Delyus 2011 Marta Valpiani, 13 gradi.

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La Romagna ha sempre giocato un ruolo secondario nella mia personalissima (ed ovviamente parziale) geografia del vino: l’attraversavo spesso per lavoro da nord a sud e viceversa, scivolando sulla A14, solitamente diretto verso le Marche e l’Abruzzo; oppure fermandomi a Rimini, che per me significava passeggiate fuori stagione sulla spiaggia vuota guardando il mare, all’alba o al tramonto (col buio, invece, andavo in centro per ammirare il Tempio Malatestiano che era come un’apparizione bianca ed invidiavo i ragazzi e le ragazze che si divertivano levando i calici tra Piazza Tre Martiri e Piazza Cavour, mentre io ero lì solo). Per il Sangiovese, sebbene incuriosito da quelli locali, la mia storia familiare e la comodità logistica mi spingevano verso la Toscana; le altre varietà romagnole mi parevano giocare troppo un ruolo di nicchia e preferivo approfittare di quelle trasferte verso il Sud per conoscere il Montepulciano, il Pecorino, il Verdicchio; e circa le uve bianche, in particolare, mi ero fatto l’idea generassero solo vini molto corrivi. Sentivo però forte ogni volta il richiamo di quelle colline che dalla pianura si sollevano morbide dapprima e poi sempre più decise a formare i contrafforti dell’Appennino, fronteggiando il mare Adriatico; studiavo il percorso delle cantine che mi riproponevo di visitare, ma l’occasione sfuggiva sempre, perché le trasferte in zona diventavano sempre più rare e sbrigative. Poi la vita ha preso un altro corso: andato all’estero, in Romagna non sono più tornato, tenendomi però nel cuore lo struggimento della brezza fresca che viene dal mare, il profumo delle onde scroscianti sulla linea di sabbia infinita; e l’immagine di quelle colline, più sognata che reale, che penso mi aspettino al rientro salutandomi con un “Benvenuto” quando mi presenterò al loro cospetto: un po’ come i cipressi bolgheresi a Giosue Carducci allorché  li vedeva dal treno traversando la Maremma. Curioso: se io non sono andato ai colli romagnoli, loro in qualche modo sono venuti ha me. Tramite un amico comune un paio di anni addietro ho conosciuto Elisa Mazzavillani, vignaiola a Bagnolo di Castrocaro: una di quelle vere, che svolge i lavori duri e pesanti in vigna e cantina sporcandosi le mani e gli stivali, ma che soprattutto sa il fatto suo ed ha idee personali e decise; per altro è assaggiatrice fine e metodica (che è una marcia in più nel suo lavoro) ed ha un ottimo talento grafico e visivo (che non guasta).
Ovviamente – amico , amica che mi leggi – ho conosciuto anche i suoi vini ed avrei gioco facile a raccontarti dei suoi Sangiovese;  ma l’ultima volta che ebbi modo di assaggiare una buona parte delle sue etichette a sorprendermi particolarmente fu un bianco, il Delyus; e dalla fiera volli riportarmene una bottiglia, per gustarlo ancora con più calma. Io ho i miei tempi: un mese è scivolato nell’altro e il Delyus ha dovuto aspettare paziente l’attimo della mia ispirazione: un anno abbondante. Non so quell’attesa se e come l’abbia mutato (Elisa peraltro l’aveva dotato di una chiusura sintetica solidissima, a garanzia di tenuta), ma la mia sorpresa dell’inizio si è ripetuta. Già dal colore mi piace: paglierino molto carico, con riflessi dorati; e a riguardarlo lascia sul calice lacrime frastagliate, evidenti, nette. Poi l’aroma: assai intenso e complesso: originale e tuttavia nitido, ben delineato. Se ti diverti a cercare associazioni, troverai la freschezza di agrumi e qualcosa di più maturo o evoluto come la cotognata e i fichi d’India e i cachi quando sono così morbidi e gravidi di polpa e succo che si rompono e si disfano; sullo sfondo la frutta secca, un lieve di ricordo di pepe, un sentore di lievito; ma io ti dico soprattuto che ha un tono solare, puro, come il riflesso marino visto da un’altura. Assaggialo: di corpo, ben secco, con una ricchezza glicerica che avvolge un’acidità molto decisa e rinfrescante in un sorso che risulta  sapido e di stoffa notevole, con una trama compatta ma elastica e passante, con una cremosità accennata e benvenuta ed un buon allungo, solo un po’ alcolico sullo svanire. Se ami i numeri ti dirò: è di albana al 60%, grechetto al 20%, pignoletto al 20%; ma se ami la geometria ti dirò che gli riesce la quadratura del cerchio, avendo la ricchezza di un vino macerativo e la freschezza di un bianco tradizionale (e di certa levatura). Perciò, sta bene freddo, ma lo preferisco a temperature un pochino più alte. L’ho goduto – ottimo- su un tonno padellato, ma sarei curioso di provarlo su certi piatti gustosi di tradizione romagnola: l’erbazzone o i sapidi salumi. È che è un vino che ti invoglia a bere più che a degustare; e a condividerne con gli amici veri, quelli non snob; o anche con quelli snob, ma alla cieca, per poi svelare l’etichetta e vederne la sorpresa.
E se questo è il secondo bianco romagnolo a stupirmi in pochi mesi, segno che ero un po’ snob anch’io e che debbo rivedere con urgenza la mia geografia del vino.

Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

Les Choix 2011, Turner Pageot, 13,5 gradi.

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Sabato pomeriggio. Prendo il treno, vado a trovare il mio amico Matteo, che da qualche mese lavora a Londra in un negozio di vini in una zona un po’ fuori mano, ma che sta crescendo. Col tradizionale bus rosso a due piani attraverso quartieri residenziali sonnacchiosi ed altri multietnici, dove i colori vivaci ed un una certa trasandatezza si stringono a braccetto. La corriera si zittisce ai semafori e si muove silenziosa alle basse velocità: per ridurre le emissioni il motore a gasolio e’ assistito da uno elettrico. Ah, l’Inghilterra: come vorrei vedere un mezzo pubblico simile nei nostri centri storici! Infine il bus costeggia una schiera regolare di graziose casette vittoriane a due piani con l’ingresso ad arco, i davanzali fioriti e un timpano triangolare vagamente neoclassico a sovrastare la facciata, secondo uno schema regolare che si ripete sempre uguale per centinaia di metri. Si vede che sono abitazioni curate da una premura borghese. Ad un certo punto la strada si allarga e si anima di attività commerciali: ristoranti e botteghe dove scorre la vita di un fine settimana londinese, con la sua sovrapposizione di storie e di culture e quel senso di rilassatezza dinamica che è la sigla di questa metropoli. Con Matteo sono abbracci ed una lunga chiacchierata, interrotta sovente dal vai e vieni dei clienti. Curiosa formula quella del Boroughwines: un negozio alla mano nell’aspetto, dove puoi comprare vini e birra sfusi ma anche bottiglie di un certo livello; molte delle quali – diciamo così per brevità- sono naturali. Matteo è persona dalle tante risorse, di vino ne capisce assai  e in merito ha gusti simili ai miei: a fine pomeriggio posso non chiedergli un consiglio per assaggiare qualcosa di interessante? Mi suggerisce questo Les Choix 2011, vino biodinamico della zona di Gabian, in Linguadoca: un bianco vinificato con macerazione sulle bucce, del genere che oggi si definisce spesso “orange wine” . C’è chi li ama e chi li odia, quei vini.  A me stanno simpatici: garantiscono in genere un sorso interessante, ma sono a volte bevute difficili, spiazzanti, dall’abbinamento ostico. Questo di Turner Pageot, da uva marsanne in purezza, lasciato dovutamente areare qualche decina di minuti,  è però conciliante: splendidamente ambrato alla vista, di tenue profondità pastello come un fondale di Boldini, mentre ne godi il bel sembiante potresti sospettare e temere fastidiose ossidazioni, o quella punta di aceto (ovvero le aldeidi, a voler essere fini) che a volte sfora la quota della rinfrescante piacevolezza; qui invece troverai aromi nitidi, che rimandano chiaramente alla varietà d’origine: l’albicocca matura, la polpa di pesca calda di sole, le pere cosce, nella loro declinazione più mediterranea e meridionale, avvolte come sono da profumi di erbe aromatiche essiccate e delicate (timo, maggiorana, borragine) e da un fondo misuratamente dolce di bacche di vaniglia. Classico dunque. Vedilo: forma un velo di archetti fitti, irregolari e molto lenti, ma che si disperdono in fretta, raccontandoti, questa volta senza inganno, un vino di corpo medio tendente al leggero, di consistenza tattile quasi cremosa; però queste sensazioni che carezzano la bocca sono ribaltate come in una giostra dal calore alcolico e da una trama tannica notevole, da vino rosso, piacevolmente rugosa, come il tocco umido della lingua d’un gatto che lecchi il dorso della mano al padrone facendo le fusa. E li’ sta tutto il contrappunto, mentre lui si apre secco in bocca, svolgendosi salino con un’acidità moderata che solletica appena e chiudendo un po’ ammandorlato e un po’ piccante, con discreta lunghezza: nell’equilibrio sottile di morbidezze e durezze, che si sfidano alla volta di un torneo che non conosce vincitori né vinti ma resta sospeso in attesa di un giudizio superiore. Il cibo: quello è il complemento terzo, il tassello mancante. Non è facile – amico, amica che mi leggi- trovare l’abbinamento perfetto, cio’ che un vecchio poeta avrebbe definito “di sferica armonia”; però ecco che questo Les Choix ti invita al gioco di sperimentare, e tu non ti sottrarre. Accosta liberamente svariati accordi di sapore, con sprezzatura mischia l’Oriente e l’Occidente, l’Antico e il Moderno: in fondo la Linguadoca è terra d’arcani, con spirito rabdomante devi forse cercare. Abbi l’accortezza – se di  me un po’ ti fidi- di non berlo troppo freddo, ma fresco appena appena, o persino a temperatura di camera, appunto come fosse rosso. A sorpresa la mia perfezione provvisoria l’ho trovata nella semplicità di una zuppa di porri e patate col pane toscano: la morbidezza del tocco dell’una combaciando con la rugosità dell’altro; un giardino curato di aromi ed una rarefazione di materia, come lo zampillio di fontane.

Petalos 2011, Bierzo, Descendientes de J. Palacios, 14.5 gradi.

Pensando alla Spagna, le prime immagini sono quelle delle grandi città piene di vita: Madrid, Barcellona, Siviglia…e magari la Movida, includendo le coste dorate e le isole del divertimento estivo. Magari, il fascino un po’ esotico dell’Andalusia. Questo il turismo e la superficie. C’è però tanta parte di Spagna fatta di silenzi, di lande sconfinate, di una malinconia profonda, trafitta dai raggi di sole. Realtà agricole dalla storia straordinaria e tormentata, che hanno conosciuto onori ed abbandoni. molte aree furono flagellate senza pietà dalla fillossera e ripiantate in seguito con uve meno interessanti, votate più alla quantità che alla qualita’. Poi i decenni di dittatura e isolamento hanno fatto il resto. Bierzo e’ un’area del nord-ovest del Paese, citata già da Plinio il Vecchio,  enologicamente importante nel Medioevo grazie all’attività dei monaci, fino a cadere poi in una sorta di oblio. Eppure qui c’erano alcune vigneti terrazzati su pendenze estreme, suoli d’ardesia ed una una varietà a bacca rossa tipica, la mencia, un clima che unisce il fresco e la pioggia portati dall’Atlantico al calore del centro della Spagna: insomma, una terra parlante, solo che qualcuno la volesse ascoltare. C’è in Spagna un personaggio, Alvaro Palacios, qualcuno lo paragona ad Angelo Gaia;  famiglia di lunga tradizione produttiva in Rioja, studi e pratica a Bordeaux, sulla riva destra della Gironda. Quando torna in patria, invece di portare in valigia il culto per le uve bordolesi, ne riporta una visione di qualità senza compromessi ed una ricerca di identità uniche. Quindi si dedica non ala Rioja e all’azienda di famiglia, ma a riscoprire e rilanciare altre aree spagnole: Il Priorat e, appunto, Bierzo, seguendo il cammino dei monaci, convinto che le terre da loro scelte secoli prima siano le migliori. Così nel Bierzo mette insieme 30 ettari di piccoli appezzamenti e li conduce in regime biodinamico con il nipote Ricardo, gira il mondo per fare promozione; e la terra ritrova la sua voce, il Bierzo ritorna sulla lista delle aree che contano, la mencia da uva cenerentola e pallida viene nuovamente rispettata per i vini profondi e originali ai quali dà vita. Questo Petalos credo sia il più semplice che i Palacios producono in Bierzo; in numeri importanti per altro, e con un costo accessibile; ma con un carattere unico. Fin dal colore rosso rubino, capisci che è’ diverso da tanti moderni vini spagnoli: non impenetrabile, ma di media profondità. Sul calice lascia lacrime veloci e frastagliate come le colline da cui nasce. Stupisce però soprattutto il suo aroma, intenso e personalissimo, fragrante, sembra parlare la lingua di una natura antica e selvaggia,ricco richiami di aldeidi, dove more, mirtilli e ciliegie si stagliano su uno sfondo persistente di grafite ed erbaceo, che ricorda un poco il Cabernet Franc: e vi trovi le foglie del mirto e dell’alloro. Ancora, ricordi di chiodo di garofano e liquerizia. Queste note minerali e vegetali le ritrovi -amico, amica che mi leggi- al sorso in modo anche più evidente, col suo gusto deciso che riempie il palato, succoso, con un tannino deciso ma molto rotondo, di grana un po’ sabbiosa, ed un’acidità più che discreta, superiore a quella di tanti rossi spagnoli, che ben sostiene la beva. Chiude su sentori di mirto e liquerizia amara: ecco, a trovagli un difetto, qui rimane un po’ scomposto: non corto, ma poco bilanciato sul l’alcol e il tannino, che in qualche modo prevalgono. Ma come tutto ciò’ che è’ davvero bello, piace malgrado i difetti. Il mio abbinamento, banale ma di sicuro piacere, è stato con un formaggio Manchego.

Faugeres AOC 2011, Clos Fantine, 14 gradi.

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Vorrei viaggiare dall’Italia oltre il confine francese, percorrere le coste e le terre rosse e frastagliate fino all’apparire dei Pirenei; oppure giungere al mare da nord, dalle fredde onde della Manica scendendo verso sud e muovendo verso est, lasciando alle spalle le luci di Parigi e la Champagne a oriente, tagliando di netto la Loira, scorrendo verso sud parallelo alla valle del Rodano. Vigneti, storie, colline. Paesi, castelli, persone. Mani, visi, sguardi e parole. Poi, in fondo, la Linguadoca, grosso modo tra Roussillon e Provenza; regione di fascino particolare, quasi chiusa in un suo mistero: una parlata sua (la “lingua d’oc”, appunto) e l’eresia catara; di fondo, una natura indomabilmente latina, ribelle; leale al potere nordico ed in principio germanico delle generazioni di re di Francia, ma sostanzialmente autonoma.  In essa Faugeres e’ denominazione di colline di scisto a forti pendenze, interne ma ancora prossime all’aria marina, site tra i 250 e i 700 metri d’altezza, con la brezza della sera che rinfresca le uve e dona purezza al vino, se lo lasci parlare.  Terre magre, coltivate almeno fin dall’antichità romana e probabilmente da prima ancora, dove tutt’oggi la vite ed il vino occupano un ruolo centrale nelle colture.  Chissà oltre gli eventi storici, le guerre e le repressioni, quale eredità resta nelle mani e negli occhi  di quella gente. Domande che si affacciano mentre si tesse con  questo rosso Faugeres di Clos Fantine il mio dialogo muto. Bottiglia comprata quasi per caso in un grande negozio di South Kensinghton, attratto dall’orgogliosa etichetta vecchio stile, dal prezzo accessibile, dal cartellino che lo identificava come biodinamico. Si’, perché  nei 28 ettari di Clos Fantine fanno tutto in famiglia Carol, Corinne e Olivier Andreu: niente chimica in vigna, semplicità estrema in cantina, senza filtrare o chiarificare e con dosaggi minimi di solforosa. Apri e versa il liquor rosso rubino, quasi profondo senza indugi lo diresti  nella sua concentrazione, se non sfumasse così rapidamente all’unghia su tonalità più pallide, un preludiare di granato ma non ancora tale; se non avesse interna una sua luce di rimando, un riflesso solare, che allontana opacità e promette purezza. Danza sciolto nel bicchiere, presente ma leggero, fluido. L’aroma e’ un canto di Carignan, Cinsault, Sirah, Grenache, un po’ roco sulle prime, ma che presto si schiarisce: il tempo di qualche gorgheggio. È un vino che ti solletica fin dal naso, questo è: insieme sole accecante e penombra, quella che io ricordo delle vecchie cantine elbane, per metà interrate, chiuse da un pesante portone; dopo la luce esterna abbagliante dentro solo buio ed odore di uva, di appassimento, di decenni di vino che invecchia. Caldo e fresco ad un tempo l’aroma di Clos Fantine, more e prugne nere da una parte e mirto e mirtillo, poi dall’altra fragole e lamponi, circonfuso dalle profondità della liquerizia, della cannella, uno spunto acetico che intriga e rinfresca ed una terrosita’ piacevolmente rustica che ritrovi tutta sul palato. Perché nella tua bocca lo troverai ruvido ma piacevole: come un bacio di passione, come un gatto riconoscente che con la lingua ti lecca le dita. Vino dal tannino notevole in quantità ed assai grintoso, che ignora smussature, gessoso persino;  quasi violento nel porgere la sua intensità, ma con naturalezza, leggerezza, senza forzare: cosi’ che il corpo indugi a dirlo pieno – ampio, piuttosto! E lungo a permanerti sul palato, un poco amarotico, con un’acidità decisa -che non si nasconde- ed un alcol che scalda piacevolmente, magari anche superiore  ai gradi dichiarati per arrotondamento. Freschezza e calore, rotondità e forza: conciliazione di opposti che ha il suo tramite nell’anidride carbonica disciolta finissima e invisibile, a pizzicare il palato e rinfrescare la beva, tenendo il vino vivido seppur rustico, come si usava in certi Chianti, Barbera e Bonarda d’antan e che fortunatamente ancor oggi talvolta si ritrova. Vale sapere di fronte al piacere che un 25% dei grappoli non si deraspa e che il rosso liquore di Bacco affina circa diciotto mesi in cemento, senza interventi? La tecnica, che vale? Qui l’anima parla, qui parla la terra. Lo sapessimo una buona volta il valore della terra! Che millenni la creano e una ruspa devasta un due giorni. Lasciamo: Clos Fantine e’ fatto per la gioia della tavola, su un’arista del Pistoiese ed un Pecorino stagionato del Monte Amiata mi ha sorriso senza farsi intimidire. 

Venissa, o L’oro di Venezia.

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Preludio
Svegliarsi una mattina presto, le finestre appannate per il freddo, mentre fuori e’ ancora buio. Le 5 e 30. Il silenzio sull’aia e l’aria secca dopo tutta la pioggia di ieri. Metti in moto l’auto per un viaggio di poche centinaia di chilometri, ma nella tua testa e’ come partissi per l’Oriente: Venezia la grande, Venezia la magica, Venezia la sensuale, Venezia la Serenissima. Quella la tua meta mentre scivoli veloce sull’asfalto, nessuno intorno, con le prime luci di un’alba serena che sfiorano le foglie dei vivai di Pistoia, e già lasci Firenze intorpidita alla tua destra per salire solitario le balze dell’Appennino. Li’ tu poni una distanza e già entri nella dimensione del sogno: la neve che ieri ti ha precluso il viaggio ora ammanta i poggi e le cime in un candore irreale ed immoto, disperdendo la tua vista nella rifrazione luminosa di mille prospettive, quasi levando identità al sopra e al sotto, alla destra e alla sinistra. Altre auto non ce n’è. Cerbiatti guardinghi lasciano orme al bordo della strada e subito si rifugiano nei boschi. Intanto maestosa sorge la luce ed illumina il giorno e gli alberi senza foglie che il ghiaccio riduce a creazioni d’orafo; già si vede Bologna. Sono quelle mattine tra Natale e Capodanno quando tutto sembra più lento e silente. Te ne sorprendi  che ormai sei già oltre la Bassa e i campi neri di Rovigo, prossimo all’aeroporto di Venezia, mentre guardi il luccichio dell’asfalto vuoto laddove abitualmente e’ la ressa; e improvviso nel cielo intuisci il mare. Giungi infine a un cantiere lagunare che puoi immaginare solitamente animato, ma stamani e’ deserto, le nostre voci sole che riverberano sui capannoni e sui tralicci delle gru e degli argani.

Atto I – Sulla Laguna
Intanto si è fatto giorno, un’idea di tepore si dipana a dispetto dei nostri guanti e delle nostre sciarpe. Poca attesa, un suv argento e lindo si avvicina con un fruscio leggero di marca giapponese: Gianluca Bisol e sua moglie Laura. Per l’appassionato di vino Gianluca Bisol non ha bisogno di presentazioni: con la sua famiglia forse il massimo produttore di Prosecco, se pensiamo alla qualità espressa per un numero impressionante di bottiglie (2 milioni secondo la guida Bibenda del 2014), declinate in una estrema varietà ed originalità di proposte (metodi classici inclusi) e con una ricercatissima cura anche nella loro confezione.
Pochi passi e già siamo sul pontile, un motoscafo ci aspetta e lentamente lascia gli ormeggi muovendosi rispettoso tra i canneti di un canale, increspando appena lo specchio fermo dell’acqua scura. Laggiù, in Laguna, giace l’Isola di Mazzorbo, la’ c’è Venissa.
Scruto intanto Gianluca: comuni amici mi hanno parlato di lui da tempo, ma per me è il primo incontro e sono sempre un po’ guardingo -non prevenuto- verso chi gode di una certa notorietà. All’apparenza: baffi invidiabili e impeccabili, vesti ricercate e morbide da dandy; ma è oltre che bisogna guardare per definire la persona. I modi sono semplici, pacati, alla mano, naturali: non gioca né in attacco, ne’ in difesa; si capisce che è uomo di mondo, ma ha un’affabilità ed un’immediatezza che nulla concede alla vanità e ad un’esteriorità vuota. Piuttosto lo diresti un’esteta: guardalo mentre si gode la vista della Laguna dalla poppa aperta del motoscafo, malgrado l’aria con la velocità si faccia pungente, mentre ti spiega con passione e ti indica gli isolotti, le chiese i campanili e ti racconta con competenza e amore della Basilica di Torcello. La Laguna e’ un mondo a se’, silente e sospeso: quasi rimpiangi di non avvicinarti più lentamente alla tua meta, adagio, senza suono alcuno di motore, ma piuttosto con lo sciabordare di uno scafo di legno, dei tonfi lenti di un vogar di remi, su un barchino od una gondola nera, come tu fossi Casanova redivivo che va incontro a un’amante, coperto da un tabarro scuro ed una maschera a celarne le sembianze, dilatando così il tempo e lo spazio nel momento infinito di un’attesa. Perché in Laguna sono il cielo e le acque aperte a definire la misura del tempo; la luce del sole, della luna e delle stelle pallide lancette o piuttosto scarpette di cristallo che danzano le ore. L’oggi potrebbe esser ieri, il domani un passato di mille e una notte. Vi è una grandiosità intima nell’immenso spazio delle acque e in questo cielo, che solo le Alpi lontane e innevate interrompono come un ricamo da settentrione; la loro vista contrasta con i richiami salmastri dell’olfatto.

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 Vi sono tratti selvaggi: gli isolotti coperti di piante lacustri a formare macchie intricate, dalle quali si alzano in volo i cormorani in stormi, solitari i gheppi; timide vi si nascondono le garzette, osservate dai gabbiani curiosi che stazionano sui pali che segnano la navigazione. Lo sai tu che un tempo molti di questi isolotti erano ordinate colture, per provvedere di insalate e frutta le mense veneziane? Di qui il cibo del popolo berciante e dei raffinati signori, fin sulla tavola del doge. Di qui si son nutrite la pittura di Canaletto, la musica di Vivaldi, il teatro di Goldoni: dei doni faticosi di queste terre-non terre, salse ed instabili. Non ultime, c’erano in abbondanza le vigne, per mangiarne uva e berne vino. Venezia: ti appare laggiù sullo sfondo, lontana e bassa sul l’orizzonte come uno scenario visto dalle ultime file della platea; in uno scintillio al sole delle undici dei suoi mille campanili e cupole e palazzi, marmi che nella distanza sembrano cristalli e trine preziose, materia naturale ed insieme meravigliosa, forse un miraggio. 

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Così nella distanza ti appare ancora più desiderabile, come signora irraggiungibile, e ne immagini la vita nei campielli, nelle osterie, nei caffè, i banchi colorati dei tanti mercati, lo sciacquio dei canali e delle fondamenta percosse; ancora più bella nella mente, più vera, distillata nella sua essenza; ma è solo un momento: il motoscafo rallenta ed attracca.

Atto II – A Mazzorbo
Quante volte hai guardato scalini in pietra simili a quelli che oggi sali sbarcando, e gli anelli di ferro ai quali si fissano le cime, immaginando come le antiche dame tendessero la mano ai loro cavalieri per partecipare a un ballo in maschera nella Venezia più monumentale, ammirate tra il frastuono del volgo; scene che oggi magari si ripetono con le dive all’epoca della Biennale. Qui a Mazzorbo, invece, la dimensione e’ felicemente domestica. Poche anime percorrono la riva che fronteggia un’altra isola pressoché disabitata, pochi i suoni se non di vaporetti lontani o dell’affaccendarsi di qualche operaio o massaia. Le case sono basse, colorate, senza alcuno sfarzo di marmi. Fili di fumo lenti da qualche comignolo e nell’aria pura già si insinua piacevole un buon odore di cucina. Si ha la sensazione di un angolo appartato, volutamente periferico, ideale per fuggire: incontro all’amore o lontano dal passato poco importa, tutto propizia il ristoro della mente e del cuore. Stupisce apprendere che fino al X secolo fosse tra i più importanti insediamenti lagunari, più ancora di Venezia: Maiurbium, Magna Urbs, Città Maggiore, addirittura. Venezia l’affamata, se è vero che fin chiese e palazzi furono smontati per nutrire la città che si ingrandiva, le pietre portando sui barconi ai nuovi cantieri, lasciando qui gli orti.

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Gianluca Bisol nel suo appassionato passeggiare per Venezia scopri’ qui venendo da Torcello un luogo e se ne lascio’ stregare: un vecchio brolo -cioè un orto circondato da un muro- assai trascurato, con alcuni locali annessi,  proprietà del Comune di Venezia, probabilmente un tempo parte del complesso della chiesa perduta di San Michele Arcangelo. Nel contempo noto’ alcune vecchie piante di vite che qualcuno ancora curava, si informo’ e apprese che anticamente un laguna si faceva vino in quantità per i veneziani. Se poi i commerci, a cominciare da quelli con l’Oriente greco, l’avevano via via nei secoli soppiantato, tuttavia alcuni vigneti erano coltivati fino a quell’inverno del 1966: se l’Arno sommerse Firenze, l’acqua alta in Laguna lascio’ le poche vigne troppo a lungo invase di acqua salata: per alcune ore le piante avevano imparato a resistere, ma quella volta furono troppe: ventidue. Puff! Svanita una storia millenaria. O quasi: pochi vignaioli resistenti a salvare le residue piante. Tanto si innamoro’ Bisol di quel brolo e di quella storia, che si immagino’ di far rivivere il vino di Venezia. Nella sua mente aveva un piccolo hotel, ma di pregio, accogliente e ricercato; un ristorante prestigioso, con i migliori chef ed il chiaro obbiettivo delle stelle Michelin; magari anche una vineria, per “un cicchetto e un’ombra”; insomma, una bella vetrina in Venezia per l’azienda Bisol. Soprattutto, però, l’idea di piantare una vigna in quegli 0,8 ettari, con le barbatelle che qualcuno in zona gli poteva ancora fornire di uva dorona, una antica varietà a bacca bianca  delle isole della Laguna veneziana, e farne un vino di pregio. 

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Così, si armo’ di pazienza e parti’ con il progetto alla mano per convincere le autorità locali a concedergli lo spazio in concessione, affrontando tutte le trafile burocratiche e le resistenze del caso, che si possono immaginare: in fondo lui è un “foresto”, veneto ma non veneziano. Piccole beghe magari, ma tra permessi, concorsi e lavori si tratta di un progetto durato anni; e la mera esecuzione, senza dubbio il meno. Quando chiedo a Gianluca quanti maldipancia gli sia costato e gli costi questo progetto, risponde con un sorriso rassegnato. D’altra parte, aggiungo io, diceva Enzo Ferrari che: “Gli Italiani perdonano tutto, tranne il successo.”…

Atto III – A Venissa
“aah Venezia, aah Venissa, aah Venusia” e’ una citazione da “ Il Filo’ ” del poeta Andrea Zanzotto. Venezia come Venus: Venere, la dea del piacere.
A Venissa si entra direttamente dalla riva che guarda il canale attraverso un piccolo pertugio più che una vera porta, che si apre nella riga ininterrotta dei muri e delle case; basso, che quasi ti sembra di dover chinar la testa, come entrando nelle parti più sacre delle chiese ortodosse. Una piccola corte ordinata, poi subito svoltando a sinistra si apre il quadrato del brolo. Vigna o giardino? Perché la proporzione perfetta del vecchio muro, il susseguirsi regolare e fitto delle viti e dei filari inerbiti, le rose, la peschiera per regolare il regime delle acque, la zona lasciata ad orto, tutto concorre a evocare più gli spazi di un giardino all’italiana che quelli agricoli, dove il portico del ristorante controcanta il punto di fuga ideale che è il residuo trecentesco campanile di San Michele, che evoca quello celebre di San Marco nel modello elegante e affusolato, ma è molto più piccolo, rustico, leggermente inclinato dagli anni e dai cedimenti del terreno. L’ordine stesso delle piante, qui,rimanda più all’arte topiaria che all’agraria. 

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Certo, c’è la veranda luminosa del ristorante stellato; le sei stanze d’albergo minimaliste ma calde grazie al recupero dei materiali antichi: mattone e legno; la sala riunioni attrezzata di tutto punto; ma il cuore di Venissa e’ in questo lembo verde, dove per secoli generazioni di veneziani hanno coltivato le viti strappando il suolo con dedizione caparbia al sale bagnato della Laguna, ciascuno con la sua storia, i suoi sogni, le sue gioie e le sue sofferenze; uniche, irripetibili, eppure sempre uguali, da che l’uomo posa il piede sulla terra. Qui dove sembra che il mondo resti tagliato fuori e con esso tutte le sue preoccupazioni. Qui dove si cela ai turisti di Venezia un cuore antico e agreste, solo che lo si voglia con pazienza e curiosità scoprire. Qui dove abbandono e rinascita si fondono naturali, come il batter d’ali della fenice.  Qui dove tra acqua e terra e’ solo un muro, fragile come un castello di carte, labile come il confine tra conscio ed inconscio. Qui  dove “stare” e “fluire” si annullano nel circolo perfetto di quest’orto concluso.

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Queste zolle sono figlie del mare e dei sedimenti dei fiumi: limo, sabbia ed una quantità sorprendente di calcare (poca sorpresa, forse: quante conchiglie si saranno depositate e disciolte qui nei millenni?). Senza contare che l’acqua della laguna invade la vigna una decina di volte l’anno, lasciando un corredo di sali e di microrganismi. Quasi dettagli, però, perdono importanza di fronte alla bellezza che riempie gli occhi; solo il freddo di fine dicembre invita a rientrare, rimirando nuovamente le viti ancora piuttosto giovani.

Atto IV – Il Venissa
Si torna al tepore dell’interno di Venissa attraverso il portico. Tutto è pulito, ordinato, i tavoli della vineria  apparecchiati con eleganza e distinzione, senza eccessi. Mentre ci accomodiamo nella sala riunioni, alta e spaziosa come una chiesa (probabilmente un ex magazzino) chiedo a Gianluca qualche notizia in più sul vino e sulla vigna: la resa per ettaro e’ bassissima, 35 quintali, in parte per come è stato impostato il nuovo vigneto con lo scopo di ottenere un vino di pregio,  in parte per la salinita’ stessa del terreno. Al momento della vendemmia l’uva viene deposta in piccoli contenitori separando le diverse porzioni di vigneto, poi portata in tutta fretta e al riparo dal calore in cantina per la vinificazione. Dove? A Montalcino! Non ti stupire: il fratello di Gianluca, Desiderio, con Roberto Cipresso hanno lavorato per anni al progetto di questo vino e Cipresso possiede a Montalcino una cantina adatta alle micro vinificazioni. La dorona, ricordata già in testi quattrocenteschi, ha buccia spessa e si presta ad essere vinificata come un rosso importante, con una macerazione sulle bucce lunga, di 30 giorni. Affina poi in vetro. La sua bottiglia da mezzo litro soltanto e’ una piccola opera d’arte, con una foglia d’oro sottilissima fusa nel vetro, incisa e numerata a mano di bulino, opera fine di ingegno e maestranze locali. La sua forma e’ armoniosa, moderna ma allo stesso antica, con le spalle più larghe della base ed il collo corto e diritto, ricorda certi recipienti arcaici che si vedono nei musei. Certo contribuisce al fascino del prodotto, inteso come vino oggetto da ricercare, da possedere, da conservare, perfino da esibire. Meno di quattromila bottiglie per la seconda annata, la 2011. 

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Però tu potresti storcere il naso: tutto bello, un vigneto unico e ricco di storia, una bottiglia di prestigio, ma il vino com’è? O si tratta solo del capriccio di un imprenditore per soddisfare  altri capricci di facoltosi clienti? O di un oggetto solo bello da maneggiare, da conservare nella sua cassetta lignea che pare opera di ebanista, e da aprire in qualche occasione per stupire gli amici sciorinando nomi altisonanti e vantandone la rarità estrema, l’origine esotica? “Il vino di Venezia” e’ una formula magica che più aprire porte in tutto il mondo, e’ evidente. Però quando Gianluca Bisol ci porge i calici affusolati ed il vino, lentamente, scende a riempirli e’ come una luce che squarcia il buio: il Venissa brilla nella penombra della vasta sala, giallo dorato profondissimo, carico e maturo, tuttavia giovane e pieno di vita, quella che è là fuori della ampia porta a vetri che dà sulla riva e sul canale, la vita delle acque che non sono mai ferme, in questo angolo veneto e latino, ma che al tempo stesso e’ profondamente mediterraneo e orientale. Mai smetteresti di guardarlo nella sua bellezza, nel suo ondeggiare indolente e viscoso, rotondo, che lascia come un velo di dama sensuale dietro a se’. Danza lenta la sua, un po’ araba e un po’ sarabanda, che ipnotica ti suggerisce di attendere, di rallentare, di aprire le porte ad un tempo diverso e lasciarlo entrare. All’olfatto, però, la rivelazione: qui hai certo da un lato i familiari riferimenti a frutti agrumati, maturi e perfino canditi, allo splendore delle arance; però hai in più un’evocazione potente di spezie orientali, raffinata, contrappuntata, che mantiene l’aroma dinamico e leggero. Una sensazione di naturalezza ricercata, raffinata, ricca di suo, senza far ricorso a legni nuovi, ma con l’evidenza della forza del suolo e dell’uva. Soprattutto trovi in lui un aroma che richiama distintamente la voce della Laguna, quel senso di salmastro, di vegetazione, di terra umida, che si fa malinconica in inverno, gioiosa a primavera, abbacinante d’estate, accogliente l’autunno. Ahimè non aver preso appunti quel giorno, per fissare tutte le percezioni e le emozioni degli aromi di questo vino! Solo la memoria a sostenere il mio ricordo di un corpo avvolgente, ampio e quasi indolente nell’incedere, come al primo meriggiare d’agosto, sotto il solleone, lenta si avanza una gondola nei canali, ondeggiando un poco, appena sospinta dalla vogata, sotto i panni stesi ad asciugare immoti nell’assenza di vento; ma che mantiene vivissima una dimensione di moto, un continuo cangiare sul palato che è come la marea che scende e che sale, zone diverse di volta in volta sollecitando. È che sotto, nascosta come pietra preziosa – gli esperti direbbero “integrata” – c’è un’acidità vivida che lo sospinge e lo rafforza, che guarderà agli anni a venire con l’increspatura di un sorriso. Carezzevole ed insieme consistente per un’ombra appena di tannini, e’ un vino che parla di Laguna, a suo modo estremo, concluso in se’ senza smanie di piacere; anche opulento, restando però secco, senza derive al gusto facile di un abboccato. Vino con le radici profondamente salde nella terra che lo ha generato e nella sua storia, che fa cadere ogni dubbio o perplessità: lo vinifichino pure a Montalcino o a Canicattì, lo vestano della più ricercata delle bottiglie o lo travasino in un bricco smaltato, questo è uno dei massimi vini bianchi che mi sia stato dato di assaggiare, comprendendo i grandi di Borgogna nella lista e gli Alsaziani ed i Renani, con un’identità così marcata che può anche respingere chi adagia il suo gusto su schemi risaputi. Il Venissa 2011 ti spiazza: ti soddisfa e permane lunghissimo ma lo bevi e ne riberresti; in tavola e lui illumina e nobilita della sua luce dorata ogni cibo, eppure è tale che ti fermeresti solo con lui, per accompagnare una tua interna meditazione, il ricordo di un tuo sogno. Ecco che mentre lo bevo chiudo gli occhi e ritorno bambino, per mano di mio padre e mia madre, la prima volta a Venezia, la nella Basilica di San Marco: intorno, tra il brusio della gente, uno stupore di mosaici d’oro fino a sopraffarmi, oro ovunque riverberando le sue tessere minute, ed intanto salivano alle volte dorate canti che mi parevano arcani e i fumi balsamici degli incensi, annebbiandomi la mente e tutto confondendo, ancora, nell’oro, che diveniva assoluto, definitivo. Riapro gli occhi e risono a Venissa: fuori una famigliola intravedo passeggiare, qui attorno ancora gli amici. Guardo Gianluca Bisol e capisco: non è semplicemente un esteta quest’uomo, o un mecenate che riporta a splendere una realtà decaduta lasciando zone d’orto agli anziani del luogo e l’accesso libero alla vigna, o un’abile uomo d’impresa e comunicatore; ma una persona alla quale la sorte ha concesso, pur tra difficoltà e preoccupazioni, di conservare in fondo all’animo il bambino che insegue i suoi sogni. E con un gesto deciso quel bambino impone inequivocabilmente la storia più vera di Venezia al mondo.

Dopo l’opera, nel foyer.
Io il Venissa 2011 me lo porto in tavola. Troppo buono: devo lasciargli il suo tempo e centellinarlo. Anni addietro avevo assaggiato il 2010: non mi aveva convinto in pieno (magari lui era troppo giovane,  magari io ero troppo giovane), ma questo mi pare straordinario. I Bisol ci ospitano nella Vineria: cibo delizioso, vini deliziosi che richiederebbero un racconto a parte, quelli di Bisol e quelli dei soci Lunelli, applausi;  più altri aperti ed offerti per il piacere di condividere l’assaggio e di scambiarsi un’idea, tra i quali un eccelso Amalfi Fiorduva di Marisa Cuomo. Pranzo del quale però mi resta suprattutto la misura di Gianluca e Laura: l’apertura equilibrata, la pacatezza dei giudizi, la ferma cortesia, la consapevolezza sicura di chi guarda il mondo con ferme radici. In un detto: la signorilità. Si fa presto sera in buona compagnia ed a fine dicembre le notti arrivan presto. Il motoscafo ci raccoglie che già cala il buio, Venissa si allontana come un sogno, fino a ridursi puntino luminoso in fondo alla scia della barca. Il tempo di un ultimo respiro dell’aria di Laguna, per depositarne nella memoria il fiato. In moto, vecchia Alfa! Si riparte per Gorizia, si va verso il Collio.

Strahler Weissburgunder Sudtirol Alto Adige 2011, Stroblhof, 13,5 gradi,


Lo confesso candidamente: per quanto affascinato sia rimasto dalle montagne alto atesine, dal loro giganteggiare punteggiato di masi e villaggi dai campanili così aggraziati da parer disegnati in foggia di punta o di cipolla alla moda del barocco austriaco, mi son costruito negli anni una conoscenza dei vini parzialissima e pigra. E’ che con quei nomi spesso tedeschi e quelle uve internazionali (chardonnay, sauvignon, müller-thurgau…) mi sembravano vini lontani dal mio gusto, perché ne’ abbastanza nordici da incuriosirmi per la diversità della loro razza, ne’ intriganti per la sorpresa di un’antica uva autoctona. Poi ho cominciato ad assaggiarne e -oh bestia che ero- mi son dovuto accorgere della cantonata: perché spesso hanno non solo una perfezione tecnica adamantina, ma carattere, e che carattere!
Poi, se si vogliono trovare versioni ricche, intense e sfumate di vini da pinot bianco, varietà assai sottovalutata negli ambienti internazionali, inutile: qui bisogna cercare, perché sui poggi verdi che ornano come festoni quelle montagne di pietra, qui ha trovato la sua casa. Mi hanno detto una volta che esistono vini del nord e vini del sud, dove l’origine territoriale si riflette nel loro aroma, nel loro gusto, nel loro carattere. Ma che dovrei dire di questo qui? Col suo colore giallo limone più deciso che carico, con lacrime irregolari che si dissolvono in fretta, con un profumo intenso di mela golden, con fiori bianchi e gialli (sambuco, mimosa, ginestra, margherita, camomilla, tiglio, acacia); vi trovi frutta (susine verdi), ma soprattutto e’ piacevolmente erbaceo: fresca e secca e cioè paglia. E se lo bevi lo trovi rotondo, di formosità femminile classica, con un’alta acidità ma bilanciato, piacevolmente sottile ma carnoso, energico, vellutato; rivelando note appena insinuate di spezia dolce (vaniglia) e tropicali (cocco, banana). È molto gustoso, sapido, appena piccante; ma dolcemente, come certi cibi thai o certi salumi del nord Italia; chiudendo su un finale molto lungo e molto buono, scorrevole e passante. Alla fine mi vien da dire che seppur nasce fra le montagne il suo cuore batte più a sud, ricordandomi persino certi bianchi campani. E se te lo consiglierei, naturalmente, su primi con pesci acqua dolce o canederli conditi col burro , io per me sarei curioso di provar l’azzardo di una pizza friarelli e salsiccia

Riesling Kalkstein Gau-Odernheimer Herrgottspfad, Rheinhessen, 2011, Krebs Grode, 13 gradi.


Confesso di non saper resistere: ogni volta che passo per un aeroporto tedesco acquisto una o più bottiglie di vino bianco locale, perlopiù Riesling e qualche volta Sylvaner. Hanno caratteristiche così uniche ed eccezionali da non aver l’eguale altrove.
Cosi’ e’ stato anche questa volta, rientrando di venerdì sera da una faticosa trasferta nella bella Amburgo, che ho trovato avvolta in una persistente nebbia che frammentava ulteriormente le prospettive multiple di questa città d’acque e portuale, nascondendo e svelando in un gioco di vedo-non vedo che la rendeva affascinante come una signora in lungo e di gran classe.
Questo Riesling di Krebs Grode, produttore del quale nulla so: impenetrabile per me il sito internet solo in tedesco e la retroetichetta in tedesco del pari. Perfino il nome sfida le mie capacità di interpretazione delle denominazioni vinicole tedesche, sulle quali mi sentivo così sicuro. Alcuni punti tuttavia sono chiari: e’ un Riesling del Rheinhessen, secco (trocken) e vinificato da uve piuttosto mature (Spatlese), né e’ stato consentito innalzarne il grado alcolico con zucchero o mosto concentrato (amico, amica che mi leggi, ti stupisci? Tale pratica usa in Francia, si fa in Italia, la legge lo concede con le debite misure). Il Rheinhessen non ha la fama di altre zone: era ed in parte è terra di colture miste, i pendii soli dedicati all’uva; eppure negli ultimi anni una generazione di vignaioli sta dimostrando che anche lì’ si possono produrre vini di valore. E questo di Krebs Grode, se lo si prende per quel che è, piace: sicuramente vicino al gusto moderno, che vuole vini secchi, contro la vecchia tradizione tedesca che li voleva amabili, se non proprio dolci; ma, detto ciò, nulla fa mancare di ciò che amo nei bianchi germanici: una precisione netta, definita, ariosa (e mi pare di descrivere le fotografie che si ottenevano con le vecchie ottiche Zeiss); una freschezza di beva appagante, pulente; un’energia elettrizzante. Quindi eccolo presentarsi nella sua tinta limone chiaro, luminosa, con quegli aromi freschi, floreali e agrumati tipici del Riesling, con la sua bocca ritmata tra croccantezza salina ed alta acidità ficcante su un corpo che è un peso medio leggero, ed una lunghezza discreta. Soprattutto pero’ c’è qualcosa che lo allontana dall’eleganza aggraziata dei vini della Mosella, : un tratto terragno che si percepisce come consistenza al palato; un’appartenenza alle profondità recondite, al sovrapporsi annoso delle zolle che si dichiara con voce di tenore all’olfatto: si diceva una volta petrolio o idrocarburo, ma oggi i produttori tedeschi non amano questa terminologia; anzi, talvolta cercano di limitare quegli aromi, un tempo firma del Riesling. Qui invece sono esibiti con orgoglio e fusi al gusto dell’uva, per consegnarcelo magari più popolaresco o comunque piacevolmente diverso, da bersi ogni giorno, accompagnando la tavola con la sua flessibilità, allietando la compagnia con la sua piacevolezza ruvida, schietta, senza convenevoli, senza mollezze, con amor della vita.
Risuona in lui la Germania allegra del motto luterano “Vino, donne e canto”, più che quella pensosa delle saghe nibelungiche. Forse è più nel sorriso della prima ed in queste gocce dorate che alla soglia dei quarant’anni posso immaginare risieda l’oro del Reno. L’ho gustato di un abbinamento difficile – non ti scandalizzare: il sapor dolce salato di un britannico black pudding.

Zinfandel Napa Valley 2011, Frog’s Leap, 14 gradi.


Quando parli di vini californiani con certi appassionati, questi sgranano gli occhi ed assumono un’espressione corrucciata e sdegnata; altri -ma sono ormai una retroguardia, come quei giapponesi che continuavano a combattere sulle isole del Pacifico sebbene la guerra fosse finita- cadono ancora in visibilio, quasi vedessero una rediviva Marylin ancheggiare sul marciapiede delle star.
Io lascio passare entrambe le reazioni, perché hanno un loro fondamento ed un significato storico. Certo che l’associazione mentale Napa Valley e Zinfandel e’ quella che ancora promette vinoni larghi, facili, imbellettati e tecnicamente perfetti. Vai pero’ a provare questo di Frog’s Leap e ti potrai sorprendere, trovando un vino rosso rubino fitto si’, ma pur sempre trasparente, non impenetrabile. Ed al naso avrai aromi freschi, di frutta: ciliegie mature, marasche, prugne, perfino un po’ della freschezza pungente della mela rossa. E poi tanto tabacco, pelle e liquerizia dolce. Va bene, lo ammetto: ci troverai anche le note dolciastre della vaniglia, del cocco, che derivano dalle barrique, un po’ firma e suggello dei rossi californiani; ed in bocca anche un rimarchevole residuo zuccherino che lo fa andare sull’abboccato; ma anche una trama carezzevolissima, di morbidissima seta, passante e flessibile, leggera come ali di farfalla ed allo stesso tempo un poco oleosa, in maniera piacevole; tannino misurato e finissimo, acidità stuzzicante ed una persistenza finale se non lunghissima mirabilmente sfumata, digradante come la sabbia di una lunga spiaggia lentamente scivola e si confonde nelle onde del mare, naturalmente. Una dissolvenza perfetta, che nemmeno un grande regista di Hollywood, come poche ne ho sentite pure in vini di ben altra ambizione e blasone. Sarà che -si dice- e’ vino biologico e biodinamico; più che altro, senza tante cerimonie, e’ un bel vino da bere e condividere con gli amici, per quel suo essere solare, di compagnia, intelligente, ma non troppo profondo; sono altre magari le occasioni della poesia, i vini dei filosofi e degli artisti. Lui non ha svolazzi di fantasia, ma è preciso e non delude. L’ho gustato proprio su un piatto della compagnia: costine alla griglia; ma sul maiale rifiniva un po’ troppo dolciastro. Allora, perché non cercare i gusti più delicati del manzo, o dell’alce?

Chambave Moscato Passito Prieure Valle d’Aosta DOC 2011, la Crotta di Vegneron, 13.5 gradi


La Valle d’Aosta ha per me un fascino tutto speciale: le prime gite da bambino con la mia famiglia e la scoperta di un mondo nuovo, di giganti di roccia, di muretti a secco che arrampicavano le montagne, i castelli, una cucina ricca, speziata, dai sapori tanto lontani da quella toscana per così dire “allargata” con cui sono cresciuto.
Poi, più’ adulto, per tanti anni con un grande amore che vi aveva la casa delle vacanze e la scoperta meravigliosa dei vini e di tante altre specialità locali, e luoghi e persone.
Eppure questo Passito di Chambave non l’ho mai assaggiato. Vino mitico, già celebre nel passato remoto e in quello più recente delle pionieristiche ricerche del grande Gino Veronelli, ricordo che quello de La Crotta di Vegneron sulle primissime guide che leggevo era uno dei pochi vini italiani a conquistare i massimi punteggi, e la voglia di gustarlo, raro com’era all’epoca, cresceva. Lo trovo ora in un Eataly di Milano -non un negozio di nicchia- e non so resistere; eppure…
Ha un colore oro antico, con bellissimi riflessi e lente lacrime che rimangono sul bordo del calice mentre lo accarezza morbidamente ruotando: una tinta così bella che ti vien fatto di pensare che quello bevessero i signori nel dirimpettaio castello di Fenis. Il suo aroma e’ così pronunciato che e’ già evidente estraendo il tappo: vien su così, come un melodia attraverso il collo della bottiglia. Sulle prime e’ molto bello e di meravigliosa complessità’: salvia, timo, ruta, medicinali, caramella Rossana, mandorla amara, melata di bosco, miele di mandarino, pesca sciroppata, alternando note calde ad altre più fresche e verdi e rocciose; tuttavia rimane alla lunga un po’statico, insistente su un che di arancia amara e nocciola sovra tostata. Comunque in bocca tanta acidità lo mantiene fresco e slanciato malgrado di consistenza quasi oleosa; dolce ma non stucchevole in questo, ed anzi assai salino; offre una piacevole sensazione di pienezza col suo corpo ben più che medio, e ha una persistenza in equilibrio tra note calde e fresche, con una esposizione varietale autentica e senza filtri, come uva spremuta. Eppure di nuovo quella sensazione di staticità, una mancanza di scatto che si traduce in uno sbuffo di alcool ed un retrogusto inaspettatamente amaro, quasi di caramello bruciato. E’ all’altezza di quella fama leggendaria? Forse no, ma il vino e’ cosa viva: sarà l’annata o la mano di chi lo ha prodotto o semplicemente una bottiglia sbagliata. Qui sta la gioia e il piacere: aspettare un’altra bottiglia, un altr’anno e un altro ancora e ancora, per cercare conferme o smentite. Intanto -amico, amica che mi leggi- prova anche tu questo pur ottimo vino e magari mi potrai smentire o scoprirai per me che il fallo era di quella sola bottiglia. Ma soprattutto godine e sbizzarrisciti a provarlo in tavola, abbinato anche alle pietanze salate , come fosse un beerenauslese tedesco. Su formaggi e paté vincerai facile, ma li’ non ti fermare. (30 luglio 2014).

Per saperne di più: http://www.lacrotta.it/it/vini.php