Modus Bibendi bianco 2018, Terre Siciliane IGP, Elios, 12,5 gradi.

Lo scorso anno, di maggio, eravamo in Sicilia con mia moglie in viaggio di nozze.

Meta fortemente desiderata ed altrettanto amata.

Mancavo da anni. Era trascorsa una decade, ormai, dagli ultimi viaggi di lavoro. Ancor più remoti quelli da turista, risalendo addirittura al 1997: due indimenticabili settimane con gli amici storici, tra Palermo e la provincia di Trapani, con base a San Vito Lo Capo.

Ricordo di quel tempo una sera ad Erice, così avvolta nelle nubi che, tra i vicoli, perdevamo contatto visivo in pochi metri. C’era un sentimento sospeso: per la nostra età, per la bellezza dei luoghi e per le ombre arcane che quelle nubi materializzavano attorno.

Cenammo in una trattoria della quale non ricordo nome, né esatta ubicazione; ma fu indimenticabile la pasta squisita con pesce spada, pomodorini, pinoli, menta, e quel Grillo che tanto bene l’annaffiava: un vino con profumi così particolari come non ne avevo mai sentiti, trasognate suggestioni mediterranee e orientali.

Dunque più volte durante il viaggio di nozze fui attratto dall’assaggio del Grillo, che mancavo da qualche anno, ma ne restai deluso, preferendogli sovente il Catarratto. I Grillo incontrati in viaggio avevano profumi fruttati e floreali innaturalmente marcati e slegati: più che suggestioni, erano luci abbaglianti, presumo dovute a vinificazioni in riduzione spinta, ovvero in assenza di ossigeno.

Finii col pensare che il mio gusto fosse cambiato e che il Grillo non fosse più nelle mie corde.

A Sciacca assaggiai un vino artigianale buonissimo della azienda Elios di Alcamo, che non conoscevo: un taglio di uve bianche autoctone vinificate con macerazione; me lo propose il competente e appassionato giovane gestore di Baccanale, un ottimo bistrot di vini naturali, presso il porto turistico.

Quasi un anno dopo, trovando in rete il Grillo di Elios, la curiosità mi vinse e colsi l’occasione di acquistarlo.

Scopro dalla scheda aziendale che questo Grillo in purezza proviene da terreni argillosi calcarei, in contrada Valdibella di Camporeale, a venti chilometri dal mare. La zona è relativamente fresca, permettendo vendemmie a inizio di settembre. Viene vinificato in bianco, con fermentazioni spontanee e con una certa naturale esposizione all’ossigeno. Affina 7 mesi in acciaio inossidabile.

Ne risulta un bianco poco lavorato, più simile a quel Grillo dei miei ricordi, sfumato, vago e solare, che mi fa battere il cuore fin dall’aspetto: ha un color limone carico con riflessi giada e appare piuttosto viscoso mentre danza sensualmente nel bicchiere, ma sul vetro lascia solo un velo che lentamente si dissolve, non lacrime.

Il profumo è l’evocazione di un paesaggio mediterraneo ideale: un quadro da Gran Tour di inizio Ottocento, dalle tinte solari, rese con vivida intensità, grande concentrazione, naturale ariosità. Scorrendo l’immagine, fiori gialli: ciuffi di ginestre e mimose; alberi carichi di agrumi rari (pompelmo, bergamotto) e di pesche profumate; macchie verdi di rosmarino; forse, disposti sul tavolo di un dehor, sotto una pergola di uva spina, fette di melone bianco, piccoli calici colmi di sambuca. In lontananza – minutissime stelle – il tenue candore dei fiori di vaniglia.

Questa l’evocazione olfattiva, incompleta: perché nella realtà c’è un lieve tocco di aldeidi che dona al vino freschezza e profondità.

Il sorso è ampio e di gran corpo, con estrema avvolgenza, per una sensazione tattile viscosa che ne maschera la secchezza, propiziando una sensazione pseudo dolce. Questa massa glicerica nattenua la discreta salinità. L’acidità è viceversa notevole, considerata la provenienza geografica: ne risulta un vino reattivo, col finale molto lungo, equilibrato, piacevolmente alcolico, dall’accenno amaro, forse terpenico.

Ecco che nella sua schietta fattura questo vino mi riporta in Sicilia: ne sento gli odori, ne godo i paesaggi, ne respiro la magia; e mi riconcilia, finalmente, con l’uva grillo, riportandola alla terra.

È stato eccellente, sulla nostra tavola, con spaghetti zucchine e bottarga di muggine.

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Altrove, L1/13-14, vino bianco, Walter de Battè , 14 gradi.

Credo l’avesse definita Soldati, la viticoltura ligure, “folle”.

Ne fui stupito, inizialmente, non afferrandone il senso.

Certe nozioni bisogna sedimentino, si circondino di altri dati ed esperienze, finché finalmente si formi una rete di collegamenti e acquistino senso. Talvolta occorrono anni e la conoscenza viva di luoghi e di persone. Infine giunge la chiave di volta che l’arco chiude.

La Liguria, a volo d’angelo: stretta tra mare e montagna, tutta picchi ostili che si gettano nelle acque salse; valli strette e cupe, verdi torrenti traditori ed iracondi; borghi marini che sanno di fatica e pericoli, le barche allineate in perpetuo beccheggiare, cordami e braccia cotte dal sole; villaggi montani e petrosi, ammutoliti nel vento.

Lì, genti in viaggio perpetuo: votate all’instabile mare o al saliscendi dell’Appennino, sempre esposte a una contaminazione esterna destabilizzante: in pace, di commerci e turismo; in guerra, di attacchi violenti. Popolo pertanto esposto a una sorte variabile, quant’altri mai.

Quasi per compensazione un attaccamento rabbioso alla terra, a quelle strisce magre strappate con foga paziente al mare, alla montagna, al greto dei torrenti, al bosco; esposte al sole, alle folate di salsedine, ai rovesci della pioggia; instabili anch’esse, ma che offrivano almeno un’illusione.

La follia della viticoltura ligure, a mio avviso, si genera da quell’anelito illusorio di stabilità ed al mischiarsi continuo di culture, secondo ragioni psicologiche più ancora che sociologiche; propiziando ad essa il meticciato ampeleografico, con contributi francesi, piemontesi, toscani, spagnoli aggiuntisi al variegato sostrato autoctono.

La parcellizzazione del vigneto ha favorito il mantenimento di una dimensione artigianale. Ad essa però partecipa quella vena di follia, che nei casi migliori declina in poesia: sghemba, sospensiva, ermetica, ma purissima.

Tutti conosciamo l’immagine delle Cinque Terre, i chilometri di muretti a secco, le vigne digradanti verso il mare nel rifrangersi infinito della luce. Non meno affascinanti, i vigneti abbarbicati nell’entroterra di Lerici, Sarzana, Levanto, Lavagna.

Walter De Battè è da anni considerato un caposcuola dei vini artigianali, ben oltre il Levante ligure.

Come sempre, accostandosi a produzioni di fama, aspettativa e sospetto si mischiano. Ogni parola, però, di fronte a questo vino cade. Ci vorrebbe il silenzio, la pausa dell’ascolto; perché lui riesce a tracciare una battuta d’aspetto nella partitura della nostra vita.

È pieno di sole e di mare.

Si concede senza fretta.

Vino artigianale nel significato più nobile.

Vermentino, rossese bianco (detta altrimenti bosco), marsanne, roussanne sono le sue uve.

Sta sette giorni sulle bucce il mosto, svinato affina ventiquattro mesi in barrique; ma del legno, qui, nel profumo, nel sapore, non c’è traccia alcuna.

Ha colore dorato carico. Gocciole veloci, di ampie dimensioni, dopo qualche secondo si tramutano in un velo spesso ed assai persistente.

Profumo intensissimo, pieno, mediterraneo, sinfonico: mandarino, arancia, zagara, zenzero, pepe bianco, zafferano, miele di corbezzolo; sentori marini e iodati – come di alga; erbe aromatiche di macchia: origano, maggiorana, borragine.

Pieno corpo, gustosissimo: ampio ma saldo, innervato, salinissimo, proporzionato, leggermente ruvido di un tannino che regala una piacevolissima nota amara. Di acidità notevole, ma misurata, ha persistenza estrema, col finale sollevato dall’alcol, irradiante a ventaglio, come un riflesso marino visto dall’altro.

Col suo equilibrio di geometrie nette, come certi fotogrammi abbaglianti del Montale di “Ossi di seppia”, è facile immaginarlo su un grande e freschissimo pescato di mare; ma così vivido, eccellente, non teme abbinamenti di ricerca.

(Assaggio: agosto 2018)

Bianco Conestabile 2017 Umbria Bianco IGT, Vini Conestabile Azienda Agricola della Staffa, Danilo Marcucci, 12 gradi.

“Vino senza chimica, cantina senza tecnologia, vino naturale” (cit. dall’etichetta).

Qualche mese addietro, poco prima di Natale, mia moglie decise di farmi un regalo: mi portò in un’enoteca ben fornita e mi disse: “Scegli quello che vuoi. Questo ciò che puoi spendere, questo il numero di bottiglie che puoi comprare”. Per un appassionato, un sogno.

Però, come gestire quel tesoretto? Comprando una sola bottiglia da sogno oppure creandosi una certa scorta? Scegliendo quei vini già noti, che piacciono tanto, oppure esplorando?

Io combinai le diverse possibilità, orientandomi su 4 o 5 bottiglie.

Nell’esplorazione degli scaffali, una mi attrasse particolarmente per l’etichetta démodé, ricercatamente semplice, con uno stemma verde su fondono paglierino e scritte in caratteri italici, dalle ampie volute. Più ancora mi attrasse il colore del vino, un giallo limone molto carico, quasi dorato, non perfettamente limpido: un colore pieno, materico, che traspariva perfettamente dalla trasparenza del vetro. Sembrava che una bottiglia di sessanta, settant’anni fa, misteriosamente fosse atterrata su quei scaffali contemporanei di una grande città, scavalcando il tempo.

L’etichetta, però si riferiva all’annata 2017, malgrado recitasse compunta “Vini Conestabile dal 1889”; azienda che ignoravo totalmente: nemmeno sentita nominare.

Poi vidi riportata la sede aziendale: Magione; e mi venne memoria di antiche trasferte di lavoro, quando andando verso Perugia costeggiavo con la statale il Trasimeno, traversando quel paesaggio dolcissimo che degradava morbido verso le acque lacustre, punteggiato di vigne, di ulivi, di frutteti, che si vestivano di rosa e di oro all’ora del tramonto, quando l’occhio spaziava panorami di struggente magnitudine.

Il prezzo era abbordabile malgrado i pesanti ricarichi lì praticati e mi decisi ad acquistarla, tra la curiosità è l’istintiva simpatia.

Ed eccolo questo vino umbro, finalmente nel bicchiere.

Frattanto mi sono procurato qualche informazione, per capire meglio ciò che bevo. Leggo che l’azienda aveva smesso di produrre vino in proprio per sessant’anni, conferendo a una cantina sociale; che Danilo Marcucci, dopo esperienze in altre aziende artigiane, decide di riavviare la produzione vinicola dell’azienda di famiglia, scegliendo un approccio il più possibile non interventista; diciamo pure: metodologie antiche, con i primi imbottigliamenti nel 2015.

A monte, un approccio essenziale ed esclusivamente manuale alle vigne, 12 ettari, situate tra i 300 e i 400 metri di altezza.

Quindi: fermentazioni spontanee in tini aperti, macerazioni sulle bucce anche per i bianchi, follature manuali, nessun controllo delle temperature, illimpidimento con travasi seguendo le fasi lunari, imbottigliamento senza solforosa aggiunta.

Si potrebbe anche temere un vino spiacevolissimo, con queste tecniche antiche: il famoso vino del contadino che i vecchi toscani così classificavano: “beilo te!”.

Invece no: al mio gusto, almeno, questo vino è piacevolissimo; né si può dire che la macerazione sulle bucce l’abbia appesantito o ne abbia velato il carattere territoriale.

Anzi, per me quel carattere qui viene esaltato. Questo vino così polposo, materico, più di certi bianchi anodini rispecchia il carattere umbro, il genio, la cultura, persino l’orografia.

C’è nell’umbro, come in buona parte della cultura del centro italia, qualcosa di fortemente concreto, persino nell’ascesi. Si prenda San Francesco, che loda la creazione: “ Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba“ “, e loda il sole, il vento, la luna; e quando poi menziona “Sora nostra morte corporale”, la loda sì, ma si sente in quel “corporale” anche un certo disappunto per tutte quelle belle cose della natura, se davvero non si potrà più vederle.

Ecco: i bianchi carta, quand’anche perfetti, mancano un po’ di quella visceralità carnale, con ascendenza etrusca.

Non così questo Bianco Conestabile, da Malvasia e grechetto, che rinforza in me l’idea che le uve tradizionali del Centro Italia si giovino di trattamenti tradizionali, per ragioni di affinità elettive.

E rafforza in me l’idea della vocazione umbra per i vini bianchi, più ancora che per i rossi, per la straordinaria combinazione qui possibile di finezza, forza, grazia, corpo, freschezza, longevità.

Del bellissimo colore ho già parlato. Aggiungo: è lucente, qualche traccia di carbonica disciolta, un po’ di fondo che non deve spaventare. La componente glicerica è già evidente alla rotazione, ma si traduce in un velo evanescente, più che in gocciole.

Il profumo è molto intenso e complesso, nitido, sospinto da un accordo iridescente di aldeidi non timido: altri potrebbe esserne infastidito, io mi ammalio, perché sale come una nuvola colorata, con sé portando fiori di acacia, di camomilla, anice, mentuccia, finocchietto selvatico, fieno, legumi, mandarino, chinotto, pesca, susine verdi “Claudia”, peperone verde scottato, pepe verde, noce moscata, cannella, cereali, lievito. Assolutamente, non ci sono né note di legno di affinamento, né i cattivi odori di una vinificazione imprecisa.

Il sorso è avvolgente, glicerico, polposo, di corpo medio-leggero, molto gustoso,un po’ piccante, con un’acidità mediana e un allungo notevole, fortemente sapido, molto ben bilanciato, dove lo sbuffo alcolico è solo un tenue, confortante calore. La tannicità è poco poco più che accennata, calibratissima, piacevole.

Tant’è che un bicchiere tira l’altro e bisogna stare attenti a non esagerare, soprattutto a tavola, perché è flessibile, con le vivande di mare, di lago e di terra, dalle zuppe alle carni bianche, attraverso gli affettati tipici: non vedo l’ora d’accostarlo a un buristo senese. Di certo preferirei offrirlo a un amico che di vini sa poco, piuttosto che a qualche grande intenditore, sebbene io lo preferisca a tanti altisonanti cru, anche esteri: perché lo si apprezza meglio senza preconcetti.

Infatti, ogni vino rispettabile – parlo di vini veri, con un’anima – ha una sua lingua e racconta qualcosa: alcuni parlano americano, altri tedesco, altri sono poliglotti; alcuni raccontano le pagine di un romanzo, alcuni una novella, certi discorrono di affari, alcuni di donne e di auto sportive; insomma, c’è n’è per tutti i gusti.

Questo parla una lingua non antica, ma arcaica, così lontana da certo sentire d’oggi che può anche spiazzare. Ma non hanno guardato a forme arcaiche grandi artisti novecenteschi, come Marino Marini, Arturo Martini, Giacomo Manzù?

Ha difatti il fascino remoto, enigmatico, di un sorriso etrusco, di un affresco di Cerveteri.

Esagero? Forse. Ogni tanto vale anche l’iperbole, per parlare al cuore.

Baccanale 2016, Il vino e le rose SAS, 14,5 gradi.

La Terra Trema è una manifestazione novembrina che ho nel cuore: la fondò l’anziano Veronelli  in uno stato di ultima tensione morale, e tanto basti. Il livello dei vini che si trovano in assaggio al milanese Centro Sociale Leoncavallo in queste occasioni non è omogeneo, ma il clima è assai festoso ed i vini sono davvero artigianali senza compromessi. Insomma: il conservatore anarchico che è in me ne viene ampiamente solleticato.

Lo scorso novembre assaggiai per la prima volta i vini della Società Agricola Semplice “Il vino e le rose” e rimasi conquistato sia dal genuino ed un po’ ingenuo entusiasmo di chi stava dall’altra parte del banchetto, sia dall’allegra veracità dei vini proposti. Lo stile di vita in azienda, che capisco trovarsi a Momperone, in provincia di Alessandra, nella zona dei Colli Tortonesi, presso l’oasi di Mastarone a Momperone, mi pare piuttosto originale, perché sembra -sbaglierò- quello di una comune.  La palma dell’originalità va a questo Baccanale, Un Nebbiolo vinificato sulle bucce fresche della barbera, secondo una vecchia tradizione piemontese, che mira ad ottenere un vino col corpo e la freschezza acida e fruttata del Barbera, con il profumo e il gusto del Nebbiolo.  Come  gli altri vini della firma, non contiene solfiti aggiunti, non si usano lieviti autoctoni e, mi spingerei a dire, nessuna pratica enologica che preveda additivi o coadiuvanti chimici.

Ed ora eccolo qui nel mio calice, durante un solitario pranzo in una calda giornata di giugno, 7 mesi dopo l’assaggio in fiera, che avranno sicuramente aiutato il suo assestamento.

Il Baccanale 2016 è rubino di media trasparenza, tuttavia profondo per la complessità dei riflessi, che vanno dal granato al  purpureo. Lascia lacrime di lentezza irregolare e fitte, un po’ evanescenti. Profumo di intensità superiore alla media, complesso, fragola e ciliegia e prugna maturissima nel cuore  che si ammantano di note più solari e campestri ad un estremo e  più scure e gravi, all’altro: la paglia al sole, la ginestra, la camomilla, il timo e la polpa di mele rosse croccanti; poi uva appassita, note segaligne, di asbesto ( intendendo con questo termine un insieme di odori specifici di metallo e di carbone),affumicate, empireumatiche. Qualche sbuffo di aldeide e in ultimo un tocco lievissimo di cipria, come di giovane contadina d’antan allo specchio – il catino a lato –  per farsi bella, nella penombra della casa. Al palato è ben secco,  di medio corpo, polposissimo, scorrevole, ampio,  naturale, con quel certo asprigno dell’uva appena spremuta; difatti, è teso da un’acidità netta e felice e da una salinità marcata e sfavillante. Il tannino è poco più che accennato, ma gioiosamente rustico e irregolare,  per nella sua grana sottile. È molto saporito ed il suo sale contribuisce ad esaltarne la percezione, ravvivando i contrasti. Ha un finale di buona lunghezza e di discreta, intensità, con una nota amarognola che a me piace, stuzzica intriga. Grandissima bevibilità : anche caldo – ma te lo consiglio tra i 16 e i 20 gradi, amica o amico che mi leggi, secondo tuo gusto e abbinamento –  se ne finirebbe una bottiglia; almeno, io la finirei. Molto bello e pulito, il suo bouquet,  anche a calice vuoto: dove emergono nitidi il profumo di melograno e qualche spezia, come curcuma e cumino,  che erano rimasti sottotraccia. Sulla tavola si esalta, con una flessibilità di abbinamenti a tutta prova: mi ha tenuto compagnia, ottimamente, su lenticchie delle Crete Senesi condite con olio d’oliva di Seggiano (un taglio di olivastra seggianese, leccano e moraiolo), sale , pepe, zafferano, pecorino romano; e con fette di pane ed patè di olive taggiasche. Tuttavia, non esiterei a misurarlo a tutto tondo, persino sulle zuppe di pesce o, per esempio, sul tonno, sullo spada, su certo pesce azzurro ( i missolittini del Lago di Como, ad esempio).

È un vino indubbiamente ruspante e con una spiccata individualità, ma possiede un suo  equilibrio instabile ed un’autenticità vernacola trasparente: ha in pieno forza di carattere.

Viene, bevendolo – perché un vino così non si sorseggia, eh- da sollevare un tema, che mi ronza alla mente dopo parecchie prove e controprove: certi vini – chiamiamoli artigiani, naturali, sempliciotti, rustici, contadini, come ci pare – che non hanno quell’equilibrio perfetto ricercato dagli appassionati, me compreso, a tavola si sposano meglio col cibo; come se le loro fallanze gustative e gli squilibri, sovrapposti a quelli che la maggior parte dei cibi possiede, trovassero miglior matrimonio rispetto ad una ipotetica perfetta proporzione. Allora, delle due l’una: per uno sposalizio d’amore, o si accettano mancanze e disarmonie oppure la perfetta proporzione  assurge assurge a livelli di intensità tali da risultare inattaccabile: la flessibilità come traguardo ultimo di un’estrema forza interiore.