Baccanale 2016, Il vino e le rose SAS, 14,5 gradi.

La Terra Trema è una manifestazione novembrina che ho nel cuore: la fondò l’anziano Veronelli  in uno stato di ultima tensione morale, e tanto basti. Il livello dei vini che si trovano in assaggio al milanese Centro Sociale Leoncavallo in queste occasioni non è omogeneo, ma il clima è assai festoso ed i vini sono davvero artigianali senza compromessi. Insomma: il conservatore anarchico che è in me ne viene ampiamente solleticato.

Lo scorso novembre assaggiai per la prima volta i vini della Società Agricola Semplice “Il vino e le rose” e rimasi conquistato sia dal genuino ed un po’ ingenuo entusiasmo di chi stava dall’altra parte del banchetto, sia dall’allegra veracità dei vini proposti. Lo stile di vita in azienda, che capisco trovarsi a Momperone, in provincia di Alessandra, nella zona dei Colli Tortonesi, presso l’oasi di Mastarone a Momperone, mi pare piuttosto originale, perché sembra -sbaglierò- quello di una comune.  La palma dell’originalità va a questo Baccanale, Un Nebbiolo vinificato sulle bucce fresche della barbera, secondo una vecchia tradizione piemontese, che mira ad ottenere un vino col corpo e la freschezza acida e fruttata del Barbera, con il profumo e il gusto del Nebbiolo.  Come  gli altri vini della firma, non contiene solfiti aggiunti, non si usano lieviti autoctoni e, mi spingerei a dire, nessuna pratica enologica che preveda additivi o coadiuvanti chimici.

Ed ora eccolo qui nel mio calice, durante un solitario pranzo in una calda giornata di giugno, 7 mesi dopo l’assaggio in fiera, che avranno sicuramente aiutato il suo assestamento.

Il Baccanale 2016 è rubino di media trasparenza, tuttavia profondo per la complessità dei riflessi, che vanno dal granato al  purpureo. Lascia lacrime di lentezza irregolare e fitte, un po’ evanescenti. Profumo di intensità superiore alla media, complesso, fragola e ciliegia e prugna maturissima nel cuore  che si ammantano di note più solari e campestri ad un estremo e  più scure e gravi, all’altro: la paglia al sole, la ginestra, la camomilla, il timo e la polpa di mele rosse croccanti; poi uva appassita, note segaligne, di asbesto ( intendendo con questo termine un insieme di odori specifici di metallo e di carbone),affumicate, empireumatiche. Qualche sbuffo di aldeide e in ultimo un tocco lievissimo di cipria, come di giovane contadina d’antan allo specchio – il catino a lato –  per farsi bella, nella penombra della casa. Al palato è ben secco,  di medio corpo, polposissimo, scorrevole, ampio,  naturale, con quel certo asprigno dell’uva appena spremuta; difatti, è teso da un’acidità netta e felice e da una salinità marcata e sfavillante. Il tannino è poco più che accennato, ma gioiosamente rustico e irregolare,  per nella sua grana sottile. È molto saporito ed il suo sale contribuisce ad esaltarne la percezione, ravvivando i contrasti. Ha un finale di buona lunghezza e di discreta, intensità, con una nota amarognola che a me piace, stuzzica intriga. Grandissima bevibilità : anche caldo – ma te lo consiglio tra i 16 e i 20 gradi, amica o amico che mi leggi, secondo tuo gusto e abbinamento –  se ne finirebbe una bottiglia; almeno, io la finirei. Molto bello e pulito, il suo bouquet,  anche a calice vuoto: dove emergono nitidi il profumo di melograno e qualche spezia, come curcuma e cumino,  che erano rimasti sottotraccia. Sulla tavola si esalta, con una flessibilità di abbinamenti a tutta prova: mi ha tenuto compagnia, ottimamente, su lenticchie delle Crete Senesi condite con olio d’oliva di Seggiano (un taglio di olivastra seggianese, leccano e moraiolo), sale , pepe, zafferano, pecorino romano; e con fette di pane ed patè di olive taggiasche. Tuttavia, non esiterei a misurarlo a tutto tondo, persino sulle zuppe di pesce o, per esempio, sul tonno, sullo spada, su certo pesce azzurro ( i missolittini del Lago di Como, ad esempio).

È un vino indubbiamente ruspante e con una spiccata individualità, ma possiede un suo  equilibrio instabile ed un’autenticità vernacola trasparente: ha in pieno forza di carattere.

Viene, bevendolo – perché un vino così non si sorseggia, eh- da sollevare un tema, che mi ronza alla mente dopo parecchie prove e controprove: certi vini – chiamiamoli artigiani, naturali, sempliciotti, rustici, contadini, come ci pare – che non hanno quell’equilibrio perfetto ricercato dagli appassionati, me compreso, a tavola si sposano meglio col cibo; come se le loro fallanze gustative e gli squilibri, sovrapposti a quelli che la maggior parte dei cibi possiede, trovassero miglior matrimonio rispetto ad una ipotetica perfetta proporzione. Allora, delle due l’una: per uno sposalizio d’amore, o si accettano mancanze e disarmonie oppure la perfetta proporzione  assurge assurge a livelli di intensità tali da risultare inattaccabile: la flessibilità come traguardo ultimo di un’estrema forza interiore.

Il Baccanale Rosso di Toscana 2003, Fattoria La Lecciaia, 14 gradi.

Son di ritorno da Benvenuto Brunello 2015…e già ho nostalgia del colle ilcinese e dei visi della sua gente! Per scacciare la malinconia, vado nella mia cantina; tra le tante bottiglie trovo questa, che racconta la storia di una Montalcino diversa. Il nome de “La Lecciaia”,  non è oggi sulla bocca di tutti; e questo vino non è devoto all’ortodossia del Brunello, cioè 100% sangiovese: come deve essere, come mi piace, perché è come salire sulla vetta più alta. Però è onesto, te lo dice in etichetta che è di una razza spuria: 50% Sangiovese, 50% cabernet; ma razza, che vuol dire? O è buono, o non è buono! L’annata e’ la 2003;  che cosa ti aspetti? Fu un’annata caldissima, lo sai bene, e immagini un vino fiacco, cotto; seduto, alla meglio. Ti stupisce invece questo Baccanale, che trovi ficcante e vivo. Sarà magari di colore concentrato, avra’ pure un che di granato sull’unghia, ma è bello, di tinta naturale, lascia abbondanti lacrime sul bordo, che scorrono veloci allungandosi sul vetro untuose, disegnando alte arcate; ma poi seminano dietro di se’ una trama di archetti fine come un ricamo ad uncinetto. E l’aroma certo è caldo di marmellata di frutti di bosco, ma in maniera che piace, perché lo rinfresca vivido un sentore di ciliegia e di arance; poi, per stuzzicarti il naso, il pepe, l’alloro, persino la salvia, a stendere un tappeto verde su una base di morbido humus, con tocchi appena un po’ ematici e ferrosi. Ancor più giovanile però è la bocca, dolce per la maturità rotonda del suo frutto, con l’acidita’ vivissima che lo innerva e sospinge; ed il tannino e’ maturo, certo, ma ancora travolgente. Vino di trama fitta ma slanciata, che prima bacia energico, poi ti abbraccia e stringe con forza, più penetrandoti il palato che  blandendolo, amandoti lui quasi con violenza. Vino molto lungo, saporito, di grande intensità, di sensualità carnale e piacevolmente rustica, che ti penti di ber da solo: condividerlo con gli amici vorresti piuttosto, tanto è giocoso il suo piacere, un po’ rude forse, ma caldo; anche carezzevole, ma alla maniera sua.  Generoso di alcol, ma piacevolmente, perché ha la forza diretta di un buon sigaro toscano e ne ricorda il tabacco. Vino da bistecca in compagnia, e di quelle selvagge, alla brace, ben al sangue, con spirito allegro, goliardico, epicureo. Vino di barrique, vino anche spurio se vuoi, ma tu l’avresti detto potesse piacerti così tanto? Qui però – da solo sai risponderti- tutto vince l’opera del tempo – e la terra ilcinese.