Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006, Villa Diamante, 13 gradi.

“La vigna è la mediazione tra il suolo e la bottiglia. La capacità di un buon viticoltore deve essere quella di trasferire il terreno nel bicchiere, perché quello nessuno ce lo può rubare” – Antoine Gaita.

Non ricordo esattamente quando assaggiai per la prima volta il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di Villa Diamante; da allora, però, la mia percezione del Fiano di Avellino e di quale espressività potesse conseguire un grande bianco è cambiata.

Il Vigna della Congregazione è stato uno spartiacque nella mia coscienza di amante di vini; forse, nella storia stessa dal Fiano di Avellino: il primo concepito, fin dalla vigna, per un lungo invecchiamento e, più ancora, con l’ambizione di dialogare da pari a pari con i grandi bianchi borgognoni.

Mi è impossibile assaggiare il Vigna della Congregazione senza rammentare Antoine Gaita, il vignaiolo artigiano che fondò l’Azienda nel 1996 con la moglie Diamante Renna, scomparso nel 2015, sessantenne.

Seppure l’incontrassi una volta sola, ad un lontano Vinitaly, mi rimase indimenticabile, non solo per la sua imponente, caratteristica corporatura: aveva carisma, condivideva la straripante passione per il suo lavoro ed i suoi vini con genuina trasparenza, amichevolmente.

Antoine Gaita aveva idee particolari e controcorrente.

Se allungare l’affinamento in bottiglia del Fiano di Avellino era pioneristico all’epoca, ma non una novità assoluta, altri aspetti erano rivoluzionari per la zona: la lunga permanenza sui lieviti, le vendemmie tardive, la vinificazione per Cru (il Vigna della Congregazione fu affiancato dal Clos D’Haut), la scelta dei suoli: il terreno di Vigna della Congregazione è molto argilloso, umido, all’epoca ritenuto poco adatto per il fiano. Il tempo ha dato ragione ad Antoine, che in verità non si stancava mai di sperimentare.

La vigna, sita a Montefredane in località Toppole, a circa 400 metri sul livello del mare, ha peraltro diverse particolarità: circondata dal bosco, parzialmente esposta a nord, ha un impianto sorprendentemente poco fitto, tuttavia la resa è sempre stata naturalmente piuttosto limitata: dai suoi due ettari si ricavano, in media, 6000 bottiglie. D’istinto, credo che il sito favorisca maturazioni lente e armoniose.

Avevo conservato questa bottiglia in una buona cantina da tempo immemorabile: l’aveva acquistata un mio fraterno amico direttamente in Azienda ed era stata oggetto di uno scambio qualche giorno dopo, credo con certi Riserva di Chianti Classico. E l’avevo tenuta cara: conoscendone le qualità ed essendo l’ultima, avevo sempre aspettato l’occasione o l’abbinamento meritevole.

Non c’è però momento migliore di quello dettato dal desiderio – favorito, in questo caso, dalla disponibilità di pesce fresco.

Vecchia di quindici anni ormai, l’apro con una certa trepidazione: altri Fiano, dopo un lustro, accennano stanchezza. Il tappo, che estraggo col cavatappi a lame, però è perfetto, e appena inizio a versare il vino nel bicchiere, sorrido.

Basta un istante per subirne la fascinazione: vista, olfatto, gusto, sono immediatamente rapiti nel godimento di un’ideale, trasognata bellezza.

Lo guardo ed il colore è bellissimo: un limone carico, trasparente e luminosissimo, con riflessi dorati. Si direbbe un vino con la metà dei suoi anni, o anche meno. Sul vetro non forma gocciole: solo un velo.

Il profumo è molto intenso, di straordinaria complessità, ariosissimo: aria pura pare di respirare, che racconta ampi spazi, sole, montagne verdi, un balugine lontano di riflesso marino nella luce del cielo, quasi radunando la gloria intera della natura mediterranea.

Un’iride fiori bianchi e gialli, che punteggiano i prati e orlano i campi al limitar del bosco: sambuca, giglio, camomilla, mimosa, persino la violetta.

Poi, quasi prendesse per mano in un’ideale passeggiata fra gli orti, uva spina, ribes bianco, pesca, fichi bianchi, limone, cedro, lime, finocchio, salvia, sedano, insalata, persino un tocco esotico, lievissimo, di mango e banana.

Gli aromi antichi, che morbidi parlano al cuore: i cereali, la farina di castagne. Tripudiano le spezie, dolci e piccanti.

E ancora c’è muschio, pietra, terriccio; la freschezza dello iodio si fonde con ombrosi toni empireumatici.

Delicatissimo il tratto dolce del caramello, del dattero, del fico secco: solo un soffio.

Una sinfonia di evocazioni che tocca ogni rifrazione dello spettro aromatico, nelle più intime pieghe, segnando l’evoluzione di un vino che pure tende ancora al giovane, come vieppiù disvela l’assaggio.

Ha corpo grande, ma estremamente reattivo, ritmato, in emozionante crescendo armonico, che vibra ed irradia, spinto da un’acidità piuttosto spiccata, più della norma per i Fiano. “Nerbo” e “stoffa”, si diceva un tempo. La trama salda, giustamente salina, trasmette un lieve, ma piacevolissimo, senso di buccia d’uva.

E’ un sorso regale, di equilibrio perfetto, con lunghissimo riverbero e amplissima risonanza, per il quale si vorrebbe scomodare un termine mitico, romantico, abusato: ambrosia.

Puro, maestoso, intimo, col dettaglio struggente che unisce idealmente il respiro del Mar Tirreno all’aria delle alture irpine, in una sintesi originale, identitaria, indimenticabile.

Non ho tema di definirlo uno tra i più grandi bianchi da me assaggiati in oltre quindici anni di passione consapevole: gli si possono accostare, rispettosamente, solo i migliori, di qualunque provenienza internazionale.

Ed è bello sapere che l’Azienda, di 3,5 ettari, continui oggi la conduzione familiare con la figlia Serena, forte di studi enologici.

Gustato su spaghetti alle vongole veraci ed ombrina arrosto, buonissimi in abbinamento; ma è lui a regnare sulla tavola, lui l’imperatore, svettando con grazia nella memoria.

Fiano di Avellino Colli di Lapio 2010, 13,5 gradi.

Ricordo bene una serata monzese di tanti anni fa, una di quelle notti brianzole dell’inverno cupe, buie, con la pioggia battente che si alterna alla bruma. Si tenevano – in un ristorante ormai scomparso- serate bellissime e conviviali sui vini delle regioni d’Italia ed io ero ancora ai primi passi o poco più. Fu quella sera per me la rivelazione dei bianchi campani: una lama di luce nelle nebbie del nord. Falanghina, Greco, Fiano: nomi non nuovi, ma mai sentiti prima così identitari. In precedenti assaggi , invece, quasi confusi fra loro, la loro identità levigata e per così dir compressa da pratiche enologiche che dovevano evidentemente soddisfare necessità di grandi numeri e di una rassicurante standardizzazione. Quella sera,però, la specificità di ogni vitigno emergeva invece chiara e nitida. Il Fiano in particolare mi colpì per la sua finezza, tanto che scherzando con gli amici da allora sostengo che una tra le migliori gioie della vita consista in “Fine Fiano a fiumi e valanghe di vongole”: Bacco mi perdoni per la sciocca allitterazione, ma garantisco che l’abbinamento funziona. Così comperai negli anni qualche bottiglia di quel Fiano meraviglioso, Colli di Lapio di Clelia Romano, ed una decisi di portarmela, immancabile compagna, nella mia esperienza inglese. L’ho  aperta quasi alla fine di quei cinque anni passati lassù, qualche mese addietro. Ben trattata non l’ho, spostandola da un appartamento all’altro, seppure con tutta la cura che mi era possibile: meritava forse di essere consumata prima, ma era una bottiglia privilegiata nel mio ricordo e mi spiaceva privarmene.
E dunque nel calice il Fiano mi è apparso trasparente  e brillante, di un color limone assai carico, con riflessi dorati e fittissime gocciole – non lacrime, perché questo è un vino che sorride e riluce  – frastagliate, lente e tuttavia non persistenti, perché formano un velo che si scioglie e ritira.
Appena versato è poco comunicativo e risentito al mio olfatto, ma poi si apre in un aroma deciso e molto intenso, che mi ricorda quasi un grande champagne millesimato invecchiato per certe intense note fungine. Al di sotto, fiori di tiglio e di sambuco, di timo e di borragine, e poi  la frutta: percocche e pesche mature, buccia di melone e maturi limoni di Amalfi, che brillano odorosi al sole su un tappeto mielato e di nocciole, consistente e morbido. All’assaggio, mi pare potentissimo: per il gran corpo , la struttura e la concentrazione dei sapori: un rosso vestito da bianco, usando una formula un po’ trita. Il suo gusto riprende fedele l’olfatto.  Ben secco – ciò mi piace – attacca deciso e prosegue con una discreta espansione, sorretto al centro boccata una spinta piuttosto salina e da una acidità alta all’italiana, ma in qualche modo diffusa sul palato.  Non manca un certo accenno di ruvidità rustica, che ne bilancia la perfetta esecuzione tecnica preservando un sentimento di benvenuta spontaneità. Con un sicurissimo senso di direzione si slancia verso un finale di buona lunghezza, segnato appena un poco dall’alcol, ma che si conclude su toni di fichi bianchi, quasi crema di nocciole, caramello, melassa: ha una certa morbidezza dunque, ma solo alla fine, quando ha preso confidenza e si lascia andare: prima è tutto determinazione e ambizione. In lui ritrovo il carattere del Fiano irpino, sua grandezza e certi suoi spigoli, e forse anche il carattere di un produttore che ha reso famoso il nome di Lapio, consacrando nei fatti quelle terre al rango di cru. Insomma, malgrado gli anni e la vita tormentata, il Fiano di questa bottiglia è ancora un bel bere, a dispetto di qualche ruga: in questa fase lo credo giusto su pesci di mare in preparazioni semplici, ma anche su primi bianchi di carne bianca. Ora che sono tornato a casa sarà interessante assaggiare quelle altre bottiglie, più fortunate, che hanno atteso silenziose in cantina il mio rientro: il nostro incontro sarà commosso, una rinnovata festa.