Pheasant’s Tears Rkatziteli 2013, 12,25 gradi.

È un vino georgiano vinificato e lungamente macerato in anfore interrate, dalla locale varietà di uva bianca Rkatsiteli, vecchio di otto anni.

Ci si limitare qui, lasciandosi fascinare dall’esoticità e dalla tradizione millenaria o derubricandolo a mera curiosità, perché tanto: “i bianchi macerativi si assomigliano un po’ tutti”.

Soffermiamoci, invece.
Io, che non lo assaggiavo da anni, ne conservavo un ricordo simpatico. Ed ora che lo ribevo, rammento il motivo.

Vero, colore e registro dei profumi sono quelli della tipologia: ambra deciso allo sguardo, un’esplosione di frutta candita -albicocca soprattutto- terriccio, farina di castagne e folate levantine di spezie, incensi, cera d’api all’olfazione, così precise e intense da materializzare il sogno dorato di una corte orientale.

È il sorso che spiazza, perché conseguentemente lo si immagina decadente e laborioso, come spesso capita in molti bianchi macerativi, anche di gran fama.
Invece, no: questo è fresco, sapido, contrastato, di notevole acidità, dissetante: insomma, si beve proprio bene.

Marca un segno tra la naturale immedesimazione in una tradizione e la concettosa acquisizione di una tecnica.

Difatti, sta meglio a tavola che in degustazione: chiama a gran voce la selvaggina da piuma (si può dubitarne, con quel nome?), ma si adatta bene alla carne bianca.

Fior d’Arancio colli Euganei DOCG 2014, Maeli, 6 gradi.

Se hai sfogliato i quotidiani e certi periodici, avrai magari letto di questa azienda e di questo vino, perché è stato premiato a sorpresa ( insieme al suo fratello dell’annata 2013) in rilevantissimi concorsi internazionali. La notizia è passata con un certo rilievo, credo anche per radio e persino in televisione. “Come? Un moscato spumante in vetta alle classifiche mondiali, e non uno dell’Astigiano!”.
I verdetti dei concorsi, si sà, non sono il Vangelo, ma aiutano senz’altro ad accendere le luci della ribalta: nulla di male e tutto di bene.
Ma se tu – amico, amica che mi leggi – vuoi capire questo vino e questa azienda, devi andar lassù sul Monte Pirio tra quelle vigne ripide: fatti raccontare la storia dalla voce del vento che sempre le batte, tendi l’orecchio al frusciare dei pampini ed al respiro della zolla. Lassù tra quelle marne che si sfaldano, tra le trachiti che emergono come vene dalla pelle di un gigante. Lassù, dove la pianura industriosa si domina dall’alto, così lontana e muta nella distanza che la potresti anche dimenticare, e con essa tutti gli affanni e le pene: persino gli splendori rinascimentali di Villa Vescovi appaiono remoti ed il collegamento visivo rimanda solo ad una fuga dagli sfarzi di una corte verso le semplici gioie di un’arcadia perduta. Lascia che quel luogo non isolato ma solitario ti parli la storia di vigne vecchie abbandonate, che nei rovi avevano perduta la loro strada e cullavano l’attesa di una rinascita; del loro recupero faticoso, come di un mosaico a tasselli che andava ricomposto in una visione unitaria, tali e tante erano le varietà e le parcellizzazioni; degli esperimenti sofferti, per capire che cosa il territorio potesse dare; delle acrobazie per vinificare in spazi non propri; della mancanza di fondi e di visioni condivise; di tanto lavoro umile, sordo e testardo, con le degustazioni che si alternavano -absit injuria verbis- alla pulizia dei servizi; di momenti tutt’altro che patinati, prima del riconoscimento e di una certa stabilità societaria. Non ti nascondo: l’amicizia mi lega a chi conduce l’azienda, persona gentile; e questo Fior d’Arancio e’ anzitutto la storia del suo innamoramento per quelle vigne.
Percio’ con gioia sempre nuova apro questo vino, perché è vino della gioia: quella ingenua, infantile, che si provava a Natale all’apertura dei regali, quando il valore materiale non aveva alcuna importanza. Eccolo qui, paglierino chiaro chiaro con riflessi dorati, colle bolle delicate, fini e continue, con gli aromi intensi e iridescenti, accattivanti nella combinazione di freschezza e ricchezza. Salvia, frutta fresca a polpa bianca, fiori d’arancio (ma dai! per una volta, nella tipicità, l’origine dei nomi e’ chiara), ginestre, un nota generale muschiata molto lieve che trascolora e dopo poco ricorda maggiormente l’erba selvatica. Ancora più appagante in bocca, dove entra ricco, persino voluminoso per la tipologia – anzi, declinando meglio: corposo, morbido, carezzevole ma stuzzicante. Decisamente dolce, soprattutto però -ed ė ciò che più conta- al centro bocca ė molto salato, giocando su questo contrasto il suo contrappunto interno. Il sapore è concentrato ma arioso, un’acidità continua lo sostiene vivido e molto lungo al sorso, ma senza puntature. Forse non è sontuoso come il 2013 (meraviglioso, oggi), ma ha forza abbastanza per longevità e abbinamenti arditi, risultando magari perfino un poco più flessibile del precedente perché meno protagonista: sarà un peccato -amico, amica che mi leggi- se vorrai limitarlo al dessert. Potrai stapparlo oggi anche per brindare a questa bella storia italica, frutto di caparbietà e di fortuna, ma non parliamo di lieto fine: se conosci il vino, sai quante perle di sudore e di pianto stanno dietro ogni sua goccia; ed ogni vendemmia ė un giro di ruota.

Schegge di Vinitaly

Io che non ci volevo andare: “No, quest’anno no, tutta quella bolgia”. Io che poi mi son pentito di essere rimasto solo un giorno tanto mi sono divertito, tanti gli assaggi interessanti. E che me ne son andato col dispiacere di non essere stato abbastanza con gli amici che stanno “”dietro i banchetti” e  di non averne salutati tanti; col rimpianto di non aver assaggiato tanti interessanti e grandi vini.

Intanto però:

L’equilibrio e la purezza del Bianco Infinito di Maeli, che continuerò a sognare a lungo con un sushi. E poi la freschezza appena speziata del Rosso Infinito 2011; la cremosa ricchezza del Moscato Fior d’Arancio 2013, così dolcemente sensuale, così salino. Brava Elisa Dilavanzo!  

Le bolle fini e delicate del Moscato Fior d’Arancio 2013 di Ca’ Bianca, così vicino, così diverso, stilizzato nell’’eleganza fresca e nervosa delle mele.

Il Moscato Fior d’Arancio Passito di Gambalonga: ecco la gioia ambrata di zuccheri e sale, di avvolgenza alcolica ed acidita’ ficcante, ma più ancora la profondità dell’ossidazione, che non ti butta il frutto passito sul muso, no, ma ha le tante gradazioni sottili che solo il tempo regala, quasi fosse un Palo Cortado di Jerez ma moderatamente dolce, voce quasi delicata e segreta della viola da gamba. 

I Prosecco di diletto e ricerca di Desiderio e Gianluca Bisol: il Metodo Classico loro, che cerca strade trasversali, tensioni nuove, piacere e pensiero. Poi il sorriso del Cartizze.

Vedi di contro, l’intensita’ sontuosa, avvolgente e pura, patrizia e dogale del Prosecco di Valdobbiadene Extradry de Il Follo. Ricchezza inaudita, sensualità tizianesca nell’estasi dell’espressione dei toni del bianco. Li’ forse l’estremo charmat. 

La Valpolicella di Corte Archi, dagli aromi precisi e puliti, anno dopo anno toccando a ritroso dal 2014, fino alla vetta dell’ Amarone Riserva: dove opulenza e freschezza trovano un loro equilibrio tenero e delicato, come i petali di viole che accarezza il vento.

Venissa 2011, dal colore dell’oro. Per me, oro da re. Acqua e cielo di laguna nel suo sorso. Non re, allora, ma lo sguardo del doge che si perde sulle acque della sera.

Eppoi si va in Toscana. 

Ecco la Rufina verde, ecco il Chianti Rufina scintillante de I Veroni e il Chianti Rufina Riserva nobilmente elegante e comunicativo; ma poi solo silenzio di fronte al Vinsanto 2006: ecco l’oro antico, la storia, la dolcezza, le battaglie (l’arme e gli amori), condensati in un ambrato liquore già parte di me e del mio desio: così dolce, così salino, così consolante e cosi’ teso, acidita’ corda di violino, balestra tesa per scoccare. Ecco il Vinsanto, come io l’aspetto. 

La sorpresa di Bagno a Ripoli: i vini di Fattoria le Sorgenti. Perfino un Malbec riescono a far sentire toscano. Perfino il taglio bordolese poco invidia a quelli di zone più famose, anche non italiane, vincendo per eleganza; seppur, bada, non disdegna un mediterraneo abbraccio. Perfino con un Metodo Classico da uve Chardonnay stupiscono, che dopo più di 30 mesi sui lieviti e’ cosi’ piacevolmente in equilibrio tra frutto mediterraneo, gessosita’, e le note dell’’autolisi, che vorresti aver subito con lui tutta la varietà dell’antipasto toscano, i salumi e i crostini. Batte pero’ il cuore per il Chianti dei Colli Fiorentini Respiro, così giovanile, fruttato, pieno, sapido, sbarazzino, passante. Un bel Sangiovese, da bersi a garganella, da farsi scaldare il cuore mentre rinfresca la gola, da farsi regalare la gioia. Vadano altri a Beaune, io sto a Bagno a Ripoli. Specie se poi c’e’ anche il Gaiaccia, più complesso, con un 2009 in equilibrio ed il 2008 di struttura ed evoluzione, più scuro d’aroma, più serrato di struttura, quasi guardasse amoroso alle Langhe. 

Poi ancora e per sempre Montalcino. La gioia di farla conoscere agli amici Veneti, sotto il mio punto di vista parziale e innamorato. La gioia di condividere la voce del Sangiovese. 

I vini di Luciano Ciolfi, Sanlorenzo, che dirne ancora? La delicatezza del Rosso 2013, l’armonia del Brunello 2009, la potenza del Brunello 2010 che ancora morde il freno cavallo bizzoso di razza, la controllata evoluzione e il mistero della 2003, col fungo, il bosco, la macchia, lo splendore autunnale in evidenza. Vini di classe, ma veri. Vini del caldo abbraccio. Vini della sera, con quelle vigne alte e volte a sud ovest a far l’amore con la luce del tramonto – e devo capire se ciò non dia al sangiovese una sua specifica dimensione. Ne avrei approfittato del suo nuovo coravin per godermi tutte le annate, ma mi vergognavo e più ho vergogna ora di essermi vergognato. 

Tiezzi: il sorriso e  l’eleganza e la discrezione . Così i vini, cosi la famiglia. La cordialità del Brunello Poggio Cerrino, che già si apre alle complessità evolutive conservando freschezza slancio immediatezza. Poi il Brunello Vigna Soccorso 2010 e si fa il salto in un iperuranio universo parallelo di sole e di luce purissima. Le sabbie di quella vigna benedette dal Cielo per tanta forza e grazia e armonia. Vini del mezzogiorno, dello zenith, della bellezza piena. 

Il Brunello de La Lecciaia, cosi’ ammattonato, trasparente, vecchio stile, etereo perfino, ma con una verità lampante: la stessa dei volti di Cimabue, immortali e immoti sui fondi oro dugenteschi. Ha un po’ il sapore delle fiabe raccontate a te bambino al crepitare del fuoco, che rimangono indelebili nella mente con la forza del simbolo e dell’archetipo. 

La scoperta dei vini di Stella di Campalto – meglio, la conferma di una fama meritata. Il Brunello 2005 (si’, 2005) oggi armonioso e perfetto, persino ancora giovane, complesso e impalpabile, tutto in levare, giovanile, quasi ancora del tutto rubino, e pensi sia una vetta estrema di Sangiovese. La materia rarefatta e impalpabile, come i canti che salgono da Sant’Antimo: forse questa la verità  dei vini di Castelnuovo dell’Abate se la ritrovi nei confinanti filari di Poggio  di Sotto? 

E Federica, Tommaso, Olimpia, Manuela, Paolo, Gianpaolo, Chiara, Raffaella, Paola, Alberto, Olalla, Dino, Sergio…e tanti altri che ora scordo? 

Il tempo e’ amico e giova al vino – noi non siamo vino.