaro che ero. Col loro Brunello 2009, invece, siamo di fronte al lavoro di bulino di un orafo, tanto e’ ricco di dettagli preziosi, tanto fine e’ la trama tannica e strutturale, i sottili rimandi aromatici: perfettamente definito e godibile ora, rotondo, e, come l’oro, tanto malleabile quanto incorruttibile. Su un registro simile di misuratissima e sorvegliata modernità i vini di Collemattoni: fruttati e croccanti, piacevolissimi eppure profondi, ho trovato in loro un che di internazionale non sgradevole, seppur non del tutto nelle mie corde, come una certa, se così posso dire, patinatura lucente ma per nulla prevaricante di legni che ricorda in sedicesimo la maniera bordolese, ed un residuo zuccherino un po’ più alto della media; ma siccome mantengono evidente l’appartenenza ilcinese ed un’energia verace, a molti potranno piacere ed anch’io li potrei favorire talvolta, a seconda del mio umore. Con Pietroso, invece, rientriamo nell’alveo della grande tradizione: vini dal disegno antico, che giocano sul filo di una controllata evoluzione; declinata in affascinanti leggerezze e trasparenze anche visive nel caso del Rosso, mentre il Brunello e’ più ampiamente strutturato, potente, affascinante: non cercarvi qui quel frutto in primo piano dei vini moderni e internazionali, perché anzitutto qui avrai un tuffo negli umori dei boschi e delle macchie agostane, quando il timo, l’origano, la menta selvatica invadono l’immobilità silente dell’aria pomeridiana; e tu potresti perderti nel folto di quegli aromi, nella loro oscurità misteriosa solcata da quelle lame di luce che sono le note più fruttate e giovani, sottostanti ma ben presenti. Vino di splendida e rifinita fattura, emblematico di un certo stile di Brunello. Parlando di stile e di classicità mi sento di fare un nome, Lisini: impressionante come dal Rosso ai vini più impegnativi il disegno fondamentale – direi “l’impianto”- resti il medesimo, con una sorta di caldo e signorile velluto apposto come firma e sigillo su tutti; ma via via ogni vino aggiunge una quota di complessità e profondità. Naturalmente le vette di questa scalata sono il Brunello Ugolaia 2008 ed il Brunello Riserva 2008: il primo bilanciatissimo, in mirabile avvolgente equilibrio, con una controllata sensualità nascosta e pertanto ancor più fremente; ma la Riserva, pura, potente, imperiosa e solida di tannino e acidità come una colonna dorica, e’ vino da eroi e indimenticabile. Mocali e’ un’altra azienda di dimensioni importanti nel panorama ilcinese ed anche qui il Brunello 2009 ha un profilo piacevolmente antico, grande, struggente come una Madonna di Duccio: salino, acido, complesso, sembra far vibrare i suoi aromi e la sua struttura nella luce di un fondo d’oro medievale; che grande Brunello! Ed è un po’ la quadratura del cerchio, tra un Rosso 2012 diretto, succoso ed energico e il Brunello Vigna delle Raunate 2009 che, pur buonissimo e più polposo, perde un po’ in freschezza al confronto: ma qui, a questi livelli, e’ più una questione di gusto personale e di occasione: magari lo privilegerai per un amoroso conversare nella penombra odorosa di un camino acceso. Il terzo pannello di un ideale polittico di aziende simili per dimensioni lo compongo con Mastrojanni; e mi piace aggiungervela perché così, pur nell’aderenza ad uno stile che mi sentirei di definire classico, ogni firma porta una sua peculiarità. I Brunello di Mastrojanni mi sembrano i più costruiti per limatura di spigoli di questa triade e fors’anche i più pronti, con la selezione Vigna Loreto decisamente dotata di una marcia in più per spessore tra gli altri di questa cantina. Passando al banco di Le Chiuse ritroviamo una azienda piccola nei numeri (22.000 bottiglie tra Rosso e Brunello annata), ma grande nei risultati. E’ noto che dai terreni de Le Chiuse, che si trovano nel quadrante nordest del territorio di Montalcino, Biondi Santi ricavava le uve per le riserve; e qualcosa dello stile Biondi Santi, a mio avviso, ancora in questi vini si ritrova. Grande classicità, calore alcolico, un carattere ferroso e grafitico che oggi risalta all’olfatto e al palato in maniera educata, ma ferma, e che lo rende personalissimo. Di struttura poderosa, e’ compattissimo e resistente come un’armatura pronta a sfidare gli assalti del tempo; e proprio di tempo avrà bisogno, per intaccare quell’austerità apparentemente distaccata, rendendola più comunicativa e avvolgente. Sorprenditi, se puoi, accostando questi vini a quelli dell’ancora più piccola Le Macioche: siamo qui a sud est di Montalcino, in direzione di Sant’Antimo, dove i paesaggi si fanno più morbidi e la luce conosce gradazioni diverse, più mediterranee. Vini anche qui diremmo classici, se non addirittura vecchio stile, con quei loro colori aranciati, ma certamente più aperti e comunicativi. Il Rosso 2011 e’ un’uscita ritardata e si capisce il perché: ha una struttura da Brunello, altro che storie; e se pur non ancora del tutto a fuoco nei profumi, pure sono cangianti, non banali ed intrigano. Con queste premesse, il Brunello 2009 non scherza davvero: ancor più giocato sul filo dell’evoluzione, ancor più aranciato, e’ caldo ed energico in bocca, forte di alcol e di tannino, grintoso, ma sa blandirti come una tentatrice con il fascino dai mille tentacoli di una aromaticità peculiare, dove spiccano a momenti accordi vegetali, ma dove in realtà trovi di tutto, ogni registro che può offrire all’olfatto un vino. A questo punto, fossi stato tra le vigne e non nel candido tendone a Palazzo Pieri, avrei preso l’auto, avrei guidato fino al paese per arrivare da Tiezzi e li’ la freccia di un cupido mi avrebbe colto al cuore. Perché se buoni e tipici e tradizionalissimi sono il Brunello 2009 e il Rosso 2012 che i Tiezzi ricavano dai poderi Cerrino e Cigaleta, il Brunello Vigna Soccorso e’ un’altra storia: la sua storia, e com’è bella a farsela raccontare dalla bocca e dagli occhi di chi quella terra e quelle piante vive ogni giorno. La Vigna Soccorso e’ un Cru antichissimo ilcinese, posto appena fuori il paese proprio sotto la chiesa della Madonna del Soccorso, che dava vini premiati già a fine Ottocento perfino a Bordeaux: li produceva il professor Paccagnini. Quando lo presero in mano i Tiezzi era un podere in abbandono e vi reimpiantarono il sangiovese alla maniera antica: allevato a alberello. Vuoi l’estetica, vuoi la nostalgia, il puro gusto di crearsi una sorta di giardino di pampini: fatto sta che quelle viti, a oltre 500 metri d’altezza, in quell’anfiteatro breve orientato a sud ovest danno un vino di eleganza assoluta, diritto, lunghissimo, una delizia in abito da sera. Inutile parlare di tannini, di acidità…basti dire che c’è tutto quel che serve per creare un vino commovente, indimenticabile, longevo; un sangiovese d’altura che ha punti di contatto con i migliori esempi della Rufina e del Chianti Classico, ma che ha in se’ la luce e il vento inconfondibili di Montalcino. Questo il Brunello Vigna Soccorso 2009. Ma se vi dico che ho assaggiato anche la Riserva 2008 del Vigna Soccorso? Solo 860 bottiglie, ma di bellezza abbagliante: come trovarsi nel candore della neve un giorno di sole col vento fresco che ti sussurra intorno “Kyrie”, l’incipit della Missa Solemnis di Beethoven. Altro tuffo nella storia con i vini de Il Paradiso di Manfredi. Vini di fascino antico, caratteriali, financo un po’ scomposti, ma complessi e cangianti: mutano nel bicchiere di momento in momento, tra velature e lampi aromatici. Il Rosso 2012 e’ evidentemente ancora molto giovane, perfino un po’ verde, con ricordi olfattivi di succo di pomodoro. Cambia l’annata col Brunello 2009 e cambia completamente anche il vino, qui complessissimo, ricco di forza motrice, autunnale per gli aromi di terra e di bosco, instabili e mutevoli: un gigante di tormento ed estasi, che meriterebbe un assaggio più calmo e meditato, nell’intimità domestica, lontano dal frastuono della manifestazione. Vini magari non per tutti e certamente bisognosi di tempo, per farci all’amore. Assaggiando a seguire i rossi de Le Potazzine e’ come passare dall’ombra alla luce: qui finezza e profondità si fondono in una solarità diffusa e lieve, carezzevole e vivida; la gentilezza dell’estrazione tannica, matura e rotonda; l’acidità vivida ma educata. Altro gioco di contrasti, che oppone voci e verità diverse: finezza e godibilita’, che nei vini di Luca Brunelli trovano la via della leggerezza, del dissetare, quasi accompagnandoti in un’estate ideale, con una cura meticolosa, studiata ed aggiornata, e che nei vini di Fattoi, invece, trovano la rotta dell’equilibrio tra freschezza e forza, tra polposita’ e complessità strutturale ed aromatica, con un’impronta artigianale che può risultare in un residuo zuccherino appena un po’ più alto della norma, ma che non spiace e ci sta tutto. Il Brunello Riserva 2008, poi, ha un fiato così grande da evocare l’ampiezza marina ed ha un che all’olfatto, appunto, da ricordare la voce del mare. Un simile fare artigiano lo puoi felicemente ritrovare nei vini de il Colle della vignaiola Caterina Carli: non sono questi di quelli che intimidiscono, ma hanno la stessa accoglienza schietta e sincera di una vecchia cucina dopo un lungo viaggio, con due chiacchiere amiche che accompagnano una fetta di pane. Se al naso il Rosso 2012 non e’ pulitissimo, tuttavia è vivido, giocato sia su aromi fruttati che su più ricercate note animali, con una bocca energica e calda, pure se l’alcol è tenuto ben domo: e’ più che altro un tratto del suo carattere vero. Anche il Brunello 2009, vedi, e’ come una persona: devi saperlo prendere, attendere, capire. Se ci tuffi il naso, questo si’ lo trovi pulito e fine e complesso, lui già ti esprime un’anima calda e appassionata. Pero’ in bocca sulle prime ti sembra vuoto; mentre invece è solo lento: perché poi esplode lasciando nel ricordo una lunga traccia di se’, una eleganza un po’ timida da scoprire con calma sotto la scorza. E’ un vino di carattere, che bisogna ascoltare per saperlo amare. Una grazia spigliata, diretta e solare abbonda invece nei vini de La Gerla, forse i più immediati e gioiosi che mi sia dato assaggiare alla manifestazione, sonori e squillanti come il riso dell’amante, luminosi come una giornata al mare quando la sabbia imbianca sotto il solleone. In questo senso soprattutto il Rosso 2012 si fa apprezzare: ha la bellezza di un cielo azzurro e ti vien voglia di berne a litri; ma anche la Riserva “gli Angeli” intriga, perché sa aggiungere nel suo profilo aromatico una tridimensionalità di note carne (“meaty"dicono proprio gli inglesi) ed ematiche affascinante per il contrasto con l’esuberanza di freschi frutti rossi che sprigiona. Una simile abbondanza di frutto si trova nei vini de il Marroneto, ma la caratteristica che più risalta in questi vini e’ la signorile eleganza, una pienezza di forme che resta incanalata nelle misurata e felice disciplina di una classica compostezza. C’è gran stoffa qui e tanta forza di sole, vento e luce, ma equilibrata nelle geometrie perfette di un diamante. E se il Rosso 2011 sfora appena un poco per l’alcolicità, sono splendidi i due Brunello 2009: non si sa se preferire magari la selezione "Madonna delle Grazie”, tanto sono buoni, sontuosi entrambi, veri vini da giorno di festa, con persistenze lunghissime, con una ricchezza cristallina. Anche Lambardi si trova sul versante nord di Montalcino, nella zona di Canalicchio, in po’ più ad est de Le Chiuse. Ne ho sempre apprezzato lo stile longilineo, un po’ austero, tannico, più nobilmente ritroso che compiacente. Ritrovo qui tutte quelle caratteristiche, inclusa l’abbondanza tannica che manca in alcuni Brunello del 2009; ma se mi sembra questa volta ed in questo momento il Brunello di Lambardi un po’ alcolico ed evoluto (oh diamine: si può davvero dire però in un assaggio al volo e in piedi, con tanta gente intorno e le temperature dei vini che salgono?) il Rosso 2012 mi pare riuscitissimo, fine e capace di coniugare con una grazia da equilibrista la giovinezza floreale e di frutta rossa fresca con umori più scuri e animali, perfettamente fusi, e la grazia di una ballerina col tutù alla forza dinamica di una pattinatrice: solo 6.666 bottiglie ottime, convenienti e da non farsi scappare, che a tavola – ne son certo – regaleranno per anni belle soddisfazioni. In questo viaggio ideale per il territorio di Montalcino ritorniamo a sud: immaginiamo di volare sopra la Fortezza e di scendere dalla parte del Greppo, superando il complesso dei Barbi per planare tra i morbidi poggi che guardano l’abbazia di Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, per posarci come rondini su una terrazza esposta a mezzogiorno, sul dorso di una ripida schiena d’asino: Poggio di Sotto. Uno stile unico, per certi versi più arcaico che classico, come il sorriso enigmatico di certe divinità etrusche, immobile ombra di una felicità imperturbabile e fissa nell’eternità. Colori aranciati, evoluzioni e caratteri ossidativi evidenti, ma alla fine vini ricchissimi e impalpabili, che sembrano nulla e invece sono di una complessità’ che stordisce. Gustosissimo il Rosso 2011, mentre ha fatto discutere il Brunello 2009, forse l’ultimo al cui taglio abbia messo mano Giulio Gambelli – ne basti il nome: qualcuno vi ha ravvisato troppa acidità totale e troppa acidità volatile. Umilmente, per conto mio, annoterei che la volatile qui non è certo più alta che in una qualunque annata di Chateau Musar e persino di Barolo Monfortino, e che la totale, si’ vivida, e’ una garanzia di durata e di vittoria nella lunga corsa del tempo; ecco, forse l’ho trovato un po’ meno saldo e complesso che in altre annate, ma -amico che paziente mi leggi- vi punterei sopra i miei quattro talleri d’argento. Che non si può discutere, invece, e’ l’impressionante Brunello Riserva 2008: in bocca ha lo stesso peso di un aquilone di carta eppure ti senti avvolto e immerso in una miriade di sensazioni come se tu alzassi gli occhi alla volta della Sistina. Ti pare caldo e importante e evoluto, ma un attimo dopo pensi di sbagliare e ti sembra fresco, giovanile; la potenza tannica si dimentica subito affascinati dalla trama fine che nemmeno una ragna fatata nelle fiabe amiatine potrebbe filare. E ci senti concentrata la terra, le stagioni, le nubi, il respiro del vulcano spento. Sono stato un pessimo degustatore di fronte a questo vino: non l’ho saputo sputare, non ci son riuscito; semplicemente e’ finito e ne avrei voluto ancora e ancora, avrei vuotato la bottiglia; nessun altro vino in quei due giorni di assaggi mi ha provocato la stessa reazione, nemmeno il Rosso più beverino. Ahimè: i vini assaggiati dopo, li’ per li’ mi sembravano tutti poco aggraziati! Ecco perciò doverosa una fermata, prima di assaggiare i frutti del lavoro de Le Ragnaie. Ecco che qui, di nuovo, l’idea della Borgogna mi si riaffaccia alla mente, tanta è la complessità aromatica che riescono a esprimere questi vini, la sontuosa fragranza che offrono al palato, la capacità che hanno di leggere il territorio. Eccellenti sia il Brunello 2009 che la selezione Vecchie Vigne di pari annata, quest’ultima con ancora una marcia in più. E se li ho trovati un capello meno felicemente bilanciati che in altre occasioni, la colpa e’ tutta di quell’ineffabile Riserva di Poggio di Sotto assaggiata pochi attimi prima: pertanto, ancor più bramo riassaggiarli presto e gustarne appieno il loro valore. Incredibile la profondità aerea dei vini di Sesti ed in particolare della Riserva Phenomena: ma, ahimè, e’ stato un assaggio ormai rubato negli ultimi scampoli di tempo e -mea culpa- non so testimoniarvelo col dettaglio alato che merita. Ultimo, invece, vi racconto il vino di Salvioni; lo faccio apposta: in realtà l’ho assaggiato a metà del mio viaggio sentimentale tra i produttori ed alla fine di esso, due volte, per capirlo meglio. E’ stato giusto così: non perché sia un vino difficile, tutt’altro, ma per quanto sa essere sfaccettato. Come mi ha detto un produttore, in modo toscanissimo:“E’ tanta roba!”. Sembra che non ci sia niente tanto e’ impalpabile, eppure e’ pieno di sapore. E’ complesso, potentemente strutturato di acidità e tannino, ma senza peso e perfino giovanile: un vino sospeso nel presente, con una memoria del passato e lo sguardo teso sul futuro. E’ il migliore? Non lo so dire, ma questo Brunello 2009 di una azienda piccola e artigiana ha la magia speciale di racchiudere in se’ un pochino di tutti gli stili di Montalcino, una porziuncola di tutte le sue vigne e dei suoi cieli. Riguardo il suo rubino appena aranciato nel calice ed è come se sulla superficie rivedessi riunite in una fonte magica le immagini dei volti e delle mani dei vignaioli di questa terra meravigliosa, sfumando una nell’altra; ed anche quelle di chi aggiusta le macchine agricole, di chi cura l’amministrazione, di chi tira moccoli caricando i bancali da spedire oltreoceano; delle madri che curano i figli mentre i mariti sono in cantina o a cena coi clienti, e perfino dei vigili che fanno un cenno ai turisti con un sorriso gentile. Un inno alle tante anime di quella comunità splendida che è Montalcino.

Scende la sera – l’autore ripone il naso pinocchiesco e medita su quel che resta del giorno – ciò che conta davvero – la comunità e’ il territorio.

Si svuotano gli spazi ricavati tra Palazzo Pieri e il convento di Sant’Agostino, i banchetti vengono abbandonati. Le tovaglie che al mattino erano candide sono ora maculate di vermiglio, mentre le bottiglie vuote si allineano nel silenzio lunghe e strette come ombre della sera. Si spengono i rumori alle ultime luci del giorno, si smorza il vociare sulla coda degli ultimi saluti. Montalcino riconquista la sua quiete nell’aria purissima di un tramonto invernale, che trascolorera’ dolcemente nel crepuscolo. Tra poco sorgeranno le stelle, sigleranno vibrando il firmamento, bisbigliando un canto silenzioso; veglieranno ancora una volta sulle vigne e sul riposo degli uomini, mentre la terra leverà i suoi umori che accarezzeranno le nari di chi scivola nel sonno. C’è ancora tempo, prima di coricarsi, per una passeggiata nelle vie, col vento che asciuga l’aria e la temperatura che scende: e tu ripensi ai tuoi pur blandi studi e agli effetti del clima sulla vite. Per la prima volta vedo Montalcino nel buio della notte, coi lampioni che rimandano una luce gialla che potrebbe essere quella del 1955 o del 1898, e l’oggi sfuma in una dimensione senza tempo. Non sono solo: il mio Virgilio ilcinese guida la piccola nostra brigata composita e cosmopolita verso i luoghi della vita serale: l’Osticcio, Le Logge, la Fiaschetteria Italiana con i suoi spazi storici e bellissimi, che sarà il nostro approdo per l’aperitivo. Per una volta non baderò tanto al vino, pur buono, un millesimato di Bellavista – preferisco godermi la compagnia; conoscerne meglio le storie, le vite, gli amori. Poi la cena a Le Potazzine. Luciano condivide con noi una bottiglia del suo Brunello Bramante Riserva 2007: e con essa è come star seduti attorno a un focolare acceso. Uno scambio di battute con Davide Bonucci; l’ospitalità istintiva di Gigliola Giannetti. Ecco che mentre si affaccia la stanchezza tiri le righe di quel che resta del giorno, oltre e più importante degli assaggi: e’ l’essersi sentiti parte della Comunità di Montalcino, accolto con riguardo e semplicità; l’aver parlato con i vignaioli, averne intuite le gioie, le speranze , le titubanze, le fatiche. Strano piccolo magico universo Montalcino, che attorno al Brunello ha saputo negli anni radunare chi qui è nato ma anche tanti forestieri: italiani del nord, del sud, milanesi, romani, trentini, piemontesi; e stranieri: tedeschi, olandesi, inglesi, americani. Tutti accolti, tutti uguali, tutti una stessa comunità, purché disposti a partecipare a quelle leggi non scritte di rispetto reciproco e di tolleranza che la terra porta con se’ da millenni. Ed allora sarà più facile, molto più facile, sentir qui parlar bene del vino del vicino, piuttosto che denigrarlo: anzi, questa e’ una colpa che non si accetta. C’è anche lo spazio e il piacere di ospitare chi a vario titolo e’ di passaggio: giornalista, collega vignaiolo, tecnico del vino, o semplice testimone come chi scrive queste note. In fondo siamo tutti un po’ pellegrini come ai tempi della Francigena e sembra quasi di rivivere un po’ dell’emozione che si è trovata nelle pagine de “Il vino fa le gambe belle”.
Tutti qui riuniti, miracolosamente senza barriere.
Ecco allora che nella memoria resterà la bellezza nuda delle vigne spoglie, di quelle viti allevate quasi tutte a cordone speronato, che mai avevi letto con tanta chiarezza. Resterà il silenzioso crepuscolo sull’aia di SanLorenzo, l’aria mossa appena dalla brezza della sera; l’orizzonte solenne dove spaziare l’occhio e poi guardarsi intorno e sentirsi un po’ a casa. Resterà – vaddase’- l’amicizia con Luciano Ciolfi; la degustazione silenziosa sotto lo sguardo rispettoso di Raffaella Guidi Federzoni; la vigorosa stretta di mano di Alberto Montefiori; l’orgoglio di Gianni Pignattai quando versa i suoi vini; la dolcezza delle donne delle Potazzine; i movimenti lenti e la voce antica, emozionante, di Florio Guerrini e la signorilità semplice, riservata, felpata di Carlo Lisini (tanto simili entrambi ai loro vini); gli occhi di Monica Tiezzi che brillano parlando della Vigna Soccorso; la schiettezza di Leonardo Fattoi; la passione di Lucia Nannetti; l’entusiasmo di Riccardo Campinoti; il sorriso di Lorenzo Magnelli; la profonda conoscenza di Maria Laura Brunelli; la timida serenità dei Lambardi; la passione di Chiara Antoni, che vive con l’anima i vini dell’azienda per la quale lavora; la fisicità esuberante di Giulio Salvioni e la concretezza della figlia Alessia. Resteranno la visione internazionale e “zen"dei giudizi di Giampaolo Paglia; le chiacchiere senza filtri e naturali con Paolo Salvi sul valore dell’umiltà; l’amore per la sua Sicilia di Manuela Laiacona; e tanti altri volti e sguardi che a nomi non so più abbinare. Questo però, per me, e’ da oggi il significato di territorio se parlo di Montalcino.

Epilogo

E’ notte fonda ormai. Ci sarà tempo domani per gli ultimi saluti; tempo per un lento arrivederci, spaziando in un giorno immacolato di sole lo sguardo sui campi e sui filari che attendono il rinnovarsi della primavera, per la prima volta da Sant’Angelo in Colle; tempo per un fugace ritorno a Sant’Antimo, per cullarsi ancora una volta nella forma delle pietre, con chi per me e’ importante. Addio Montalcino, fino alla prossima volta, addio alla tua gente. Mi attende il ritorno tra le piogge d’Inghilterra.