Il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe di Castellina in Chianti

ovvero, delle meravigliose individualità territoriali del Chianti Classico.

Il crinale del climat visto da Castellina.

Premessa: Il velo dissolto

Agosto 1996
Discussione in spiaggia, a Santa Maria di Leuca.


I grandi vini sono solo quelli monovarietali.

Ma come, allora il Chianti Classico?

Il Chianti Classico non è un grande vino.

Stai scherzando! Esistono decreti del 1700 che ne testimoniano la qualità.

Mio padre è un grande intenditore di vini: lui dice che i Borgogna sono i più grandi, perché nascono da una sola uva e senza tagli, così si sente bene il territorio.

Ma Bordeaux…

I Bordeaux non sono grandi come i Borgogna; e comunque anche lì i migliori nascono da Merlot in purezza.

Io so che il mio saccente interlocutore ha torto, ma non ho conoscenze adeguate per dimostrarlo. Però nasce in me un tarlo: tutto il mio interesse per il vino, i miei assaggi negli anni seguenti, le letture e gli studi, avranno sempre, in nuce, il desiderio di dimostrare la grandezza del territorio del Chianti Classico, prima, e del suo vitigno principe, poi: il Sangiovese. Quello il vino dei miei avi, della mia infanzia, del mio cuore.

Febbraio 2009
Piove a dirotto. Nella luce pomeridiana, che già perde intensità, le nubi grasse e pesanti sembrano ancora più basse, avvolgendoci da ogni lato. L’auto arranca nel fango di una strada sterrata, sul crinale di una collina, risalendo da Poggibonsi verso Castellina. Tutt’intorno, colline, macchie e vigneti, che si intuiscono nella foschia. Destinazione: Tenuta di Bibbiano.
Eravamo partiti alla ricerca del Sangiovese autentico, dopo anni di assaggi deludenti, e finalmente mi sembra di essere giunto nel cuore del Chianti cosiddetto Classico.

Avrei scoperto più tardi che così non era: perché, semplicemente, il Chianti Classico ha molti cuori.

Autunno 2010
Cena da amici. L’argomento cade sul vino. Tra alcuni commensali toscani, conosciuti quella sera, e me, toscano d’origini, la discussione si accende intorno al vino “Chianti”. Io sostengo che i Chianti non sono assolutamente tutti uguali, causa i variegatissimi territori d’origine (il Classico e le altre più o meno celebri zone, dalla nordica Rùfina ai meridionali Colli Senesi) e perché il disciplinare lascia ampi margini ai produttori di definire uno stile aziendale; loro, che “Chianti” è comunque un tipo di vino ben definito e che, pertanto, qualunque sia il Chianti, la differenza sarà minima.

Che quei toscani non capiscano un concetto per me chiarissimo mi infuria: quel malinteso, ritengo, danneggia profondamente la percezione qualitativa di tutto il vino toscano. Gli animi si scaldano assai e chiudiamo la discussione solo per rispetto alla padrona di casa, in un silenzio gelido. Comincio a sognare l’organizzazione di una serata dove percorrere, assaggiando, tutti i territori toscani che producono un vino chiamato “Chianti”. Non riuscirò mai ad organizzarla, ma la dimostrazione che “I Chianti non sono tutti uguali” diventerà insieme un campo d’inchiesta, un gioco, una passione, destinata a precisarsi, e completarsi, in una personale indagine sul Sangiovese.

Dicembre 2020
” Ormai sei un esperto del terroir, a quando una disamina del climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe?”. Non mi sento affatto un esperto, anzi, so bene che ci sono persone molto più qualificate di me per trattare l’argomento; ma la sfida mi affascina: è un debito verso il vino ed il territorio che è stato il mio primo amore, il completamento ideale di una fascinazione iniziata molti anni prima, lungo quella strada sterrata che tocca, gioielli di una stessa corona, le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano, Rocca delle Macìe.

La via di crinale, da ovest.

Capitolo I – Quel pasticciaccio brutto: il nome Chianti.

…terra di rubini, dei grappoli accesi e sospesi, i quali, ai primi caldi, avviano a picchiolettarsi di violetto, poi via via che la calura aumenta, trovano tòni vivi e cangianti dal più bel nero al pavonazzo tenero e vellutato, dal biondo miele al chiaro filogranato, dal cesio indaco al roseo pallido dei mattini. Sono i colori delle notti chiantigiane, profonde e mute dentro le quali il volto virile e tenace di un paese che dalla pietra trae nutrimento e vigore, con tranquillità, si specchia“.
Idilio Dell’Era, La mia Toscana.

E’ uno tra i paesaggi più belli del mondo ed anche uno tra i più fraintesi: l’armonia che esprime è frutto di tormentate vicende millenarie, un’impressionante stratificazione geologica e storica. Inoltre, è forse il caso più macroscopico di scollamento legislativo tra il territorio ed il vino che ne porta il nome.

Paesaggio chiantigiano da Macìe

Taluni sostengono che Chianti derivi da clangor: in latino, il suono delle buccine usate durante le cacce, alle quali ben si prestavano i boschi locali. Più probabile l’origine dai gentilizi etruschi Ciante (pronuncia: Kiante), oppure Clante, Clanti. La presenza etrusca è attestata da siti archeologici a Castellina, Gaiole, Radda e nella toponomastica: Avane, Avevano, Rosennano, Nusenna, Starda, Vercenni, ad esempio.
L’ipotesi di alcuni storici che l’origine della parola Chianti vada individuata nel nome etrusco del torrente Massellone, rafforza l’idea: similmente, il torrente Cecina è legato all’omonima famiglia etrusca ed alla località presso la costa livornese; come pure Era (da Herial) ed Elsa (da HelzniHelzunia) sono idronimi legati a nomi personali o familiari etruschi, dai quali discendono la Val d’Era, in provincia di Pisa, e la Val d’Elsa, tra le province di Siena e Firenze.
Peraltro, almeno fino alla seconda metà del XIII secolo il territorio chiantigiano era genericamente indicato, negli atti, come Castiglione: si direbbe che Castellina, derivazione dal più antico toponimo, avesse allora un ruolo preminente, accentrandosi tutto il territorio in una metonimia toponimastica. La presenza in località Montecalvario, appena fuori dell’odierno abitato, di un’imponente tomba a tumulo etrusca dal diametro di 53 metri, risalente al VII-VI secolo a.C., riallaccerebbe la centralità del ruolo di Castellina ad epoche assai più antiche di quella medievale.

Il cassero della Rocca di Castellina: ospita il Museo Archeologico del Chianti Senese.

Nemmeno è chiaro, in realtà, quale territorio originariamente venisse indicato con Chianti, sebbene alcuni elementi suggeriscano che fosse sovrapponibile con il quadrante centro-meridionale dell’attuale denominazione Chianti Classico; né la storia ha stabiliti univocamente i suoi confini.
Se il limite orientale corrisponde al crinale che separa i monti chiantigiani dal Valdarno, i confini settentrionali, occidentali e meridionali sono più labili, perché nessuna formazione naturale riesce a delimitarli adeguatamente, nonostante qualcuno abbia voluto individuarli nel corso del fiume Greve a nord, ai fiumi Pesa e Elsa ad ovest, alle sorgenti dei fiumi Ombrone e Arbia a sud.

Ci si potrebbe riferire al cosiddetto Chianti Storico, ovvero i territori costituenti la Lega del Chianti documentata dal 1306: cioè, i Terzi di Castellina, Gaiole e Radda, escludendo quindi ampie ed importanti aree oggi comprese nella denominazione; ma gli attuali confini comunali non coincidono certo con quelli degli antichi Terzi, né questi combaciano necessariamente con la più antica – e tenace – divisione in Pievi e Vicariati: il Vicariato di San Donato in Poggio e del Chianti è attestato almeno dal 1260.
Evidenze documentali dimostrano che, già nel XVI-XVII secolo, Greve era considerata la porta del Chianti giungendo da settentrione, ossia da Firenze, ed i pregiati vini delle alture della Valle della Greve (Rùffoli, Càsole, Làmole, Panzàno) erano considerati chiantigiani.
Viceversa, per i Senesi, da meridione, il Chianti cominciava appena a nord delle mura cittadine, all’incirca a Ponte a Bozzone, sovrapponendosi in parte al territorio detto della Berardenga (dal conte Berardo, figlio di Wuinigi, che qui dominava la contea della Berardenga nel X secolo).

Per una prima delimitazione ufficiale bisogna giungere al decreto granducale del 24 settembre del 1716 , che menziona limiti geografici chiari, ma non chiarissimi, per proteggere l’origine dei vini commerciati sotto il nome di Chianti; lasciando però il dubbio che la più generosa estensione dei confini a settentrione ( “Dallo Spedaluzzo, fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Potesteria di Radda, che contiene tre Terzi, cioè Radda, Gajole, e Castellina, arrivando fino al confine dello stato di Siena.“) fosse stata accordata per favorire l’aristocrazia fiorentina a scapito della senese.

Il bando, veramente, non fu risolutivo, se il Repetti nel suo celebre Dizionario Geografico Fisico Storio della Toscana del 1833, commentava: “Niuno scrittore, né alcun dicastero governativo, ha indicato finora quali fossero i limiti e l’estensione della provincia del Chianti“.

Riproduzione del bando granducale.

La questione, intanto, diventava sempre più scottante, non per amor di geografia, ma per gli interessi in gioco, legati ormai al raggiunto successo del vino cosiddetto “Chianti”: perché ad un certo punto, Chianti era diventato un “vino tipico”, come definito dalla legge Marescalchi (la 497 del 7 marzo 1924): ossia “Chianti” stava per vino prodotto all’uso di quello del territorio Chianti; cioè, “Chianti” era diventato un marchio, che si era svincolato, per dinamiche eminentemente commerciali, dal territorio di origine. I centri di smercio di questo vino cosiddetto “Chianti” erano esterni a quello che oggi individuiamo come Chianti Classico, prossimi a linee stradali, fluviali, ferroviarie, con comodo accesso a colline morbide, più facilmente lavorabili dei duri, isolati, silvestri monti del Chianti: Poggibonsi, Pontassieve, Empoli, Sesto Fiorentino…

Finalmente, con il lavoro della Commissione Fornaciari e il susseguente decreto governativo del 1932, si giunse a delimitare e distinguere l’ampia area di produzione del vino Chianti (con relative sei sottozone) da quella del Chianti Classico, integrando indagini geologiche, storiche, ampeleografiche, climatiche, enologiche, sociologiche, economiche.

Si ricomprese, per il Chianti Classico, tutto il territorio dei comuni di: Castellina, Radda, Gaiole, Greve, che aggiungono “in Chianti” al loro nome; parzialmente il territorio dei comuni San Casciano Val di Pesa, Poggibonsi, Castelnuovo Berardenga, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle (questi ultimi fusi in Barberino Tavarnelle dal 2020).

Discutibile che sia questa individuazione territoriale, esiste dal 1932, traghettando a seguito di stratificazioni storiche una cultura vitivinicola millenaria nell’era della modernità. Per l’estrema rilevanza di questo dato, ritengo che si debba, ormai, convenientemente tenerla valida e non discutere oltre sui suoi confini.

Capitolo II – Uno, nessuno, centomila: il territorio del Chianti Classico e l’esigenza di Unità Geografiche Aggiuntive.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il nome di un vino non è mai completo se non con l’aggiunta, per le qualità più comuni, del cognome della zona e, per le qualità più pregiate, anche del “predicato del podere”. Per le qualità eccelse, infine, è necessario anche menzionare il sottopredicato della vigna, di quel particolare angolo del podere dove sono state raccolte le uve.” Mario Soldati, Vino al vino.

Il territorio che ricade sotto la singola denominazione Chianti Classico conta 7.000 ettari vitati registrati nella DOCG, e circa 3.000 registrati a IGT. Questi 10.000 ettari totali, dei quali, secondo una stima conservativa, il 50% è coltivato a sangiovese, sono distribuiti su una superficie di 71.800 ettari (ovvero 718 chilometri quadrati), dei quali 30.400 in provincia di Firenze e 41.400 in quella di Siena.

Per riferimento, la regione vinicola di Bordeaux consta di 113.000 ettari vitati, per una sessantina di denominazioni. Il territorio risulta nell’insieme più omogeneo del Chianti Classico: se, in particolare, si considera la sola zona del Medòc, essa consta di 8 denominazioni, per 10.600 ettari vitati, distribuiti su 600 chilometri quadrati compresi tra l’Oceano Atlantico e la riva sinistra della Gironda, con terreno prettamente pianeggiante e quote circa dal livello del mare, fino a un massimo di 30 metri.

La Cote d’Or borgognona, d’altra parte, consta di 9.445 ettari, dei quali 8.500 sono coltivati a pinot nero, distribuiti su un’area pari forse a un quinto del Chianti Classico; ma comprende oltre 80 AOC (l’equivalente delle nostre DOC/DOCG) e ulteriori menzioni geografiche aggiuntive, quindi più del 20% di tutte le AOC francesi. Eppure, grossolanamente, la regione è molto più omogenea del Chianti Classico, per esposizioni ed altimetrie, svolgendosi sul versante orientale di un unico massiccio lungo più di 60 chilometri, disposto in asse nord-sud; benché le differenze in latitudine, la complessità geologica, nonché fattori storici, sociali ed economici, abbiano generato e giustificato tale capillare suddivisione.

L’orografia del Chianti Classico, collinare e montuosa, è invece estremamente frammentaria e irregolare, labirintica a confronto: benché genericamente rubricabile ad altopiano, esposizioni, altitudini, formazioni geologiche, sono le più varie e tormentate: la sua chiave di lettura è la discontinuità.

Le altimetrie dei vigneti (esclusi da disciplinare di produzione quelli “situati in terreni umidi, su fondi valle”) variano da circa 250 metri sul livello del mare fino al massimo consentito di 700 metri. La quota più alta del comprensorio è il Monte San Michele, coi suoi 893 metri, nel comune di Greve, al confine con Radda. Le pendenze variano da morbidissime (i dolci “colli per vendemmia festanti” di foscoliana memoria) a estremamente ripide, richiedendo terrazzamenti o a ciglioni, o con muretti a secco nelle zone più impervie, non dissimili a quelli di aree celebrate per la loro viticultura eroica, sebbene dal dopoguerra siano stati in quantità abbandonati o distrutti. Oltre alla vite, il bosco è preminente, specie alle quote più elevate; scendendo si trovano altre colture, compresi l’olivo e i cereali.

Ciglioni sotto Castellina, versante Val D’Elsa.
Resti di terrazzamenti murati a secco tra Greve e Panzano.
Resti di terrazzamenti murati sotto l’abitato di Castellina.

I valori pluviometrici, con medie annue registrate nel periodo tra il 1951 ed il 1980, vedono all’interno dell’areale un minimo di 778 mm ed un massimo di 1.083 mm: 305 mm sono una differenza notevolissima nello spazio di pochi chilometri in linea d’aria, dovuta appunto all’effetto combinato della variabile disposizione dei versanti e dell’interazione locale dei venti. Per confronto, la piovosità media annua a Manduria (fonte: il disciplinare di produzione del Primitivo) è 650 mm, a Barolo è 1.127 millimetri: la differenza è 477 mm. L’influenza marina in Chianti Classico varia da sensibile a nulla. Variabilissime anche la disponibilità di luce, umidità, temperatura, in funzione di esposizione, altitudine, latitudine, vegetazione circostante, suolo, e persino della vicinanza ai numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio.

L’epoca di vendemmia, in conseguenza di questi ed altri fattori (taluni di origine squisitamente umana, quali la disposizione della vigna, il sesto d’impianto, il sistema di allevamento, il portainnesto) si colloca tra l’inizio di settembre e l’inizio di ottobre. In passato, essa si spingeva tipicamente fino alla seconda e terza settimana d’ottobre, ma i cambiamenti climatici (complici, forse, le recenti tecniche agronomiche) hanno modificato il fotoperiodo, anticipando anche la germogliazione ed esponendo le viti al rischio, un tempo rarissimo, di gelate, più o meno severe secondo le zone, come la grandine e la siccità: la prima, ad esempio, colpisce maggiormente le vigne in quota, benché non manchino areali specificatamente soggetti anche alle medie e basse altitudini (ad esempio, Fonterutoli); la seconda è più temibile a quote ridotte o laddove il suolo sia molto drenante, ad esempio prevalentemente sabbioso.

Già questi dati evidenziano quale omologante limite ponga ricondurre tutti i vini del Chianti Classico sotto un’unica denominazione, fossero anche – e non lo sono – da monovitigno come in Côte d’Or: cioè, la diluizione della loro identità sensoriale, riconducendola ad un tipo precostituito tramite opportuni interventi agronomici ed enologici, riferendosi appunto al concetto di “vino tipico” della legge Marescalchi; oppure, semplicemente, non comunicandone adeguatamente le diversità, rinunciando alla loro valorizzazione.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Castelnuovo Berardenga, Radda, San Donato in Poggio, Gaiole.

In realtà specificare dettagliatamente l’origine del vino è un approccio vincente sia nell’ottica di offrire al consumatore la massima trasparenza, sia da un punto di vista del posizionamento
sul mercato. E’ una regola di marketing semplice, ma accettata e valida in ogni settore, che il prodotto di grandi volumi e piccolo margine unitario richieda standardizzazione e una proposta comunicativa generalista; viceversa, il prodotto ad alto margine richiede differenziazione e quindi una proposta comunicativa di nicchia. Perciò, la complessità di un sistema di unità geografiche aggiuntive non spaventerà né l’appassionato disposto a spendere più del consumatore medio per avere “il vino che proviene solo da quell’unico luogo”, né chi, desiderando una tantum l’acquisto prestigioso, si farà consigliare da chi è più competente. La Cote d’or, in questo senso, è un perfetto case study, perché, con le sue 80 denominazioni e 247 climat riconosciuti dall’UNESCO crea ricchezza per i vignaioli e genera un importantissimo indotto sul mercato del vino internazionale. Né bisogna temere la nascita di una scala di valori, almeno sul breve periodo: a Bordeaux e in Borgogna sono stati necessari secoli e chiare volontà politiche per realizzarla. L’unico risultato, in Chianti Classico, potrebbe – potrà – dunque essere una benefica esaltazione del genius loci.

Tuttavia, un approccio non esclude l’altro ed il Chianti Classico ha le risorse per supportarli entrambi, contemporaneamente.

Effettivamente, ad un’analisi dettagliata del territorio, che comprenda gli aspetti geomorfologici e climatici, risulta quasi più difficile identificare l’unità del Chianti Classico che evidenziarne le differenze interne.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: San Donato in Poggio, Radda, Castellina, Gaiole da Radda.

Quali sono, dunque, gli elementi unificanti del Chianti Classico?

Secondo l’agronomo Ruggero Mazzilli, pur nell’estrema complessità geologica (una medesima vigna può contenere al suo interno matrici molto dissimili), i suoli del Chianti Classico convergono verso una relativa uniformità chimica. Piuttosto, sono i parametri idrici, legati alla tessitura del suolo, ad avere una maggiore influenza: ritenzione e cessione idrica; ed, in tal senso, suggerisce la divisione del Chianti Classico in tre fasce altimetriche (280 m – 350 m, 350 m – 450 m, oltre 450 m), perché la tessitura del suolo varia con l’altitudine, che influenza a sua volta la temperatura atmosferica media. Inoltre, risulta assai determinante la fertilità microbiologica, fortemente influenzata dalla condotta delle colture, quindi dall’attività umana.

Parcella calcarea nella fascia alta di Castellina.

Sicuramente, pur accettandone le differenze, l’area del Chianti Classico ha una collocazione interna -non costiera, né a ridosso dell’Appennino – tra determinate coordinate di latitudine e longitudine.

Ritengo però che altri elementi fondanti dell’unità chiantigiana debbano individuarsi nel dato storico, sociale, gustativo, in una commistione di valori esclusivamente naturali (per così dire: lo spartito) e di umano “saper fare” (l’interpretazione).

Il dato storico ci porta indietro nelle nebbie del tempo, a seguire un filo rosso ipotetico, ma suggestivo, che unisca la viticoltura antica all’attuale, alla ricerca di quel vino che, definito “ad uso del Chianti”, venne poi imitato – appunto in termini di “saper fare” – da altre zone toscane.

Emerge dai documenti antichi, in maniera convergente e incontrovertibile (includendo testimonianze artistiche del Martini, del Lorenzetti, del Redi, e trattati come il cinquecentesco “Sopra l’agricoltura” di Girolamo da Firenzuola), che le viti, sulle alture del Chianti, siano state da tempo immemorabile allevate basse: ad alberello ed, in seguito, in altre forme quali il capovolto toscano.

Viti ad alberello su terrazze, a Lamole.

Un’eccezione notevole, questa, nel contesto toscano e, in generale, dell’Italia centrale, dove l’eredità etrusca aveva lasciato la predilezione per le forme alte, ad alberata, maritate a tutori vivi.
Inoltre, un’ipotesi attendibile sull’origine del nome Sangiovese, è la derivazione dai termini etruschi Thana-chvil (offerta votiva), o tbcms-zusleva (offerta di chi compie un rito), o thezin-eis (offerta al dio) o sani-sva (padre, antenato, quindi traslando, offerta per i padri), tutti legati ai concetto di libagione sacra: il sangiovese in purezza, tipicamente color rubino, trasparente, richiamava naturalmente il sangue senza bisogno di allungarlo con l’acqua, come invece era necessario con i vini di molti altri vitigni antichi, più colorati.

Vecchie viti in Chianti.

Quindi, questi due elementi, l’uno agronomico, l’altro ampeleografico, si sarebbero in qualche modo conservati nei secoli, divenendo identitari: di vigne storiche ad alberello rimangono tutt’oggi vive testimonianze a Làmole; il sangiovese, pur con alterne fortune, è rimasto radicato, fino ad ottenere il ruolo preminente nella celebre formula del Barone Bettino Ricasoli, il quale rimarcava che, dopo anni di studi con vitigni stranieri, si era risolto a privilegiare quei vitigni tradizionalmente favoriti dai contadini locali.

Tra gli elementi sociali, è caratteristica l’organizzazione in fattorie e poderi, rimasta pressoché intatta sino alla fine della mezzadria, nel 1964, e perpetuatasi, più solidamente rispetto ad altre zone toscane, nelle grandi Tenute moderne, che non escludono, in verità, la benvenuta presenza di realtà più piccole, di nuova creazione o discendenti da antiche unità poderali, resesi autonome. Questa impostazione crea naturalmente un doppio livello di lettura, rinvenibile già negli scritti del Barone Ricasoli circa la sua attività a Brolio: il vino di fattoria e quello che oggi chiameremmo Cru. Nondimeno, la presenza storica dei vinattieri, ha creato e crea una dialettica tensione interna: rischio e opportunità insieme.

Vigna presso un’antica casa chiantigiana.

Infine, le evidenze gustative. Analizzare il dato gustativo è rischioso, perché richiede capacità, esperienza ed accesso ad una quantità di campioni non manipolati da tecniche di cantina interventiste, possibile solo ad un professionista nell’arco di una lunga carriera; meglio, laddove una genia di professionisti crei nel tempo una cultura condivisa. Inoltre, si corre il rischio, nuovamente, di scivolare in quel concetto insidioso di vino tipico, per definizione uniforme e ripetibile all’infuori del territorio di elezione, che tanto danno porta al Chianti Classico (e, lo vedremo in seguito, anche ad altri territori che imbottigliano sotto il nome di Chianti).

Proverò tuttavia, fidandomi del mio gusto e della mia piccola esperienza, nonché, di quanto la letteratura ha proposto nei decenni, soprattutto fino ai primissimi Anni Ottanta, quando mercato e moda hanno cominciato a imporre una deriva che spesso ha reso meno leggibile il territorio, inteso come insieme di valori geografici e tradizionali nel bicchiere.

E’ forse inattuale, ma meravigliosa, la descrizione che del Chianti Classico forniva Giovanni Righi Parenti nel 1977: “Un vino che lega senza età, buono fresco, frizzante di fresca spremitura, ottimo di mezza età; sublime maturo di anni, quando il tempo gli ha fatto perdere la giovanile durezza e si concede, allora maturo, con tutta la sua forza e prestanza, ricco di tutti i preziosi aromi che le stagioni hanno fatto decantare rendendolo ineguagliabile. Un vino che ha tali e preziose caratteristiche un buongustaio lo potrà adattare, solo modulandone le annate, su ogni cibo, anche se questo potrà sembrare eccessivo. Non altrimenti, ribatto allora io, avviene per lo Champagne…Quello che può essere per lo Champagne può avvenire per il Chianti, sempre, ben s’intende con le debite riserve“.
Questo è ciò che ancora oggi si vorrebbe trovare in un bicchiere di Chianti Classico (Annata, Riserva e Gran Selezione) e che, talvolta, si stenta.

Tuttavia si può affermare che, rispetto a vini di pari potenza e struttura, Sangiovese prevalente, provenienti da zone vinicole poco distanti o confinanti, i Chianti Classico riescono più eleganti e più freschi, sia per profumi che per sapidità e acidità: seppur combinate in diverse proporzioni, garantiscono sempre un’appagante tensione. Inoltre, la qualità della trama tannica, più o meno orgogliosa nelle varie aree del comprensorio, è sempre sostanzialmente fine, anche quando quantitativamente importante: altri buonissimi vini fondati sul Sangiovese, di corpo e struttura paragonabili, che nascono poco oltre i confini del Chianti Classico – ad esempio nel quadrante meridionale della Berardenga, verso le Crete Senesi, o sulle porzioni argillose del comune di San Gimignano (le sabbie tradizionalmente riservate alla Vernaccia) – possiedono una qualità tannica diversa e il loro fascino è più seducentemente terragno. Non si immagini, certo, subitanea la variazione del carattere dei vini alla linea di confine della denominazione: è piuttosto una tendenza che, di sfumatura in sfumatura, già dall’interno della denominazione, l’allontana dai caratteri ideali.

In definitiva, si può e si deve guardare al Chianti Classico come al Giudizio Universale di Michelangelo, non come al suo David: il David è una figura a tutto tondo, che può essere vista da diverse prospettive ed apprezzata nei suoi molteplici dettagli (questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di Montalcino); il Giudizio Universale, invece, può essere sicuramente apprezzato in un unico colpo d’occhio, ma è composto da innumerevoli figure, ciascuna con una propria espressione; e l’insieme è superiore alla somma delle singole parti.

Capitolo III – La bella estate: individuare climat in Chianti Classico e la recente ufficializzazione delle Unità Geografiche Aggiuntive.

Great wine has provenance, it comes from a precise location, and one, which gives it its unique character. This uniqueness exactly what gets the wine lover excited.“. Walter Speller

Chiarita l’esigenza di individuare unità geografiche in Chianti Classico – o, adattando un termine francese, climat – , si apre una questione scottante: quali, e con quale metodologia?

Una risposta univoca è difficile. Si è detto – nel capitolo II – della divisione per fasce altimetriche, ma risulta troppo generale per essere esaustiva. Si possono individuare macrozone geologiche, ma, ancora, quest’operazione non tiene conto di peculiarità microclimatiche, né di diversità interne alla stessa vigna: nei 240 ettari vitati della sola tenuta di Brolio, ad esempio, sono stati mappati 19 suoli. Alternativamente, è stata proposta una divisione secondo gli attuali confini comunali, indubbiamente pratica, ma i territori sono molto estesi e differenziati, ed esistono frazioni già ampiamente riconosciute per la loro individualità: esempio, a Greve: Panzano, Càsole, Làmole, Rùffoli, Lucolena. Tuttavia, nemmeno questo livello è appropriato, a mio avviso: si potrebbe eccepire che, a Panzano, le vigne della cosiddetta Conca d’oro sono altra cosa rispetto a quelle che guardano a Montefioralle, sull’altro versante. Esistono esempi simili nel territorio di Radda, di Gaiole, di Castellina…

In realtà, nessuna soluzione basata su un criterio univoco rigidamente applicato è pienamente soddisfacente, perché -vedremo- l’individuazione di un climat è sostanzialmente una creazione umana ed una convenzione: sono l’uso e la stratificazione storica, ivi comprese le spinte socio-economiche, a crearla.

Ritengo però che l’individuazione di unità geografiche debba dettagliare fino ad aree ragionevolmente piccole, dove siano rinvenibili caratteri uniformi nei vini.

Questa sembra essere la strada intrapresa – finalmente! – dal Consorzio del Chianti Classico, che il 16 giugno 2021, mentre questa mia piccola analisi era in gestazione, ha approvato la possibilità di riportare in etichetta una di undici Unità Geografiche Aggiuntive. Esse sono: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio, Vagliagli. Al momento, la possibilità di menzionare le UGA è riservata alla Gran Selezione, il teorico vertice della piramide qualitativa dei vini del Chianti Classico, ma il Presidente del Consorzio, Giovanni Manetti, assicura la futura estensione delle UGA alle tipologie Annata e Riserva, nonché la futura valutazione di altre aree per normare ulteriori UGA.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Làmole, Gaiole (Badia a Coltibuono), Greve, San Casciano.

Cito Armando Castagno, un profondo conoscitore del Chianti Classico, che così commentava il giorno stesso la notizia: “è il timido ma importante inizio di un itinerario che può andare solo nel senso dell’analisi minuziosa e della comunicazione del territorio.” Per esemplificare il suo pensiero, Castagno aggiungeva: “E magari un giorno avremo in etichetta anche – esempi buttati lì- Brolio, Malpensata, Quarcegrossa, Réncine, Lilliano, Vertine, Grignano, La Piazza, Albola, Véscine, Sélvole, e via andare“. Nella sua sinteticità, questa lista è già la traccia per una trattazione integrale dei climat del Chianti Classico.

Giustamente con l’avvento di queste UGA si parla poco di zonazione, perché tale termine è spesso ricondotto a parametri puramente analitici (analisi dei suoli, delle precipitazioni, del fotoperiodo, eccetera) oppure a classifiche di merito. Viceversa, per comprendere il nucleo della questione relativa alle unità territoriali, ritengo sia meglio ritornare all’origine del concetto di climat borgognone, tanto alla sua etimologia, quanto alla sua natura storica, e di esso mi avvarrei con opportuni adattamenti.

I climat borgognoni sono stati definiti ufficialmente dall’UNESCO, così: “les climat son des parcelles de vignes précisément délimitées (…). Elles se distinguent les unes des autres par leurs conditions naturelles spécifiques (géologie, exposition, cépage…) qui on été faconnées per le travail humain, et l’expérience accumulée du savoir-fair vigneron constitué sur près de deux millénaires, et peu à peu identifiées par rapport au vin qu’elles produisent.“.

La definizione chiarisce alcuni concetti fondamentali: la nascita dei climat o, meglio, invenzione, è dovuta non solo a fattori naturali, ma anche al lavoro ed alle conoscenze dell’uomo; il processo della loro individuazione è molto lungo e graduale (“peu à peu“); sono strettamente collegati al vino che vi si produce, secondo quella tecnica che oggi chiameremmo degustazione geosensoriale, ovvero la specialità nella quale eccellevano (ed eccelgono) i cosiddetti palatisti, professionisti in grado di riconoscere all’assaggio l’origine di un vino. Famosi, in Chianti Classico, furono Giulio Straccali e Giulio Gambelli.

Sebbene i primi vigneti chiusi da mura (clos) borgognoni risalgano all’epoca medievale, il sistema attuale dei climat si delineò tra il XVIII e il XIX secolo, quando, appunto, si diffuse la consapevolezza che un vino proveniente da un certo luogo possedeva un gusto grato, certo variabile secondo il millesimo, ma con alcuni tratti costanti di anno in anno: l’impronta di un climat superiore all’andamento di ogni vendemmia ed alla mano del vinificatore. Questa fu forse inizialmente l’intuizione di qualche negotiànt che mirava a più redditizie vendite, ma fu presto condivisa ed accettata da tutta quella parte della società borgognona che viveva intorno al vino, commercianti e vignaioli, perché ciascun attore seppe rinvenirvi un vantaggio. Pertanto in Borgogna la discussione scientifica, basata su parametri analitici, supporta ciò che le generazioni precedenti avevano empiricamente scoperto.

Strade chiantigiane.

Dunque, volendo trasporre questi concetti nel territorio del Chianti Classico, bisogna concludere che l’affinità dei vini all’assaggio, vendemmia dopo vendemmia, dovrebbe costituire il minimo comun denominatore per l’individuazione di un climat.

Poi, l’individuazione di condizioni naturali specifiche. Si sono discusse nel Capitolo II la complessità e variabilità geologica del Chianti Classico: scoraggianti. Eppure, secondo diverse testimonianze, in Chianti Classico il fattore termico e l’illuminazione contano più del suolo, che, a sua volta, vede l’importanza della tessitura, funzione dell’altitudine, più importante della composizione chimica. Considerando questi aspetti è intuitivo riallacciarsi all’etimo di climat, che è il medesimo di clima. Soprattutto, bisognerebbe valutare l’andamento climatico tipico nell’ultima fase, quella della maturazione dell’uva, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, perché marca maggiormente le caratteristiche organolettiche del vino.

Infine, il lavoro umano, il saper fare, la conoscenza accresciuta di generazione in generazione.

Qui ci proponiamo di analizzare il climat composto dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe, verificando se soddisfa le tre condizioni della definizione UNESCO adattata alla realtà del Chianti Classico, ovvero:

  • affinità dei vini alla degustazione, vendemmia dopo vendemmia;
  • condizioni naturali specifiche, riferite in particolare a: fattore termico, illuminazione, esposizione, altitudine.
  • fattore umano, inteso come insieme evenienze storiche, di conoscenze e di scelte agronomiche ed enologiche, nonché, in senso lato, di influsso sul territorio e di struttura sociale.

Proprio perché non ancora sancito da alcuna norma italiana, nel seguito della trattazione si parlerà di climat, non di UGA, e lo indicheremo, per comodità, con la sigla RBLM.

Capitolo IV – Narciso e Boccadoro: Castellina in Chianti ed il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe (RBLM).

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.» Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro.

ll comune di Castellina in Chianti è stato brillantemente definito “baricentro e sintesi” del Chianti Classico, perché, quasi in un gioco di scatole cinesi, compendia nel suo microcosmo di 100 chilometri quadrati – un settimo dell’intera denominazione- tutti gli elementi e i contrasti che la rendono – insieme- unica, varia, affascinante.

Castellina dalla terrazza sul tetto della cantina di Bibbiano.

Qui, l’altura rocciosa, severa e boschiva, coperte di aghifoglie, a breve distanza s’ammansa in colline morbide come fianchi femminili, gravidi di colture; qui, come sole e luna, convivono vini freschi, nervosi, con altri maestosi, generosi o austeri; come mare e terra, grandi tenute affiancano realtà più piccole, fino alla dimensione familiare.

Un territorio doppio, che è terra e cielo insieme: fossimo acquarellisti, da qualunque lato volessimo ritrarre Castellina avremmo per sfondo di essa, delle sue mura vetuste e del suo màstio pietroso ed ardito, il cielo, in un’apertura spaziale che vede gravitare intorno le colline del Chianti, della Val d’Elsa, della Montagnola Senese e, più oltre, il Montalbano, la Dorsale Medio Toscana, l’Amiata.

Giungendovi da San Donato in Poggio, infatti, lungo la Strada Provinciale 76 si superano i 600 metri sul livello del mare, e la vista verso la Valdelsa, ampia almeno 25 chilometri, è grandiosa, mentre il paesaggio intorno è quasi alpino: le rocce scabre e candide emergono nude tra gli abeti e i prati verdi, dove ancora pascolano le pecore; il vento, costante, può essere impetuoso e freddo, se soffia maestrale; la luminosità, di contro, intensa e cristallina, peculiare. Essa si riverbera nei vini di Castellina, su questo versante almeno, costituendone il pregio e la firma: potranno essere austeri e riservati, talvolta, ma non saranno mai ombrosi.

Il paesaggio scabro e montano tra San Donato in Poggio e Castellina.
Apertura spaziale verso la Val d’Elsa, tra San Donato in Poggio e Castellina
Vista da Castellina in direzione Radda e Gaiole.

Castellina, grifagna sul suo poggio a 578 metri sul livello del mare, divide idealmente il suo territorio in due versanti.

L’orientale, silvestre e montuoso, guarda a Radda (530 metri slm) e più oltre a Gaiole (360 metri slm); condividendo con la prima, specie alle quote più elevate, una continuità: geologica, data l’importante presenza di scheletro, alberese e galestro in minor misura; e climatica, addolcendosi però la temperatura da est a ovest, con un aumento della luminosità. I vini ricordano quelli di certe zone raddesi: la struttura verticale, l’acidità vivida, la balsamicità floreale e fruttata, persino il tratto ferroso, talvolta una certa austerità.

Il versante occidentale precipita verso i 190 metri sul livello del mare di Castellina Scalo; ripidissimo lungo la dorsale segnata dalla SP 130 “di Castagnoli” (dove, nelle porzioni elevate, sono ancora ben visibili gli antichi terrazzamenti) e lungo la SR429, più morbido lungo il tracciato della SP51, più mosso lungo la SR 222, che muove verso Siena attraverso Quercegrossa e, pertanto, il comune di Castelnuovo Berardenga.

Vigne “alte” sul versante occidentale di Castellina.

Queste 4 direttrici individuano almeno quattro macrozone, ciascuna delle quali meriterebbe una trattazione a parte, per le diversità che si possono individuare al loro interno; restando l’altitudine, comunque, il fattore determinante, perché ad esso si legano clima, suolo, pendenze.

Basti dire che qui l’influenza marina – luce, aria, calore, sale – diviene via via più marcata, per la posizione più vicina alla costa, per la spettacolare apertura della Val D’Elsa, per l’effetto Venturi tra la Montagnola Senese ed i rilievi di San Gimignano che incanalano l’aria tirrenica, ed infine per le caratteristiche geologiche: se alle quote elevate, poco sotto il paese, esistono situazioni simili a quelle del versante orientale, scendendo di quota aumenta la percentuale di argilla, dovuta a depositi continentali, fluviali, lacustri e marini; in particolare, i suoli delle porzioni più inferiori sono marcati dall’antica linea di spiaggia del mare pliocenico, cioè originati dal mare (o mare-lago, giacché fu soggetto a cicli di aperura e chiusura) che occupava una buona parte dell’attuale Toscana interna tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa; difatti, a valle di essa il contenuto di sale disciolto nel terreno aumenta. Proprio in prossimità di quell’antica linea di spiaggia del lago-mare pliocenico, su di essa o leggermente a monte, si trova il climat RBLM, individuato dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe.

Vedute del versante occidentale, da Castellina.

L’area compresa tra Poggibonsi e Siena, nota ai geologi come “Bacino del Casino”, è un complesso mosaico di sedimenti, di depositi, e di formazioni dovute a fenomeni tettonici, specie sul versante di Castellina e verso Castelnuovo Berardenga.

Il versante occidentale, dalla strada tra Sant’Alfonso e Rodàno. Oltre Fizzano e Brancaia, sullo sfondo si riconosce Castellina

La sovrapposizione di situazioni climatiche e geologiche porta grossolanamente ad inquadrare i vini di questo versante occidentale in 3 gruppi:

  • quelli della fascia altimetrica più vicina al borgo, freschi e tesi, ricordano quelli del versante orientale, ma i caratteri ferrosi e austeri gradualmente si addolciscono, divenendo più solari;
  • quelli di un’ampia fascia intermedia, nei quali si registrano ovviamente oscillazioni notevoli, ma che si possono definire equilibrati e rotondi, i profumi tra fiore e frutto, talvolta impreziositi di spezie e agrume, via via più ampi e rilassati al palato, con struttura e generosità variabili, da esempi di eleganza riservata e sinuosa, ad altri estroversi e carnosi, fino ad austeri e serrati;
  • infine quelli delle quote basse, ancora più rilassati, con struttura più leggera e tannino terragno, una discreta sapidità, ma un minor sapore, con frutto rosso piuttosto in evidenza, sfumature agrumate, talvolta cuoio, tabacco e un floreale dolce che si perde nelle annate più calde in favore di toni eterei, restando comunque freschi, gradevoli ed eleganti compagni della tavola.

Storicamente, come visto nel Capitolo II, Castellina è uno dei Terzi che componevano l’antica lega del Chianti, a capo dei popoli che risiedevano tra Val d’Elsa e Val d’Arbia, ma la centralità del suo ruolo nel Chianti è sicuramente più antica.

Le mura di Castellina.

Testimonianza ne sono i resti etruschi del già citato Tumulo di Montecalvario e della Necropoli del Poggino, presso Fonterutoli. Il piccolo centro o agglomerato etrusco antecedente Castellina, tradizionamente chiamato Salivolpe o Saligolpe, era sorto all’incrocio di due vie di crinale: l’una lungo le colline tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, più tardi detta “strada Sanese” o “Strada Maestra Romana ovvero Strada Reale”, l’altro sulle alture tra la Val di Pesa e la Val d’Arbia, che si spingeva verso i monti del Chianti. Non sono state rinvenute testimonianze di epoca romana: probabilmente l’abitato perse importanza, a favore di zone fertili più prossime al fondovalle, come suggeriscono i numerosi toponimi col suffisso “-ano”. Molti di questi agglomerati si fortificarono tra l’VIII e il IX, il periodo dell’incastellamento: compaiono nei documenti prossimi a quel periodo i castelli di Fizzano (dal 1007), Grignano (dal 1016), Rencine (dal 1052), La Leccia (dal 1077), Monternano, Trebbio, Vignale e Bibbiano (quest’ultimo dal 1032). Oggi le strutture fortificate rimangono a stato di rudere, o sono state inglobate in costruzioni successive che le hanno rese irriconoscibili.

La tradizione vinicola a Castellina in Chianti è certamente antica e continuativa. Basti nominare il piccolo borgo di Cellole, immediatamente sotto al paese: presumibilmente dal latino cellula-ae, vocabolo che in epoca tarda significava primariamente cantina, tesi supportata dalla prossimità di antichi terrazzamenti murati.

Cellole.

Il climat RBLM (ovvero: Rodano, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macie).

Vista da Castellina sulla Val d’Elsa. A centro immagine si riconosce la via di crinale del climat.

1 – Il paesaggio, la storia, l’orografia, il clima, la geologia, il vino.

E’ difficile uniformare il paesaggio toscano in un’immagine da cartolina, tale è la sua varietà: si rischia di restarne delusi; come un mio amico, anni fa, che si perse negli accigliati boschi del Chianti più interno, pensando di trovarvi le luminose colline scabre e mistiche della Val d’Orcia.

Tuttavia, se volessimo comporre un quadro di quella campagna toscana classica, come ci è stata consegnata dai racconti dei viaggiatori del Grand Tour dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento, fino ai nostalgici episodi dei primi decenni del Novecento, dovremmo venire qui, lungo questa via di crinale che sfiora e timidamente supera i trecento metri di altezza sul livello del mare, per ritrovare quella dimensione idilliaca, nobilmente bucolica: l’illusione di un equilibrio ideale tra l’uomo e la natura, tra la fatica del suo lavoro ed i suoi frutti, tra il villico e il signore. Qui, tutti gli elementi: il murmure delle fronde e dei torrenti nei borri, il cipresso a segnare il passo, l’orto e la vigna, l’uliveto e il bosco ricco di allodole e di fagiani, la chiesina antica dalle pietre candide, i rustici casali coi fienili e le tinaie e gli animali da cortile, infine la villa padronale, dai viali alberati per il passeggio elegante. Qui, nello spazio breve compreso fra Rodàno e Macìe, poco più di quattro chilometri, sembra preservarsi un sogno antico.

Scorcio di Lilliano.
Edifici rustici a Bibbiano.

Molti modi per giungervi: da Castellina Scalo, superando Cecchi, Villa Cerna, Casale dello Sparviero; da Poggibonsi, risalendo la strada bianca da Spedaletto e oltrepassando Tenuta Sant’Alfonso e le vigne di San Fabiano Calcinaia; ma solo scendendo da Castellina in Chianti lungo la Strada Provinciale 51 si apprezza pienamente l’unicità del luogo.

Basta fermarsi, parcheggiando l’auto in prossimità del campo sportivo: di fronte, verso occidente e meridione, un’apertura spaziale che pare immensa dopo le costrette giogaie del Chianti interno, luminosissima, giacché le alture importanti distano decine di chilometri: le Colline Metallifere, la Montagnola Senese, il Monte Amiata. Il climat RBLM, da quel punto d’osservazione, si staglia netto nel digradare a balze via via più morbide verso la Val D’Elsa, marcato dalla sua via di crinale, sinuoso come una “effe” di violino orizzontalmente orientata verso sud, quasi un pannello solare naturalmente disposto per raccogliere il massimo irraggiamento solare. I suoi confini da qui appaiono netti, essendo un’unica formazione collinare che si alza tra i 200 e i 300 sul livello del mare, bordeggiata da vallecole piuttosto strette, solcate per lo più da torrenti – o piuttosto borri – modesti ma incisivi, che la separano dalle altre colline circostanti, quali il Carfini e il Gagliano.

Così come netto dall’alto appare l’apporto umano, quello che ha segnato il paesaggio nel corso della storia: la già citata via di crinale, probabilmente un’antica derivazione o tracciato alternativo della Francigena, è ancor oggi una strada bianca, che tocca, leggendola da ovest a est, le emergenze notevoli di Rodàno (un basso corpo di pietra, massiccio), Bibbiano (le pure linee dell’antica fattoria a nord della strada, l’elegante e riservata villa a sud), il villaggio e l’imponente, maestosa villa di Lilliano, infine il borgo suggestivo di Rocca delle Macìe. Non ci si lasci ingannare, viaggiando in auto tra Lilliano e Rocca delle Macie, dal tracciato della SP 51, risalente agli anni Settanta, che si raggiunge seguendo l’asfalto lungo il solenne viale alberato: basta proseguire aggirando la Villa e la strada bianca continua tra il verde dei vigneti e delle colture, col suo antico tracciato, sino a Macìe, oltrepassando la Casina di Lilliano.

Il viale d’accesso alla villa di Lilliano.

E’ evidente il dato storico unitario e antico. E’ noto che la lunga pax romana permise l’occupazione e la coltivazione di zone relativamente basse, con la creazione di fattorie ed, infatti, nell’etimologia dei nomi si legge un’origine presumibilmente romana o tardoromana, col suffisso “-ano” (dal latino “-anus, -anum“) tanto frequente in Chianti e in altre zone toscane: spesso si legava a un patronimico, al nome di un legionario al quale era stata data in dote la terra a fine carriera: un colono; oppure, serviva alla latinizzazione di un toponimo preesistente; o, infine, si legava a un etimo latino, che descriveva caratteristiche del luogo. Venendo a Macìe, i vocaboli latini di riferimento sono: maceriae, inteso come muro a secco, interpretazione possibile viste le pendenze delle vigne a sud-est, oppure cumulo di pietre, rovine, forse la memoria di un più antico agglomerato, distrutto per chissà quali vicissitudini, il cui nome terminava anch’esso in “-anum“, completando quarto la triade Rodàno, Bibbiano, Lilliano (o, secondo fonti antiche, Ligliano); e macies, macilenza, sterilità, povertà, magrezza, che crediamo corrobori l’interpretazione legata ad edifici in rovina, più che ad una particolare povertà del terreno.

Se la via di crinale racconta una storica connessione tra questi quattro nuclei, l’origine del nome Macìe apre verosimilmente una finestra su un passato duro e violento, tempi dove a Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe era necessario rinchiudersi e proteggersi da aggressori di passaggio.

Il fianco della villa di Lilliano e il campanile della Pieve di Santa Cristina.

Storicamente, il nucleo con dignità di villaggio è Lilliano. Rocca appartenente in antico ai Signori di Staggia, è nota fin dal XII secolo; ma un piccolo podere posto a Lilliano è già citato in documenti del 998. A Lilliano, oltre alla bellissima Villa, è presente una chiesa, la Pieve di Santa Cristina, la cui facciata di candide bozze d’alberese, semplice e armoniosa, resiste nelle sue forme medievali. Originariamente parte della Diocesi Senese, gravitò in orbita fiorentina sin dal Lodo di Poggibonsi del 1203. Qui, fino a qualche decennio fa, erano le scuole, il parroco, l’oratorio, la fermata della corriera, la bottega, il telefono pubblico: cioè i principali servizi per chi abitava tra Rodàno e Macìe. Ne rimangono oggi tracce malinconiche, che lasciano il rimpianto per un mondo più a misura d’uomo.

A Lilliano: chiesa di Santa Cristina, fermata SITA, rudere delle scuole.

E’ comunque evidente come, in continuità storica, tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe, l’uomo abbia modellato il paesaggio, rendendolo funzionale alle colture, ed insieme bellissimo: citando Indro Montanelli, in Toscana non si sa se l’artista sia il contadino o il pittore. Purtroppo, contadini in certe zone toscane ne son rimasti pochi e, disgraziatamente, l’effetto si vede, eccome; ma non qui, sebbene si possa immaginare come fosse devastante per queste aziende di antica tradizione la fine della mezzadria: solo per la fattoria di Lilliano operavano ben 20 famiglie coloniche.

Ora, per apprezzare meglio questa ed altre caratteristiche del climat, conviene lasciare idealmente il punto di osservazione elevato e proseguire lungo la SP 51, per andare ad osservarlo da vicino: una catabasi felice, che permette di apprezzare pienamente l’irraggiamento solare intensissimo da meridione ed il trascolorare della flora da essenze montane ad altre più mediterranee.
Il quadro complessivo muta rapido, ricordando scorci della Toscana meridionale ed in particolare uno, per altimetrie, esposizioni, forme geologiche, luminosità, vegetazione: quello che da Montalcino scende verso Sant’Antimo.

Basta giungere a Rocca delle Macìe per verificare come la vegetazione divenga schiettamente marittima, non dissimile da quella di certe aree della Maremma livornese che, effettivamente, si trova alla medesima latitudine. Oltre alle vigne, gli ulivi, gli alberi da frutta, cipressi, pini, corbezzoli, ampie macchie: i cartelli che indicano l’azienda faunistica venatoria Lilliano-Bibbiano, già ai bordi delle vigne di Macìe, segnalano la presenza di aree incontaminate e selvagge, nonché l’evidente continuità antropologica del climat in oggetto. Il bosco ad alto fusto è meno presente che in altre zone del Chianti Classico.

A Macìe.
Da Macìe, guardando verso Siena.

Percorrendo la via di crinale e quindi proseguendo il tragitto da Macìe verso Lilliano, quindi verso Bibbiano e Rodàno, risultano evidenti altri elementi unificanti. Le forme delle colline sono morbide, tondeggianti, generose, sensuali, con pendenze, dal basso all’alto, prima dolci, poi ripide, poi nuovamente si addolciscono verso la cima. I vigneti si concentrano nella fascia tra i 270 e i 330 metri di altezza, ma arrivano ai 380 metri a Lilliano e scendono fino ai 200 metri.

Varietà di colture sulle morbide colline del climat.

Indimenticabile, soprattutto, è la luce: nitida, intensa, particolarissima, che ricorda a chi scrive quella, straordinaria, del bolgherese. Essa è garantita dall’ampia apertura verso sud e verso la Val d’Elsa, un anfiteatro largo una ventina di chilometri. Oltre le Colline Metallifere, a occidente, s’è detto, c’è il mare ed il cielo pare comportarsi come un enorme, poetico specchio di Archimede, portando qui un riflesso, un balugine attenuato, ma perfettamente percettibile, di Tirreno.

Da Bibbiano, verso sud-ovest.
Da Bibbiano verso ovest, nord-ovest. Percepibile una luminosità marina.

Il mare non è solo nella luce, qui, anzi: esso è proprio la chiave di lettura che sinteticamente uniforma gli elementi naturali dell’intero climat e, verosimilmente, le caratteristiche organolettiche dei vini; insieme al concetto di limine.

A cinquanta chilometri la costa livornese con Castiglioncello, Rosignano e Cecina; dal lato opposto, a soli cinque chilometri il poggio di Castellina e quindi i monti interni del Chianti; a meridione una sorta di giogaia naturale, entro la quale Siena è ben visibile, apre lo spazio verso l’Amiata; mentre a nord la Val d’Elsa si restringe verso il complesso del Montalbano: ed ecco le condizioni per una ventilazione costante e varia, come solo nelle località marittime abitualmente si trova. Son capitato qui una stupenda giornata di maggio, rinfrescata dal maestrale: il profumo salso del mare si sentiva nell’aria, rinforzando l’emozione e il sentimento marino raccontato dai lecci, dalle ginestre in fiore, dai corbezzoli, dai roveti.

Macchia e ulivi a Lilliano, verso sud.

La continuità climatica dettata da altitudine, esposizione, pendenza e latitudine è cardine per affermare l’unità e l’individualità di questo climat: effettivamente, comparando la valutazione descrittiva sull’andamento delle annate fornita dalle singole aziende su 31 vendemmie, dal 1990 al 2020, per 28 annate la coerenza di giudizio è stata superiore al 75%, per 8 annate pari al 100%, per 3 annate almeno del 50%.

Gli inverni sono freddi e asciutti, le primavere tiepide, ma ricche di precipitazioni, le estati temperate con grande escursione termica tra il giorno e la notte gli autunni inizialmente miti, piovosi da novembre in poi. Le precipitazioni si concentrano appunto in primavera ed autunno, variabili da 500 a 1.000 millimetri di pioggia annui (da novembre a novembre). La temperatura media generale è di circa 15-17 °C, molto mitigata dai monti di Castellina che proteggono dai venti del nord, soprattutto il versante orientale del climat, dove si trova Macìe. Nell’insieme sono caratteristiche intermedie per il Chianti Classico.

Infine, il mare sta anche nelle profondità geologiche della terra che si calpesta. Cercando di semplificare una realtà complessa, il climat è sulla linea di spiaggia di antichi bacini lacustri (di acqua presumibilmente salmastra) e marini, risalenti a epoche mioceniche (da 23 milioni a 5,3 milioni di anni fa) e plioceniche (da 5,3 a 2,6 milioni di anni fa) e i terreni sono un insieme complesso di argille e depositi dovuti al disfacimento della dorsale chiantigiana, principalmente di alberese, nei quali emergono vene rocciose profonde spinte dalle forze tettoniche, spesso calcaree, gessose. Il fondale dei bacini, si badi bene, era più a valle, come ancor oggi ci raccontano i suoli.

Le morbide colline a ovest, nord-ovest di Bibbiano.

Perciò mi piace affermare che il climat RBLM sia un limine: è la soglia magica del Chianti Classico, laddove finiva l’acqua e cominciava la terra, dove l’austerità del monte cede alle solarità marine, dove la roccia si frantuma nell’argilla: l’insieme di questi elementi caratterizza deflagrante i Sangiovese qui nati, che – al netto delle differenze stilistiche di cantina, delle accezioni territoriali, delle annate – sono generosi, luminosi, profumati, ampi, eleganti: per quanto strutturati, tannici e di sicuro grado alcolico, riescono sempre armoniosi, equilibrati e tesi, di stoffa; l’evidenza della frutta rossa, della ciliegia in particolare, è sempre bilanciata dal fiore, fresco o secco, più o meno evidente; ed il fiato profondo si stratifica e sfuma verso gli agrumi (spesso arancia rossa), le spezie (con il pepe bianco in evidenza, più raramente il nero), il tabacco, il cuoio, il ferro, la terra, rimandi marini. Vini sovente estroversi, non sono mai gridati; talvolta riservati, mai timidi; tendenzialmente longevi. Stanno anch’essi su una soglia, sintetizzando la fresca finezza dei vini delle montagne con la rotondità muscolosa di quelli della Toscana meridionale e costiera.

Si dovessero rappresentare con una dea della mitologia classica, sarebbe senz’altro Pomona, e potrebbe essere il simbolo dell’intero climat RBLM: una giovane donna che regge una falce, circondata da fiori e frutti, tipicamente grappoli d’uva. Se fossero un colore, sarebbe blu profondo, traslucido, uno zaffiro o un lapislazzulo, con striature rubino nelle annate più calde. Una corrente pittorica: la macchiaiola, alternando pennellate drammatiche alla Fattori, a quelle infiltranti e contrastate di Signorini, a quelle meditative di un Borrani, fino a quelle più liriche di un Lega, secondo l’annata, il vigneto e la mano del produttore.

Inoltre, questi vini hanno una riuscita costantemente soddisfacente: sempre basando l’esame sulla valutazione descrittiva fornitami dai produttori per le annate dal 1990 al 2020, si possono stimare per l’insieme del climat, su 31, 11 annate ottime, 15 annate buone, 5 annate mediocri. Sicuramente la quota e le esposizione del climat favoriscono la maturazione nelle annate più rigide e piovose, mentre nelle annate più calde e siccitose la buona ventilazione ed i suoli argillosi, che permettono una certa ritenzione idrica se adeguatamente lavorati, possono limitare i danni. A quanto mi consta, né le gelate che insidiano le zone più basse e meno soleggiate del Chianti Classico, né le grandinate che interessano le quote medio-alte ed alte, destano particolare preoccupazione.

Tuttavia l’innalzamento delle temperature registrato negli ultimi vent’anni e il parallelo cambiamento delle precipitazioni (minori, ma più intense, quindi dilavanti e inassorbibili per il terreno), pone delle sfide agronomiche ed enologiche: se qui, quando in molte zone del Chianti Classico le maturazioni del sangiovese stentavano, si avevano uve belle, sane e di buon alcol potenziale, oggi si rischiano surmaturazioni, concentrazioni, eccessi di grado alcolico, perdita di profumi.

In definitiva, oggi, i vini del climat più equilibrati, ricchi di dettaglio, sembrano quelli dei millesimi con autunni freschi e asciutti.

2 – L’unitarietà vitivinicola del climat ed il ruolo di Giulio Gambelli.

Il lavoro dell’uomo ha innegabilmente modellato il paesaggio del climat RBLM.

Oggi, tra Rodàno e Macìe, vediamo un uniforme susseguirsi di morbide colline dove la coltura principale è la vite, affiancata dall’ulivo, dall’erba medica nelle esposizioni meno felici e dai cereali nelle zone più basse. Le dimensioni del parco vitato che le aziende possiedono nel climat è molto simile, tra i 30 e i 40 ettari; anche se Rocca delle Macìe ha molti vigneti in altre zone e pertanto una maggiore scala.

Le viti hanno un’età variabile dei 30 ai 10 anni, ma almeno dagli Anni Settanta continuano ad insistere nei medesimi luoghi: i vigneti hanno quindi una storia almeno cinquantennale, ma alcuni di essi, o loro porzioni, sono certamente più antichi. I sesti di impianto sono intorno ai 3.000 ceppi per ettaro nei vigneti più vecchi, e più elevati negli impianti recenti, di norma tra i 5.000 e i 5.800 ceppi per ettaro, con un massimo di 6.500 ceppi per ettaro a Macìe. I filari sono disposti perlopiù a rittochino, ma qualche parcella è a giropoggio. Le rese variano dai 45 ai 60 quintali di uva per ettaro.

Tipicamente la forma di allevamento è il cordone speronato per gli impianti più vecchi, guyot per i più recenti e quest’ultima forma di allevamento, molto simile al capovolto toscano tradizionalmente diffuso in Chianti prima della meccanizzazione, è quella oggi favorita per i reimpianti.

Cordone speronato a Bibbiano.

La varietà più diffusa è di gran lunga il sangiovese, da selezione massale, selezione di cloni autoctoni, o utilizzando i cloni selezionati nel progetto Chianti Classico 2000. Gli si affiancano, in ordine sparso: colorino, canaiolo, merlot, cabernet sauvignon, petit verdot, malvasia nera, ciliegiolo, malvasia bianca del Chianti, trebbiano.

Tutte le aziende che insistono sul climat RBLM sono attente alla sostenibilità: su quattro, tre aziende sono certificate biologiche, una lo è per la produzione dell’olio, mentre una segue i principi della lotta integrata per la viticoltura.

La situazione agricola attuale, e vitivinicola in particolare, è figlia però di una storia lunga e complessa.

Guardando solo allo scorcio che segue la Seconda Guerra Mondiale, fino ad oggi, possiamo immaginare i cambiamenti portati dalla meccanizzazione, dalla necessità di rendere più economicamente sostenibili imprese dove le lavorazioni erano ancora affidate al sudore dell’uomo e al lavoro dei buoi, sino alla fine della mezzadria che impose un’ulteriore razionalizzazione.

Edificio rustico a Lilliano.

Come fotogrammi di un film in bianco e nero, se torniamo con un’ideale macchina del tempo al 1946, vediamo le antiche strutture di Bibbiano danneggiate dai cannoneggiamenti militari durante la ritirata, le ville ferite e le colture che per prime si rialzano, i campi che si imbiondano di spighe precedendo di poco l’invaiatura dei grappoli: le viti riprendono forza, curate finalmente dalle mani di chi è tornato dalla guerra.

Edificio rustico a Bibbiano.

Gli Anni Cinquanta di trasformazione: il proliferare delle macchine, le culture si semplificano e si concentrano sul vino con i nuovi impianti, gli allevamenti progressivamente scompaiono. Gli Anni Sessanta: gli ultimi vigneti promiscui cedono il passo a quelli specializzati, gli uomini e gli animali lasciano le case coloniche. Gli Anni Settanta di consolidamento delle produzioni vinicole di qualità dopo la nascita della DOC (1967).

Negli Anni Ottanta, con l’arrivo di capitali e proprietà nuove, inizia in Chianti un percorso di consapevolezza tortuoso, con sperimentazioni in vigna e in cantina, proseguito negli Anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo: indubbia la crescita qualitativa, grazie anche alle ricerche condotte con le università, ma fu l’epoca della diffusione dei vitigni francesi, delle barrique, dei concentratori, di una ricerca di struttura che si accordava più a una interpretazione del gusto internazionale sulla scia di moderni esempi bordolesi e californiani, che alla tradizione chiantigiana.

In questo lembo del territorio di Castellina, però, si seguì una traiettoria particolare, per un motivo ben preciso. In tutti quei fotogrammi, dal 1942 al 2011, un uomo ha percorso la via sterrata sul crinale tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe, a bordo di una teoria innumerevole di Renault 4 e con altrettanto innumerevoli cani da caccia al suo fianco, collaborando a lungo con le prime 3 aziende e contribuendo alla nascita dei vini: Giulio Gambelli.

La via di crinale a Lilliano, verso Bibbiano.

Personaggio leggendario, palato portentoso, sostanziale modestia e disinteresse per denaro e visibilità, meriterebbe una trattazione a parte, per la quale si rimanda il lettore alla bibliografia.

Gambelli aveva un’idea della vinificazione e dei vini “francescana”, come la definì efficacemente Luigi Veronelli – forse anche della vita. L’amore di Gambelli era il sangiovese, in purezza, ma anche affiancato da un uso sapiente dei vitigni complementari, con una predilezione per quelli della tradizione, canaiolo e colorino, benché sapesse impiegare con estrema classe e discrezione anche i vitigni internazionali.

Gambelli non usava chimica in cantina, eccetto un moderato impiego di anidride solforosa per sanificare, e prescriveva severamente quella che chiamava “la regola delle tre p: pulizia, pulizia, pulizia”. Seguiva la vinificazione con continui assaggi, prediligendo un’energica areazione nelle prime fasi e, quando l’uva lo consentiva, macerazioni piuttosto lunghe. Poi, il resto del lavoro era affidato al tempo ed all’attesa, sotto l’attenta sorveglianza del palato di Gambelli, che decideva i momenti dei travasi e selezionava le vasche per il taglio finale, del quale era maestro sublime.

Ne risultavano vini purissimi, di classica finezza ed eleganza, espressioni senza filtri del territorio e dell’annata, tendenzialmente longevi. Tutti, dal più umile al più ambizioso. Poi, nell’esperienza di chi scrive, il tocco magico: un’irripetibile senso di levità anche nei vini più strutturati ed alcolici ed una specialissima qualità dell’attacco sul palato, un insieme di seta e di energia concentrata unico, caratteristico, che evoca paragoni veramente musicali.

Gambelli – che non era laureato, avendo dovuto lavorare fin da ragazzino imparando il mestiere sul campo – molto erroneamente fu descritto, quando imperava la moda dei vini concentrati e di gusto internazionale, come un arretrato difensore della tradizione; ma la realtà era molto diversa: negli Anni Cinquanta e Sessanta fu contrario alla diffusa pratica tradizionale toscana del governo e nel 1968 a San Felice creò, con l’allora Direttore Enzo Morganti, il primo Sangiovese in purezza prodotto in Chianti Classico. Inoltre, viaggiò a lungo per conoscere le più avanzate tecniche francesi e americane, nonché, malgrado il suo palato fosse una sorta di laboratorio naturale, con grande intelligenza non rinunciò mai alle analisi chimiche: chi conosce i fondamenti della scienza delle misure sa che anche il miglior equipaggiamento dev’essere, di quando in quando, tarato.

Perciò i vini di Gambelli non erano figli di conoscenze arretrate, ma di una precisa scelta stilistica ed etica, che mantenne dritta anche quando fu considerato fuori moda, e di una familiarità profondissima, minuziosa, con un territorio volutamente ristretto. La sua predilezione per la botte grande derivava dalla consapevolezza che fosse il miglior strumento per valorizzare il sangiovese, almeno come lui lo intendeva; tuttavia trasse profitto anche dalle barrique, perché così vestiva il suo ruolo di consulente: usando al meglio i mezzi a disposizione, interpretando anche i desideri della proprietà, rimanendo però granitico sui suoi principi professionali.

Con questo approccio, ha lavorato dal 1942 fin quasi alla sua scomparsa per tre generazioni di Marrocchesi Marzi a Bibbiano, per decenni a Rodàno (dove oggi è enologo Paolo Salvi, suo stretto collaboratore) e a Lilliano, conquistando piena fiducia delle Proprietà, divenendo “uno di famiglia” e ispirando scelte importanti e innovative, quali nuovi impianti, la vinificazione e l’imbottigliamento separati di certe vigne particolarmente pregiate.

Vigna del Capannino a Bibbiano, impiantata con clone portato da Gambelli, da Montalcino.

Gambelli ha lasciato qui uno stile fortissimo nei vini, che non hanno mai abbandonato – pur con fasi alterne – un ideale di finezza, purezza, equilibrio, e la centralità del Sangiovese. A Bibbiano, ad esempio, nessuno degli enologi che negli anni si sono susseguiti ha effettuato la malolattica in legno. A Tenuta di Lilliano la nuova Gran Selezione è, almeno dall’annata 2017, Sangiovese in purezza, rinunciando al taglio col Merlot, da tempo impiegato per gli altri Chianti Classico aziendali. E persino Rocca delle Macìe, dove pure Gambelli non ha mai lavorato, ha via via ridimensionato il ruolo dei vitigni internazionali e della barrique, concentrandosi maggiormente su un’ideale classico di Sangiovese e vinificando per Cru , con botti grandi, allineandosi quindi all’approccio divenuto storico nel climat, dove il legno piccolo ha giocato sempre un ruolo secondario, ulteriormente ridotto negli ultimi anni.

Si può dire che Gambelli abbia ripreso e continuato lo spirito del lavoro ottocentesco iniziato a Brolio sul Sangiovese da Bettino Ricasoli, l’abbia congiunto a quello di Tancredi Biondi Santi, suo maestro e mentore all’enopolio di Poggibonsi, e l’abbia consegnato alla modernità, che gli ha finalmente tributato i giusti onori nell’estrema vecchiezza e dopo la sua morte. Fu, senza volerlo, un rivoluzionario divenuto classico, come sempre accade a chi ricerca l’essenza.

Fu autore di diverse pietre miliari dell’enologia toscana, ma nel climat dove insistono Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe si trova una parte importante del suo lascito professionale e spirituale. Le parole incise su una lapide che i Marrocchesi Marzi hanno voluto apporre a Bibbiano chiariscono la portata dell’umile, irripetibile “Maestro Assaggiatore”: “A Giulio Gambelli / signore amico maestro / che tanto ha dato / a questi luoghi“.

Lapide commemorativa a Bibbiano.

3 – Le differenze interne del climat e la loro influenza sui vini.

Malgrado la notevole e sostanziale unitarietà, bisogna però riconoscere che esistono differenze all’interno del climat, sia seguendo l’asse orizzontale ovest-est, che quella verticale nord-sud, nonché nei terreni e nella disposizione delle vigne.

Leggendolo da occidente a oriente, si nota che il crinale, perfettamente orientato secondo un’ideale asse delle ascisse, svolta improvviso subito dopo l’antico e massiccio edificio di Rodano, virando di circa 45 gradi verso sud; quindi, quasi ai confini orientali della Tenuta di Bibbiano, crea un’ampia, morbida curva verso nord di quasi 90 gradi; riacquistando poi, dolcemente, il suo originario orientamento est-ovest, che mantiene fino alla sua porzione terminale, a Macie, dove, dopo un piccolo avvallamento a ovest della SP 51, sul quale insiste la vigna del Pian della Casina, forma una sorta di promontorio, uno straordinario balcone di almeno 180 gradi verso i quadranti meridionale ed orientale.

La conformazione descritta genera evidentemente una varietà di esposizioni, particolarmente marcate nella metà occidentale del climat, che, insieme alla diversità di altezze e di suoli, rende parzialmente ragione delle differenze fra i vini delle diverse aziende.

Paesaggio da Rodàno, verso ovest.

A Rodàno le vigne, che ruotano attorno al corpo aziendale, coprono tutte le esposizioni tranne quella puramente a nord, con una prevalenza ovest e sud ovest; tuttavia questa parte del climat rimane più chiusa verso meridione dalla presenza piuttosto ravvicinata del rilievo in corrispondenza dei Sodi di Bibbiano e di quello, più importante, dove sorge Casale dello Sparviero. I terreni sono sedimentari di origine lacustre (presumibilmente pliocenici) e provenienti dal disfacimento dell’alberese. Le vigne sono comprese tra i 200 e i 350 metri sul livello del mare.
I vini hanno qui fiato particolarmente profondo, sfumature boschive, tannino potente e grintoso e tuttavia una trina olfattiva e tattile raffinata.

Vigna a Rodàno.
Da Rodàno, guardando a ovest, nord-ovest.

A Bibbiano il crinale individua due ampi versanti, esposti prevalentemente a sud-ovest l’uno e a nord-est l’altro, sostanzialmente asincroni, per una radiazione fotosinteticamente attiva (o P.A.R.: photosynthetically active radiation) più estesa di circa un’ora sul versante sud-ovest, dove per un’ampia porzione assomma fino a 2000 Mj/m^2, mentre su tutto il versante nord-est, detto di Montornello, oscilla tra i 1400 e i 1700 Mj/m^2. Le vigne insistono su questi due versanti, ad altezze comprese tra i 270 e i 300 metri di altezza, raccolte in un raggio di 500 metri, su sedimenti pliocenici di argille e arenarie, di origine limicola. Evidentemente i vini sono molto diversi sui due versanti, e meritano una trattazione separata, ma questa da questa dualità quasi opposta e dalla marcata estensione delle vigne sul versante nord-est discende, credo, il profilo particolare e ricamato del Chianti Classico Annata di Tenuta di Bibbiano, per il quale la critica ha sovente parlato di candore: la struttura, la potenza e l’articolazione del versante sud-occidentale sovrapposta alla florealtà e la freschezza del delle vigne a nord-est.

Bibbiano: le vigne di Montornello.
Da Bibbiano, verso ovest, nord-ovest.

A Lilliano l’ampia conca dei vigneti di Montornello si è ormai ristretta. Le quote sono più elevate e i vigneti, disposti intorno alla storica villa, si trovano tra i 270 e i 380 metri d’altezza. Sebbene le esposizioni siano varie ed includano porzioni orientate a settentrione, prevalgono quelle meridionali, da sud-ovest a sud pieno a sud-est. Inoltre, questa porzione del climat registra la massima apertura spaziale verso la Val d’Elsa e Siena, mancando rilievi di nota in quelle direzioni. Nei terreni calcareo-argillosi, i depositi pliocenici sfumano in quelli miocenici, con la costante del disfacimento dell’alberese che lascia abbondanza di scheletro. I vini di questa porzione del climat sono probabilmente i più strutturati e longevi, di particolare finezza. Sebbene possano risultare monolitici in gioventù se l’annata è calda, la riuscita è ottima anche nelle annate più fredde ed il Chianti Classico Annata non manca mai di corpo, grado, potenza.

Vigneto a Lilliano.
Da Lilliano, verso sud.

La vecchia via bianca di crinale ruota intorno alla villa di Lilliano, e prosegue in direzione di Rocca delle Macìe, dove, prima di intersecarsi con la SP 51, sorveglia dall’alto la vigna di Pian della Casina.

A Macìe la quota media delle vigne è 330 metri, con esposizione varia, ma in prevalentemente sud-sudovest. Anche qui l’apertura spaziale è eccezionale, con la particolarità di un quadrante sud-orientale molto aperto, arioso, luminoso, trattandosi dell’estremità est del rilievo del climat. Qui i terreni sono depositi schiettamente miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso-sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini, con un equilibrata compresenza di alberese e galestro. A Macìe si possono individuare almeno tre differenti porzioni di vigneti:

  • a ovest della SP 51 la conca della Vigna della Casina;
  • immediatamente a nord della sede aziendale;
  • immediatamente a sud di essa, il Vigneto Le Terrazze.

Non esistono in commercio etichette che derivino dal taglio dei vini di queste tre aree, quindi la tipizzazione è difficoltosa; tuttavia, generalizzando, ricordano in parte quelli di Lilliano, ma con una sfumatura più mediterranea ed una maglia strutturale più rilassata. Se blu traslucido è il colore dominante dei vini del climat, al quale nelle annate più calde si sovrappongono striature rubino, a Macie esse appaiono sovente e possono prendere la forma di ampie pennellate, quasi dominando.

Vigneto Le Terrazze a Macìe, porzione ovest, nord-ovest.

Inoltre, si sarebbe tentati di affermare che i vini della porzione occidentale del climat, che derivano da suoli pliocenici, abbiano una sapidità più evidente di quelli della porzione orientale, da suoli miocenici, ma si tratta forse di un azzardo.

L’evidenza di queste differenze interne al climat ha suggerito nei decenni l’individuazione di aree vitate ristrette, dai caratteri specifici, i vini delle quali sono imbottigliati separatamente: sono i Cru del climat RBLM.

4 – I Cru del climat.

Si descrivono qui in dettaglio i Cru rilevanti per la produzione di Chianti Classico; gli altri sono semplicemente citati.

A Rodàno, Viacosta: 7 ettari di suolo sedimentario, esposti a sud-ovest, ad un’altezza media di 300 metri. L’allevamento è a guyot, 5.000 piante per ettaro di età variabile tra i 14 e i 25 anni, condotte in regime biologico certificato. La varietà coltivata è esclusivamente sangiovese e i cloni utilizzati sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. L’imbottigliamento separato fu suggerito da Giulio Gambelli. Il vino del Cru Viacosta, imbottigliato separatamente da Fattoria di Rodàno, porta le caratteristiche del Chianti Classico annata dell’Azienda (completezza, struttura, generosità, dialettica tra tratti materici ed eterei, rimandi boschivi) su un piano di complessità, potenza, stoffa, freschezza e finezza superiori, mirabili, straordinarie. Florealità di viola ed iris nettissima. Tannico in gioventù, già a 5 anni di norma sfoggia un profilo olfattivo e palatale sfaccettato, con notevoli capacità di invecchiamento.

Vigna Viacosta a Rodàno.

A Bibbiano, due Cru, entrambi condotti in regime biologico certificato e imbottigliati separatamente da Tenuta di Bibbiano.

Lo storico Vigna del Capannino, 7 ettari su argilla compatta e coerente di origine pliocenica, di colore grigio-azzurro, con alberese in forma scistosa, posti tra i 270 e i 300 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest, cioè rivolti verso la Va d’Elsa. Gode di un microclima mite e soleggiato in inverno, caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato ed esposto al maestrale. Viti allevate a cordone speronato, in regime biologico certificato, 5.800 unità per ettaro con età media di 12 anni. Si tratta di un unico clone di sangiovese grosso originario di Montalcino e qui portato negli Anni Cinquanta da Giulio Gambelli, che è stato recuperato per selezione massale guidata dall’Università di Firenze: porterà ad una registrazione ministeriale esclusiva, una sorta di monopolio aziendale. Il vino è compatto e fitto; monolitico talvolta in gioventù, se l’annata è calda, ma complesso con il tempo: fiorisce tra i 5 e i 10 anni, mai prima, con una prospettiva di evoluzione favorevole, lunghissima, di almeno vent’anni. E’ sorprendentemente saldo e complesso anche nelle annate più fredde e piovose, riuscendo più avvicinabile anche in gioventù. Apparentato al Cru Viacosta per esposizione, ha simile impianto, ma sfumature diverse, percettibili ma difficili da tipizzare stante la differente mano enologica: azzardo tuttavia un profilo più luminoso, un tannino più dolce e arioso, ma una maggior timidezza in gioventù.

Veduta della Vigna del Capannino, a Bibbiano.
Dettaglio della Vigna del Capannino.

Vigne di Montornello: 15 ettari su argille sciolte di origine pliocenica di diversa formazione, di colore grigio, ambra, rosso, con alberese prevalentemente in forma di pillola e presenza di vene di gesso e di sabbia. L’esposizione è nord-est (quindi rivolta verso l’altura di Castellina e i monti del Chianti), con quote dai 250 ai 280 metri: ne risulta un microclima rigido e ombroso in inverno, esposto a grecale e tramontana; caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato (ed esposto al maestrale), con una forte conversione termica tra giorno e notte. Si coltivano qui, a guyot, sangiovese, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca, e trebbiano, con densità tra i 5.800 e i 5.900 ceppi per ettaro. I cloni di sangiovese sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. Il Sangiovese (la migliore selezione è imbottigliata separatamente dalle altre varietà) si esprime qui in modo più estroverso e gentile rispetto alla Vigna del Capannino, con una sinuosità quasi femminea, una complessità olfattiva e palatale evidente già in gioventù: i profumi sono più sul fiore e sui piccoli frutti rossi, la mineralità e la sapidità pungenti. Di contro, è più altalenante secondo l’annata: dinamico, piacevolmente nervoso e irresistibile nelle calde, in quelle fredde non trova l’armonia inscalfibile del Vigna del Capannino. Probabilmente è il Cru più particolare del climat, quello col fascino dell’irregolare e del ribelle.

Vigne di Montornello a Bibbiano.
Vigne di Montornello, al bordo della via di crinale.
Confronto tra i suoli di Vigna del Capannino e Montornello.

A Lilliano, sono stati individuati tre Cru, dei quali solo il Vignacatena, 1 ettaro esposto a sud, sud-ovest, a 280 metri sul mare e dedicato al Merlot, è imbottigliato separatamente da Tenuta di Lilliano, con l’IGT omonimo. Il Sangiovese dei restanti due Cru è imbottigliato in purezza solo da tempi recentissimi nel Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, credo dal millesimo 2016; al risultante taglio si riferisce pertanto descrizione del vino.
Essi sono:

  • Le Piagge, 3 ettari esposti a sud a 320 metri s.l.m, su suolo prevalentemente di alberese, dove il sangiovese è allevato con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 13 anni l’età delle piante.
  • Casina Sopra Strada, 3,6 ettari esposti ad est, sud-est, su suolo prevalentemente di alberese. Qui sono allevati sangiovese e colorino, allevati con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 14 anni l’età delle piante.
Vigneto a Lilliano.

Se l’assaggio del Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, unico rosso aziendale di Sangiovese in purezza, è probante, allora la continuità geosensoriale (citando un termine caro all’enologo francese Denis Dubourdieu), di questi Cru con il Viacosta e il Vigna del Capannino, – quelli siti, cioè, a meridione della via di crinale – è evidente: potenza, concentrazione e struttura monolitica, figlie delle temperature relativamente elevate e dell’argilla, unite ai caratteri donati dal calcare: estrema eleganza olfattiva e palatale, che lascia osservare una filigrana di dettagli preziosi e minuti già intorno al quarto, quinto anno, quando si evidenziano le note terziarie e ferrose, in sovrapposizione alla viola e alla ciliegia fresche, spesso all’agrume; ed un’acidità rilevante, ma ben integrata.

A Macìe sono stati individuati tre Cru, separatamente imbottigliati da Rocca delle Macìe.
Uno, il Vigneto Poggio alle Pecchie, vede i suoi 1,86 ettari esposti a sud tra i 350 e i 365 metri s.l.m dedicati al Merlot (prodotto e commercializzato come Roccato IGT); gli altri due sono invece votati al sangiovese.

Il Pian della Casina si trova immediatamente a valle della vecchia via di crinale ed è costeggiato, a oriente dalla SP 51, formando una conca vagamente a ventaglio. Sono 5,63 ettari esposti a sud tra i 340 e i 365 metri d’altezza, su suolo di depositi miocenici, calcari marnosi, argillo-sabbioso, alcalino, molto calcareo e ricco di scheletro di alberese. Il sangiovese è allevato a cordone speronato con una densità di 6.000 piante per ettaro. L’impianto è risale al 2000, con cloni SS-F9-A5-48, VCR 24, VCR 23, VCR19, VCR 30, su porta innesti 110 Richter e 1103 Paulsen. È imbottigliato come Sangiovese in purezza dall’annata 2015, come Chianti Classico Riserva Sergioveto.

Vigna Pian della Casina, a Macìe, in direzione nord-ovest.
Vigneto Le Terrazze, a Macìe, in direzione sud, sud-ovest.

Il vigneto Le Terrazze è uno scosceso lembo a sud-ovest della storica sede aziendale: quella anche l’esposizione dei suoi 3 ettari modellati a ciglioni, dai quali – tra i 330 e i 340 metri sul livello del mare – la vista in direzione di Siena è spettacolare per ampiezza e luminosità. Il suolo è molto simile a quello di Pian della Casina. Anche qui il sangiovese è allevato a cordone speronato, con una densità superiore: 6.500 ceppi per ettaro, impiantati nel 2004. I cloni sono VCR 23, VCR 19, VCR 30, su portainnesto 110 Richter. Il Sangiovese de Le Terrazze è imbottigliato separatamente dall’annata 2014, sotto l’etichetta Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli.

Anche a causa delle storia più breve di queste due etichette, mi è difficile delinearne caratteristiche, similitudini, differenze e percorsi evolutivi. Tuttavia, sono accomunati da una notevole potenza ed ampiezza, simile a quella dei vini di Lilliano, ma più marcatamente aperta, mediterranea, diretta, franca, abbagliata, in un sorso vellutato, rilassato: domina in loro la frutta rossa matura, ciliegia ed amarena, anche sotto spirito. Il vino de Le Terrazze, in particolare, è estremamente potente e la gioventù monolitica dei Cru meridionali dell’intero climat sembra qui assumere fattezze squadrate. Il vino di Pian della Casina, pur molto simile, a pari età è più slanciato e dettagliato, in definitiva più godibile ed abbinabile.
Sarà sicuramente interessante seguire il percorso evolutivo dei vini di questi due Cru, che si prospetta lungo, e il risultato nelle diverse annate: si tratta solo di un’impressione, ma i millesimi freddi potranno forse donare a questi vini benvenute sfumature dinamiche, che affianchino la loro generosità perentoria, quasi marittima.

5 – Le aziende, gli stili e un piccolo repertorio di degustazioni.

Fattoria di Rodàno
La sede aziendale è un casale di pietra basso e massiccio, a suo modo imponente, che appare improvviso tra gli alberi di una radura. La realtà è schiettamente agricola: trattori e aratri qui e là disseminati, cani e gatti in allegra compagnia, il recinto con le capre, i maiali bradi, i polli che beccano a terra e, tra loro, gli immancabili galli neri.

Se non è una fattoria nel senso toscano antico – pressoché impossibile oggi trovarne – pure si respira un’aria autenticamente agricola, quasi contadina.

Acquistata da Carlo Pozzesi dai Ruspoli Berlingeri nel 1958, attraverso il figlio Vittorio è giunta al nipote Enrico, persona schietta e autentico vignaiolo, che la gestisce per conto della famiglia, con l’aiuto ventennale di fidati collaboratori.

Rodàno.
Incontri a Rodàno.

Consta di 103 ettari, dei quali i 32 a vigneto sono tutti intorno alla sede aziendale, condotti in regime biologico dal 2007. Vi si coltivano sangiovese, canaiolo, colorino, cabernet, merlot, impiantati dal 1990 al 2008. Le rese sono, mediamente, tra i 50 e i 60 quintali per ettaro.

Vigna, ulivi e bosco a Rodàno.

In cantina le fermentazioni avvengono con i lieviti indigeni e per l’affinamento si usano primariamente botti e cemento.

La produzione di Chianti Classico si articola su:

  • Chianti Classico Annata e Chianti Classico Bottesola, 9/10 di Sangiovese con restante saldo di Canaiolo e Colorino.
  • Chianti Classico Viacosta, Riserva e non, Sangiovese in purezza.

L’Azienda, che fu seguita da Giulio Gambelli dal 1988 fino alla sua scomparsa, vede oggi Paolo Salvi, suo strettissimo collaboratore come enologo. Tra le aziende del climat Lilliano, è quella che ha tenuto con maggiore continuità lo stile gambelliano, declinato secondo modalità schiettamente artigianali.

Vini magari un po’ ruvidi in gioventù, con l’umoralità dei vini di vigneron, ma generosi, vibranti, viscerali, naturalmente eleganti, restituiscono in dettaglio e sfumature ciò che perdono in precisione. Manti di velluto che avvolgono il palato, quasi soffici e vaporosi nella qualità tattile; sensuali, carnali e insieme eterei, raffinati: dalla conciliazione di questi opposti traggono il loro fascino. Nelle parole di Enrico Pozzesi: “Fortemente legati alla loro identità e territorialità, con un rispetto assoluto della materia prima: l’uva“, segnano un batticuore per l’appassionato del Chianti Classico senza filtri, che abbia la pazienza di trovare questa azienda tra le meno mediatiche della Toscana.

Chianti Classico 2017: vino d’annata molto calda e secca, 15 gradi d’alcol. E’ rubino perfetto, splendente, così carico da avere riflessi porpora, che sfumano al mattone verso il bordo del bicchiere. Profumo molto intenso, etereo, dominato da: arancia sanguinella, ciliegia sotto spirito, lampone, carcadè; arricchito e sfumato da: viole appassite, cereali, macchia mediterranea, spezie piccanti e dolci in equilibrio, col pepe nero in evidenza, una tenue mineralità di tratto ematico e terroso. Sorso insieme caldo e fresco, ampio e tuttavia reattivo, salino, con un’acidità notevole in rapporto all’annata. Il tannino è ben presente, ma senza eccessi, ottimo per maturità, fittezza, finezza, eccezionale per il suo contributo, assieme a sapidità e acidità, nel bilanciare la morbidezza dell’alcol e per la qualità piacevolmente masticabile, che contribuisce ad un retrogusto d’uva sultanina, in una buona persistenza. Pur col sorso sciolto di un Chianti Classico Annata, ha un fiato complesso e profondo di una grande Riserva, rispetto la quale resta solo un debito di lunghezza. Vino di sicuro amore sulla Fiorentina. (25 aprile 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2016: vino d’annata equilibrata, estate calda con notti fresche, 14,5 gradi d’alcol. Rubino molto fitto, non impenetrabile, con gocciole fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha profumo intensissimo, schiettamente etereo e nettamente boschivo, con l’accenno di viola a striare amplissime pennellate di frutta rossa: ciliegia, amarena, lampone, arancia sanguinella e, più sfumati, fragola e ribes, tra i quali si insinua, nera, la mora selvatica. Danzano intorno i richiami più vari: pepe bianco e verde, origano, pomodoro, fungo, muschio, ruggine, terra, vello. Ha pieno corpo, stoffa, sale, acidità molto spiccata, un tannino abbondante, potente, grintosissimo. Il finale è molto lungo, sebbene ancora trattenuto dalla prestanza tannica.
Presumibilmente un vino ancora molto giovane e di lunga gittata, se dopo 24 ore è molto più armonico e assestato, i tannini più integrati, e nel profumo spiccano viola, iris e glicine, ariosi. (4 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2015: vino d’annata calda e asciutta, 15 gradi d’alcol. Rubino trasparente tendente al granato; gocciole fittissime, veloci e persistenti. Un fiato – anzi: un respiro – molto intenso, arioso, etereo, sfaccettato, distintamente boschivo e marino, che si sviluppa con le ore dall’apertura in una complessità favolosa. L’evidenza è frutta rossa – ciliegia e lampone – e fiori – viola e rosa – ma sfumano e si arricchiscono di arancia, chinotto, melograno e corbezzolo da un lato, di mimosa e tarassaco dall’altro. Poi una speziatura molto intensa: pepe nero e bianco in subordine, noce moscata, cannella, chiodo di garofano e coriandolo; note dolci, di candito da panforte e melata di bosco, si alternano ad altre più amare: salvia, ruta, tabacco, corteccia, resina, iodio, ferro, sangue.
Corpo pieno, di stoffa e di nerbo, dal sorso incredibilmente dinamico vista la mole strutturale ed il grado alcolico che lo rende un po’ impegnativo: ha una progressione incalzante e inarrivabile, tutta sul sale, con una acidità giusta, non altissima, molto ben integrata, e un tannino abbondante, di grande presenza e grinta, che frena ad oggi un po’ la persistenza sul finale, piacevolmente amaro e comunque decisamente lungo.
Un Chianti Classico all’antica, affascinante e multidimensionale, che, seppur buono all’apertura, vuole diverse ore di areazione per una piena espressione: dopo una giornata intera si amplificano le note fresche, con la cola, e le profonde, terziarie, col goudron; il tannino diviene più integrato e levigato, per un sorso più rilassato, sciolto, lunghissimo. Vino già oggi fantastico. (3 aprile 2021).

Tenuta di Bibbiano
Giungere a Bibbiano trasmette sempre un sentimento di rarefazione. Sarà la posizione, a cavallo tra i due versanti, con l’ampia distesa delle vigne di Montornello, che pare isolare la sede aziendale dal resto del mondo, o le quinte dei cipressi e dei pini, o ancora la villa padronale, segreta, distaccata, celata alla vista, ma questo sentimento esiste ed è fuso con una solarità schietta: Bibbiano è un dualismo che si ritrova nei vini, nelle persone e nello stile aziendale: l’ambizione parla una lingua più che contemporanea: visionaria, ma con una conoscenza ed una dedizione a gesti antichi che la radicano profondamente nella storia e nella tradizione. Forse proprio questa dialettica ha permesso la nascita di imbottigliamenti separati per Cru: nel 1988 la Vigna del Capannino (allora, Riserva) e Vigne di Montornello nei primi Anni Novanta (originariamente come Annata, single vineyard; ma già negli Anni Ottanta si imbottigliava un Chianti Classico Montornello selezionando uve sangiovese, canaiolo e colorino dall’intero vigneto aziendale).

Bibbiano: la sede aziendale.
Bibbiano: l’ingresso della villa, dalla via di crinale.

L’azienda è di proprietà dal 1865 della famiglia Marzi (oggi Marrocchesi Marzi); i fratelli Federico e Tommaso ne rappresentano la quinta generazione a Bibbiano. Tommaso, in particolare, è responsabile della gestione aziendale dal 2000.

Consta di 220 ettari, dei quali 33 sono a vigneto: 30 ettari equamente divisi tra il versante di nord-est (Montornello) e di sud-ovest (dove si trova la Vigna del Capannino), altri 3 sono nel poco distante Poggio a’Lupi. In fase di valutazione un nuovo impianto con esposizione fresca per i vini IGT, a Gaglianuzzo. Si coltivano intorno a Bibbiano: sangiovese, sangiovese grosso, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca del Chianti, trebbiano; il ciliegiolo sul Poggio a’ Lupi.

Il resto delle colture è rappresentato dall’olivo per l’imbottigliamento del proprio olio, e da 120 ettari di seminativo che producono sfalcio per mangimi bilanciati per allevamento bovino. Interessante notare come dal 1865 i confini della Tenuta, quelli poderali e le aree a bosco, siano rimasti immutati. E’ presente l’attività agrituristica.

Bibbiano: versante sud-ovest.

Tenuta di Bibbiano è associata al Consorzio Vino Chianti Classico dal 1948 e collabora da tempo con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali, Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze. Già dagli Anni Ottanta utilizza solo prodotti a basso impatto ambientale e fertilizzanti di origine organica: oggi l’Azienda è certificata biologica sia in vigna che in cantina. Il 70% dell’energia elettrica necessaria è prodotta da un impianto fotovoltaico, per un bilancio quasi nullo di emissioni di anidride carbonica.

La produzione di Chianti Classico si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in acciaio per circa due settimane ed affinato 12 mesi in cemento;
  • Chianti Classico Riserva, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in cemento e acciaio per circa 3 settimane ed è affinato per 18 mesi, metà massa in cemento, l’altra in tonneaux;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello, dai vigneti sul versante nord-est, con rese di 45 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per circa 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento e parte in tonneaux, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino, dalla vigna omonima sul versante sud-ovest con clone monopolio aziendale, rese di 50 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento, parte in tonneaux, parte in botte grande, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Tenuta di Bibbiano fu seguita direttamente da Giulio Gambelli dal 1942 al 2004, quando il testimone passò a Stefano Porcinai il quale, oltre a seguire la parte agronomica, aveva già affiancato il Maestro, che continuò tuttavia il rapporto con assaggi e consigli amichevoli negli anni seguenti. Dopo alcune stagioni con cambiamenti di squadra, si è giunti all’assetto attuale, con la parte enologica e agronomica seguite da un team composto dagli enologi esterni Maurizio Castelli e Luca Felicioni e dall’enologo interno Davide Biagiotti.

Storicamente la cifra stilistica dei vini di Bibbiano è stata quella di una raffinatezza estrema, una levità sinuosa e femminile che poteva piegarsi alle ragioni della potenza, secondo l’annata, ma non rinunciava mai ad una magica trina, sebbene rimanesse chiaro il beneficio dell’attesa in bottiglia, per la Vigna del Capannino in specie. E’ d’altronde evidente l’effetto dell’ampiezza del versante nord-est per ingentilire la trama e i profumi dei vini. Questa la memoria affidata ai vini delle vendemmie seguite direttamente da Gambelli ed immediatamente successive. Poi si è aperta una fase più complessa di assestamento stilistico coinciso con un considerevole aumento del numero di etichette, un esteso reimpianto dei vigneti e cambiamenti nel team tecnico.
Negli ultimi anni si è puntato risolutamente sul sangiovese in purezza per i Chianti Classico (ridimensionando i vitigni complementari) ed è stato ridotto e pressoché annullato l’uso delle barrique, preferendo a preferire cemento, botti grandi e tonneaux di rovere francese. D’altra parte, i lieviti utilizzati sono sempre rimasti quelli indigeni e le fermentazioni malolattiche mai avvenute nel legno. Il processo pare ora terminato con successo ed i vini sembrano riacquistare progressivamente focalizzazione e dettaglio.

Chianti Classico 2018, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, fresca e umida l’estate, calda e soleggiata d’autunno; 13,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente e luminoso, gocciole lente, fitte, minute, regolari. Profumo d’intensità media, sfaccettato, etereo, fresco, giovane ma in evoluzione: inizialmente chiuso, si svela con calma. Viola, ciliegia appena matura, melagrana, mela rossa, arancia; qualche cenno verde, come d’erba medica, si sovrappone alla finezza del pepe verde,e a sottili rimandi autunnali, di liquerizia e foglie secche. Sorso svelto e ritmato, di corpo superiore alla media, ma stretto tra un tannino abbondante e grintoso, di grana fine, un’acidità tagliente come una sciabola scintillante e tanto sale: in tale morsa, la lunghezza è discreta.
Un ottimo compagno della tavola, che trasmette una benvenuta sensazione di naturalezza e presumibilmente migliorerà con l’affinamento in bottiglia: a 27 ore dall’apertura, è più armonioso, con note nette di boeri, di bosco, di menta, di ferro. (2 febbraio 2021)

Chianti Classico 2008, vino d’annata complessivamente fresca, con estate calda ma ventilata e soleggiata; 13,5 gradi d’alcol. A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparentissimo e luminoso, che vira appena al granato sull’unghia, il vino ruota nel bicchiere veloce e leggero, con lacrime estremamente lente e persistenti. Il profumo è di intensità mediana, ma etereo, prismatico e primaverile: tripudio di fiori in composizione perfetta: viole, gigli, garofani e rose; frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, uva, un poco di arancia sanguinella, soave; erbe aromatiche appena colte: borragine, rosmarino, timo, menta; una speziatura raffinatissima ed equilibrata; ricordi lontanissimi di pelle conciata, castagne, tabacco. Sorso succoso – con un’evidenza quasi materica di lampone – croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, sinuoso, arioso teso, fresco, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante, ma filigranato, ed un’acidità fermissima, delicatamente distribuita sul palato. Un’armonia di forza e di grazia, un vino indimenticabile. Dovrebbe avere ancora un po’ di colorino e canaiolo insieme al sangiovese. Meraviglioso con cavolo nero e fagioli cannellini. (2 giugno 2016)
Riassaggiatane una bottiglia anni dopo, il 21 aprile 2021, conferma le sensazioni: ancora più profumato, arioso, sfaccettato, rarefatto, maggiormente virato sui terziari, benché ciliegia e lampone siano ancora ben presenti, è divenuto tutto una trina nuda, leggera e setosa, un dettaglio struggente e sinuoso, un’armonia minuta, ma di ampio respiro. Bello, profumato, fresco, lieve, sapido, armonioso, slanciato, profondo, longevo, è l’epitome del Chianti Classico annata.

Chianti Classico 2006, vino d’annata equilbrata, con punte di afa estive; 14 gradi d’alcol. Rubino molto trasparente, tendente al granato; forma gocciole rade, lente, persistenti. Profumo molto intenso, sottilmente etereo, con viole e rose fresche e appassite, e tanta frutta rossa in evidenza, ciliegie e susine, con sfumature nitidissime di arancia; e una speziatura dolce-piccante, raffinata e intensa: cannella, noce moscata, chiodi di garofano, pepe bianco, e nero primariamente; ancora, evidente, il tabacco, ed idee sfumate di resina, di macchia marina; tracce ematiche, ferrose, e di goudron . Di notevole corpo – con tannino abbondante, ancora grintoso, ed acidità decisa – ma l’attacco è delicato, si apre a centro bocca: ha stoffa. La persistenza, pur superiore alla media, è ancora un po’ frenata dal tannino, ma il sorso si chiude su ariosi refoli balsamici. Vino lento, che richiede le classiche 12-18 ore per dispiegarsi appieno, da assaggio attento perché finto semplice, si direbbe non ancora al massimo dell’evoluzione, benché meravigliosamente gastronomico a tavola, su carni succulente o sulle classiche vivande toscane. (11 aprile 2021, due bottiglie aperte, la prima pesantemente ossidata; le note di assaggio si riferiscono alla seconda).

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 14,5 gradi d’alcol. Rubino luminoso con gocciole veloci, irregolari e persistenti. Ha un fiato molto intenso, profondissimo, articolato, netto, raffinato, giovanile ma in evoluzione, molto fresco, immediatamente illuminato da un tripudiare di fiori viola e rossi; poi la frutta rossa, fresca: il lampone, le ciliegie rosse; e, nitidi, gli agrumi: arancia, chinotto; sorprendenti: i fichi, verdi e neri; tra le spezie emerge il pepe bianco, si evoca la curcuma; tra le erbe, l’alloro; uno sfondo signorile di goudron. C’è qualche sentore del legno di affinamento, tra vaniglia e cioccolato, ma in presumibile smaltimento. Il sorso è finissimo, di gran corpo, nervoso, fresco, salino e succoso, insieme snello e muscoloso, con un tannino presente in gran quantità, ma croccante e gustoso come una novella del Boccaccio, ed un’acidità d’intensità notevolissima. L’arcata gustativa è tesa e dinamica, con una persistenza molto lunga, in un finale pulito, salato, riverberante, irradiante. Un grande vino, snello e muscoloso, forse più massiccio e tecnico dei vecchi Montornello (quando non erano Gran Selezione), che ha ottimamente accompagnato un roastbeef in una calda giornata estiva, a temperatura di servizio leggermente fresca. Interessante paragonarlo al Vigna del Capannino di pari annata, più baritonale: se Capannino è un violoncello, Montornello è un violino.

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti piogge; 14 gradi d’alcol. Stante l’annata particolare, il colore è già granato con riflessi rubino, di media profondità, con gocciole fitte, lunghe e regolari sul bicchiere. Il profumo, di intensità superiore alla media, è suggestivo, stratificato, “freddo”: tabacco, ghisa, torba, note affumicate sono in bella evidenza, ma subito emergono, evidenti, i fiori secchi – le viole soprattutto – e le ciliegie; seguono agrumi: arancia e persino accenni di lime e pompelmo rosa. Con le ore si apre su fiori freschi, succo di pomodoro, pepe bianco, cioccolato fondente. All’assaggio, la struttura e la grana tannica sono quelle tipiche del climat di appartenenza, con generosità vibrante, equilibrio, tannino importante e di grana grintosa, un po’ ruvido. Appena aperto sembra un vino che gravita sulla terra, ma con le ore anche il sorso diventa più aperto e fresco, perdendo sovrastruttura e librandosi in trasparenza. L’acidità è superiore alla media, ma non altissima, ed il retrogusto di un finale di buona lunghezza lascia un senso piacevole di uva un po’ asprigna, non del tutto matura. Assai meno setoso ed armonioso del Capannino pari annata, rispetto al quale è più nudo e leggero, risulta tuttavia più concentrato rispetto ai Montornello degli Anni Duemila. Gli giovano alcune ore di areazione, perché diventa più nervoso e agile. (31 luglio 2021)

Chianti Classico Montornello 2009, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, primavera fresca, estate calda e ventilata, ma con notti fresche. A 12 ore dall’apertura è rubino tendente al granato, di media trasparenza, con gocciole irregolari, fitte, veloci, persistenti. Ha profumo sensuale, elegantissimo, di notevole profondità, complessità e ampiezza, vibrante e arioso, in evoluzione, dominato dai fiori: viola, rosa, glicine; e dalla frutta rossa più fresca (lampone, fragolina, ribes, ciliegia, susina), fusa ad arancia e melograno. Sottostante, un tappeto molto delicato di spezie e di erbe: prevalgono noce moscata e pepe, rosmarino e timo. Gentili del pari, il tabacco e la pelle conciata, il miele di millefiori e castagno, e lo spunto empireumatico: una fine terziarizzazione. Il sorso ha nerbo, slancio, pienezza, ritmo, guizzo, maestosità, souplesse, con grinta e finezza tannica, un’acidità mediana e diffusissima, armonico e rotondo dall’attacco setoso e delicatissimo, fino al finale equilibratissimo, con una piacevolissima sensazione di caldo-freddo. Un vino eccellente, di sontuosa classicità, superbo su coniglio e pollo arrosto. (10 gennaio 2021)

A sinistra: Vigna di Montornello 2014; a destra: Vigna del Capannino 2014. Significativa differenza visiva.

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 15 gradi d’alcol. Rubino scuro e profondo, ma non impenetrabile, con gocciole lente, irregolari, persistenti. A 12 ore dall’apertura, è del tutto inscalfito e piuttosto monolitico, quasi un bel tenebroso: il profumo, dal tratto appena etereo, è di viola scura, ciliegia scura, susina rossa scura, pepe bianco, inchiostro, idrocarburo. All’assaggio è monumentale, la struttura è potentissima e compatta, con un tannino di qualità superba ed un’agilità notevolissima. Benché molto lungo, oggi sembra frenato in una morsa tra tannini ed alcol. Indubbiamente molto giovane e dal lunghissimo potenziale evolutivo, se comincia appena a rilassarsi tra il quarto e il quinto giorno dall’apertura, incredibilmente, trovando nei profumi una florealità più luminosa e compiuta, marezzata di arancia, ed un sorso di maggiore armonia e allungo. (19 agosto 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti pioggie; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, deciso, dall’unghia granata, con gocciole molto lente, irregolari. E’ nettamente più materico e vistoso del Montornello pari annata, alla rotazione. Profumo “caldo”, di grande intensità, etereo e di ampio respiro, vibrante: rose e viole; frutta fresca, matura, e quasi confettura, ciliegie e prugne; una speziatura ricca, dolce e piccante, pepe e cannella, che giunge a refoli perfettamente ricamati insieme con l’incenso; con la cola che addolcisce gli accenti ferrosi ed un afflato agrumato d’arancia rossa, che – nitido, signorile, mediterraneo – con la terra, la pietra al sole, la pelle conciata, “brunelleggia”.
Il corpo è pieno, con tannino in quantità, maturo ed elegante, acidità spiccatissima, col finale proporzionato, assai lungo. Un vino buonissimo, potente ma agile ed elegante, rifinito e tuttavia naturale, che ad un giorno dall’apertura mostra una tenuta perfetta ed un profilo aromatico più floreale, di viola e lavanda. Eccellente, a sorpresa, appena rinfrescato, su vitello tonnato. Indicativa la sua diversa e più sicura riuscita, rispetto al Montornello, nell’annata piovosa. (1 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, vino d’annata con inverno rigido ed estate piovosa, sostanzialmente equilibrata, ma fresca; 13 gradi d’alcol. Aperto con adeguato anticipo, è incredibilmente rubino, trasparente, luminoso, appena distinguibile qualche accenno al granato. Lascia sul bicchiere una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento. Profumo integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfuma nei fiori appassiti, rosa e viola; si screzia eterea nei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, della lecceta: foglie e cortecce; la dolcezza domestica, malinconica autunnale della farina di castagne diviene controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine tenui note di spezie: aliti di brezza. Di gran corpo e grande stoffa, è rotondo, completo, equilibrato e leggiadro, con quel tratto sottilmente femminile che si ritrova nei Bibbiano più vecchi: la delicatezza dell’attacco setoso si modula nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; nell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; in una salinità puntuale, infiltrante, riverberante. Profondissimo, chiude la sua lunghissima arata gustativa su echi ematici, minerali e speziati: di pepe bianco e nero, noce moscata e cenni di cannella. Un vino disegnato con perfette proporzioni, che poeticamente scavalca l’analisi tecnica: un liquido eloquio da ascoltare trasognati. Serve tuttavia meravigliosamente la tavola su arrosto di faraona e piccione. Indimenticabile. (14 luglio 2020)

Tenuta di Lilliano
Lilliano è la maestà e il mistero: vi si giunga dal lungo viale di platani che termina con un esedra semicircolare di case rustiche, alle quali è quinta il cancello della Villa; vi si giunga da ovest, incontrando prima la candida e semplice fronte di alberese della Pieve di Santa Cristina, per poi giungere allo slargo dove, a valle, sta l’edificio basso della vendita diretta, mentre a monte il possente bugnato della Villa crea l’illusione di una fortezza inespugnabile; sempre quelle grandi finestre promettono interni sconosciuti incanti, fughe di stanze memori nell’oblio del tempo, cantine ombrose dove sedersi a piè di una botte godendo il fresco nell’odor dei vini; sì che vien voglia di bussare a quel cancello, scostarlo, sgusciar dentro di soppiatto, sperando nell’invito a proseguire ed entrare in quel mondo dalla lunga storia. Quelle medesime sensazioni, spesso, ritrovo nei Chianti Classico di Lilliano.

La villa di Lilliano: fronte principale.

Il complesso della fattoria, che domina l’abitato, ha origini fortificate, ma l’aspetto attuale è ottocentesco, anche se le evidenze murarie della rocca medievale sono rinvenibili in diverse parti della struttura. In antico, fu proprietà del Marchese di Toscana, poi della Badia di Poggibonsi, quindi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Venendo ad epoche più recenti, la Tenuta di Lilliano fu acquistata dal Barone Berlingieri nel 1920. La principessa Eleonora Ruspoli Berlingieri comprese e valorizzò per prima il potenziale enologico della tenuta iniziando ad imbottigliare i vini di Lilliano nel 1958 e chiamando a collaborare Giulio Gambelli, il cui rapporto con l’azienda durò qualche decennio. Le etichette del Lilliano Chianti Classico rappresentano infatti gli stemmi araldici delle famiglie Ruspoli e Berlingieri. Oggi la proprietà della Tenuta di Lilliano è condivisa dai fratelli Pietro e Giulio Ruspoli, che la conduce dal 1989; il nipote Alessandro la rappresenta nei mercati internazionali.

La villa di Lilliano: il fronte con l’accesso alla cantina storica.

L’Azienda consta di 460 ettari, dei quali 40 a vigneto ed altri 10 con diritto di reimpianto, tutti nella zona di Lilliano. I vigneti stanno tra 270 ed i 380 metri con varie esposizioni: sud, sud est, Sud-ovest, Nord. Vi si coltivano sangiovese (cloni del progetto Chianti Classico 2000), colorino, canaiolo, merlot , cabernet sauvignon e petite verdot. L’età delle viti oscilla tra i 10 e i 20 anni, con alcuni ettari recentemente reimpiantati. Le densità variano tra i 3.000 e i 5.000 ceppi per ettaro, le forme di allevamento sono guyot e cordone speronato, le rese, in media, attorno ai 45 quintali per ettaro. Tenuta di Lilliano è certificata biologica e tiene molto alla sua anima polifunzionale: accoglienza, ambiente ed, oltre a vite e vino, altre colture e produzoni: olio extra vergine d’oliva, grappa, farro biologico, condimento balsamico.

Lilliano: verso i campi, a valle.

Nei suoi tratti fondamentali, la vinificazione prevede l’impiego di lieviti selezionati, fermentazione alcolica in vasche d’acciaio, fermentazione malolattica, a seguire affinamento in legno diverso per tipologia di vino. L’ultima fase di affinamento avviene in bottiglia.

La produzione di Chianti Classico, tutta da vigne intorno a Lilliano, si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Merlot; affinato in botte grande e cemento per 12-14 mesi, breve affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Riserva: 95% Sangiovese, 5% vitigni complementari; affinato in botte grande per 15-15 mesi, almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Gran Selezione: Sangiovese in purezza, selezionato dalle migliori vigne aziendali (“Le Piagge” e “Casina sopra strada”); affinato in botte grande e tonneaux di rovere francese per 15 mesi, almeno sei mesi di affinamento in bottiglia a seguire.

Come detto l’azienda fu per molti anni nell’orbita di Giulio Gambelli. Attualmente la parte agronomica è seguita da Stefano Porcinai ad occuparsi e quella enologica da Lorenzo Landi.
Genericamente si può dire che a Tenuta di Lilliano, grazie all’abbondanza di esposizioni solatìe ed alla compresenza di argilla e calcare, si esprime in vini di straordinaria compattezza strutturale e tenuta nel tempo, potenti ed equilibrati, con una discreta riserva di freschezza sia aromatica che gustativa, di riuscita talvolta eclatante nelle annate meno calde. Tipiche le note di viola e ciliegia, che con l’affinamento si stratificano ad un afflato più minerale ed empireumatico. In gioventù possono talvolta risultare alquanto monolitici.
Chi scrive non ha avuto la fortuna di assaggiare i vini dell’epoca gambelliana, restringendo gli assaggi al periodo che va dalla metà degli Anni Duemila alle ultime annate in commercio. L’impressione è che lo stile in questo lasso temporale si sia mosso da vini molto tecnici, poco allineati allo stile del Maestro, imbrigliati in una ricerca di concentrazione e morbidezza, verso espressioni più sciolte, ariose, aggraziate e pure, senza rinunciare alla saldezza strutturale caratteristica di Lilliano: un cambiamento benvenuto, che origina vini piacevolissimi.

Chianti Classico 2018, vino da annata fresca ed equilibrata, estate umida, ma autunno caldo e soleggiato; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, luminoso, con gocciole fitte, veloci, resistenti, irregolari. A tratti etereo, giovanile, me in evoluzione, è profumatissimo di frutta rossa variegata, con accenni di frutta nera (mirtillo e mora, forse), con una notevolissima sezione agrumata: un nettissimo e sorprendente mandarino, insieme ad arancia, chinotto e il cedro accennato; ed una vena verde, come di zucchina fresca (un complimento, dico io), erbe aromatiche essicate, foglia di leccio e cipresso; poi, una nitida speziatura di pepe bianco e nero, un’indole sanguigna ed ematica e note minerali, di polvere da sparo, e refoli marini. Dopo 24 ore si fa strada una certa fragola, quasi da bubble-gum. Il sorso è generoso, molto salino ed equilibrato, con un tannino importante, grintoso e maturo, ma molto educato; un’acidità notevole, ma ben integrata; l’alcol non trascurabile, ottimamente gestito, per tutto l’arco gustativo che termina con un finale molto lungo, gustoso e pastoso di tannino. Un vino forse un po’ tecnico, nel quale si percepisce una vitalità imbrigliata con disciplina, ma è originale e di grande completezza: insomma, buonissimo, piacevole a tavola anche fresco e con un eccellente rapporto qualità prezzo, che mai guasta. (7 luglio 2021)

Chianti Classico 2017, vino da annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. E’ rubino di media trasparenza, discreta luminosità, gocciole sul vetro del bicchiere fitte, veloci, persistenti, irregolari. Un po’ chiuso inizialmente, richiede ore per aprirsi, e lo fa clamorosamente: inizialmente molto concentrato, sboccia con un profumo di intensità superiore alla media, in evoluzione, etereo, melodioso, molto sfaccettato, su toni scuri baritonali, che declinano l’annata calda in struggenti suggestioni terragne ed autunnali, sempre nobili, estroverse, luminose. Si svela poco a poco, con fascino sensuale: tanta rosa, tanta viola, tanta ciliegia sotto spirito; poi susina, foglie d’ulivo, carciofo alla brace, pomodoro essicato, pepe bianco e nero, mostarda, humus; cenni di macchia boschiva, di caffè, liquerizia, si legano a tratti balsamici, ematici ed absesto. Il sorso è bellissimo: carezzevole, rotondo, vellutato, avvolgente, con ritmo e souplesse, tuttavia la fibra è saldissima, maschia. Il corpo è pieno; il tannino è abbondante, ma finissimo e maturo, dolce; l’acidità è superiore alla media, ma è affondata celata nel corpo del vino, come la salinità. Resta accennato nel finale – molto lungo- un retrogusto di mirtillo e mora. Benché di impianto classico, è moderno e contemporaneo per evidenza e precisione del frutto: in questo fermarsi a mezza via, il pregio ed il limite di questo vino molto buono. (1 febbraio 2021).

Chianti Classico 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, vivido, acceso, con gocciole irregolari, lente, persistenti, lunghissime. Profumo molto intenso e articolato, sottilmente etereo, sulla frutta, rossa primariamente: ciliegia e arancia, ricamate di mora, mirtillo, chinotto. Danzano intorno la violetta, il rosmarino, la nota verde di menta ruta ed erbe montane (quasi caramella ricola), il pepe bianco, il batticuore di una cesta di verdure dell’orto (peperoncini, melanzane, zucchine, carciofi), absesto e refoli marini.
Il sorso è ampio e largo, strutturato, sapido con un tannino abbondante e molto levigato ed un’acidità notevole, con un finale molto lungo. Un insieme molto equilibrato, un po’ tecnico e statico, ma piacevole. (29 luglio 2021)

Chianti Classico 2007, vino da annata regolare e calda; 14,5 gradi d’alcol. Una nota d’assaggio presa al volo. Due bottiglie: il vino della prima è buono, molto statico. La seconda: vino sul frutto e ben teso, femminile, ma dall’incedere maestoso, ha stoffa. Un po’ controllato, comunque ottimo e di eccellente bevibilità, malgrado l’importante grado alcolico. (1 febbraio 2021)

Chianti Classico Riserva 2005, vino d’annata equilibrata e parzialmente calda; 14 gradi d’alcol. A nove ore dall’apertura si presenta di colore granato scuro, luminoso, con riflessi ancora rubino. Sul bicchiere, gocciole molto fitte, persistenti, solenni, regolari, ritmate, quasi un colonnato brunelleschiano. Il profumo è molto intenso, in evoluzione, ma la tenuta generale, a sedici anni, è eccellente. L’insieme è eclettico, distintamente etereo seppure in po’ contratto, malgrado l’apparente contraddizione: viole e glicine con un’evidenza quasi stordente, frutta rossa molto matura (molte susine, e ciliegie), rosmarino e origano, sedano, muschio e rafano, tabacco, foglie d’autunno ed una netta marcatura di ferro, di ghisa, ematica, con sfumature empireumatiche. Si nota ancora una certa laccatura da legno nuovo. Il sorso è di bellissima stoffa: c’è pienezza d’estratti e levità. Il tannino è ben presente ampio, maturo, regolare; l’acidità superiore alla media e la salinità notevole, entrambe affondate, avvolte nel corpo del vino. Il finale, di lunghezza adeguata alla tipologia, cioè superiore alla media, è equilibrato, ma su una nota di legno nuovo. A tavola è ottimo su preparazioni grasse: oca arrosto, fegatelli di maiale. (23 gennaio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione 2017, vino d’annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. Un sangiovese in purezza color rubino trasparente e luminoso, con lacrime fitte, regolari, lente e persistenti. Ha profumo intensissimo, quasi opulento, etereo e terragno, in evoluzione, con viola e lavanda, ciliegia e lampone in grande evidenza, trapuntate da arancia e tante spezie, tra le quali emerge il pepe, bianco e nero; una balsamicità mediterranea e domestica, di cipresso, l’avvolge. Si avverte anche una speziatura di legni all’olfazione, ma magistralmente non si ritrova nel sorso, che è di gran corpo e stoffa: si muove elegantissimo e fresco, con un tannino in quantità notevole, ma levigatissimo, un’acidità superiore alla media, seppur non altissima (5,2 g/l), verso un finale molto lungo ed equilibrato. Un vino ottimo, perfetto avesse meno sentore di legno e più libertà: sarà interessante l’assaggio tra qualche anno. Buonissimo su coniglio arrosto. (7 agosto 2021)

Rocca delle Macìe
Arrivare a Rocca delle Macìe è una sensazione straniante: si è nel mezzo della Toscana e sembra di giungere alla fine del mondo. E’ che certi giorni, tra i casali di pietra ben ristrutturati che compongono il piccolo borgo, c’è un silenzio assordante rotto solo dal vento, sotto una luce di abbagliante solarità mediterranea; e se a ovest c’è la statale e la verde, morbida, ordinata macchia di pampini del Pian della Casina, a est il climat precipita ripido, perdendosi in macchie, vallecole, forre, mentre la visuale si apre verso un infinito dove si distinguono appena Monteriggioni, Siena, la Montagnola Senese ed, in fondo, quasi leonardescamente sfumato, l’Amiata.

Vigneto Le Terrazze, a Macìe.

L’Azienda è stata fondata nel 1973, quando Italo Zingarelli, celebre produttore cinematografico, acquista la tenuta “Le Macìe”: 140 ettari, dei quali solo due a vigneto. Il sogno di creare una vera azienda agricola lo spinge ad ampliare notevolmente il parco vitato e ad acquistare tenute in altra zone del Chianti Classico. Tramanda amore e passione per l’azienda ai figli Sergio, Sandra e Fabio. In particolare, Sergio inizia a lavorare a Rocca delle Macìe con il padre e dal 1989, insieme alla moglie Daniela e con la collaborazione della sorella Sandra. Segue un periodo di consolidamento ed affermazione sui mercati mondiali.

Oggi l’azienda dispone di circa 500 ettari, dei quali 200 coltivati a vigneto e 25 ad oliveto, suddivisi tra le sei tenute di proprietà: Le Macìe, Sant’Alfonso, la Riserva di Fizzano e le Tavolelle nella zona del Chianti Classico, Campomaccione e Casa Maria in Maremma nella zona del Morellino di Scansano. Altre produzioni solo l’olio extravergine d’oliva e il miele. E’ presente l’attività ricettiva. L’azienda è certificata FFSC22000V.5 ed è in fase di Certificazione per la Sostenibilità Aziendale Viva; è certificata biologica per la produzione dell’olio.

I 32 ettari vitati a Macìe, che hanno un’altezza media di 330 metri sul livello del mare ed esposizioni vari, con prevalenza sud e sud-ovest, sono coltivati a sangiovese, colorino, merlot e cabernet sauvignon, secondo i metodi di lotta integrata, senza diserbanti e concimi chimici dal 2000. L’età media delle viti è 20 anni, allevate principalmente a cordone speronato ed in parte a guyot, su suoli di depositi miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini: una combinazione equilibrata di galestro e alberese. Qui il sangiovese ha una maturazione molto graduale e regolare, senza eccessi di vigore e poco soggetto ad attacchi di patogeni; tendenzialmente più tardivo rispetto ad altri terreni, molto equilibrato, con un’espressività nei vini di estrema luminosità mediterranea, pur mantenendo una struttura assai solida e compatta, con finezza tannica, profondità olfattiva e gustativa, freschezza, dovute all’elevata presenza di calcare nei suoli ed alla ventilazione.

Dal 1989 l’enologo è Luca Francioni con la consulenza di Lorenzo Landi; il responsabile agronomico dal 1997 Alfio Auzzi.

Sebbene le uve di Macìe partecipino del Chianti Classico Annata e Riserva Famiglia Zingarelli di Rocca delle Macìe, con quelle delle altre tenute aziendali in Chianti Classico, il climat è pienamente rappresentato dai due Chianti Classico prodotti col solo Sangiovese di Macìe:

  • Chianti Classico Riserva Sergioveto, Sangiovese in purezza del Pian della Casina, da rese di 50 quintali per ettaro (tra 0,8 kg e 1 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 8-10 giorni e macerazione post-fermentativa di 15 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 24-35 hl per 24 mesi, 12 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).
  • Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli, Sangiovese in purezza del vigneto Le terrazze, da rese di 50 quintali per ettaro (0,8 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 10 giorni e macerazione post-fermentativa di 18 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 25 hl per 20 mesi, seguiti da altri 20 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).

Da uve esclusivamente del climat Macìe, dal vigneto Le Pecchie, viene prodotto anche il Roccato IGT, Cabernet Sauvignon in purezza dal 2015 (dalla prima annata del 1988 era Sangiovese e Cabernet).

In tal senso, le massime espressioni aziendali sono i Chianti Classico dei Cru di Macìe: tra i vini del climat i più immediatamente solari, diretti, potenti e sul frutto: un frutto rosso abbagliante. Vini che al momento pongono forza, struttura e rotondità sopra a grinta e dettaglio, ma che molto probabilmente riserveranno piacevolissime sorprese tra qualche anno, con la permanenza in bottiglia. Purtroppo la storia breve di queste etichette – nella loro forma attuale – non mi ha permesso un’analisi più approfondita.

Come detto, Rocca delle Macìe è un’azienda di grandi dimensioni ed un’inevitabile apertura ai grandi mercati, nazionali ed internazionali, con circa 2,7 milioni di bottiglie annue su 15 diverse tipologie di vino, distribuite in oltre 50 paesi e con una rete di vendita in Italia che copre circa 3.000 clienti. Per comprendere lo stile dei vini di Rocca delle Macìe bisogna pertanto assaggiare una porzione rappresentativa della produzione. Chi scrive ha avuto una discreta familiarità con i Chianti Classico Annata aziendali dalla fine degli Anni Ottanta ai primi anni Duemila, perché erano in lista al ristorante paterno: erano prodotti piacevoli, affidabili, inclini talvolta allo stile dell’epoca che già cercava colori fitti e concentrazioni bordolesi. Ritrovarli dopo tanti anni più definiti, puri, dettagliati, freschi, solari è stata una piacevolissima sorpresa: difficile bere meglio nella medesima categoria di prezzo e reperibilità: 970.000 bottiglie nell’annata 2018. È interessante notare anche come i vini di punta siano stati rimodulati, dagli IGT in voga negli Anni Novanta, dove il Sangiovese compartecipava, maggioritario o meno, coi vitigni internazionali, ad espressioni di Sangiovese in purezza sotto la denominazione Chianti Classico (con le sue possibili declinazioni), o, nel caso del Roccato IGT, di solo Cabernet Sauvignon, e come, per essi, l’impiego della barrique sia stato limitato o del tutto annullato. In parallelo, la pratica dell’imbottigliamento per Cru o single vineyard: vale la pena citare il piacevolissimo, morbido Chianti Classico Tenuta Sant’Alfonso (Sangiovese in purezza da terreni argillosi tra Castellina e Poggibonsi, affinato in botti di 35 hl), il profumato e dinamico Chianti Classico Gran Selezione Riserva di Fizzano (Sangiovese affiancato da colorino, che dal 2015 ha sostituito il Merlot, proveniente da vigne del versante occidentale di Castellina, ma più alte di Macìe, con terreni più sabbiosi e sassosi; viene affinato parte in botte grande e parte in barrique).
In sostanza, è raro trovare in aziende di simili dimensioni vini altrettanto territoriali e rifiniti; d’altra parte, giocoforza audacie espressive e preziosismi sono evitati, preferendovi una rassicurante solidità tecnica e quella ricerca di potenza che qualifica immediatamente il rango del vino anche al palato non esperto.

Dettaglio del Pian della Casina.

Chianti Classico Riserva Sergioveto 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, con un profumo molto intenso di frutta rossa, primariamente ciliegia, e floreale in second’ordine, che emerge col tempo: viola soprattutto, e rosa. E’ un bouquet in evoluzione, dove sono ben presenti macchia mediterranea (netti rosmarino e alloro), olive al forno, pomodori secchi, tabacco, liquerizia, cacao amaro, ed una speziatura dolce, tra cannella e noce moscata, che addolcisce il severo fondo minerale. A 18 ore dall’apertura emergono note più gravi e profonde, di terra bagnate e di cereali. Il sorso, invece, si direbbe già subito pienamente formato e godibile: tattilmente dolce, di gran corpo e con tanta polpa, con un tannino abbondante, ma estremamente fine e vellutato, un’acidità notevole e ben celata, un finale pulito, lungo, appena un po’ caldo. Un vino importante, ma di immediata piacevolezza, nel quale si sente l’apertura luminosa e mediterranea della zona, la finezza dovuta ai suoli ed il sostanziale equilibrio. Richiama per certi aspetti il Montornello, ma, più ampio, più caldo, ha meno trina, dettaglio. Produzione nell’annata di 6.600 bottiglie. Ottimo su un bollito di cimalino di chianina e mallegato della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese. (14 febbraio 2021).

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molo fresche; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 5.944 bottiglie bordolesi,136 magnum, 25 jeroboam. . A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparente con riflessi tra porpora e arancio, con gocciole lente, fitte, regolari, veloci. Ha fiato etereo, molto profondo e molto concentrato, in evoluzione, principalmente sui primari tuttavia, con violetta e rosa, e tanta frutta rossa in evidenza: ciliegie e lamponi, ai quali son corolla la susina, il cocomero, il fico, il corbezzolo, il gelso. Dopo altre sei ore emerge una speziatura dolce da panforte, ma con spunti più piccanti, fino allo zenzero: noce moscata, chiodi di garofano, cannella, pepe bianco e nero; nel complesso delicata, con qualche traccia di legno d’affinamento e confetto. Poi, accennati e stratificati, la balsamicità del rosmarino, i cereali, il terriccio, il goudron, sentori empireumatici. Di gran corpo e struttura, è privo di asperità, con grande concentrazione ed avvolgenza, ha un tannino abbondante ma molto vellutato, acidità e salinità notevolissime, ma celate nel corpo. La persistenza è molto lunga, con un finale assai equilibrato, sul tannino, con ritorni piacevolmente ammandorlati, da ricciarello senese. L’impressione è d un vino assai calibrato tecnicamente, al quale manca oggi un po’ di scioltezza per liberarsi dalla confezione. Averne un’altra bottiglia, si scommetterebbe su un riassaggio tra 15 anni. Validamente ha accompagnato arrosto d’agnello con patate al forno. (28 febbraio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 10.500 bottiglie. Rubino profondo, con riflessi porpora, lacrime lentissime, ravvicinate, fitte, regolari. Profumo di perentoria concentrazione, palesemente in fase aurorale della sua evoluzione (come giusto per un vino da riserva), offre una nota distinta di viola e glicine, sovrastata da frutta eminentemente rossa e, in subordine, nera: ciliegia e susina, con striature d’arancia. Emergono, più lievi, le spezie: pepe bianco e nero, noce moscata; la cola, il cuoio, la liquerizia, cenni di foglie d’olivo e di affumicato, su un sottotraccia minerale. All’assaggio è di gran corpo, concentrato, tuttavia fresco, flessuoso, di sostanziale equilibrio: il tannino abbondante e vellutato, l’acidità notevole, in relazione con le caratteristiche dell’annata, la lunghezza buona, adeguata per l’ambiziosa tipologia. Conferma le impressioni dell’annata 2016 in questa etichetta: vino da invecchiamento, con profumi da farsi e bocca in equilibrio, in continuità con le altre Gran Selezioni e Riserve del climat esposte principalmente a sud, sud-ovest: ad esempio, Vigna del Capannino. Ottimo compagno, oggi, di una bistecca alla fiorentina. (20 febbraio 2021)

6 – Conclusioni sul climat RBLM.

Si voleva dimostrare che le aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano e Rocca delle Macìe insistono su un medesimo climat, utilizzando la definizione di climat impiegata dall’UNESCO per la Borgogna.
Attraverso l’analisi della storia, della geografia (anche nelle accezioni geologiche e climatiche), della viticoltura, delle Aziende e tipizzando i vini secondo un approccio geosensoriale, con il supportto di un piccolo repertorio di degustazioni, si crede di aver portato abbastanza elementi per individuare in questo angolo meraviglioso di Chianti Classico un’unicità che meriterebbe di venir valorizzata da una specifica Unità Geografica Aggiuntiva.

Certamente esistono differenze importanti all’interno del climat, e si è cercato di renderne conto. Si potrebbe guardare ad esse e concordare con le parole di Enrico Pozzesi, di Fattoria di Rodàno: “Riconosco che il mio è un punto di vista da produttore contadino, ma mi sembra già troppo vasta la zona Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe per potere indentificare dei caratteri unitari di questa zona“. Noi, però, quei caratteri unitari li abbiamo cercati ed abbiamo la presunzione di averli trovati, bene allineandoci alla definizione UNESCO di climat:

  • nella situazione microclimatica e geomorfologica: solatìa, a ridosso dei monti, ma influenzata dal mare, con pendenze coerenti ed una fascia altimetrica dei vigneti ricompresa tra i 200 e i 380 metri, ma con una concentrazione tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare;
  • nella matrice argillosa dei suoli, con presenza calcarea, su un’antica linea di spiaggia;
  • nella storicità dei confini delle Tenute, delle unità poderali e dei vigneti, che insistono sui medesimi appezzamenti da decenni almeno;
  • Nel “saper fare” umano, influenzato dalla figura di Giulio Gambelli (onde la centralità del Sangiovese, di selezionati autoctoni, di una certa misura espressiva) e sensibile alla sostenibilità ambientale;
  • Nelle caratteristiche gustative dei vini, che uniscono tratti di armonia, equilibrio, freschezza ad una intensità matura, struttura solida e sorso generoso, annata dopo annata.

Bisogna altresì riconoscere i limiti di questa trattazione. Lo scrivente si occupa di vino da amatore: sicuramente un professionista, dedicandosi alla materia a tempio pieno, potrà attingere a più informazioni di prima mano e compiere più lunghe ricerche. Allo stesso modo, la valutazione dei vini andrebbe svolta con una solida metodologia, familiare a chi si occupi professionalmente di misure e che, per ovvi motivi, non mi è stata possibile: analisi chimico-fisiche ed assaggi pianificati in panel, in condizioni controllate, con valutazioni statistiche e coerenza e profondità di annate; addirittura, possibilmente, valutando campionature soggette a minimi interventi enologici, parcellizzate.

Lascio appunto a chi nel mondo del vino ha la sua professione primaria la sfida di un approccio più approfondito e scientifico, nella speranza che l’amico lettore – col quale mi scuso per errori ed omissioni – apprezzi intanto l’onestà intellettuale dello sforzo compiuto: un piccolo atto d’amore per un grande territorio.

L’ultima sfida, qualora fosse universalmente accettata l’unità del climat RBLM e si volesse sancirlo in Unità Geografica Aggiuntiva, sarebbe trovargli un nome adeguato: giacché “Lilliano”, come viene spesso indicato in letteratura, è un marchio registrato aziendale, ed l’ipotetico “Pieve di Santa Cristina” plausibilmente porterebbe a confusione con altri ben conosciuti vini. Perché allora non intitolare proprio a Giulio Gambelli la via di crinale tra Rodano e Macìe e da essa discendere il nome del climat?

Capitolo V – Nel più bel sogno: una nuova legislazione per il Chianti Classico ed oltre.

“La beuté d’un vin doit etre l’expression et la compréhension d’un lieu, la main de l’home est un affaire de style“. Stéphane Derenoncourt, Le gout retrouvé du vin de Bordeaux.

Il futuro del Chianti Classico risiede nella sua storia e nel suo territorio: pur tenendo conto delle dinamiche locali, costituite da imbottigliatori, grandi aziende, fattorie, piccole produzioni poderali, bisogna riportare il Chianti Classico a rappresentare un luogo, o, almeno, riallacciare la produzione a un luogo. Questo è possibile solo valutandone i vantaggi economici, perché i climat sono sempre l’invenzione di una società, basata sulla produzione e sul commercio del vino, che ne ha riconosciuto la validità come strumento di crescita comune e che, pertanto, nel tempo si è impegnata a tutelarne l’unicità e la promozione.

L’introduzione del concetto di Unità Geografiche Aggiuntive è stato l’evento più atteso da chiunque ami questo territorio e i suoi vini, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Anzitutto, sarebbe importate poter utilizzare le UGA non solo per la Gran Selezione, ma anche per le tipologie Riserva e Annata. Inoltre, come scritto in precedenza, ci sono altre potenziali UGA che meritano di essere sancite e, per ciascuna di esse, serve una letteratura atta a portarle a conoscenza del pubblico.


Si vorrebbero vedere valorizzate con una DOC e chiaramente legate al territorio anche altre produzioni di alta qualità, del tutto confacenti ad una lunga traduzione, che oggi sono derubricate a IGT Toscana, perché anch’esse contribuirebbero a rinforzare l’identità del territorio, frantumando il concetto di vino tipico, duro a morire: ipotetiche denominazioni come “Bianco del Chianti Classico”, o “Rosa del Chianti Classico” o, ancora più risolutamente, “Malvasia di Castellina in Chianti”, “Canaiolo di Panzano in Chianti”, cioè col legame territoriale il più possibile in evidenza e con l’attenzione ai vitigni autoctoni.

Ancora, lo stile delle tipologie Chianti Classico che si vorrebbe trovare è quello legato ai valori tradizionalmente legati al territorio: freschezza, finezza, eleganza, mineralità, sapidità, raffinatezza, troppo spesso ancora oggi diluite dalla ricerca di un tipo costante da proporre sui mercati o dalla ricerca di un gusto internazionale. Esiste – legato anche ai cambiamenti climatici, ma non solo – un problema di concentrazioni e gradazioni eccessive che minano la bevibilità, specie dei Chianti Classico Annata: l’impiego di una percentuale di uve bianche, all’uso antico, potrebbe essere un buon aiuto e tale opzione meriterebbe il reintegro nella DOCG, invece di condannare i buoni vini in tal modo prodotti, che non mancano, a un insipido Toscana IGT.

Dicevano i miei vecchi, quand’ero bambino: “In Toscana è tutto Chianti“: sicuramente, lo capisco ora, si riferivano inconsciamente a quel concetto di vino tipico, prodotto appunto alla maniera del Chianti, cioè – incrociando diverse testimonianze storiche – da viti collinari, allevate basse (ad alberello, a capovolto toscano, a guyot) per un vino: secco; di corpo e di grado, ma non eccessivi; profumato e fresco; ragionevolmente serbevole; dove il sangiovese giocasse il ruolo primario. Anzi, avendo sentito ripetere quel “In Toscana è tutto Chianti” persino nelle pianure pistoiesi e maremmane, credo che per i vecchi il termine “Chianti” fosse, veramente, sinonimo di Sangiovese.

Proprio dal Sangiovese, dunque, si deve ripartire per la massima esaltazione territoriale: questa potrebbe essere appunto la miglior chiave di lettura per la tipologia Gran Selezione, abbinandola alla menzione geografica aggiuntiva: ricercando, più che modelli precostituiti, l’identità del territorio tramite il vitigno principe di questi luoghi, che sa essere, come nessun altro in zona, specchio trasparente. Il recente cambio del disciplinare, che prescrive ora di utilizzare per la Gran Selezione nove parti di sangiovese e solo vitigni complementari autoctoni per la restante, vietando quelli internazionali è un passo nella giusta direzione, fors’anche un compromesso accettabile.

Infine, la vexata quaestio del nome Chianti, utilizzato per vini che nascono fuori dal Chianti Classico.
Intelligentemente i produttori del Chianti Classico dovrebbero far rete con i migliori produttori di vino Chianti, sulla base delle stesse esigenze di riconoscimento e promozione territoriale, svuotando dall’interno il significato del vino tipico Chianti “non classico”: basterebbe, in una fase di transizione, porre l’accento sulla sottozona, ad esempio Rùfina – Chianti, o Colli di Firenze – Chianti, senza altrimenti toccare il disciplinare, per arrivare un giorno, ai Rufina, ai Montalbano, ai Montespertoli, e via discorrendo.

Forse tutto questo è solo un bel sogno, ma la Toscana, l’Italia, lo meritano.

Ringraziamenti, Disclaimer, Fonti.

Ringrazio vivamente le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano e Rocca delle Macìe (e le rispettive Proprietà), che mi hanno fornito tanto interessante materiale sul quale lavorare.

In particolare, per aver pazientemente risposto alle mie domande, ringrazio:

  • Enrico Pozzesi (Rodàno);
  • Tommaso Marrocchesi Marzi (Bibbiano);
  • Francesca Rossi (Lilliano);
  • Thomas Francioni (Rocca delle Macìe).

A Tommaso, che è anzitutto un caro amico, va un ringraziamento speciale per avermi stuzzicato a scrivere questa disamina, incoraggiandomi, dedicandomi tempo e mettendomi in contatto con le altre tre aziende.

Sottolineo che ogni concetto o giudizio esposto è frutto del pensiero dello scrivente e non riflette necessariamente, in tutto o parte, né il pensiero delle persone citate nei ringraziamenti, né delle rispettive Aziende.

Circa i vini dei quali si sono riportate le note di assaggio, sono stati tutti regolarmente acquistati come privato acquirente in più riprese, tranne tre di Tenuta di Bibbiano, gentile omaggio di Tommaso in due diverse occasioni tra l’aprile del 2019 e il maggio del 2021:

  • Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016.

Tutti i vini sono stati conservati nella mia cantina più o meno a lungo e degustati in vari momenti, per lo più a tavola, in compagnia, con pro e contro del caso.

Per la tipizzazione dei vini, oltre alle note di degustazione riportate, sono ricorso alla memoria di altri assaggi effettuati negli anni in occasioni disparate ed a quanto disponibile in letteratura.

Le informazioni utilizzate, oltre a quelle fornite dalle Aziende, sono state reperite in rete e su libri. Tra le varie pubblicazioni consultate, segnalo:

  • Chianti Classico, di Bill Nesto e Frances Di Savino; University of California Press;
  • Guida al Chianti, di Giovanni Righi Parenti; SugarCo Edizioni;
  • Atlante del Chianti Classico, di Enrico Bosi; Sansoni;
  • Alla ricerca del “vino perfetto”: Il Chianti del Barone di Brolio, di Zefiro Ciuffoletti; Olschki;
  • Native Wine Grapes of Italy, di Ian D’Agata; University of California Press;
  • Le strade del Chianti Gallo Nero, di Brachetti, Morelli, Stoppani; Bonecchi;
  • Il Chianti; Le Lettere;
  • Mappa del Chianti Classico; Alessandro Masnaghetti, Enogea;
  • Il Chianti, di Giovanni Rezoagli; Società Geografica Italiana;
  • Geologia dell’area compresa tra Siena e Poggibonsi “Bacino del Casino”, di Bossio, Mazzei, Salvatorini, Sandrelli; Atti Soc. tosc. Sd. nat.. Mem., Serie A (2000-2002)
    pagg. 69-85, figg. 8;
  • Argille Azzurre, di Faloni, Petti, D’Ambrogi; CNR;
  • Il Sangiovese del futuro; Fondazione Banfi; Actes Sud;
  • Giulio Gambelli, l’uomo che sapeva ascoltare il vino, Carlo Macchi; Slow Food Editore;
  • Le Gout Retrouvè du vin de Bordeaux Jacky Rigaux e Jean Rosen;
  • Les climat du vignoble comme patrimoine mondial de l’humanitè, a cura di Jean.Pierre Garcia, Editions Universitaires de Dijon.

Le fotografie sono mie.

La riproduzione, anche parziale, di testo e immagini, è riservata.

Appendice – Le annate nel climat RBLM

La tabella sottostante è stata creata dall’autore, sintetizzando il giudizio descrittivo sulle annate espresso singolarmente dalle aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano, Macìe. Valutazione crescente da * a *** .

Dolcetto d’Alba 2017 , Emilio Vada, 14 gradi.

“A Peveragno, ricordo, un pomeriggio di marzo, in un’osteria infima, vidi entrare un mendicante, un vecchio vagabondo di quelli che ormai non se ne vedono più: aveva a tracolla due o tre tascapani rigonfi, una gavetta, una padella, una mantellina grigioverde arrotolata. Sedette in un angolo, vicino alla porta vetrata. Tirò fuori un pezzo di pane, e ordinò, non senza una certa solennità, ” mezza stupa”. Non disse, naturalmente, la qualità. Non dire la qualità significa, in quei luoghi, dire Dolcetto (…)”

Vino al Vino, Mario Soldati, autunno 1968.

Il Dolcetto, si sa, non è per nulla dolce.

Anzi, riesce addirittura amaro per un’incomprensibile perdita di affezione, fotografata da numeri impietosi: in vent’anni gli ettari vitati sono scesi da 5.600 a 3.800, le bottiglie da 27 a 20 milioni.

C’è stato però un tempo nel quale era il vero traino della viticoltura langarola e cuneese, spuntando talvolta, persino, prezzi più alti del Nebbiolo e rallegrando, nel secondo dopoguerra, i pasti della borghesia lombarda e piemontese.

Il Dolcetto, per me, è casa, al pari del Chianti: quelli i tipi che ricorrevano più sovente sulla nostra tavola, quand’ero bambino. Ricordo ancora la cucina lunga e buia della vecchia casa nel centro di Milano, che lasciammo prima della mia terza elementare: la luce gialla della lampadina a incandescenza evidenziava il vapore che saliva dai piatti: la minestrina in brodo coi capelli d’angelo, il lesso, l’insalata di cicoria selvatica; al centro, la bottiglia di Dolcetto d’Alba della Cantina Sociale.

Si sa com’è il Dolcetto: un profumo nascosto, quasi malinconico“: scriveva ancora Soldati.

Negli anni il Dolcetto ha accompagnato, per me, momenti di amicizia, incontri romantici, istanti di solitudine: conversazioni, sguardi, silenzi. L’ho studiato, ho imparato a descriverlo in termini tecnici, a distinguerne la provenienza, a valutarne la qualità. In lui, felicemente, mi sono perso e l’ho amato: perché è un vino nudo, di memoria e di pensiero.

La vera nudità, quella dello spirito, spaventa; la memoria è un morbido guanciale, talvolta; più spesso, un grido d’accusa: “Un giovane dolcetto ha sempre, nella sua posatezza, qualcosa di vecchio”.

Il Dolcetto è uno specchio, senza infingimenti: è vino-vino, essenziale nella sua funzione: non permette ostentazioni, rifugge esoterismi. Perciò il Dolcetto – oltre le dinamiche commerciali – è fuori moda: per la sua onestà.

Guardando tuttavia in quello specchio, senza paure, si vedrà che il Dolcetto, declinato in tre DOCG e nove DOC, può stare nell’Olimpo dei vini con voce grande e originale, senza fare la voce grossa; e, soprattutto, regala gioie che hanno la bellezza della semplicità.

Se questa è la tesi, il Dolcetto d’Alba di Emilio Vada ne è la dimostrazione. Mi folgorò al primo assaggio, a un Mercato FIVI, qualche tempo fa. Che nasca da un vignaiolo vero, di giovane generazione, che ha convinto la sua famiglia a trattenere parte delle uve da decenni conferite, è forse consequenziale: un atto di coraggio e di onestà verso se stessi e le proprie capacità.

Si dice in Toscana: “Se un si va, un si vede“: Emilio Vada ha mostrato eccome la caratura del suo lavoro: Moscato, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, tutti buonissimi.

Quest’ultimo è coltivato tra Coazzolo e Mango, al confine tra Astigiano e Cuneese, tra Langhe e Monferrato, su suoli calcarei, franco-sabbiosi. La vinificazione segue un protocollo essenziale, tra acciaio e vetro: un vino sans signature, nel quale parla il territorio e l’artefice rimane dietro le quinte; testimoniano però la sua opera le rese di uva per ettaro: 50 quintali, contro i 90 ammessi dal disciplinare.

Qui con me, oggi, ho una bottiglia dell’annata 2017. Lo apro. Lo verso.

Nel mio vetro, rubino purpureo trasparente: bellissimo, luminoso; su di esso, gocciole molto fitte, regolari, lente.

Il profumo è intensissimo: molto complesso, giovanile con un principio di evoluzione, suggerisce polpa e materia.

È una fantasmagoria vegetale ed arborea, un sogno di mezz’estate aperto da un trionfo di frutta: nettissimo il gelso nero, poi fragolina, susina polposa, duroni sotto spirito, melone, cocomero; quindi, come una girandola scoppiettante, erbe aromatiche, spezie, balsami: alloro, rosmarino, prezzemolo, basilico, curcuma, zafferano, corteccia d’eucalipto, fieno. Con le ore, chiudono il corteo, eleganti e riflessive, rosa, viola, liquirizia.

Vino pastoso, di giusto corpo, molto saporito, esemplare per fittezza e finezza di trama.

Abbondantemente tannico e sapido, moderato in acidità, risolve la sua grande tensione interna in un equilibrio stabile per l’intera arcata del sorso, fin nel notevole allungo, obliando il grado alcolico.

Questo stupefacente Dolcetto, tra i più buoni da me assaggiati, possiede una dote rara e senza tempo: il senso della misura.

Gustato con piacere su hamburger di Casa Serra, lo immagino delizioso su taglierini al ragù di carne.

(30 maggio 2020)

Scappalepre Toscana Rosato IGT 2017, Tenuta di Bibbiano, 14,5 gradi.

Scrivevo di questo Scappalepre l’estate dello scorso anno:

“… un vino di color rosa antico: tenue, luminoso, bellissimo. Ciò che più importa era buonissimo, difatti è finito in un attimo. Delicato, un profumo sfumato e nitido di rose, più sfumata ancora la ciliegia, erbe aromatiche, chiodo di garofano. È Sangiovese chiantigiano, un rosato delicato, agile, snello, fresco, che avrei detto perfetto da pesce. Lo è, ma oggi è stato perfetto anche su lasagne, verdure gratinate, coniglio arrosto con le stringhe in umido. Aggraziato, quindi, altro che delicato!”

Lo riassaggio oggi con estremo piacere, complice la tavola, la compagnia, la calura estiva; ed il tempo trascorso esige una riflessione ulteriore, perché lo ritrovo ancora più compiuto e integrato.

A tre anni dalla vendemmia, lo Scappalepre 2017 è in uno stato di perfezione sferica. Tutta la sua freschezza è vieppiù sviluppata tridimensionalmente, secondo una spazialità sinfonica: profumo, sapore, articolazione, con un’acidità vivida.

Stupefacente per la capacità di dissimulare forza e massa in un sorso gentile, pacato, di grazia stilnovista; secco e glicerico insieme, con un ritmo salino che l’innerva scandendolo maestoso.

Azienda chiantigiana storica, Bibbiano ha saputo rispettare la tradizione, introducendo tuttavia ragionate novità. Lo Scappalepre è una di queste: una sussurrata ode allo spessore del Sangiovese di Castellina.

(Luglio 2020)

Catarratto 2017, Terre Siciliane IGP, Az. Agr. Barracco Francesca, 12 gradi.

Molti criticano i vini nati da macerazione sulle bucce delle uve bianche – detti “orange” – perché tale tecnica omologherebbe i risultati, appiattendo il dato territoriale.

E c’è del vero in quella critica: ogni tecnica, quando prevale sul contenuto, lo danneggia. Persino il non-interventismo, ossia la rinuncia alla tecnica, è una scelta tecnica.

Come sempre, è questione di equilibri sottili.

Scopro oggi questo Catarratto dell’azienda siciliana Francesca Barracco. È prodotto in maniera artigianale, rinunciando alla chimica, macerando sulle sue bucce, per 2 o 3 giorni, l’uva di viti vecchie ad alberello della Contrada Minenno a Mazara del Vallo.

L’azienda ha storia interessante, di produzione vinicola attiva già nel primo ‘900, poi interrotta a favore del conferimento delle uva, infine ripresa recentemente, in una sorta di ritorno alle origini – o alla terra.

Ma tralascio la storia, mi concentro sul bicchiere, che riempio con questo Catarratto.

Mi preoccupo: l’aspetto, color ambra torbido, giusto un velo glicerico sul vetro, non promette nulla di buono.

Però, superate aldeidi evidenti, il profumo è intenso, quasi stordente, nitido e puro. Menta nettissima, finocchietto, origano, rosmarino, arance, frutta a polpa gialla, mandorle, forse zenzero e rabarbaro.

Il tannino è orgoglioso, quasi prevaricante; la sapidità netta, l’acidità vivace, il corpo agile, la lunghezza buona, l’insieme dissetante.

Per me qui il territorio urla senza filtri il suo nome e i suoi privilegi: è meridione, è caldo, c’è il mare con le sue brezze salse che rinfrescano i selvaggi campi retrostanti.

Particolare, ruvido – ma autentico, territoriale, notevole e piacevole: si beve di gusto, che è una gran cosa.

È stato tanto bene, nel nostro pranzo, su spaghetti artigianali marca Afeltra col sugo di pesce spada, pomodori pelati di Sardegna e foglie di menta.

Bianco Conestabile 2017 Umbria Bianco IGT, Vini Conestabile Azienda Agricola della Staffa, Danilo Marcucci, 12 gradi.

“Vino senza chimica, cantina senza tecnologia, vino naturale” (cit. dall’etichetta).

Qualche mese addietro, poco prima di Natale, mia moglie decise di farmi un regalo: mi portò in un’enoteca ben fornita e mi disse: “Scegli quello che vuoi. Questo ciò che puoi spendere, questo il numero di bottiglie che puoi comprare”. Per un appassionato, un sogno.

Però, come gestire quel tesoretto? Comprando una sola bottiglia da sogno oppure creandosi una certa scorta? Scegliendo quei vini già noti, che piacciono tanto, oppure esplorando?

Io combinai le diverse possibilità, orientandomi su 4 o 5 bottiglie.

Nell’esplorazione degli scaffali, una mi attrasse particolarmente per l’etichetta démodé, ricercatamente semplice, con uno stemma verde su fondono paglierino e scritte in caratteri italici, dalle ampie volute. Più ancora mi attrasse il colore del vino, un giallo limone molto carico, quasi dorato, non perfettamente limpido: un colore pieno, materico, che traspariva perfettamente dalla trasparenza del vetro. Sembrava che una bottiglia di sessanta, settant’anni fa, misteriosamente fosse atterrata su quei scaffali contemporanei di una grande città, scavalcando il tempo.

L’etichetta, però si riferiva all’annata 2017, malgrado recitasse compunta “Vini Conestabile dal 1889”; azienda che ignoravo totalmente: nemmeno sentita nominare.

Poi vidi riportata la sede aziendale: Magione; e mi venne memoria di antiche trasferte di lavoro, quando andando verso Perugia costeggiavo con la statale il Trasimeno, traversando quel paesaggio dolcissimo che degradava morbido verso le acque lacustre, punteggiato di vigne, di ulivi, di frutteti, che si vestivano di rosa e di oro all’ora del tramonto, quando l’occhio spaziava panorami di struggente magnitudine.

Il prezzo era abbordabile malgrado i pesanti ricarichi lì praticati e mi decisi ad acquistarla, tra la curiosità è l’istintiva simpatia.

Ed eccolo questo vino umbro, finalmente nel bicchiere.

Frattanto mi sono procurato qualche informazione, per capire meglio ciò che bevo. Leggo che l’azienda aveva smesso di produrre vino in proprio per sessant’anni, conferendo a una cantina sociale; che Danilo Marcucci, dopo esperienze in altre aziende artigiane, decide di riavviare la produzione vinicola dell’azienda di famiglia, scegliendo un approccio il più possibile non interventista; diciamo pure: metodologie antiche, con i primi imbottigliamenti nel 2015.

A monte, un approccio essenziale ed esclusivamente manuale alle vigne, 12 ettari, situate tra i 300 e i 400 metri di altezza.

Quindi: fermentazioni spontanee in tini aperti, macerazioni sulle bucce anche per i bianchi, follature manuali, nessun controllo delle temperature, illimpidimento con travasi seguendo le fasi lunari, imbottigliamento senza solforosa aggiunta.

Si potrebbe anche temere un vino spiacevolissimo, con queste tecniche antiche: il famoso vino del contadino che i vecchi toscani così classificavano: “beilo te!”.

Invece no: al mio gusto, almeno, questo vino è piacevolissimo; né si può dire che la macerazione sulle bucce l’abbia appesantito o ne abbia velato il carattere territoriale.

Anzi, per me quel carattere qui viene esaltato. Questo vino così polposo, materico, più di certi bianchi anodini rispecchia il carattere umbro, il genio, la cultura, persino l’orografia.

C’è nell’umbro, come in buona parte della cultura del centro italia, qualcosa di fortemente concreto, persino nell’ascesi. Si prenda San Francesco, che loda la creazione: “ Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba“ “, e loda il sole, il vento, la luna; e quando poi menziona “Sora nostra morte corporale”, la loda sì, ma si sente in quel “corporale” anche un certo disappunto per tutte quelle belle cose della natura, se davvero non si potrà più vederle.

Ecco: i bianchi carta, quand’anche perfetti, mancano un po’ di quella visceralità carnale, con ascendenza etrusca.

Non così questo Bianco Conestabile, da Malvasia e grechetto, che rinforza in me l’idea che le uve tradizionali del Centro Italia si giovino di trattamenti tradizionali, per ragioni di affinità elettive.

E rafforza in me l’idea della vocazione umbra per i vini bianchi, più ancora che per i rossi, per la straordinaria combinazione qui possibile di finezza, forza, grazia, corpo, freschezza, longevità.

Del bellissimo colore ho già parlato. Aggiungo: è lucente, qualche traccia di carbonica disciolta, un po’ di fondo che non deve spaventare. La componente glicerica è già evidente alla rotazione, ma si traduce in un velo evanescente, più che in gocciole.

Il profumo è molto intenso e complesso, nitido, sospinto da un accordo iridescente di aldeidi non timido: altri potrebbe esserne infastidito, io mi ammalio, perché sale come una nuvola colorata, con sé portando fiori di acacia, di camomilla, anice, mentuccia, finocchietto selvatico, fieno, legumi, mandarino, chinotto, pesca, susine verdi “Claudia”, peperone verde scottato, pepe verde, noce moscata, cannella, cereali, lievito. Assolutamente, non ci sono né note di legno di affinamento, né i cattivi odori di una vinificazione imprecisa.

Il sorso è avvolgente, glicerico, polposo, di corpo medio-leggero, molto gustoso,un po’ piccante, con un’acidità mediana e un allungo notevole, fortemente sapido, molto ben bilanciato, dove lo sbuffo alcolico è solo un tenue, confortante calore. La tannicità è poco poco più che accennata, calibratissima, piacevole.

Tant’è che un bicchiere tira l’altro e bisogna stare attenti a non esagerare, soprattutto a tavola, perché è flessibile, con le vivande di mare, di lago e di terra, dalle zuppe alle carni bianche, attraverso gli affettati tipici: non vedo l’ora d’accostarlo a un buristo senese. Di certo preferirei offrirlo a un amico che di vini sa poco, piuttosto che a qualche grande intenditore, sebbene io lo preferisca a tanti altisonanti cru, anche esteri: perché lo si apprezza meglio senza preconcetti.

Infatti, ogni vino rispettabile – parlo di vini veri, con un’anima – ha una sua lingua e racconta qualcosa: alcuni parlano americano, altri tedesco, altri sono poliglotti; alcuni raccontano le pagine di un romanzo, alcuni una novella, certi discorrono di affari, alcuni di donne e di auto sportive; insomma, c’è n’è per tutti i gusti.

Questo parla una lingua non antica, ma arcaica, così lontana da certo sentire d’oggi che può anche spiazzare. Ma non hanno guardato a forme arcaiche grandi artisti novecenteschi, come Marino Marini, Arturo Martini, Giacomo Manzù?

Ha difatti il fascino remoto, enigmatico, di un sorriso etrusco, di un affresco di Cerveteri.

Esagero? Forse. Ogni tanto vale anche l’iperbole, per parlare al cuore.

L’Albana di Elisa Mazzavillani: Forlì Bianco IGP 2017, Marta Valpiani, 12,5 gradi e Forlì Bianco IGP 2015, 13,5 gradi.

E poi c’è l’Albana.

Pensavo d’aver assaggiato un po’ di tutto qui e là, seppure a spizzichi e bocconi, del Nuovo e del Vecchio Mondo: pensavo di conoscere.

Tanti vini, tante uve, tanti stili, fino a comporre una mia personale e segreta classifica.

Poi arriva l’Albana – nasce a due passi o poco più: lì in Romagna – che scompagina tutto. Non l’Albana scialba di vinificazioni industriali, raccontata da supponenti testi anglosassoni; ma quella vera, vibrante, di una manciata di produttori artigiani; pochi ancora, magari, ma in continuo aumento.

Dalle loro mani si scopre che l’Albana è uno tra i grandi vini bianchi del mondo: non temo più d’affermarlo.

L’Albana è ampia, carnosa, sensuale, felliniana. È visionaria e trasognata.

Anche quando è ampia e grintosa – sa esserlo, eccome – ha un’accoglienza, una sinuosità femminili. Ha profondità abissale ed inarrestabile sveltezza beverina, quando ben fatta. Col rischio della diluizione o del barocco, all’opposto, se non se ne intende la misura.

All’azienda Marta Valpiani l’intendono benissimo, perché lì ci sono la testa e le mani della bravissima Elisa Mazzavillani.

Riporto qui le note d’assaggio della sua Albana 2017 e 2015, vergate in epoche diverse, rispettivamente l’8 ottobre e il 7 gennaio di quest’anno.

La 2017 è prova incantevole.

L’ho pure maltrattata, quest’Albana, lasciandola mesi a basse temperature, ma lei nulla: come l’apro è magia.

Rimuovo il tappo tecnico a vite (ottima scelta), eccola: è limone carico, forma gocciole fitte, è quasi viscosa; con un profumo intensissimo, nobile, di fiori gialli e agrumi; però, io sento in lei deviazioni intriganti, vegetali e fruttate, dolci e salate, persino piccanti: il sedano (per me un complimento), la mela cotogna, lo zenzero, ma soprattutto il grano, di spighe bionde al sole; Veronelli si portava al cuore i vini che sapevano di grano, ed io idealmente con lui.

È solo un attimo concesso alla commozione, perché il vino spinge sul palato, accelera e romba imperioso: molto ampio, ma vibrante d’acidità tellurica, salinissimo fino al midollo: riflette la profondità delle radici di una vigna trentennale che affondano e leggono i terreni di Castrocaro Terme. È lindo, lunghissimo, ritmato, sino a svanire su ritorni minerali, quasi ematici; lasciando una sensazione di ruvidezza tannica piacevolissima, che pulisce il palato e invita a schioccare la lingua.

Un’Albana sinfonica, questa: un fiume di note, che vergano pennellate ampie sulla tela.

Per noi stasera, buonissimo su polpette di baccalà e persino solo, per compagnia, stimolo, consolazione; ma l’avrei voluto, ché pere chiamarlo, su un ricchissimo e complesso piatto di spaghetti allo scoglio.

La 2015 è freschezza e precisione, malgrado l’annata generalmente calda.

Ha color limone carico, quasi tendente al dorato.

Il profumo, di media intensità, gioca su fiori gialli, zagara e ginestra, e frutta a polpa bianca e gialla, con un ricordo delicato, ma netto, di agrume, che da giallo (limone o cedro), vira all’arancio, al mandarino.

Emerge poi un tocco di fiore blu, quasi lavanda, quasi ricordo di crete azzurre – se ci si consente un volo immaginifico- infiltrato dalla terra fin nel bicchiere.

Con le ore si porge più morbido, accennando frutta tropicale e candita; e l’ossigenazione gli porta una nota di pepe bianco, ancor più evidente nel retrolfatto.

Il corpo è molto ampio: sembra riempire ogni angolo della bocca; ma il vino è reattivo, saporito con un’acidità notevole ed una lieve, piacevole tannicità.

Non si direbbe sulle prime, perché il gran corpo l’occulta, ma qui c’è netto il sale.

Si muove deciso verso un finale di dicerta lunghezza, modulato tra il conforto ravvivante del calore alcolico ed una sferzata fresca d’acidità.

Il tappo a vite è scelta eccellente, sebbene forse partecipe del l’iniziale ritrosia olfattiva di questo bianco strutturato, versatile e gastronomico, a suo agio dall’aperitivo, ai primi complessi, alle carni.

Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Barbera d’Asti 2017, Emilio Vada, 15 gradi.

Ricordo una vecchia querelle, testimoniata anche da Mario Soldati nel suo pluricitato “Vino al Vino”: se siano migliori le Barbera della riva destra o della riva sinistra del Tanaro.

Lui, da vecchio dandy nostalgico piemontese, si schierava nettamente a sinistra: “…non si può dubitare di un assioma: i caratteri precipui della Barbera, fragranza finezza allegria, appartengono solo alle Barbere della sinistra…”. Questo nell’autunno del’75. Si sdegnava persino che qualcuno considerasse generalmente migliori le Barbera della destra.

Probabile, cercando nella letteratura coeva o di poco anteriore, si riferisse a posizioni come quella di Ugo Graioni (“Dalla vigna alla tavola”, Canesi, 1973), secondo il quale le zone “dalle quali si ricava tradizionalmente il miglior Barbera d’Asti, (sono) i comuni della Val Tiglione, sulla destra del Tanaro”; “Rude e schietto” la sua qualità pregiata, “dà vita e ardire”.

Forse è questione di gusto personale: Soldati scriveva “la Barbera”, al femminile, secondo il vecchio uso ottocentesco, poetico e contadino; Graioni “il Barbera” intendendo così ” non contraddire le doti maschie del vigoroso vino”, e magari la differenza è tutta lì.

Effettivamente la Barbera si presta ad entrambe le interpretazioni, più o meno favorevolmente secondo la sua provenienza.

Ed allora, com’è che assaggiando questa Barbera al Mercato della FIVI lo scorso novembre esclamai: “Ecco una Barbera paradigmatica!” ? Fu un’affermazione superficiale ed insieme correttissima.

La Barbera paradigmatica, in sé, non esiste, anche all’interno delle tre macrozone definite dalle grandi denominazioni d’origine piemontesi: albese, astigiano, Monferrato. I conoscitori sanno bene che in queste aree oltremodo estese insistono comuni, angoli più vocati di altri e che, primariamente importante, impartiscono caratteri peculiari alle loro Barbera. Poi ci sono tutti i consueti fattori che concorrono alle differenze tra i vini, non ultima l’età delle viti, che nel caso della Barbera mi pare elemento marcante.

Tuttavia la Barbera d’Asti 2017 di Emilio Vada unisce equilibratamente, con nonchalance, le caratteristiche tradizionalmente attribuite alle Barbera della riva sinistra e a quelle della riva destra; ed è anche in linea con il tipo fissato in letteratura per i vini da uve Barbera: profumo, colore, più acidità che tannino.

Eccola qui di nuovo nel mio calice, porpora e profonda, con gocciole veloci, irregolari, persistenti. Bella di un profumo assai intenso, giovanile, di rose, di fragola, di cipria, su un tappeto morbido, speziato, balsamico: burro di cacao, chiodo di garofano, eucalipto.

Delicata all’attacco sul palato, scorrendo subito si espande e diventa ampia, vellutata, con un tannino giusto da Barbera, non evidente, ma rustico; contrastato subito da una naturale freschezza, quasi una brezza sospinta dalla notevole acidità sottesa e solo intuita.

Più che un velluto, invero, è un tweed di buona lana, che si accarezza volentieri per assaporarne la grana. Pazienza se dopo la piacevolezza campestre di un finale amaricante di alloro, la persistenza è minore del desiderio che lascia di un altro sorso. È sincera, generosa, piacevole, curata, dissetante. Candida, ma seducente. Femminile, una vera Barbera – ma con la giusta potenza del vero Barbera.

È stata compagna amorosa e gustosa di un piatto di penne col sugo di salsiccia.

Quasi dimenticavo: viene dalla riva destra del Tanaro. O no?

Il Volpato Bianco e Rosso del Podere Nannini: una micro verticale.

Volpato Bianco Toscana, IGT 2017, 12 gradi; IGT 2016, 13 gradi;

Volpato Rosso Toscana, IGT 2017, 13 gradi; IGT 2016, 12,5 gradi;

Podere Nannini.

Ho conosciuto la Maremma che ero un bambino: erano i primissimi Anni ‘80, perché dell’ultimo scorcio del decennio precedente, è difficile io abbia contezza. La si frequentava in transito per andare d’agosto all’isola d’Elba: i miei genitori, i miei nonni, zii e cugini, la famiglia e gli amici di mio fratello. Bellissima e selvaggia quella terra, di fascini e silenzi notturni, di immobili meriggi assolati, affocati dal caldo e dal ronzio delle cicale che invadeva i cespugli degli oleandri. C’era,allora, la vecchia Aurelia, che inanellava come le semi di un rosario paesi dai nomi aperti e indolenti, evocativi di sole, di mare e di rena: Bibbona, Donoratico…costeggiando i vecchi poderi un po’ cadenti, che immancabilmente avevano un capanno di legno e canniccio preposto allo smercio di frutta, verdura, vino e olio, saltuariamente miele e qualche cacio. Un paesaggio non molto diverso da quello dell’“abito fiero” e “dello sdegnoso canto” di carducciana memoria o dalle macchie abbagliate di un Fattori, di un Signorini, di un Lega, di un Borrani, di un Cabianca.   La zona di Castagento Carducci e di Bolgheri, da spettinata e sonnolenta che era, si è oggi rifatta il trucco grazie al turismo ed all’enoturismo, divenendo assai più curata ed elegante, ma perdendo qualche cosa in autenticità e schiettezza. Da qualche anno ritrovo la memoria di quell’antica Maremma dei miei ricordi scendendo un poco più a meridione e doppiando il capo dove sorge Piombino, verso Follonica.  Lì si stende una landa – ché  diversamente non saprei come definirla- piatta, lembo estremo della Val di Cornia quando quest’ultima si tuffa nello specchio di mare che guarda la sagoma sensuale e altera dell’Elba. È incorniciata a settentrione dalle sagome spettrali degli altiforni Ilva, poi Lucchini, oggi Jindal, con le loro duplici ciminiere altissime; a meridione dalle palazzine di Follonica. Nel tratto parallelo al mare condta di aree incontaminatamente, umide, selvagge (il parco della Sterpaia), mentre nell’interno la campagna è ancora genuinamente campagna: una distesa vasta e spaziosa di terra coltivata, di zolle fertili rimosse, coi campi di girasole, grano, carciofi, lattughe, peschi e albicocchi, ulivi e viti; che, se non sono coltivati promiscui filare per filare, poco ci manca, tanto un appezzamento confina con l’altro, variando la coltura: così che le une si affratellano alle altre secondo riquadri regolari. Essi sono delimitati, di quando in quando, dalle numerose strade bianche; e, d’intorno, stanno le colline subito alte e verdi di boschi. Lì, ancor oggi, ci sono tante aziende agricole, dove ancora si posson comperare al minuto frutta, verdura , formaggi, olio, miele, vino; da coltivatori diretti di un’autenticità sana e veramente a chilometro zero, altro aspetto che mi rende sempre piacevole una vacanza a Torre Mozza, ultima località livornese prima del confine grossetano.

Ora: non è che vedendo qualche cartello di codeste aziende che reclamizzava la vendita di vino, mi fossi in verità mai affrettato ad assaggiare quelle bibite: su quelle terre piatte, apparentemente pesanti, e assolate, che cosa poteva mai venire? E poi, lo sapevo, qui si produce ancora tanto sfuso senza pretese – non c’è nulla di male, se non si hanno particolari aspettative.

Ventura vuole che lo scorso novembre, girellando per i banchetti del meraviglioso mercato FIVI, mi imbattessi in un’azienda della quale non avevo mai sentito il nome e che notassi, con una certa curiosità, che era di Riotorto, una frazione del comune di Piombino che sta a un tiro di schioppo dal mare e da Torre Mozza.  Assaggiai i due “Volpato”, bianco e rosso, ed il rosso più ambizioso, l’Esopo, l’ unico ad affinare in legno.

Furono però i “ Volpato” ad accendere il mio interesse: giovani, spontanei, schietti, pieni di carattere; vini di ispirazione felicemente artigiana, quasi antica se mi ricordavano certi vini contadini locali degli anni ’70 e 80. Il Bianco mi attrasse in maniera particolare, rammentandomi i buoni bianchi locali e rustici di un tempo;  ripulito, sì, questo Volpato, ma autentico: dal colore carico e vivido, generoso, gustoso, corposo, dissetante, univa queste doti dei bianchi  maremmani della mia memoria ad una moderna precisione, con un taglio particolare, credo all’incirca paritario, di uve verdicchio e vermentino, che fu portato in zona da coloni marchigiani negli anni ’20 e ’30: erano terre di bonifica quelle del fondo della Val di Cornia.

Difatti  dal mercato FIVI mi riportai a casa due Volpato Bianco 2016 , un Volpato rosso della medesima annata ed una bottiglia del loro olio franto da poco, che trovai eccezionale: estremamente aromatico, piccante, vivido e sbalzato come un bassorilievo.

L’occasione di una vacanza a Torre Mozza in questo fresco principio di giugno è stata propizia per una visita al Podere Nannini, fugacissima ma intensa: qui c’è ancora una realtà autentica, contadina, dove una famiglia coltiva i campi, taglia le siepi e coglie le albicocche: se è il caso, potresti trovartele offerte, come usava un tempo: grandi, colorate, polpose e sode, saporite, asprine il giusto: squisite. L’ospitalità è calda, amichevole, genuina: in un attimo ti senti in famiglia, perché trattato con domestica e gentile confidenza. Per arrivare, uno stradello sterrato che si separa dalla strada provinciale 39 ( la vecchia Aurelia) e si infila fra i campi piatti, bordeggiando distese apparentemente  sconfinate di spighe dorate e di carciofi, grandi e violacei come monumenti barocchi. La terra attorno è di zolla grave, scura, gravida di sostanze nutrienti come una vitella dalle lunghe corna; e, credo, con una certa percentuale di argilla.  Piatte sono pure le vigne, quelle che ti vengono mostrate con orgoglio: amplissima quella vecchia di trebbiano, con piante che superano i quarant’anni e sono magnificamente in vegetazione, quasi formassero un labirinto verde; e  assai più raccolta quella di cabernet franc, appena piantata, che andrà in produzione tra qualche anno.

Viene spontaneo riflettere, empiricamente: le vigne distano 5-6 chilometri dalla linea di costa, che è la lunga spiaggia sabbiosa del parco della a Sterpaia; troppi forse per ricevere appieno le brezze marine che spazzano l’ampio golfo di Follonica (in estate, lì sul mare, può fare persino freddo), tuttavia son sicuro che benefici della sua azione termoregolatrice, delle sue guazze notturne (che ristorano le viti quando soffia la calda brezza di terra) e di quella luce intensa, pura e particolarissima per la quale è celebre questo tratto di costa Toscana, da  Bibbona a Gavorrano. D’altra parte le vigne in pianura possono anche limitare l’espressione di certe varietà e sospetto che il verdicchio funzioni bene in taglio per regalare un di spinta acida e struttura  al vermentino che qui, forse, da solo riuscirebbe troppo largo e senza nerbo.

Con la visita al Podere Nannini mi son messo in bagagliaio anche qualche bottiglia del Volpato Bianco 2017 e del Volpato Rosso 2016, potendomi così divertire al gioco di una  verticale di due annate: piccola, improvvisata, domestica, ma rivelatoria. Cominciando, come da vecchia tradizione, dal vino più giovane.

Il 2017 ha un bel color limone luminoso e molto pieno, con riflessi verdini, quasi di giada: saranno verdicchio e vermentino con quelle a radice “ver/verd/vert” ad ispirarlo.

Forma sul calice un velo spesso, che diviene lacrime massicce, lente, evanescenti. Si vede ancora un po’ di finissima anidride carbonica disciolta, segno di giovinezza e di un imbottigliamento tutto sommato recente. Per me è la benvenuta.

Esprime un profumo molto intenso e campereste, estivo: fosse un arazzo, l’ordito sarebbe scopertamente cerealicolo, di campi di grano maturi e biondi, sui quali si disegnano rustiche figure di salvia e di alloro, di albicocche e foglie di carciofo, di semi di girasole e di papavero, un tocco delicato di uva spina ed uno deciso di pomodoro, con una lieve scia minerale.

Al palato è schietto: di corpo importante,  ben secco, eppur morbidamente avvolgente per effetto del glicole, ha un’acidità netta (un “asprigno”, ha detto il mio babbo), che disseta e richiama sorsi e sorsi, anche perché c’è quell’anidride carbonica disciolta ed una certa sapidità che titillano. Al gusto è dinamico, con continui e franchi rimandi ai suoi profumi intensi, e tuttavia il vino rimane improntato ad una certa delicatezza di tocco, in virtù anche di una sensazione tattile  fluida e sciolta.  Il finale ha una giusta lunghezza, pulizia, ed un gioco quasi scherzoso tra le dolcezze alcoliche e le note saline. Fosse una luce, sarebbe quella decisa, ma nitida ed ancora fresca di metà di una mattina di giugno. Credo che trovi il suo migliore abbinamento su una cucina di mare ricca e sapida , ma lo proverei volentieri anche sulle verdure ripiene e sulle carni bianche.

Curiosamente Il Volpato 2016 esprime un grado alcolico maggiore, una sorpresa considerato che l’annata 2017 è stata più calda; ma calore, si sa, non significa necessariamente  grado alcolico, che è piuttosto legato all’intensità luminosa ed alle ore d’insolazione: anzi, la maggior calura può aver da un lato mandato le viti in uno stato, per così dire, di protezione; dall’altra il cielo potrebbe essere addirittura rimasto più velato per l’afa, riducendo l’insolazione; e conta, ovviamente, l’epoca della vendemmia. Rispetto al fratello minore ha un color limone più carico e maturo, e profumi ancora più intensi, robusti, profondi: qui si annodano in perfetto ed armonioso bilanciamento agrumi maturi (e limoni, in particolare), frutta secca (nocciole fresche, mallo di noce), spunti idrocarburici e terrosi, su un tappeto soffice di fiori gialli e bianchi, di uva spina, con intermezzi quasi piccanti di peperoncino e timo. Ritornano i girasoli, petalo e seme, ritorna la macchia riarsa dal sole, evocata e subito sfumata. Sorso molto armonioso, col corpo ampio, energico, di notevole spinta acida e salinità più delicata, quasi accennata rispetto al 2017, ma in realtà ben presente e integrata in delicata fusione grazie alla maggior presenza  estrattiva del vino. Al gusto è ancora più concentrato e nel finale si illumina di un’inattesa balsamicità di resina di pino, che all’olfatto era appena accennata. Anche la persistenza mi sembra avere una marcia in più rispetto al fratello più giovane, per lunghezza ed armonia. Mantiene in pieno, tuttavia, quelle benvenute doti di freschezza e secchezza, quel dissetante “asprigo”. Fosse una luce, in questo caso virerebbe su quella di un mezzo meriggio di giugno: sempre decisa, ma ancora più forte e più calda. Lo direi bene sul pescato di mare, e su grandi crostacei: astice, aragosta.

La mia micro verticale del Volpato rosso è forse una piccola forzatura, essendo dichiaratamente , questo, un rosso da gustarsi nella sua giovinezza.  Però è stata l’occasione quasi di riscoprire questo vino, che durante la fiera novembrina non avevo forse apprezzato appieno nella sua giusta dimensione, che poi è quella della tavola, dei sapori sapidi e genuini, dell’aria aperta: non ti aspettare qui -amica o amico che mi leggi- un vinone signorile da concorso, un bell’imbusto in doppio petto, ma un vino amico e schietto, quello è.  Curiosamente, nel rosso l’annata ha avuto effetto inverso sul grado alcolico, maggiore nel vino più recente.

Il Volpato Rosso 2017, è perlopiù di uva sangiovese, con aggiunte di canaiolo e ciliegiolo. Ha un colore rubino perfetto,  molto trasparente, bellissimo e luminoso; lascia sul calice un velo evanescente. Profumo di intensità  superiore alla media, semplice e fresco, principalmente sulla frutta rossa: se parte dalla rosa, vira subito sulla  fragola e attraverso la ciliegia trascolora  fino all’amarena, persino quella candita e  sotto spirito. Un fondo delicato di erbe aromatiche un po’ selvatiche, come il timo, e minerale, di grafite, di legna bruciata. Di corpo quasi lieve, inferiore di certi a quello di molti rossi, ha snellezza, scatto, tanta acidità ben integrata che lo rende fresco e dissetante come un agrume, ed un più è assai salino. Il tannino c’è , ma leggero, fine. Non ha grande estratto, ma è ragionevolmente gustoso,  ed ha un finale di discreta lunghezza, equilibrato, nitido e pulito, perché si giova della secchezza del vino: è senz’altro toscano è maremmani nel carattere, non ci sono svenevolezze qui. Sobria quasi una versione mediterranea, sorridente, virile di un Beaujolais, ma di quelli buoni: un  Morgon, un Moulin a vent. Fosse un colore, sarebbe un rosso vivo, ma pastello.

L’abbiamo gustato con grande piacere su un’insalata di pomodori rossi locali, squisiti, e su pecorino fresco ed affettati assortiti, tra i quali una divino prosciutto di cinta senese brada della Macelleria Marini di Agliana (PT), tagliato rigorosamente al coltello. Tuttavia non esito  a immaginarlo ottimo su zuppe di pesce e persino sulle triglie alla livornese, per non parlar dello stoccafisso in umido, come si prepara in Toscana; e, perché no, sul tonno. A mio vedere, è un vino da pesce paradigmatico.

A margine, mi sono chiesto come sia stato possibile ottenere un rosso così lieve e dalla tinta trasparente in un’annata calda e asciuttissima  come la 2017, e in questa zona, dove sui colli vicini seccavano persino gli alberi nei boschi. Non credendo a magheggi di cantina – perché il vino fluisce in maniera talmente naturale- ritengo che l’effetto del mare ed una certa percentuale di argilla nel terreno possa aver aiutato le viti, ma soprattutto che,  intelligentemente, la vendemmia sia stata alquanto anticipata e la macerazione sulle bucce tenuta corta.

Il Volpato Rosso 2016, complice l’annata felice ma notoriamente particolare, mostra in maniera se possibile ancora maggiore un carattere originalissimo ed artigiano: mi ricorda davvero, come se li avessi materializzati davanti, certi rossi toscani che si bevevano qui e sulla dirimpettaia Isola d’Elba, soprattutto dal punto di vista aromatico. Già al colore, l’impatto è diverso: sempre rubino trasparente, e  molto luminoso, ma assai più concentrato e cupo rispetto al fratello più giovane. Anch’esso forma sul calice solo un velo, che si ritira adagio ed uniformemente, senza quasi accennare a lacrime. Il profumo è molto intenso, concentrato e complesso, sfaccettato fino a toccare note più acute e profonde. C’è un’idea di fiori, come di petali di viola appassiti, che vanno a braccetto con profumi di frutti di bosco rossi e neri (lamponi, more e mirtilli), fino all’uva aleatico appassita. In mezzo sta la frutta rossa: polpose susine, mature ma ancora croccanti, un po’ acidule. Intorno sta una nuvola complessa ed inestricabile di macchia, quella selvaggia e resinosa delle dune costiere, ed una scia sottotraccia di spezie di norcineria – il pepe nero e quello bianco – e di sottile mineralità. In bocca è gustosissimo, succoso, longilineo, ben secco, salinissimo e con un’acidità spiccata: non l’ho assaggiato in parallelo col 2017, tuttavia credo che i parametri analitici di acidità non siano granché diversi: ma in questo 2016 la combinazione di maggior estratto e minor alcol (limitato alla soglia legale dei 12,5 gradi) risulta in una superiore freschezza: letteralmente,  è appetitoso e fa salivare appena lo si avvicina al naso. Di corpo presente, ma assai misurato, sul finale è nitido, equilibratissimo ed in rimando continuo ed incalzante tra frutta e sale, dolcezza e acidità, molto gustoso e di spiccata persistenza. Insomma, ha una marcia in più rispetto al fratello minore; o, piuttosto, un eloquio più scopertamente tridimensionale. Toscanissimo anch’esso e forse più ancora dell’altro. Fosse un colore, sarebbe un viola scuro, luminoso e cangiante, come i petali di certi fiori di campo. L’abbiamo goduto con piacere su un piatto di penne coi pomodori freschi, guardando il mare del Golfo di Follonica, ma lo proverei, credendolo ideale, sovra un galletto alla griglia o al mattone, o eventalmente allo spiedo.

Rossi, entrambi – mi raccomando di cuore amica o amico che mi leggi- da bere un po’ freschi, assolutamente non oltre i 18 gradi e scendendo tranquillamente fino ai 14, in particolare col 2017, specie lo gusti su vivande di mare. Faccio mia la raccomandazione che il produttore mi ha detto mentre si caricava in macchina le bottiglie: meglio berlo in fretta, senza lasciarlo troppo invecchiare; ed io direi che il suo orizzonte può essere i tre, forse i quattro anni dalla vendemmia,  solo se ottimamente conservato.

Guarda tu che vini, quelle viti di pianura, quelle terre da ortaggi, da pesche…è forse questo il massimo che possono dare?

Ecco un territorio che parla attraverso il bicchiere, grazie ad una mano sapiente e rispettosa, in grado di valorizzarne la peculiarità oltre ogni aspettativa. Proprio vero: “ nel vino si riconosce il mondo”.

La prossima volta al Podere Nannini mi fermerò con calma: farò mio il tempo lento di stringere le mani, di aspettare il tramonto passeggiando le vigne.

Sangiovese Purosangue a Milano, 11-5-2017.

Prima decina di maggio 2017. Steso e sonnecchiante sul divano ricevo a pochi minuti di distanza l’invito da due amici produttori di Montalcino a partecipare ad un evento “Sangiovese Purosangue” organizzato in Milano dell’Enoclub Siena. Tema: il Rosso di Montalcino. Programma: seminario del grande Armando Castagno con 16 Rosso di Montalcino di vecchie annate, poi banchi di assaggio delle annate recenti coi produttori.
Ora, io l’evento l’avevo già visto annunciato, giudicandolo del massimo interesse, ma essendo a inviti e piuttosto riservato nulla avevo chiesto: non mi piace approfittare troppo delle amicizie. A quel punto, però, l’occasione ghiotta non potevo farmela scappare, non foss’altro che per salutare gli amici di Montalcino .

Poi, amica o amico che mi leggi, se un po’ mi conosci lo sai: io amo il Sangiovese ed il Rosso di Montalcino occupa nel mio cuore un posto particolare: quando mi ricapitava una simile teoria di vecchie annate? Detto, fatto: sistemo alcuni impegni di lavoro per ritagliarmi un paio di ore libere ed eccomi là, nella bella Sala Liberty dell’Osteria del Treno di via San Gregorio.

Mi permetto di utilizzare un poco le informazioni fornite da Armando – con qualche mia integrazione-  per inquadrarti che cos’è Montalcino e il suo Rosso.

Montalcino, lo saprai, sta su un colle relativamente  isolato del centro-sud della Toscana senese, stretto tra le piane della Val d’Arbia e della Val d’Orcia. In pratica è una macchia verde in mezzo alle Crete Senesi:  uno dei quattro versanti, quello a sud ovest,  è foresta demaniale. Il periplo del comune di Montalcino è di 93 chilometri: quella la dimensione e il limite della DOC del Rosso (e del Brunello, per inciso). Le altezze massime del territorio comunale arrivano a 621 metri, ma, com’è noto, la quota massima per ogni denominazione che porti il nome di Montalcino è 600 metri: oltre, i vini si possono marchiare Chianti dei Colli Senesi  o semplicemente si ricorre all’IGT; e, per la cronaca, la vigna più alta è posta a 606 metri e credo appartenga all’azienda Le Ragnaie. Non c’è invece un limite inferiore e recentemente è stata permessa l’irrigazione di soccorso.
Il mare dista una cinquantina di chilometri in linea d’aria e riesce a far sentire la sia influenza. Di norma, la zona è protetta da eccessive tempeste, ventosi e grandine dai massicci del Monte Amiata e del Monte Labbro ad esso contiguo. L’inversione termica assicura ventilazione e nottate fresche. Perciò, sebbene parte delle matrici geologiche assomiglino a quelle rinvenibili in Chianti Classico, spesso la luce ha una qualità marina e il clima è più mediterraneo e caldo; anche le esposizioni sono in genere più aperte ed assolate. Tuttavia non si può parlare di uniformità micro climatica: la zona dei Canalicchi e di Montosoli è relativamente fresca ; Sant’Angelo più calda; Torrenieri intermedia. Inoltre la variabilità dei suoli è notevolissima, creando una matrice geologica tra le più complesse tra tutti i distretti vinicoli al mondo. Ci sono argille sabbiose con inserti calcarei a nord est e a sud, mentre la geologia del centro della denominazione assomiglia al  Chianti Classico, con  galestro (argilloscisti) e calcari ( là detto alberese, qui palombino). Poi ci sono zone di arenaria (del tipo della pietra serena, tanto usata nelle architetture toscane, rinascimentali in specie), ad esempio subito fuori dal paese. Non mancano zone vulcaniche o, piuttosto, ricche di sedimenti vulcanici, soprattutto nell’area di rispetto del Monte Amiata, che com’è noto è un vulcano spento. Infine inserti silicei, dirimpetto ai fiumi. Come se non bastasse, il mare nelle sue convoluzioni millenarie di vai e vieni in epoche remotissime, ha in qualche modo ribaltato e mescolato il tutto come fosse un gelato variegato, aggiungendo sedimenti propri.  Appena fuori dal comune di Montalcino, invece, è tutta sabbia.
Questa complessità di climi e di suoli significa una cosa, all’atto pratico: l’annata conta e tanto più secondo la zona. Inoltre, sebbene in molti poderi il vino si sia fatto per secoli, ed il Consorzio venne istituito già nel 1965, il panorama produttivo è letteralmente esploso negli Anni ‘80 e ‘90, generando una varietà di stili che solo con i vini dell’ultima decade sembrerebbe ricomporsi.

Questa la mera descrizione, spero corretta e ragionevolmente esaustiva. Ma ti ho detto qualcosa della magia di quel colle irto di lecci e morbido di vigne, dello smagamento che provi quando sei lassù e domini un mare di campi biondi , mentre il vento ti muove i capelli e tu fossi l’ultimo popolano, l’oscuro impiegato, l’operaio stanco e annoiato, per un attimo hai la sensazione di essere il padrone del mondo? Per quello, non c’è scampo, i numeri non bastano a misurare, nè le parole a descrivere: a Montalcino ci devi andare.

Vacci e prima del Brunello di Montalcino, gustati un Rosso di Montalcino: ne resterai facilmente ammaliato. Per tanti anni vino cadetto, oggi sempre più produttori hanno la consapevolezza di poterne trarre un vino “altro”: l’espressione altissima di un Sangiovese in purezza giovane. Sangiovese, si badi bene, di Montalcino: val  la pena specificarlo non solo perché la denominazione ricalca quella del Brunello, più alcune altre aree comunque all’interno  del comune, ma per la grande variabilità e sensibilità che l’uva sangiovese possiede nel rendere in trasparenza il territorio che la nutre; a lasciarla parlare, ben inteso!  Il Rosso di Montalcino venne varato nel 1983 sotto la presidenza consortile di Enzo Tiezzi, con il chiaro intento di avere a disposizione un vino che fosse vendibile con un invecchiamento inferiore rispetto al Brunello di Montalcino, così da fare cassa: era un periodo di investimenti, nuove aziende si erano affacciate e diversi conferitori di uve si erano messi in proprio, perciò l’esigenza era ben viva. Inoltre, non tutte le vigne erano vecchie a sufficienza perché i vini potessero reggere l’invecchiamento richiesto a un Brunello di Montalcino. Fu un successo, al punto che altri distretti vinicoli presero l’idea a modello. L’ultima revisione del disciplinare è del 2014: per sommi capi, i punti chiave sono: solo i  terreni tra cretaceo e pliocene (che sono i più comuni in Italia); 100% Sangiovese di Montalcino; rese fino a 90 quintali per ettaro (contro gli 80 del Brunello, che non sono nemmeno pochi); commercializzazione consentita un anno dopo la vendemmia e non è richiesto l’affinamento in legno; acidità minima 5 per mille, 22 g/l estratto; non solo deve essere prodotto in zona, ma anche imbottigliato in zona, in bottiglia bordolese chiusa col tappo in sughero.

Giova ricordare che numerosi produttori l’affinano più del minimo consentito dal disciplinare, anche un paio d’anni, però una degustazione come questa, che copriva all’indietro fino a  17 annate, è evento rarissimo. Tanta la curiosità: come regge l’invecchiamento questo vino pensato per un consumo giovane? Risposta: magnificamente, se benfatto.  Inoltre, i sedici vini degustati sono altrettante mani ed altrettante idee di Rosso di Montalcino; ancor più, sono figli di zone diverse del territorio, singolarmente imbottigliate o tagliate ad arte, come da tradizione.

Eccoli qui, come li ho assaggiati, in rigoroso ordine di apparizione, in degustazione seduta, guidata da Armando, con gli interventi dei produttori stessi. E, amica o amico che mi leggi, assaggiare, ascoltare e prender nota insieme è stato un lavoro non facile, ma piacevolissimo: mi scuserai perciò qualche errore!

1) Casisano Tommasi 2015 L’azienda è di proprietà della famiglia Tommasi e si trova nella zona sud est, verso Sant’Antimo. Un vino fresco, lieve, dal profumo  aperto come lo sono in genere i Rossi di Montalcino 2015, con una concentrazione di gusto superiore alla media e rispondente all’olfatto. Vino di corpo, è salino, ha un tannino notevole e una buona lunghezza. Soprattutto si nota e ricorda per freschezza e grazia.

2) Fattoi 2015 . Dei vini di Fattoi, azienda familiare e artigianale che sta nella zona di Santa Restituta, sono appassionato. Son vini inconfondibili, boschivi ed anche in questo ritrovo la profondità  solita di Fattoi, quelle note scure petrolifere, minerali, e soprattutto boschive, nel senso degli aromi di corteccia, di foglie vive di macchia e cadute a terra. Nel retrolfatto discerno persino note di tè, insieme a cannella e menta. Ha gran corpo, struttura, acidità, lunghezza, complessità, ed una peculiarissima tessitura: fosse una stoffa, sarebbe un tweed.

3) Fattoria dei Barbi 2015. Il Rosso di Montalcino di una tra le cantine della denominazione maggiori per storia e per dimensioni. Questo Rosso, che si ricava da vigneti appositi e da viti giovani, è particolarmente interessante: in esso l’acciaio e il vetro giocano un ruolo importante  per l’affinamento, sebbene  passi in legno un paio di mesi, segno che si ricerca una certa snellezza di beva. Ha un profumo riservato, ma fine e puntillista, che emerge in luce da una penombra,con ciliegia ed erbe in evidenza. Alla bocca è soffice, morbido, ma pregnante: fresco, erbaceo, con una bella sapidità , di corpo medio ed un tannino di spessore e grintoso, un’acidità piuttosto decisa ed una discreta lunghezza.

4) Lisini 2015. Il Rosso di Montalcino di Lisini, altra azienda storica e tradizionale, non non nasce mai da declassamento di Brunello: segno di un progetto specifico, che prevede un anno di affinamento in botte; un tempo usavano quelle in castagno, ma ormai, per la loro scarsa reperibilità, si è passati al rovere. Il profumo è personale e antico, ampio e signorile, molto sfaccettato al naso: odore di carne, ematico, di spezie da norcineria; poi, con un po’ di attesa, frutta rossa viva: tonda,  polposa, e femminile, anzi, femmina. Ci sono anche note anche floreali, un fondo affumicato e di pellame, lievissimo. In bocca è ampio e suadente, di gran corpo, con un’acidità perfettamente integrata , il tannino dolce e forte, molto lungo.

5) Pietroso 2015. L’azienda si trova appena a sud ovest del paese, in mezzo si boschi, che creano un microclima particolarmente fresco in relazione alla zona. Come spiega Cecilia Brandini,  diverse parcelle sono vinificate separatamente, lasciandole  in acciaio per 4 settimane,  poi per qualche mese in tonneau; si effettua quindi il taglio, che viene affinato 1 anno in legno grande. Io trovo in questo vino un  frutto fresco, quasi chinotto, e arancia; e spezie: pepe.  Bellissimo già al colore, l’assaggio ed è compatto, fresco, pieno di corpo ma affusolato, salinissimo, con un’alta acidità ed un gran tannino perfettamente integrato ed un finale assai lungo, preciso, bilanciato. Un vino splendente e da bere a secchi.

6) Ventolaio 2015. Altra azienda artigianale, che sta dalle parti di Sant’Antimo fronteggiando il Monte Amiata. Per questo Rosso di Montalcino il 50 per cento della massa affina in botte grande,  il resto in tonneau. Un vino elegante dal profumo lirico, che tocca tutti i registri: agrume dolce, quasi con un tocco mou, ed erbaceo.  Setoso in bocca, bilanciatissimo e avvolgente, ribadisce nel finale di buona lunghezza e con scie minerali, la sua classe .

7) Poggio di Sotto 2014. Li ho  amati i grandi vini di Poggio di Sotto, ed anche se ritengo che lo stile sia percettibilmente cambiato nelle annate a partire dalla 2012, questo Rosso resta sempre un gran bel bere: dal colore trasparente e scarico, all’olfatto elegante, floreale e di erbe fresche, trasmette tuttavia una sensazione di maturità,  con un tocco di aldeidi che aggiunge tridimensionalità. Il sorso è lieve,  salino, il tannino finissimo ma il corpo è notevole, con una grande acidità ben distribuita, equilibratissimo, di gusto concentrato, un tocco curioso di caramella  mou.

8) Baricci 2012. Azienda storica, sita a nord-est, nella zona alta del  cru Montosoli detta Il  colombaio. La storia è di quelle belle: Nello Baricci alla fine della mezzadria decise di non lasciare la terra e comperò con grandi sacrifici quel podere, perché sapeva che da sempre era considerato culla di vini buoni.   Nello Baricci, recentemente scomparso ultranovantenne, fu poi il primo firmatario dell’atto costitutivo del Consorzio del Brunello di Montalcino. I suoi discendenti ne continuano l’opera mirabilmente e questo Rosso di Montalcino lo conferma. Affinato 20 mesi in botti di rovere di Slavonia  20 ettolitri (il Brunello, per riferimento, 40 mesi), ha una solennità luminosa e verticale da Madonna su fondo oro inquadrata nel suo baldacchino gotico. Il suo profumo è di frutto rosso ma scuro, antico (per usare una sinestesia), come fosse sangue di bue; un profumo alto, boschivo di erbe di montagna, ma calde e baciate dal sole, con sfumature di tabacco. Un vino rotondo e corposo, ma soprattutto pieno, dalla maglia fitta e carnosa, con tannino potente ma bellissimo, per un sorso scorrevole e contempo sontuoso.

9) Le Potazzine 2011. L’azienda sta a Le Prata, zona elevata e relativamente fresca, che si traduce in vini eleganti e rarefatti, di beva slanciata, grazie anche alla grande consapevolezza stilistica che caratterizza la mano in cantina, dove si seguono metodi molto tradizionali: le macerazioni, ad esempio, sono di  25 – 30 giorni, con lieviti indigeni. Il vino, che esprime una grande intensità aromatica, è succoso già al naso, con quel giusto tocco di aldeidi che solo aggiunge, risultando quasi croccante all’olfatto, che è marcato da un frutto rosso centratissimo ed una spezia dolce da panforte. Il sorso è lunghissimo, e così naturalmente sciolto che invece di badar troppo a tannini ed acidità, mi verrebbe voglia di aver subito sottomano una tagliata al rosmarino, perché quella la sua affinità elettiva: la buona tavola.

10)  Tiezzi 2010. Altro produttore artigianale e storicissimo se si parla di Rosso di Montalcino: di Enzo Tiezzi la presidenza del Consorzio alla nascita di questa DOC e sua la messa a punto di vari aspetti tecnici del Disciplinare (anche se lui, modesto, si guarderebbe bene dal sbandierarlo). Il vino, che viene da vigne poste a nord-est nella zona dei Canalicchi, che hanno un’età compresa tra i 35 e i 47 anni, affina 1 anno in botti grandi di rovere di Slavonia,  da 10  a 40 ettolitri, effettuando tanti travasi, secondo uno stile tradizionalissimo. Ed infatti, anche qui, le aldeidi giocano un ruolo importante, incrementando  il senso prospettico e tridimensionale di questo Rosso, che possiede una grande complessità aromatica: spezie, erbe fini ( rosmarino soprattutto), un frutto rosso pieno e fresco, e poi elegantissimi chinotto e arancia, persino uva spina e fiori di sambuco. Al sorso è rotondo, ma mantiene una notevole grinta tannica; salinissimo, acidità superiore alla media, ma, per dir così, tutta spalmata e diffusa, aurorale e vibrante, con un vibrato stretto: fosse un violinista, sarebbe della scuola di Heifetz. Chiude con un bell’allungo, dove trovano spazio spunti mentolati.

11) Le Ragnaie 2009. Scarico ed affascinante al colore, come spesso capita  con i vini di questo produttore, che possiede alcuni tra i vigneti più alti della denominazione. Affinato per due anni in legno, ha un aroma segreto, boschivo, con un che di bagnato e di terraceo, come di humus, su un fondale che ha un lato fresco fruttato ed un altro più caldo ed evoluto. Ricorda quasi certi Madeira, non solo per le note boschive: c’è bergamotto, tabacco, pepe, e spezie da panforte. Il suo  tannino,  notevolissimo  per quantità e qualità, è po’ amaro forse. L’acidità spinge con forza superiore alla media. Si distende verso un finale bellissimo, dalla persistenza molto fruttata di ciliegia, e molto lunga.

12) Querce Bettina 2006. Vino antico per passo e profilo, già all’olfatto si intuisce di grande struttura. I caratteri evolutivi sono netti, ma tutt’ora in divenire. Vino in tutti gli aspetti potente: ricco, di grande corpo e impatto, pienissimo, quasi masticabile, di forza anche alcolica, tuttavia fresco e scorrevolissimo per tessitura.

13) Sanlorenzo 2005. Come ricordava il vignaiolo stesso, il caro amico Luciano Ciolfi, Sanlorenzo si è fatta conoscere prima per il Rosso di Montalcino che per il Brunello. L’annata d’esordio, se ben ricordo, fu il 2003. In effetti, i Rosso di Luciano hanno sempre una marcia in più rispetto ad altri della denominazione, e perciò bene si inseriscono  in questa rassegna: sarà la cura che lui mette in vigna e in cantina, sarà la capacità di leggere l’annata, sarà quel carattere unico di Sangiovese d’altura del sud della Toscana, ma davvero Sanlorenzo con le sue vigne raccolte in un fazzoletto d’ettari  costituisce a tutti gli effetti un Cru. Questo 2005, che ha la bellezza di 12 anni, offre all’olfatto  note di bosco quasi selvagge di foglie e di bacche,  e un po’ di farmyard, per dirla all’inglese. Salino al sorso, essenziale nel disegno, un po’ ruvido, minerale, gessoso, ha un fascino quasi montano, con un tocco elegantissimo di arancia sul finale.

14) Il Marroneto, Madonna delle Grazie 2004. Un vino che malgrado gli anni è sorprendentemente aperto e floreale, ma  al contempo molto classico composto. Il profumo è freschissimo, con tocchi quasi di sedano. Ovviamente è la frutta rossa a dominare, com’è giusto, al naso e in bocca.  Il sorso è potente, preciso come una lama,  con tanta forza minerale. Allunga con decisione e vi sento spiccato un gusto agrumato, fuso insieme alla susina fresca, colta sul filo della maturazione quando ancora scrocchia. Corpo e acidità non scherzano. In un certo senso non è un Rosso di Montalcino da tutti i giorni: vino di levatura e d’impegno, questo è.

15) Le Chiuse 2001. A Le Chiuse, si sa, tengono la longevità dei vini stimabile in sommo grado. Non stupisce perciò che questo splendido sedicenne sia fascinoso e in gran forma. Tendente al granato, ha un profumo dove dominano ciliegia e tabacco, e quella nota netta ematica e rugginosa distintiva di certo Sangiovese maturo. Possiede una bocca potente, di grande ampiezza, con  tannino  e acidità importantissimi ed un alcol quasi imponente, disegnando però sul palato una misura della levità, che si chiude su un lungo retrolfatto etereo.

16) Col d’Orcia 1998. Affinato in botti grandi e vecchie da 100-150 ettolitro, ha un color rubino tendente al granato. All’olfatto è ematico, con un frutto ancora vivo che bilancia le note più evoluto e classiche del Sangiovese invecchiato. L’impreziosiscono, come un intarsio, note nobili di cortecce, una speziatura dolce delicatissima e un agrume disegnato in punta di bulino. Molto sapido, come mi si dice lo siano parecchi ’98 in Toscana, ha un corpo di spazialità superiore alla media, un gran tannino ed un’acidità altrettanto imponente; ma ciò che stupisce è la lunga persistenza e più ancora la bevibilità, sciolta e straordinaria per un vino che ha quasi vent’anni.

Sedici campioni, sedici diverse espressioni di un territorio e di annate diverse e di diverse mani; ciascuno con la sua caratteristica e il suo fascino: l’uno piacevole e beverino, l’altro rarefatto e poetico, quell’altro meditativo e possente. Unico comun denominatore: la poesia, la felicità espressiva del Sangiovese di Montalcino in purezza, eccezionale giovane ed anche alla prova degli anni; soprattutto, la sua capacità di emozionare, anche sulle tavole di tutti i giorni, con cibi semplici e leggeri e a prezzi accessibili; e parliamo di uno dei massimi vini mondiali (sì, mondiali!). Per me, ciò che più mi importa, sempre più spesso il compagno fidato delle gioie e dei tormenti quotidiani.

Forse -chioso- perché come lui sono i miei amici di Montalcino: anime nobili, anime belle.