Pecorino Terre di Chieti 2009, Pasetti, 13 gradi.

Com’ero felice quando giravo tutta l’Italia per lavoro…e non lo sapevo! L’Abruzzo: una delle mie trasferte preferite, fin dal giorno nel quale, sulla piana di Atessa, volgendo lo sguardo alla Maiella innevata che si stagliava contro il cielo azzurro, realizzai che mi trovavo equidistante tra la montagna e il mare: uno dei ricordi più vividi che mi son portato lontano della nostra bella Italia. Quando mi occupavo dei cosiddetti Road Show per il canale dei lubrificanti motociclistici, scendevo spesso a Francavilla al Mare per tenere i corsi e soggiornare all’Hotel Villa Maria, quattro stelle, a due passi dal mare. Li’ poco distante erano la sede e la rivendita della cantina Pasetti. La gente del posto me ne parlava molto bene, le guide che seguivo invece davano giudizi ambigui. L’unica era provare; e potevo forse rinunciarvi avendola così a portata di mano? RIcordo il piccolo spiazzo assolato dove parcheggiavo l’auto a noleggio; la stanzetta della rivendita, sempre affollata, dove armadi che apparivano più vecchi di quel che presumibilmente non fossero ospitavano le bottiglie di maggior pregio. Io però compravo il Pecorino e il Cerasuolo: la prima volta per curiosità e per qualche conveniente offerta, poi per amore. Uno di quei Pecorino me lo sono portato in Inghilterra, a rinverdire un ricordo, ad addolcire una pungente nostalgia – o a renderla più viva, chissà. Uehi! Mica formaggio: ti parlo -amico, amica che mi leggi, di un vino bianco italicissimo da uva in purezza, li’ li’ per essere dimenticata perché poco produttiva e difficile, non fosse stato per il coraggio del defunto produttore marchigiano Guido Cocci Grifoni…ma questa è un’altra storia. Certo, se davvero prende il nome dalla golosità delle pecore che per mangiarne i grappoli si rizzavano sulle zampe arrampicandosi alle viti, beh, buongustai quegli ovini, nulla da dire; e stolti i bipedi che andavano perdendo tanta ricchezza. Un Pecorino del 2009…e qualcuno ha scritto poco fa, in lingua americana, che i bianchi italiani hanno da bersi entro uno, due anni: quante balle! Certo qui hai una di quelle sorprese – o scoperte- che forse solo il tappo di sughero (quello vero, bello, intero) ti permette: se talvolta ti fa arrabbiare perché il vino prende cattivi odori e cede     (ahi, quel Pinot Nero 2004 valdostano di Aymaville!), altre volte con la controllata ossidazione offerta dalla sua tenuta sa portarti in paradiso. Dopo sei anni dalla vendemmia questo Pecorino si presenta giallo dorato, consistente nel calice, ma non particolarmente viscoso: quasi non forma lacrime, perché son così lente che tendono a svanire prima di aver tracciato il loro corso sul vetro del tuo calice. Tinta bellissima, solare, calda, che ti fermeresti volentieri a rimirare come di lontano riflessi marini, non fosse che l’aroma ti giunge intenso e deciso e ti invita a tuffarti in lui col tuo naso. Qui esplode l’emozione: calore e freschezza, complessità senz’altro ma ormai dipanata nelle vie di una naturalezza semplice, generosa, immediata. La ricchezza e’ la fusione perfetta di pompelmo e pesca che rinfrescano, di camomilla, di miele di limoni colti a maturità estrema e di spunti balsamici, di incenso, di cera d’api, di una netta sensazione di polvere pirica, che muta e diviene quasi petrolio, quella nota detta comunemente e forse a torto minerale, che è roccia muschiata e zafferano, addolcita qui da uno spunto lontanissimo di vaniglia; ma non è vino che veda legno questo, in ciò la sorpresa: solo l’ invecchiamento in bottiglia risponde di quegli aromi e delle sfumature nocciolaie, ammandorlate, fungine ma di fungo fresco, che diresti proprie dei grandi Champagne invecchiati, di un Bollinger, di un Paul Roger. La bocca, ecco la tua seconda gioia, la tua altra sorpresa: se l’aroma e’ caldo, qui hai freschezza ancor croccante ed un bilanciamento perfetto, che diresti persino goloso e che ti invoglia – quasi ti obbliga- a bere e ribere. Perché se il suo attacco è morbido, vellutato, carnoso, facile e quasi lo diresti abboccato, subito ecco te lo guida al palato una forza salina irruente come il battere di un fiume che si frange sulle rocce, e definisce e sostiene, ed un’acidità che sulle prime magari ignori, sottovaluti, ma tu presta poi attenzione: lei è li’ solida, rinfrescante, decisa, solo avvolta in tanto corpo, in tanto estratto dell’uva, contrappuntando in un gioco perfetto di rimandi e richiami la dolcezza appena accennata iniziale. Quasi direi, un po’ Riesling ed un po’ Trebbiano questo vino. Soprattutto però vino che parla di uve cresciute tra i 450 e i 550 metri, dove la montagna allenta le sue brezze e le fonde con quelle del mare. Vino tecnico magari, di precisione quasi altoatesina, ma che non rinuncia a raccontarti la sua terra: ad essere mediterraneo e più ancora adriatico. Vino che in questa fase – nei suoi sei anni – non sfigura neppure accanto ai grandi Chardonnay di Borgogna ne’ per complessità ne’ per finezza; e ti parlo di un vino da sette, otto euro in cantina. Vino che vorresti per te solo, tuo il segreto, tua la meditazione; ma anche per offrirne agli amici; ma anche -questo sarà il vero bello – per specchiarvi gli occhi di una donna. Vino che ti piacerà da solo all’aperitivo; che sarà eccezionale su un grande pesce arrosto, che sia pescato e non allevato, di preferenza, e nobile; ma, perché no, su una zuppa di mare, sugli spaghetti allo scoglio; vorrai perfino provarlo su una pizza, sul sushi; ti chiederai come stia sulle carni bianche. Stasera, ad esempio, ne ho goduto su un rustico salame di Montaione; su un Parmigiano Mezzano; perfino – guanto della sfida- su un formaggio molle a pasta bianca borgognone, il  Chaource. Il punto è che lo vorresti sempre con te, per il piacere di giocarci e di metterlo alla prova. Rimpiangi solo, ed il rimpianto è il mio, di non potere in Abruzzo tornare. E ti chiedi se quest’ossidazione controllata, questo virtuoso invecchiare, non sia la strada più giusta e più vera per le nostre uve.

Sovana DOC 2009, Cantina di Pitigliano, 13,5 gradi.


Io lo so che parlare dei vini della Cantina di Pitigliano non fa affatto chic e che se esprimo apprezzamento per questo rosso non diventerò mai un blogger serio. Ma che ci posso fare? Bevo e registro. Non voglio vendervi (o darvi a bere, e in questo caso il modo di dire calzerebbe a pennello) che questo sia un grande vino: la so anch’io la differenza; ma questo e’ un vino amico. Che cosa voglio dire? Allora: anzitutto chi lo produce lo prende sul serio e tratta con attenzione il consumatore: vedasi il tappo di sughero intero, una rarità per vini di questa fascia di prezzo, che credo tu possa -amico,amica che mi leggi- trovare al super entro i 4 euro e forse anche a meno. E poi, nel suo rosso rubino non fitto, medio semmai, appena un po’ granato ai bordi, dopo 5 anni quasi dalla vendemmia, tre dei quali passati al caldo di un appartamento, troviamo ancora un vino tonico, scattante: magari non perfetto e giovanile come quello di coeve bottiglie in locali più opportuni conservate, ma sempre lui e’, quello di un di’, con qualche ruga magari, o un po’ stempiato, ma che riconosci con un sorriso. L’aroma ancora intenso, che non si fa’ troppo cercare, magari meno diretto e preciso, ma sempre con la sua fragolina di bosco e la ciliegia; forse ha qualche nota animale in più e di tabacco biondo, ma gli dona profondità e non spiace; e un tanto di corbezzolo e di terra bagnata; di salvia ed alloro; e poi quella speziatura pepata e piccante che -magari mi inganno- spesso colgo nei vini di terreni vulcanici. Vino amico perché, a dispetto del corpo magari solo medio o ancor meno, e’ tanto saporito, personale, risolto in un chiacchiericcio semplice e piano tra un tannino ben presente ma non aggressivo, maturo e farinoso come la rena fine, e un’acidità vispa che va a braccetto con la sua salinità per pulirti il palato e farlo salivare. Non è lungo magari, ma tanto saporito, e questo bilanciamento gli permette di abbinarsi, o meglio, di adattarsi, ai più svariati cibi della tavola; con una predilezione naturale per la cucina casalinga e rustica però. Poi, parla con franchezza la lingua del sangiovese, senza tanti infingimenti, magari appena ingentilita dalle aggiunte di ciliegiolo e cabernet; che mi pare di rimetter piede, come quando ero bambino, in quelle oscure cantine mezze interrate delle case coloniche nelle campagne elbane, guidato per mano da contadini grezzi e sinceri. Ecco, per questo e’ come un amico: da lui non ti aspetti di essere stupito, non ti attendi discorsi di alta filosofia, o di sentir vivisezionare i tuoi problemi da una stringente analisi logica; ma solo ti attendi e desideri un sorriso un po’ triste, una pacca sulla spalla, e di essere capito.

Brunello di Montalcino Bramante 2009, Sanlorenzo, 15 gradi.


Quando bevo Brunello, oramai, non bevo solo un vino – nemmeno vorrei diversamente: nel liquido rosso e profumato che gusto e lascio discendere e penetrare lentamente in me bevo idealmente Montalcino, mi riempio del suo paesaggio, del suo cielo, della sua aria, della sua gente mai abbastanza conosciuta; di quelle strade tortuose e bellissime che risalgono i versanti della collina come fosse quella del Purgatorio di Dante, ognuno scontandovi la sua quotidiana penitenza nel lavoro di vigna – e, perché no, nelle attività di quello che si potrebbe chiamare “l’indotto”. Ecco che devo chiudere la mia vacanza nella casa avita, nella mia amata Toscana, con la mia famiglia intorno, e viziandomi come un bimbo mi hanno fatto trovare i crostini e gli uccellini, cibi miei di memoria e privilegio; quasi confortini, con la tristezza che mi stringe per la partenza verso l’Inghilterra che mi reclama – chissà quando e come ritornerò.
Allora ci vuole un Brunello, meglio se – voglio dirlo- di un amico. Subito – pronti, via- senza nemmeno lasciarlo riposare come mia abitudine per qualche anno nel mio buio, umido e fresco sottoscala. Lo apro 12 ore prima, ma potevo forse lasciargli ancora più tempo contando che aveva alle spalle un viaggio in auto dalle pendici del Monte Amiata fino alla Valdinievole: sentito precedentemente in cantina, aperto da due giorni, era meravigliosamente assestato. Lui però non mi tradisce, risponde al richiamo del mio animo con quella ricchezza calda e misurata che gli conosco e che e’ la firma, a parer mio, di Sanlorenzo, con un’armonia di assonanze che si richiamano alla vista, all’olfatto, al gusto. E’ bello guardarlo nel calice, rubino trasparente ma scuro, e ritrovare la stessa tonalità al naso, di rimarchevole intensità e soprattutto di complessità già bellissima malgrado sia giovane – solo l’ultima annata in commercio: il suo profumo si dipana tra le viole e le rose, i duroni di Vignola, susine nere calde e mature, more di rovo, mirtilli selvatici, liquerizia, tocchi educatissimi di vaniglia, noce moscata e chiodo di garofano, accenni dolci di pellami e tabacco, corteccia ed una sottile balsamicita’ di macchia, di cipresso, di rovi. La stessa timbrica, avvolgente ma non morbida, dipinta ad olio piuttosto che a tempera, sta nel sorso setoso eppur diretto, che non si compiace di se’, ma con garbo un po’ sornione sa arrivare deciso fino al punto, con un’alta acidità che giunge sul finale a regalare ancora in questa fase la transparenza di un ricordo di spremuta fresca d’uva, bilanciando un corpo pieno, rotondo, con la consistenza di una seta antica, calda, a più strati ed un tannino abbondante ma maturo e ben dissimulato dal frutto, così come l’alcol, che pur nei suoi 15 gradi rimane caldo si’, ma in fondo poco evidente. Il vino e’ così slanciato, incisivo, morbido, bellissimo e già godibile. Questa e’ la sorpresa: assaggiato a febbraio era ancora un po’ ruvido, slegato, a scalini; ora ci sono le stratificazioni ordinate del floreale, del fruttato, dell’evoluto; ora c’è la meravigliosa fusione, come se l’accordarsi di un’orchestra sinfonica si fosse finalmente intonato all’apparire immaginario di un Von Karajan: ed eccolo li’, il suono della Filarmonica di Berlino. Questa la caratteristica ed il bello dell’annata 2009 a Montalcino: vini, nei tanti casi favorevoli, potenti ed eroici come un Brunello deve giustamente essere, ma fin d’ora armonici, da gioirne subito, senza attendere decenni. Poi magari non tutti saranno longevi per decadi intere, ma questo di Sanlorenzo ha di che dar belle soddisfazioni per un po’ di anni, a parer mio. Pertanto spiace sentire in giro che, siccome qualche critico ha decretato sulla base di assaggi verosimilmente concentrati nel tempo e mesi addietro che il 2009 a Montalcino e’ un’annata minore, allora i Brunello 2009 di tanti bravi produttori si vendano con maggior fatica del solito. Eppure si sa che il vino e’ vivo, mobile, beffardo, capriccioso, donna; e che sa cambiare in misura sorprendente! Io -pensa te- di questo me ne son fatta piuttosto una piccola scorta, per il piacere puro di berne qui ed ora senza tanti discorsi; per la gioia di gustare un grande vino; per rivedere ancora, nella mente, il volto di Montalcino – e degli amici che ho laggiù. (30 agosto 2014).
Per saperne di più: http://sanlorenzomontalcino.it

Rosso Fenice Colli Euganei DOC 2009, Tenuta San Basilio, 14,5 gradi .


Ti puoi perdere nella sua tinta quasi purpurea, scura come sangue di bue, pressocche’ impenetrabile: tinta di ricchezza opulenta, senza compromessi, senza incertezze. Puoi deliziarti l’olfatto con pienezza e decisione di aromi, classici di pregevole blend di uve bordolesi: frutti di bosco neri, speziatura fine, liquerizia amara in scaglie fini, tabacco di sigaro cubano, preziosi legni e incensi. Ti puoi appagare il palato col suo sorso pieno, tornito, sensuale, morbido, di stoffa tannica fitta e fine, acido quel tanto che basta per un’ultimo, rinfrescante sorso, prima di una lunghissima scia di sapore. Cosi’ muscoloso, cosi’ ben vestito di uno smoking sartoriale, ne mette certo in fila tanti, anche venissero da Pomerol. Lussuosissimo e intrigante, e’ vino di altissimo rispetto, in abito da sera; pero’, ti interroghi se oltre l’eleganza di tutta quella massa, oltre il piacere sibaritico che procura, davvero si accordi alla mensa con vera distinzione o piuttosto non raccolga su di se’ i riflettori come una diva smagliante sulla Croisette; e se il territorio meraviglioso dei Colli Euganei, cosi’ vocato e potente, che qui esibisce tutta la sua forza battendo deciso un pugno sul tavolo a sparigliare le carte dei valori acquisiti, non parlerebbe più libero in una lingua meno internazionale – seppure così glamour. Cerca, trova la tua risposta con le annate più recenti: il Rosso Fenice lo ritroverai li’ più gentile, più garbato, più fresco, raccolto in una dimensione nuova e purificata, che maggiormente porta la marca di un luogo e di una storia, regalandoci una visione piu’ vera, sfumata ed autenticamente veneta di quell’angolo di paradiso che sono i Colli.

Assaggio e note del 4/1/2012, integrate e riviste l’8/4/2014.
Per saperne di più: http://www.tenutasanbasilio.it/index.html.

Chianti 2009 Az. Agr. Bellavista

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 Si fa presto a dire Chianti! Eppure, i Chianti non sono tutti uguali. Quando apro quello di Bellavista, è sempre un intimo, personalissimo piacere. E’  come l’abbraccio con un vecchio amico, o un caro parente, o – persino, in qualche misura- una antica amante. Quasi è il prototipo del Chianti,  senza denominazione aggiunta (Classico, Rufina, Riserva…):insomma, quello più semplice e beverino; ma, a suo modo, lo trovo eccezionale. Ecco che apro il 2009: oh, non l’ho mica tenuto da conto, è stato qui al caldo del mio sgabuzzino inglese, che confina con il il boiler da 200 litri; ma – la condizione: la sua serbevolezza parla da sola. Lo verso ed il suo profumo ancora vinoso invade la stanza, con foga. “Hold your fire”, trattieni il tuo fuoco, dicono qua; e guardiamone allora prima il colore, che è un bellissimo rubino trasparente, più tenue sull’unghia ai bordi, a un passo, lì, dall’essere granato. Pero’ è luminoso ed ha riflessi preziosi; danza con grazia sensuale nel bicchiere, dipingendo archetti irregolari, che si dispedono in lacrime di passione sulle pareti del vetro. Se lo porto al naso, eccolo intenso al solo avvicinare il calice: caleidoscopio di aromi, dopo quattro anni ancora sorprendentemente giovani, velati da una intrigante stesura di polvere da sparo, ricordo di caccie e di macchie; sotto, netti senti i duroni, le susine rosse e nere, le more, i mirtilli, i lamponi, le bacche di ginepro, le foglie di alloro e le foglie secche dell’autunno, il pepe bianco. Alla bocca apre glicerico, morbido e carezzevole come un sipario di velluto, per poi proseguire saettante come l’entrata di un tenore: perché è forte nel corpo, pure un po’ alcolico, ma sostenuto da un’acidità spiccata, da una marca salina, e dal brivido solleticante di un poco di carbonica ancora dissolta, che gli mettono l’argento vivo in corpo. Succoso -quanto succoso!- e zuccherino all’inizio, piacevolmente amarognolo alla fine,  col suo bel tannino come rena sottile; con la sua persistenza giusta, né troppa né poca, che lo fa compagno del cibo. Ecco che ti parla con prepotenza del territorio di San Miniato, del calore della sua estate ventilata a 120 metri sul livello del mare, del fascino dei suoi inverni. Ecco che ti dice che se ben le coltivi -qui si lavora in biologico- le uve nostre fan meraviglie: canto corale godi qui -amico, amica mia- di sangiovese, canaiolo, malvasia del Chianti; e non c’è davvero bisogno d’altro. Ha rustica eleganza? Sì, come elegante e rustica può essere la facciata di pietra sbozzata di una villa del Quattrocento. Vino per il pasto. Vino per la cena. Ma soprattutto vino per una merenda, con la schiacciata e la finocchiona, con la soppressa e il mallegato, con la pasta avanzata – con quello che c’è,  quando torni a casa stanco da un lungo viaggio lontano, come la fine di un esilio.

per saperne di più: http://www.agriturismobellavista.it/

Douro Riserva 2009, Castelinho, 13,5 gradi

Amico, amica mia, ti dice nulla la parola Douro? Portogallo, la zona dove si produce il Porto: quello a 5 euro e quello a 500. Se lo vedi, e’ un canyon enorme, con scoscese balze da giganti create dal fiume che scorre sinuoso, curvando di continuo a destra e a sinistra, come un rettile tentatore. Così ardite, ripide tortuose, da ricordarmi certi deserti di roccia che ho visto in Giordania. Ma qui, le balze son verdi, perche’ l’uomo con pazienza infinita le ha domate nei secoli, con terrazzi a secco prima e poi coi buldozer; creando linee continue, quasi magiche incisioni di un alfabeto arcano sui fianchi della montagna, che solo il sole le nuvole e le stelle possono davvero leggere. Un monumento alla fatica umana, da mozzare il fiato.  E lì le estati son calde, caldissime; le notti fredde. Come detto, di lì nasce il Porto, ma anche vini secchi di qualità sempre crescente. Questo Douro Reserva DOC di Castelinho, quanta curiosità mi ispira. Lo versi ed è rubino cardinalizio, e visibilmente viscoso, tardo e pigro a formare gli archetti, indolente, come una siesta pomeridiana. I suoi aromi sono caldi di frutta matura e perfino essicata, prugne rosse e nere, albicocche, more di rovo, uva sultanina, con una speziatura delicata di vaniglia e cannella e pepe nero, ed una velatura affumicata, come quando entri in una vecchia cucina dove arde d’inverno un camino acceso i ceppi odorosi. In bocca è di corpo pieno, morbidissimo, avvolgente, vellutato come una stola preziosa, seducente languida carezza al palato; non manca di grazia e non risulta pesante, perchè il tannino è finissimo -non amaricante- e l’acidità lo mantiene vivo; ma essa è tutta così, celata e rinvolta in una stoffa delicata, rotonda. Ma soprattutto è dolce, seppur secco; seppur in contrasto sapido, una nota zuccherina è evidente: all’attacco sulla bocca, nel finale di lunghezza adeguata; nota tentatrice, nota adescatrice. Ed ecco che ci pensi, e ti sembra un Porto secco: perchè il profilo dell’aroma, del sapore, la sua struttura, sono quelle lì: medesima è la sua femminilità ad un tempo consolatrice e seduttrice. Di qui il dilemma: abbinarlo a tavola magari a salumi o goderlo semplicemente fuori pasto – infrangendo quindi una regola aurea?

Per saperne di più: http://www.castelinho-vinhos.com/dourodoc.htm

Shiraz Sicilia IGT 2009, Cantina Settesoli per Enoteca Carlo Cattaneo, 14 gradi.

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Guardalo nel bicchiere, com’è scuro; e come più scuro si fa man man che svuoti la bottiglia, perché non è filtrato. La sua fattura un po’ artigiana si fa sentire; però, che vino! L’avevo bevuto giovane e non mi andava: troppo denso, troppo spremuta concentrata di frutti di bosco. Ma ora! Bada che l’ho aperto e l’ho lasciato respirare -pazientando e pazientando-  qualche ora: lui  voleva una boccata di ossigeno, per levarsi di dosso un po’ di fastidiosa riduzione. Guarda ora come si è decantato, guarda come trova una sua trasparenza espressiva, una sua sonorita’ più sfumata e più centrata. Sì perché è rubino, ma già qualche ruga al bordo la mostra; ma che intriga, appassiona. All’olfatto: è selvatico, e ti piace, perché è vero, non ha quel che di zuccheroso, caramellato, di altri vini più tecnici e precisi. Qui c’è sostanza di terra e di sole, sostanza di Sicilia. L’aroma è quasi violento, sensuale, di semplicità e di forza primitiva: distintamente mirtillo, in modo materico te lo senti davanti, turgido; e la mora, nera scura succosa. Altre note sono marine, vegetali: assi di legno bagnate dall’acqua di mare, abbandonate per anni un una cala, al limitare del molo e degli scogli. Alla fine – solo alla fine- una spolverata di pepe nero, sigla dell’uva syrah. In bocca, croccante, è ancora il mirtillo che domina, e quasi ti sembra di spezzarne tra i denti la buccia con uno schiocco sonoro e sentirne fuoriuscire l’essenza acida e dolce. Ma senti nella tua bocca il tannino dominante, deciso eppur rotondo, maturo; senti l’acidità decisa, ma non fastidiosa, che è il segno della sua forza e ne tempra l’alcolicità. Il suo gran corpo, la pienezza del suo sapore, la sua lunghezza che sa chiudere dolce di cocomero, amara di arancia ad integrare il mirtillo; ed a lungo la sensazione permane. Vuole, io dico, piatti saporiti; ma per una volta, amico, amica mia, ti puoi fidare: sta bene anche da solo e mai sarà una beva scontata. Fosse donna? Non certo una damina ben pettinata da discoteca; ma jeans e maglietta, intensa sullo sfondo del mare, arruffata dal vento, intenta a salvare i delfini.

Per saperne di più: http://www.enotecacattaneo.it/

Chianti Classico 2007 Le Stinche Castello di Lamole. 13 gradi.

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Pochi luoghi hanno l’incanto di Lamole. Ci arrivi risalendo da Greve, lasciandoti alle spalle la piazza dai portici belli, il fondovalle, il torrente. E poi sali su’, la stradetta con le curve, cipressi, le siepi, gli orti, le vecchie case di pietra, su’ su’ fino al silenzio della piazzetta, dove far vagolare lo sguardo nell’infinito dei colli. 500, 600, 700 metri, fino a pascoli verdi e rocce. Ma soprattutto, le vigne: inerpicate, verticali, spesso coi muretti a secco come in Valtellina e nelle Cinque Terre. Se ci vai in primavera, son piene dei profumi di fiori di campo. Tutti li ritrovo in questo meraviglioso Chianti Classico, dal color rubino quasi scarico, di riflessi luminosi di una mattinata tersa, che danza nel bicchiere con la grazia gentile di un sorriso, l’innocenza di un fanciullo, un petalo di rose. I suoi aromi fragranti son quasi da vino di montagna e ci raccontano una storia novella del sangiovese, della bellezza che regala in queste terre povere e sassose, colline di alta quota. Ce la racconta nell’intensità decisa e garbata, anodina, di un cesto di ciliegie; della freschezza di un ribes rosso; nel colore delle violette su un uscio, degli iris ondeggianti al vento; di una speziatura sottilissima di pepe, di salvia e rosmarino; in una iodatura che è un lontano ricordo marino, perduto nella memoria della terra. Perfino, tardo e a sfumare, come una brezza sottile, mirtilli. Ma se si potesse dire, allora il suo aroma sarebbe la luce, chiara e fresca del mattino; che ritrovo nel sorso, tanto saporito -saporitissimo!- quanto leggero eppur consistente -eccome!- di acidità vividissima ma dolce, che solletica il palato e da’ gioia, richiamando nuovi e nuovi sorsi; nel tannino finissimo, della consistenza di una carta leggera da origami; nell’alcool misuratissimo; in una persistenza lunga, ricca, ma non ingombrante, gastronomica nello sposare la tavola. La sua voce e’ luce, bellezza, grazia: quella dell’arte del Rinascimento Toscano, essenziale, interiore, tutta in sottrazione. Un Chianti Classico eccellente, paradigmatico, che non ho remora alcuna ad accostare, per qualità e stile, ad uno Chambolle-Musigny borgognone: ma con più grinta, con quella sigla di eleganza intensamente sottile che è solo del sangiovese; e, proprio come fosse pinot nero, bevilo – amico, amica che mi leggi – fresco: non oltre i 18 gradi.

Per saperne di più: http://www.fattoriadilamole.it/

Arvore Grechetto dell’Umbria IGT 2009, Zanchi.

La porta rinascimentale di Amelia baciata dal sole; il poggio silenzioso e verde di Zanchi, coperto di viti, nell’aria fresca di un tardo pomeriggio di luglio; sono fra gli ultimi ricordi visivi, auditivi, sensoriali, che mi son portato dietro con me, lontano, dall’Italia. Li ripenso oggi aprendo questa bottiglia di grechetto, sfilando il bel tappo di sughero intero: una cura rara per un bianco così, che a 7 euro te lo compri in enoteca – e tantopiù l’apprezzo. E’ il grechetto un’uva nostra bianca autoctona, che viene forse dalla Magna Grecia. E’ parente del Greco di Tufo, dove ha fama, e del Bolognese beverin Pignoletto. Eppure, chi punterebbe su di lei le carte? Zanchi lo fa, nei misconosciuti Colli Amerini. E io mi aspetto il solito bianco dell’Italia centrale: di bella bocca rilassata, d’aroma contenuto, vagamente fruttato e floreale; ma mi inganno! Stolto che sono: verso questo 2009 nel bicchiere (quattro anni!) e riluce bel calice pieno, limone , rotondo, perfetto, caratteriale: paglierino si’, ma di paglia bionda nel campo, i covoni del mezz’agosto. Ma poi, la rivelazione l’ho al naso: che,  potente,   rilascia idrocarburo,  gomma, pietre di fiume e di mare bagnate dal sole. Sotto, sì, trovi un caldo agrume (cedro, pompelmo, chinotto); sì, c’è ancora bella la frutta a polpa bianca (susine verdi) e le erbe (delicata, fuggevole come un sirventese, la salvia); ma è quell’idrocarburo che vince e ritorna deciso, sovrano, alla bocca,  come nemmeno in un Riesling tedesco della Mosella dopo 10 anni. E se di quello non ha l’acidità vivissima, nè uno stizzicante residuo zuccherino (secco è invece, sapido) pure non è statico; ed in più ha un corpo pieno, benvenuto, sensuale: quasi svelando un erotismo austero, contenuto, perfino ruvido; ma femminile, mediterraneo, accogliente, in levare piuttosto che in battere; e perciò ancora più potente, ancora più intrigante. Coi suoi 12.5 gradi, soddisfa e non stanca; riempie la bocca, ma non la invade; puro del sapor dell’uva, senza sovrapposizioni ed orpelli; di congrua persistenza, di grande intensità. Così, bevuto giovane, non era, e valeva dunque la pena aspettarlo, la sorpresa figlia legittima dell’attesa. Meraviglia, anche questa, della nostra bella e disgraziata Italia, che un istante di gioia ci regala in queste ore cupe. Te lo dico su preparazioni di pesce di mare e di fiume, sui crostacei, nella lor nuda bontà; pure su primi semplici e delicati, come i vermicelli al cacio di zucchine e pepe: dove il posto del pecorino romano  e’ qui preso dalla zucchina grattugiata, saltata nell’olio, in cui avrai imbiondito – complice una padella pesante di ghisa- qualche spicchio d’aglio nostrale; e poi abbonda – caro amico, amica mia- con il pepe a mulinello.

Ribera del Duero Tinto Crianza 2009, Tinto Pesquera

Chi ha incontrato Alejandro Fernandez laggiù, nella sua terra Ribera del Duero, rende testimonianza di un personaggio carimatico, forte a dispetto dell’età avanzata, amoroso del suo territorio e dei suoi vini; che, per lui, della terra devono parlare, la terra devono cantare. Prendiamo il suo Crianza, il più giovane dei suoi vini: la bellezza di un purissimo Tempranillo, la più classica delle uve spagnole, qui libera, senza filtri e filtrazione, nel rispetto della tradizione: invecchiato sì a lungo nei legni -e lo senti- ma senza coprire o alterare, ma arricchendo di nuove dimensioni un giovanile ardore di frutta, dell’uva che matura a ottobre alle quote notevoli delle coste che guardano al fiume Duero: anche 850 metri. E di lì il suo carattere: l’aria tersa gli dà il rubino splendente, intenso, colorato, luminoso, in cui perdere lo sguardo per la sua sensuale malìa, già mentre gorgogliando scivola languido nel bicchiere, con sensuali movenze. All’olfatto è ritroso, invitando a cercarlo, ad inseguirlo, femmineo: a te la costanza e l’intenzione, per scoprirne il nitido mirtillo, e le soffuse note minerali, ematiche, grafitiche, e di terra bagnata. Portalo poi alla bocca e sorprenditi della sua freschezza, continua come vento di tramontana, che spinge sul palato e ricorda certi Chianti Classico d’antan: ancora, è l’aria delle alture che parla, son le notti agostane quando la temperatura balza da 35 a 12 gradi. Eppoi senti il tannino gentile, presente ma sottile come cipria, che ti parla del suolo calcareo. E tutta l’intensità di sapore -frutto e fiore:mora, mirtillo, prugna, rose rosse, nontiscordardime, violette, iris- che ti svela nella bocca il suo corpo avvolgente, passante: termine forse desueto, ma che indica quel vino raro “non ruvido, flessibile, che non urta il palato”. Ci parla della Spagna più bella e solare con una eleganza diretta, non affettata; e, come una donna, è questo un vino che va preso e compreso. Per me va sulla pasta, sull’agnello alla griglia, o su un nobile affettato: pata negra o jamon iberico.