Portofino Bianchetta Genovese U Pastine 2013, Bisson, 12,5 gradi.

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Ho per i vini bianchi liguri un debole antico; non necessariamente per i pregiati Cinqueterre o i potenti Pigato del Ponente: anche per quelli più corrivi.
Sarà che per noi cresciuti a Milano quello ligure è il mare amico, che sta a portata di mano, che lì di norma ci accompagnano bambini i nostri genitori e che a quei profumi e quei sapori ti ci abitui. Oppure perché son le prime gite che fai crescendo, con gli amici prima e poi con gli amori, e quei vini gustati a bordo mare sono la tua idea di libertà e il tuo sogno di un domani.
Tant’è: li amo perchè asciutti e nudi, senza tante svenevolezze; li amo perchè intensi e solari, con quell’acidità guizzante che rinfresca e pulisce la bocca. Li amo – li ho amati – persino sfusi in una caraffa, per quei pregi lì.
La Bianchetta Genovese U Pastine di Bisson mi è sempre parsa il prototipo del vino ligure se vogliamo più semplice e quotidiano, ma fatto bene, con cura precisione e pulizia: un vino che si apre senza troppo pensiero e che non ti tradisce mai: per un antipasto o un primo di mare, un pesce; ma anche per preparazioni vegetariane; per l’aperitivo; per la tua sete, per la compagnia.
Bisson lo produce in purezza coltivando la bianchetta – meglio conosciuta come albarola nello spezzino – sulle alture di Trigoso, nel comune di Sestri Levante. Sono vigne che sentono, vedono il mare; se direttamente, non so, ma quella luce che si riflette nelle due baie di Sestri Levante, così intensa e vibrante in certi giorni dell’anno da apparire quasi mistica, l’immagino accarezzare i grappoli per farli biondi: “guarda il calor del sole che si fa vino”, come diceva Dante.
E quel vino l’ho nel calice non più giovanissimo, col suo color limone di media profondità, trasparente e luminoso, con le sue gocciole che scorrono sul vetro molto veloci, molto evanescenti e molto rade; con il suo aroma misurato ma solare, finissimo, delicato e puro, sfaccettato come un diamante: mi pare di trovarvi i fiori di campo, la camomilla; le erbe: borragine e tè bianco; gli agrumi: limone, cedro, pompelmo; un tocco iodato e uno di miele, un fondo di origano e di lieviti. L’assaggio: il suo corpo è medio, tendente al sottile, ma la sua acidità è molto alta, quasi frizzante, siche sospetto un po’ di carbonica sia rimasta discosta e si senta a bottiglia appena aperta. Nettamente salino, il suo gusto ha media concentrazione, ma con una progressione ed una persistenza superiori alle mie attese: sfuma con una  punta di alcol minima e perciò piacevole, persino golosa. Semplice, se vuoi, ma ben teso per quella sua bella articolazione di rimandi acido-salini, con appena una minima abboccatura quando l’hai sulla punta della lingua, che rimane però negli ambiti del secco e perciò non mi dispiace affatto. A riprova della sua acidità spiccatissima, la salivazione che provoca non solo è lunghissima: basta il solo pensiero o ricordo del sorso perché riparta. Ecco un vino amico, di quelli che vogliono solo esser bevuti, dei quali basta un sorso per essere allegri e sentirsi in riva al mare. Per me, oggi, l’abbinamento è stato del cuore e della memoria: antipasti di mare, focaccia di Recco, trofie al pesto.
(Assaggio del 30 agosto ‘16)

Naranis 2013, Francesco Poli, 13,5 gradi.

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Quando l’amico Carlo dell’enoteca Cattaneo di Carate Brianza mi propose di acquistare questo vino, confesso che ero scettico e se lo feci fu più per stima sua che per genuino interesse: insomma, questi vitigni resistenti, le uve PIWI (dal tedesco Pilzwiderstandfähig, cioè resistenti ai funghi), che diamine potevano sortire? D’altronde in parecchie regioni la loro coltivazione a scopo enologico non è neppure consentita. Eppure questo vino è di Francesco Poli mi è sembrato così sorprendentemente buono che mi sono ricreduto ed un minimo documentato. Bene: se è vero che grazie alla loro resistenza agli attacchi dell’oidio, della peronospora e della botrite,  le uve PIWI in certe aree vinicole possono ridurre i trattamenti da una media di 13 l’anno a 3 soltanto, se ne capisce il potenziale. Amica o amico che mi leggi, codesti numeri sono  un rozzo medione nel calderone, cioè variano anche sostanzialmente secondo la zona e l’annata; ma un punto mi sembra chiaro ed incontrovertibile: queste uve permettono una gestione assai più economica ed ecologica, anche dove terreni e clima sono al limite delle possibilità delle viti tradizionali o dell’accessibilità umana, ad esempio per pendenza difficili e spazi ristretti che rendono ardua ogni lavorazione meccanica; il che significa da un lato la possibilità salvare certi terreni dall’abbandono, dall’altra di produrre in modo assai più sostenibile vini che non debbono nemmeno costare un occhio della testa. L’unico vero guaio è che il processo di selezione delle uve PIWI è assai lungo, necessitando di incroci dai quali ottenere piantine da seme che devono anzitutto venire esposte al fungo, poi valutate dal punto di vista della viticoltura e soprattutto enologico: possono volerci trent’anni. Siccome i primi risultati davano risultati piuttosto scadenti dal punto di vista enologico, la loro fama fino ad oggi è stata ambigua e la loro diffusione tutto sommato limitata. Però son sicuro che se anche tu assaggi questo Naranis  da uve bronner e solaris che Francesco Poli produce sul lago di Santa Massenza, un piccolo paradiso verde e azzurro circondato dai monti grigi, a una ventina di chilometri da Trento e non lontano da Castel Toblino, ogni riserva cade e, amica o amico che mi leggi, con me penserai che le uve PIWI sono, in un carta misura, il futuro: perchè in realtà di esse ti puoi anche  dimenticare, di fronte a questo bel liquido profumato dal color limone carico, tendente ormai al dorato, dal bouquet assai intenso di fiori bianchi (mi ricorda il mughetto) e gialli, di erbe di montagna (ecco la ruta, ecco il rosmarino), con un intenso odor di petrolio che poi un po’ si disperde a vantaggio di cedro, miele di limone, melone, ribes bianco, su uno sfondo minerale ed insieme di nocciole fresche. Ha corpo pieno, un’altissima acidità ed una lunga persistenza finale, dove spicca un po’ l’alcol. Al gusto è assai intenso ed al sorso è deciso, slanciato, vigoroso e compatto, reso vibrante da una bella dote salina.  Mi pare quasi parente del Riesling e del Silvaner per le sue caratteristiche organolettiche, soprattutto del secondo al gusto e al tatto per una certa piacevole e benvenuta terrosità. Inoltre mi sembra flessibile a tavola, che è una bella dote: m’è piaciuto su una robiola di capra ricca e grassa, ma lo immagino ottimo sullo speck. Una vera sorpresa!

Carema 2013, Cantina Produttori “Nebbiolo di Carema” , 13 gradi.

Sarebbe meglio a volte non leggere, dimenticare Soldati. Come fai scrivere di Carema dopo aver letto e amato le sue pagine? Ne sei influenzato nell’apprezzamento del vino e impedito nell’originalità. Lo pensava anche Verdi circa la musica altrui e lo sbocciare della genuina ispirazione artistica: “Tu sai le mie opinioni sul sentir troppo…”, scriveva all’amico Conte Arrivabene. Eppure, a versarlo anche incognito questo vino, l’amore è immediato. Devi però prestargli attenzione, non è con la forza che si farà notare, ma con una grazia riservata e poetica. Granato trasparente,  scarico  ma estremante limpido, brillante e ricco di riflessi purissimi, rubino al nucleo, con gocciole fitte, molto lente, regolari. Una tonalità di colore antica, autunnale, bellissima, che ricorda un Porto Tawny invecchiato 20 anni. Profumo di media intensità, quasi timido o piuttosto sottile , ma di grande concentrazione e ariosità, che è a mio vedere quel buon profumo di erba, di piante e di rocce che si sente quando l’aria è pulita, ad esempio in montagna o dopo un fortissimo temporale. Su tutto lampone e rosellina fresca: ricorda il profumo del rosolio, ma molto migliore, perché è naturale,  non ha le note alcoliche e di confettura del liquore. Cannella, noce moscata, un tocco affumicato che ricorda il legno. Al palato, secco,  avvolgente, vellutato, di corpo, però magicamente leggero allo stesso tempo, quasi fatato: ecco, se ninfe, elfi, silfi ,  bevessero Nebbiolo, sarebbe un vino così:  un soffio etereo. Eppure ha tannini in quantità, ma la loro grana è polvere di stelle; ha acidità, ma così naturale e diffusa che devi davvero concentrarti per decrittarne la reale intensità; rischi quasi di scordare che sia una bevanda alcolica.  Attacca in bocca definito ma non brusco, poi si espande al palato, come risuonasse sotto la volta di una sala da concerto. Ha un gusto particolare, coerente coi profumi, che rintracci tutti in bocca, ma c’è anche chiodo di garofano ed una freschezza intrinseca che ricorda il sapore della neve: se bambino in montagna la trovavi bianca e fresca e ne mangiavi, capirai, altrimenti prova, tenta, immagina. Nel finale è lunghissimo, vibrante, equilibratissimo, con un fondo amaro gradevolissimo e quasi balsamico: ma non è il solito mentolato di tanti eccellenti Cabernet Sauvignon, per intenderci, è  una forma più sottile che a me ricorda gli aghi dei pini , degli abeti, dei ginepri. Vive tra un’avvolgenza quasi setosa ed un’asprezza naturale spontanea  di uva che cresce al freddo, in montagna, stentando ma facendosi forte. Veronelli nel suo venerabile “I vini d’Italia ” del 1960, scrive : “ Maturo a 3 anni, perfetto a 5”. Questo, di anni ne ha quattro: alla perfezione, se esiste, è vicino.  Veronelli lo diceva perfetto per entrés. Io l’ho trovato buono su una tagliata di manzo con patate al forno, ancor più su una minestra in brodo, eccellente con un salamino valtellinese di asino, assai stagionato e tagliato massiccio (mica facile abbinare il rosso coi salumi), e molto buono su un Asiago pressato del Caseificio Pennar. Ma è un vino così parlante che mi piace berlo anche da solo e ascoltare le sue storie. Se ti dico il prezzo in cantina, amica o amico mio, ridi. Al buon Carema, lunga vita.

Vigna Museo 2013 Toscana IGT, Bonelli Giulio, 13 gradi.

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Lessi qualche tempo addietro l’intervista a un celebre assaggiatore, conoscitore di vini toscani.
A domanda, egli dubitava che in Toscana potessero esserci ancora zone enologicamente emergenti o da scoprire. Io, nella mia ignorante semplicità, mi permetto di dissentire. Ci sono certi angoli ancora remoti ed incantati che ti chiedi come verrebbe buono il vino a piantarvi una vigna. Ci sono certe zone dove è documentato che il vino venisse buono ed ora non trovi più una vite. Altre zone, marginali, hanno vigne dimenticate o quasi, che possono riservare sorprese. Da qualche anno la Toscana più autentica, quella della mia infanzia, quando ancora si poteva tener aperto l’uscio, la ritrovo sul Monte Amiata: quegli odori, quei sapori; persino quella semplicità di modi che altrove mi sembra a volte irrimediabilmente perduta, e forse lo è. E il Monte Amiata mi sembra la terra promessa di chi ancora voglia provare strade nuove del vino in Toscana. Nuove solo per dire, giacchè qui il vino si produce da millenni, ma l’ambiente è incontaminato e unico: aria pura e profumata ancora di fiori ed erbe selvatiche, un clima mediterraneo e di montagna insieme, tanta luce e fresche brezze, abbondanza di fonti e falde, terreni vulcanici:  l’immagine dell’Olimpo degli dei pagani, come io l’ho nella mia fantasia. Inoltre, qua e là, vecchie vigne con vecchi cloni.  Castel del Piano è una cittadina deliziosa, poco più che un borgo, sul versante ovest dell’Amiata. Qui Giulio Bonelli produce un vino che ho conosciuto quasi per caso, avendolo acquistato in una piccola rivendita della zona a scatola chiusa, attratto solo dal nome, Vigna Museo; e me ne dolgo, col senno di poi, di averne acquistata una bottiglia sola, perché – lo dico subito, amica o amico che mi leggi- ho trovato questo vino strepitoso. Giulio Bonelli lo vinifica con le uva di una vigna acquistata da suo nonno nel 1920 dall’allora proprietario del non lontano Castello di Potentino. Altitudine superiore ai 500 metri, terreni molto sciolti ed almeno 18 varietà di uve autoctone antiche che con un supporto universitario sono state studiate, catalogate, reimpiantate: le principali sono cloni antichi di sangiovese, aleatico, malvasia nera e ciliegiolo, ma anche altre più rare, come l’uva del cavaliere,  il mammolo, “ brunellino nostrano” e  " brunellone", ch’io non saprei se debbano ricondursi ancora al sangiovese. Vinificazioni, ad occhio, mirate ma semplici, a dimostrazione che non serve inventarsi chissacché quando si hanno uve d’oro.  Il risultato, almeno per questo 2013, è una sorpresa. Bello fin nell’aspetto: rubino assai trasparente, con riflessi ancora purpurei, e gocciole fitte , veloci , abbastanza regolari.
Invita a saggiarne all’olfatto, dove il profumo ha intensità piacevolmente superiore alla media, è pulito e aereo, ma soprattutto è sfaccettato e affascinante, cangiante, ricamato e sinuoso, d’altri tempi: contenuto in  una forma di grazia remota, in una misura che ha la sottile malinconia delle belle cose che vanno svanendo, di un’armonia perduta. Sì, ci sono ciliegie e more, quelle che trovi in tanti vini, ma anche una più rara e vivida sensazione di uva nera matura, netta, quasi sultanina; e su tutto profumi di macchia, di leccio,  di noce, di ulivo, di castagno, di faggio, di alloro e di timo; verrebbe da dire: di muschio, di sole, di terra, di acqua che scorre nei torrenti. Un accenno di vello animale affiora e lascia subito spazio a fiori di campo, a camomilla e rosamarino, a un po’ di acetaldeidi.  In contrasto estremo, un tocco di cocomero dalla polpa succosa; perché il vino è freschissimo. Difatti sul palato è di corpo medio, teso, reattivo, molto secco. Acidulo come certe susine nere colte dal pruno prima che siano mature. Diresti difatti la sua acidità superiore alla media, ma soprattutto è estremamente distribuita, sciolta. Il tannino è di media presenza, ma di grande finezza, e il gusto molto concentrato, che di dispiega in modo particolare: prima è acidulo, salino e minerale, solo poi si apre al frutto, sviluppandosi in modo molto naturale e permanendo con una buona lunghezza, specie se la si proporziona al corpo. Sfuma leggermente amaricante. È un vino ben eseguito, ma non tecnico, se dopo 12 ore è ancora in evoluzione virtuosa: addirittura sfoggia profumi incredibili di pesca sciroppata e mandarino, che ritornano al gusto; ed al palato è ancora più fresco. L’ho gradito sulla tavola a tutto campo; è stato molto buono sulle lasagne e sui saltimbocca  con patate. Soprattutto, mi viene da dire, un vino così fine e senza belletti andrebbe gustato al sole, all’aria aperta; perché più che eleganza, la sua sigla è un’armonia francescana, medievale nella sua rustica spontaneità.

22 maggio 2016

Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa 2013 e 2007, Fontana Candida.

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Parlavo anni fa di vini con un collega romano che mi era carissimo. Si era trasferito da tempo al nord ed amava i bianchi trentini e altoatesini. Si divertiva a stuzzicarmi col suo spirito sarcastico, ma curioso:  sapendomi appassionato, mi metteva alla prova.  Lo colsi, a un certo punto, in contropiede: “Ma il Frascati Santa Teresa, che è delle tue parti, l’hai mai assaggiato?”. Rimase quasi incredulo. Capii che persino per un romano di buona cultura era ormai difficile prendere sul serio il Frascati; figuriamoci se in altre parti d’Italia sarebbe stato possibile.
Io sono sempre stato un bevitore curioso: tutti i vini di antico nome e poi caduti in relativa disgrazia  mi hanno sempre attratto, per un ragionamento semplicissimo: se certi territori originavano grandi uve in un tempo antico quando l’agronomia e l’enologia non erano avanzate, perché oggi non dovrebbe più essere possibile? E qui si aprirebbe una serie di riflessioni: ad esempio, sui cambiamenti in vigneto dovuti alla volontà di massimizzare le rese e di meccanizzare gli impianti. Nel caso dei Castelli Romani e quindi di Frascati – mi spiegarono al bellissimo Museo del Vino di Monteporzio Catone-  anche la necessità di ricostruire in tempi brevi i vigneti che erano andati distrutti durante gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, portando quindi all’impianto di varietà e cloni a rapido accrescimento, ma di qualità corrente. E poi, tutti i maneggi in cantina: intendiamoci – amico o amica mia che mi leggi – ben vengano le tecniche moderne, al netto di tanti pasticci perpetrati, ma non sono sempre sicuro che quelle scelte siano sempre le migliori per interpretare e valorizzare i territori, specie quando si trattano le vecchie varietà di uva a bacca bianca del Centro Italia; ma qui seguo una mia idea e non ti voglio aduggiare.
Se tu invece andassi ai Castelli Romani, ne passeggiassi la terra, le strade, i borghi e le vigne, capiresti: su quelle terre vulcaniche, tra quei laghi che dormono tranquilli nei coni degli antichi mostri sputafuoco, dove la zolla a tratti sa essere nera  come le scorie della fucina di Efesto e la vegetazione di un verde quasi iridescente, con quel clima dolce, per forza debbono venire uve buone e buoni vini, a non sciuparle. Non è solo suggestione io credo, nata magari sulla scorta di certe immagini letterarie ottocentesche o più antiche ancora, oppure dalla fascinazione della presenza antica di ville del patriziato della Roma papalina e,prima ancora, di quella imperiale e repubblicana. Il Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa, da uve Malvasia puntinata e di Candia, Trebbiano, Greco, fu il mio vademecum: la sua bontà sorprendente e ricca di carattere a mi spinse a interessarmi e a visitare i Castelli Romani. Viene da un unico corpo vitato di 13 ettari, un vero Cru. Se ne produce una quantità importante (credo sulle 110.000 bottiglie in media), con una qualità molto buona in ogni millesimo: quando ero solito frequentare  parecchio Roma per lavoro non mancavo mai di procurarmene una bottiglia, che acquistavo all’aeroporto di Fiumicino e ho finito per accantonarne alcune annate. L’ultima fu una 2013, che aprii ed assaggiai il 29 febbraio 2016: me l’ero portata in Inghilterra e volevo ritrovare nel bicchiere le sensazioni e i ricordi di quel viaggio bellissimo ai Castelli. Magari non si dimostrò il migliore Vigneto Santa Teresa che avessi assaggiato, ma mi regalò il piacere di ritrovare il suo gusto identitario. All’inizio lo trovai chiuso all’olfatto e un po’ scomposto in bocca: solo dopo ore trovava il suo equilibrio, ma per me era segno di longevità. Il colore – che del Vigneto Santa Teresa mi era sempre parso bellissimo –  un paglierino dai riflessi dorati, di media profondità. Niente gocciole sul cristallo del calice, solo un velo che si ritirava lesto. L’aroma era intenso, ma non prorompente -(né sarebbe stato giusto aspettarselo da un vino di questa tipologia), ma molto complesso: toccava tutti i registri, tra aromi di matrice minerale, fruttata, floreale, in quest’ordine. Emergeva per prima infatti la pietra focaia, insieme al gesso; poi la mela cotogna, il cedro candito, l’ananas e il pompelmo; quindi ginestre e mimose ed infine tanto buon fieno e paglia su uno sfondo ammandorlato. E poi in bocca così voluminoso, largo, alcolico, ma con nerbo e scatto, grazie a un’acidità medio-alta. Il finale sulle prime era particolare, un po’ medicinale, su note di ruta, ma dopo alcuni giorni dall’apertura queste note si perdevano, e diventava più gentile e nitido. Tutto il vino in realtà cambiava, manifestandosi più ricco e avvolgente, con l’acidità e l’alcol (13,5 gradi) più a fuoco e integrati. Malgrado qualche nervosismo e tensione di gioventù un ottimo compagno della tavola, flessibile e indomito, se stava bene persino con un buristo di Monteroni d’Arbia, un sanguinaccio dal gusto divino e violento.
Mi rimaneva per la testa, però, quell’ipotesi di longevità del Frascati Vigneto Santa Teresa, che non volevo lasciare ad una mera speculazione intellettuale, ma provare sul campo. Avevo in realtà anche gioco facile: gli appassionati di questo vino sanno della sua tenuta nel tempo; ma l’occasione di pescare nelle mia cantina ed aprirne l’annata 2007 a distanza di qualche settimana mi apparve troppo ghiotta. Si direbbe su una rivista di auto: “una bella prova su strada”, perché il vino è stato comperato in aeroporto (dove ci sono luci abbaglianti e temperature piuttosto alte), poi invecchiato in una cantina certo discreta, ma non perfetta; e assaggiato con quasi nove anni sulle spalle.
Certo, il tappo (un bel sughero intero e lungo) aiuta la tenuta di questo Frascati Vigneto Santa Teresa 2007, che è meno alcolico dell’altro: 13 gradi. Versatolo, il colore appariva dorato, maturo. Ancora la caratteristica di non creare lacrime sul calice, ma quel velo che si ritira irregolare, questa volta con calma tuttavia. Al naso, se così si può dire, lo stesso impianto, ma più ricco, con aromi che si susseguivano in ordine sparso e non per famiglie: idrocarburo, violetta, chinotto, mandorle, pepe bianco. Anche in bocca mi sembrava più rotondo, con un’acidità vivida ma qui immediatamente ben integrata; anzi, tutto il sorso era più rotondo e più lungo, sia in termini tattili, che di persistenza gustativa, che era piena ed aggiungeva ulteriori colori a questo piccolo arcobaleno: vaniglia naturale, iodio, fiori di sambuco, birra trappista.
Vallo a raccontare in giro che un Frascati di 9 anni è così buono e poi dinne anche il prezzo, che credo sia sui tredici euro a scaffale per l’ultima annata: ti prenderanno per matto. Pensa che i giornalisti americani ancora credono che i bianchi italiani campino  uno o due anni. Eppure non tenerlo il segreto. Questa volta non devi. Fai come feci io, vai ai Castelli Romani, che ti invada la loro bellezza, ti inzuppi da capo a piedi; poi scontrati coi cancelli chiusi, con le catacombe inaccessibili, le ville in rovina o in triste semiabbandono, come la meravigliosa, enorme villa Aldobrandini che domina l’ingresso di Frascati. Allora capisci che il mondo deve sapere che vino si può fare a Frascati, che quelle vigne a un passo da Roma non le deve invadere la boscaglia o peggio il cemento. Scorra ancora quel vino nelle fontane dei giardini barocchi, le inondi; spalanchi  porte e finestre delle case, lavi le vie e le facciate dei palazzi; sia rugiada nei boschi e balsamo sulle mani callose di chi ancora coltiva la terra.

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Collio 2013, Edi Keber, 13 gradi.

Nel Collio tutto ti parla di vino. Se vai a Cormons, cittadina con una sua eleganza semplice e rarefatta, le vigne incombono possenti sui tetti e le vedi lì sollevarsi ripide e solenni da ogni scorcio: invogliano alla salita, seppure intimidiscano, specie l’inverno quando risaltano nude e scabre ai raggi del sole taglienti e obliqui. Se il freddo punge, come qui capita sovente, meglio allora ritirarsi nel tepore dei pubblici esercizi che tentare l’ascesa. Sarà allora un via vai di persone del luogo in cerca di una sosta: prosciutti, orzotti, frico, ma soprattutto vino, perché esso basta da sè per accompagnare una chiacchiera, una battuta, uno scambio d’opinioni, un accordo commerciale; sostituisce persino il caffè. E qui il vino per antonomasia è bianco, più che in ogni dove: Cormons potrebbe essere la Barolo del vino bianco e invece non è, fortuna e sfortuna a un tempo: troppo remota dalle città che storicamente contano una borghesia dal consumo dinamico (leggi Milano e Torino e, perché no, Genova), d’altra parte  il carattere terragno di questi friulani, propenso alla sincerità più che ad ogni vuota cortesia. Però Veronelli già negli Anni Sessanta invocava per queste ripe scoscese la dignità di Cru, già Soldati allora di questi bianchi se ne incantava: e non c’erano a quei tempi i ritrovati della moderna enologia e agronomia a sparigliar le carte.
Edi Keber è un produttore così intimamente legato a quella terra speciale del Collio – la ponca- e alla sua cultura da aver sentito irrinunciabile l’identificazione assoluta del territorio col vino bianco, fino ad arrivare a produrre solo quello e con la peculiarità di formularlo secondo un paradigma assoluto: non un “bianco del Collio”, ma un “Collio”, senz’altra specificazione alcuna. Qui non troverai, come altri fanno e la norma consente, dichiarata l’origine monovarietale da  un dato vitigno: Sauvignon, Friulano, Ribolla e così via; qui, semplicemente e solo “Collio”. Per rafforzare il concetto, esso nasce da tre uve diverse: che sia il territorio a parlare; e perché abbia una voce nitida e riconoscibile, la vinificazione avviene nelle vasche di cemento, come da vecchia usanza: così il vino è protetto ma respira e si evitano tecnicismi che, per eccesso di nitidezza anodina da un lato o di ricercate complessità dall’altro, corrano il rischio di velare la voce della terra.
Ne nasce un bianco di semplicità francescana, come l’avresti magari potuto bere quaranta o cinquant’anni fa, se le mani e la testa del vignaiolo conoscevano il mestiere di trarre il sale dalla terra. Per quello ti emoziona: per la sua essenza nuda, che si svela con candore, con l’innocenza di chi non sa malizie.
L’ho goduto  -era quasi un anno fa- a quindici mesi dalla vendemmia del 2013. Lo trovai  versandolo nel mio vetro limone perfetto, molto petillant: fermo era, ma una nuvola di bolle finissime, anzi una via lattea lo animava. Il suo profumo era intenso, molto fresco; banalità: era d’uva soprattutto; ma, se distingui, era anche mela verde per la sua gioventù, e purissima; e c’erano cenni lontani di miele di acacia, tocchi di asparagi,  ma più ancora attendendo tornavano aromi di fiori di agrumi e di peschi, poi limone e cedro che erano ancora più evidenti in bocca. Lì era succoso, molto succoso; seppur l’acidità fosse media, giusta. Aveva un buon corpo, ma soprattutto era molto intenso nella concentrazione dei sapori. L’esperto che degusta  guarda alla persistenza, che era buona: ma io ti dico di come essa stava sulla tavola al suo posto, senza stordire il cibo, ma accompagnadotelo, e chiudendo con alcool perfetto, che puliva la bocca ma non si sentiva. Più che altro era come questo vino si allungava sul palato con grinta giovanile a piacere, perché al tempo stesso era puro e delicato, dissetante, in un solo momento caldo e fresco. Ecco: come un compagno amico e affidabile, con la purezza del cielo e del Collio contadino.    

Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

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L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!