Muscadet Sevre et Maine sur lie, La grande Cuvee,  Domaine Gadais, 12 gradi.

Il Muscadet! Quando si parla di crudita’ di pesce e di ostriche in particolare, il suo nome salta sempre fuori. Sarà che nascendo intorno a Nantes, nel primo entroterra della costa atlantica alla foce della Loira, l’abbinamento è venuto naturale. Oppure, come spesso accade, è stata l’alimentazione locale a selezionarne e fissarne nel tempo  lo stile e le caratteristiche. Però com’è difficile trovarne di veramente buoni, anche a cercare tra quelli di Sevre et Maine (sottozona di produzione particolarmente vocata) e tra quelli “sur lie”, cioè tenuti ad affinarsi per mesi non filtrati sui propri lieviti, per ottenere un gusto più ricco, più morbido ed insieme più fresco, grazie all’effetto delle mannoproteine ; e infatti spesso non manca nei Muscadet sur lie qualche traccia di anidride carbonica finemente disciolta: minutissime bollicine, che titillano piacevolmente il palato e preservano il vino dall’ossidazione e quindi dall’invecchiamento.
Ecco che finalmente ne ho trovato uno eccellente, questo di Domaine Gadais. Che sia buono lo sa bene anche chi lo produce, perché scrive orgogliosamente sul proprio sito aziendale di produrre: “ i migliori Muscadet Sevre et Maine”, forse esagerando con spirito guascone.
Però, quando lo bevi, come dargli tutti i torti? Soprattutto, come fare a resistergli? Perché fin dal color limone pallido, con riflessi verdini, che forma un velo minimo sul calice e si ritira regolare, è un’immagine di freschezza e gioventù, con un aroma intenso,  ben più della media dei Muscadet, ma senza esagerare inopportunamente, col rischio magari di coprire le vivande delicate. Il suo ruolo è di accompagnare, non di far la primadonna, e lui lo sa. Se vi accosti il naso, troverai profumo di limoni, pesche bianche, di crosta di pane, nitidissimi e cristallini, a compensare la complessità che è contenuta, ancora per non prevaricare. Ma portalo alla bocca e sul palato lo troverai croccantissimo, stuzzicante: ha corpo leggero, certo, ma non acquoso, anzi appena rotondo e quasi cremoso, ricco di tensione interna e al gusto ha un che di piacevolmente fume’. Ti farà parecchio salivare e ne godrai desiderandone ancora e ancora: e’ grazie della sua acidità? Certo è alta, ma invero non altissima se badi bene; piuttosto è quel suo essere salino, quel pungolanti a centro bocca che quando hai sete, come dicevano i miei vecchi, “ti gratta dove hai rosa”. Quale sia la sua virtù te lo rammenta nel finale, dove persiste più la sensazione tattile di freschezza che il gusto. Un grande vino estivo, che sta bene con tutte le pietanze di mare e persino come aperitivo. L’ho trovato ad un prezzo assai conveniente nella catena inglese Marks&Spencer: se in questi giorni visiti la Gran Bretagna -amico, amica che mi leggi- non fartelo scappare. L’autunno è già arrivato? Ma con questo Muscadet è estate tutto l’anno!

Weissenkirchen Gruner Weltliner  Federspiel 2014, Domane Wachau, 12 gradi.

Poche nazioni al mondo, io credo, hanno un’intima familiarità col vino come l’Austria. Si pensi che la stessa capitale Vienna e’ bordeggiata dai vigneti; anzi, essi penetrano fin quasi nel cuore della città, punteggiandosi di osterie: quelle stesse dove all’alba del XIX secolo Franz Schubert, scherzando con gli amici, annotava le melodie dei suoi divini lied sulla carta delle tovaglie e dei conti. Sono parecchie le zone austriache vocate e numerose le tipologie di vini, dai dolci ai secchi, dai bianchi ai rossi.
Wachau tuttavia è una tra le aree più spettacolari: si distende lungo il Danubio blu seguendo le curve e contro curve del fiume, stringendolo fra colline alte fino a 500 metri e ripidissime, separate dalle onde solo da una stretta fascia di terreno pianeggiante, punteggiata da villaggetti deliziosi coi campanili a punta. L’immagine può apparire idilliaca, ma inganna. Le colline così ripide richiedono stretti terrazzamenti delimitati da muretti a secco e tanta fatica e lavoro manuale. La terra su quelle strisce strette strappate alla montagna e’  talvolta profonda e generosa, più  spesso dura e sassosa, appena uno strato infertile. Certi angoli sono quasi perennemente in ombra e il contadino fatica a maturare l’uve; su altri picchia duro il sole durante le calde estati a carattere continentale e la fatica di braccia e gambe si fa intensa  come il sudore della fronte, perché lassù è impossibile il lavoro manuale. Fortuna che le notti son rinfrescate dall’aria fresca che risale dal fiume e che preserva le uve. Certe volte anche l’irrigazione è necessaria, perché i terreni sono drenanti ed il cielo regala in media 500 millimetri di pioggia l’anno, non molto più del minimo che serve alla vite per sopravvivere. Un po’ meno difficile la situazione nei vigneti in piano. Il risultato è che nel Wachau i vini sono potenti ed hanno una tensione interna inflessibile, quasi portassero nei loro geni -ossa carne e sangue- la fatica di chi li ha creati. Questo è il regno del Riesling (che cresce solo sulle terrazze) e più  ancora del Gruner Veltliner, uva bianca simbolo della regione, che origina vini con una forte personalità, complessi e serbevoli se prodotti da vigneti vocati e con rese contenute. Questo del Domane Wachau, importante e seria cooperativa locale, viene dalle vigne del villaggio di Weissenkirken, che per la loro qualità ha rinomanza di cru. Un’immagine di freschezza: color limone pallido, riflessi verdini. Niente lacrime sul calice, a chiazze si ritira lesto sul vetro. Aroma giustamente intenso di cedro, mela verde e gialla, rosmarino e lavanda essiccati in second’ordine, fortissima golosa speziatura di pepe verde: indimenticabile e penetrante come occhi furbi di ragazza. Al sorso è subito molto salino, con un’alta acidità che ricorda quasi quella dei Riesling e una buona integrazione alcolica. Lo valuterai nella tua bocca un peso medio, con corpo magro ma  muscoloso, con una trama un po’ terragna, pietrosa, quasi piacevolmente metallica. Lo troverai brioso e soprattutto piccante, al punto di ricordarti la polpa dei peperoni verdi. Quella la sua chiave, il suo essere intimamente austriaco: miscela di rigore nordico, sensualità mediterranea, arguzia slava. L’Austria delle passeggiate alle giostre del Prater con le ciambelle fritte e salate, delle voci di primavera, dei doppi sensi del Ratto del Serraglio e del Così fan tutte: “e che brindis replicati/far vogliamo al dio d’amor”.

Il giorno, a Benvenuto Brunello 2015

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L’alba.

La mattina e’ piovosa e umida, fredda; le mura massicce del Castello di Saltemnano si ergono fra la foschia che ingolfa desolata la valle dell’Arbia, la coltre grigia delle nuvole in cielo. Lontano, remota e quasi un punto, Montalcino con le sue torri che si stagliano su uno squarcio più luminoso d’orizzonte: la nostra meta. Che differenza rispetto all’anno passato, quando l’inverno già si discioglieva all’abbraccio tiepido della primavera e si aprivano al sole i germogli. Sarà per questo che una malinconia sottile mi prende, come un lieve disagio? O sarà forse la preoccupazione del confronto con quello scorso Benvenuto Brunello, il mio primo, e le sue emozioni? Magari è solo un poco di quel disincanto che si prova addentrandosi nella conoscenza: quel pizzico di magia che va inevitabilmente perduta. Sono pensieri però che si scacciano in fretta, tanta e’ la voglia di tornare su quel colle, di respirarne l’aria pura, di vederne le vie e con voli rapaci dello sguardo abbracciarne i paesaggi solenni a volo; e stringere le mani di quella gente. La strada sale dal fondovalle poco oltre Buonconvento, annodandosi su se stessa come le spire di un serpente: curva dopo curva, cantina dopo cantina, vigneto dopo vigneto. Per molti solo asfalto, automobili, traffico; per me percorso iniziatico, esercizio dell’animo: Benvenuto Brunello non è semplicemente la presentazione di nuove annate, l’assaggio di grandi vini;  per me è soprattutto calarsi in una realtà diversa, in un altro sentimento del tempo; e’ interrogarsi sulle ragioni della terra, sul seme che mi ha generato; e’ domandare al sangiovese di svelarmi i suoi segreti, intessendo con lui un dialogo muto, concentrandomi allo spasimo per intercettarne le vibrazioni più intime. Perché il sangiovese e’ come una gran dama: sempre un po’ sfuggente; e sotto la coltre dell’immediatezza vela spesso una complessità straordinaria. È come uno specchio che riflette sempre qualcosa della sua zolla, di chi l’ha coltivato e vinificato, persino di chi lo beve. Ecco: quest’anno vorrei tracciarne per me i confini, quel ritratto che ho ancora incompleto.

La mattina.

Si giunge a Montalcino che è mattina presto, le valige nei confortevoli silenzi ariosi di Palazzo Saloni; si camminano in fretta le vie profumate di pane appena sfornato, buono; si rivedono i selciati conosciuti, i canti, le insegne, i tetti, mentre la gente principia le attività quotidiane; con la sensazione felice di sentirsi in una casa ritrovata. Ecco l’ingresso sotto l’arco di pietra, l’abbraccio affettuoso con Luciano Ciolfi, al quale devo l’invito e la visita nel giardino del Brunello. Quest’anno si accede alla manifestazione dalla parte del museo, con la suggestione delle arcate possenti, delle teche che vegliano tesori nella penombra; si ha il chiostro bellissimo li’ da vivere e le sale appena ridipinte, di candida bellezza. Peccato solo l’odore della vernice fresca, per me fastidioso, ma onestamente nessuno mi pare se ne lamenti, sicche’ sarà il mio naso. C’è tanta gente e l’atmosfera della festa, perché la tanto attesa annata 2010 e’ di scena. Il mio disagio in parte si svela: quanti entusiastici giudizi ho letto anticipatamente su questa annata e quanti invece ruvidamente contrari alla 2009, spesso superficiali e irrispettosi del lavoro e della fatica di quella gente che suda allo stesso modo da un anno all’altro, anzi di più in quelli meno felici.  Sicuro, la  2010 e’ molto buona, però ancora una volta sono le differenze tra un vino e l’altro che più mi affascinano: di stile, di mano e di territorio, ciascuna a formare una piccola tessera del mosaico del Sangiovese di Montalcino, esprimendone le singole individualità. Ha detto bene un assaggiatore notissimo: “non c’è il Brunello 2010, ma cento Brunello 2010” . Che posso aggiungere a quanto scritto da tanti piu’ esperti di me? Eppure mi voglio provare. Contando che ho assaggiato in piedi ai banchetti dei produttori, quindi con tutte le approssimazioni del caso, mi pare un’annata luminosa, solare, di forza e di equilibrio, che a mio parere ha originato molti vini di traboccante energia, sicuramente godibili fin d’ora ma che in alcuni casi – forse quelli migliori- richiederanno anni di bottiglia per assestarsi appieno e ricomporsi in una grazia superiore; giocando poi un tiro mancino da una parte ad alcuni Brunello Riserva 2009, verso i quali lo stacco mi è sembrato a volte minimo e talvolta a vantaggio del vino d’annata. Quanto ai Rossi di Montalcino 2013, sono sempre freschi, piacevoli e benfatti, ma direi con una profondità e continuità qualitativa un po’ inferiore rispetto ai 2012 assaggiati lo scorso anno. Paradossalmente l’annata 2013, per così dire classica, ha ancor più  differenziato chi interpreta il Rosso come un  Brunello adolescente e chi semplicemente come un buon vino da pasto.

Il mezzodì e il meriggiare.

Che piacere assaggiare con Luciano, lui che in vigna e in cantina si sporca le mani e vi trova l’orgoglio e la pena. Che piacere assaggiare e confrontarsi con Stefano Paparelli, finissimo palato, che sa riassumere il senso di un vino in una battuta. Che piacere poter legare un assaggio alla chiacchiera col produttore sull’annata, sulla vinificazione, sul suo terreno, e scoprirne le interrelazioni nel calice. Talvolta nemmeno quello serve: basta un gesto, uno sguardo soltanto e dalla persona che hai davanti capisci tutto il vino. Oppure puoi chiudere gli occhi e concentrarti solo sul calice, senza preconcetti, simpatie e antipatie. Purché nel calice ci sia Brunello di Montalcino, quello che nelle sue mille differenti sfumature, buono o meno buono, mi picco di riconoscer come tale, che parla toscano con la voce del sangiovese. Perche’ un paio di vini che ho assaggiato – ottimi senz’altro – non parlano quella lingua: concentrati, fruttati, rifiniti secondo un gusto internazionale, mi pare che in essi la sapienza abbia la meglio sulla natura dell’uva e del territorio, perlomeno come io l’ho vagheggiata; sontuosi persino: ma io vorrei prenderti per mano, amico o amica che mi leggi,  e portarti li’ a due passi nelle sale del Museo di Montalcino, di fronte alle monumentali Madonne su fondo oro del Dugento Senese: nude e scabre forse, ma potentemente spirituali, di un rigore severo che a riguardarle si scioglie in una dolcezza senza tempo, un’idea di fede insieme mistica e laica, perché universale. Ecco, immagina che d’improvviso accanto v’appaia una pittura perfetta ma esteriore, barocca nel senso della sovrabbondanza cortigiana: così mi suona la lingua di quei due vini tanto internazionali. Perciò oggi che si presenta tra gli osanna l’annata 2010, le tante attenzioni estere nutrono la mia inquietudine e il mio disagio: temo una deriva e seppur io sappia per esperienza che il mercato e’ vita, fatico a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.Saranno altri vini a riportarmi al sorriso, attraverso le ragioni della terra. Quelli dove sentirò una vibrazione che mi appartiene e che mi azzardo a ricondurre a queste zolle, a queste mani, a questa storia ilcinese. Di essi scriverò: di quelli che mi hanno trasmesso – come diceva un vecchio direttore d’orchestra – un tono vitale.

Per cominciare partendo in quarta, i vini di Sesti, con un Rosso di Montalcino 2013 elegante e molto fine, dal colore tenue e con toni un po’ verdi al palato, che però non mi dispiacciono: sono tocchi di freschezza. Anche il Brunello 2010  e’ molto fine, di grande struttura e di equilibrio già miracoloso, con una persistenza lunghissima ed una tessitura passante che è come un eloquio naturale, sciolto ed insieme profondo, da grande oratore: più ancora, il discorso di un leader. Il Brunello di Montalcino Riserva 2009 e’ anch’esso strutturato e lunghissimo, ma meno bilanciato nell’uso del legno e il suo parlare un po’ più impostato, meno energico. Tutti i vini di Sesti sono comunque luminosi ed al tempo stesso potentemente chiaroscurati, dinamici e ariosi, con la purezza di un cielo stellato. 

Passo subito dopo ai vini di Sanlorenzo, quelli di Luciano, per godermi appieno il gusto del contrasto con i precedenti: perché i suoi, lo so, son vini forti, potenti, materici, ma che mantengono sempre abbastanza freschezza e quel tocco appena un po’ ruvido per non stancare mai.  Vendemmia dopo vendemmia vanno acquistando focalizzazione e quella  rifinitura sottile che è attenzione al dettaglio, non preziosismo. Sorprende quasi il Rosso di Montalcino 2013, meno alcolico del solito, diverso, forse anche più godibile: magari al momento di Benvenuto Brunello ancora un po’ da farsi ( e’ in bottiglia da poco), ma si capisce benissimo che la sua e’ la struttura di un Rosso di categoria superiore. Il Brunello 2010: per me che l’ho assaggiato in più fasi della sua evoluzione e’ una conferma, ma che conferma!  Ha tutto quel che deve avere un grande vino: potenza e levita’, magari ancora un po’ da armonizzarsi direi, ma la stoffa e’ tutta lì, con una bocca che è già carezzevolissima ed un’alta acidita’ già ben integrata, col tannino potente e fine. Vino sempre più raffinato il suo Brunello, ma questo 2010 ha dentro un’energia speciale che scalpita e trabocca. Lo diresti un vino a trazione posteriore: quasi delicato e di stoffa dolce sulle prime al palato, poi vi si espande travolgente, spingendo forte sul gusto.

Su suggerimento di Luciano provo i vini dei suoi vicini di “banchetto”, San Giacomo, che non conosco, e questa è forse la sorpresa della giornata. Vini luminosi, puri, strutturati; magari in queste fasi giovanili un po’ lineari in termini di complessità aromatica, ma con una bellissima naturalezza sul palato, che invoglia a berne e a mettersi a tavola in loro compagnia, più che a degustarli. Vorrei proprio poterli riassaggiare con più calma e agio, approfondire il loro racconto, sfogliando la pagina delle annate e camminandone la terra. 

Li’ vicino c’è Salvioni ed il loro Brunello di Montalcino e’ spettacolare: bellissimo fin dalla tinta luminosa, e’ all’olfatto e al gusto che dispiega un carattere veramente in technicolor, perché ha già in se’ la giovinezza e la maturità perfettamente fuse,  coi frutti da una parte e dall’altra gli umori della pelle, degli anfratti segreti nel bosco. Non si smetterebbe mai di gustarlo tanto in bocca e’ lieve e forte, ben tannico e ben acido. Leggero, lungo, carezzevole, vien quasi da chiedersi se non sia il vino perfetto, ma è una domanda senza senso per chi ama il vino: la perfezione non è di questa terra e nel piacere contano di più le differenze e i distinguo che le asserzioni,  la ricerca  del contrasto e dell’individualità che l’inseguimento di perfezioni immutabili. E se tu che mi leggi non sei disposto ad amare, non seguirmi: non mi capirai. 

Proprio per amor di contrasto, se mi segui, ti porterei all’assaggio dei vini de Le Chiuse: ecco che alla colorata esuberanza si contrappone una misura classica, composta, quasi antica nel suo rigore. Sono vini lenti a mio vedere, nordici, che si concedono nel tempo, ma il Brunello 2010 ha fin d’ora una capacità comunicativa stupefacente, che dissimula ed alleggerisce una struttura enorme, di trascinante energia, però mai sopra le righe. Ritrovo in lui quelle sensazioni compatte di pietra che tanto mi affascinano, ma accompagnate da una pienezza di sapore rara: un’architettura ravvivata dalla poesia dell’arte. 

Altro produttore, altra terra, altro stile di Brunello: quello di Donatella Cinelli Colombini. Ne amo anzitutto il colore: trasparente, luminoso rubino, brillantissimo, ricco di riflessi cromatici. Il profumo e’ dolce, con sfumature di cipria, di fascino femmineo e persino civettuolo. Lieve al sorso, con un’acidità alta ma che stuzzica maliziosa e piace, di rifinitissima tessitura e piuttosto lungo. Sarà che la conduzione aziendale e’ al femminile o e’ solo la mia suggestione? Così garbato da risultarmi  leggermente impostato, e il mio gusto preferisce vini più ruvidi, ma più diretti. Vedi, tuttavia? Nella pratica conta il momento e la tavola: in certi giorni, con talune persone, a lui rivolgerei gioioso la mia scelta, privilegiandolo tra altri.

Non fermiamoci però: se cerchi il registro dell’eleganza c’è tanta varietà col Sangiovese di Montalcino. Mi accosto ai vini di Poggio Antico: qui l’eleganza si combina col rigore, la modernità della rifinitura si chiude ad avvolgere un anima di classico equilibrio. Stupisce che a strutture così monumentali e ad una persistenza  lunghissima, davvero fuori dal comune,  non manchi mai lo slancio e la freschezza: queste sono le stigmate di vigneti privilegiati in posizioni favorevolissime e di una mano notevole in cantina. Sono vini da condottieri dei tempi nostri questi: avanzano sicuri e a testa alta in un bel completo grigio, eleganti e formali, col passo dei vincenti ma senza strafare. 

Quanta differenza con i vini di Pian delle Querci: delicati, teneri, lirici. Cantina artigianale e familiare come poche, nella timidezza degli sguardi la favola stessa del vino. Un Brunello 2010 levigato e lieve, appena ancora un po’ marcato dal legno ma dagli aromi complessi e nitidi. Al palato ha struttura giusta, di grande equilibrio, più tannico che acido. Al gusto e’ pieno, ma in sottrazione; non conosce pesantezze, ha una dimensione cameristica. Se sai un po’ di musica mi capisci: qui non gli sforzati di Beethoven, ma i più aerei accenti mozartiani. Vedi il sangiovese? Quanta varietà.

Mi sposto verso Collelceto, altro produttore di dimensioni e spirito artigiano, i cui vini mai avevo assaggiato, e più che la musica mi evocano la pittura: il Brunello 2010 e’ una sorpresa, luminoso e scuro, saporito e stuzzicante all’olfatto, spinge forse appena un po’ nell’effluvio alcolico, ma in modo non spiacevole. Al sorso riluce la sua la sua bella struttura: acido, sapido e tannico, col tempo troverà ancor miglior fusione, io credo. Il Rosso 2013 e’ piacevole, corposo ma non pesante. 12.000 e 10.000 bottiglie, rispettivamente.

Di proposito seguo a questi i vini di Col d’Orcia. Azienda di grandi dimensioni, una tra le più estese di Montalcino: 250.000 bottiglie del Brunello 2010, 200.000 del Rosso 2013. Non assaggio questi vini da anni e li ritrovo quadrati, caldi, tradizionali, con un certo tocco fume’ che li accomuna. Però qui c’è anche il Brunello di Montalcino  Riserva “Poggio al Vento” 2007: 8.000 bottiglie da 5 ettari, ed è un’altra storia: la zampata del leone. Vino potentissimo, una vera forza della natura: il sangiovese che si alza orgoglioso, indossa una corazza e leva un inno di guerra; si’ perché questo è un Brunello che disdegna mollezze: non ha il corpo ampio e bolso dei vini di stampo internazionale, ma la schiena dritta, con la forza strutturale e senza belletti del sangiovese autentico. Anche questo è un vino da condottieri, ma all’antica, con l’elmo e l’alabarda.  

Mi viene l’istinto di accostare a questi i vini di Fattoria dei Barbi: altra azienda di dimensioni rilevanti nel panorama ilcinese, col Brunello 2010 che si attesta intorno alla 200.000 bottiglie, non uno scherzo. Vini di impronta felicissimamente tradizionale, hanno quella capacità di emozionare che spesso sfugge quando i numeri crescono, grazie ad una cura superiore ed al coraggio di non piegarsi a mode e gusti altrui. Tra i Brunello annata preferisco solitamente quello con la leggendaria etichetta blu, che ovviamente e’ buono anche quest’anno, ma per una volta è stato il Brunello “Vigna del Fiore” a colpirmi maggiormente: direi che ha una marcia in più in termini di struttura ed una fusione, un amalgama, una pienezza – in altre parole, una centratura- che ne fa uno di quei vini di classe signorile che si allungano sul palato e irradiando lo avvolgono pulendolo, con una sensazione di piacere tattile che permane non solo alla bocca, ma più ancora nella memoria. 

Dai Barbi al prossimo assaggio il filo e’ sottile, come la strada meravigliosa porta giù a Castelnuovo dell’Abate curva dopo curva, costeggiando Sant’Antimo dall’alto. Un fatto di cuore e di persone, in parte segreto, che non sarò io a svelare. Ci viene versato nei calici il Brunello 2010, trasparente nel suo colore granato carico ed evoluto, persino ammattonato, che si ama o si odia. Per alcuni sono vini arcaici; per me il loro aroma e’  poesia che si libra nel cielo, il sorso e’  complesso e impalpabile. Esclama Stefano Paparelli: “E poi c’è Poggio di Sotto!”: la definizione è perfetta, non occorre aggiungere altro. Non ho la conoscenza adeguata per azzardare il paragone con altre annate di Poggio di Sotto, ma per me Brunello 2010 e Rosso 2012 (uscita ritardata) sono semplicemente signori vini. Il Brunello 2010, insieme potente e leggiadro come il velo trasparente di una dea, per me indimenticabile.

Se parlo di vini del cuore, può mancare Tiezzi? Il Brunello proveniente dal Poggio Cerrino e quello della Vigna Soccorso sono due interpretazioni, classiche, ispirate, rigorose di Sangiovese, ognuna bella della nudità del suo territorio. Vini che se ne hai un po’ di dimestichezza puoi seguirli nel loro cambiare, preferendo a volte l’uno, a volte l’altro. Il Brunello Poggio Cerrino 2010 e’ fruttato, ha un aroma in questa fase assai giovanile con aldeidi in piacevole evidenza, un attacco alla bocca dolce e amichevole, con una tessitura piacevolmente ruvida, artigiana. È salato nel dispiegarsi al sorso, strutturato e assai lungo. Il Brunello Vigna Soccorso 2010! Lo ritrovo il vino di questa zolla benedetta come lo ricordo: un raggio di luce dal cielo. In questa annata e’ dotato di una materia particolarmente ricca che sembra agitarsi ancora scomposta, dando origine a piccole imperfezioni e sbandamenti che sono, a mio avviso, solo il segnale  di una potenza compressa. Il tempo sarà galantuomo: perché qui c’è gran struttura di tannino, corpo, acidita’, ed una lunghezza quasi infinita, pura, che commuove. 

Con i vini de “Il Paradiso di Manfredi” siamo sempre nei territori dell’artigianalita’, qui anzi piuttosto spinta. Sono vini a volte umorali, scontrosi, difficili da capire. Ecco, quest’anno ne sono rimasto affascinato e incerto, attratto ma non del tutto persuaso. Il Rosso 2013 mi è sembrato, come dire, un po’ verde, ma subito dopo questa prima impressione ecco farsi largo fiori e frutta: tanti fiori, ed erbe con aromi puri quasi portati da una brezza al sole d’inverno. Di contro, il sorso ha i toni caldi dell’arancia e delle carrube, la velatura della castagna. Anche il Brunello 2010 e’ rimasto un po’ enigmatico: da un lato  ha un fascino carnale e terroso, dall’altro un fin troppo insistito odore di farmyard (come lo chiamano gli inglesi con elegantissima voce). Eppure sono vini di percepibile vibrazione autentica, che non lasciano indifferenti, ai quali vorrei tornare con più calma e tra qualche mese o anno, aspettando che il tempo abbia compiuto la sua opera. 

Proseguendo su vini un rimastimi un po’ enigmatici, ecco Le Macioche: il Brunello 2010 ha gran struttura, con maggior rilievo tannico che acido; e’ un po’ eccentrico all’olfatto con un che di mentolato, però è affascinante; ecco altro vino che magari si gioverà del tempo e di un po’ di assestamento. Di contro, il Rosso di Montalcino 2013 de Le Macioche mi pare uno dei campioni della categoria: di grande equilibrio, pulizia, intensità e tannini potenti.

Carte inverse da Lambardi, un produttore che amo per il respiro classico  e artigiano dei suoi vini: del Rosso di Montalcino 2013 apprezzo il naso sfaccettato, sottile, e la carica tannica; ma il Brunello 2010 e’ tutta un’altra musica, perché se ammalia fin dal colore rosso rubino vivissimo, conquista per la fusione perfetta dei suoi aromi nitidi, insieme giovanilmente fruttati e più evoluti, terziari, di terra e solvente. Elegantissimo e profondo, e’ col suo bacio che ti fa innamorare: una stoffa bellissima che si distende longilinea e salata, piena di gusto e lunghissima, una struttura importante e molto tannica che forse ancora deve raggiungere il suo zenith, ma che è già luminosa. È la vittoria di un classico equilibrio: perché con tutta la sua forza e la sua intensità mantiene un’armonia composta, una netta misura; quasi che a segnarne i confini fosse il tratto ispirato di un pittore che disegni una Primavera o una Nascita di Venere, nella loro apparente semplicità. 

Altra voce che amo: quella di Fattoi. E dico voce – amico, amica mia – perché questi vini hanno sempre un tono caldo, appassionato, baritonale, o da violoncello; che canta con uno spirito antico, d’altri tempi. Ricordo mia nonna aveva una vecchia radio Magnadyne degli anni Trenta da pavimento, un mobile a colonna di legno pesantissimo con un enorme altoparlante tondo alla base: magari il suono non era perfetto e immacolato come quello degli apparecchi moderni, ma ogni disco acquistava un vocione, un timbro particolare che sembrava risalire dalla terra stessa e andare dritto al cuore e più ancora alla pancia. Ecco, Rosso 2013 o Brunello di Montalcino 2010, così sono per me i vini di Fattoi: alla bocca magari un po’ rugosi ma travolgenti, con note scure e di bosco che promettono i misteri di una foresta incantata alla luce della luna, in una notte di mezza estate. 

Fornacina e’ un altro produttore dove mi pare di individuare un timbro comune tra Rosso e Brunello: una nota fume’ che li marca entrambi. Scambio due parole qui e là con i tanti esperti che affollano le sale, alcuni mi dicono che è dovuta ai legni d’affinamento, non tutti la gradiscono. A me invece non spiace: aggiunge un tocco personale ed una dimensione di profondità; soprattutto pero’ questo Rosso 2013 e questo Brunello 2010 se la possono permettere, tanta e’ la struttura che esprimono: di sicuro non ne restano coperti. Il Rosso ha profumi di intensità fruttata che sposano note più scure: le pelli conciate, la macchia; vino suggestivo, di grande fascino sensuale. Il Brunello 2010 e’ invitante, quasi spigliato per nel suo essere un po’ retro’; ritroviamo anche qui quelle note di pelli conciate, di affumicato, unite ai profumi primari della frutta, ed in più il ferro: il bilanciamento tonale – se così lo possiamo chiamare, e’ più serio e formale. A marcare veramente lo stacco, pero’, e’ il sorso: una bocca di forza, appena un po’ dolce e non del tutto ancora assestata, ma di grande acidita’ e con tannini maestosi. 

Le Potazzine: anche qui assaggiando Rosso 2013 e Brunello 2010 si potrebbe parlare di stile comune; ma è la mano dell’uomo o il territorio a parlare? Probabilmente entrambe e ancora una volta i vini de Le Potazzine mi paiono tra i più raffinati, piacevoli, precisi e compiuti tra quanti assaggiati della denominazione: dolci non per zucchero, ma per la loro trama, per come accarezzano il palato; immediati, senza un chiaroscuro particolarmente marcato in questa fase giovanile, ma con una grande struttura sotto, che soddisfa e promette: una lusinga di futuro. 

E la struttura non manca certo nei vini di Canalicchio di Sopra! Il Rosso 2013 e’ un vino molto bello, rotondo e al sorso ha un’intensità esplosiva. Pieno,equilibrato, forse il miglior Rosso di Montalcino della giornata. Magari, mi è sembrato leggermente esuberante di alcool, ma ha tanto tannino ed un’acidità nitida che gia’  lo bilanciano e probabilmente ne favoriranno l’equilibrio nei prossimi mesi. Il Brunello si comporta, giustamente, da fratello maggiore: e’ persino ancora più pieno, con tanta materia ed una trama tannica possente. Mi e’ parso che qualche sentore dei legni d’affinamento dovesse ancora amalgamarsi del tutto, ma con una struttura così eroica e’ solo questione di aspettare. 

Il Brunello 2010 di Pietroso e’ un altro vino di struttura imponente, rotondo, alcolico, la declinazione classica di un modello di Brunello potente, giocato sul filo di una virtuosa evoluzione, che non si piega alle mode e ad innaturali concentrazioni o mollezze. Un Brunello che non deve chiedere mai, ma con un’anima gentile, persino poetica. Nel Rosso 2013 il classicismo si manifesta invece con una veste giovanile, fruttata e ricca tuttavia di chiaroscuri. È un vino molto intenso, con una dolcezzadi stoffa e non zuccheri, piacevole, un gusto pieno su un corpo misurato, un’acidità fresca e robusta, ma delicata. Se qua e là manifesta piccole angolosità, tu lascia spazio alla sua maturità e le vedrai ricomposte. 

Passiamo ai  vini di Fuligni, ma siamo sempre nell’alveo della classicità; tu però  non la intendere come una codificazione rigida e magari un po’ monocorde, perché loro manifestano una personalità marcata. Prendi il Rosso 2013, ancora un campione da botte: giovanile e fruttato all’olfatto com’è lecito aspettarselo, ma alla bocca e’ già pieno, ricco, carezzevole, con un’alta acidita’ e una tannicita’ materica. Soprattutto e’ molto intenso, con un’alcolicità appena in evidenza, ma piacevole. Anche il Brunello di Montalcino 2010 e’ molto saporito, con abbondanza di frutta rossa; ma soprattutto e’ quasi pepato, mosso da un interno chiaroscuro che lo fa più profondo e come avvolto in una morbida pelle profumata.

Vedi? Se assaggi ora i vini di Tenuta di Sesta, difficile non dirli classici; eppure hanno un altro passo, un altro respiro. Intensi, eccome, ma diversi dai precedenti: più aerei, fini e quasi, mi verrebbe da dirti, di ispirazione borgognona. A cominciare dal Rosso 2013, rubino e molto vivido, floreale all’olfatto ed al palato succoso, dolce nell’attacco, pieno, strutturato ma con molta misura, per acconciarsi senza sforzo alle più vare occasioni ed alla tavola quotidiana. Una tavola di lusso tuttavia, lungo com’è; e con intriganti note di confettura e canditi che creano uno strato ulteriore sulla sua fresca intelaiatura. Ben altra struttura il Brunello 2010 ed ancor maggiore intensità ; al punto di risultare un po’ scomposto in questo istante giovanile al limitar dell’inverno, come un puledro di razza che scalpita e si impenna. Viene presentato anche il Brunello di Montalcino  Riserva 2009 ed è un assaggio molto istruttivo: sempre fine, persino soave, di struttura superiore  al pur maestoso Brunello 2010; ma se da una parte lo apprezzi perché più riposato e risolto, dall’altra noti – almeno: così è parso al mio palato- una nota finale amara, che pare il segno di una forzatura; o semplicemente, un indice di minore armonia interiore, che nemmeno il tempo del tutto slega. Ed eccola qua, per contrasto, la grandezza dell’annata 2010.

Per ultimo, ti voglio narrare degli assaggi al banchetto de Il Marroneto. Qui si firmano grandi vini di profilo classico, che ho assai apprezzato anche in passato. Tuttavia in questa annata 2010 la loro trasparenza espressiva lascia il segno: il lapis corre sul foglio degli appunti e ne rimarca la grande struttura; poi, quasi inaspettatamente, spuntano le parole: “vecchio stile”. Ecco, questo non l’avevo mai notato prima. La struttura potente del Brunello 2010 si stempera declinando la sua dote di frutto nella trama setosa di una controllata evoluzione, che l’arricchisce di screziature all’olfatto e alla beva. La dolcezza zuccherina e glicerica perde ogni mollezza e guadagna nerbo affondando nella tinta un po’ aranciata del vino. Queste caratteristiche si elevano al cubo nel raro Brunello di Montalcino Selezione Madonna delle Grazie 2010, un grande Sangiovese senza filtri e senza rete in solo 5986 bottiglie, per una struttura ancora maggiore, un frutto dolcissimo di grande intensità, con un’evidente richiamo di ciliegia sotto spirito. La sua trama, pero’ è fresca e aerea, fatata. E quel colore magico, aranciato, ancora più evidente. Da “tradizionale”  il descrittore si sposta piuttosto su “ arcaico”; come può esserlo, nella sua immateriale eleganza, un fondo oro del Dugento. Ecco il mio cerchio che si chiude: questo Sangiovese che torna all’antico mi sembra futuristicamente moderno.

A sera.

Si lascia la manifestazione sul fil dell’imbrunire, quando le voci della folla sembrano attenuarsi in sussurro. Le mura del museo ancora sfavillano, ma già la penombra le tocca: si dispone ad avvolgerle materna. Si allungano le ombre sui selciati antichi di Montalcino: e’ bello camminarvi anche se piovono gocce. Scende la sera. Una sosta rinfrancante a Palazzo Saloni: le stanze grandi e comode calzano come un guanto sulla mia stanchezza, le luci calde e tenui carezzano gli occhi. Dalle finestre ampie, mentre si fa buio, vedo in lontananza le colline nere illuminarsi di bagliori: un canto sospeso. Ho appuntamento in cantina da Luciano. L’Alfa borbotta un poco uscendo dal paese, poi si slancia  in un canto allegro danzando sotto la pioggia sulle colline. Una danza lenta, perché la strada me la godo adagio. Malgrado il freddo abbasso un poco il finestrino, voglio sentire i profumi dei boschi e delle vigne. I miei fari illuminano lo sterrato familiare, finché svolto a sinistra sotto una coltre fitta di alberi, e sono sull’aia di Sanlorenzo: luogo ormai del cuore questo. Una lama di luce filtra dallo spiraglio della porta. Dentro saranno assaggi di annate vecchie e nuove e future, chiacchiere di uve, di botti, di fermentazioni, di lieviti, di mercati, di America e Napoli e Hong Kong, un po’ in italiano e un po’ in inglese, per la varia umanità presente. E pecorino e prosciutto e pane. Più ancora il senso squisito e raro dell’ospitalità e dell’amicizia. 

Notte.

Si fa tardi, l’appuntamento è  a cena al Ristorante al Brunello. Io devo ripassare per Montalcino, ma sono in anticipo; non molto, giusto qualche minuto. Allora, giunto alla rotonda di fronte alla Rocca, mi prendo un momento tutto per me: svolto a destra, scivolo in silenzio le ruote sull’asfalto per i chilometri di strada prima tortuosa e poi aperta e stesa che va verso Castelnuovo dell’Abate. Li’ a sinistra giace il Greppo e le sue memorie, più avanti la Fattoria dei Barbi, ma la mia meta e’ oltre: voglio vedere Sant’Antimo. Sant’Antimo la notte, illuminata nel silenzio dell’oscurità,  quasi un faro come doveva apparire nei secoli oscuri ai pellegrinini in marcia; laggiu’ nella sua valle, col prato verde intorno e gli olivi vecchi a farle corona. La vedo di lontano; scendo verso di lei, le vado incontro, solenne e solitaria. Le sono davanti, nessuno intorno, solo io e lei: piccolo nel freddo notturno sotto la sua abside maestosa. Sto muto di fonte a quella promessa di fede scolpita nella pietra. So che le vigne sono intorno: ne sento il respiro, le sento sussurrare, raccontano una storia antica, umile e fiera: la fatica delle generazioni, la forza di una tradizione. Poi la cena: le chiacchiere allegre della bella compagnia, l’ottimo cibo, i grandi Champagne e le prelibatezze dolci e salate portate da Stefano, i tantissimi Brunello di annate giovani e vecchie: perché accanto a quelli come me venuti da fuori per Benvenuto Brunello stanno intorno al tavolo tanti giovani produttori ilcinesi: uniti, affiatati, che si scambiano idee e assaggiano insieme. Questi sono i custodi della terra, nelle loro mani e’ il futuro del Brunello e più ancora di Montalcino, il baluardo contro una vuota deriva internazionale, che sembra creare paradisi per ricchi, ma morde e fugge e non lascia che gli avanzi: peggio, una terra arsa di sale. Li guardo e mi sento tranquillo che qui non si faranno macerie dell’autenticita’.Dopo la cena, ormai a notte fonda, sono tornato a Sant’Antimo. Questa volta non da solo. Mi serviva ancora un momento di silenzio e la conferma di una promessa. La chiesa buia ormai, ma non importa. 

Epilogo.

Domani ancora una mattina di Benvenuto Brunello, ma sarà come nuotare in un sogno. Tanta ressa, quasi impossibile assaggiare e la stanchezza si sente.  Difatti gusto i vini di Cerbaia ma senza la concentrazione dovuta e gli appunti vanno a vuoto: occasione perduta, mio torto da recuperare. Mi resterà però il senso di essere a casa: le chiacchiere del più e del meno in Piazza del Popolo con Raffaella incontrandoci per caso, come si facesse due passi la domenica mattina per comprare il giornale; i sorrisi e le tante persone che si ricordano di te da un anno all’altro e  anche più. Questo il senso dell’autenticita’.

Arrivederci Montalcino!

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Un infiltrato alla corte del Brunello: cronaca sentimentale da Benvenuto Brunello 2014.

Preludio: Come l’autore si mette in viaggio verso il prestigioso vino, armato di naso pinocchiesco per meglio degustare; ma invece del Paese dei Balocchi troverà il ventre del Pescecane – l’incontro col suo Virgilio.

Scendere in auto dal nord per andare a Montalcino, se la conosci e hai imparato ad amarla, può assumere i contorni di un viaggio di formazione e più ancora di un pellegrinaggio dell’anima: lasciare la metropoli ancor buia e assonnata nell’alba, calarsi tra le nebbie padane e oltrepadane col mistero del Grande Fiume a far da spartiacque tra i campi e i capannoni; le balze piovose dell’Appennino da valicare, ogni curva dell’Autosole come una penitenza assolta; scivolare lasciando Firenze alla sinistra, accarezzando prima le colline e penetrando poi i boschi chiantigiani; le torri di San Gimignano sentinelle rocciose del tuo passo e il luccichio di Siena ed il verde abbagliante delle Crete come lo vedi solo a febbraio. Poi, lasciata Buonconvento, si comincia a salire. Inizi allora a denudarti della vita di tutti i giorni, del cosiddetto moderno, per farti immagine della natura che ti circonda: diversa da quella estiva che sei abituato a vedere, spoglia invece, essenziale, come smagrita e svuotata dalle fatiche dell’inverno, ma in realtà con un fremito nascosto di vita pronto ad esplodere appena il primo sole di un cielo terso ne porga l’occasione. Grigio, marrone, cobalto e tutte le sfumature di verde sono i colori che ti circondano, e contorni lindi, netti: le pietre, le piante, le zolle, le vigne ischeletrite e torte; e intanto guidi, una svolta dopo l’altra, l’occhio che spazia sempre più in basso e lontano, verso le colline morbide, pezzate di colture, sfumando verso il verde dell’Amiata; e ti prende un misto di tristezza e di gioia nel cuore, che cresce finché la vedi lassù, Montalcino, sdraiata come un gatto al sole, colle sue vecchie pietre; o, piuttosto, ti appare come una Venere? Ecco i campanili, la torre del palazzo e la Fortezza che sfavillano al sole; ecco laggiù la strada per Sant’Angelo e quella per Sant’Antimo; la lunga riga di cipressi scuri che portano al Greppo, col ritmo stesso di una preghiera. E’ la seconda giornata di Benvenuto Brunello 2014, si presentano le nuove annate: lasci l’auto e i bagagli in fretta a Palazzo Saloni e corri le vie selciate che si arrampicano fra le case, che ti guardano mute e dubbiose dall’alto dei loro secoli, per raggiungere in fretta Palazzo Pieri, dove si svolge la manifestazione. Giungi in tempo per vedere la folla che entra la Chiesa di Sant’Agostino, dove si tiene la conferenza stampa, si consegna il Leccio d’oro, si svela la formella dell’annata che si murerà sul Palazzo dei Priori. Poliziotti, telecamere, autorità, volti noti e non. Tralascio: troppa la mia curiosità di assaggiare, di poter finalmente affrontare il vino di Montalcino nelle sue sfaccettature. Ecco che all’ingresso mi attende il mio Virgilio: Luciano Ciolfi sarà il mio lasciapassare e la mia guida; e, invero, molto di più. Ecco sulla sinistra il chiostro elegante della chiesa, superbamente apparecchiato, imbevuto di una luce candida, che sembra -riguardato dallo spiraglio degli stipiti della porta di travertino- un magico ritrovo di fate, principi e saggi: ma sono solo i giornalisti ed i sommelier che li servono con distinzione. Rosso 2012 e 2011, Brunello 2009, Brunello Riserva 2008. Rinuncio anche qui, pur curioso, a dar la caccia alle celebrità della carta stampata e di internet, seppure a qualcosa potrebbe valermi: oggi mi interessa di più conoscere che essere conosciuto, oggi e’ il vino al centro dei miei pensieri. Quanta ingenuità: cambierò ben presto prospettiva nel corso di questa giornata!

Cominciano gli assaggi – perché l’autore non darà i punti (ma forse darà i numeri) – Ode al Sangiovese – la bontà del Rosso – un umile parere sul 2009- quella cert’aria di Borgogna.

Comincio senza indugio con gli assaggi ed alla fine del viaggio ne avrò fatti tanti: ora vi potrei raccontare le mie impressioni sull’annata 2009 o descrivere minuziosamente i singoli vini, attribuendo a ciascuno un punteggio in centesimi perché quello vogliono la moda, il business e la nevrosi contemporanea; ma non sarà così. Chiaramente, un’idea me la sono creata, ma lascio ai professionisti quell’esercizio: non ho l’autorità e l’esperienza per dare giudizi tranchant su un essere mutevole come il vino, con assaggi giocoforza affrettati e effettuati in piedi; poi, c’è dell’altro oltre la degustazione, che si svelerà sempre più di ora in ora, e che più mi preme raccontare. Anzitutto: sangiovese nel bicchiere, gioiosamente ritrovato in maniera diffusa nei suoi colori scarichi, nel rubino più o meno tendente al granato, nella leggiadria che lo contraddistingue e che riesce oggi compiutamente ad emergere grazie al lavoro serio di tanti produttori anche in annate calde come la 2011 e la 2012 (che bevibilita’ gustosa i rossi, altro che DOC di ricaduta! Qui c’è straordinaria qualità e versatilità a prezzi convenientissimi); che nella stessa annata 2009 sa affiancare a vini potenti, ancora scontrosi e sicuramente longevi, altri elegantissimi, con la freschezza da vini di montagna, ed altri ancora (son forse la maggioranza) profumati, rotondi, forti ma godibilissimi fin d’ora: tanta e’ la sua capacità di leggere il territorio, la sua sensibilità da poeta nell’ascoltare il vento, nel far l’amore col sole. Al punto che in testa mi ricorreva sempre il pensiero del Pinot Noir e della Borgogna, dei Gran Cru e dei Premier Cru, dei Clos e dei Domaine, anche se alcuni vini ilcinesi mi potevano piuttosto quasi richiamare certi evoluti Rioja o luminosi Ribera del Duero, con il loro tempranillo; e dico che potresti passare la vita a bere Brunello di Montalcino e a perderti nelle singole individualità che il paesaggio e le mani dell’uomo riescono a esprimere. Ma poi, evocare certi confronti che cosa conta? La personalità’ dei vini di Montalcino e’ unica al mondo ed il loro livello medio veramente alto. Vogliamo cercare il pelo nell’uovo? Allora forse ho avuto l’impressione che l’annata 2009 abbia dato vita a vini talvolta non ricchissimi di struttura: di acidità in particolare, ma anche di tannino, qui e la’ con qualche sbuffo d’alcool che finisce col comprimere un po’ la loro complessità, mortificandola. Tuttava, se questo profilo e’ magari all’origine di alcuni vini che sembrano un po’ evoluti, lo è certamente invece anche di tanti altri ben aggraziati e già godibilissimi: forse non sfideranno i decenni, ma a berli presto doneranno piacere.
L’autore armato di naso pinocchiesco sorseggia sotto lo sguardo dei produttori, ma non dirà bugie – passerella d’onore – Le mille anime del Brunello- Se tenori e soprani valgono meno di un canto corale – Tutti i volti in un bicchiere.

Percio’, come non dimenticare del tutto queste piccole ombre del quadro generale dell’annata e non pensare al pinot noir e alla Borgogna affascinati di fronte ai vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto? Anzi, io dico per leggiadria e profumi e finezza di dettaglio: Chambolle Musigny! Che bontà beverina il Rosso 2012 così ricco di frutto e tanto diverso dal più minerale 2011, e che potenza e grazia la Riserva 2007. Certo bocca e spessore sono latinissimi, anzi toscani: diamine, sangiovese! Com’e’ bello poi, e istruttivo, sentirne parlare la signora Vacca Brunelli, coglierne le peculiarità dalle sue labbra. E su un registro simile trovare poi Tenuta di Sesta: meno giocati sulle sottigliezze forse, ma più salini, col Brunello 2009 intenso e compatto, minerale e con la lucentezza di una lama. E poi, come scorrendo quadri da una esposizione, cambiare completamente stile con i vini di SanLorenzo, ricchi come dipinti a olio secenteschi: se prima avevamo Chambolle Musigny, qui allora abbiamo Vougeot; e come si arricchiranno col tempo, diventando ancor più balsamici, odorosi di cera, di essenze e d’incensi, se il Rosso 2011 (una presentazione ritardata) e’ già così cambiato da quest’estate quando l’assaggiai in cantina; ed al frutto maturo, finanche all’uvetta sultanina, aggiunge ora in armonia note terrose e di olive nere. Il Brunello 2009: ancora più intenso, armonioso, vellutato, energico. Sembra incredibile che vini così monumentali e caldi come un abbraccio possano mantenere non solo equilibrio, ma anche una scorta di benvenuta freschezza. Passare poi ai vini della Fattoria dei Barbi e’ ricercare il contrasto tra un produttore piccolo e giovane ed un’azienda secolare, capace di centinaia di migliaia di bottiglie; eppure, un filo conduttore si ritrova nella cura artigiana e nel profilo autentico che ancora innervano queste bottiglie. Però qui decisamente si vira all’affresco storico: sono vini lenti, spaziosi, disegnati a grandi campate, anche un po’ austeri, ma dal passo sicuro, dal nitido senso di direzione. Buoni il Brunello 2009 etichetta blu (classicissimo, granato, tannico, fine e polposo, serio; 200.000 bottiglie, non un gioco) ed il Brunello Vigna del Fiore ( più morbido e femminile), ma di fronte all’equilibrio, alla lunghezza ed alla forza classica del Brunello Riserva 2007 ci si può solo levare il cappello: acidità, struttura tannica, aromi terziari terrosi e animali che già ne svelano l’eccezionale profondità che gli regaleranno gli anni. Dalla pittura alla scultura: assaggio i vini di Poggio Antico e penso ad un artista moderno che ami modellare diversi materiali: la terracotta per il Rosso 2012, in forme solari, rotonde, morbide, ariose; il marmo carrarese per il Brunello Altero, scolpito in una figura monumentale, vigorosa, nerboruta: che potenza questo vino, che struttura tannica! Una garanzia di longevità. Strano non l’abbia trovato evidenziato nelle note di degustazione di molti professionisti questo aspetto, mi consolo però che subito lo abbia notato un tecnico di primissimo piano. Ed io che lo immaginavo vino accomodante…somaro che ero. Col loro Brunello 2009, invece, siamo di fronte al lavoro di bulino di un orafo, tanto e’ ricco di dettagli preziosi, tanto fine e’ la trama tannica e strutturale, i sottili rimandi aromatici: perfettamente definito e godibile ora, rotondo, e, come l’oro, tanto malleabile quanto incorruttibile. Su un registro simile di misuratissima e sorvegliata modernità i vini di Collemattoni: fruttati e croccanti, piacevolissimi eppure profondi, ho trovato in loro un che di internazionale non sgradevole, seppur non del tutto nelle mie corde, come una certa, se così posso dire, patinatura lucente ma per nulla prevaricante di legni che ricorda in sedicesimo la maniera bordolese, ed un residuo zuccherino un po’ più alto della media; ma siccome mantengono evidente l’appartenenza ilcinese ed un’energia verace, a molti potranno piacere ed anch’io li potrei favorire talvolta, a seconda del mio umore. Con Pietroso, invece, rientriamo nell’alveo della grande tradizione: vini dal disegno antico, che giocano sul filo di una controllata evoluzione; declinata in affascinanti leggerezze e trasparenze anche visive nel caso del Rosso, mentre il Brunello e’ più ampiamente strutturato, potente, affascinante: non cercarvi qui quel frutto in primo piano dei vini moderni e internazionali, perché anzitutto qui avrai un tuffo negli umori dei boschi e delle macchie agostane, quando il timo, l’origano, la menta selvatica invadono l’immobilità silente dell’aria pomeridiana; e tu potresti perderti nel folto di quegli aromi, nella loro oscurità misteriosa solcata da quelle lame di luce che sono le note più fruttate e giovani, sottostanti ma ben presenti. Vino di splendida e rifinita fattura, emblematico di un certo stile di Brunello. Parlando di stile e di classicità mi sento di fare un nome, Lisini: impressionante come dal Rosso ai vini più impegnativi il disegno fondamentale – direi “l’impianto”- resti il medesimo, con una sorta di caldo e signorile velluto apposto come firma e sigillo su tutti; ma via via ogni vino aggiunge una quota di complessità e profondità. Naturalmente le vette di questa scalata sono il Brunello Ugolaia 2008 ed il Brunello Riserva 2008: il primo bilanciatissimo, in mirabile avvolgente equilibrio, con una controllata sensualità nascosta e pertanto ancor più fremente; ma la Riserva, pura, potente, imperiosa e solida di tannino e acidità come una colonna dorica, e’ vino da eroi e indimenticabile. Mocali e’ un’altra azienda di dimensioni importanti nel panorama ilcinese ed anche qui il Brunello 2009 ha un profilo piacevolmente antico, grande, struggente come una Madonna di Duccio: salino, acido, complesso, sembra far vibrare i suoi aromi e la sua struttura nella luce di un fondo d’oro medievale; che grande Brunello! Ed è un po’ la quadratura del cerchio, tra un Rosso 2012 diretto, succoso ed energico e il Brunello Vigna delle Raunate 2009 che, pur buonissimo e più polposo, perde un po’ in freschezza al confronto: ma qui, a questi livelli, e’ più una questione di gusto personale e di occasione: magari lo privilegerai per un amoroso conversare nella penombra odorosa di un camino acceso. Il terzo pannello di un ideale polittico di aziende simili per dimensioni lo compongo con Mastrojanni; e mi piace aggiungervela perché così, pur nell’aderenza ad uno stile che mi sentirei di definire classico, ogni firma porta una sua peculiarità. I Brunello di Mastrojanni mi sembrano i più costruiti per limatura di spigoli di questa triade e fors’anche i più pronti, con la selezione Vigna Loreto decisamente dotata di una marcia in più per spessore tra gli altri di questa cantina. Passando al banco di Le Chiuse ritroviamo una azienda piccola nei numeri (22.000 bottiglie tra Rosso e Brunello annata), ma grande nei risultati. E’ noto che dai terreni de Le Chiuse, che si trovano nel quadrante nordest del territorio di Montalcino, Biondi Santi ricavava le uve per le riserve; e qualcosa dello stile Biondi Santi, a mio avviso, ancora in questi vini si ritrova. Grande classicità, calore alcolico, un carattere ferroso e grafitico che oggi risalta all’olfatto e al palato in maniera educata, ma ferma, e che lo rende personalissimo. Di struttura poderosa, e’ compattissimo e resistente come un’armatura pronta a sfidare gli assalti del tempo; e proprio di tempo avrà bisogno, per intaccare quell’austerità apparentemente distaccata, rendendola più comunicativa e avvolgente. Sorprenditi, se puoi, accostando questi vini a quelli dell’ancora più piccola Le Macioche: siamo qui a sud est di Montalcino, in direzione di Sant’Antimo, dove i paesaggi si fanno più morbidi e la luce conosce gradazioni diverse, più mediterranee. Vini anche qui diremmo classici, se non addirittura vecchio stile, con quei loro colori aranciati, ma certamente più aperti e comunicativi. Il Rosso 2011 e’ un’uscita ritardata e si capisce il perché: ha una struttura da Brunello, altro che storie; e se pur non ancora del tutto a fuoco nei profumi, pure sono cangianti, non banali ed intrigano. Con queste premesse, il Brunello 2009 non scherza davvero: ancor più giocato sul filo dell’evoluzione, ancor più aranciato, e’ caldo ed energico in bocca, forte di alcol e di tannino, grintoso, ma sa blandirti come una tentatrice con il fascino dai mille tentacoli di una aromaticità peculiare, dove spiccano a momenti accordi vegetali, ma dove in realtà trovi di tutto, ogni registro che può offrire all’olfatto un vino. A questo punto, fossi stato tra le vigne e non nel candido tendone a Palazzo Pieri, avrei preso l’auto, avrei guidato fino al paese per arrivare da Tiezzi e li’ la freccia di un cupido mi avrebbe colto al cuore. Perché se buoni e tipici e tradizionalissimi sono il Brunello 2009 e il Rosso 2012 che i Tiezzi ricavano dai poderi Cerrino e Cigaleta, il Brunello Vigna Soccorso e’ un’altra storia: la sua storia, e com’è bella a farsela raccontare dalla bocca e dagli occhi di chi quella terra e quelle piante vive ogni giorno. La Vigna Soccorso e’ un Cru antichissimo ilcinese, posto appena fuori il paese proprio sotto la chiesa della Madonna del Soccorso, che dava vini premiati già a fine Ottocento perfino a Bordeaux: li produceva il professor Paccagnini. Quando lo presero in mano i Tiezzi era un podere in abbandono e vi reimpiantarono il sangiovese alla maniera antica: allevato a alberello. Vuoi l’estetica, vuoi la nostalgia, il puro gusto di crearsi una sorta di giardino di pampini: fatto sta che quelle viti, a oltre 500 metri d’altezza, in quell’anfiteatro breve orientato a sud ovest danno un vino di eleganza assoluta, diritto, lunghissimo, una delizia in abito da sera. Inutile parlare di tannini, di acidità…basti dire che c’è tutto quel che serve per creare un vino commovente, indimenticabile, longevo; un sangiovese d’altura che ha punti di contatto con i migliori esempi della Rufina e del Chianti Classico, ma che ha in se’ la luce e il vento inconfondibili di Montalcino. Questo il Brunello Vigna Soccorso 2009. Ma se vi dico che ho assaggiato anche la Riserva 2008 del Vigna Soccorso? Solo 860 bottiglie, ma di bellezza abbagliante: come trovarsi nel candore della neve un giorno di sole col vento fresco che ti sussurra intorno “Kyrie”, l’incipit della Missa Solemnis di Beethoven. Altro tuffo nella storia con i vini de Il Paradiso di Manfredi. Vini di fascino antico, caratteriali, financo un po’ scomposti, ma complessi e cangianti: mutano nel bicchiere di momento in momento, tra velature e lampi aromatici. Il Rosso 2012 e’ evidentemente ancora molto giovane, perfino un po’ verde, con ricordi olfattivi di succo di pomodoro. Cambia l’annata col Brunello 2009 e cambia completamente anche il vino, qui complessissimo, ricco di forza motrice, autunnale per gli aromi di terra e di bosco, instabili e mutevoli: un gigante di tormento ed estasi, che meriterebbe un assaggio più calmo e meditato, nell’intimità domestica, lontano dal frastuono della manifestazione. Vini magari non per tutti e certamente bisognosi di tempo, per farci all’amore. Assaggiando a seguire i rossi de Le Potazzine e’ come passare dall’ombra alla luce: qui finezza e profondità si fondono in una solarità diffusa e lieve, carezzevole e vivida; la gentilezza dell’estrazione tannica, matura e rotonda; l’acidità vivida ma educata. Altro gioco di contrasti, che oppone voci e verità diverse: finezza e godibilita’, che nei vini di Luca Brunelli trovano la via della leggerezza, del dissetare, quasi accompagnandoti in un’estate ideale, con una cura meticolosa, studiata ed aggiornata, e che nei vini di Fattoi, invece, trovano la rotta dell’equilibrio tra freschezza e forza, tra polposita’ e complessità strutturale ed aromatica, con un’impronta artigianale che può risultare in un residuo zuccherino appena un po’ più alto della norma, ma che non spiace e ci sta tutto. Il Brunello Riserva 2008, poi, ha un fiato così grande da evocare l’ampiezza marina ed ha un che all’olfatto, appunto, da ricordare la voce del mare. Un simile fare artigiano lo puoi felicemente ritrovare nei vini de il Colle della vignaiola Caterina Carli: non sono questi di quelli che intimidiscono, ma hanno la stessa accoglienza schietta e sincera di una vecchia cucina dopo un lungo viaggio, con due chiacchiere amiche che accompagnano una fetta di pane. Se al naso il Rosso 2012 non e’ pulitissimo, tuttavia è vivido, giocato sia su aromi fruttati che su più ricercate note animali, con una bocca energica e calda, pure se l’alcol è tenuto ben domo: e’ più che altro un tratto del suo carattere vero. Anche il Brunello 2009, vedi, e’ come una persona: devi saperlo prendere, attendere, capire. Se ci tuffi il naso, questo si’ lo trovi pulito e fine e complesso, lui già ti esprime un’anima calda e appassionata. Pero’ in bocca sulle prime ti sembra vuoto; mentre invece è solo lento: perché poi esplode lasciando nel ricordo una lunga traccia di se’, una eleganza un po’ timida da scoprire con calma sotto la scorza. E’ un vino di carattere, che bisogna ascoltare per saperlo amare. Una grazia spigliata, diretta e solare abbonda invece nei vini de La Gerla, forse i più immediati e gioiosi che mi sia dato assaggiare alla manifestazione, sonori e squillanti come il riso dell’amante, luminosi come una giornata al mare quando la sabbia imbianca sotto il solleone. In questo senso soprattutto il Rosso 2012 si fa apprezzare: ha la bellezza di un cielo azzurro e ti vien voglia di berne a litri; ma anche la Riserva “gli Angeli” intriga, perché sa aggiungere nel suo profilo aromatico una tridimensionalità di note carne (“meaty"dicono proprio gli inglesi) ed ematiche affascinante per il contrasto con l’esuberanza di freschi frutti rossi che sprigiona. Una simile abbondanza di frutto si trova nei vini de il Marroneto, ma la caratteristica che più risalta in questi vini e’ la signorile eleganza, una pienezza di forme che resta incanalata nelle misurata e felice disciplina di una classica compostezza. C’è gran stoffa qui e tanta forza di sole, vento e luce, ma equilibrata nelle geometrie perfette di un diamante. E se il Rosso 2011 sfora appena un poco per l’alcolicità, sono splendidi i due Brunello 2009: non si sa se preferire magari la selezione "Madonna delle Grazie”, tanto sono buoni, sontuosi entrambi, veri vini da giorno di festa, con persistenze lunghissime, con una ricchezza cristallina. Anche Lambardi si trova sul versante nord di Montalcino, nella zona di Canalicchio, in po’ più ad est de Le Chiuse. Ne ho sempre apprezzato lo stile longilineo, un po’ austero, tannico, più nobilmente ritroso che compiacente. Ritrovo qui tutte quelle caratteristiche, inclusa l’abbondanza tannica che manca in alcuni Brunello del 2009; ma se mi sembra questa volta ed in questo momento il Brunello di Lambardi un po’ alcolico ed evoluto (oh diamine: si può davvero dire però in un assaggio al volo e in piedi, con tanta gente intorno e le temperature dei vini che salgono?) il Rosso 2012 mi pare riuscitissimo, fine e capace di coniugare con una grazia da equilibrista la giovinezza floreale e di frutta rossa fresca con umori più scuri e animali, perfettamente fusi, e la grazia di una ballerina col tutù alla forza dinamica di una pattinatrice: solo 6.666 bottiglie ottime, convenienti e da non farsi scappare, che a tavola – ne son certo – regaleranno per anni belle soddisfazioni. In questo viaggio ideale per il territorio di Montalcino ritorniamo a sud: immaginiamo di volare sopra la Fortezza e di scendere dalla parte del Greppo, superando il complesso dei Barbi per planare tra i morbidi poggi che guardano l’abbazia di Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, per posarci come rondini su una terrazza esposta a mezzogiorno, sul dorso di una ripida schiena d’asino: Poggio di Sotto. Uno stile unico, per certi versi più arcaico che classico, come il sorriso enigmatico di certe divinità etrusche, immobile ombra di una felicità imperturbabile e fissa nell’eternità. Colori aranciati, evoluzioni e caratteri ossidativi evidenti, ma alla fine vini ricchissimi e impalpabili, che sembrano nulla e invece sono di una complessità’ che stordisce. Gustosissimo il Rosso 2011, mentre ha fatto discutere il Brunello 2009, forse l’ultimo al cui taglio abbia messo mano Giulio Gambelli – ne basti il nome: qualcuno vi ha ravvisato troppa acidità totale e troppa acidità volatile. Umilmente, per conto mio, annoterei che la volatile qui non è certo più alta che in una qualunque annata di Chateau Musar e persino di Barolo Monfortino, e che la totale, si’ vivida, e’ una garanzia di durata e di vittoria nella lunga corsa del tempo; ecco, forse l’ho trovato un po’ meno saldo e complesso che in altre annate, ma -amico che paziente mi leggi- vi punterei sopra i miei quattro talleri d’argento. Che non si può discutere, invece, e’ l’impressionante Brunello Riserva 2008: in bocca ha lo stesso peso di un aquilone di carta eppure ti senti avvolto e immerso in una miriade di sensazioni come se tu alzassi gli occhi alla volta della Sistina. Ti pare caldo e importante e evoluto, ma un attimo dopo pensi di sbagliare e ti sembra fresco, giovanile; la potenza tannica si dimentica subito affascinati dalla trama fine che nemmeno una ragna fatata nelle fiabe amiatine potrebbe filare. E ci senti concentrata la terra, le stagioni, le nubi, il respiro del vulcano spento. Sono stato un pessimo degustatore di fronte a questo vino: non l’ho saputo sputare, non ci son riuscito; semplicemente e’ finito e ne avrei voluto ancora e ancora, avrei vuotato la bottiglia; nessun altro vino in quei due giorni di assaggi mi ha provocato la stessa reazione, nemmeno il Rosso più beverino. Ahimè: i vini assaggiati dopo, li’ per li’ mi sembravano tutti poco aggraziati! Ecco perciò doverosa una fermata, prima di assaggiare i frutti del lavoro de Le Ragnaie. Ecco che qui, di nuovo, l’idea della Borgogna mi si riaffaccia alla mente, tanta è la complessità aromatica che riescono a esprimere questi vini, la sontuosa fragranza che offrono al palato, la capacità che hanno di leggere il territorio. Eccellenti sia il Brunello 2009 che la selezione Vecchie Vigne di pari annata, quest’ultima con ancora una marcia in più. E se li ho trovati un capello meno felicemente bilanciati che in altre occasioni, la colpa e’ tutta di quell’ineffabile Riserva di Poggio di Sotto assaggiata pochi attimi prima: pertanto, ancor più bramo riassaggiarli presto e gustarne appieno il loro valore. Incredibile la profondità aerea dei vini di Sesti ed in particolare della Riserva Phenomena: ma, ahimè, e’ stato un assaggio ormai rubato negli ultimi scampoli di tempo e -mea culpa- non so testimoniarvelo col dettaglio alato che merita. Ultimo, invece, vi racconto il vino di Salvioni; lo faccio apposta: in realtà l’ho assaggiato a metà del mio viaggio sentimentale tra i produttori ed alla fine di esso, due volte, per capirlo meglio. E’ stato giusto così: non perché sia un vino difficile, tutt’altro, ma per quanto sa essere sfaccettato. Come mi ha detto un produttore, in modo toscanissimo:“E’ tanta roba!”. Sembra che non ci sia niente tanto e’ impalpabile, eppure e’ pieno di sapore. E’ complesso, potentemente strutturato di acidità e tannino, ma senza peso e perfino giovanile: un vino sospeso nel presente, con una memoria del passato e lo sguardo teso sul futuro. E’ il migliore? Non lo so dire, ma questo Brunello 2009 di una azienda piccola e artigiana ha la magia speciale di racchiudere in se’ un pochino di tutti gli stili di Montalcino, una porziuncola di tutte le sue vigne e dei suoi cieli. Riguardo il suo rubino appena aranciato nel calice ed è come se sulla superficie rivedessi riunite in una fonte magica le immagini dei volti e delle mani dei vignaioli di questa terra meravigliosa, sfumando una nell’altra; ed anche quelle di chi aggiusta le macchine agricole, di chi cura l’amministrazione, di chi tira moccoli caricando i bancali da spedire oltreoceano; delle madri che curano i figli mentre i mariti sono in cantina o a cena coi clienti, e perfino dei vigili che fanno un cenno ai turisti con un sorriso gentile. Un inno alle tante anime di quella comunità splendida che è Montalcino.

Scende la sera – l’autore ripone il naso pinocchiesco e medita su quel che resta del giorno – ciò che conta davvero – la comunità e’ il territorio.

Si svuotano gli spazi ricavati tra Palazzo Pieri e il convento di Sant’Agostino, i banchetti vengono abbandonati. Le tovaglie che al mattino erano candide sono ora maculate di vermiglio, mentre le bottiglie vuote si allineano nel silenzio lunghe e strette come ombre della sera. Si spengono i rumori alle ultime luci del giorno, si smorza il vociare sulla coda degli ultimi saluti. Montalcino riconquista la sua quiete nell’aria purissima di un tramonto invernale, che trascolorera’ dolcemente nel crepuscolo. Tra poco sorgeranno le stelle, sigleranno vibrando il firmamento, bisbigliando un canto silenzioso; veglieranno ancora una volta sulle vigne e sul riposo degli uomini, mentre la terra leverà i suoi umori che accarezzeranno le nari di chi scivola nel sonno. C’è ancora tempo, prima di coricarsi, per una passeggiata nelle vie, col vento che asciuga l’aria e la temperatura che scende: e tu ripensi ai tuoi pur blandi studi e agli effetti del clima sulla vite. Per la prima volta vedo Montalcino nel buio della notte, coi lampioni che rimandano una luce gialla che potrebbe essere quella del 1955 o del 1898, e l’oggi sfuma in una dimensione senza tempo. Non sono solo: il mio Virgilio ilcinese guida la piccola nostra brigata composita e cosmopolita verso i luoghi della vita serale: l’Osticcio, Le Logge, la Fiaschetteria Italiana con i suoi spazi storici e bellissimi, che sarà il nostro approdo per l’aperitivo. Per una volta non baderò tanto al vino, pur buono, un millesimato di Bellavista – preferisco godermi la compagnia; conoscerne meglio le storie, le vite, gli amori. Poi la cena a Le Potazzine. Luciano condivide con noi una bottiglia del suo Brunello Bramante Riserva 2007: e con essa è come star seduti attorno a un focolare acceso. Uno scambio di battute con Davide Bonucci; l’ospitalità istintiva di Gigliola Giannetti. Ecco che mentre si affaccia la stanchezza tiri le righe di quel che resta del giorno, oltre e più importante degli assaggi: e’ l’essersi sentiti parte della Comunità di Montalcino, accolto con riguardo e semplicità; l’aver parlato con i vignaioli, averne intuite le gioie, le speranze , le titubanze, le fatiche. Strano piccolo magico universo Montalcino, che attorno al Brunello ha saputo negli anni radunare chi qui è nato ma anche tanti forestieri: italiani del nord, del sud, milanesi, romani, trentini, piemontesi; e stranieri: tedeschi, olandesi, inglesi, americani. Tutti accolti, tutti uguali, tutti una stessa comunità, purché disposti a partecipare a quelle leggi non scritte di rispetto reciproco e di tolleranza che la terra porta con se’ da millenni. Ed allora sarà più facile, molto più facile, sentir qui parlar bene del vino del vicino, piuttosto che denigrarlo: anzi, questa e’ una colpa che non si accetta. C’è anche lo spazio e il piacere di ospitare chi a vario titolo e’ di passaggio: giornalista, collega vignaiolo, tecnico del vino, o semplice testimone come chi scrive queste note. In fondo siamo tutti un po’ pellegrini come ai tempi della Francigena e sembra quasi di rivivere un po’ dell’emozione che si è trovata nelle pagine de “Il vino fa le gambe belle”.
Tutti qui riuniti, miracolosamente senza barriere.
Ecco allora che nella memoria resterà la bellezza nuda delle vigne spoglie, di quelle viti allevate quasi tutte a cordone speronato, che mai avevi letto con tanta chiarezza. Resterà il silenzioso crepuscolo sull’aia di SanLorenzo, l’aria mossa appena dalla brezza della sera; l’orizzonte solenne dove spaziare l’occhio e poi guardarsi intorno e sentirsi un po’ a casa. Resterà – vaddase’- l’amicizia con Luciano Ciolfi; la degustazione silenziosa sotto lo sguardo rispettoso di Raffaella Guidi Federzoni; la vigorosa stretta di mano di Alberto Montefiori; l’orgoglio di Gianni Pignattai quando versa i suoi vini; la dolcezza delle donne delle Potazzine; i movimenti lenti e la voce antica, emozionante, di Florio Guerrini e la signorilità semplice, riservata, felpata di Carlo Lisini (tanto simili entrambi ai loro vini); gli occhi di Monica Tiezzi che brillano parlando della Vigna Soccorso; la schiettezza di Leonardo Fattoi; la passione di Lucia Nannetti; l’entusiasmo di Riccardo Campinoti; il sorriso di Lorenzo Magnelli; la profonda conoscenza di Maria Laura Brunelli; la timida serenità dei Lambardi; la passione di Chiara Antoni, che vive con l’anima i vini dell’azienda per la quale lavora; la fisicità esuberante di Giulio Salvioni e la concretezza della figlia Alessia. Resteranno la visione internazionale e “zen"dei giudizi di Giampaolo Paglia; le chiacchiere senza filtri e naturali con Paolo Salvi sul valore dell’umiltà; l’amore per la sua Sicilia di Manuela Laiacona; e tanti altri volti e sguardi che a nomi non so più abbinare. Questo però, per me, e’ da oggi il significato di territorio se parlo di Montalcino.

Epilogo

E’ notte fonda ormai. Ci sarà tempo domani per gli ultimi saluti; tempo per un lento arrivederci, spaziando in un giorno immacolato di sole lo sguardo sui campi e sui filari che attendono il rinnovarsi della primavera, per la prima volta da Sant’Angelo in Colle; tempo per un fugace ritorno a Sant’Antimo, per cullarsi ancora una volta nella forma delle pietre, con chi per me e’ importante. Addio Montalcino, fino alla prossima volta, addio alla tua gente. Mi attende il ritorno tra le piogge d’Inghilterra.