Beppe Rinaldi, come lo ho conosciuto io.

Beppe Rinaldi bastava sfiorarlo perché lasciasse un ricordo indelebile.

Se Fellini avesse ambientato un Amarcord nelle Langhe, di sicuro Rinaldi sarebbe rientrato tra i personaggi del racconto, con la sua figura caratteristica: non tanto alto, minuto di corporatura, trasmetteva tuttavia una sensazione di forza e robustezza. Il mezzo sigaro volentieri tra le labbra, i pantaloni di velluto a coste, i maglioni di lana grezza ( solitamente a disegni geometrici e sui toni del verde del marrone, quasi renderlo elemento terreste o consimile alla vegetazione); le sciarpe lunghissime, a quadri, di tinte terragne anch’esse, tipicamente avvolte al collo con una elegante negligenza che si sarebbe detta quasi studiata; talvolta, il cappello a falde sul capo.

Nella memoria si imprimevano però soprattutto gli occhi chiari, acuti e pungenti, e il suo sorriso parlante: ora aperto, ora sornione, ora beffardo. Sempre, a suo modo, sincero; anche quando si aveva l’impressione che giocasse a fare il burbero, o il misogino: erano, credo, maschere con le quali si divertiva un mondo.

Rinaldi era il difensore di una certa idea di Barolo: quando iniziai ad interessarmi seriamente di vino, la moda si orientava ancora verso vini di stampo moderno; io, che cercavo la tradizione più pura, venni indirizzato a lui. Bussai spesso alla porta della sua casa-cantina, che mi appariva come un luogo di sogno ed un salto indietro nel tempo. C’erano i segni di una nevicata lì intorno la prima volta che andai, un novembre, una decina di anni fa. Nelle sale sotterranee buie, botti di legno grandi e vecchie e il tino enorme del nonno; poi quegli elementi che hanno contribuito a definirne il personaggio: la barrique significativamente segata e utilizzata come poltrona, la collezione – invidiabile – di Lambretta (alcune rarissime), i bigliettini dove fissava riflessioni profonde, pensieri estemporanei, battute fulminanti (ne ricordo una, irresistibile, che suonava più o meno: “Donne: lunatiche, umorali. La chiamano sensibilità”). Rinaldi aveva il gusto della battuta, visibilmente: direi gli piacesse spiazzare e non amasse il politicamente corretto. Un provocatore, per certi aspetti: Rinaldi era una persona profondamente colta ed intelligente e tante sue affermazioni, apparentemente naïf, nascevano da riflessioni acute e da un profondo senso etico e della storia. Quando elogiava certi aspetti arcaici della società, o le cantine alsaziane e borgognone con le ragnatele e i pipistrelli, non aveva un atteggiamento diverso dal Veronelli del celebre detto: “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”: chi ancora oggi non lo ha capito e lo ha attaccato, o è sciocco o è in malafede.

Panta rei“, tutto scorre: questo Rinaldi lo sapeva bene, eppure si attaccava ad un’idea di società fondata su valori agricoli, egualitari, solidali e comunitari che gli era stata trasmessa dal nonno e dal padre, illuminato sindaco del Comune di Barolo. C’era certamente orgoglio nel proclamarsi quinta generazione di vignaioli, ma soprattutto un desiderio di custodia della terra e delle tradizioni: in tal senso lui si dichiarava artigiano, rimarcando una distanza verso ogni spirito commerciale o imprenditoriale, che pur rispettava se – ancora- sapeva legarsi ad un’etica ed al ed al benefico della comunità, intesa da Rinaldi in modo straordinariamente ampio: c’erano sempre bottiglie di colleghi da lui apprezzati in bella vista nella sua sala di degustazione e mai gli sentii dir male di qualcuno, anzi era prodigo di lodi per chi riteneva lavorasse con rispetto. Le esternazioni al vetriolo le riservava a chi, secondo lui, era colpevole di speculazione, a chi si approfittava della terra e dell’idea primigenia di natura per denaro, a chi aveva anteposto il soldo alla bellezza, alla cultura, al bene comune. In fondo per lui terra, vite, tradizione, comunità si fondevano in un’unica entità: quello che per i francesi è il terroir, per lui era un codice morale, dal quale non defletteva; e quel codice morale, che si sustanziava nel vino, era pienamente immerso nel sentimento del tempo. Ricordo una risposta che mi diede mentre mostrava orgoglioso la sua collezione di Lambretta a me, appassionato di motori: gli chiesi se erano funzionanti e se le restaurava; mi spiegò che più o meno tutte erano marcianti, se avevano qualche problema meccanico le sistemava, ma non interveniva esteticamente; commentò: “sono vecchie e vecchie debbono sembrare”. Allo stesso modo continuava ad usare il tino antico di suo nonno, colossale, sul quale doveva arrampicarsi con la scala e che ogni anno gli richiedeva manutenzione, stringendo e sistemando doghe qua e là. Lui sosteneva, penso a ragione, che quel tino aiutasse a far partire naturalmente le fermentazioni, però credo che se ne servisse soprattutto perché era quello di suo nonno, per il desiderio di custodia e di continuità.

Quanto al vino, non gli interessava farlo perfetto, nemmeno il Barolo, ma equilibrato e di carattere. Anzi, il Barolo lo voleva persino difficile, perché diventasse per l’assaggiatore occasione di ricerca, di percorso conoscitivo, di dialogo; poi, voleva che non fosse mai pronto, rientrando anch’esso nella sua vagheggiata continuità del tempo. Amava teneramente, credo, anche gli altri suoi vini, specie quelli minori: il Freisa, il Ruché, il Dolcetto, che si rammaricava stesse sparendo, ancora per speculazione. Così come si doleva della scomparsa, nelle Langhe, del bosco e della promiscuità delle vecchie aziende agricole, che allevavano le vacche ed avevano un buon concime naturale disponibile; degli insetti (la biodiversità); del senso di solidarietà comune.

Aveva acuto il senso del limite, connaturato all’antica cultura contadina: criticava, ad esempio, si piantasse nebbiolo in terreni ombreggiati, buoni più per le patate che per la vite; oppure, certe cantine faraoniche e di pessimo gusto, sfregi all’equilibrio del paesaggio, come lo sbancamento indiscriminato di colline. Non ricercava per sé aumenti di produzione e nemmeno l’acquisto di nuovi terreni, volendo mantenere la dimensione artigianale. Lui, che i vini avrebbe potuto venderli a cifre esorbitanti, teneva prezzi calmierati, ancora per convinzione etica che la cultura materiale dovesse rimanere accessibile, che un buon bicchiere dovesse essere parte della vita.

Questo era Beppe Rinaldi, come l’ho conosciuto io, per quei quattro o cinque anni che capitavo nella sua cantina con una certa frequenza, tre o quattro volte l’anno, persino deviando ad arte qualche viaggio di lavoro. Desideravo apprendere e pendevo dalle sua labbra: aveva una profonda conoscenza, anche storica, e mi pare che tenesse un quadernino col resoconto dettagliato di tutte le annate, anche le più vecchie. Mi aveva preso un po’ in simpatia: ogni volta mi chiedeva quanto mi avesse messo i vini la volta precedente e poi toglieva dal conto qualcosina: mi pare di rivederlo seduto al tavolo di legno, inforcati gli occhiali, con carta e penna. Di volta in volta, diventando sempre più famoso – un mito in vita- e ricercati i suoi vini, era più difficile trovarlo da solo e dialogare con calma. Tanti e tanti andavano lì o semplicemente per comprare il suo pregiato vino oppure per venerare un’icona: Rinaldi non meritava né l’una né l’altra cosa. Finalmente le figlie cominciarono ad aiutarlo e fu ben lieto, penso, di delegare a loro certi compiti di rappresentanza. L’ultima volta che lo incontrai, già molti anni fa, appunto chiesi alla figlia Marta di suo padre per un saluto e gentilmente mi portò da lui, che stava rintanato in un angolo della cantina, evidentemente stufo di tanti visitatori e delle solite domande. Mi parve stanco e quel giorno me ne andai con un senso di tristezza. Poi la vita mi portò lontano, ma in cuor mio pensavo sempre che uno di questi giorni sarei tornato a trovarlo, anche se, certamente, di me non si sarebbe più ricordato. Fino ad ieri, quando ci ha lasciato.

Si usa dire: “La terra gli sia lieve”. Io dico invece: “La terra gli sia gravida”: possa la sua lezione lasciare un segno, generare nuovi e grandi frutti.

Dolcetto d’Alba Castello 2002, Terre del Barolo, 12,5 gradi.

Strana la storia del dolcetto: uva (e conseguentemente vino) radicata da secoli, a lungo diffusissima in buona parte del nord Italia con epicentri in Piemonte ed in Ligura, subì una primo drastico ridimensionamento all’epoca della fillossera, quando per i reimpianti le fu preferita la barbera, più rustica e resistente; poi, negli ultimi due decenni, un altro drammatico calo di popolarità; e sciocco, perché  questa volta dovuto  alla moda e ad una certa ignoranza del consumatore (eh sì, cara amica o amico che mi leggi). E dire che c’è stato un tempo quando il vino Dolcetto si vendeva a prezzo più alto del Nebbiolo! In realtà il Dolcetto avrebbe tutte le caratteristiche per piacere al bevitore contemporaneo: autoctono e ricco di storia, profumi evidenti e piacevoli, un buon corpo e lievità tuttavia, tannicità incisiva e acidità controllata. Longevità non tanta, si dice: vino da bersi nel giro di pochi anni. Dalla mia cantina, invece , spunta una bottiglia della quale già qualche anno fa ne avevo aperto una gemella che mi aveva stupefatto. Un Dolcetto, bada bene, del 2002: annata fredda e piovosa. Vero è che l’uva dolcetto, a differenza di quella nebbiolo, è piuttosto precoce e abbisogna di assai meno di sole, ma insomma: il 2002 fu estremamente difficile e questo vino ha quindici anni sulle spalle. Ne cavo il tappo di sughero intero, perfettamente conservato, lo verso nel calice e subito è chiaro che questo Dolcetto non solo è evoluto splendidamente, ma che è un vino di grandissima stoffa. Granato profondo alla vista, con trasparenze, traccia sul calice gocciole molto lente, fitte, regolari, a due velocità:  che formano cioè una doppia corona. Già a una dozzina di minuti dall’apertura esprime profumi nitidi e ariosi: in là con l’evoluzione, ma ancora freschi ed in perfetto bilanciamento tra primari e terziari. Ancora chiari, seppur sfumati, i rimandi ai piccoli frutti di bosco neri: mora e più ancora mirtillo direi; ma c’è pure una lumeggiatura rossa, di lampone e di ribes. Ad essi si fonde, inestricabile, una speziatura insieme delicata e pungente di pepe bianco , verde e di Sichuan, di noce moscata e di cannella: poi erbe officinali, che -mea culpa- oltre alla ruta fatico o non so distinguere; quindi liquerizia in tronchetto e rose tra loro intimamente legati; una nota di mandorle pelate, un po’ verdi, fors’anche di nocciole fresche;  qualcosa del profumo di un prato dopo che passa la pioggia e l’aria è fresca e le zolle la respirano. Forse, anche, un ricordo di polvere pirica e di legno bagnato.  C’è un senso come di rugiada e di sottile malinconia in questo profumo molto intenso ed ancora pulsante, di una gioventù – sembra assurdo- timida e disegnata ad acquerello.  Al sorso, la rispondenza è perfetta: quel quadro tracciato dal profumo che osservavamo ammaliati, ora -amica o amico che mi leggi- ci saltiamo dentro, come in un vecchio film di Walt Disney: lo penetriamo pienamente, lo viviamo nei suoi segreti. Questo vino è accogliente, ha un corpo di media proporzione, quasi tendente al leggero in certe aree della bocca, che però  avvolge carezzevole il palato. Onesto e sincero, non ti blandisce: ogni suo gesto è semplicità. Nitido e preciso, ma naturale, sciolto nella sua articolazione; subito fresco, continuo nella sua progressione, vibrante di un vibrato stretto, anodino, verso un finale sonante, ma senza trionfalismi: tutto gusto, equilibrio, elegante moderazione. Tannino ancora potente, di grana media ma molto regolare; acidità assai alta e ed, anzi,  eccezionalmente alta per un Dolcetto; alcol moderato e assai bene integrato, del quale il vino si giova. La rivincita del brutto anatroccolo: il Dolcetto non di moda, la cantina sociale che non gode di chiara fama se non per l’affidabilità, l’annata sfortunata e piovosa. Ma che vino! Eccellente su gnocchi al sugo di carne;  da sogno, immagino, sul manzo bollito. E che identità: un prodigio di armonia, ma soprattutto riconosci che è Dolcetto nella sua espressione più classica e nobile. È che Castello, da dove provengono le uve di questo vino, è un vero Cru, che sta sotto il Castello di Grinazane ed era di Camillo Benso, Conte di Cavour, che -cito Alessandro Masnaghetti: “ a metà dell’800 aprì nuovi e più moderni orizzonti alla produzione del Barolo”. Il Dolcetto conta solo il 7% di questo mezzo ettaro di vigna posto tra i 220 e i 260 metri sul livello del mare e ben esposto a sud, sud ovest e sud est. Ecco che la storia dei luoghi ha un peso e una sua ragione: va conosciuta e valorizzata; se la disprezzi e la umili, allora son tragedie.

Barbaresco 1998, Terre del Barolo, 13.5 gradi.

Non si apre tutti i giorni un vino di quasi vent’anni e per un motivo semplice: non tutti i vini resistono a sufficienza; o, se resistono, non sempre vale la pena lasciarli invecchiare: certi sono al loro meglio giovani o giovanissimi, quando possono blandirti con la gioiosa esuberanza dei loro profumi fruttati, dei loro colori smaglianti, del loro gusto spigliato.
Perché un vino invecchi bene ci vogliono caratteristiche specifiche: determinati vitigni, taluni territori. Oh, il territorio! Mi vien quasi da pensare che per la longevità del vino conti persino più della varietà dell’uva stessa – o semmai, che i due fattori si tengano strettamente  braccetto.  
Barbaresco 1998, Terre del Barolo. Il produttore è una cantina sociale di grandi dimensioni, dalle produzioni classicissime, quasi didascaliche: non fosse per la struttura poco emozionante che la ospita, in quello stile razionalista e cementizio delle grosse cantine degli Anni ’50 o ’60, verrebbe di definirla una cattedrale delle botti grandi. Produttore anche sottostimato  rispetto al suo valore: se ne parli in zona,  parecchi vignaioli ti diranno che la Cooperativa (o i suoi conferitori) possiedono terreni in posizioni ottime; ed io non ho mai aperto una loro vecchia bottiglia men che buonissima, persino qualche  Cru di Dolcetto ultradecennale.
Ah, il territorio. Questo è un Barbaresco nudo quasi, come si faceva all’antica: un taglio dei vini di zone diverse, non una selezione delle uve di singole pregiate vigne; ma proprio in questa nudità misuro, amico o amica che mi leggi, la forza di un territorio ed, in ultima analisi, la potenza pregnante di una denominazione storica, checché se ne possa dire per tutte le inconvenienze delle DOC e DOCG.
Perché appena lo apro, mentre ne verso un po’ nel calice per verifica e ne ammiro il color classicissimo granato,  esprime già subito un profumo molto intenso, profondo e segreto, con una distanza, come un suono di viola.
Poi, respira.
Etereo, vaporoso, evoluto, levigato, di una sensualità severa, con bagliori di luce come li vedi in certi quadri notturni di Tintoretto o del Bronzino. Si susseguono incenso, curry, liquerizia, rosa, lavanda e violetta, mora, bacche di gelso essiccate,  ed  un fiato balsamico di menta e rosmarino, una lieve affumicatura,  nota ferrosa e di fungo. Al sorso è un velluto, con un attacco che è dolcissimo e asciutto. Pieno di corpo, in bocca si allarga  invadendola tutta di un’ampiezza distesa, ma sempre con nerbo, robustezza e senso di direzione. Il suo tannino è ancora vivo, abbondante, ma arrotondato e finissimo. Sempre alta la sua acidità, ma fusa a perfezione. Al gusto è lungo, caldo, balsamico ancora di menta e rosmarino, con  l’intensità vibrante della frutta rossa, fino ad un finale lungo e giustamente amaro. Con una compagnia amica, che lo sapeva apprezzare, ci è parso ottimo su un Grana Padano di 24 mesi; ma ho continuato nelle 48 ore successive a provarlo con pecorino sardo e poi con prosciutto di Norcia, trovandolo sempre eccellente. Persino come vino da meditazione l’abbiamo accostato senza rimpianti ad un Porto LBV o a un Madeira di 15 anni. Certe volte i vini vecchi affascinano perché permettono di evocare un passato, un affollarsi di ricordi, e pertanto si perdonano loro difetti, manchevolezze, spigolature. Questo Barbaresco invece era  invece semplicemente buono e si poteva solo amare.

Dolcetto d’Alba 2006, Giuseppe Rinaldi, 13 gradi.

La prima volta che andai alla cantina di Giuseppe Rinaldi (o come lo chiamano tanti, forse tutti, Beppe), era il Novembre del 2008; era già freddo da battere le mani, e pioveva. Fu quella anche la prima volta che andai nelle Lange, che mi si conficcarono nel cuore lasciando una ferita aperta, una voglia di conoscerne ancora che ogni giorno di lontananza rende più sanguinante. Da allora per me i vini di Rinaldi rappresentano l’archetipo delle Langhe, direi perfino del Piemonte. Il loro stile, tradizionale fin dalle etichette; la vecchia cantina; la storia familiare (sesta generazione ormai); la dimensione orgogliosamente artigianale per una scelta anzitutto etica, che limita le dimensioni aziendali a quel che si può far da soli. In definitiva: una cocciutaggine caparbia, ma visionaria e di ampio respiro. E poi, gli odori dei tini e della terra, l’accoglienza riservata e calda a un tempo, le parole pesate e pensate: caratteristiche di tutti i membri della famiglia e non solo, mi si passi il termine, del patriarca. E quelle botti allineate nei segreti di una sotterranea penombra, ed intorno le colline e le vigne, le storie della terra e delle sue genti, coi castelli che vegliano verticali. Da Rinaldi molti vanno per il Barolo – o, spiace dirlo, per vantarsi di essere stati a prendere il Barolo da Rinaldi. Io ci vado certo per il Barolo, ma anche per tutti quei vini meravigliosi che produce e che son detti minori: Nebbiolo D’Alba, Barbera D’Alba, Freisa, il Rosae (da uva a Ruche’) ed il Dolcetto D’Alba, forse quello che loro stessi considerano di meno pretese. Perché’ il Dolcetto e’ per tradizione il vino di tutti i giorni, quello che accompagna sorridente e discreto anche una merenda; trasversale, perché stava tanto sulla mensa contadina che su quella borghese, per una certa sua delicatezza rispetto alla più rustica Barbera; anche umile, perché si adattava alle esposizioni meno soleggiate, la’ dov’è il nebbiolo stentava e quindi non si piantava (ed i verbi si declinano qui all’imperfetto, perché oggi il denaro guida le mani di tanti a piantar Nebbiolo anche sui clivi meno adatti), ma richiedendo quelle cure e quel tempo che la civiltà contadina sapeva riservare a ciò che era veramente prezioso: a quel l’essenziale ben visibile agli occhi.
Si diceva e si dice il Dolcetto vino da consumare nell’anno o nei due anni; certamente non da invecchiamento: anche lì’ stava o sarebbe stata la differenza col nebbiolo.
Ora, Rinaldi fa il vino grosso modo come cent’anni fa; lui dice “come mio nonno”; e dunque difficile pensare che il suo Dolcetto si giovi di quei ritrovati dell’enologia contemporanea atti a preservare a lungo qualunque vino; ed anche il tappo e’ il tradizionale sughero, coi suoi ben noti pregi e difetti. Però, quel che apro e verso nel mio calice, senza scaraffarlo, senza granché attenderlo, e’ un 2006: otto anni. E l’ho di fronte a me, rosso rubino profondo, già tendente al granato. Un poco lo devo attendere, nel suo risveglio dal sonno annoso, ma poi libera con l’aerazione un aroma molto intenso di frutta rossa, giovanile, vario, come da una cesta appena raccolta e rientrata in una sala appartate e buia: prugne, pesche, fragola, lampone, arancia sanguinella; e poi nera: mora, mirtillo. E pero’ a dargli spirito raffinato, prezioso, il ricordo di una dimensione di terre lontane, orientali, mai viste, solo sognate,ingenue come i romanzi di Salgari: il pepe. Poi i ricordi del bosco, delle cime segrete delle colline battute dai venti: foglie gialle quasi tabacco, bacche di ginepro, alloro, salvia, laddove la macchia sfuma nel modesto orto. Bellissimo. Ne apprezzi al sorso il tannino di grana fine ma di qualità piacevolmente terrosa, l’acidità medio alta e vivida, sorprendente per l’uva che lo fa nascere ed ancor più in relazione all’annata. La sua chiusa e lunga, ma giusta, misurata, per non sovrastare le vivande sulla tavola. E la parte col fondo, perché il vino non è filtrato, quella che si dava un tempo all’ospite, e’ la più ricca e più buona. Ecco che cosi’ commoventemente integro restituisce l’immagine del Piemonte che ho nel cuore: quella delle vecchie insegne coi caratteri ottocenteschi, quella di un saper fare discreto ed orgoglioso nelle piccole cose, delle tradizioni difese con la tenacia rabbiosa.

Barolo “Ravera” 2006, Terre del Barolo, 14°

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Quando ero bambino il Barolo era il vino delle grandi occasioni: aprirlo era la misura stessa dell’importanza del momento. Ricordo mio padre, ristoratore, maneggiarlo quasi con sacralità: “annusa, assaggia, questo è Barolo. Lo senti che è diverso, lo senti com’è robusto?”. Sì, babbo, lo sento. E quel nome stesso, Barolo, evocava una profondità risonante, come un baratro oscuro e misterioso, mugghiante di un’eco infinita, quasi di acqua tumultuosa e lontana in una forra, come il suono attutito delle pelli percosse di un tamburo. Ho sempre poi amato ritrovarvi nell’aroma e nel sapore di un Barolo l’idea di quel suono profondo, austero, intransigente, autorevole. Terre del Barolo era un marchio di casa: Dolcetti, Barbere, Barbareschi allineati sugli scaffali ricavati nello spessore delle volte bianche delle sale sotterranee del nostro ristorante, a far corona all’indiscusso re. Ero ignaro allora dell’importanza storica di questa cantina sociale, di un’epopea di Langa fatta di agricoltori, partigani, vinattieri e vignaioli; di casali che si svuotavano perché la Fiat di Torino e la Ferrero di Alba crescevano e chiedevano braccia, davvero rubate all’agricoltura; e di quei cocciuti resistenti aggrappati ad un pezzetto di terra. Nulla sapevo io dei “cru” e dei “sori’”, nomi di vigne elette che crescendo mi avrebbero affascinato come i gioielli nella grotta di Alì-Babà : Cannubi, Monvigliero, Lazzarito; ed appunto Ravera, anfiteatro orientato a sud-est e sud in comune di Monforte d’Alba, madre di vini equilibrati e possenti. Ancora da venire, io bambino, le polemiche tra produttori tradizionalisti e modernisti. Terre del Barolo fu l’ancora di salvezza di tanti piccoli vignaioli altrimenti costretti ad abbandonare le loro colline; fu ed è un approdo sicuro per chi cerca vini solidi e di impianto tradizionale . Ed ecco che che nel mio calice si materializza così, classicamente granato sull’unghia e appena più rubino al centro, trasparente e gioiosamente non concentrato : parla qui voce vera l’uva nebbiolo, che di suo non è ricca di quegli antociani che danno il colore. L’aroma, sfugge imprendibile come la bellezza e il tempo, perchè cambia di minuto in minuto: ma è in questo mutare dinamico che sa commuoverti e parlarti. Caldo e fresco: rose e amarene, cacao e incenso, erbe aromatiche ed erbe officinali, terra e roccia, muschi e vernici; legna e ferro. Autunnale e struggente. La pioggia che bagna i campi; il bosco che segreto accoglie la nascita dei funghi porcini, chiodini, prataioli; un orizzonte bigio, illuminato in controluce attarverso le nuvole che diffondono la luce sui bricchi, sui castelli. Son questi aromi? Forse no: mi inganno ed è illusione. In bocca allora, per verificare la misura possente della sua struttura: acidità decisa, vigorosissima; tannino incisivo, fermo; corpo ampio, ma senza grassezza alcuna, senza mollezze: non c’è infingimento mellifluo, non dovizia di carezze traditrici; ma avaramente meditate e, dunque, vieppiù intense, permanendo sul palato a lungo, quale il ricordo di un bacio a lungo desiato. Tanta forza ricomposta in un equilibro di grazia pensosa, la firma nobile della Ravera. Grandi umidi o cacciagione per lui; o, al meno, nobilissimi aromatici arrosti di antica costituzione (il n° 534 del libro dell’Artusi -arrosto morto lardellato- che ho cotto con extravergine del Montalbano e quasi punto burro in una cazzaruola di ghisa). Per poi perdersi col naso nel bicchiere, seguendo il suo trascolorare da una tono all’altro, come una stagione scivola impercettibilmente nella successiva, secondo un ciclo da sempre infinito.

Per saperne di più: http://www.terredelbarolo.com/getcontent.aspx?nID=1&l=it