Rosso di Montalcino 2014, Sanlorenzo, 14 gradi.

L’ultima volta che sono stato a Sanlorenzo l’aria era pulita, limpidissimo il cielo. C’era il vento che, mentre il giorno principiava il suo cammino dal meriggio verso il crepuscolo, faceva stormire le fronde e muoveva i pampini in un’allegrezza silenziosa e mesta. Un profumo permeava lo spazio celeste e le zolle brune di un odore quasi di fieno al sole: chissà, lo portava forse quel vento dai pascoli dell’Amiata. Si vedeva quel giorno all’orizzonte, lontanissimo ma lucente, il mare e persino i monti della Corsica. Bada – amico o amica che mi leggi – sono forse 50 chilometri in linea d’aria di lì alla costa grossetana , magari anche più. E’ che Sanlorenzo sta in alto, a 500 metri d’altezza, una quota che un tempo rendeva difficili le maturazioni del sangiovese. Però, complice l’esposizione prevalente a sud-ovest e la serie di annate piuttosto calde che si sono succedute almeno dal 2003 innanzi, i vini di Sanlorenzo si sono forgiati normalmente ampi, eleganti, potenti, suadenti. Energici, certo, ma anche caldamente comunicativi, con una loro robusta morbidezza. Così il Brunello e così il Rosso, che riesce sempre di qualità sorprendente: ma Luciano è vignaiolo serio e ambizioso e il suo Rosso è semplicemente un’interpretazione altra del grande sangiovese di Montalcino, più pronta e amichevole, non meno raffinata del Brunello.
Certo, di anno in anno suoi  i vini sono stati diversi e questa speciale filigrana è uno tra i loro aspetti più belli, ma l’annata 2014, così piovosa, fredda e difficile, ha originato un Rosso per certi versi atipico: è sempre lui, ha quei lineamenti da sangiovese di razza e sincero,  però sostituisce scatto a distensione, freschezza a calore, grinta a souplesse. E tali caratteristiche  si concretizzano in una beva incisiva, quintessenziale, slanciata, quasi una saetta.  La prova? Versalo. E’ rubino scuro, ma con una trasparenza speciale ed una luminosità interna, rifrattiva; sul vetro del calice lascia  gocciole fittissime e lentissime: ravviva il desiderio. Tuffa allora le tue nari, lascia ti avvolgano i suoi aromi puliti,  intensi e freschi di frutta rossa: eccoli evidenti, vividi, fragola e ciliegia, lampone e fragola di bosco e poi una vaghezza di fiori, che intravedi appena sfumata com’è alla maniera impressionista. Altre note fresche, quasi rapsodiche: salvia, arancia rossa, un ricordo lontano di spezie di norcineria (noce moscata e cannella), persino zenzero, accenni di iodio e di ruggine, sentori appena percettibili di pellame e tabacco: ma sono solo una premonizione .  Assaggialo: riassumendo in pochi tratti, direbbe l’esperto che il gusto, di notevole intensità, è rispondente a quanto offerto all’olfatto; soprattutto però in bocca io trovo il sapore dell’uva sangiovese appena colta, che bambino mangiavo sulle prode, ed insieme vi sento qualche ricordo  di sultanina, più dolce. Ha un’acidità potente, portante come una struttura di pietra forte, ed è assai tannico,  ma di un tannino finissimo e signorile: ecco, mi ricorda certi Nebbiolo giovani, per il suo essere corposo e stilizzato, lungo, articolato, con un finale di gran classe, che è un po’ amaricante, ma con piacevolezza e lascia quasi un retrogusto antico di rabarbaro. Su tutto domina un’enorme freschezza. Si diceva prima della trasparenza nel leggere le annate: credo che mai come con questo Rosso di Montalcino 2014, in tutta la sua particolarità, io abbia realizzato che il Sangiovese di Sanlorenzo è anzitutto un grande sangiovese di altura, con caratteri montani spiccati nelle annate più fredde. Di qui la forza, di qui l’eleganza, di qui la sua originalità, che l’affratella al meglio delle produzioni internazionali e nostrane.
C’è poi un fatto curioso: gustato a settembre da una bottiglia in tutto gemella, era in una fase interlocutoria anche rispetto a precedenti di assaggi: contratto, svelava a nudo tutto il suo spessore strutturale, anche se svaniva un poco l’immediato godimento. Ora invece sì è schiuso come un fiore a primavera; e nello slanciarsi del profumo gioca quasi a nascondino, perchè ora è la struttura a farsi più sfumata. Però  non mi sento di dirlo sbocciato ancora, perché mi pare di sentire che sia solo all’inizio di un suo cammino e che per goderlo appieno, voglia ancora un ascolto attento. Darà ulteriori soddisfazioni negli anni, figlio di un’annata da molti detta minore? Ci vorrebbe la sfera di cristallo, ma tu tienilo nel bicchiere: seguine l’evoluzione, senti come cambia e si esalta. Perciò io ne accantonerò fiducioso e felice qualche bottiglia. L’ho goduto e trovato eccellente su arrosti misti; un po’ fresco, buonissimo.

Rioja Blanco 2014, Muga, 13 gradi.

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Se pensi alla Spagna, magari, le prime immagini sono quelle delle coste colorate, dell’assolata Andalucia: ecco, il caldo, la luce, il mare. Ma la Spagna è un paese grande, con un interno sconfinato, persino segreto in certe sue plaghe.
Dov’e’ la Rioja?  Certo questo non è un segreto, ma induce qualche riflessione: remota nella parte centrale del nord della Spagna, a ridosso dei Pirenei; al punto che nella sua porzione più fredda – la Rioja Alavesa- le uve stentano a maturare. Per dire che l’amico o l’amica che mi leggono, se si aspettassero di trovare vini solari e apertamente mediterranei, potrebbero anche trovarsi spiazzati. È pur vero che le mode e l’enologia moderne han portato anche qui a vini concentrati, polposi e fruttati, nel campo dei rossi; mentre in quello dei bianchi vanno per la maggiore le bevute anodine, aromatiche e dalle acidità vivide se non persino elettriche, grazie tra l’altro a vasi vinari d’acciaio, criomacerazioni e lavorazioni in riduzione, che hanno sopravanzato le pratiche antiche di travasi, legni, ossidazioni, che dopo affinamenti estenuanti davano vini gialli carichi se non addirittura ambrati: complessissimi, ma poco accetti dal bevitore medio moderno. Questo Rioja Blanco di Muga è un compromesso tra le due filosofie – se vogliamo- ma sorprendente: tecnicamente irreprensibile, ha però un carattere speciale,  in equilibrio tra sentimento nativo intransigente,  antico,  e accondiscendenza moderna.  Se lo guardi è paglierino trasparente molto tenue, con lacrime irregolari, distanziate, lente, evanescenti.  Il profumo è intenso, piuttosto complesso e tuttavia fresco e franco:  floreale da un lato, con la camomilla e il tiglio; dall’altro più fruttato: citrino anzitutto, poi con tocchi di frutta a polpa bianca (susine e pesche) e lontani cenni tropicali, ai quali seguono note leggere di vaniglia, più lontani ancora sentori di affumicatura e noce di cocco. Assaggialo: molto secco, ha un gusto di concentrazione superiore alla norma, dove spiccano accomodanti vaniglia e cocco, ma a compensare la bocca corposa (perché il suo corpo è pieno, seppur non grasso: più ricco di struttura che di estratti) c’è un’alta acidità. Il passaggio in carati gli lascia un corredo lievemente tannico, ma non l’appesantisce: con grande energia si allarga subito sul palato, poi vi si allunga facendosi affilato. Ricorda i bianchi di Borgogna e tra quelli uno dei discreti. Ricorda, appunto, ma non fa il verso; Al posto dello Chardonnay qui, ci sono i tradizionali viura al  90% ed al  10% la malvasia. Difatti soprattutto è originale negli aromi e mascolino. Curioso e da notare, teme la riduzione: se lo conservi dopo l’apertura con tappo ermetico in assenza d’ossigeno, l’aroma si sporca, il fluido diviene spigoloso in bocca. Lascialo invece libero di respirare e lui si equilibra: spariscono taluni eccessi di legno, la bocca riconquista salinità diventando avvolgente, e il naso assume toni ancor più freschi e nettamente agrumati; o meglio, di fiori di agrumi. Quest le ragioni native, l’orgoglioso scalpitìo ispanico, l’identità che sconfessa i transitori rimandi borgognoni. Eccelle, per il mio gusto, sui crostacei.

Bandol Rosè 2014, Chateau Barthes,13,5 gradi.

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Il vino rosato soffre ancora purtroppo di una scarsa considerazione da parte di tanti bevitori. “Vino per donne”, secondo alcuni;  "per l’estate", secondo altri;  alla fine, una seconda scelta.
Io invece ne resto affascinato – e se guardo a chi di vino se ne intende davvero, sono per fortuna in buona compagnia. Ne amo la magia visiva, la delicatezza al gusto e all’olfatto, la flessibilità negli abbinamenti e nelle occasioni della vita. Parlo ovviamente dei migliori rosati, giacché purtroppo non sempre chi produce dà a questa tipologia la dovuta considerazione.
Certe zone hanno nel rosato addirittura uno dei loro simboli e i quelli provenzali sono un’icona: la Costa Azzurra, le barche a vela, il Jet-Set, soprattutto la bellezza fatata di luoghi che nemmeno il turismo più selvaggio – e la relativa speculazione- è riuscito a obnubilare. Però nemmeno qui è tutto oro. Con i vini di Bandol, che rientrano in una AOC, per la mia piccola esperienza si va sul sicuro. Dalla costa tra Tolosa e Marsiglia per qualche chilometro nell’interno, terreni poco fertili e di conseguenza rese in vino per ettaro assai ridotte; vigne ripide a terrazzi che impediscono la meccanizzazione e impongono il lavoro manuale; infine la predominanza dell’uva mourvedre, che garantisce ai vini strutture solidissime.
Fin qui la teoria. La pratica è questo Bandol 2014 di Chateau Barthes che ho nel bicchiere, così emblematico. I rosati provenzali sono abitualmente piuttosto pallidi al colore: anzi, l’appassionato alla moda guarderà con sospetto tutti i rosè più carichi, che virano un po’ al cerasuolo. Tu – amico o amica che mi leggi – a ciò non far troppo caso, perché – vedi- anche questo Bandol ha una tinta salmone di media profondità che vira già un poco alla buccia di cipolla; e che c’è di male, se ha preso il sole del Mediterraneo e lo porta con sè? Gocciole sul calice ne accenna appena: è più un velo di glicole che si dissolve. Ma l’aroma, quello è la sua essenza! Eccola lì la Provenza, lì la Costa Azzurra, e non è solo l’associazione di idee con vacanze lontane. Lì – vero è – sta la terra, in quel bouquet di fiori che unisce i boccioli dei giardini delle ville ai fiori selvatici della macchia. I fiori del pesco e il loro frutto, il profumo della buccia quando è ancora fresca nella fase primissima della maturità. Fragole ancora madide di rugiada e la ricercatezza del pompelmo rosa. Ed oltre un sentore solare e salino, quell’odore puro del mare come lo sentivo lasciando gli ormeggi a Port Grimaud e nell’aria di maggio alle isole Porquerol, che si mischiava all’erba tagliata. Coerentemente, bevendolo, offre un corpo di giusta pienezza e stoffa, sano, gustoso (fragola, un tocco di pomodoro e uno di liquirizia), in equilibrio di pieni e vuoti; secco ma non allappante; fresco sulle prime con un’acidità media e felicemente diffusa, ma poi caldo in un finale che ha ricordi di mandorla ed è ben proporzionato nell’allungo, in un’alternanza continua supportata da una piacevole salinità al centro del sorso, che invoglia la beva. Certo, chiama a gran voce la cucina di mare, con gli intingoli e le erbe aromatiche magari; ma, con le stesse erbe, arrostite nemmeno disdegnerà le carni bianche. Io l’goduto con gran piacere sulla pizza. Vedi, il rosato? Ma chi davvero ama il vino non guarda tanto al genere ed al colore, perché apprezza anzitutto le differenze. C’è un’espressione di Luigi Veronelli che amo molto e che racchiude, credo, tutta la sua opera di filosofo e via via delle altre cose che è stato: “festeggiare la vita”. Non è sempre facile riuscirvi, ma ecco, amico o amica mia: questo è un vino giusto per festeggiarla, anche oggi che si piangono tante ingiuste morti.

Muscadet Sevre et Maine sur lie, La grande Cuvee,  Domaine Gadais, 12 gradi.

Il Muscadet! Quando si parla di crudita’ di pesce e di ostriche in particolare, il suo nome salta sempre fuori. Sarà che nascendo intorno a Nantes, nel primo entroterra della costa atlantica alla foce della Loira, l’abbinamento è venuto naturale. Oppure, come spesso accade, è stata l’alimentazione locale a selezionarne e fissarne nel tempo  lo stile e le caratteristiche. Però com’è difficile trovarne di veramente buoni, anche a cercare tra quelli di Sevre et Maine (sottozona di produzione particolarmente vocata) e tra quelli “sur lie”, cioè tenuti ad affinarsi per mesi non filtrati sui propri lieviti, per ottenere un gusto più ricco, più morbido ed insieme più fresco, grazie all’effetto delle mannoproteine ; e infatti spesso non manca nei Muscadet sur lie qualche traccia di anidride carbonica finemente disciolta: minutissime bollicine, che titillano piacevolmente il palato e preservano il vino dall’ossidazione e quindi dall’invecchiamento.
Ecco che finalmente ne ho trovato uno eccellente, questo di Domaine Gadais. Che sia buono lo sa bene anche chi lo produce, perché scrive orgogliosamente sul proprio sito aziendale di produrre: “ i migliori Muscadet Sevre et Maine”, forse esagerando con spirito guascone.
Però, quando lo bevi, come dargli tutti i torti? Soprattutto, come fare a resistergli? Perché fin dal color limone pallido, con riflessi verdini, che forma un velo minimo sul calice e si ritira regolare, è un’immagine di freschezza e gioventù, con un aroma intenso,  ben più della media dei Muscadet, ma senza esagerare inopportunamente, col rischio magari di coprire le vivande delicate. Il suo ruolo è di accompagnare, non di far la primadonna, e lui lo sa. Se vi accosti il naso, troverai profumo di limoni, pesche bianche, di crosta di pane, nitidissimi e cristallini, a compensare la complessità che è contenuta, ancora per non prevaricare. Ma portalo alla bocca e sul palato lo troverai croccantissimo, stuzzicante: ha corpo leggero, certo, ma non acquoso, anzi appena rotondo e quasi cremoso, ricco di tensione interna e al gusto ha un che di piacevolmente fume’. Ti farà parecchio salivare e ne godrai desiderandone ancora e ancora: e’ grazie della sua acidità? Certo è alta, ma invero non altissima se badi bene; piuttosto è quel suo essere salino, quel pungolanti a centro bocca che quando hai sete, come dicevano i miei vecchi, “ti gratta dove hai rosa”. Quale sia la sua virtù te lo rammenta nel finale, dove persiste più la sensazione tattile di freschezza che il gusto. Un grande vino estivo, che sta bene con tutte le pietanze di mare e persino come aperitivo. L’ho trovato ad un prezzo assai conveniente nella catena inglese Marks&Spencer: se in questi giorni visiti la Gran Bretagna -amico, amica che mi leggi- non fartelo scappare. L’autunno è già arrivato? Ma con questo Muscadet è estate tutto l’anno!

Weissenkirchen Gruner Weltliner  Federspiel 2014, Domane Wachau, 12 gradi.

Poche nazioni al mondo, io credo, hanno un’intima familiarità col vino come l’Austria. Si pensi che la stessa capitale Vienna e’ bordeggiata dai vigneti; anzi, essi penetrano fin quasi nel cuore della città, punteggiandosi di osterie: quelle stesse dove all’alba del XIX secolo Franz Schubert, scherzando con gli amici, annotava le melodie dei suoi divini lied sulla carta delle tovaglie e dei conti. Sono parecchie le zone austriache vocate e numerose le tipologie di vini, dai dolci ai secchi, dai bianchi ai rossi.
Wachau tuttavia è una tra le aree più spettacolari: si distende lungo il Danubio blu seguendo le curve e contro curve del fiume, stringendolo fra colline alte fino a 500 metri e ripidissime, separate dalle onde solo da una stretta fascia di terreno pianeggiante, punteggiata da villaggetti deliziosi coi campanili a punta. L’immagine può apparire idilliaca, ma inganna. Le colline così ripide richiedono stretti terrazzamenti delimitati da muretti a secco e tanta fatica e lavoro manuale. La terra su quelle strisce strette strappate alla montagna e’  talvolta profonda e generosa, più  spesso dura e sassosa, appena uno strato infertile. Certi angoli sono quasi perennemente in ombra e il contadino fatica a maturare l’uve; su altri picchia duro il sole durante le calde estati a carattere continentale e la fatica di braccia e gambe si fa intensa  come il sudore della fronte, perché lassù è impossibile il lavoro manuale. Fortuna che le notti son rinfrescate dall’aria fresca che risale dal fiume e che preserva le uve. Certe volte anche l’irrigazione è necessaria, perché i terreni sono drenanti ed il cielo regala in media 500 millimetri di pioggia l’anno, non molto più del minimo che serve alla vite per sopravvivere. Un po’ meno difficile la situazione nei vigneti in piano. Il risultato è che nel Wachau i vini sono potenti ed hanno una tensione interna inflessibile, quasi portassero nei loro geni -ossa carne e sangue- la fatica di chi li ha creati. Questo è il regno del Riesling (che cresce solo sulle terrazze) e più  ancora del Gruner Veltliner, uva bianca simbolo della regione, che origina vini con una forte personalità, complessi e serbevoli se prodotti da vigneti vocati e con rese contenute. Questo del Domane Wachau, importante e seria cooperativa locale, viene dalle vigne del villaggio di Weissenkirken, che per la loro qualità ha rinomanza di cru. Un’immagine di freschezza: color limone pallido, riflessi verdini. Niente lacrime sul calice, a chiazze si ritira lesto sul vetro. Aroma giustamente intenso di cedro, mela verde e gialla, rosmarino e lavanda essiccati in second’ordine, fortissima golosa speziatura di pepe verde: indimenticabile e penetrante come occhi furbi di ragazza. Al sorso è subito molto salino, con un’alta acidità che ricorda quasi quella dei Riesling e una buona integrazione alcolica. Lo valuterai nella tua bocca un peso medio, con corpo magro ma  muscoloso, con una trama un po’ terragna, pietrosa, quasi piacevolmente metallica. Lo troverai brioso e soprattutto piccante, al punto di ricordarti la polpa dei peperoni verdi. Quella la sua chiave, il suo essere intimamente austriaco: miscela di rigore nordico, sensualità mediterranea, arguzia slava. L’Austria delle passeggiate alle giostre del Prater con le ciambelle fritte e salate, delle voci di primavera, dei doppi sensi del Ratto del Serraglio e del Così fan tutte: “e che brindis replicati/far vogliamo al dio d’amor”.

Il giorno, a Benvenuto Brunello 2015

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L’alba.

La mattina e’ piovosa e umida, fredda; le mura massicce del Castello di Saltemnano si ergono fra la foschia che ingolfa desolata la valle dell’Arbia, la coltre grigia delle nuvole in cielo. Lontano, remota e quasi un punto, Montalcino con le sue torri che si stagliano su uno squarcio più luminoso d’orizzonte: la nostra meta. Che differenza rispetto all’anno passato, quando l’inverno già si discioglieva all’abbraccio tiepido della primavera e si aprivano al sole i germogli. Sarà per questo che una malinconia sottile mi prende, come un lieve disagio? O sarà forse la preoccupazione del confronto con quello scorso Benvenuto Brunello, il mio primo, e le sue emozioni? Magari è solo un poco di quel disincanto che si prova addentrandosi nella conoscenza: quel pizzico di magia che va inevitabilmente perduta. Sono pensieri però che si scacciano in fretta, tanta e’ la voglia di tornare su quel colle, di respirarne l’aria pura, di vederne le vie e con voli rapaci dello sguardo abbracciarne i paesaggi solenni a volo; e stringere le mani di quella gente. La strada sale dal fondovalle poco oltre Buonconvento, annodandosi su se stessa come le spire di un serpente: curva dopo curva, cantina dopo cantina, vigneto dopo vigneto. Per molti solo asfalto, automobili, traffico; per me percorso iniziatico, esercizio dell’animo: Benvenuto Brunello non è semplicemente la presentazione di nuove annate, l’assaggio di grandi vini;  per me è soprattutto calarsi in una realtà diversa, in un altro sentimento del tempo; e’ interrogarsi sulle ragioni della terra, sul seme che mi ha generato; e’ domandare al sangiovese di svelarmi i suoi segreti, intessendo con lui un dialogo muto, concentrandomi allo spasimo per intercettarne le vibrazioni più intime. Perché il sangiovese e’ come una gran dama: sempre un po’ sfuggente; e sotto la coltre dell’immediatezza vela spesso una complessità straordinaria. È come uno specchio che riflette sempre qualcosa della sua zolla, di chi l’ha coltivato e vinificato, persino di chi lo beve. Ecco: quest’anno vorrei tracciarne per me i confini, quel ritratto che ho ancora incompleto.

La mattina.

Si giunge a Montalcino che è mattina presto, le valige nei confortevoli silenzi ariosi di Palazzo Saloni; si camminano in fretta le vie profumate di pane appena sfornato, buono; si rivedono i selciati conosciuti, i canti, le insegne, i tetti, mentre la gente principia le attività quotidiane; con la sensazione felice di sentirsi in una casa ritrovata. Ecco l’ingresso sotto l’arco di pietra, l’abbraccio affettuoso con Luciano Ciolfi, al quale devo l’invito e la visita nel giardino del Brunello. Quest’anno si accede alla manifestazione dalla parte del museo, con la suggestione delle arcate possenti, delle teche che vegliano tesori nella penombra; si ha il chiostro bellissimo li’ da vivere e le sale appena ridipinte, di candida bellezza. Peccato solo l’odore della vernice fresca, per me fastidioso, ma onestamente nessuno mi pare se ne lamenti, sicche’ sarà il mio naso. C’è tanta gente e l’atmosfera della festa, perché la tanto attesa annata 2010 e’ di scena. Il mio disagio in parte si svela: quanti entusiastici giudizi ho letto anticipatamente su questa annata e quanti invece ruvidamente contrari alla 2009, spesso superficiali e irrispettosi del lavoro e della fatica di quella gente che suda allo stesso modo da un anno all’altro, anzi di più in quelli meno felici.  Sicuro, la  2010 e’ molto buona, però ancora una volta sono le differenze tra un vino e l’altro che più mi affascinano: di stile, di mano e di territorio, ciascuna a formare una piccola tessera del mosaico del Sangiovese di Montalcino, esprimendone le singole individualità. Ha detto bene un assaggiatore notissimo: “non c’è il Brunello 2010, ma cento Brunello 2010” . Che posso aggiungere a quanto scritto da tanti piu’ esperti di me? Eppure mi voglio provare. Contando che ho assaggiato in piedi ai banchetti dei produttori, quindi con tutte le approssimazioni del caso, mi pare un’annata luminosa, solare, di forza e di equilibrio, che a mio parere ha originato molti vini di traboccante energia, sicuramente godibili fin d’ora ma che in alcuni casi – forse quelli migliori- richiederanno anni di bottiglia per assestarsi appieno e ricomporsi in una grazia superiore; giocando poi un tiro mancino da una parte ad alcuni Brunello Riserva 2009, verso i quali lo stacco mi è sembrato a volte minimo e talvolta a vantaggio del vino d’annata. Quanto ai Rossi di Montalcino 2013, sono sempre freschi, piacevoli e benfatti, ma direi con una profondità e continuità qualitativa un po’ inferiore rispetto ai 2012 assaggiati lo scorso anno. Paradossalmente l’annata 2013, per così dire classica, ha ancor più  differenziato chi interpreta il Rosso come un  Brunello adolescente e chi semplicemente come un buon vino da pasto.

Il mezzodì e il meriggiare.

Che piacere assaggiare con Luciano, lui che in vigna e in cantina si sporca le mani e vi trova l’orgoglio e la pena. Che piacere assaggiare e confrontarsi con Stefano Paparelli, finissimo palato, che sa riassumere il senso di un vino in una battuta. Che piacere poter legare un assaggio alla chiacchiera col produttore sull’annata, sulla vinificazione, sul suo terreno, e scoprirne le interrelazioni nel calice. Talvolta nemmeno quello serve: basta un gesto, uno sguardo soltanto e dalla persona che hai davanti capisci tutto il vino. Oppure puoi chiudere gli occhi e concentrarti solo sul calice, senza preconcetti, simpatie e antipatie. Purché nel calice ci sia Brunello di Montalcino, quello che nelle sue mille differenti sfumature, buono o meno buono, mi picco di riconoscer come tale, che parla toscano con la voce del sangiovese. Perche’ un paio di vini che ho assaggiato – ottimi senz’altro – non parlano quella lingua: concentrati, fruttati, rifiniti secondo un gusto internazionale, mi pare che in essi la sapienza abbia la meglio sulla natura dell’uva e del territorio, perlomeno come io l’ho vagheggiata; sontuosi persino: ma io vorrei prenderti per mano, amico o amica che mi leggi,  e portarti li’ a due passi nelle sale del Museo di Montalcino, di fronte alle monumentali Madonne su fondo oro del Dugento Senese: nude e scabre forse, ma potentemente spirituali, di un rigore severo che a riguardarle si scioglie in una dolcezza senza tempo, un’idea di fede insieme mistica e laica, perché universale. Ecco, immagina che d’improvviso accanto v’appaia una pittura perfetta ma esteriore, barocca nel senso della sovrabbondanza cortigiana: così mi suona la lingua di quei due vini tanto internazionali. Perciò oggi che si presenta tra gli osanna l’annata 2010, le tante attenzioni estere nutrono la mia inquietudine e il mio disagio: temo una deriva e seppur io sappia per esperienza che il mercato e’ vita, fatico a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.Saranno altri vini a riportarmi al sorriso, attraverso le ragioni della terra. Quelli dove sentirò una vibrazione che mi appartiene e che mi azzardo a ricondurre a queste zolle, a queste mani, a questa storia ilcinese. Di essi scriverò: di quelli che mi hanno trasmesso – come diceva un vecchio direttore d’orchestra – un tono vitale.

Per cominciare partendo in quarta, i vini di Sesti, con un Rosso di Montalcino 2013 elegante e molto fine, dal colore tenue e con toni un po’ verdi al palato, che però non mi dispiacciono: sono tocchi di freschezza. Anche il Brunello 2010  e’ molto fine, di grande struttura e di equilibrio già miracoloso, con una persistenza lunghissima ed una tessitura passante che è come un eloquio naturale, sciolto ed insieme profondo, da grande oratore: più ancora, il discorso di un leader. Il Brunello di Montalcino Riserva 2009 e’ anch’esso strutturato e lunghissimo, ma meno bilanciato nell’uso del legno e il suo parlare un po’ più impostato, meno energico. Tutti i vini di Sesti sono comunque luminosi ed al tempo stesso potentemente chiaroscurati, dinamici e ariosi, con la purezza di un cielo stellato. 

Passo subito dopo ai vini di Sanlorenzo, quelli di Luciano, per godermi appieno il gusto del contrasto con i precedenti: perché i suoi, lo so, son vini forti, potenti, materici, ma che mantengono sempre abbastanza freschezza e quel tocco appena un po’ ruvido per non stancare mai.  Vendemmia dopo vendemmia vanno acquistando focalizzazione e quella  rifinitura sottile che è attenzione al dettaglio, non preziosismo. Sorprende quasi il Rosso di Montalcino 2013, meno alcolico del solito, diverso, forse anche più godibile: magari al momento di Benvenuto Brunello ancora un po’ da farsi ( e’ in bottiglia da poco), ma si capisce benissimo che la sua e’ la struttura di un Rosso di categoria superiore. Il Brunello 2010: per me che l’ho assaggiato in più fasi della sua evoluzione e’ una conferma, ma che conferma!  Ha tutto quel che deve avere un grande vino: potenza e levita’, magari ancora un po’ da armonizzarsi direi, ma la stoffa e’ tutta lì, con una bocca che è già carezzevolissima ed un’alta acidita’ già ben integrata, col tannino potente e fine. Vino sempre più raffinato il suo Brunello, ma questo 2010 ha dentro un’energia speciale che scalpita e trabocca. Lo diresti un vino a trazione posteriore: quasi delicato e di stoffa dolce sulle prime al palato, poi vi si espande travolgente, spingendo forte sul gusto.

Su suggerimento di Luciano provo i vini dei suoi vicini di “banchetto”, San Giacomo, che non conosco, e questa è forse la sorpresa della giornata. Vini luminosi, puri, strutturati; magari in queste fasi giovanili un po’ lineari in termini di complessità aromatica, ma con una bellissima naturalezza sul palato, che invoglia a berne e a mettersi a tavola in loro compagnia, più che a degustarli. Vorrei proprio poterli riassaggiare con più calma e agio, approfondire il loro racconto, sfogliando la pagina delle annate e camminandone la terra. 

Li’ vicino c’è Salvioni ed il loro Brunello di Montalcino e’ spettacolare: bellissimo fin dalla tinta luminosa, e’ all’olfatto e al gusto che dispiega un carattere veramente in technicolor, perché ha già in se’ la giovinezza e la maturità perfettamente fuse,  coi frutti da una parte e dall’altra gli umori della pelle, degli anfratti segreti nel bosco. Non si smetterebbe mai di gustarlo tanto in bocca e’ lieve e forte, ben tannico e ben acido. Leggero, lungo, carezzevole, vien quasi da chiedersi se non sia il vino perfetto, ma è una domanda senza senso per chi ama il vino: la perfezione non è di questa terra e nel piacere contano di più le differenze e i distinguo che le asserzioni,  la ricerca  del contrasto e dell’individualità che l’inseguimento di perfezioni immutabili. E se tu che mi leggi non sei disposto ad amare, non seguirmi: non mi capirai. 

Proprio per amor di contrasto, se mi segui, ti porterei all’assaggio dei vini de Le Chiuse: ecco che alla colorata esuberanza si contrappone una misura classica, composta, quasi antica nel suo rigore. Sono vini lenti a mio vedere, nordici, che si concedono nel tempo, ma il Brunello 2010 ha fin d’ora una capacità comunicativa stupefacente, che dissimula ed alleggerisce una struttura enorme, di trascinante energia, però mai sopra le righe. Ritrovo in lui quelle sensazioni compatte di pietra che tanto mi affascinano, ma accompagnate da una pienezza di sapore rara: un’architettura ravvivata dalla poesia dell’arte. 

Altro produttore, altra terra, altro stile di Brunello: quello di Donatella Cinelli Colombini. Ne amo anzitutto il colore: trasparente, luminoso rubino, brillantissimo, ricco di riflessi cromatici. Il profumo e’ dolce, con sfumature di cipria, di fascino femmineo e persino civettuolo. Lieve al sorso, con un’acidità alta ma che stuzzica maliziosa e piace, di rifinitissima tessitura e piuttosto lungo. Sarà che la conduzione aziendale e’ al femminile o e’ solo la mia suggestione? Così garbato da risultarmi  leggermente impostato, e il mio gusto preferisce vini più ruvidi, ma più diretti. Vedi, tuttavia? Nella pratica conta il momento e la tavola: in certi giorni, con talune persone, a lui rivolgerei gioioso la mia scelta, privilegiandolo tra altri.

Non fermiamoci però: se cerchi il registro dell’eleganza c’è tanta varietà col Sangiovese di Montalcino. Mi accosto ai vini di Poggio Antico: qui l’eleganza si combina col rigore, la modernità della rifinitura si chiude ad avvolgere un anima di classico equilibrio. Stupisce che a strutture così monumentali e ad una persistenza  lunghissima, davvero fuori dal comune,  non manchi mai lo slancio e la freschezza: queste sono le stigmate di vigneti privilegiati in posizioni favorevolissime e di una mano notevole in cantina. Sono vini da condottieri dei tempi nostri questi: avanzano sicuri e a testa alta in un bel completo grigio, eleganti e formali, col passo dei vincenti ma senza strafare. 

Quanta differenza con i vini di Pian delle Querci: delicati, teneri, lirici. Cantina artigianale e familiare come poche, nella timidezza degli sguardi la favola stessa del vino. Un Brunello 2010 levigato e lieve, appena ancora un po’ marcato dal legno ma dagli aromi complessi e nitidi. Al palato ha struttura giusta, di grande equilibrio, più tannico che acido. Al gusto e’ pieno, ma in sottrazione; non conosce pesantezze, ha una dimensione cameristica. Se sai un po’ di musica mi capisci: qui non gli sforzati di Beethoven, ma i più aerei accenti mozartiani. Vedi il sangiovese? Quanta varietà.

Mi sposto verso Collelceto, altro produttore di dimensioni e spirito artigiano, i cui vini mai avevo assaggiato, e più che la musica mi evocano la pittura: il Brunello 2010 e’ una sorpresa, luminoso e scuro, saporito e stuzzicante all’olfatto, spinge forse appena un po’ nell’effluvio alcolico, ma in modo non spiacevole. Al sorso riluce la sua la sua bella struttura: acido, sapido e tannico, col tempo troverà ancor miglior fusione, io credo. Il Rosso 2013 e’ piacevole, corposo ma non pesante. 12.000 e 10.000 bottiglie, rispettivamente.

Di proposito seguo a questi i vini di Col d’Orcia. Azienda di grandi dimensioni, una tra le più estese di Montalcino: 250.000 bottiglie del Brunello 2010, 200.000 del Rosso 2013. Non assaggio questi vini da anni e li ritrovo quadrati, caldi, tradizionali, con un certo tocco fume’ che li accomuna. Però qui c’è anche il Brunello di Montalcino  Riserva “Poggio al Vento” 2007: 8.000 bottiglie da 5 ettari, ed è un’altra storia: la zampata del leone. Vino potentissimo, una vera forza della natura: il sangiovese che si alza orgoglioso, indossa una corazza e leva un inno di guerra; si’ perché questo è un Brunello che disdegna mollezze: non ha il corpo ampio e bolso dei vini di stampo internazionale, ma la schiena dritta, con la forza strutturale e senza belletti del sangiovese autentico. Anche questo è un vino da condottieri, ma all’antica, con l’elmo e l’alabarda.  

Mi viene l’istinto di accostare a questi i vini di Fattoria dei Barbi: altra azienda di dimensioni rilevanti nel panorama ilcinese, col Brunello 2010 che si attesta intorno alla 200.000 bottiglie, non uno scherzo. Vini di impronta felicissimamente tradizionale, hanno quella capacità di emozionare che spesso sfugge quando i numeri crescono, grazie ad una cura superiore ed al coraggio di non piegarsi a mode e gusti altrui. Tra i Brunello annata preferisco solitamente quello con la leggendaria etichetta blu, che ovviamente e’ buono anche quest’anno, ma per una volta è stato il Brunello “Vigna del Fiore” a colpirmi maggiormente: direi che ha una marcia in più in termini di struttura ed una fusione, un amalgama, una pienezza – in altre parole, una centratura- che ne fa uno di quei vini di classe signorile che si allungano sul palato e irradiando lo avvolgono pulendolo, con una sensazione di piacere tattile che permane non solo alla bocca, ma più ancora nella memoria. 

Dai Barbi al prossimo assaggio il filo e’ sottile, come la strada meravigliosa porta giù a Castelnuovo dell’Abate curva dopo curva, costeggiando Sant’Antimo dall’alto. Un fatto di cuore e di persone, in parte segreto, che non sarò io a svelare. Ci viene versato nei calici il Brunello 2010, trasparente nel suo colore granato carico ed evoluto, persino ammattonato, che si ama o si odia. Per alcuni sono vini arcaici; per me il loro aroma e’  poesia che si libra nel cielo, il sorso e’  complesso e impalpabile. Esclama Stefano Paparelli: “E poi c’è Poggio di Sotto!”: la definizione è perfetta, non occorre aggiungere altro. Non ho la conoscenza adeguata per azzardare il paragone con altre annate di Poggio di Sotto, ma per me Brunello 2010 e Rosso 2012 (uscita ritardata) sono semplicemente signori vini. Il Brunello 2010, insieme potente e leggiadro come il velo trasparente di una dea, per me indimenticabile.

Se parlo di vini del cuore, può mancare Tiezzi? Il Brunello proveniente dal Poggio Cerrino e quello della Vigna Soccorso sono due interpretazioni, classiche, ispirate, rigorose di Sangiovese, ognuna bella della nudità del suo territorio. Vini che se ne hai un po’ di dimestichezza puoi seguirli nel loro cambiare, preferendo a volte l’uno, a volte l’altro. Il Brunello Poggio Cerrino 2010 e’ fruttato, ha un aroma in questa fase assai giovanile con aldeidi in piacevole evidenza, un attacco alla bocca dolce e amichevole, con una tessitura piacevolmente ruvida, artigiana. È salato nel dispiegarsi al sorso, strutturato e assai lungo. Il Brunello Vigna Soccorso 2010! Lo ritrovo il vino di questa zolla benedetta come lo ricordo: un raggio di luce dal cielo. In questa annata e’ dotato di una materia particolarmente ricca che sembra agitarsi ancora scomposta, dando origine a piccole imperfezioni e sbandamenti che sono, a mio avviso, solo il segnale  di una potenza compressa. Il tempo sarà galantuomo: perché qui c’è gran struttura di tannino, corpo, acidita’, ed una lunghezza quasi infinita, pura, che commuove. 

Con i vini de “Il Paradiso di Manfredi” siamo sempre nei territori dell’artigianalita’, qui anzi piuttosto spinta. Sono vini a volte umorali, scontrosi, difficili da capire. Ecco, quest’anno ne sono rimasto affascinato e incerto, attratto ma non del tutto persuaso. Il Rosso 2013 mi è sembrato, come dire, un po’ verde, ma subito dopo questa prima impressione ecco farsi largo fiori e frutta: tanti fiori, ed erbe con aromi puri quasi portati da una brezza al sole d’inverno. Di contro, il sorso ha i toni caldi dell’arancia e delle carrube, la velatura della castagna. Anche il Brunello 2010 e’ rimasto un po’ enigmatico: da un lato  ha un fascino carnale e terroso, dall’altro un fin troppo insistito odore di farmyard (come lo chiamano gli inglesi con elegantissima voce). Eppure sono vini di percepibile vibrazione autentica, che non lasciano indifferenti, ai quali vorrei tornare con più calma e tra qualche mese o anno, aspettando che il tempo abbia compiuto la sua opera. 

Proseguendo su vini un rimastimi un po’ enigmatici, ecco Le Macioche: il Brunello 2010 ha gran struttura, con maggior rilievo tannico che acido; e’ un po’ eccentrico all’olfatto con un che di mentolato, però è affascinante; ecco altro vino che magari si gioverà del tempo e di un po’ di assestamento. Di contro, il Rosso di Montalcino 2013 de Le Macioche mi pare uno dei campioni della categoria: di grande equilibrio, pulizia, intensità e tannini potenti.

Carte inverse da Lambardi, un produttore che amo per il respiro classico  e artigiano dei suoi vini: del Rosso di Montalcino 2013 apprezzo il naso sfaccettato, sottile, e la carica tannica; ma il Brunello 2010 e’ tutta un’altra musica, perché se ammalia fin dal colore rosso rubino vivissimo, conquista per la fusione perfetta dei suoi aromi nitidi, insieme giovanilmente fruttati e più evoluti, terziari, di terra e solvente. Elegantissimo e profondo, e’ col suo bacio che ti fa innamorare: una stoffa bellissima che si distende longilinea e salata, piena di gusto e lunghissima, una struttura importante e molto tannica che forse ancora deve raggiungere il suo zenith, ma che è già luminosa. È la vittoria di un classico equilibrio: perché con tutta la sua forza e la sua intensità mantiene un’armonia composta, una netta misura; quasi che a segnarne i confini fosse il tratto ispirato di un pittore che disegni una Primavera o una Nascita di Venere, nella loro apparente semplicità. 

Altra voce che amo: quella di Fattoi. E dico voce – amico, amica mia – perché questi vini hanno sempre un tono caldo, appassionato, baritonale, o da violoncello; che canta con uno spirito antico, d’altri tempi. Ricordo mia nonna aveva una vecchia radio Magnadyne degli anni Trenta da pavimento, un mobile a colonna di legno pesantissimo con un enorme altoparlante tondo alla base: magari il suono non era perfetto e immacolato come quello degli apparecchi moderni, ma ogni disco acquistava un vocione, un timbro particolare che sembrava risalire dalla terra stessa e andare dritto al cuore e più ancora alla pancia. Ecco, Rosso 2013 o Brunello di Montalcino 2010, così sono per me i vini di Fattoi: alla bocca magari un po’ rugosi ma travolgenti, con note scure e di bosco che promettono i misteri di una foresta incantata alla luce della luna, in una notte di mezza estate. 

Fornacina e’ un altro produttore dove mi pare di individuare un timbro comune tra Rosso e Brunello: una nota fume’ che li marca entrambi. Scambio due parole qui e là con i tanti esperti che affollano le sale, alcuni mi dicono che è dovuta ai legni d’affinamento, non tutti la gradiscono. A me invece non spiace: aggiunge un tocco personale ed una dimensione di profondità; soprattutto pero’ questo Rosso 2013 e questo Brunello 2010 se la possono permettere, tanta e’ la struttura che esprimono: di sicuro non ne restano coperti. Il Rosso ha profumi di intensità fruttata che sposano note più scure: le pelli conciate, la macchia; vino suggestivo, di grande fascino sensuale. Il Brunello 2010 e’ invitante, quasi spigliato per nel suo essere un po’ retro’; ritroviamo anche qui quelle note di pelli conciate, di affumicato, unite ai profumi primari della frutta, ed in più il ferro: il bilanciamento tonale – se così lo possiamo chiamare, e’ più serio e formale. A marcare veramente lo stacco, pero’, e’ il sorso: una bocca di forza, appena un po’ dolce e non del tutto ancora assestata, ma di grande acidita’ e con tannini maestosi. 

Le Potazzine: anche qui assaggiando Rosso 2013 e Brunello 2010 si potrebbe parlare di stile comune; ma è la mano dell’uomo o il territorio a parlare? Probabilmente entrambe e ancora una volta i vini de Le Potazzine mi paiono tra i più raffinati, piacevoli, precisi e compiuti tra quanti assaggiati della denominazione: dolci non per zucchero, ma per la loro trama, per come accarezzano il palato; immediati, senza un chiaroscuro particolarmente marcato in questa fase giovanile, ma con una grande struttura sotto, che soddisfa e promette: una lusinga di futuro. 

E la struttura non manca certo nei vini di Canalicchio di Sopra! Il Rosso 2013 e’ un vino molto bello, rotondo e al sorso ha un’intensità esplosiva. Pieno,equilibrato, forse il miglior Rosso di Montalcino della giornata. Magari, mi è sembrato leggermente esuberante di alcool, ma ha tanto tannino ed un’acidità nitida che gia’  lo bilanciano e probabilmente ne favoriranno l’equilibrio nei prossimi mesi. Il Brunello si comporta, giustamente, da fratello maggiore: e’ persino ancora più pieno, con tanta materia ed una trama tannica possente. Mi e’ parso che qualche sentore dei legni d’affinamento dovesse ancora amalgamarsi del tutto, ma con una struttura così eroica e’ solo questione di aspettare. 

Il Brunello 2010 di Pietroso e’ un altro vino di struttura imponente, rotondo, alcolico, la declinazione classica di un modello di Brunello potente, giocato sul filo di una virtuosa evoluzione, che non si piega alle mode e ad innaturali concentrazioni o mollezze. Un Brunello che non deve chiedere mai, ma con un’anima gentile, persino poetica. Nel Rosso 2013 il classicismo si manifesta invece con una veste giovanile, fruttata e ricca tuttavia di chiaroscuri. È un vino molto intenso, con una dolcezzadi stoffa e non zuccheri, piacevole, un gusto pieno su un corpo misurato, un’acidità fresca e robusta, ma delicata. Se qua e là manifesta piccole angolosità, tu lascia spazio alla sua maturità e le vedrai ricomposte. 

Passiamo ai  vini di Fuligni, ma siamo sempre nell’alveo della classicità; tu però  non la intendere come una codificazione rigida e magari un po’ monocorde, perché loro manifestano una personalità marcata. Prendi il Rosso 2013, ancora un campione da botte: giovanile e fruttato all’olfatto com’è lecito aspettarselo, ma alla bocca e’ già pieno, ricco, carezzevole, con un’alta acidita’ e una tannicita’ materica. Soprattutto e’ molto intenso, con un’alcolicità appena in evidenza, ma piacevole. Anche il Brunello di Montalcino 2010 e’ molto saporito, con abbondanza di frutta rossa; ma soprattutto e’ quasi pepato, mosso da un interno chiaroscuro che lo fa più profondo e come avvolto in una morbida pelle profumata.

Vedi? Se assaggi ora i vini di Tenuta di Sesta, difficile non dirli classici; eppure hanno un altro passo, un altro respiro. Intensi, eccome, ma diversi dai precedenti: più aerei, fini e quasi, mi verrebbe da dirti, di ispirazione borgognona. A cominciare dal Rosso 2013, rubino e molto vivido, floreale all’olfatto ed al palato succoso, dolce nell’attacco, pieno, strutturato ma con molta misura, per acconciarsi senza sforzo alle più vare occasioni ed alla tavola quotidiana. Una tavola di lusso tuttavia, lungo com’è; e con intriganti note di confettura e canditi che creano uno strato ulteriore sulla sua fresca intelaiatura. Ben altra struttura il Brunello 2010 ed ancor maggiore intensità ; al punto di risultare un po’ scomposto in questo istante giovanile al limitar dell’inverno, come un puledro di razza che scalpita e si impenna. Viene presentato anche il Brunello di Montalcino  Riserva 2009 ed è un assaggio molto istruttivo: sempre fine, persino soave, di struttura superiore  al pur maestoso Brunello 2010; ma se da una parte lo apprezzi perché più riposato e risolto, dall’altra noti – almeno: così è parso al mio palato- una nota finale amara, che pare il segno di una forzatura; o semplicemente, un indice di minore armonia interiore, che nemmeno il tempo del tutto slega. Ed eccola qua, per contrasto, la grandezza dell’annata 2010.

Per ultimo, ti voglio narrare degli assaggi al banchetto de Il Marroneto. Qui si firmano grandi vini di profilo classico, che ho assai apprezzato anche in passato. Tuttavia in questa annata 2010 la loro trasparenza espressiva lascia il segno: il lapis corre sul foglio degli appunti e ne rimarca la grande struttura; poi, quasi inaspettatamente, spuntano le parole: “vecchio stile”. Ecco, questo non l’avevo mai notato prima. La struttura potente del Brunello 2010 si stempera declinando la sua dote di frutto nella trama setosa di una controllata evoluzione, che l’arricchisce di screziature all’olfatto e alla beva. La dolcezza zuccherina e glicerica perde ogni mollezza e guadagna nerbo affondando nella tinta un po’ aranciata del vino. Queste caratteristiche si elevano al cubo nel raro Brunello di Montalcino Selezione Madonna delle Grazie 2010, un grande Sangiovese senza filtri e senza rete in solo 5986 bottiglie, per una struttura ancora maggiore, un frutto dolcissimo di grande intensità, con un’evidente richiamo di ciliegia sotto spirito. La sua trama, pero’ è fresca e aerea, fatata. E quel colore magico, aranciato, ancora più evidente. Da “tradizionale”  il descrittore si sposta piuttosto su “ arcaico”; come può esserlo, nella sua immateriale eleganza, un fondo oro del Dugento. Ecco il mio cerchio che si chiude: questo Sangiovese che torna all’antico mi sembra futuristicamente moderno.

A sera.

Si lascia la manifestazione sul fil dell’imbrunire, quando le voci della folla sembrano attenuarsi in sussurro. Le mura del museo ancora sfavillano, ma già la penombra le tocca: si dispone ad avvolgerle materna. Si allungano le ombre sui selciati antichi di Montalcino: e’ bello camminarvi anche se piovono gocce. Scende la sera. Una sosta rinfrancante a Palazzo Saloni: le stanze grandi e comode calzano come un guanto sulla mia stanchezza, le luci calde e tenui carezzano gli occhi. Dalle finestre ampie, mentre si fa buio, vedo in lontananza le colline nere illuminarsi di bagliori: un canto sospeso. Ho appuntamento in cantina da Luciano. L’Alfa borbotta un poco uscendo dal paese, poi si slancia  in un canto allegro danzando sotto la pioggia sulle colline. Una danza lenta, perché la strada me la godo adagio. Malgrado il freddo abbasso un poco il finestrino, voglio sentire i profumi dei boschi e delle vigne. I miei fari illuminano lo sterrato familiare, finché svolto a sinistra sotto una coltre fitta di alberi, e sono sull’aia di Sanlorenzo: luogo ormai del cuore questo. Una lama di luce filtra dallo spiraglio della porta. Dentro saranno assaggi di annate vecchie e nuove e future, chiacchiere di uve, di botti, di fermentazioni, di lieviti, di mercati, di America e Napoli e Hong Kong, un po’ in italiano e un po’ in inglese, per la varia umanità presente. E pecorino e prosciutto e pane. Più ancora il senso squisito e raro dell’ospitalità e dell’amicizia. 

Notte.

Si fa tardi, l’appuntamento è  a cena al Ristorante al Brunello. Io devo ripassare per Montalcino, ma sono in anticipo; non molto, giusto qualche minuto. Allora, giunto alla rotonda di fronte alla Rocca, mi prendo un momento tutto per me: svolto a destra, scivolo in silenzio le ruote sull’asfalto per i chilometri di strada prima tortuosa e poi aperta e stesa che va verso Castelnuovo dell’Abate. Li’ a sinistra giace il Greppo e le sue memorie, più avanti la Fattoria dei Barbi, ma la mia meta e’ oltre: voglio vedere Sant’Antimo. Sant’Antimo la notte, illuminata nel silenzio dell’oscurità,  quasi un faro come doveva apparire nei secoli oscuri ai pellegrinini in marcia; laggiu’ nella sua valle, col prato verde intorno e gli olivi vecchi a farle corona. La vedo di lontano; scendo verso di lei, le vado incontro, solenne e solitaria. Le sono davanti, nessuno intorno, solo io e lei: piccolo nel freddo notturno sotto la sua abside maestosa. Sto muto di fonte a quella promessa di fede scolpita nella pietra. So che le vigne sono intorno: ne sento il respiro, le sento sussurrare, raccontano una storia antica, umile e fiera: la fatica delle generazioni, la forza di una tradizione. Poi la cena: le chiacchiere allegre della bella compagnia, l’ottimo cibo, i grandi Champagne e le prelibatezze dolci e salate portate da Stefano, i tantissimi Brunello di annate giovani e vecchie: perché accanto a quelli come me venuti da fuori per Benvenuto Brunello stanno intorno al tavolo tanti giovani produttori ilcinesi: uniti, affiatati, che si scambiano idee e assaggiano insieme. Questi sono i custodi della terra, nelle loro mani e’ il futuro del Brunello e più ancora di Montalcino, il baluardo contro una vuota deriva internazionale, che sembra creare paradisi per ricchi, ma morde e fugge e non lascia che gli avanzi: peggio, una terra arsa di sale. Li guardo e mi sento tranquillo che qui non si faranno macerie dell’autenticita’.Dopo la cena, ormai a notte fonda, sono tornato a Sant’Antimo. Questa volta non da solo. Mi serviva ancora un momento di silenzio e la conferma di una promessa. La chiesa buia ormai, ma non importa. 

Epilogo.

Domani ancora una mattina di Benvenuto Brunello, ma sarà come nuotare in un sogno. Tanta ressa, quasi impossibile assaggiare e la stanchezza si sente.  Difatti gusto i vini di Cerbaia ma senza la concentrazione dovuta e gli appunti vanno a vuoto: occasione perduta, mio torto da recuperare. Mi resterà però il senso di essere a casa: le chiacchiere del più e del meno in Piazza del Popolo con Raffaella incontrandoci per caso, come si facesse due passi la domenica mattina per comprare il giornale; i sorrisi e le tante persone che si ricordano di te da un anno all’altro e  anche più. Questo il senso dell’autenticita’.

Arrivederci Montalcino!

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