Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Porta 6 2012, Vinho Regional Lisboa, Vidigal, 13,5 gradi.

Che fosse un vino simpatico, si capiva già dell’etichetta buffa e colorata. Si sa però che l’apparenza inganna e “non bisogna bere l’etichetta”, avvertono gli esperti. Però, estratto il tappo di sughero intero, un vino così chi se lo aspettava? Accidenti il Portogallo! Guardalo qui, rubino a tre anni dalla vendemmia con ancora qualche riflesso purpureo, fitto ma non impenetrabile, con lacrime ravvicinate e veloci che scorrono viscose e golose. Perché certo tanti di noi che amiamo il vino associamo il Portogallo al Porto – vino dolce- per equazione matematica inevitabile. Ma questo rosso secco e non fortificato (come  invece il Porto), che ti invita a bere con uno spruzzo di aromi sul viso di frutta matura e carnosa rossa e nera,  quasi anche sul limitare dell’appassimento, un po’ non lo ricorda? Con quel suo insieme di mirtilli, di lamponi e di prugne, evidentissimi epperò contrappuntati dallo stuzzicante timo, da un tocco di chiodo di garofano, da tracce di polvere di caffè ed un finale più fresco di mele rosse e menta, evoca proprio il cugino dolce del Douro; perché le varietà d’uva sono poi quelle: metà tinta roriz (ovvero il tempranillo), castelao per un 40% e touriga national per il resto: la prima per la finezza, le altre due per la concentrazione e la forza. Secco sì, ma ma con un evidente residuo zuccherino, che non ci sta male, perché il finale ha una punta di acidità che stuzzica e non guasta (e non mi importa, in questo caso, valutare se sia tutta autentica). Perché ciò che conta è che sia un vino allegro, gioviale, col quale passare svagati una bella serata, senza pensieri: con  sue le note fruttate in evidenza anche al palato, ma pure con un’abbondanza di tannini maturi ed una condotta da un lato corposa e cremosa, dall’altro mobile e brillante, quasi ballasse una danza tradizionale come il corridinho; un vino per dimenticare la tristezza e le preoccupazioni. Ha un taglio un po’ moderno? Forse, ma che c’è di male se riesce anche a raccontarti, senza infingimenti e filtri, la sua provenienza? E senza far la voce grossa o parlar strano saprà accompagnarti nel pasto, amico o amica che mi leggi, peraltro con un costo contenuto, il che non guasta mai. Per me si è sposato, sorridente e flessibile, ad una minestra antica di farro e fagioli dell’occhio.

Il giorno, a Benvenuto Brunello 2015

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L’alba.

La mattina e’ piovosa e umida, fredda; le mura massicce del Castello di Saltemnano si ergono fra la foschia che ingolfa desolata la valle dell’Arbia, la coltre grigia delle nuvole in cielo. Lontano, remota e quasi un punto, Montalcino con le sue torri che si stagliano su uno squarcio più luminoso d’orizzonte: la nostra meta. Che differenza rispetto all’anno passato, quando l’inverno già si discioglieva all’abbraccio tiepido della primavera e si aprivano al sole i germogli. Sarà per questo che una malinconia sottile mi prende, come un lieve disagio? O sarà forse la preoccupazione del confronto con quello scorso Benvenuto Brunello, il mio primo, e le sue emozioni? Magari è solo un poco di quel disincanto che si prova addentrandosi nella conoscenza: quel pizzico di magia che va inevitabilmente perduta. Sono pensieri però che si scacciano in fretta, tanta e’ la voglia di tornare su quel colle, di respirarne l’aria pura, di vederne le vie e con voli rapaci dello sguardo abbracciarne i paesaggi solenni a volo; e stringere le mani di quella gente. La strada sale dal fondovalle poco oltre Buonconvento, annodandosi su se stessa come le spire di un serpente: curva dopo curva, cantina dopo cantina, vigneto dopo vigneto. Per molti solo asfalto, automobili, traffico; per me percorso iniziatico, esercizio dell’animo: Benvenuto Brunello non è semplicemente la presentazione di nuove annate, l’assaggio di grandi vini;  per me è soprattutto calarsi in una realtà diversa, in un altro sentimento del tempo; e’ interrogarsi sulle ragioni della terra, sul seme che mi ha generato; e’ domandare al sangiovese di svelarmi i suoi segreti, intessendo con lui un dialogo muto, concentrandomi allo spasimo per intercettarne le vibrazioni più intime. Perché il sangiovese e’ come una gran dama: sempre un po’ sfuggente; e sotto la coltre dell’immediatezza vela spesso una complessità straordinaria. È come uno specchio che riflette sempre qualcosa della sua zolla, di chi l’ha coltivato e vinificato, persino di chi lo beve. Ecco: quest’anno vorrei tracciarne per me i confini, quel ritratto che ho ancora incompleto.

La mattina.

Si giunge a Montalcino che è mattina presto, le valige nei confortevoli silenzi ariosi di Palazzo Saloni; si camminano in fretta le vie profumate di pane appena sfornato, buono; si rivedono i selciati conosciuti, i canti, le insegne, i tetti, mentre la gente principia le attività quotidiane; con la sensazione felice di sentirsi in una casa ritrovata. Ecco l’ingresso sotto l’arco di pietra, l’abbraccio affettuoso con Luciano Ciolfi, al quale devo l’invito e la visita nel giardino del Brunello. Quest’anno si accede alla manifestazione dalla parte del museo, con la suggestione delle arcate possenti, delle teche che vegliano tesori nella penombra; si ha il chiostro bellissimo li’ da vivere e le sale appena ridipinte, di candida bellezza. Peccato solo l’odore della vernice fresca, per me fastidioso, ma onestamente nessuno mi pare se ne lamenti, sicche’ sarà il mio naso. C’è tanta gente e l’atmosfera della festa, perché la tanto attesa annata 2010 e’ di scena. Il mio disagio in parte si svela: quanti entusiastici giudizi ho letto anticipatamente su questa annata e quanti invece ruvidamente contrari alla 2009, spesso superficiali e irrispettosi del lavoro e della fatica di quella gente che suda allo stesso modo da un anno all’altro, anzi di più in quelli meno felici.  Sicuro, la  2010 e’ molto buona, però ancora una volta sono le differenze tra un vino e l’altro che più mi affascinano: di stile, di mano e di territorio, ciascuna a formare una piccola tessera del mosaico del Sangiovese di Montalcino, esprimendone le singole individualità. Ha detto bene un assaggiatore notissimo: “non c’è il Brunello 2010, ma cento Brunello 2010” . Che posso aggiungere a quanto scritto da tanti piu’ esperti di me? Eppure mi voglio provare. Contando che ho assaggiato in piedi ai banchetti dei produttori, quindi con tutte le approssimazioni del caso, mi pare un’annata luminosa, solare, di forza e di equilibrio, che a mio parere ha originato molti vini di traboccante energia, sicuramente godibili fin d’ora ma che in alcuni casi – forse quelli migliori- richiederanno anni di bottiglia per assestarsi appieno e ricomporsi in una grazia superiore; giocando poi un tiro mancino da una parte ad alcuni Brunello Riserva 2009, verso i quali lo stacco mi è sembrato a volte minimo e talvolta a vantaggio del vino d’annata. Quanto ai Rossi di Montalcino 2013, sono sempre freschi, piacevoli e benfatti, ma direi con una profondità e continuità qualitativa un po’ inferiore rispetto ai 2012 assaggiati lo scorso anno. Paradossalmente l’annata 2013, per così dire classica, ha ancor più  differenziato chi interpreta il Rosso come un  Brunello adolescente e chi semplicemente come un buon vino da pasto.

Il mezzodì e il meriggiare.

Che piacere assaggiare con Luciano, lui che in vigna e in cantina si sporca le mani e vi trova l’orgoglio e la pena. Che piacere assaggiare e confrontarsi con Stefano Paparelli, finissimo palato, che sa riassumere il senso di un vino in una battuta. Che piacere poter legare un assaggio alla chiacchiera col produttore sull’annata, sulla vinificazione, sul suo terreno, e scoprirne le interrelazioni nel calice. Talvolta nemmeno quello serve: basta un gesto, uno sguardo soltanto e dalla persona che hai davanti capisci tutto il vino. Oppure puoi chiudere gli occhi e concentrarti solo sul calice, senza preconcetti, simpatie e antipatie. Purché nel calice ci sia Brunello di Montalcino, quello che nelle sue mille differenti sfumature, buono o meno buono, mi picco di riconoscer come tale, che parla toscano con la voce del sangiovese. Perche’ un paio di vini che ho assaggiato – ottimi senz’altro – non parlano quella lingua: concentrati, fruttati, rifiniti secondo un gusto internazionale, mi pare che in essi la sapienza abbia la meglio sulla natura dell’uva e del territorio, perlomeno come io l’ho vagheggiata; sontuosi persino: ma io vorrei prenderti per mano, amico o amica che mi leggi,  e portarti li’ a due passi nelle sale del Museo di Montalcino, di fronte alle monumentali Madonne su fondo oro del Dugento Senese: nude e scabre forse, ma potentemente spirituali, di un rigore severo che a riguardarle si scioglie in una dolcezza senza tempo, un’idea di fede insieme mistica e laica, perché universale. Ecco, immagina che d’improvviso accanto v’appaia una pittura perfetta ma esteriore, barocca nel senso della sovrabbondanza cortigiana: così mi suona la lingua di quei due vini tanto internazionali. Perciò oggi che si presenta tra gli osanna l’annata 2010, le tante attenzioni estere nutrono la mia inquietudine e il mio disagio: temo una deriva e seppur io sappia per esperienza che il mercato e’ vita, fatico a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.Saranno altri vini a riportarmi al sorriso, attraverso le ragioni della terra. Quelli dove sentirò una vibrazione che mi appartiene e che mi azzardo a ricondurre a queste zolle, a queste mani, a questa storia ilcinese. Di essi scriverò: di quelli che mi hanno trasmesso – come diceva un vecchio direttore d’orchestra – un tono vitale.

Per cominciare partendo in quarta, i vini di Sesti, con un Rosso di Montalcino 2013 elegante e molto fine, dal colore tenue e con toni un po’ verdi al palato, che però non mi dispiacciono: sono tocchi di freschezza. Anche il Brunello 2010  e’ molto fine, di grande struttura e di equilibrio già miracoloso, con una persistenza lunghissima ed una tessitura passante che è come un eloquio naturale, sciolto ed insieme profondo, da grande oratore: più ancora, il discorso di un leader. Il Brunello di Montalcino Riserva 2009 e’ anch’esso strutturato e lunghissimo, ma meno bilanciato nell’uso del legno e il suo parlare un po’ più impostato, meno energico. Tutti i vini di Sesti sono comunque luminosi ed al tempo stesso potentemente chiaroscurati, dinamici e ariosi, con la purezza di un cielo stellato. 

Passo subito dopo ai vini di Sanlorenzo, quelli di Luciano, per godermi appieno il gusto del contrasto con i precedenti: perché i suoi, lo so, son vini forti, potenti, materici, ma che mantengono sempre abbastanza freschezza e quel tocco appena un po’ ruvido per non stancare mai.  Vendemmia dopo vendemmia vanno acquistando focalizzazione e quella  rifinitura sottile che è attenzione al dettaglio, non preziosismo. Sorprende quasi il Rosso di Montalcino 2013, meno alcolico del solito, diverso, forse anche più godibile: magari al momento di Benvenuto Brunello ancora un po’ da farsi ( e’ in bottiglia da poco), ma si capisce benissimo che la sua e’ la struttura di un Rosso di categoria superiore. Il Brunello 2010: per me che l’ho assaggiato in più fasi della sua evoluzione e’ una conferma, ma che conferma!  Ha tutto quel che deve avere un grande vino: potenza e levita’, magari ancora un po’ da armonizzarsi direi, ma la stoffa e’ tutta lì, con una bocca che è già carezzevolissima ed un’alta acidita’ già ben integrata, col tannino potente e fine. Vino sempre più raffinato il suo Brunello, ma questo 2010 ha dentro un’energia speciale che scalpita e trabocca. Lo diresti un vino a trazione posteriore: quasi delicato e di stoffa dolce sulle prime al palato, poi vi si espande travolgente, spingendo forte sul gusto.

Su suggerimento di Luciano provo i vini dei suoi vicini di “banchetto”, San Giacomo, che non conosco, e questa è forse la sorpresa della giornata. Vini luminosi, puri, strutturati; magari in queste fasi giovanili un po’ lineari in termini di complessità aromatica, ma con una bellissima naturalezza sul palato, che invoglia a berne e a mettersi a tavola in loro compagnia, più che a degustarli. Vorrei proprio poterli riassaggiare con più calma e agio, approfondire il loro racconto, sfogliando la pagina delle annate e camminandone la terra. 

Li’ vicino c’è Salvioni ed il loro Brunello di Montalcino e’ spettacolare: bellissimo fin dalla tinta luminosa, e’ all’olfatto e al gusto che dispiega un carattere veramente in technicolor, perché ha già in se’ la giovinezza e la maturità perfettamente fuse,  coi frutti da una parte e dall’altra gli umori della pelle, degli anfratti segreti nel bosco. Non si smetterebbe mai di gustarlo tanto in bocca e’ lieve e forte, ben tannico e ben acido. Leggero, lungo, carezzevole, vien quasi da chiedersi se non sia il vino perfetto, ma è una domanda senza senso per chi ama il vino: la perfezione non è di questa terra e nel piacere contano di più le differenze e i distinguo che le asserzioni,  la ricerca  del contrasto e dell’individualità che l’inseguimento di perfezioni immutabili. E se tu che mi leggi non sei disposto ad amare, non seguirmi: non mi capirai. 

Proprio per amor di contrasto, se mi segui, ti porterei all’assaggio dei vini de Le Chiuse: ecco che alla colorata esuberanza si contrappone una misura classica, composta, quasi antica nel suo rigore. Sono vini lenti a mio vedere, nordici, che si concedono nel tempo, ma il Brunello 2010 ha fin d’ora una capacità comunicativa stupefacente, che dissimula ed alleggerisce una struttura enorme, di trascinante energia, però mai sopra le righe. Ritrovo in lui quelle sensazioni compatte di pietra che tanto mi affascinano, ma accompagnate da una pienezza di sapore rara: un’architettura ravvivata dalla poesia dell’arte. 

Altro produttore, altra terra, altro stile di Brunello: quello di Donatella Cinelli Colombini. Ne amo anzitutto il colore: trasparente, luminoso rubino, brillantissimo, ricco di riflessi cromatici. Il profumo e’ dolce, con sfumature di cipria, di fascino femmineo e persino civettuolo. Lieve al sorso, con un’acidità alta ma che stuzzica maliziosa e piace, di rifinitissima tessitura e piuttosto lungo. Sarà che la conduzione aziendale e’ al femminile o e’ solo la mia suggestione? Così garbato da risultarmi  leggermente impostato, e il mio gusto preferisce vini più ruvidi, ma più diretti. Vedi, tuttavia? Nella pratica conta il momento e la tavola: in certi giorni, con talune persone, a lui rivolgerei gioioso la mia scelta, privilegiandolo tra altri.

Non fermiamoci però: se cerchi il registro dell’eleganza c’è tanta varietà col Sangiovese di Montalcino. Mi accosto ai vini di Poggio Antico: qui l’eleganza si combina col rigore, la modernità della rifinitura si chiude ad avvolgere un anima di classico equilibrio. Stupisce che a strutture così monumentali e ad una persistenza  lunghissima, davvero fuori dal comune,  non manchi mai lo slancio e la freschezza: queste sono le stigmate di vigneti privilegiati in posizioni favorevolissime e di una mano notevole in cantina. Sono vini da condottieri dei tempi nostri questi: avanzano sicuri e a testa alta in un bel completo grigio, eleganti e formali, col passo dei vincenti ma senza strafare. 

Quanta differenza con i vini di Pian delle Querci: delicati, teneri, lirici. Cantina artigianale e familiare come poche, nella timidezza degli sguardi la favola stessa del vino. Un Brunello 2010 levigato e lieve, appena ancora un po’ marcato dal legno ma dagli aromi complessi e nitidi. Al palato ha struttura giusta, di grande equilibrio, più tannico che acido. Al gusto e’ pieno, ma in sottrazione; non conosce pesantezze, ha una dimensione cameristica. Se sai un po’ di musica mi capisci: qui non gli sforzati di Beethoven, ma i più aerei accenti mozartiani. Vedi il sangiovese? Quanta varietà.

Mi sposto verso Collelceto, altro produttore di dimensioni e spirito artigiano, i cui vini mai avevo assaggiato, e più che la musica mi evocano la pittura: il Brunello 2010 e’ una sorpresa, luminoso e scuro, saporito e stuzzicante all’olfatto, spinge forse appena un po’ nell’effluvio alcolico, ma in modo non spiacevole. Al sorso riluce la sua la sua bella struttura: acido, sapido e tannico, col tempo troverà ancor miglior fusione, io credo. Il Rosso 2013 e’ piacevole, corposo ma non pesante. 12.000 e 10.000 bottiglie, rispettivamente.

Di proposito seguo a questi i vini di Col d’Orcia. Azienda di grandi dimensioni, una tra le più estese di Montalcino: 250.000 bottiglie del Brunello 2010, 200.000 del Rosso 2013. Non assaggio questi vini da anni e li ritrovo quadrati, caldi, tradizionali, con un certo tocco fume’ che li accomuna. Però qui c’è anche il Brunello di Montalcino  Riserva “Poggio al Vento” 2007: 8.000 bottiglie da 5 ettari, ed è un’altra storia: la zampata del leone. Vino potentissimo, una vera forza della natura: il sangiovese che si alza orgoglioso, indossa una corazza e leva un inno di guerra; si’ perché questo è un Brunello che disdegna mollezze: non ha il corpo ampio e bolso dei vini di stampo internazionale, ma la schiena dritta, con la forza strutturale e senza belletti del sangiovese autentico. Anche questo è un vino da condottieri, ma all’antica, con l’elmo e l’alabarda.  

Mi viene l’istinto di accostare a questi i vini di Fattoria dei Barbi: altra azienda di dimensioni rilevanti nel panorama ilcinese, col Brunello 2010 che si attesta intorno alla 200.000 bottiglie, non uno scherzo. Vini di impronta felicissimamente tradizionale, hanno quella capacità di emozionare che spesso sfugge quando i numeri crescono, grazie ad una cura superiore ed al coraggio di non piegarsi a mode e gusti altrui. Tra i Brunello annata preferisco solitamente quello con la leggendaria etichetta blu, che ovviamente e’ buono anche quest’anno, ma per una volta è stato il Brunello “Vigna del Fiore” a colpirmi maggiormente: direi che ha una marcia in più in termini di struttura ed una fusione, un amalgama, una pienezza – in altre parole, una centratura- che ne fa uno di quei vini di classe signorile che si allungano sul palato e irradiando lo avvolgono pulendolo, con una sensazione di piacere tattile che permane non solo alla bocca, ma più ancora nella memoria. 

Dai Barbi al prossimo assaggio il filo e’ sottile, come la strada meravigliosa porta giù a Castelnuovo dell’Abate curva dopo curva, costeggiando Sant’Antimo dall’alto. Un fatto di cuore e di persone, in parte segreto, che non sarò io a svelare. Ci viene versato nei calici il Brunello 2010, trasparente nel suo colore granato carico ed evoluto, persino ammattonato, che si ama o si odia. Per alcuni sono vini arcaici; per me il loro aroma e’  poesia che si libra nel cielo, il sorso e’  complesso e impalpabile. Esclama Stefano Paparelli: “E poi c’è Poggio di Sotto!”: la definizione è perfetta, non occorre aggiungere altro. Non ho la conoscenza adeguata per azzardare il paragone con altre annate di Poggio di Sotto, ma per me Brunello 2010 e Rosso 2012 (uscita ritardata) sono semplicemente signori vini. Il Brunello 2010, insieme potente e leggiadro come il velo trasparente di una dea, per me indimenticabile.

Se parlo di vini del cuore, può mancare Tiezzi? Il Brunello proveniente dal Poggio Cerrino e quello della Vigna Soccorso sono due interpretazioni, classiche, ispirate, rigorose di Sangiovese, ognuna bella della nudità del suo territorio. Vini che se ne hai un po’ di dimestichezza puoi seguirli nel loro cambiare, preferendo a volte l’uno, a volte l’altro. Il Brunello Poggio Cerrino 2010 e’ fruttato, ha un aroma in questa fase assai giovanile con aldeidi in piacevole evidenza, un attacco alla bocca dolce e amichevole, con una tessitura piacevolmente ruvida, artigiana. È salato nel dispiegarsi al sorso, strutturato e assai lungo. Il Brunello Vigna Soccorso 2010! Lo ritrovo il vino di questa zolla benedetta come lo ricordo: un raggio di luce dal cielo. In questa annata e’ dotato di una materia particolarmente ricca che sembra agitarsi ancora scomposta, dando origine a piccole imperfezioni e sbandamenti che sono, a mio avviso, solo il segnale  di una potenza compressa. Il tempo sarà galantuomo: perché qui c’è gran struttura di tannino, corpo, acidita’, ed una lunghezza quasi infinita, pura, che commuove. 

Con i vini de “Il Paradiso di Manfredi” siamo sempre nei territori dell’artigianalita’, qui anzi piuttosto spinta. Sono vini a volte umorali, scontrosi, difficili da capire. Ecco, quest’anno ne sono rimasto affascinato e incerto, attratto ma non del tutto persuaso. Il Rosso 2013 mi è sembrato, come dire, un po’ verde, ma subito dopo questa prima impressione ecco farsi largo fiori e frutta: tanti fiori, ed erbe con aromi puri quasi portati da una brezza al sole d’inverno. Di contro, il sorso ha i toni caldi dell’arancia e delle carrube, la velatura della castagna. Anche il Brunello 2010 e’ rimasto un po’ enigmatico: da un lato  ha un fascino carnale e terroso, dall’altro un fin troppo insistito odore di farmyard (come lo chiamano gli inglesi con elegantissima voce). Eppure sono vini di percepibile vibrazione autentica, che non lasciano indifferenti, ai quali vorrei tornare con più calma e tra qualche mese o anno, aspettando che il tempo abbia compiuto la sua opera. 

Proseguendo su vini un rimastimi un po’ enigmatici, ecco Le Macioche: il Brunello 2010 ha gran struttura, con maggior rilievo tannico che acido; e’ un po’ eccentrico all’olfatto con un che di mentolato, però è affascinante; ecco altro vino che magari si gioverà del tempo e di un po’ di assestamento. Di contro, il Rosso di Montalcino 2013 de Le Macioche mi pare uno dei campioni della categoria: di grande equilibrio, pulizia, intensità e tannini potenti.

Carte inverse da Lambardi, un produttore che amo per il respiro classico  e artigiano dei suoi vini: del Rosso di Montalcino 2013 apprezzo il naso sfaccettato, sottile, e la carica tannica; ma il Brunello 2010 e’ tutta un’altra musica, perché se ammalia fin dal colore rosso rubino vivissimo, conquista per la fusione perfetta dei suoi aromi nitidi, insieme giovanilmente fruttati e più evoluti, terziari, di terra e solvente. Elegantissimo e profondo, e’ col suo bacio che ti fa innamorare: una stoffa bellissima che si distende longilinea e salata, piena di gusto e lunghissima, una struttura importante e molto tannica che forse ancora deve raggiungere il suo zenith, ma che è già luminosa. È la vittoria di un classico equilibrio: perché con tutta la sua forza e la sua intensità mantiene un’armonia composta, una netta misura; quasi che a segnarne i confini fosse il tratto ispirato di un pittore che disegni una Primavera o una Nascita di Venere, nella loro apparente semplicità. 

Altra voce che amo: quella di Fattoi. E dico voce – amico, amica mia – perché questi vini hanno sempre un tono caldo, appassionato, baritonale, o da violoncello; che canta con uno spirito antico, d’altri tempi. Ricordo mia nonna aveva una vecchia radio Magnadyne degli anni Trenta da pavimento, un mobile a colonna di legno pesantissimo con un enorme altoparlante tondo alla base: magari il suono non era perfetto e immacolato come quello degli apparecchi moderni, ma ogni disco acquistava un vocione, un timbro particolare che sembrava risalire dalla terra stessa e andare dritto al cuore e più ancora alla pancia. Ecco, Rosso 2013 o Brunello di Montalcino 2010, così sono per me i vini di Fattoi: alla bocca magari un po’ rugosi ma travolgenti, con note scure e di bosco che promettono i misteri di una foresta incantata alla luce della luna, in una notte di mezza estate. 

Fornacina e’ un altro produttore dove mi pare di individuare un timbro comune tra Rosso e Brunello: una nota fume’ che li marca entrambi. Scambio due parole qui e là con i tanti esperti che affollano le sale, alcuni mi dicono che è dovuta ai legni d’affinamento, non tutti la gradiscono. A me invece non spiace: aggiunge un tocco personale ed una dimensione di profondità; soprattutto pero’ questo Rosso 2013 e questo Brunello 2010 se la possono permettere, tanta e’ la struttura che esprimono: di sicuro non ne restano coperti. Il Rosso ha profumi di intensità fruttata che sposano note più scure: le pelli conciate, la macchia; vino suggestivo, di grande fascino sensuale. Il Brunello 2010 e’ invitante, quasi spigliato per nel suo essere un po’ retro’; ritroviamo anche qui quelle note di pelli conciate, di affumicato, unite ai profumi primari della frutta, ed in più il ferro: il bilanciamento tonale – se così lo possiamo chiamare, e’ più serio e formale. A marcare veramente lo stacco, pero’, e’ il sorso: una bocca di forza, appena un po’ dolce e non del tutto ancora assestata, ma di grande acidita’ e con tannini maestosi. 

Le Potazzine: anche qui assaggiando Rosso 2013 e Brunello 2010 si potrebbe parlare di stile comune; ma è la mano dell’uomo o il territorio a parlare? Probabilmente entrambe e ancora una volta i vini de Le Potazzine mi paiono tra i più raffinati, piacevoli, precisi e compiuti tra quanti assaggiati della denominazione: dolci non per zucchero, ma per la loro trama, per come accarezzano il palato; immediati, senza un chiaroscuro particolarmente marcato in questa fase giovanile, ma con una grande struttura sotto, che soddisfa e promette: una lusinga di futuro. 

E la struttura non manca certo nei vini di Canalicchio di Sopra! Il Rosso 2013 e’ un vino molto bello, rotondo e al sorso ha un’intensità esplosiva. Pieno,equilibrato, forse il miglior Rosso di Montalcino della giornata. Magari, mi è sembrato leggermente esuberante di alcool, ma ha tanto tannino ed un’acidità nitida che gia’  lo bilanciano e probabilmente ne favoriranno l’equilibrio nei prossimi mesi. Il Brunello si comporta, giustamente, da fratello maggiore: e’ persino ancora più pieno, con tanta materia ed una trama tannica possente. Mi e’ parso che qualche sentore dei legni d’affinamento dovesse ancora amalgamarsi del tutto, ma con una struttura così eroica e’ solo questione di aspettare. 

Il Brunello 2010 di Pietroso e’ un altro vino di struttura imponente, rotondo, alcolico, la declinazione classica di un modello di Brunello potente, giocato sul filo di una virtuosa evoluzione, che non si piega alle mode e ad innaturali concentrazioni o mollezze. Un Brunello che non deve chiedere mai, ma con un’anima gentile, persino poetica. Nel Rosso 2013 il classicismo si manifesta invece con una veste giovanile, fruttata e ricca tuttavia di chiaroscuri. È un vino molto intenso, con una dolcezzadi stoffa e non zuccheri, piacevole, un gusto pieno su un corpo misurato, un’acidità fresca e robusta, ma delicata. Se qua e là manifesta piccole angolosità, tu lascia spazio alla sua maturità e le vedrai ricomposte. 

Passiamo ai  vini di Fuligni, ma siamo sempre nell’alveo della classicità; tu però  non la intendere come una codificazione rigida e magari un po’ monocorde, perché loro manifestano una personalità marcata. Prendi il Rosso 2013, ancora un campione da botte: giovanile e fruttato all’olfatto com’è lecito aspettarselo, ma alla bocca e’ già pieno, ricco, carezzevole, con un’alta acidita’ e una tannicita’ materica. Soprattutto e’ molto intenso, con un’alcolicità appena in evidenza, ma piacevole. Anche il Brunello di Montalcino 2010 e’ molto saporito, con abbondanza di frutta rossa; ma soprattutto e’ quasi pepato, mosso da un interno chiaroscuro che lo fa più profondo e come avvolto in una morbida pelle profumata.

Vedi? Se assaggi ora i vini di Tenuta di Sesta, difficile non dirli classici; eppure hanno un altro passo, un altro respiro. Intensi, eccome, ma diversi dai precedenti: più aerei, fini e quasi, mi verrebbe da dirti, di ispirazione borgognona. A cominciare dal Rosso 2013, rubino e molto vivido, floreale all’olfatto ed al palato succoso, dolce nell’attacco, pieno, strutturato ma con molta misura, per acconciarsi senza sforzo alle più vare occasioni ed alla tavola quotidiana. Una tavola di lusso tuttavia, lungo com’è; e con intriganti note di confettura e canditi che creano uno strato ulteriore sulla sua fresca intelaiatura. Ben altra struttura il Brunello 2010 ed ancor maggiore intensità ; al punto di risultare un po’ scomposto in questo istante giovanile al limitar dell’inverno, come un puledro di razza che scalpita e si impenna. Viene presentato anche il Brunello di Montalcino  Riserva 2009 ed è un assaggio molto istruttivo: sempre fine, persino soave, di struttura superiore  al pur maestoso Brunello 2010; ma se da una parte lo apprezzi perché più riposato e risolto, dall’altra noti – almeno: così è parso al mio palato- una nota finale amara, che pare il segno di una forzatura; o semplicemente, un indice di minore armonia interiore, che nemmeno il tempo del tutto slega. Ed eccola qua, per contrasto, la grandezza dell’annata 2010.

Per ultimo, ti voglio narrare degli assaggi al banchetto de Il Marroneto. Qui si firmano grandi vini di profilo classico, che ho assai apprezzato anche in passato. Tuttavia in questa annata 2010 la loro trasparenza espressiva lascia il segno: il lapis corre sul foglio degli appunti e ne rimarca la grande struttura; poi, quasi inaspettatamente, spuntano le parole: “vecchio stile”. Ecco, questo non l’avevo mai notato prima. La struttura potente del Brunello 2010 si stempera declinando la sua dote di frutto nella trama setosa di una controllata evoluzione, che l’arricchisce di screziature all’olfatto e alla beva. La dolcezza zuccherina e glicerica perde ogni mollezza e guadagna nerbo affondando nella tinta un po’ aranciata del vino. Queste caratteristiche si elevano al cubo nel raro Brunello di Montalcino Selezione Madonna delle Grazie 2010, un grande Sangiovese senza filtri e senza rete in solo 5986 bottiglie, per una struttura ancora maggiore, un frutto dolcissimo di grande intensità, con un’evidente richiamo di ciliegia sotto spirito. La sua trama, pero’ è fresca e aerea, fatata. E quel colore magico, aranciato, ancora più evidente. Da “tradizionale”  il descrittore si sposta piuttosto su “ arcaico”; come può esserlo, nella sua immateriale eleganza, un fondo oro del Dugento. Ecco il mio cerchio che si chiude: questo Sangiovese che torna all’antico mi sembra futuristicamente moderno.

A sera.

Si lascia la manifestazione sul fil dell’imbrunire, quando le voci della folla sembrano attenuarsi in sussurro. Le mura del museo ancora sfavillano, ma già la penombra le tocca: si dispone ad avvolgerle materna. Si allungano le ombre sui selciati antichi di Montalcino: e’ bello camminarvi anche se piovono gocce. Scende la sera. Una sosta rinfrancante a Palazzo Saloni: le stanze grandi e comode calzano come un guanto sulla mia stanchezza, le luci calde e tenui carezzano gli occhi. Dalle finestre ampie, mentre si fa buio, vedo in lontananza le colline nere illuminarsi di bagliori: un canto sospeso. Ho appuntamento in cantina da Luciano. L’Alfa borbotta un poco uscendo dal paese, poi si slancia  in un canto allegro danzando sotto la pioggia sulle colline. Una danza lenta, perché la strada me la godo adagio. Malgrado il freddo abbasso un poco il finestrino, voglio sentire i profumi dei boschi e delle vigne. I miei fari illuminano lo sterrato familiare, finché svolto a sinistra sotto una coltre fitta di alberi, e sono sull’aia di Sanlorenzo: luogo ormai del cuore questo. Una lama di luce filtra dallo spiraglio della porta. Dentro saranno assaggi di annate vecchie e nuove e future, chiacchiere di uve, di botti, di fermentazioni, di lieviti, di mercati, di America e Napoli e Hong Kong, un po’ in italiano e un po’ in inglese, per la varia umanità presente. E pecorino e prosciutto e pane. Più ancora il senso squisito e raro dell’ospitalità e dell’amicizia. 

Notte.

Si fa tardi, l’appuntamento è  a cena al Ristorante al Brunello. Io devo ripassare per Montalcino, ma sono in anticipo; non molto, giusto qualche minuto. Allora, giunto alla rotonda di fronte alla Rocca, mi prendo un momento tutto per me: svolto a destra, scivolo in silenzio le ruote sull’asfalto per i chilometri di strada prima tortuosa e poi aperta e stesa che va verso Castelnuovo dell’Abate. Li’ a sinistra giace il Greppo e le sue memorie, più avanti la Fattoria dei Barbi, ma la mia meta e’ oltre: voglio vedere Sant’Antimo. Sant’Antimo la notte, illuminata nel silenzio dell’oscurità,  quasi un faro come doveva apparire nei secoli oscuri ai pellegrinini in marcia; laggiu’ nella sua valle, col prato verde intorno e gli olivi vecchi a farle corona. La vedo di lontano; scendo verso di lei, le vado incontro, solenne e solitaria. Le sono davanti, nessuno intorno, solo io e lei: piccolo nel freddo notturno sotto la sua abside maestosa. Sto muto di fonte a quella promessa di fede scolpita nella pietra. So che le vigne sono intorno: ne sento il respiro, le sento sussurrare, raccontano una storia antica, umile e fiera: la fatica delle generazioni, la forza di una tradizione. Poi la cena: le chiacchiere allegre della bella compagnia, l’ottimo cibo, i grandi Champagne e le prelibatezze dolci e salate portate da Stefano, i tantissimi Brunello di annate giovani e vecchie: perché accanto a quelli come me venuti da fuori per Benvenuto Brunello stanno intorno al tavolo tanti giovani produttori ilcinesi: uniti, affiatati, che si scambiano idee e assaggiano insieme. Questi sono i custodi della terra, nelle loro mani e’ il futuro del Brunello e più ancora di Montalcino, il baluardo contro una vuota deriva internazionale, che sembra creare paradisi per ricchi, ma morde e fugge e non lascia che gli avanzi: peggio, una terra arsa di sale. Li guardo e mi sento tranquillo che qui non si faranno macerie dell’autenticita’.Dopo la cena, ormai a notte fonda, sono tornato a Sant’Antimo. Questa volta non da solo. Mi serviva ancora un momento di silenzio e la conferma di una promessa. La chiesa buia ormai, ma non importa. 

Epilogo.

Domani ancora una mattina di Benvenuto Brunello, ma sarà come nuotare in un sogno. Tanta ressa, quasi impossibile assaggiare e la stanchezza si sente.  Difatti gusto i vini di Cerbaia ma senza la concentrazione dovuta e gli appunti vanno a vuoto: occasione perduta, mio torto da recuperare. Mi resterà però il senso di essere a casa: le chiacchiere del più e del meno in Piazza del Popolo con Raffaella incontrandoci per caso, come si facesse due passi la domenica mattina per comprare il giornale; i sorrisi e le tante persone che si ricordano di te da un anno all’altro e  anche più. Questo il senso dell’autenticita’.

Arrivederci Montalcino!

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Il mio Lambrusco 2012, Camillo Donati, Lambrusco dell’Emilia IGT, 12 gradi.


Ricordo tanti e tanti anni fa una gita in Emilia con gli amici; o meglio un pranzo in campagna, non lontano da Busseto e meno ancora da quella frazioncina delle Roncole che vide nascere il genio verdiano ed il piccolo Peppino sgattaiolare tra i tavoli dell’osteria paterna per arrampicarsi su su, in chiesa, sull’organo, ed esercitarsi a 6, 7 anni; a 8 già pigliava un piccolo stipendio.
Ricordo la giornata bella e lucente di un sole che contornava di grazia e precisione geometrica il bordo dei campi, le zolle dalle sfumature infinite di nero e marrone, i fili d’erba e gli alberi da frutto, i mattoni grezzi delle case: quasi a sottolineare che in quella terra si celebrava il connubio tra una rarefatta eleganza ed una terragna rusticità. I piatti sugosi della Trattoria Vernizzi! Avevano una stanza seminterrata alla quale si accedeva da una delle sale, attraverso una porta segreta mimetizzata nel muro, dove stagionavano maestosi,odorosi, i culatelli. La vera sorpresa però era il vino: un Lambrusco fatto da loro, buonissimo, corposo, che veniva aperto e velocemente adagiato sul tavolo con la bottiglia in bilico sul bicchiere, perché doveva espellere la spuma: purpurea, profumata, gorgogliante, indomita e incontrollabile. E mi piaceva ed affascinava, così selvaggio, ribelle, focoso, indomabile. E perché accadeva? Ma perché era un Lambrusco artigianale e rifermentato in bottiglia, non nei grossi serbatoi a pressione ( autoclave) come quelli che avevo assaggiato fino ad allora. Ogni bottiglia la sua storia e la sua riuscita. Tornai anni dopo alla Trattoria Vernizzi, ma qualcosa mi parve cambiato e quel Lambrusco non c’era più, sostituito da altro in bottiglia. Buono, ma più anonimo. Questo di Camillo Donati, scapigliato com’e’, ecco, mi ricorda quel Lambrusco della Trattoria Vernizzi. Intendiamoci: Donati non coltiva le viti nella Bassa, lui ha il privilegio della collina parmense, in quel Langhirano così ben ventilato da essere celebre “urbi et orbi” per la stagionatura dei prosciutti; di più: vigne a quote rare, sebbene coltivi lambrusco maestri, in genere più acclimatato in pianura. Però Donati lo rifermenta in bottiglia il suo Lambrusco; di più: biologico certificato in vigna, poco o nulla di chimico usa in cantina, ed allora la seconda fermentazione può anche non partire…e addio bolle. Ci vuole del coraggio; oppure basta essere di saldi principi. Ma poi lo apri e lo versi, e tutto ribolle di una spuma grassa, che ha la sensualità della carne delle donne del Correggio e giù giù fino a quelle di Fellini. Non trasparente, ma quasi impenetrabile e sempre più opaco via via che ci si avvicina della bottiglia al fondo, di un rosso che va dal quasi granato al purpureo. Granato? Piuttosto il colore e" quello indecifrabile e démodé di una melagrana matura. Eppure ti incanta come al riguardare occhi femminili, di brace, di quelli che ti fulminano. E l’aroma spiazzante, lontano dai canoni moderni, dove a fragole e rose (ma bada: vere, naturali, come quasi le abbiam dimenticate) si associano aromi ferrosi, ed ematici, e di foglie bagnate, un tocco di cannella, e poi tanto lievito si’ che quasi ha qualcosa del grano di una birra weiss o dell’orzo maltato di un whisky irlandese. Eppero’ e’ Lambusco, badali’. Allora un’acidità croccante, malgrado l’annata calda, che sa pulire la bocca con passionale determinazione; un residuo zuccherino che lo fa appena abboccato perché subito li’ pugnaci si stagliano i tannini abbondanti, rotondi ed assai terrosi, a portare un corredo di serietà amaricante: “uno schiaffo e una carezza”. Poi il corpo sorprendente, la salinità, la lunghezza, che ne fanno un compagno gastronomico ideale per la cucina tradizionale emiliana e per più ardite sperimentazioni. Perché, presto detto: arriccerà magari un po’ il naso l’ospite tuo che si crede raffinato, ed invero può anche non piacere questo Lambrusco; ma tu un vino così lo vorresti sempre avere sulla tua tavola, compagno ed amico. Si’: con quella sua tessitura un po’ ruvida, ma vera e sincera; in una parola, pura. Allo stesso tempo contadino e signore; orso e di gran cuore. Come sono tanti parmigiani. “Come l’era il Verdi”.

Chiosa: a distanza di quasi un anno ne apro una bottiglia gemella (o quasi: fermentando in bottiglia, ciascuna ha una sfumatura di carattere autonoma, irripetibile) acquistata quello stesso di’ nello stesso negozio; solo che questa ha atteso fin’ora stesa nel mio appartamento, non nell’umida culla di un’appropriata cantina. Che importa, se aprendolo lo trovo ben tonico e perfino ringiovanito? Più bello il colore: fitto, melagrana certo, ma con riflessi ancora purpurei); più serrata la spuma, che abbonda morbida mescendolo e permane frizzante e sottile a titillarti le papille; più centrato e nitido l’aroma, dove la lente indugia su una combinazione pura di violetta e di erbe aromatiche e verdure: gli odori dell’arrosto (la salvia, il rosmarino, l’aglio il sedano e la carota, perfino), che si combinano irresistibilmente con quelli ematici e della carne, cosicché mentre ti schiocca croccante sulla lingua, mentre te la irradia di una scia minerale che sta tra il luccicar della pirite e quello delle stelle e te la chiude lungo e amaricante un po’ come il rabarbaro, un po’ come quella cicoria selvatica che cercava la mia nonna Giulia in montagna (e trovarne ancora in tavola o’ nonna, da te servita con amore!), a gran voce ti chiama l’abbinamento con un’anatra o un oca al forno, ben unta, quei tripudi di carne bianca e grassa così tipici di una certa Bassa. E ti spiace solo di averlo svegliato ora dal sonno questo Lambrusco pieno di carattere, perché “chissà che cosa sarebbe diventato lasciandolo li’ ancora un po’”…ma goditi in fondo -e invece- quella gioia senza colpe che esso ti dona.

Grillo rocce di pietra longa IGT terre siciliane 2012 Centopassi, 13 gradi

Centopassi e’ una cooperativa che produce vino in Sicilia da terreni che lo Stato ha confiscato alla mafia ed ogni bottiglia e’ dedicata a un uomo o a una donna che ha perso la sua vita opponendosi alla criminalità. Si potrebbe scrivere a lungo dell’importanza sociale ed ideale che questa iniziativa rappresenta, raccontarne la storia e la dedizione di chi la anima. Questa volta però voglio parlare solo del vino, perché e’ la prima volta che posso berne con tutta calma, anche se già gli assaggi all’ultimo Vinitaly mi avevano impressionato e se da tempo ne sento parlare bene da voci affidabili; e perché, diciamolo: e’ facile farsi influenzare dalla bella fiaba e sovrastimare le qualità’ del vino. Ecco allora che pieno di curiosità apro questo Grillo, uva bianca di origini incerte (c’è chi la vuole pugliese) ma da lunghissimo tempo acclimatata in Sicilia al punto da potersi considerare autoctona, e difatti rientra tra quelle tradizionalmente impiegate per il Marsala, dove ricopre un ruolo fondamentale. Qui e’ vinificata in purezza (pratica per quel che ne so piuttosto recente) ed in maniera relativamente semplice, impiegando vasi vinari in acciaio. Il vino che se ne ricava e che verso nel calice e’ giallo paglierino non troppo carico, con riflessi verdolini, che non lascia intendere una particolare ricchezza estrattiva dalle lacrime che lascia sul bordo, piuttosto evanescenti. Sulle prime e’ un po’ contratto, quasi dovesse svegliarsi, ma poi si apre a profumi bellissimi di ginestra, biancospino, giglio della sabbia, cucunci, foglie di capperi, rosmarino, origano, alloro, timo, minerale, con un’intensità non prevaricante, ma nemmeno timida: educata, diremmo piuttosto. Poi, lasciandogli ancora tempo,si fanno strada agrumi amari (chinotto, cedro), ribes bianco, che si alternano alla mandorla ed a una diffusa sensazione di mineralita’ di roccia levigata, di ciottoli marini. Sapido, con una bella acidità amichevole, con un corpo medio ed una media permanenza ha un’adattabilita’ sorprendente ai cibi più diversi, di terra e di mare: dai pici con bottarga e zucchine, alle polpette di pane, ai fiori di zucca ripieni, ai fagioli lessati, alla burrata. Soprattutto ha un suo andare sul palato naturale, puro, ordinato, passante, un allungarsi senza sforzo e senza spigoli ed uno scemare con naturalezza, come un suono che si spenge nell’aria, come l’onda che ritorna al mare: la caratteristica dei grandi vini, a mio vedere. Avesse un tocco di complessità in più! Difficile però trovarla in un vino giovane che non passa legno, magari col tempo verrà da se’. Intanto vive questa fase sul contrasto tra un registro fresco ed uno più ossidativo, che si risolve con le ore in un’identità orgogliosamente mediterranea: più fruttato, equilibrato e saporito il giorno seguente, addirittura dopo 48 ore sfoggia un incredibile, nitidissimo mandarino, che si staglia con estrema naturalezza su tutti gli altri aromi ed in se’ li ricompatta e li amalgama, risultando al palato ancora più disteso, armonico e lungo. Ed ecco che questo suo respirare mutevole, questo suo correre libero ci riporta forse all’inizio, ad un’idea di libertà nella giustizia, ad una forza etica che si fa gustativa. (2 agosto 2014).
Per saperne di più : http://centopassisicilia.it

Muscadet Sevre et Maine “sur lie” 2012, Chateau du Cleray, 12 gradi

Per chi e’ nato tra le dolci sponde del Mediterraneo l’Oceano riserva un fascino tutto particolare. La nostra idea di mare e’ una morbida e calda culla; anche quando infuriato mugghia tempestoso sugli scogli, e’ come il rimprovero accorato di una voce appassionata e piena d’amore. L’Oceano no, e’ diverso: distesa immensa e fredda, che sgomenta: “fatti non foste a viver come bruti…”, la sfida e la ricerca, l’anelito verso l’infinito. L’Atlantico, la’ dove la Loira nel settentrione della Francia esaurisce il suo corso, riserva poi immagini rarefatte e nordiche, rinfrescando con le sue brezze le terre interne per diversi chilometri. Li’, nei dintorni di Nantes, nasce il Muscadet: e se sogni di sederti nel silenzio di un tranquillo ristorantino della costa, riguardando la sorda vastità dell’acqua, godendone i frutti freschissimi e crudi (le ostriche su tutto, così succose di salmastro), quello è il vino che abbinerai, secondo un cliché enogastronomico per una volta sensato. Ahimè, trovarne di buoni: perché tanti Muscadet sono, con disappunto, liquidi inodore e insapore. Ma questo di Chateau du Cleray, -annosa azienda forte dei suoi 95 ettari su suoli siliceo argillosi nei pressi di Vallet- lo rappresenta al meglio: si’, l’avrai pallidissimo paglierino nel calice; con un aroma che ha uno spunto delicato, salvo poi insinuarsi nell’olfatto in crescendo fino a divenire intenso: di agrumi (limone e cedro), di pesche fresche ed acidule, ancora appena un poco acerbe, e di piccole susine verdi, di pietre e di muschio bagnati, di erba verde tagliata poco dopo un temporale, con una personalità originalissima ma che nasce sotto il segno della discrezione. Non si impone, no, nemmeno al palato: secco più del gusto oggi corrente, corpo esile, ma nervoso e guizzante di un’acidità ferma, di un carisma salino che parla di terra e di mare che fanno all’amore, malia portata dal soffio del vento; e con questa sua energia discreta, che non e’ peso e forza muscolare, ma tensione nervosa, tempismo, coordinamento motorio, ti pulisce il palato, lo accarezza cremoso, lo stimola, lo rinfresca ed a lungo vi permane. Ecco un vino che vince perché non si impone; che nella sua ritrosia trova la misura per conquistarti; che nel sussurrare ti obbliga ad ascoltarlo, perché ha cose importanti da dire: voce per levarti la sete, per ristorarti amica nel tuo viaggio, di ogni superfluo privatasi. Si diceva per fama perfetto con le crudita’ di mare ed è verità; ma tu godine anche per raffinatissimo aperitivo o come sorprendente compagno di formaggi a crosta fiorita.

Una sera maremmana a Londra: Poggio Argentiera a Sartoria.

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Di come l’autore, adottivo oramai della contea del Berkshire, viene abbagliato da Londra, ma sogna la Maremma – Tra le secche del mercato internazionale e dei grandi numeri – Tradizione e territorio per un capitano coraggioso – Tutti fuori dalle secche con un Vermentino

Per chi come me lavora nella provincia inglese, venire la sera nel centro Londra ha sempre il fascino fanciullesco di trovarsi in un enorme negozio di giocattoli: le luci, la folla, il traffico ti circondano prendendoti quasi d’assalto, componendo una musica aggressiva, piena di clangore, ma con una sua potente armonia. Poi lentamente metti a fuoco le vetrine e i volti e ti accorgi di come questa metropoli – che corre alla velocità della luce- sia soprattutto un miscuglio di etnie, di genti, di storie, tutte qui convenute per i motivi più disparati. Sfilano su Regent Street, altissime, le tradizionali corriere rosse a due piani come elefanti in un nugolo di taxi neri, tra due file ininterrotte di monumentali negozi scintillanti delle più famose firme mondiali; ed un aggroviglio di suoni vibra nell’aria. Li’ accanto, parallela e un po’ appartata, silenziosa e senza traffico, c’è Saville Row, che si svela con uno di quei contrasti londinesi che lasciano sempre senza fiato: li’,con un’aria quasi da paese o piuttosto da scampolo dell’Ottocento, si allineano piccoli atelier di gran lusso: e puoi solo immaginare magnati, emiri, discendenti di casate antiche entrarvi per una confezione su misura alla bisogna di una cerimonia, di un cocktail party, di una prima al Covent Garden. Ecco appunto spiegato il nome di un ristorante italiano che vi alligna: Sartoria; che per eleganza, stile, qualità del servizio e’ certamente in tono col contesto ed infatti si annovera tra i locali più celebri di Londra. Però, per una sola sera, tutto il luccichio della metropoli, la ricercatezza del design ed il lusso di una saletta privata, sono svaniti mentre nella mente si affacciava il ricordo di ben altre serate: di un canto di grilli nell’aria, del lontano scrosciare delle onde, del mormorare odoroso delle macchie, del vociare malinconico di una civetta; notti maremmane evocate dai vini di Gianpaolo Paglia.
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E’ intrigante poter godere di un’ampia panoramica della produzione aziendale commentata da Gianpaolo stesso a beneficio di un pubblico, se non tutto inglese, pur interamente calato nella realtà anglosassone. Il mercato qui e’ il più internazionale possibile: contano per lo più le grandi marche in grado di rifornire gli scaffali della distribuzione e le cantine dei ristoranti di bottiglie facilmente associabili ad un varietale di uva e con una qualità costante, prescindendo dall’annata. Insomma: se c’è una nicchia di appassionati e facoltosi acquirenti dei vini di Borgogna, per la massa i nomi di riferimento sono Jacob’s Creek, Hardy’s, Gallo, Yellow Tale; e, diciamola tutta, qui e’ molto più esotico non dico uno Schioppettino friulano, ma un Montepulciano d’Abruzzo, rispetto ad un Pinotage sudafricano o ad un Carmenere cileno. Lo so che in Italia parecchi storcono il naso solo a sentirli nominare questi vini del Nuovo Mondo, ma in realtà si tratta spesso di prodotti eccellenti e godibilissimi: l‘“età del legno” -chiamiamola così per intenderci su quello stile grande grosso e barricato- e’ passata da un pezzo e spesso ci sarebbe persino da imparare in termini di freschezza, precisione e bevibilita’. Poi però ti trovi a tavola con i vini di Poggio Argentiera, guardi i visi dei commensali, leggi il loro stupore e capisci quali sono ancora le carte da giocare: e’ il peso della storia, che ha consegnato nelle mani degli italiani un’originalità da non dimenticare; e’ la forza di una tradizione che, se abbinata intelligentemente con la modernità, canta ancora con voce convincente e piena; e’ una specificità territoriale che, seppur forzatamente e naturalmente frammentaria, stampa tuttavia un’impronta indelebile a volerla assecondare. Ci vuole gusto, intuizione e coraggio: doti che non difettano a Gianpaolo. E sarà allora un caso che il vino che più stupisce il “pubblico”, alla fine, e’ forse proprio il Vermentino Guazza 2012?

Comincia la cena e l’assaggio dei vini: l’autore parla e straparla, pur restando sobrio – Celebrity Death Match: Mozart versus Iron Maiden – Il sole dell’estate e la malia della finta semplicità .

Certo: se il tuo palato e’ cresciuto a raffiche di laccati Chardonnay dai profumi supertropicali e di Sauvignon freschi come lame e con aromi verdi in puro Technicolor (sapiente estrazione di tioli e pirazine, direbbero i tecnici), il Vermentino Guazza 2012 ti spiazza; ma è come se uno venuto su con gli LP degli Iron Maiden nelle orecchie si trovasse all’improvviso di fronte ad un Divertimento per archi di Mozart: ci vorrebbe l’attenzione di cogliere un dettaglio prezioso, di ricercare un suono segreto; ma poi, ne sarebbe conquistato. Nasce da vigne che partono praticamente dal livello del mare per salire su in collina fino ai 400 metri, ci racconta Gianpaolo. Solo acciaio: l’uva senza filtri. Ed e’ bello vederne il color limone cosi’ ricco ma non carico, che ti ricorda il sole dell’estate, e i suoi archetti fitti e lenti come un assonnato meriggiare. L’aroma e’ intenso – ha la vibrazione sottile dell’aria quando è calda; però non e’ aggressivo, non e’ diretto: mantiene una distanza spaziale, una soffusa prospettiva aerea verrebbe da dire, se fossimo davanti a un dipinto di Leonardo; ma qui, piuttosto, lo definiremmo avvolgente. Certo, ci si trova il frutto: mela golden e pera, belle mature; pur quel che più mi affascina e lo distingue sono quegli odori di fiori di campo, di paglia lasciata ad asciugare al sole a fine agosto, di quel miele speciale della macchia che cresce sulle dune costiere del Tirreno, ed una ulteriore nota calda e pastosa di frutta secca, ammandorlata: ” nuttines” dicono gli inglesi, ma a me piace pensare ai pinoli che bimbetto i nonni mi portavano a raccogliere in pineta e mi insegnavano a schiacciare. Il corpo e’ medio e l’alcol e’ ben integrato: capisci subito che è un vino che lascia spazio al cibo, ma può star bene anche per l’aperitivo (avessi però qui ed ora degli spaghetti allo scoglio preparati come si deve…). Ha una buona riserva acida, ma non spinge certo su questo registro impegnandosi in una competizione muscolare, ad esempio, coi bianchi neozelandesi; si prende però gran una rivincita con la salinità, dove cala il suo asso: quanto piacevole risulta così alla beva, chiamandone ancora ed ancora, e come risulta originale rispetto al cosiddetto “mainstream” internazionale. Se poi si aggiunge una certa oleosita’, il gioco e’ fatto: ecco il tocco femmineo, la sensualità: e, proprio come certe donne, ti appare sulle prime tanto semplice, ma finisci poi per ritrovarti in un baleno invischiato nella sua malia. Di qui, le bocche aperte dei commensali: un po’ per la sorpresa di trovare un bianco toscano così buono, un po’ per berne ancora.

Mondo ciliegiolo – Ciliegiolo Principio 2012 ossia il Beaujolais del buttero – Tra innovazione e tradizione l’autore pensa al governo, ma non la butta in politica .

Ed ecco che i commensali, la bocca ancora golosa di Vermentino, si trovano a che fare con un profumatissimo rosso che viene da un’uva antica, che forse nemmeno hanno sentito nominare: il Ciliegiolo Principio 2012. E qui diventa necessario per Gianpaolo un excursus storico e geografico, per narrare come quest’uva, parente del sangiovese, ami il tepore maremmano, dando eccellenti risultati in zona e marcando i vini del suo carattere individualissimo: gioioso, solare, conviviale, scherzoso, amichevole, diretto, tanto diverso dal più introverso e scontroso sangiovese. Un’uva altra, ma con una personalità così distinta ed una voce talmente sonante da reclamare un mondo enoico tutto per se’: piccolo, certo, se si paragona il numero totale di bottiglie realizzate dai vari produttori a quello di certe giganti cantine del Nuovo Mondo, ed i commensali sorridono; ma subito smettono infilando il naso nel bicchiere, perché quel bel liquido rubino perfetto e trasparente, con archetti fitti che scorrono veloci, rilascia folate ammalianti di frutta fresca matura e croccante, -la ciliegia, naturalmente!- una bella speziatura naturale (niente legni: vinificazione e affinamento in cemento e acciaio), ma soprattutto fiori, fiori, fiori. Rispetto a tanti vini internazionali non scherzano i tannini, ma sono ben maturi ed anche l’alcol e’ domo. Che piacevolezza, che beva: perfetto un po’ fresco, a 16 gradi, sugli antipasti come qui ci viene servito (crostini con fegatini di pollo e salvia), ma direbbe la sua perfino sul pesce, magari un bel cacciucco o le triglie in umido o una palamita in gratella.
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E Gianpaolo svela il trucco, se così si può chiamare: una fermentazione semi carbonica (per intenderci, una variazione di quella tecnica che si usa per il Beaujolais) aggiungendo al mosto un 10%-15% di grappoli interi in atmosfera inerte di anidride carbonica, in modo da conservare nel vino i caratteri più freschi e fruttati del vitigno, ma senza finire banalizzandolo con connotati da bibita o da cingomma. E mentre il pubblico subissa Gianpaolo di domande, io sorrido in cuor mio ripensando ai vecchi contadini toscani che aggiungevano al mosto fermentato grappoli  di uva appassita: il governo del vino, si chiamava. Non inorridiscano i tecnici leggendomi, so bene che si tratta di procedure ben diverse, ma come gli anziani prima, Gianpaolo applica e ripete con intelligenza un gesto per modellare la natura verso un vino più immediato, morbido, piacevole: perché il territorio e’ anche la mano e l’intelligenza dell’uomo, che da voce alla zolla ed all’aria. Che voce, poi! Giacché non pensi ai bistrot parigini o ai bouchon di Lione, ma all’aria aperta delle colline e ai tomboli, alle coppie di pane affettate tenendole ferme  tra il braccio e il costato, al salame tagliato massiccio, al pecorino fresco con le fave: la merenda del buttero.

Il miracolo della calda estate 2012 – Il sangiovese e la Maremma – Sua maestà il Morellino e’ servito: Bellamarsilia e Capatosta ovvero il percorso zen di Gianpaolo Paglia – L’autore con naso pinocchiesco proclama nel suo silenzio le personali preferenze.

Un aspetto stupisce in questi vini del 2012: malgrado l’estate caldissima, sono freschi e vitali -persino più che in altre annate, diremmo- con l’acidità che ha mantenuto un’ottimo livello. Bravura dei vignaioli ed anche, magari, delle qualità intrinseche delle uve autoctone, che se si sono acclimatate in zona da centinaia d’anni, sarà anche perché meglio hanno saputo adattarsi nel lungo orizzonte della storia, in una simbiosi che sfugge alle mode ed alle regole di mercato (potrei sbagliarmi e sorprendermi per un fresco Merlot, arrendedomi allora alle meraviglie della natura). Anche nella variabilità, nella capacità di questi vini di leggere e rappresentare la diversità delle singole annate sta il loro fascino: son come un diario, un libro aperto con le pagine bianche da scrivere a due mani, dalla natura e dal vignaiolo (intendendo con questo termine per semplicità sia chi cura la vigna, sia chi cura la cantina; o, semplicemente, chi decide e sovrintende alle operazioni, sempre però seguendo un percorso viscerale e virtualmente contadino e artigiano).
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Ma ecco che entra in scena il Morellino e con lui il sangiovese: tocca a Gianpaolo spiegare le divergenze tra questo e il ciliegiolo, e come il sangiovese di quella porzione di Maremma che gravita nel comprensorio di Scansano, esposto alla luce ed alle brezze marine, con suoli variabili dalla sabbia al vulcano, esprima accenti diversi da quelli più austeri che si ottengono sui monti impervi del Chianti o della Rufina, apparentandosi piuttosto a quello aperto e luminoso di certe giaciture a Montalcino. Eccolo nel calice il sangiovese, con la sua capacità di essere primattore schivo, un po’alla Marcello Mastroianni, ma con l’abilità di cambiare registro restituendo il territorio come uno specchio; e,se propriamente trattato, con raffinatissima eleganza. I Morellini di Poggio Argentiera, lo confesso, non li assaggiavo da molti anni: li ho trovati diversi, più fini, hanno seguito il percorso del loro autore, che scherzando chiamerò zen, ma che in realtà e’ come quello di tanti grandi artisti, tutto in levare, concentrato sulla sottrazione del superfluo, raggiungendo un nuovo equilibrio che, parlando di vino, si potrebbe anche chiamare bevibilita’. Allora il Bellamarsilia ne interpreta l’anima più fresca, giovanile e femminile, con le sue incantevoli, affascinanti trasparenze rubine, con la purezza del suo aroma, che alla frutta rossa sa per me abbinare una speziatura verde, un senso piacevole di erbe dell’orto per fare l’acquacotta, di un’eleganza semplice e vera. Ad affiancare il nobile sangiovese c’è un 15% del più sbarazzino ciliegiolo, ma che differenza rispetto al Principio 2012: qui nel calice c’è molto più tannino ben grintoso ed acidità, però con una pulizia luminosa, un bilanciamento nitido ed una persistenza lunga, ma senza arroganza, così da farne desiderare bevute abbondanti e quotidiane, innocenti come un’immersione nella luce del sole. Certo, per i palati del pubblico straniero tutti quei tannini e quell’acidità disorientano e Gianpaolo e’ costretto a spiegare che in Italia il vino e’ parte di una cultura conviviale e va gustato col cibo: mai strettamente da solo; e pian piano i visi si distendono cominciando a capire. Tocca al Morellino Capatosta 2010 ed e’ tutt’altra storia: qui si usano cloni diversi da tre vigne scelte, che impongono anche una piccola presenza di alicante nell’uvaggio; e poi l’affinamento in botti da 10 e 15 ettolitri, un cambiamento di stile datato proprio 2010, quando alla ricerca di una maggiore eleganza, semplicità e bevibilita’ e seguendo soprattutto un’evoluzione di gusto personale, si è rinunciato a un profilo concentrato ed alla barrique. Qui la tinta rubino e’ ancora più profonda, ricca e fitta; disegna archetti contigui e lenti. L’impatto aromatico e’ in parte simile a quello del Bellamarsilia, perfino più intenso nelle note di frutta, ma sovrapposto all’effetto delle botti ha un che di balsamico e di incenso che ricorda ( con moltissimo garbo) certi aromi dei Bordeaux. Emerge forse (forse!) appena un che di alcol, ma nell’insieme e’ moderno e importante, senza strafare: viene sempre fuori l’anima italiana, toscana e sangiovesa. Gianpaolo ammette qui che lo avrebbe preferito con ancor meno influenza del legno, ma nel 2010 le botti erano nuove! E’ al palato comunque che ad oggi rivela il suo massimo: lungo, corposo , vellutato, rotondo, con buona acidità e tannino presente ma dolcissimo, maturo.
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Bisogna fare delle scelte? Allora bevo il Ciliegiolo Principio 2012 ora, il Vermentino Guazza 2012 l’estate ventura, il Morellino Bellamarsilia più avanti per i prossimi 4-5 anni, il Morellino Capatosta tra 5 e 8-10 anni.

E’ il momento del marzolino e di un tortino al cioccolato: con pari agio si affianca loro Lalicante 2009 – Finale dolce amaro – Tra sogno e realtà: le uve bianche di Pitigliano ed un vigneto di malbec – Congedo: poesia struggente della Vigna Vallerana .

Giungendo al dessert e’ il momento di un’altra scoperta: il viscoso Lalicante 2009 da uve alicante bouschet, dove gli zuccheri sono stati fatti concentrare per essiccazione secondo uno stile che ricorda quello del Recioto. Un vino dolce che diresti non dolce, tanto e’ speziato e soprattutto al palato salino. Rubino profondo, originalissimo: tanto pepe, crostata di frutti bosco, macchia, legno stagionato, castagna, insomma tante note scure, ma si mantiene solare, con una bella acidità rinfrescante e tanta grinta maremmana. Passa con nonchalance nell’abbinamento dal pecorino al cioccolato, ed è tutto dire.
La sua dolcezza allenta le chiacchiere a ruota libera: e’ il momento di ultime considerazioni, confessioni e racconti di sogni. Gianpaolo ci testimonia la passione per un miglioramento continuo, studiando per conseguire il titolo di Master of Wine, sperimentando curioso in vigna e in cantina, ma col realistico ed in po’ malinconico monito che “è più difficile vendere il vino, che produrlo”; inseguendo anche progetti nobili, che potrebbero segnare svolte importanti non solo per Poggio Argentiera, ma per tutto il territorio, in una tensione, che percepisco anche tormentata, tra desiderio ideale e realtà. Si parla ad esempio di un’indagine condotta qualche anno addietro nelle vecchie vigne di Pitigliano, per la ricerca ed il recupero di quelle antiche varietà locali che il boom del vino di massa (chiamiamolo così) aveva fatto soppiantare da cattivi cloni di trebbiano, e che è stato poi necessario mettere in un cassetto perché, volenti o nolenti, un’azienda vitivinicola e’ un’impresa che prima di tutto deve sostenersi; con il finale dolce amaro che il progetto viene proseguito da capitali tedeschi. imageAncora più triste discutere di come una celebre, grandissima firma toscana, che comincia con la “A”, abbia impiantato in una delle migliori esposizioni della zona -che, ricordiamolo, e’ di tradizione plurimillenaria, etrusca- un grande vigneto di malbec, seguendo una moda internazionale e un po’ fatua che in pochi anni si è sgonfiata: giusto il tempo necessario alle viti per diventare produttive. Come sarebbe bello se certe imprese investissero piuttosto nel recupero scientifico di varietà tradizionali! Però a noi rimane la consolazione di avere capitani coraggiosi come Gianpaolo, capaci soffiare vita in un sogno come quello del ciliegiolo della Vigna Vallerana: sito bellissimo, privilegiato, di vecchie piante che producono con qualità altissima, ancor oggi curato dalle due persone che li’ hanno passato la loro vita: contadini di 78 e 82 anni, che dopo aver venduto per anni le loro uve a prezzi ridicoli per essere conferite in una massa anonima, vedono finalmente valorizzato il loro lavoro, con una bottiglia celebrata – ma ahimè, non si importa in UK- che porta orgogliosamente il nome del loro cru. Disse una volta l’anziano Toscanini: “Non muore la musica”; potremmo dire lo stesso per la viticoltura, quella con la V maiuscola.