Chianti Classico Castello della Paneretta 2008 , 13,5 gradi.

Per giungere al Castello della Paneretta devi percorrere il fascino sottile dei grandi balzi delle colline di Barberino Val d’Elsa e di Tavernelle Val di Pesa, così vicine a Firenze e prossime quasi alla superstrada, eppure a loro modo stringenti, selvagge, boschive, che ti si aprono improvvise più d’intorno che davanti agli occhi, perche’ te le senti addosso; d’autunno, con la loro silenziosa malinconia. E’ vero: non sono parte di quel territorio storico formato dall’antica Lega del Chianti, ma fin dagli Anni Trenta rientrano nella zona di produzione classica e per loro parlano i vini: su quei poggi puoi trovare alcune delle più celebrate fattorie toscane. Poi, quando giungi al Castello, se non e’ epoca di turisti ma sei raccolto con te stesso, ecco che puoi pensare d’improvviso alle fiabe che ti narravano da bambino, di manieri fatati e ville dalle cento stanze, dagli specchi magici e dai passaggi segreti ed oscuri che portavano al baratro, o alla salvezza o a un tesoro. In effetti, la mole massiccia ed elegante del Castello dalle le torri cilindriche un tesoro lo contiene, che contende l’attenzione alle statue ridenti del giardino e ai sontuosi affreschi: vini  raffinati, sussurrati, di impronta tradizionale, di sangiovese e canaiolo, varietà qui difese strenuamente. Che poi sia una famiglia di origini non toscane a tener dritta la barra del timone e non abbia ceduto alla sirena delle varietà internazionali nemmeno quando la moda lo richiedeva a gran voce deve far pensare.
Questo 2008 e’ un Chianti Classico delicato, fine nel senso ottocentesco, da arrosto. Ti attrae subito come un sorriso di fanciulla, di Madonnina quattrocentesca col suo bel rubino trasparente, ricco di lacrime cristalline e scintillanti ed un aroma fresco, di bella intensità, floreale di viole e di rose, e poi di ciliegie sotto spirito e lamponi, accennando a more selvatiche cenni, menta di campo e te’ e alloro, con una coda complessa e sottovoce, delicatamente balsamica di eucalipto, leggermente fume’ e con ritorni di terra bagnata. Sotto, tutto si impernia su un’anima ferrosa, minerale, seria e composta che ritorna intatta ed innervante anche all’assaggio. Sorseggialo e ne godrai il piacevolissimo equilibrio del corpo sospeso perfettamente tra pienezza ed agilità, lo diresti un peso medio paragonato a tanti vini più pretenziosi; però il senso dello scatto vela una struttura ben salda, ricca di acidità e con tannino abbondante ma di grana minuta e matura, con una beva saporita ma mai gridata, con un attacco ampio che poi prosegue e si svolge deciso, teso, nervoso ma al contempo solenne, irradiante, gentile, lungo. L’avevo assaggiato all’epoca dell’acquisto in cantina ed era diverso, e’ chiaro: allora cristallino e lucente come uno specchio, con proporzioni assolutamente perfette, pertanto fors’anche più impressionante. Oggi, invece, e’ come in muta tra spontaneità giovanile e profondità dell’invecchiamento, serpente piumato che cambia pelle per svelare un volto nuovo, verso svolte imprevedibili nel suo mutare. La vita e’ tutta un mutamento – lo sai, amico, amica che mi leggi: questo vino ha la grandezza di narrarti in divenire la sua fiaba.

Alsace Gewurtztraminer Heimbourg 2008, Domaine Zind Humbrecht, 14 gradi.

La sera che sono diventato appassionato di vino ( se si vuole che un un momento preciso vada fissato nella memoria come un’ora fatale, o più umilmente come il limitare di una soglia) erano in tavola i Gewurtztraminer alsaziani, era in tavola Zind Humbrecht. La prima volta che andavo a una degustazione, la prima volta che bevevo bianchi francesi, la prima volta che bevevo Gewurtztraminer, la prima volta che sentivo la parola “biodinamica”; ed alla luce fioca delle lampade che illuminavano una vastissima sala seminterrata di un ristorante di Monza mi sembrava che si aprisse un mondo nuovo: quei profumi mai nemmeno immaginati, che un poco mi stordivano ed un poco accendevano la mia immaginazione; facendola bruciare, facendola volare. Vini bianchi, si’, da pasto; ma di un grado alcolico alto o altissimo; che non sapevo definire se se secchi o dolci; ma erano qualcosa li’ nel mezzo, indefinibile ed ammaliante. Gusti di purezza e potenza per me inaudita. Il loro ricordo che mi accompagnò fino a casa e poi il giorno seguente, che sembrava infinitamente lungo, per smaltire quei sette benedetti bicchieri dopo i quali mi ero arreso. Da allora -forse per una sorta di inprinting, non saprei dire- mi e’ rimasto un amore particolare per i vini alsaziani e soprattutto, tra quanti ne conosco, per quelli di Zind Humbrecht: produttore serissimo, che adotta rese di uva per ettaro estremamente contenute (un terzo o anche meno rispetto a massimi previsti dalle nostre denominazioni italiane più blasonate); attento all’impiego di pratiche naturali e se vogliamo antiche, promotore della valorizzazione delle singole parcelle di vigna, perché esprimano la loro unicita’ nel vino. Heimbourg e’ appunto un Cru : una collina del villaggio di Turkenheim ripida, calcarea, ben esposta, bellissima e difficile da lavorare, al punto che dopo la Prima Guerra Mondiale fu abbandonata e l’erba alta avvolse terrazze e filari. Poi vennero a recuperarla gli Humbrecht. Ed eccolo nel calice, lui, oro tenue: più tinta di riflessi eterei che effettivo colore. Ecco il suo profumo, intenso, caldo, che commuove perché ha la stessa dolce carezza della madre a un bambino: la rosa, il lichi, ossia i classici aromi dei vini da uva gewurtztraminer; ma qui è il loro tono a far la differenza, il loro amalgama; la maniera con la quale cantano direi: con voce piena si’, ma morbida e sussurrata, in levita’ e calore più che di forza e svettando. Ecco: la speziatura non è pungente, ma un ricordo di paesi lontani, sentita più nell’aria come olezzo di fiori e di piante portato dal vento; e la cannella,la noce moscata trasmutano in toni vegetali. Di foresta? Manno’, che dico: è nota più calda e viva, ne senti il traspirare, ne senti il fiato caldo: la pelle dell’amata, dopo aver fatto l’amore. In bocca lo senti e lo trattieni : ampio, avvolgente, setoso, ancora che parla parole di amore: non la passione della conquista, non l’eccitazione, ma il lento declinare, l’oblio dell’appagamento. È ricco di sapore, nel quale ti compiaci; conserva – a dispetto dei suoi sette anni- la freschezza di una vena acida e di roccia, che ne innerva le forme rotonde di un corpo ampio, laddove potrebbe anche stuccarti: e invece no, mai non te ne basta, ancora ne vorresti. Sta sul filo pericoloso di un equilibrio quasi non risolto: salino, certo, ti stuzzica al rimando della beva, ma al contempo dolce come un bacio; come una vendemmia tardiva, con quelle note inconfondibili dell’uva toccata dalla muffa nobile, che ricordano i vini alla maniera del Sauternes. Allora lo vuoi in tavola e lo scopri compagnia preziosa, dal sorriso ammaliante ma appena accennato, seducente e signorile, flessibile sulle vivande: dalle più rustiche alle più raffinate, dove posa il suo sguardo e’ una scintilla – vissuta con passione, vissuta con la flemma.

Late Bottled Vintage Port 2008, W. & J. Graham’s, 2008, 20 gradi.


In Italia non abbiamo grande dimestichezza col Porto:c’è chi lo usa per cucinare pietanze creative o un po’ démodé (sorte questa che lo accomuna ad altri vini fortificati quali il Madeira o il Marsala), e c’è chi ne gode a fine pasto, ma costoro son pochi e i più lo fanno ben di rado. Pensare che in altri Paesi, e’ un culto o un’abitudine: in Francia – e dico Francia!- e’ uno degli aperitivi per eccellenza e se ne consuma in quantità’.
Eppure e’ un vino affascinante e con una storia da raccontare; anzi, un’epopea fatta di coltivazioni della vite eroiche, su terrazze monumentali e ripidissime, di vinificazioni laboriose, di mercanti spregiudicati e audaci. In più e’ declinato in così tanti stili di produzione che si può sempre trovare quello affine al proprio gusto o adatto all’occasione. A me piace molto il Late Bottled Vintage. Qualcuno l’ha definito: “Il Porto dell’uomo contemporaneo” ed in effetti e’ un’invenzione relativamente moderna. Di che si tratta? In sostanza e’ un compromesso tra lo stile più semplice e fruttato (il Ruby), quello più sottile e delicato (il Tawny) e quello più potente, complesso e da invecchiamento (il Vintage). Deve il suo nome curioso ad un fatto tecnico: se il Vintage viene imbottigliato di solito entro un paio d’anni, senza filtrazione (e avrà poi magari bisogno di maturare in bottiglia vent’anni prima di venire servito decantandolo dai depositi), l’LBV (vuoi farti bello? Usa questo acronimo) viene tenuto in vasche da decine di migliaia di litri per sei anni, quindi filtrato e decantato, pronto da bersi, senza ulteriori attese e decanter; e, ciò che non guasta, ad un quarto del prezzo, a compensazione della minore concentrazione. Questo di Graham’s, marchio di punta tra i tanti posseduti dalla famiglia Symington, e’ proprio buono, nel suo color rubino così ricco, profondo e luminoso, che pare raccolga in se tutto il sole che bacia le rive del fiume Douro. Intriga e ammalia col suo aroma ben intenso giovanile di frutta matura (di mirtilli, di more, di prugne e ciliegie nere, di uvetta sultanina) e di mele cotte, unita in equilibrio mirabile ad una speziatura delicata di noce moscata e cannella, e ad aromi più profondi di ombra, di notte, di autunno: il sottobosco, la pelle stagionata; ed un mentolato che sa di guazza delle sere al declinar dell’estate. La malia del suo aroma diventa amorosa carezza e passione al palato, dove un corpo imponente e robusto riesce ad avvolgere delicatamente il tuo gusto, replicando con esattezza i profumi, ma declinati in una carnalità femminile ampia e morbida, intensamente dolce ma non stucchevole, dove i tannini fini e maturi hanno lo schiocco di un bacio, l’acidità sostiene con giustezza la tensione senza aggressività alcuna e persinol’alcool, non trascurabile davvero, procura solo una benvenuta sensazione di calore, come l’amore alla fiamma del camino, senza debordare, terminando in una ricordanza appagante, piacevolmente lunga. Amico, amica che mi leggi, lascia che lui ti prenda per mano: al fine pasto, con un budino a cioccolato, o una mousse, o un gelato; o meglio ancora perché ti sia compagno in solitaria per un godimento serale, che se tu avessi il vizio del fumo sarebbe un sigaro, non una sigaretta; o, se invece sarai in vena di sperimentare, provalo sui formaggi: con un Parmigiano Reggiano maturo, o uno Stilton, come usano gli inglesi, per gusti magari a te nuovi e un po’ spiazzanti, ma in grado di solleticare la curiosità ed accendere la fantasia. Certo con lui entrerai nel mondo del Porto attraversando l’arcata maggiore.

Balaxus 2008, Rosso IGT Toscana, Castello di Potentino, 14,5 gradi.


Andare al Castello di Potentino e’ come entrare in una dimensione che è altra e magica, come se quelle poche svolte di sterrata che lo separano dalla statale che costeggia Seggiano fossero una sorta di impalpabile macchia del tempo, o lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie; e le vigne che ha intorno un rustico giardino dell’Eden, con i loro pampini a coprire morbidamente la vallecola che gli si stringe d’intorno, fremendo appena al sospirar d’un vento. Che si debba ringraziare una famiglia inglese per un restauro perfetto e per preservare con cura rabbiosa questo angolo di pace anche contro venali appetiti edilizi, e’ cosa che va a loro onore ed a scorno dell’Italia tutta. “Ahi serva Italia, di dolore ostello” diremmo con Dante; ma conviene consolarci con i vini che li’ si producono, che replicano perfettamente la situazione umana: con le uve straniere che si affiancano al nostrissimo sangiovese, con una vinificazione di una cura che troviamo rara persino in territori più celebri, e che invece riluce qui in una landa sperduta alle pendici del Monte Amiata, con i monumentali vasi vinari in rovere da 50 ettolitri. Questo Rosso Balaxus e’ un uvaggio di sangiovese ed alicante, quest’ultimo in misura direi prevalente, o comunque si fa sentire: con quella sua certa gentilezza ed avvolgenza sensuale, morbida, alcolica ed un po’ barocca, rabbonisce il sangiovese che dalla sua aggiunge snella eleganza e tridimensionalità, così come nel castello a certe rudi strutture medievali si sovrappongono riccioli e volute Secenteschi. E l’alicante e’ poi la grenache, forse l’uva più diffusa sulle sponde del Mediterraneo, dalla Spagna alla Francia alla Sardegna e via via. Allora, nel calice, il vino rosso rubino di media trasparenza ondeggerà mollemente, un poco lascivo, col languore di certe donne brune, lasciando sul vetro fittissime lacrime assai lente a scorrere, con un aroma pronunciato e solare di liquerizia, di fragola , di alloro, di ciliegia, di menta , di ginepro, di mora, di mirtillo, cera e incensi, in un alternarsi chiaroscurale di luce ed ombra, ma che digradano l’una nell’altra senza contrasti eccessivi, come nel primo mattino o nel tardo meriggiare; e c’è su tutto un ricordo come ferro antico, primigenio, minerale, quasi di lance e armature rimaste sospese in qualche pertugio tra i cancelli del tempo. In bocca e’ di buon corpo, molto scorrevole e armonico; morbido ma elegante, viscoso ma non grasso, saporito, ben lungo, di fine stoffa tannica ed acidità vivida ma gentilmente integrata, forse appena un po’ alcolico. Apparentemente svagato e invece complesso, un po’ eccentrico forse, ma con stile, ecco che svela come una terra appartata, lasciata ai margini dallo scorrere della storia, se coltivata con passione e rispetto possa aprirsi alla contemporaneità e al mondo tracciando una retta tra passato e futuro come la scia di una stella cometa a San Lorenzo. Poi, tutto quel l’alicante in evidenza potrà anche restare sospetto a chi ama i vini Toscani tradizionali, così tutti d’un pezzo, ma il mondo e’ bello perché vario. Io ne ho goduto su un pollo arrosto ed i fagiolini di Sant’Anna in umido, o come si dice volgarmente in Valdinievole “le stringhe”, ricordo struggente dei pranzi che facevano d’estate i miei nonni, la famiglia tutta riunita a tavola; ed era sempre una festa, con il vino rosso di pianura leggero ed acidino spillato dalla damigiana, tanto diverso da questo. (16 agosto 2014)

Chassagne Montrachet 1er Cru “Morgeot” 2008, Gagnard Delagrange, 13 gradi.


Si può essere snob su tante cose, ma non sui bianchi di Borgogna: la fusione di forza, finezza, complessità, grazia, facilità e piacevolezza che lo Chardonnay vi sa esprimere ha davvero pochi uguali (si può dire – senza lesa maestà- che i rossi locali hanno più concorrenza?). Si prenda questo bel vino di Gagnard Delagrange (un vero e proprio clan: Gagnard e’ in Borgogna cognome frequente come Conterno o Mascarello nelle Langhe). Viene dal comune più meridionale della Cote de Beaune, dalla vigna Morgeot, quasi più famosa per i rossi che per i bianchi: anzi, solo dopo gli attacchi mortali della fillossera si è cominciato a impiantarvi in quantità uve bianche e più che altro perché lo chiedeva il mercato. Bene: in quel suo ancor giovanile color limone piuttosto tenue, dove ancora trovi accenti verdolini di giovinezza e che ondeggia magro nel tuo calice senza lasciare archetti, trovi una straordinaria energia: tensione e struttura per una beva indiavolata, che quasi nemmeno sospetteresti in uno Chardonnay di 6 anni. Certo, immergendovi il naso nei suoi aromi e’ tutto al posto giusto: non prevaricano, ma son ben presenti, alternando agrumi maturi ma freschi (i limoni, mi ricordo, di Amalfi: enormi, golosi al solo vedersi, con le foglie appuntite, così aromatiche), le susine verdi, tocchi di pesca e di frutta tropicale, accennati appena con grazia infinita (ecco la banana, l’ananasso, il mango); e, com’è tradizione, il vino passa legno piccolo e malolattica, ma le note che ne derivano, di vaniglia e di burro, le troverai solo con la ricerca, ben integrate, nascoste, per lasciar parlare l’uva nella sua splendida nudità, nel declinarsi un poco alla nocciola segnando il principio di un virtuoso invecchiamento. Ed ecco che allora sul palato li ritroverai codesti aromi, ma sarà il suo sorso a conquistarti per l’alta acidità ficcante, per una salinità che parla di terra, quasi a formare la struttura di un vino rosso, per un’intensità concentrata e decisa nel suo essere non muscolare, ma nervosa, per una persistenza, questa si’, lunga e che non si spenge, ma giocata su toni dolci, come a ravvivare un amoroso ricordo. L’ho goduto su un morbido risotto bianco ravvivato da un tocco sottile di maggiorana, ma più ancora su un piatto di delicatezza francescana: patate, carote e cipolla bollite, condite con l’olio extravergine di Poggio Antico, Montalcino. Puoi berlo ora, amico, amica mia; ma se mi dai retta tienine da conto per qualche anno: ha il tempo dalla sua.

Pinot Bianco Vorberg Riserva 2008, Cantina Terlano, 13,5 gradi.


Ho girato a lungo l’Italia, per lavoro, dalle Alpi alla Sicilia, riempiendomi gli occhi dei paesaggi e dei visi della gente; le coste, il mare, le valli, le colline, le montagne, la struggente bellezza che porto con me. Le pietre e la terra e le mani caparbie che nei secoli le hanno modellate, creandone arte. Bolzano e l’Alto Adige, dove già senti la cultura latina fondersi con quella tedesca, hanno quella dolcezza malinconica delle terre di confine, destinate a restare eternamente sospese in una dimensione tutta loro, come avvolte in un impalpabile guscio avvolgente, quasi la realtà che si agita intorno ad esse non potesse alterarne l’essenza. Bevo questo Pinot Bianco a sei anni dalla vendemmia, in un età che per molti vini e’ già di decadenza. Dodici vignaioli traggono l’uva tra i 350 e i 900 metri di quota dalle piante più vecchie, allevate in pergole sulle terrazze vertiginose di Vorberg, strappate al bosco come una cascata verde, formando gallerie vegetali che diresti di giardino barocco; qui però non sussurri ed amori nascondono, ma il perpetuarsi del lavoro faticoso e cocciuto di gesti senza tempo che le macchine non possono sostituire; e quel suolo ripido, sabbia e ciottoli che nascono dalle dure rocce porfiriche, esposto a mezzogiorno, e’ uno tra i cru che incoronano il villaggio di Terlano e dovrebbero renderne il nome famoso nel mondo, come il borgognone Montrachet sta a Puligny. Riluce nel calice carico giallo limone, quasi raccogliesse i trecento giorni di sole abbagliante delle alte quote, lacrimando archetti irregolari e lenti come neve che al sole si scioglie e percola. Già solo al riguardarlo suggerisce forza e concentrazione superiori, ricche ma severamente controllate. Sguardo, olfatto, gusto: dall’uno all’altro trascolora naturalmente, quasi sostanziasse manifestazioni diverse di una stessa energia. Ecco allora che l’aroma intenso e complesso si svolge in rimandi continui e concentrici, ogni esalazione come un sasso gettato in un lago crea ed espande le sue onde: ed avrai il melone, la pesca, la mela e la pera gialle, le arance sanguinelle, cedro e bergamotto, tutti frutti al limitare dell’estrema maturazione; poi la cotognata, le albicocche secche, mandorle e nocciole; uno spunto appena di petrolio, quasi da Riesling, e di formaggio blu piccante, e di erbe aromatiche essiccate in trito minuto; ricordi muschiati e di corteccia di abete che si aggrappano ad una mineralita’ di pietre stillanti; ma tutto con estrema sussurrata discrezione, al punto che ti è impossibile indovinarne l’affinamento prolungato in vecchie botti grandi, perché non trovi sentore alcuno del legno: forse, lontanissime come una voce attraverso i millenni, leggerissime velature fume’ ed una polvere appena di vaniglia. Al sorso poi esprime tutta la sua energia, ma nella morbidezza tattile di seta, cashmire, velluto, secondo il settore in cui ti sfiori la lingua, al punto che l’acidità viene riassorbita in una dimensione sferica, sensualmente cremosa, piena e salina, seppur dotata di un residuo zuccherino importante per un vino secco, in un susseguirsi di freschezza ed avvolgenza, con rimandi a ciò che avevi percepito nelle nari, ma virando ancor più verso gli agrumi, a sostenerne la beva con la spinta della freschezza. Energia gentile la sua, dominio di un corpo ampio ma femmineo, così ricco e -verrebbe da dire- mediterraneo, che non ho esitato a sposare con una portata di mezzi rigatoni a cacio e pepe. Quanto goloso il suo attacco, tanto rimani triste tu al dissolversi del suo gusto: non e’ lunga abbastanza la sua persistenza o troppo grande e’ il tuo desio? Finisce in fretta questa bottiglia, eppur tu ancora ne vorresti per meditare comodamente accoccolato, o per giocarvi gli abbinamenti più diversi: saporite impepate di cozze, ricchi primi di scoglio, pescato nobile, ma anche carni e pietanze varie dove una speziatura di zafferano giochi la sua parte. Oppure, ancora, vorresti non averlo stappato perché il tempo, e’ sicuro, sta dalla sua: se vai a Terlano ne troverai bottiglie di trenta, quarant’anni perfettamente evolute. Rimane nel calice vuoto la gioia di una certezza, di un valore saldo che rimane, di un vino che è nasce sulle Alpi, ma guarda al calore del sud. Allora la Cantina di Terlano, che opera dal 1893 resistendo a due guerre mondiali -quasi che la durezza delle rocce di porfido vulcanico si fosse trasfusa negli spiriti di questi viticoltori- e le terrazze del Vorberg mi appaiono stasera come le colonne d’Ercole che serrano sicure, immutabili, la Patria mia tradita. Tu, se m’ascolti, non lo mortificare: godilo non troppo freddo, in calici ampi.

Curtis in Lama Rose’, Fiorini dal 1919, lotto L08 147 , vino spumante di qualità, 12,5 gradi


Che si può dire di uno spumante emiliano? Ora: la terra dello Champagne e’ lontana, ma in Italia abbiamo sonanti i nomi del Trentino, di Franciacorta, del Pavese e l’Emilia e’ piuttosto terra di Malvasie, Ortrughi, Barbere e Lambruschi frizzanti, sovente rustici e beverini. E, certo, chi vuol esser chic di solito beve metodo classico, non spumanti rifermentati in autoclave: Prosecco o Asti, più economici, talvolta purtroppo – nei casi meno fortunati- perfino dozzinali. Tutto quindi congiura contro questo Curtis in Lama di Fiorini, azienda artigiana attiva dal 1919 a Ganaceto, dalle parti di Modena. Però qui nel mio calice stasera c’è di che ricredersi: perché questa bottiglia ormai annosa -un lotto del 2008 che comperai anni addietro alla cantina in una fredda, uggiosa mattina
dicembrina- dispiega un fascino arcano, antico, seducente, che ha la grazia sottile delle cose più belle e vere. Non sarebbe da invecchiamento, ma lo ritrovo dopo quasi sei anni ancora così vivo, così comunicativo, da sorprendermi e lasciarmi di stucco. Dolcissimo a vedersi, di un color salmone molto carico che già prelude al sangue di bue, ma trasparente e luminoso; con un perlage di bolle così fitte, sottili e stupefacenti in persistenza, che le preferisco a quelle di tanti metodo classico: saranno magari un po’ più disordinate e rustiche, ma sono così umane, così vitali. Dentro ci trovi per lo più lambrusco ed un tocco di pinot nero. All’olfatto i duroni di Vignola e le fragole ben mature, grosse, succose e zuccherine, si sovrappongono a più vinosi aromi; ma sempre spiccano il mirtillo maturo e le spezie: polvere di liquerizia come un ricordo d’oriente, uno splendore bizantino penetrato chissà come dalle rive di levante e poi giunto nell’interno della valle Padana. E c’è pure, in questa fase lunga di evoluzione, un sentore di frutta secca tostata, di crosta di pane, di carciofi alla giudea, che viene per una volta dall’invecchiamento e non da altri giochi di cantina. In bocca e’ teso, va dritto allo scopo di dare piacere: senza flettere o dispensare dolcezze, appena cremoso ma soprattutto stuzzicante in virtù delle bolle, ha dalla sua una grinta da vendere , cominciando dalla forte spinta acida e più ancora da una potenza salina senza pari, che sembra di vedere discendere dalle zolle stesse della terra, nere e farinose; e certe sue note tostate e caramellate servono solo ad aggiungere complessità ad un profilo che è invece piuttosto minerale e quasi austero, senza mai però arrivare a velarlo o appesantirlo. Lungo nel sapore, ha una purezza e una così spiccata beva che un sorso tira l’altro, con un crescendo adamantino. Spumante eccellete e versatile, sa trovare il suo spazio con i tradizionali antipasti di terra locali, ma anche su robuste preparazioni di pesce; sa essere a suo agio con formaggi vaccini di media e lunga stagionatura, con le pizze e perfino con le cucine orientali. Io però vorrei tanto assaggiarlo su una indimenticabile, morbidissima oca arrosto che gustai tantissimi anni addietro – veramente millanta- alla Trattoria Vernizzi di Frescarolo, nei miei ricordi ormai sbiaditi minuscola rasserenante frazioncina di Busseto, non lontana da le Roncole, circondata dai campi; e la memoria di quel verde e di quei cieli azzurri si confonde struggente in questo calice rosato.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com

Cerasuolo di Vittoria Classico 2008, Az. Agr. COS, 13 gradi.

6/10/2013 Il cliché del vino siciliano moderno e’ quello di un vino mediterraneo, solare, fruttato; in definitiva, semplice e immediato. E quante volte capita di berne così: Cabernet, Merlot e Neri d’avola, con poco riferimento territoriale, dimentichi della specificità che ogni singolo luogo porta con se’, come se la storia e la tradizione locale fossero spianate dalla ricerca di un sapore omologato ma bene accetto dal mercato ; così, senza pensieri, senza bisogno di alcun sforzo di comprensione e di immedesimazione: ole’, basta il nome dell’uva; che importa la voce della terra, che esprima la lingua della sua specifica unicità, parcella per parcella? Eppure a cercarla la tradizione c’è, vini che parlano di luoghi dove zolla racconta la sua storia. Questo Cerasuolo di Vittoria dell’Azianda Agricola Cos: 60% nero d’ avola, 40 % frappato; 5 anni e da me conservato senza troppo riguardo. Rubino luminoso e di media profondità, ma con l’unghia che già prelude al granato,  danza morbido nel bicchiere lasciando archetti persistenti di glicole: ma come posso dire la dolcezza amorosa con cui accoglie e avvolge lo sguardo? Con naturalezza, senza accenni di concentrazione; con grazia, senza rusticità alcuna. La poesia degli aromi, complessi e seri, che fanno più pensare ad un vecchio Barolo piemontese che ai vigorosi vini del sud: ma anche questo e’ solo un cliché, come se negassimo alla terra di Sicilia l’evocazione di una nobiltà antica; eppure lì sono i palmenti nei campi assolati, lì le ville e i palazzi ombrosi, senza dover evocare fantasmi di Gattopardi al di la’ dei cancelli del tempo. Goditi dunque con mente libera il “goudron”: quelle note di asfalto, torba, petrolio e solvente che sanno fondersi in un insieme armonioso e sensuale; e più non pensi  a materie chimiche e minerali, ma a voci calde di canti di donna, al poesiare di un mondo antico, dove il  sacro era aroma di incensi bruciati in un braciere. In piu’, ancora, hai la freschezza di una ciliegia, di buccia di pesche calde al sole, di polpa di arance. Storia e mito, presente e passato, territorio e poesia a fondersi in un ventaglio di aromi. Bevilo, fresco e succoso sul palato, ma caldo nel sapore; pieno si’ di gusto e vivido di acidità , ma delicato e rotondo nei tannini fini come cipria, progredendo sul palato infiltrante ed al contempo suadente e carezzevole; chiudendo poi con un bacio squillante, asprigno e appena un po’ amaro, che pulisce la bocca, mantenendo a lungo vivezza e sapore. Vino finissimo e signorile, nelle sue proporzioni femminee non mi fa rimpianger ne’ Bordeax ne’ la Borgogna, perché leva qui la terra di Vittoria un canto di zolla inimitabile e unico, mediterraneo, ma non sguaiato; piuttosto, con l’ombra di una decadenza, lo struggersi di una bellezza. Godine, come ho fatto io, su una pasta al sugo: per me,oggi, garganelle al ragù bianco di coniglio.

per saperne di più: http://www.cosvittoria.it/

Puligny Montrachet Premier Cru Les Folatieres 2008, Jean Luis Chavy, 13,5 gradi.

Che la Borgogna sia patria di grandi bianchi è cosa nota e risaputa: vaddasé che vivrai l’apertura di ogni bottiglia come un’epifania, specie se si tratta di un Premier Cru. Les Folatieres, in quel di  Puligny-Montrachet: poco meno di 18 ettari nella capitale mondiale del vino bianco, se ce n’è una. Qui – ça va sans dire- lo Chardonnay “dominat et imperat”: vitigno internazionale per eccellenza, è l’autoctono di casa, fin dal tempo dei Romani; lo immagini -nello spasmo dell’attesa- il modello perfetto, quasi un David liquido anziché marmoreo. E cavato il  tappo (lunghissimo sughero compatto, e tanto di cappello ai francesi che nella confezione ci san proprio fare), al solo accostar del naso alla bottiglia non puoi che lasciarti scappare un’esclamazione di gioia e piacere, tanto è ampio e complesso l’aroma che ti invade le nari e la mente di soddisfazione. Se lo versi, suvvia: non si resta insensibili a quel paglierino non troppo carico, ma con sfumature da dar quasi sull’oro; però -aspetta- si ferma, di un sol passo, appen prima. Puoi tu resistere ad odorarlo, adorarlo ancora, e piuttosto vibrarlo nel calice, per vederne gli archetti? Fitti sì, ma evanescenti, da vino più magro e scattante che altro.  Sia: non si può attender oltre a tuffarvi il naso, abbandonandosi al piacere, che si fa più intenso con i minuti e con l’ossigeno, in un romantico abbandono. Epperò, qui si istilla il dubbio, se appena un poco di spirito critico sai mantenere. Perché, vedi, senza tanto intorno girarci, è il legno che domina: vaniglia e cocco, dolcissime e meravigliose, ma che si sovrappongono senza ancor trovare vera integrazione ad agrumi freschi e possenti (limone e cedro su tutti, sfumando appena nel chinotto); a frutta tropicale (ananas, sì; banana anche, ma in forma di glorioso, goloso gelato); a orlature di sambuca biancospino; a un certo piccantino di peperoni verdi, più deciso al salir della temperatura; ed, appena, a un che di latteo: burro fresco e più ancora yoghurt. In bocca apre corposo, quasi carnoso, con suplesse nobiliare; continua salato, chiamando altra beva; poi chiude piccante ed altamente acido, solleticando il palato, quasi scherzosamente ribelle, a ribadire la sua originalità; con intensità vibrante di gusto, lunga; ed un retronasale di perfetta rispondenza con le sensazioni precedenti, non fosse per un nonsoché aggiuntivo di candito, che ha il sapore di un ultimo, compiacente regalo; ma senza alcuna pesantezza, stupendo alla luce dei suoi 5 anni. Vino omogeneo, quello no; non è nella rotonda armonia che hai da coglierne il privilegio; anzi, pare a tratti vino a due marce, come certi scattanti ciclomotori Garelli d’antan, con i quali ronzavamo le campagne; caldo e fresco insieme, giovine e vecchio. Eppure, non ne puoi negare il fascino: che nasce dai contrasti, da un’opposizione di forze, da un incrociarsi di linee sghembe in un’unica via di fuga, nella tensione di un equilibrio non mai risolta, ma capace di una sua compiutezza statica; quasi fosse una cattedrale gotica, vivida opponendo vetro e roccia, verticali pinnacoli e le spinte possenti degli archi rampanti. E col tempo, è sicuro, sapranno le pietre assestarsi. Abbinamenti: una trota di fiume cotta nel burro; ed in genere preparazioni dove siano attori il burro stesso e le uova. Poi- perché no? – una cotoletta di pollo e finanche  un cordon bleu. Io, amante del rischio, me ne serbo qualche sorso su una fette sottili come ostia di porchetta cotta a legna.

Moulis en Medoc 2008, Chateau Chasse-Spleen , 13 gradi.

6/7/2013 Chateau Chasse-Spleen ha una storia antica ed un nome curioso: per le sue origini bisogna risalire al 1720, in pieno Illuminismo; ma per il nome c’è una storia romantica. Pare infatti che Lord Byron, in viaggio verso il sud Europa e trovandosi in difficoltà, venisse ospitato dalla famiglia proprietaria dello Chateau, che gli offrì del vino. Questi lo gradì, dicendo che “cacciava lo spleen”, ovvero la malinconia e la noia di vivere. Ora io ce l’ho nel mio bicchiere e…chissà? Chateau Chassé-Spleen è tenuta non piccola (e delle grandi cantine diffido), e siamo a Moulis en Medòc: certo, Margaux è li’ a due passi, tuttavia Moulis non è un villaggio decantanto, non riempie col suo nome la bocca di chi cerca non il vino nella bottiglia, ma lo status sociale sull’etichetta. Io curioso lo verso; lui scende nel calice ampio svelandosi rosso rubino, bellissimo e giovanile, trasparente, con riflessi ancora purpurei, modulando archetti capricciosi sul vetro, frastagliati. L’aroma è intenso, appassionante, serio,seducente, femminile; tutto quel che ti aspetti da un grande di Bordeaux: nitidissime la noce di cocco e la vaniglia; poi la frutta freschissima e matura: la nera (mirtilli, more, prugne), ma soprattutto la rossa: ciliegia, lampone ed una sorprendente, vivida,  intensissima appena lo apri, fragola carnosa, concreta, rinfrescante. Su tutto,  una nobile velatura di cera d’api, a creare una distanza, un cannocchiale prospettico che ne evidenzia l’armonia,  l’emergere incantato delle torri di un castello dalle nebbie. Un aroma il suo  -si diceva- serio, composto; ma che attraverso le nari ti stuzzica, ti invita alla beva. Che si fa desiderio insopprimibile e gioiosa sorpresa: perché sulla bocca subito guizza leggero, danzando sulla lingua come una ballerina col tutù, pervadendo gioioso il palato e il cavo orale come la risata di Bacco; perché il corpo c’è, ma non è prevaricante; anzi  è scorrevole, passante, delicato, vivo, carezzevole e scherzoso. L’acidità è luminosa, ma non ti abbaglia; il tannino c’è -eccome- ma ha la consistenza di una cipria; e il suo sapore è più irradiante che avvolgente, è leggero e soave, senza pesantezze. Fosse una persona, sarebbe di quelle che sulle prime sembrano tanto austere, ma che in fretta scopri divertenti e giocose. Qui è la sua eccellenza: la sorpresa impagabile di un Bordeaux del Medòc vero (infatti tanto cabernet e un po’ di merlot e di petit verdot), ma bevibile, invitante, non monumentale, finalmente col volto sorridente e umano, che si presenta a braccia aperte; quasi, verrebbe fatto di pensare, un Bordeaux quotidiano. Non c’è che dire: il buon vecchio Byron, ne capiva! Perfetto sulle carni, l’ho gustato con piacere estremo su una zuppa di cipolle alla maniera antica toscana: senza il formaggio. Ha una bella vita davanti a sé; ma come resistere, e non berlo ora?