Majolo 2007, Umbria IGT, Azienda Agricola Zanchi, 13 gradi.

Rivedendo vecchie note d’assaggio, è come riprendere un discorso lasciato in sospeso; quasi come quando la sera ci si corica a letto e stentando a dormire, i fantasmi del passato si accostano, si siedono vicino a noi in un dialogo non muto, ma che noi soli possiamo sentire: ci raccontano storie che son state e, talvolta, anche quelle che saranno.
Questi vino umbro di Amelia l’assaggiai il 19 marzo del 2015, che stavo ancora in Inghilterra. L’avevo preso in cantina durante l’ultima trasferta prima di lasciare l’Italia, tornando in auto da Roma: la mia amatissima Alfa Romeo.
Ed era giunto il suo momento: dopo 3 anni e mezzo nell’appartamento inglese ed otto dalla vendemmia, esprimeva un bel colore dorato tenue con riflessi ancora giovanili. Era ancora in gran forma. Lo osservavo nel calice: formava lacrime fitte, frastagliate, non persistenti. Il suo era un profumo intenso, con tanta tostatura , tanta vaniglia e toni dolci, ma non mollava nemmeno a distanza di giorni. Però, cambiava, sia al naso che alla bocca, assumendo quasi le sembianze di un Jeres fino: tocchi di nocciola ed arachide, ma soprattutto ricordi salmastri, marini, iodati, originalissimi, su un impianto sottilmente agrumato e floreale, di ginestra. Anche sul palato era un po’ straniante: delicato ma intenso, sorretto da un’intensità acida e salina che lo salvavano dagli eccessi dolci del legno, anzi: era scattante e tutt’altro che molle ed il finale di buona lunghezza, senza pesantezze.  Insomma, un vino in equilibrio imperfetto, ma senz’altro assai longevo e che andava facendosi, integrandosi in un profilo via via più affascinante. Mi chiedevo come sarebbe stato dopo qualche altro anno di cantina. Mi chiedo come sarebbe ora. Allora, era non convincente, ma intrigante; come certe donne delle quali non ti fidi, ma che fanno sangue…

Umbria IGT Trebbiano Vignavecchia 2008, Zanchi, 13,5 gradi.

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Siano pure di moda in Italia i vitigni autoctoni (cioè quelli nativi di un certa zona o lì insediati da centinaia di anni) essa non pare tocchi il Trebbiano, uva da vino considerata ultima tra le ultime: stenta amaramente a scrollarsi di dosso una nomea non solo povera e popolana, ma persino di qualità scarsa e di carattere peggio che volgare: anonimo. Laddove persino le uve da Lambrusco son riuscite – voltare in giusta nobiltà un portato indubbiamente proletario – il trebbiano sembra impossibilitato. Nè l’aiutano i cugini francesi, che lo chiamano cacofonicamente ugni blanc e lo distillano per ottenere Cognac. Vero è che parlando di Trebbiani in realtà ci si riferisce a una famiglia intera di uve. Dunque: c’è il Trebbiano di Lugana, che però è parente stretto del verdicchio e difatti, un poco snob, negli ultimi anni ha deciso di farsi chiamare trubiana; così, per differenziarsi. Anche il Trebbiano di Soave in realtà è più che altro imparentato col verdicchio; e poi lui più che altro se la intende con la garganega, alla quale si sposa con profitto e ne riceve i suoi quarti di nobiltà. C’è poi il potente trebbiano d’Abruzzo, ma il suo principe, cioè il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, vulgata vuole che sia in realtà bombino; mah…La frontiera è il trebbiano spoletino, originale e dal chicco piccolo: questo sì è amato dall’enofilo alla moda, ma è una nicchia all’interno della nicchia dei vini bianchi umbri di qualità: insomma, una snobberia al quadrato, seppur motivatissima. La pecora nera, poveretto, è il Trebbiano Toscano, questo sì unanimemente o quasi considerato misero. E pensare che è diffuso in tutta la Penisola, persino in Sicilia, vero “vino del paese” forzando la mano alla traduzione del latino di Plinio. Certo non ne ha aiutato la fama lo sfruttamento quasi industriale alla quale è stato sottoposto: mi diceva un illuminato produttore maremmano di aver provato a vinificare un buon Trebbiano Toscano, ma di aver rinunziato  perché era quasi impossibile trovare viti di buoni cloni: per decenni, soprattutto dopo l’ultima guerra, si sono selezionate piante dalla massima produttività , sacrificando la bontà dell’uva. Nemmeno deve aver giovato la destinazione a uve rosse dei migliori siti: nel Medioevo erano i bianchi i vini dei signori, ma ormai da tempo  il prezzo massimo lo spuntano i rossi. Così, alla fine, per trovare un Trebbiano Toscano che possa far cambiare idea bisogna andare in qualche modo fuori zona, in quella bellissima cittadina umbra di Amelia, in provincia di Terni, lontana dalle rotte maggiori della produzione e del commercio del vino, ignota o quasi persino alle rotte del turismo. Lì c’è un produttore serissimo e originale, che realizza splendidi vini: Zanchi. Vi andai anni fa, non solo ma soprattutto per questo vino. Un trebbiano toscano in purezza, da viti vecchie di oltre quarant’anni allevate a palmette, favorevolmente esposte a est e sud est su terreni sabbiosi e argillosi con tracce di lignite, dove le uve a rese basse di 40 quintali per ettaro vengono lasciate leggermente appassire prima della raccolta, poi macerare brevemente e il mosto è fermentato in botti di rovere. Dopo un affinamento lungo in vasche di cemento e in bottiglia, il vino non viene filtrato ma naturalmente decantato. Una vinificazione piuttosto classica se non addirittura retrò, visto che negli ultimi decenni le produzioni del Trebbiano si sono orientate più sulle vasche di acciaio. Il 2008 fu la prima annata prodotta e ne ottenni in cantina una sola bottiglia in camera caritatis, ahimè. Ne ho tenuto da conto, per anni è rimasto in attesa in cantina. Oggi, col caldo non eccessivo di una sera agostana, con un superbo pesce San Pietro con pomodorini e la compagnia più cara e familiare, ecco il momento di aprirlo. E la gioia si fonde col dispiacer di avere questa bottiglia sola. Già il colore non mente: un giallo limone carico, ma ancora estremamente giovanile, che i sui otto anni proprio non li vuol dimostrare; limpido, corposo persino per come si muove nel bicchiere, con gocciole assai lente e rade, formando più che altro sul vetro un persistente velo che a poco a poco si ritira. Ha un profumo intenso, ampio,  vago e sfaccettato;  in sviluppo, ma ancora giovane e dinamico. Ecco il fieno ed il frumento, tocchi di ginestre e mimose, di sedano e finocchio selvatica;  ecco la frutta a polpa bianca e gialla, in particolare albicocche fresche ed essiccate , polpa di melone, banana, vaniglia, crema bruciata, caramello , mandorle e nocciole. Al sorso è persino più impressionante: la prima sensazione è di potenza indomita, di una presenza piena che pervade con determinazione gentile ogni angolo del palato, di una gioventù adulta e ben salda su gambe forti, che non è giunta nemmeno a metà della sua vita. Il sapore – concentratissimo; la tessitura – cremosa, solida, ariosa; il corpo – ampio, voluminoso, pieno, equilibrato; il portamento: maestoso, solenne, espansivo, ma non si allunga tantissimo sul palato, però resta lì aggrappato, gustoso e salino ; l’acidità – altissima, distribuita, sciolta; un po’ tannico – piacevolmente; la persistenza – notevole: lunghissima , complessa, profonda; l’alcol alto, ma la sensazione calorica è ben integrata, piacevole, dà importanza a questo Vignavecchia come un manto di ermellino. Un Trebbiano Toscano questo che finalmente non deve piegare la testa davanti a chicchessia, nemmeno ai grandi di Borgogna. È perfetto, è ad essi superiore? No, ma gioca senza dubbio la stessa partita ed un giorno chissà: il Trebbiano Toscano, quest’uva popolare, docile, che poco ha chiesto in cambio di frutti, credendo in lei e col duro lavoro di molti valorosi da Cenerentola  si trasformerà in regina.

Carmino, Ciliegiolo Umbria IGT 2010, Zanchi, 13 gradi.

Amelia è un angolo un po’ appartato del Centro Italia: interno, lontano dai grandi flussi. La bellezza del paesaggio, la grandiosità delle mura del borgo, contrastano con l’atmosfera familiare e domestica, che ti accoglie tranquilla. Per andare da Zanchi devi percorrere una strada che s’inoltra tra le colline, che in saliscendi ora s’aprono, ora si chiudono alla vista. Su un verde poggio vitato, la cantina. E il silenzio intorno, che solo rompe un battito d’ali di qualche uccello colorato e la voce roca di un trattore. Lì, nei vecchi tini di cemento, enormi e lindi, si vinifica questo Carminio, a partire da uve proprie, sane, coltivate nel rispetto della natura e della tradizione. E’ Ciliegiolo in purezza: uva antica, imparentata col Sangiovese, ma si ignora chi sia il padre e chi il figlio. Uva di spiccata identità: piacevole, solare, di ruvida dolcezza, di forza e di corpo, ma che sa mantenere finezza e una dimensione conciliante, colloquiale, sorridente e garbata. Questo è il lato che sottolinea Zanchi, in una terra  quasi pudicamente chiusa in se stessa. Ed allora lo troviamo giovanilmente rubino nel bicchiere: ha ancora ricordi di riflessi purpurei. Al naso, piccoli frutti rossi, pieni di polpa soda, maturi; su tutto, vaddasé, la ciliegia: bei duroni di Vignola, gonfi di sole; e, più sfumato, il lampone. Non manca qualche nota di verdura: un accenno di peperone. Ma anche un’aromaticità intensa e più scura, che sa di bosco e di piante aromatiche: la salvia, l’alloro, il timo, il rosmarino; una speziatura delicata ma orgogliosa di pepe bianco e nero,che è propria dell’uva, non essendoci il passaggio in legno. In bocca è pieno, corposo ma senza eccesso; rotondo senza alcuna stucchevolezza; dai tannini ben misurati e maturi; di giusta, non prevaricante lunghezza. Succoso e piccante, una rugosità mantiene, rustica, campagnola, che lo abbina felice ai primi piatti saporiti della tradizione, ai tagli di carne suina, ai salumi dell’umbra gloria norcina. Chiude, con essi, il cerchio commosso e orgoglioso di una storia di genti: e per questo tu vallo a conoscere, vallo a cercare.

Nota del 27/1/2012

Colli Amerini Malvasia Flavo 2010, Zanchi

Dove si trova un buon vino di malvasia toscana? Ovviamente…in Umbria! E pensare che nel Medioevo  il territorio del Chianti era famoso più per i suoi bianchi di malvasia che per il suo Vermiglio. Ma il centro innova e la periferia conserva: restano, nei territori remoti, come delle sacche legate alla tradizione da un amore geloso, rinvigorito dalla lontananza, in una cura quasi sacrale nel mantener orgogliosamente viva una memoria. Amelia e la sua campagna sono luoghi deliziosi, ma appunto appartati. Zanchi vi produce questo Malvasia; non ambizioso, persino conveniente,  ma intrigantissimo, buono e tanto curato: si percorra la terra, coi vigneti quasi a giardino; si veda la linda cantina; si maneggi il bel tappo di sughero intero, compatto elastico lungo, che vini più ambiziosi ci negano. Ed eccolo limpido,  giallo, con riflessi e screziature che lo fanno appena dorato. Accoglie con delicatezza il tuo naso, senza soverchiare, ed è questo un gran pregio; ma, lo senti, ha quel profilo sottilmente aromatico, sfumato come una fuga di colline nell’aria del mattino, che è tipico e distintivo di quest’uva, inequivocabile firma. Apprezzane l’agrume delicato di cedro, l’uva spina, il ribes bianco; gli aromi piu’ tenui, floreali ed erbacei, di camomilla e di té bianco. In bocca è pieno,  stuzzicante, sa titillarti delicatamente la bocca, per strapparti un sorriso, una consolazione, una resurrezione dalla fatica quotidiana. E’ salino, ma con quel pochissimo di zucchero residuo ad ingentilirlo in una tridimensionalità spaziosa e solare, amabilmente rinfrescante, come lo scorrere tranquillo di un ruscello. Con la sua trattenuta acidità, la sua giusta persistenza, sa soddisfare il tuo sorso e la tua sete. Ed e’ bello bevendolo sognare quelle malvasie antiche, succose e potenti, che solo nelle pietre consunte di cattedrali e battisteri vediamo ancora vendemmiare.

Per saperne di più: http://www.cantinezanchi.it

Arvore Grechetto dell’Umbria IGT 2009, Zanchi.

La porta rinascimentale di Amelia baciata dal sole; il poggio silenzioso e verde di Zanchi, coperto di viti, nell’aria fresca di un tardo pomeriggio di luglio; sono fra gli ultimi ricordi visivi, auditivi, sensoriali, che mi son portato dietro con me, lontano, dall’Italia. Li ripenso oggi aprendo questa bottiglia di grechetto, sfilando il bel tappo di sughero intero: una cura rara per un bianco così, che a 7 euro te lo compri in enoteca – e tantopiù l’apprezzo. E’ il grechetto un’uva nostra bianca autoctona, che viene forse dalla Magna Grecia. E’ parente del Greco di Tufo, dove ha fama, e del Bolognese beverin Pignoletto. Eppure, chi punterebbe su di lei le carte? Zanchi lo fa, nei misconosciuti Colli Amerini. E io mi aspetto il solito bianco dell’Italia centrale: di bella bocca rilassata, d’aroma contenuto, vagamente fruttato e floreale; ma mi inganno! Stolto che sono: verso questo 2009 nel bicchiere (quattro anni!) e riluce bel calice pieno, limone , rotondo, perfetto, caratteriale: paglierino si’, ma di paglia bionda nel campo, i covoni del mezz’agosto. Ma poi, la rivelazione l’ho al naso: che,  potente,   rilascia idrocarburo,  gomma, pietre di fiume e di mare bagnate dal sole. Sotto, sì, trovi un caldo agrume (cedro, pompelmo, chinotto); sì, c’è ancora bella la frutta a polpa bianca (susine verdi) e le erbe (delicata, fuggevole come un sirventese, la salvia); ma è quell’idrocarburo che vince e ritorna deciso, sovrano, alla bocca,  come nemmeno in un Riesling tedesco della Mosella dopo 10 anni. E se di quello non ha l’acidità vivissima, nè uno stizzicante residuo zuccherino (secco è invece, sapido) pure non è statico; ed in più ha un corpo pieno, benvenuto, sensuale: quasi svelando un erotismo austero, contenuto, perfino ruvido; ma femminile, mediterraneo, accogliente, in levare piuttosto che in battere; e perciò ancora più potente, ancora più intrigante. Coi suoi 12.5 gradi, soddisfa e non stanca; riempie la bocca, ma non la invade; puro del sapor dell’uva, senza sovrapposizioni ed orpelli; di congrua persistenza, di grande intensità. Così, bevuto giovane, non era, e valeva dunque la pena aspettarlo, la sorpresa figlia legittima dell’attesa. Meraviglia, anche questa, della nostra bella e disgraziata Italia, che un istante di gioia ci regala in queste ore cupe. Te lo dico su preparazioni di pesce di mare e di fiume, sui crostacei, nella lor nuda bontà; pure su primi semplici e delicati, come i vermicelli al cacio di zucchine e pepe: dove il posto del pecorino romano  e’ qui preso dalla zucchina grattugiata, saltata nell’olio, in cui avrai imbiondito – complice una padella pesante di ghisa- qualche spicchio d’aglio nostrale; e poi abbonda – caro amico, amica mia- con il pepe a mulinello.

Colli Amerini Pizzale 2010 Zanchi

La luce ad Amelia sa essere più tersa che altrove. Sia l’alba o il meriggio, essa bagna e inzuppa il cielo, la terra, le case, le antiche pietre del centro arroccato. E’ una pulizia che si sente nell’aria, che si vede ad ogni crocicchio. Se ne giova il poggio delizioso di Zanchi, che con questo Pizzale ci consegna un vino paradigmatico di un territorio e rivelatore. Nasce da bistrattate uve nostre della tradizione: grechetto, malvasia, e soprattutto trebbiano toscano, nella misura ragguardevole dell’80%. Si vinifica classicamente, semplicemente, nelle vecchie vasche di cemento; null’altro. Eppure, quanta classe, quanto stile! Amico che mi leggi, possa tu riempirti gli occhi del suo paglierino carico, a un passo dal dorato. Possa tu goderne l’aroma trattenuto e schietto di fiori, erbe, macchie: vi trovi la violetta, la foglia aromatica di pomodoro, il miele di acacia. Godine poi sul palato lo slancio tonico e snello: appena appena abboccato in apertura, prosegue pimpante, nitido e gioiosamente, lungamente salino, con una piccola una nota amaricante a smorzare il tutto, un sipario che chiude in dissolvenza. Qui, in una bottiglia, trovi i lacerti di un’antica nobiltà che si rifletteva nei bianchi del Centro;ed  i segni concreti, ormai  tracciati, di una speranza.