“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano,13 gradi”.

“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano, Barberino Val d’Elsa,13 gradi”.

Questi i dati essenziali per un Chianti (un semplice Chianti DOCG) di grande tipicità, che dopo 12 anni è vivo, rubino trasparente appena granato, con una ciliegia polposa e matura che si fonde con le note tipiche del Chianti invecchiato (la terra bagnata, i pellami, il soffio balsamico che sa di boschi sempreverdi, di leccio ed alloro). Soprattutto però è puro, elegante, misurato, flessibile, con un’acidità d’argento a reggerne gli equilibri direi Quattrocenteschi, col contrappunto di un tannino presente, rifinito e grintoso. Goduto su una toscanissima zuppa lombarda coi fagioli dell’occhio, meritava le nozze con un pollo allo spiedo. Io so che il Tegolato era un vino glorioso del rinascimento enoico italiano, ma da tempo estinto. Del produttore nulla so, nemmeno trovo dati in rete: da quel che capisco, il Castello di Poppiano è un’altra azienda. Una cantina fantasma questa o qualcuno mi sa aiutare?

Chianti Classico 2005, Ormanni, 14 gradi.

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Poi, dopo tanti assaggi, apri di nuovo un vino di Gambelli. E capisci.
Che cosa si può capire, da un vino? Nulla e tutto.
Ad esempio, che sei tornato a casa: quel colore, quei profumi, sono parte della tua storia, della tua famiglia, delle tue origini, ormai lontanissime, ma orgogliosamente contadine; quello che senti lì, è Toscana, è Chianti Classico, è Sangiovese ed, anche, un po’ di Canaiolo; è poesia di Stilnovo e bestemmia di bifolco, così schiette e inestricabilmente unite; quello, dopo tanti assaggi, dopo tanto vagare per terre, mari, colline, montagne, pianure, coste, terrazzi, ritocchini, cru e sorì,  è la tua idea originaria di finezza ed eleganza, che tanto hai girato per trovare ed era lì, davanti all’uscio o, meglio, nell’interrato buio del tuo vecchio sottoscala; quello, ti dice che più spesso avresti dovuto aprirne, per ricordare, però sai che invece devi serbarne perché si ripeta ancora la magia, perché il mago, il Sor Giulio, non c’è più.
Il Chianti Classico 2005 di Ormanni, azienda storicissima , sita grosso modo all’incrocio tra i territori di Poggibonsi, Barberino Val d’Elsa e Castellina in Chianti. Azienda del cuore, se così si può, dire di Giulio Gambelli, che il Maestro seguì fino all’ultimo,  con quelle poche altre dove sapeva di aver carta bianca ed ottimi terreni: nel gruppo, per dire, Montevertine, Poggio di Sotto, la scomparsa Villa Rosa: i miti.
Fu un vino  particolare quel 2005, perché da Ormanni non si produsse la Riserva di Chianti Classico “Borro del Diavolo” , la cui materia confluì nel Chianti Classico annata non essendo ritenuta all’altezza della più prestigiosa etichetta. Ne comprai direttamente in cantina, e me lo ricordo, bevuto giovane, come scalpitava maschio. Ora lo riapro a 12 anni dalla vendemmia, nemmeno gli lascio il tempo di respirare: aperto e subito nel bicchiere, fiducioso anche per il tappo di sughero intero in perfettissime condizioni. Aperto e subito bello; meno male, però, che me lo gusto con calma, lasciandogli il tempo di dispiegarsi: già, perché questo è uno di quei vini che reagisce all’ossigeno cambiando continuamente, un po’ caleidoscopio, un po’ coda di pavone.
Anzitutto, però, lo guardo: non mi privo, amico o amica che mi leggi, del piacere della vista. È rubino trasparente e luminoso, ricco di riflessi, e vira in maniera estremamente progressiva e naturale all’aranciato verso il bordo. Lascia sul cristallo lacrime molto lente, molto fitte e regolari, molto persistenti: una trina equabile e solenne, come gli archetti delle chiese di stile romanico pisano-lucchese. Il profumo, subito pulito, è di intensità notevolissima, ma in qualche maniera contenuto, riservato: di una ritrosia elegante e pacata, ne vedi subito la melodia, tuttavia serve tempo per discernere le note e gli accordi, i passi dei violini e i trilli degli strumentini. I fiori del vero Chianti Classico: le viole, l’iris, la rosa canina. La frutta rossa insieme presente e sfumata: ciliegie, lamponi, amarene, susine; una speziatura complessa  e delicata che spazia dalle note del pepe bianco, alla noce moscata, al chiodo di garofano. Le erbe, con ancor più  complessità e delicatezza: rosmarino, salvia essiccata, alloro, timo, maggiorana. Un fondale morbido e arioso di bergamotto, che prelude ad accenni di sviluppo terziario, più evocati che reali: quasi un sentimento di paglia al sole e terra umida, accomunati in un acquarellato trascolorare. Tuttavia, ogni volta che ritorno al calice, un nuovo fantasma mi sorride e mi invita a seguirlo: ora il dattero verso un Oriente di fiaba, ora la ruggine di cancelli del tempo fatati, ora la canfora e la lavanda che nonne e mamme mettevano nei cassetti di bucato, ora le rocce di un muro scolpite dal vento, ora la pelliccia di volpe che indossava mia mamma quando veniva a prendermi alle scuole elementari e mi piaceva tuffarmi in quel morbido pelo; ora, i balsami dell’eucalipto, e i lunghi pomeriggi alla casa al mare. Il sorso è sognante: freschissimo, nitido e morbido insieme, setoso e croccante allo stesso tempo, in misura eguale maturo e succoso. Di ottimo corpo, eppure compatto sul palato, come se nello scorrere seguisse una linea flessibile ma continua come un binario e da lì irradiasse il suo sapore e tutta la sua struttura: ne basta un sorso minimo sulla punta della lingua per sentire il sapore espandersi, come fosse un giulebbe, un elisir. L’equilibrio è la sua grazia: dimentichi tannino, acidità , alcol e qualunque altro parametro in virtù dell’armonia. Eppure, tannino ce n’è assai, di setosissima qualità, matura; assai anche di acidità, ma così ben distribuita da risultare stuzzicante su tutto il fondo del palato, unendosi così naturalmente con la salinità da faticare a distinguerle. L’alcol, si percepisce a stento o per nulla, né col vino in bocca, nè nel finale, pulitissimo, lunghissimo, suadente nei suoi sussurri, non ampio nella sensazione, ma penetrante, profondo, articolato, vieppiù esaltato dal cibo.
Certo, son sfumature, è un vino da ascolto attento, da grandi silenzi ; eppure te ne puoi anche scordare e berlo così, in compagnia, scorrevole e amico: lui troverà sempre il suo posto. Non è, forse, il sommo dei vini di Gambelli: le annate giocano giustamente un ruolo e così l’ambizione delle selezioni; ma c’è anche in lui quell’ariosità soffice che ho sentito, impareggiabile, in tutte le sue creature; e ritrovo in questo Chianti Classico la mia idea di vino: fatta di grazia, di purezza, di levità, anche quando, come in lui,  la forza non manca. Serve il territorio, naturalmente; serve anche il vitigno, chiaro; ma se quell’idea la ritrovo in certi Pinot Nero, in certi Nebbiolo, in certi Sangiovese, allora conta, eccome,  la mano dell’uomo. Quella del Maestro, da anni si è fermata; ma il suo gesto, oggi mille mani lo possono ripetere, se lo vogliono.
Qualora tu abbia la fortuna, amico o amica che mi leggi, di trovarne, godine sulle carni bianche. Meglio: sulle pernici.

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Chianti Classico Castello della Paneretta 2008 , 13,5 gradi.

Per giungere al Castello della Paneretta devi percorrere il fascino sottile dei grandi balzi delle colline di Barberino Val d’Elsa e di Tavernelle Val di Pesa, così vicine a Firenze e prossime quasi alla superstrada, eppure a loro modo stringenti, selvagge, boschive, che ti si aprono improvvise più d’intorno che davanti agli occhi, perche’ te le senti addosso; d’autunno, con la loro silenziosa malinconia. E’ vero: non sono parte di quel territorio storico formato dall’antica Lega del Chianti, ma fin dagli Anni Trenta rientrano nella zona di produzione classica e per loro parlano i vini: su quei poggi puoi trovare alcune delle più celebrate fattorie toscane. Poi, quando giungi al Castello, se non e’ epoca di turisti ma sei raccolto con te stesso, ecco che puoi pensare d’improvviso alle fiabe che ti narravano da bambino, di manieri fatati e ville dalle cento stanze, dagli specchi magici e dai passaggi segreti ed oscuri che portavano al baratro, o alla salvezza o a un tesoro. In effetti, la mole massiccia ed elegante del Castello dalle le torri cilindriche un tesoro lo contiene, che contende l’attenzione alle statue ridenti del giardino e ai sontuosi affreschi: vini  raffinati, sussurrati, di impronta tradizionale, di sangiovese e canaiolo, varietà qui difese strenuamente. Che poi sia una famiglia di origini non toscane a tener dritta la barra del timone e non abbia ceduto alla sirena delle varietà internazionali nemmeno quando la moda lo richiedeva a gran voce deve far pensare.
Questo 2008 e’ un Chianti Classico delicato, fine nel senso ottocentesco, da arrosto. Ti attrae subito come un sorriso di fanciulla, di Madonnina quattrocentesca col suo bel rubino trasparente, ricco di lacrime cristalline e scintillanti ed un aroma fresco, di bella intensità, floreale di viole e di rose, e poi di ciliegie sotto spirito e lamponi, accennando a more selvatiche cenni, menta di campo e te’ e alloro, con una coda complessa e sottovoce, delicatamente balsamica di eucalipto, leggermente fume’ e con ritorni di terra bagnata. Sotto, tutto si impernia su un’anima ferrosa, minerale, seria e composta che ritorna intatta ed innervante anche all’assaggio. Sorseggialo e ne godrai il piacevolissimo equilibrio del corpo sospeso perfettamente tra pienezza ed agilità, lo diresti un peso medio paragonato a tanti vini più pretenziosi; però il senso dello scatto vela una struttura ben salda, ricca di acidità e con tannino abbondante ma di grana minuta e matura, con una beva saporita ma mai gridata, con un attacco ampio che poi prosegue e si svolge deciso, teso, nervoso ma al contempo solenne, irradiante, gentile, lungo. L’avevo assaggiato all’epoca dell’acquisto in cantina ed era diverso, e’ chiaro: allora cristallino e lucente come uno specchio, con proporzioni assolutamente perfette, pertanto fors’anche più impressionante. Oggi, invece, e’ come in muta tra spontaneità giovanile e profondità dell’invecchiamento, serpente piumato che cambia pelle per svelare un volto nuovo, verso svolte imprevedibili nel suo mutare. La vita e’ tutta un mutamento – lo sai, amico, amica che mi leggi: questo vino ha la grandezza di narrarti in divenire la sua fiaba.

Chianti Classico Riserva 2005 Vigna Torre a Destra Castello della Paneretta.

 Se lo apri, è fruttato, di fragola, rotondo e rubino. Dopo 13 ore , che vino fine! Una sinfonia di profumi, non intensi ma complessi, scuri, seri, spezie, frutti, tabacco. Archetti fitti, scorre in bocca ben lubrificato. E che bocca! Dritta,minerale, tannino finissimo, sapida, ficcante. Che piacere una riserva di Chianti Classico a 12.5 gradi alcolici: da berne una bottiglia, perfino d’estate!Grande assolo di sangiovese nel terroir di Barberino. Su coniglio arrosto e stringhe in umido.