Carema 2013, Cantina Produttori “Nebbiolo di Carema” , 13 gradi.

Sarebbe meglio a volte non leggere, dimenticare Soldati. Come fai scrivere di Carema dopo aver letto e amato le sue pagine? Ne sei influenzato nell’apprezzamento del vino e impedito nell’originalità. Lo pensava anche Verdi circa la musica altrui e lo sbocciare della genuina ispirazione artistica: “Tu sai le mie opinioni sul sentir troppo…”, scriveva all’amico Conte Arrivabene. Eppure, a versarlo anche incognito questo vino, l’amore è immediato. Devi però prestargli attenzione, non è con la forza che si farà notare, ma con una grazia riservata e poetica. Granato trasparente,  scarico  ma estremante limpido, brillante e ricco di riflessi purissimi, rubino al nucleo, con gocciole fitte, molto lente, regolari. Una tonalità di colore antica, autunnale, bellissima, che ricorda un Porto Tawny invecchiato 20 anni. Profumo di media intensità, quasi timido o piuttosto sottile , ma di grande concentrazione e ariosità, che è a mio vedere quel buon profumo di erba, di piante e di rocce che si sente quando l’aria è pulita, ad esempio in montagna o dopo un fortissimo temporale. Su tutto lampone e rosellina fresca: ricorda il profumo del rosolio, ma molto migliore, perché è naturale,  non ha le note alcoliche e di confettura del liquore. Cannella, noce moscata, un tocco affumicato che ricorda il legno. Al palato, secco,  avvolgente, vellutato, di corpo, però magicamente leggero allo stesso tempo, quasi fatato: ecco, se ninfe, elfi, silfi ,  bevessero Nebbiolo, sarebbe un vino così:  un soffio etereo. Eppure ha tannini in quantità, ma la loro grana è polvere di stelle; ha acidità, ma così naturale e diffusa che devi davvero concentrarti per decrittarne la reale intensità; rischi quasi di scordare che sia una bevanda alcolica.  Attacca in bocca definito ma non brusco, poi si espande al palato, come risuonasse sotto la volta di una sala da concerto. Ha un gusto particolare, coerente coi profumi, che rintracci tutti in bocca, ma c’è anche chiodo di garofano ed una freschezza intrinseca che ricorda il sapore della neve: se bambino in montagna la trovavi bianca e fresca e ne mangiavi, capirai, altrimenti prova, tenta, immagina. Nel finale è lunghissimo, vibrante, equilibratissimo, con un fondo amaro gradevolissimo e quasi balsamico: ma non è il solito mentolato di tanti eccellenti Cabernet Sauvignon, per intenderci, è  una forma più sottile che a me ricorda gli aghi dei pini , degli abeti, dei ginepri. Vive tra un’avvolgenza quasi setosa ed un’asprezza naturale spontanea  di uva che cresce al freddo, in montagna, stentando ma facendosi forte. Veronelli nel suo venerabile “I vini d’Italia ” del 1960, scrive : “ Maturo a 3 anni, perfetto a 5”. Questo, di anni ne ha quattro: alla perfezione, se esiste, è vicino.  Veronelli lo diceva perfetto per entrés. Io l’ho trovato buono su una tagliata di manzo con patate al forno, ancor più su una minestra in brodo, eccellente con un salamino valtellinese di asino, assai stagionato e tagliato massiccio (mica facile abbinare il rosso coi salumi), e molto buono su un Asiago pressato del Caseificio Pennar. Ma è un vino così parlante che mi piace berlo anche da solo e ascoltare le sue storie. Se ti dico il prezzo in cantina, amica o amico mio, ridi. Al buon Carema, lunga vita.

Vigna Museo 2013 Toscana IGT, Bonelli Giulio, 13 gradi.

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Lessi qualche tempo addietro l’intervista a un celebre assaggiatore, conoscitore di vini toscani.
A domanda, egli dubitava che in Toscana potessero esserci ancora zone enologicamente emergenti o da scoprire. Io, nella mia ignorante semplicità, mi permetto di dissentire. Ci sono certi angoli ancora remoti ed incantati che ti chiedi come verrebbe buono il vino a piantarvi una vigna. Ci sono certe zone dove è documentato che il vino venisse buono ed ora non trovi più una vite. Altre zone, marginali, hanno vigne dimenticate o quasi, che possono riservare sorprese. Da qualche anno la Toscana più autentica, quella della mia infanzia, quando ancora si poteva tener aperto l’uscio, la ritrovo sul Monte Amiata: quegli odori, quei sapori; persino quella semplicità di modi che altrove mi sembra a volte irrimediabilmente perduta, e forse lo è. E il Monte Amiata mi sembra la terra promessa di chi ancora voglia provare strade nuove del vino in Toscana. Nuove solo per dire, giacchè qui il vino si produce da millenni, ma l’ambiente è incontaminato e unico: aria pura e profumata ancora di fiori ed erbe selvatiche, un clima mediterraneo e di montagna insieme, tanta luce e fresche brezze, abbondanza di fonti e falde, terreni vulcanici:  l’immagine dell’Olimpo degli dei pagani, come io l’ho nella mia fantasia. Inoltre, qua e là, vecchie vigne con vecchi cloni.  Castel del Piano è una cittadina deliziosa, poco più che un borgo, sul versante ovest dell’Amiata. Qui Giulio Bonelli produce un vino che ho conosciuto quasi per caso, avendolo acquistato in una piccola rivendita della zona a scatola chiusa, attratto solo dal nome, Vigna Museo; e me ne dolgo, col senno di poi, di averne acquistata una bottiglia sola, perché – lo dico subito, amica o amico che mi leggi- ho trovato questo vino strepitoso. Giulio Bonelli lo vinifica con le uva di una vigna acquistata da suo nonno nel 1920 dall’allora proprietario del non lontano Castello di Potentino. Altitudine superiore ai 500 metri, terreni molto sciolti ed almeno 18 varietà di uve autoctone antiche che con un supporto universitario sono state studiate, catalogate, reimpiantate: le principali sono cloni antichi di sangiovese, aleatico, malvasia nera e ciliegiolo, ma anche altre più rare, come l’uva del cavaliere,  il mammolo, “ brunellino nostrano” e  " brunellone", ch’io non saprei se debbano ricondursi ancora al sangiovese. Vinificazioni, ad occhio, mirate ma semplici, a dimostrazione che non serve inventarsi chissacché quando si hanno uve d’oro.  Il risultato, almeno per questo 2013, è una sorpresa. Bello fin nell’aspetto: rubino assai trasparente, con riflessi ancora purpurei, e gocciole fitte , veloci , abbastanza regolari.
Invita a saggiarne all’olfatto, dove il profumo ha intensità piacevolmente superiore alla media, è pulito e aereo, ma soprattutto è sfaccettato e affascinante, cangiante, ricamato e sinuoso, d’altri tempi: contenuto in  una forma di grazia remota, in una misura che ha la sottile malinconia delle belle cose che vanno svanendo, di un’armonia perduta. Sì, ci sono ciliegie e more, quelle che trovi in tanti vini, ma anche una più rara e vivida sensazione di uva nera matura, netta, quasi sultanina; e su tutto profumi di macchia, di leccio,  di noce, di ulivo, di castagno, di faggio, di alloro e di timo; verrebbe da dire: di muschio, di sole, di terra, di acqua che scorre nei torrenti. Un accenno di vello animale affiora e lascia subito spazio a fiori di campo, a camomilla e rosamarino, a un po’ di acetaldeidi.  In contrasto estremo, un tocco di cocomero dalla polpa succosa; perché il vino è freschissimo. Difatti sul palato è di corpo medio, teso, reattivo, molto secco. Acidulo come certe susine nere colte dal pruno prima che siano mature. Diresti difatti la sua acidità superiore alla media, ma soprattutto è estremamente distribuita, sciolta. Il tannino è di media presenza, ma di grande finezza, e il gusto molto concentrato, che di dispiega in modo particolare: prima è acidulo, salino e minerale, solo poi si apre al frutto, sviluppandosi in modo molto naturale e permanendo con una buona lunghezza, specie se la si proporziona al corpo. Sfuma leggermente amaricante. È un vino ben eseguito, ma non tecnico, se dopo 12 ore è ancora in evoluzione virtuosa: addirittura sfoggia profumi incredibili di pesca sciroppata e mandarino, che ritornano al gusto; ed al palato è ancora più fresco. L’ho gradito sulla tavola a tutto campo; è stato molto buono sulle lasagne e sui saltimbocca  con patate. Soprattutto, mi viene da dire, un vino così fine e senza belletti andrebbe gustato al sole, all’aria aperta; perché più che eleganza, la sua sigla è un’armonia francescana, medievale nella sua rustica spontaneità.

22 maggio 2016

Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa 2013 e 2007, Fontana Candida.

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Parlavo anni fa di vini con un collega romano che mi era carissimo. Si era trasferito da tempo al nord ed amava i bianchi trentini e altoatesini. Si divertiva a stuzzicarmi col suo spirito sarcastico, ma curioso:  sapendomi appassionato, mi metteva alla prova.  Lo colsi, a un certo punto, in contropiede: “Ma il Frascati Santa Teresa, che è delle tue parti, l’hai mai assaggiato?”. Rimase quasi incredulo. Capii che persino per un romano di buona cultura era ormai difficile prendere sul serio il Frascati; figuriamoci se in altre parti d’Italia sarebbe stato possibile.
Io sono sempre stato un bevitore curioso: tutti i vini di antico nome e poi caduti in relativa disgrazia  mi hanno sempre attratto, per un ragionamento semplicissimo: se certi territori originavano grandi uve in un tempo antico quando l’agronomia e l’enologia non erano avanzate, perché oggi non dovrebbe più essere possibile? E qui si aprirebbe una serie di riflessioni: ad esempio, sui cambiamenti in vigneto dovuti alla volontà di massimizzare le rese e di meccanizzare gli impianti. Nel caso dei Castelli Romani e quindi di Frascati – mi spiegarono al bellissimo Museo del Vino di Monteporzio Catone-  anche la necessità di ricostruire in tempi brevi i vigneti che erano andati distrutti durante gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, portando quindi all’impianto di varietà e cloni a rapido accrescimento, ma di qualità corrente. E poi, tutti i maneggi in cantina: intendiamoci – amico o amica mia che mi leggi – ben vengano le tecniche moderne, al netto di tanti pasticci perpetrati, ma non sono sempre sicuro che quelle scelte siano sempre le migliori per interpretare e valorizzare i territori, specie quando si trattano le vecchie varietà di uva a bacca bianca del Centro Italia; ma qui seguo una mia idea e non ti voglio aduggiare.
Se tu invece andassi ai Castelli Romani, ne passeggiassi la terra, le strade, i borghi e le vigne, capiresti: su quelle terre vulcaniche, tra quei laghi che dormono tranquilli nei coni degli antichi mostri sputafuoco, dove la zolla a tratti sa essere nera  come le scorie della fucina di Efesto e la vegetazione di un verde quasi iridescente, con quel clima dolce, per forza debbono venire uve buone e buoni vini, a non sciuparle. Non è solo suggestione io credo, nata magari sulla scorta di certe immagini letterarie ottocentesche o più antiche ancora, oppure dalla fascinazione della presenza antica di ville del patriziato della Roma papalina e,prima ancora, di quella imperiale e repubblicana. Il Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa, da uve Malvasia puntinata e di Candia, Trebbiano, Greco, fu il mio vademecum: la sua bontà sorprendente e ricca di carattere a mi spinse a interessarmi e a visitare i Castelli Romani. Viene da un unico corpo vitato di 13 ettari, un vero Cru. Se ne produce una quantità importante (credo sulle 110.000 bottiglie in media), con una qualità molto buona in ogni millesimo: quando ero solito frequentare  parecchio Roma per lavoro non mancavo mai di procurarmene una bottiglia, che acquistavo all’aeroporto di Fiumicino e ho finito per accantonarne alcune annate. L’ultima fu una 2013, che aprii ed assaggiai il 29 febbraio 2016: me l’ero portata in Inghilterra e volevo ritrovare nel bicchiere le sensazioni e i ricordi di quel viaggio bellissimo ai Castelli. Magari non si dimostrò il migliore Vigneto Santa Teresa che avessi assaggiato, ma mi regalò il piacere di ritrovare il suo gusto identitario. All’inizio lo trovai chiuso all’olfatto e un po’ scomposto in bocca: solo dopo ore trovava il suo equilibrio, ma per me era segno di longevità. Il colore – che del Vigneto Santa Teresa mi era sempre parso bellissimo –  un paglierino dai riflessi dorati, di media profondità. Niente gocciole sul cristallo del calice, solo un velo che si ritirava lesto. L’aroma era intenso, ma non prorompente -(né sarebbe stato giusto aspettarselo da un vino di questa tipologia), ma molto complesso: toccava tutti i registri, tra aromi di matrice minerale, fruttata, floreale, in quest’ordine. Emergeva per prima infatti la pietra focaia, insieme al gesso; poi la mela cotogna, il cedro candito, l’ananas e il pompelmo; quindi ginestre e mimose ed infine tanto buon fieno e paglia su uno sfondo ammandorlato. E poi in bocca così voluminoso, largo, alcolico, ma con nerbo e scatto, grazie a un’acidità medio-alta. Il finale sulle prime era particolare, un po’ medicinale, su note di ruta, ma dopo alcuni giorni dall’apertura queste note si perdevano, e diventava più gentile e nitido. Tutto il vino in realtà cambiava, manifestandosi più ricco e avvolgente, con l’acidità e l’alcol (13,5 gradi) più a fuoco e integrati. Malgrado qualche nervosismo e tensione di gioventù un ottimo compagno della tavola, flessibile e indomito, se stava bene persino con un buristo di Monteroni d’Arbia, un sanguinaccio dal gusto divino e violento.
Mi rimaneva per la testa, però, quell’ipotesi di longevità del Frascati Vigneto Santa Teresa, che non volevo lasciare ad una mera speculazione intellettuale, ma provare sul campo. Avevo in realtà anche gioco facile: gli appassionati di questo vino sanno della sua tenuta nel tempo; ma l’occasione di pescare nelle mia cantina ed aprirne l’annata 2007 a distanza di qualche settimana mi apparve troppo ghiotta. Si direbbe su una rivista di auto: “una bella prova su strada”, perché il vino è stato comperato in aeroporto (dove ci sono luci abbaglianti e temperature piuttosto alte), poi invecchiato in una cantina certo discreta, ma non perfetta; e assaggiato con quasi nove anni sulle spalle.
Certo, il tappo (un bel sughero intero e lungo) aiuta la tenuta di questo Frascati Vigneto Santa Teresa 2007, che è meno alcolico dell’altro: 13 gradi. Versatolo, il colore appariva dorato, maturo. Ancora la caratteristica di non creare lacrime sul calice, ma quel velo che si ritira irregolare, questa volta con calma tuttavia. Al naso, se così si può dire, lo stesso impianto, ma più ricco, con aromi che si susseguivano in ordine sparso e non per famiglie: idrocarburo, violetta, chinotto, mandorle, pepe bianco. Anche in bocca mi sembrava più rotondo, con un’acidità vivida ma qui immediatamente ben integrata; anzi, tutto il sorso era più rotondo e più lungo, sia in termini tattili, che di persistenza gustativa, che era piena ed aggiungeva ulteriori colori a questo piccolo arcobaleno: vaniglia naturale, iodio, fiori di sambuco, birra trappista.
Vallo a raccontare in giro che un Frascati di 9 anni è così buono e poi dinne anche il prezzo, che credo sia sui tredici euro a scaffale per l’ultima annata: ti prenderanno per matto. Pensa che i giornalisti americani ancora credono che i bianchi italiani campino  uno o due anni. Eppure non tenerlo il segreto. Questa volta non devi. Fai come feci io, vai ai Castelli Romani, che ti invada la loro bellezza, ti inzuppi da capo a piedi; poi scontrati coi cancelli chiusi, con le catacombe inaccessibili, le ville in rovina o in triste semiabbandono, come la meravigliosa, enorme villa Aldobrandini che domina l’ingresso di Frascati. Allora capisci che il mondo deve sapere che vino si può fare a Frascati, che quelle vigne a un passo da Roma non le deve invadere la boscaglia o peggio il cemento. Scorra ancora quel vino nelle fontane dei giardini barocchi, le inondi; spalanchi  porte e finestre delle case, lavi le vie e le facciate dei palazzi; sia rugiada nei boschi e balsamo sulle mani callose di chi ancora coltiva la terra.

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Collio 2013, Edi Keber, 13 gradi.

Nel Collio tutto ti parla di vino. Se vai a Cormons, cittadina con una sua eleganza semplice e rarefatta, le vigne incombono possenti sui tetti e le vedi lì sollevarsi ripide e solenni da ogni scorcio: invogliano alla salita, seppure intimidiscano, specie l’inverno quando risaltano nude e scabre ai raggi del sole taglienti e obliqui. Se il freddo punge, come qui capita sovente, meglio allora ritirarsi nel tepore dei pubblici esercizi che tentare l’ascesa. Sarà allora un via vai di persone del luogo in cerca di una sosta: prosciutti, orzotti, frico, ma soprattutto vino, perché esso basta da sè per accompagnare una chiacchiera, una battuta, uno scambio d’opinioni, un accordo commerciale; sostituisce persino il caffè. E qui il vino per antonomasia è bianco, più che in ogni dove: Cormons potrebbe essere la Barolo del vino bianco e invece non è, fortuna e sfortuna a un tempo: troppo remota dalle città che storicamente contano una borghesia dal consumo dinamico (leggi Milano e Torino e, perché no, Genova), d’altra parte  il carattere terragno di questi friulani, propenso alla sincerità più che ad ogni vuota cortesia. Però Veronelli già negli Anni Sessanta invocava per queste ripe scoscese la dignità di Cru, già Soldati allora di questi bianchi se ne incantava: e non c’erano a quei tempi i ritrovati della moderna enologia e agronomia a sparigliar le carte.
Edi Keber è un produttore così intimamente legato a quella terra speciale del Collio – la ponca- e alla sua cultura da aver sentito irrinunciabile l’identificazione assoluta del territorio col vino bianco, fino ad arrivare a produrre solo quello e con la peculiarità di formularlo secondo un paradigma assoluto: non un “bianco del Collio”, ma un “Collio”, senz’altra specificazione alcuna. Qui non troverai, come altri fanno e la norma consente, dichiarata l’origine monovarietale da  un dato vitigno: Sauvignon, Friulano, Ribolla e così via; qui, semplicemente e solo “Collio”. Per rafforzare il concetto, esso nasce da tre uve diverse: che sia il territorio a parlare; e perché abbia una voce nitida e riconoscibile, la vinificazione avviene nelle vasche di cemento, come da vecchia usanza: così il vino è protetto ma respira e si evitano tecnicismi che, per eccesso di nitidezza anodina da un lato o di ricercate complessità dall’altro, corrano il rischio di velare la voce della terra.
Ne nasce un bianco di semplicità francescana, come l’avresti magari potuto bere quaranta o cinquant’anni fa, se le mani e la testa del vignaiolo conoscevano il mestiere di trarre il sale dalla terra. Per quello ti emoziona: per la sua essenza nuda, che si svela con candore, con l’innocenza di chi non sa malizie.
L’ho goduto  -era quasi un anno fa- a quindici mesi dalla vendemmia del 2013. Lo trovai  versandolo nel mio vetro limone perfetto, molto petillant: fermo era, ma una nuvola di bolle finissime, anzi una via lattea lo animava. Il suo profumo era intenso, molto fresco; banalità: era d’uva soprattutto; ma, se distingui, era anche mela verde per la sua gioventù, e purissima; e c’erano cenni lontani di miele di acacia, tocchi di asparagi,  ma più ancora attendendo tornavano aromi di fiori di agrumi e di peschi, poi limone e cedro che erano ancora più evidenti in bocca. Lì era succoso, molto succoso; seppur l’acidità fosse media, giusta. Aveva un buon corpo, ma soprattutto era molto intenso nella concentrazione dei sapori. L’esperto che degusta  guarda alla persistenza, che era buona: ma io ti dico di come essa stava sulla tavola al suo posto, senza stordire il cibo, ma accompagnadotelo, e chiudendo con alcool perfetto, che puliva la bocca ma non si sentiva. Più che altro era come questo vino si allungava sul palato con grinta giovanile a piacere, perché al tempo stesso era puro e delicato, dissetante, in un solo momento caldo e fresco. Ecco: come un compagno amico e affidabile, con la purezza del cielo e del Collio contadino.    

Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

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L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!

Irpinia Aglianico DOC Re di More 2013, Mastroberardino, 13,5 gradi.

L’ Italia, si sa, è terra di disperanti contraddizioni: per certi versi un paradiso, per altri un inferno. Tormento ed estasi, diremmo citando un vecchio libro, perché parimenti vi albergano sciatteria e ricerca di perfezione, caos ed ordine armonioso. Nei miei viaggi ho inteso che la Campania rispecchia questa realtà all’ennesima potenza. Ricordo andai una volta a Torre Annunziata per visitare un cliente: le strade trasandate coi panni stesi da una parte all’altra, il traffico nauseante senza alcun rispetto delle regole (o almeno di quelle scritte, ma sarebbe un’altra storia questa…), i ragazzi che dribblavano il groviglio delle auto parcheggiate in due sui cinquantini; poi però, appena dentro a un cortile, un’officina curatissima e ordinatissima, cosi’ pulita da poterci mangiare in terra, dove si lavorava in camici e guanti bianchi, e non per metafora. Autorizzata Honda, ma soprattutto riparavano anzi restauravano moto d’epoca, ricostruendo a mano tutti quei pezzi meccanici che era ormai impossibile trovare. Ricordo alcune CB 500 trentennali perfette, tirate così a lucido che sembravano appena uscite dalla fabbrica di Suzuka. Anche quella della Mastroberardino è un’altra storia di orgoglio ed eccellenza campane. Possiamo fermarci a crudi numeri, che parlano di due milioni e mezzo di bottiglie ed una presenza sui mercati di tutto il mondo, ma se andiamo più a fondo scopriamo il racconto di un’epopea iniziata nel ‘700, se non prima ancora, di una registrazione alla Camera di Commercio di Avellino nel 1878, quando la Casa comincio’ le vendite all’estero rendendo così l’atto obbligatorio. Una dedizione testarda alla propria terra ed alle proprie tradizioni, vecchie fino all’epoca romana e greca, difese dagli attacchi della fillossera negli Anni Trenta e poi dalle spinte a piantare prima vitigni più produttivi, poi quelli internazionali francesi, continuando invece a produrre vini di tradizione, anche acquistando le uve da fidati conferitori e svolgendo così una funzione sociale in epoche di abbandono  dei campi. In poche parole, se noi oggi ancora godiamo ed apprezziamo gli Aglianico, i Greco, i Fiano, i Falanghina, buona parte del merito va a questa famiglia ed in particolare al fu Antonio Mastroberardino, uno dei grandi vecchi del vino italiano. Questo Aglianico irpino non è un vino di nicchia, anzi ha una reperibilità notevole: io l’ho acquistato in aeroporto, su quegli stessi scaffali che vedono sovente allinearsi bottiglie magari di qualità, ma dalla personalità slavata, inclini come sono a seguire le mode ed i dettami di un’ enologia perfetta ma senz’anima per adattarsi ai gusti internazionali di quello che potremmo chiamare il bevitore medio globale. Questo Re di More invece ha ostinatamente carattere, declama la sua identità irpina con educazione e fermezza, e a testa alta va fiero contro corrente.  Sulle prime potresti quasi confonderlo per uno di quei tanti rossi mediterranei moderni e un po’ tutti uguali, rubino com’è di media profondità, con quei riflessi purpurei che sono un baluginare di giovinezza; ma guardalo attentamente pero’, vedine il bordo che già tende al granato e ne intuirai lo spessore, la riposta elezione. Presto ne scoprirai il carattere forte di vino montanaro, cocciuto, persino angoloso, ma puro. Godi la discesa veloce delle sue lacrime  molto fitte, persistenti, mentre già di lontano ti si affaccerà il profumo intenso e fresco di un vino ancora nuovo, fremente energia ancora un po’ immatura, che ti porterà per mano nel cuore del bosco innanzi a siepi di frutti neri selvatici, more e mirtilli, ed un’apertura su campi assolati con le susine nere e le pesche mature dalle bucce odorose. C’è in lui un che di domestico, con gli aromi  dell’orto (alloro e aglio fresco, origano), e di esotico insieme (velatura di pepe bianco, polvere di caffè, tocchi di lavanda,  lontani ricordi di incenso e cera) a rammentarci che l’uva Aglianico viene da Oriente,  e che solcando i mari, le terre e i secoli ha veduta una lunga storia. Vino che al palato e’ di corpo e buona concentrazione e struttura, con un tannino abbondante e granulare, forse ancora un po’ crudo e bisognoso di tempo; ma di esso il vino non avrà timore, perché in se’ ha un’acidita’ notevole, che spinge sicura e ne sostiene il corso verso una persistenza piuttosto lunga. Fresco e succoso, però non esile: com’è giusto per vino di montagna, ma del sud; curato, ma non si vergogna di restare un po’ rustico;  sempre comunque composto e con una sua austerità trattenuta. Nel suo essere giovanile e immediato, prelude a una progressione, se tu solo lo vorrai aspettatare: la curiosità – amico, amica che mi leggi- sarebbe attenderlo diec’anni.  Godilo intanto su primi e carni sugose, dove il dolce-salato dei pomodori vi giochi suoi accordi.

Fleurie Poncie 2013, Domaine de Vissoux Pierre Marie Chermette, 12.5 gradi.

Ci sono vini la grandezza dei quali è incontestabile: lampanti nella loro qualità, a volte addirittura monumentali. Fossero automobili, avrebbero le linee saettanti di una Ferrari, di una Lamborghini; o, a seconda del genere, quelle fastose o severe di una Bugatti, di una Isotta Fraschini. Altri invece sono per lo più utilitari: si badi, non quotidiani. Un vino quoditiano può, nella sua umiltà, stagliarsi protagonista della tavola o accompagnare amoroso o sicuro ogni vivanda: prendi certi Chianti guizzanti, certi Dolcetto affabili, certe briose Barbera. Bene: il vino utilitario si presta invece ad un consumo mirato, con cibi determinati ed occasioni specifiche; se le condizioni al contorno sono quelle giuste, allora lui sarà il complemento perfetto. Prendi questo Fleurie, vino rosso francese che viene dalla regione del Beaujolais: avrei voluto narrarti che ha qualità sorprendenti, tali da farti dimenticare del tutto certi rozzi Beaujolais Nouveau che son una iattura pel bevitore e forse anche per la nomea dell’area vinicola (che, bada, ha storia da insegnare fin da epoca romana; e che costa una fatica avara a chi la coltiva, per quei terreni spesso duri e granitici e pendenti come quello dal quale nasce questo Fleurie, tal che le macchine non vi possono entrare). Invece ti dico che è un vino utilitario all’ennesimo grado. Perché il suo color rubino trasparente, limpido e luminoso, appena violaceo nei riflessi, che forma lacrime lente sul calice, certamente e’ bello a riguardarsi. Così come intriga il suo profumo, di fragole e fragoline di bosco sulle prime, svelando poi con un po’ di areazione, accanto ad aromi floreali di violetta, una lieve stuzzicante speziatura che sa di pepe bianco ed un odore di carne che gli inglesi direbbero “meaty”, con felice espressione. E la leggerezza di corpo, la delicatezza tannica (che pure è di grana un po’ terrosa), l’acidità delicata che titilla appena gli angoli della bocca, sono piacevoli, vista l’onesta persistenza e concentrazione del gusto. Risulta pure un po’ salino a centro bocca ed è forse la miglior dote della sua trama. Però manca di nerbo: non ha quell’accento che ti fa dire: “oh”. Ti sfido tuttavia, come fosse la girandola di un torneo, a servirlo fresco, ben fresco, 14 o 15 gradi, estate o inverno che sia; e ad accompagnargli antipasti di terrine, persino vivande dove la carne bianca la faccia da padrona, polli ed oche, arrosti o con un bell’umido odoroso, o persino certe salsiccette non troppo speziate, come usano aldilà delle Alpi; oppure un bel tonno appena scottato, o certi guazzetti di pesce, d’acqua dolce o di mare. Ponici poi luci soffuse, un bel lume di candela, due occhi da guardare, parole lievi preludianti l’attesa in un’ammiccante seduzione. Sono certo che lo troverai imbattibile.

Sabbia Gialla 2013, Ravenna Bianco IGT, Cantina San Biagio Vecchio, 14 gradi.

Il mercato novembrino che la FIVI tiene a Piacenza e’ sempre un’occasione ghiotta di interessanti scoperte: a parte il piacere e l’interesse di un confronto diretto coi produttori, il livello medio dei vini e’ molto alto e soprattutto la maggior parte di essi ha due caratteristiche che se al vino ti guida l’amore riterrai fondamentali: carattere e tono vitale. Perciò cerco sempre di non perdere l’appuntamento. La scorsa edizione passai a salutare tra gli altri Elisa Mazzavillani, che oltre a essere produttrice di ottimi vini in Romagna è anche un’eccellente assaggiatrice: naso e palato finissimi. Si parlo’ di Albana. Io l’Albana di Romagna è una tipologia di vino che ho frequentato poco, scoraggiato da lontanissimi assaggi di vini da supermercato, pallidi alla vista ed al gusto. A dispetto di essere storicamente il primo bianco DOCG e di avere rinomanza documentata almeno dal Medioevo – se non si vuol dar conto a leggende che evocano l’era di Roma – non gode certo oggi di buona fama. Traduco e cito dall’Oxford Companion to Wine: “ L’Albana secco e’ un vino piuttosto neutro e privo di carattere. L’Albana amabile normalmente sembra ne’ carne né pesce.”: la solita superficialità sprezzante di tanti critici anglosassoni (…e dire che il Signor D.T. che firma il contributo sul poderoso librone ha lavorato per anni con Luigi Veronelli, il quale sapeva trovare ben altra espressività e visione nella sua penna). Si salverebbe, stando al tomo, solo la versione dolce. Ora, i chicchi di albana hanno la caratteristica di essere facilmente attaccabili dalle muffe: quelle non gradite, è vero, e dannose, ma anche la nobile bortytis cinerea, che Oltralpe da’ vita ai divini Sauternes francesi, ai grandi Trokenbeerenauslese tedeschi, ai leggendari Tokaji ungheresi; ed allora i conti tornano. Con Elisa tuttavia si parlava di Albana secco e lei mi consigliò di assaggiare quello di Cantina San Biagio Vecchio, che era presente al Mercato FIVI, lì dappresso. Detto fatto: andai, assaggiai, pur tra la folla e nella fretta ne rimasi colpito, feci un piccolo acquisto. A distanza di mesi, trovo l’occasione di aprire quella bottiglia e di goderne con calma ed un dovuto raccoglimento. Al solo versarlo, il piacevole ricordo diventa ammirato stupore: perché sgorga dal vetro nel calice un nettare dorato, viscoso, consistente, che ammanta il calice di archetti fitti e persistenti. Bellissimo da riguardare, evoca immagini di una ricchezza sognante e antica, albe di luce liquida tremante e oltremarina, evocando quasi i bagliori dei mosaici ravennati.  È invito e tentazione a provavi l’olfatto, cercandone l’aroma. È lui però a venirti incontro, così intenso e molto complesso, ma nitido, preciso. Ha la fisicità della buccia di agrumi maturi: limone, cedro, chinotto; ma anche la grazia aerea dei fiori di ginestra, di acacia, di sambuco, di mimosa. La polposita’ della frutta a polpa gialla: le percocche, le pesche; e tocchi di melone. E le spezie: zafferano, poi cannella e noce moscata. Ci sono spunti dolci, quasi di gelato alla crema e malaga, ma non stuccano, perché vi si sovrappone una scia minerale, di sabbia al sole, ed un chiaroscuro di macchia, cenni di erbe aromatiche. Baluginano gli aromi della botrite: ecco forse il segreto di tanta complessità, l’impiego di uve colpite da muffa nobile per un vino che è indubbiamente secco – come certi avanguardisti produttori neozelandesi sperimentano sul Sauvignon Blanc. Viene inoltre lasciato il mosto a macerare un poco a freddo sulle bucce. Affinamento in solo acciaio e vetro, ciò che risalta la poderosita’ dell’uva come nasce su  terreni esposti a sud est, con sabbie gialle e medio impasto. Un grandissimo vino che trova sul palato la sua ulteriore conferma, con un corpo che si dispiega ampio, ma con trama compatta; dove l’alcol non si nota o si nota appena, e non disturba; dove l’acidità notevole, giustamente alta ( non altissima) e’ tuttavia sofficemente mascherata da tanto corpo e pienezza di sapori, che sono concentratissimi. È secco, come si scriveva, ma con una viscosità da vendemmia tardiva che lo rende soavemente carezzevole. Forse sarà adatto solo a un moderato invecchiamento (come certi pregiatissimi Condrieu del Rodano), ma è  molto originale, latino, e cerca la sua via combinando tecniche nuove e antiche, senza imitar nessuno e nessuna finzione. Vergo’ una volta il citato Veronelli un’intuizione, un’appunto, chiedendosi che cosa avrebbero potuto dare le vecchie varietà di uva, anche quelle dimenticate, con le tecniche nuove. Questo vino di San Biagio vecchio fornisce una risposta ed indica una via. Allora in questi tristi tempi mi viene da considerarlo d’auspicio per la rinascita della nostra Italia, che sappia ritrovare se stessa e le sue radici profonde attraverso le lenti di una modernità futuribile. Nulla mi leva dalla testa che il nido della fenice stia anzitutto fra le campagne e l’accudiscano le mani di coraggiosi vignaioli. Servilo appena fresco, amico o amica che mi leggi, ma assolutamente non freddo: non svilirne il vigore, la discendenza dal sole! Per me ha trovato l’equilibrio perfetto con una zuppa di cozze e vongole, bianca.

Saumur Champigny 2013, Domaine des Roches Neuves, 12.5 gradi.

Io lo ammetto candidamente: ho ben poca dimestichezza col Cabernet Franc: lontani assaggi di vini friulani, verdi e speziati; spesso anzi si è scoperto nelle vigne ci fosse – inconsapevolmente – carmenere. La sua patria però è la Francia, a dispetto dei natali oscuri che lo vorrebbero, in un’antichità remota di almeno un millennio, nascere nella Spagna basca ed arrivare in Centr’Europa sulle vie dei pellegrini traversando la Bretagna. A Bordeaux si usa nell’uvaggio locale, quasi un’assicurazione di buona riuscita perché fiorisce in epoche diverse rispetto a Merlot e Cabernet Sauvignon; inoltre matura più facilmente e perciò ha trovato nella valle della Loira una casa adottiva speciale: meglio, un luogo d’elezione, perché lungo la Loira sono fredde le zone interne, rigidi gli inverni, ed il Cabernet Franc si dimostra coriaceo perfino nel legno. Strana bestia la vite: più la porti al limite estremo, meglio si dona in qualità; come certe volte la Nazionale italiana, che gioca con maggior determinazione in dieci che in undici. Così nella Loira il Cabernet Franc, se coltivato con amore devoto, si dice attinga a miracoli di finezza e longevità. Non tutti i miei assaggi son stati fortunati, invero. Poi mi imbatto in questo Saumur Champigny 2013 del vignaiolo Thierry Germaine, un uomo con le idee chiare, che su suoli tufacei e con viti piuttosto vecchie pratica un’agricoltura biodinamica ( “ossia?” mi dirai amico, amica mia; la questione e’ un po’ complessa e dibattuta, ma di certo si tratta di una filosofia agricola di alto rispetto per la terra), ed applica rese di 30, a volte addirittura 15 ettolitri per ettaro mentre la media in zona e’ di 60 (come termine di paragone su un vino di qualità, a Montalcino per il Brunello la resa massima consentita per ettaro e’ di 80 ettolitri);  allora finalmente, allo sfilare del turacciolo, ho un sorriso. Ecco un vino che vibra, canta, racconta! Certo non è un vinone grosso, di quelli che ti travolgono con la possanza sbuffante di una locomotiva. Questo è un aliante leggero nell’aria, una barca silenziosa e veloce sul fiume, una carrozza che porta a castello una dama. Fin dal colore lo vedi: rubino trasparente e luminoso, dai mille riflessi; ne percepisci la sostanza magra e scattante e la rimarcano gli archetti sul calice irregolari,  nervosi e veloci come i contrafforti di un’architettura gotica. L’aroma e’ pungente ma non prevaricante, sempre un po’ da cercare, vinoso e di piccoli frutti di bosco rossi e freschi anzitutto; poi accenni di violetta, una nitida polvere di grafite, uno sfondo erbaceo aromatico che avvolge piacevole l’olfatto come tu entrassi in un giardino incantato e vagassi e ti perdessi tra le siepi nel tepor primaverile. A berne poi, ancor più ti impressiona: se il corpo sta tra il medio e il leggero, pur ti danza come un putto sulla punta della lingua e la sua intensità e’ chiara, diretta, luminosa. Ecco l’acidità che lo profila, l’allunga ed è radiosa; ecco in mezzo la sapidità, che gli dona fermezza e stabilità; ecco il tannino, ingannatore: fine, detergente, ne sottovaluti la portata pensandolo verde e moderato, mentre invece è maturo e vigoroso. La lunghezza sol media forse, ma con una nitidezza così cristallina che risuona a lungo nella memoria, se non sul palato. Io lo credo – amico, amica che mi leggi- irresistibile sulle carni bianche e su formaggi di stagionatura tra la fresca e la mezzana; ma ne avessi un’altra bottiglia qui con me, con curiosità infinita lo vorrei provare su pesci grassi d’acqua dolce.

Riesling Trocken GG Rheingau Silberlack 2013, Schloss Johannisberg, 12,5 gradi.

Difficile non restare intimiditi di fronte a una bottiglia di Schloss Johannisberg, l’impressionante castello che sovrasta una collina prospiciente il Reno nella sua parte enologicamente più nobile e che costituisce, da sola e per la maggior parte, uno tra i Cru dedicati al Riesling più celebrati a livello mondiale. Origini da abbazia benedettina, qui si dice siano nati nella seconda metà dell’ XVIII,   per una combinazione di caso ed intuizione, i vini botrizzati, cioè prodotti con uve colpite da quella muffa nobile che regala estreme concentrazioni zuccherine ed aromi inauditi. Qui, se scorri i nomi dei suoi proprietari, ne trovi uno che ti fa sobbalzare sulla sedia: il Barone von Metternich, a lungo arbitro delle sorti d’Europa, al tempo del Congresso di Vienna. Una storia, quella di Schloss Johannisberg, anche caparbia, di distruzione e riscostruzione, particolarmente dopo la seconda guerra mondiale. Ancor oggi nel castello, restituito al suo splendore, si producono vini delle vigne d’intorno, ripide, ordinate, che espongono al sole ed al temperante influsso delle acque del Reno i bianchi grappoli di Riesling, che qui acquistano un vigore sconosciuto in altre zone della Germania. Apro dunque questa bottiglia con capsula argentea che lo Schloss chiama Silberlack, per identificare come le uve provengano da Grosse Gewachs, ossia da vigneti Grand Cru e con uno stile secco o appena abboccato, ma da uve con un elevato livello di maturità, come o più di un Auslese. Ne osservo la bella etichetta in stile d’antan: qui la storia ha un peso e si tiene a sottolinearlo. Il vino è affascinante. Limone pallido, riflessi verdolini è quasi blu di acquamarina e di topazio: la lucentezza delle gemme. E questo legame con le pietre preziose si ritrova anche all’olfatto, dove agli aromi intensi di fiori di agrumi, di succo di limone, di mela verde, con tocchi piccanti di melone bianco, si affiancano la grafite, il sasso bagnato, vagamente il petrolio. È molto secco al palato, monolitico, con una trama quasi gessosa; ha gran corpo,  acidita’ potente e decisa, una buona lunghezza. Per ora tuttavia è come un tenore imberbe, dalla voce forte ma ancora grossa e slegata, e fin troppo protagonista sulla tavola. Viene quasi fatto di dire che con maggior residuo zuccherino sarebbe stato bilanciato meglio. È questione di tempo tuttavia: bestia io che per una volta non ho saputo aspettare, perché questo è un vino in grado di campar vent’anni e migliorare. Perché l’attesa, lo sanno tutti, accresce l’amore. Perché la patina del tempo spesso non è decadimento, ma la conquista di una superiore armonia.