Le Difese 2008, IGT Toscana, Tenuta San Guido, 14 gradi.

Forse oggi l’incanto un po’ si perde col turismo che preme: c’è quello balneare sulle spiagge della costa, sabbiose e dorate, alla distanza di un volo di rondine o di pipistrello la sera, appena oltre le lande ancora selvagge che un tempo erano acquitrini e regno di butteri; c’è quello enologico, di facoltosi che arrivano su potenti suv; o di tanti semplicemente curiosi o più o meno appassionati di vino, una colorata brigata che popola le vie del vecchio borgo di Bolgheri -che se ne sta laggiù, in fondo al viale dei cipressi- ed è magari perfino ignara di chi fosse il Carducci. Io il paese lo ricordo invece più di trent’anni fa chiuso nel suo silenzio solitario più ancora che nelle sue mura, le strade deserte nella luce di un pomeriggio di agosto, le persiane chiuse, i palazzi scrostati e muti, le deserte vie, un senso di abbandono e di decadenza che sapeva di un nobile rifiuto del mondo, di una filosofica fuga dal moderno, rifugio finale per le ombre del passato che qui trovavano pace. Poi venne il successo del Sassicaia a sparigliare le carte ed è somma ironia: perché quello stato d’animo, quel paese di Bolgheri come esiste  nei miei ricordi l’ho ritrovato per magia proprio nel Sassicaia. Poi c’è la sorpresa di questo “Le Difese” che viene dalla stessa Tenuta di San Guido del Sassicaia, quella grande fattoria color ocra posta all’inizio ed a manca del duplice filare di cipressi, imponente come un castello: quale per me era nella mia fantasia di bambino.  "Le Difese" e’ il vino meno importante della Tenuta, ma anche in lui ritrovo quegli umori, quella solitaria e raccolta dimensione che mi han fatto amare il Sassicaia e evocano la vecchia Bolgheri. Vino anche questo serio e nobile, non scherzoso. Nemmeno austero tuttavia, seppur scuro di macchie, seppur carico di mistero, bello e profondo come il suo colore; non impenetrabile però, perché ne indovini – non ne vedi – mille riflessi e trasparenze, come racchiusi all’interno di un rubino. Al naso ti giunge un bouquet floreale e una nota salsa di macchia marina, con un certo che di erbaceo: sussurra il nome del cabernet franc; nobilitato e avvolto però da una speziatura intensa di chiodo di garofano e noce moscata,  da tocchi di incenso e di pelle. Sul tuo palato più ancora ne risenti il frutto: mirtilli e more; la sua freschezza e i tannini son presenti ma assai sottili. Lo senti intenso,  dinamico ma con suplesse, mentre ti accarezza con struttura e lunghezza, senza debordare, senza essere imponente. Ancora qui al gusto e’ marcato da toni verdi di cabernet -eleganti, nobiliari, quasi voluttuosi perfino – ma vi risenti e godi l’acidità del sangiovese, il suo slancio lungo, il fluire continuo. Ecco: come si porge alla bocca, composto ma flessibile, corposo e non arcigno, scuro eppure arioso, vi ritrovo qualcosa della finezza setosa del Sassicaia; e, più ancora, di ciò che mi sta a cuore: gli umori antichi e veri della terra, come in uno splendore autunnale, riguardando pensoso il mondo dalla soglia.

Collio Sauvignon 2008, La Castellada, 14,5 gradi.

Se vedi le vigne del Collio nel cuore dell’inverno, quando le attività agricole sono minime e per il freddo l’evidenza umana si dirada, quando la Natura stessa sembra dormire, come avesse sospeso il suo ciclo vitale, ed il silenzio riconquista il suo spazio sotto la volta aerea, non puoi non percepirne il fascino nudo e rarefatto. Terra difficile e arcana, di incerti confini politici, di sanguinose memorie. Forse per quello i vini quassù hanno sempre uno scarto, un fremito interno che li rende mai banali. Forse per quello qui più che altrove si sono cercate strade nuove, a rimarcare un’identità riannodando i fili della storia. Qui si è prima innovato percorrendo le vie più moderne dell’arte enologica, per poi ritrovare ed applicare la pratica antica di vinificare i vini bianchi lasciando l’uva a macerare a lungo nel mosto, talvolta per mesi interi. Oggi per molti una moda (e li chiamano “orange wine” codesti vini, per la tinta più carica che assumono), ma per i pionieri fu un azzardo. “Orange wine” e’ terminologia anche ambigua: la tinta dipende dalla durata della macerazione e dalla calibrata ossidazione del vino, con risultati talvolta estremi e spiazzanti, che possono restar fuori dalle corde anche dei più scafati sorbitori. Il segreto del piacere, come spesso accade, sta però nell’equilibrio. Questo della Castellada, più che arancio,  e’ un liquor giallo dorato, affascinante, con lacrime irregolari sul calice: un bianco di impronta antica, con quella intensità cromatica che decenni  di vini color carta ci avevan fatto scordare; però senza eccessi, non si cura di esibire ad ogni costo una sua diversità provocatoria. E felicemente inatteso è pure il suo profumo intenso, non immediatamente riconducibile e tipico di sauvignon: prima vi troverai polpa di pera, solo poi l’atteso asparago, ma caldo e dolce, al burro; ed altro: carota e finocchio (aromi d’altri tempi, quando i vini bianchi italiani avevan profumi di verdura più spesso che fruttati); al di sotto un arcobaleno di caldi aromi, una giostra fatata da Paese delle Meraviglie o da casetta delle fiabe: profumi di caramello, crema catalana, chicchi di caffè, scorza di chinotto, canditi, cannella. Alla bocca poi lo troverai caldo e fresco irrorarti il palato; intenso, ritmato e avvolgente a un tempo; sontuoso, giocato al gusto sul contrasto deciso -ma armonico- ancora fra la fresca verdura e il calore delle note dolci, con un senso quasi masticabile di  caramella mou e di note di crosta di pane: meglio, la mollica del panettone. Non ingannarti però, non pensare ad inopportune dolcezze: e’ secco in bocca, con un po’ di piacevole ruvidità tannica, un’ acidità medio alta in un buon corpo, ed un finale che si dispiega naturale e lungo. Flessibile sul cibo, può spaziare con agio da trofie condite con pesto, patate e fagiolini a svariati formaggi: a te il gioco piacevole di sperimentare.

Vasario 2008 IGT Toscana, Tenuta del Buonamico. 14,5 gradi.

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Il vino racconta talvolta una storia -solo apparentemente minore- di gesti, consuetudini, mode, che socchiude nello spazio minimo della bottiglia fissando un’epoca, come fosse l’istantanea in bianco e nero di una rivista di costume e società. Ci sono vini arcaici, alcuni medievali, certi son Settecenteschi,  altri risorgimentali (e penso a certi delle Colline Novaresi, che paiono cristallizzati nel tempo). Questo Vasario, a suo modo, porta le stigmate di un momento storico passato: quasi e’ ieri, ma sembra molto tempo fa, ed in effetti son passati poco più di vent’anni.
Ci fu un momento quando il vino italiano sembro’ dover soccombere alle esigenze dell’agroindustria di massa; quando la singolarità, la specificità, sembrava dovessero sparire di fronte ai milioni di litri di vinelli asciutti, senza sapore, senza identità; e i bianchi, specialmente, come si erano fatti pallidi! Si diceva “bianco carta”, era la moda in un certo senso, per un nuovo malinteso senso di purezza, che era solo finzione: in realtà, passando dall’aria aperta dell’agricoltura al chiuso della fabbrica, anche il vino aveva perso…l’abbronzatura, trascinando nella polvere denominazioni storiche quali il Soave, il Frascati, il Montecarlo, e tante altre. Poi la reazione, prima di pochi, poi via via in massa, verso una nuova qualità di lavori in vigna, con una volontà anche contestatrice di ricercare strade nuove, impiegando varietà di uve internazionali, nuove pratiche di cantina, sperimentando la botte piccola, che qualcuno avrebbe voluto veder chiamare aulicamente “carato” e che io mi accontenterei di sentire, anziché “barrique”, come “barile”: tal quale a quello che vuotano certe statue di villani nei giardini barocchi.
E per i bianchi la traduzione liquida divenne uno stile più caldo, più ampio e ricco, dai colori dorati, dai sentori di legno (vaniglia, cocco). Proprio a Montecarlo di Lucca la allora Fattoria del Buonamico fu in prima fila con quelle ricerche sperimentali. Il Vasario e’ figlio di quell’era, un taglio inconsueto di pinot bianco e sauvignon blanc, affinato appunto nei barili. Oggi il taglio e’ cambiato con la nuova conduzione aziendale, come pure la lavorazione, ma l’annata 2008 e’, per così dire, di transizione: ancora figlia delle esperienze passate, ma già alleggerita nell’uso dei legni, alla ricerca di strade nuove.  Nel calice ha belle sfumature dorate alla vista, carico ma non caricaturale, aroma di discreta presenza ma non debordante, con la bellezza della maturità’ dalla sua, declinata in un’eleganza originale di arance candite, di miele di acacia, di salvia, di finocchio; ricordando da vicino le accoglienti ebbrezze di uno champagne maturo, con il profumo ombroso e misterioso del sottobosco, dei funghi, del muschio, che ti circonda per una passeggiata segreta; poi il conforto morbido del burro e delle nocciole. Se lo bevi, più vivide ed intense, ancora queste immagini ritorneranno perfette, speculari, per una bocca rotonda, di media acidità, dove troverai corpo e concentrazione: che quasi lo diresti sferico nelle sue proporzioni, non fosse che appena si sente un po’ l’alcol. E’ lontano dai bianchi oggi più apprezzati, che ritrovano il piacere della leggerezza, il gusto dello scatto ed il legame con tradizioni secolari. Dall’altro lato e’ meno estremo dei vecchi Vasario, intrisi di legno nuovo da giovani, ma così strutturati e potenti come i bastioni di una rocca rinascimentale, a modo loro indimenticabili. Questo è più fresco, immediato, educato, forse più gentile, da un lato testimone di uno stile che fu, dall’altro in cammino sospeso tra ricerca del moderno e l’antico mistero della terra. Per il mio gusto le sue nozze d’amore sono, fresco ma non freddo, con tagliatelle fresche all’uovo, condite bianche coi funghi porcini.

Chianti Classico Castello della Paneretta 2008 , 13,5 gradi.

Per giungere al Castello della Paneretta devi percorrere il fascino sottile dei grandi balzi delle colline di Barberino Val d’Elsa e di Tavernelle Val di Pesa, così vicine a Firenze e prossime quasi alla superstrada, eppure a loro modo stringenti, selvagge, boschive, che ti si aprono improvvise più d’intorno che davanti agli occhi, perche’ te le senti addosso; d’autunno, con la loro silenziosa malinconia. E’ vero: non sono parte di quel territorio storico formato dall’antica Lega del Chianti, ma fin dagli Anni Trenta rientrano nella zona di produzione classica e per loro parlano i vini: su quei poggi puoi trovare alcune delle più celebrate fattorie toscane. Poi, quando giungi al Castello, se non e’ epoca di turisti ma sei raccolto con te stesso, ecco che puoi pensare d’improvviso alle fiabe che ti narravano da bambino, di manieri fatati e ville dalle cento stanze, dagli specchi magici e dai passaggi segreti ed oscuri che portavano al baratro, o alla salvezza o a un tesoro. In effetti, la mole massiccia ed elegante del Castello dalle le torri cilindriche un tesoro lo contiene, che contende l’attenzione alle statue ridenti del giardino e ai sontuosi affreschi: vini  raffinati, sussurrati, di impronta tradizionale, di sangiovese e canaiolo, varietà qui difese strenuamente. Che poi sia una famiglia di origini non toscane a tener dritta la barra del timone e non abbia ceduto alla sirena delle varietà internazionali nemmeno quando la moda lo richiedeva a gran voce deve far pensare.
Questo 2008 e’ un Chianti Classico delicato, fine nel senso ottocentesco, da arrosto. Ti attrae subito come un sorriso di fanciulla, di Madonnina quattrocentesca col suo bel rubino trasparente, ricco di lacrime cristalline e scintillanti ed un aroma fresco, di bella intensità, floreale di viole e di rose, e poi di ciliegie sotto spirito e lamponi, accennando a more selvatiche cenni, menta di campo e te’ e alloro, con una coda complessa e sottovoce, delicatamente balsamica di eucalipto, leggermente fume’ e con ritorni di terra bagnata. Sotto, tutto si impernia su un’anima ferrosa, minerale, seria e composta che ritorna intatta ed innervante anche all’assaggio. Sorseggialo e ne godrai il piacevolissimo equilibrio del corpo sospeso perfettamente tra pienezza ed agilità, lo diresti un peso medio paragonato a tanti vini più pretenziosi; però il senso dello scatto vela una struttura ben salda, ricca di acidità e con tannino abbondante ma di grana minuta e matura, con una beva saporita ma mai gridata, con un attacco ampio che poi prosegue e si svolge deciso, teso, nervoso ma al contempo solenne, irradiante, gentile, lungo. L’avevo assaggiato all’epoca dell’acquisto in cantina ed era diverso, e’ chiaro: allora cristallino e lucente come uno specchio, con proporzioni assolutamente perfette, pertanto fors’anche più impressionante. Oggi, invece, e’ come in muta tra spontaneità giovanile e profondità dell’invecchiamento, serpente piumato che cambia pelle per svelare un volto nuovo, verso svolte imprevedibili nel suo mutare. La vita e’ tutta un mutamento – lo sai, amico, amica che mi leggi: questo vino ha la grandezza di narrarti in divenire la sua fiaba.

Alsace Gewurtztraminer Heimbourg 2008, Domaine Zind Humbrecht, 14 gradi.

La sera che sono diventato appassionato di vino ( se si vuole che un un momento preciso vada fissato nella memoria come un’ora fatale, o più umilmente come il limitare di una soglia) erano in tavola i Gewurtztraminer alsaziani, era in tavola Zind Humbrecht. La prima volta che andavo a una degustazione, la prima volta che bevevo bianchi francesi, la prima volta che bevevo Gewurtztraminer, la prima volta che sentivo la parola “biodinamica”; ed alla luce fioca delle lampade che illuminavano una vastissima sala seminterrata di un ristorante di Monza mi sembrava che si aprisse un mondo nuovo: quei profumi mai nemmeno immaginati, che un poco mi stordivano ed un poco accendevano la mia immaginazione; facendola bruciare, facendola volare. Vini bianchi, si’, da pasto; ma di un grado alcolico alto o altissimo; che non sapevo definire se se secchi o dolci; ma erano qualcosa li’ nel mezzo, indefinibile ed ammaliante. Gusti di purezza e potenza per me inaudita. Il loro ricordo che mi accompagnò fino a casa e poi il giorno seguente, che sembrava infinitamente lungo, per smaltire quei sette benedetti bicchieri dopo i quali mi ero arreso. Da allora -forse per una sorta di inprinting, non saprei dire- mi e’ rimasto un amore particolare per i vini alsaziani e soprattutto, tra quanti ne conosco, per quelli di Zind Humbrecht: produttore serissimo, che adotta rese di uva per ettaro estremamente contenute (un terzo o anche meno rispetto a massimi previsti dalle nostre denominazioni italiane più blasonate); attento all’impiego di pratiche naturali e se vogliamo antiche, promotore della valorizzazione delle singole parcelle di vigna, perché esprimano la loro unicita’ nel vino. Heimbourg e’ appunto un Cru : una collina del villaggio di Turkenheim ripida, calcarea, ben esposta, bellissima e difficile da lavorare, al punto che dopo la Prima Guerra Mondiale fu abbandonata e l’erba alta avvolse terrazze e filari. Poi vennero a recuperarla gli Humbrecht. Ed eccolo nel calice, lui, oro tenue: più tinta di riflessi eterei che effettivo colore. Ecco il suo profumo, intenso, caldo, che commuove perché ha la stessa dolce carezza della madre a un bambino: la rosa, il lichi, ossia i classici aromi dei vini da uva gewurtztraminer; ma qui è il loro tono a far la differenza, il loro amalgama; la maniera con la quale cantano direi: con voce piena si’, ma morbida e sussurrata, in levita’ e calore più che di forza e svettando. Ecco: la speziatura non è pungente, ma un ricordo di paesi lontani, sentita più nell’aria come olezzo di fiori e di piante portato dal vento; e la cannella,la noce moscata trasmutano in toni vegetali. Di foresta? Manno’, che dico: è nota più calda e viva, ne senti il traspirare, ne senti il fiato caldo: la pelle dell’amata, dopo aver fatto l’amore. In bocca lo senti e lo trattieni : ampio, avvolgente, setoso, ancora che parla parole di amore: non la passione della conquista, non l’eccitazione, ma il lento declinare, l’oblio dell’appagamento. È ricco di sapore, nel quale ti compiaci; conserva – a dispetto dei suoi sette anni- la freschezza di una vena acida e di roccia, che ne innerva le forme rotonde di un corpo ampio, laddove potrebbe anche stuccarti: e invece no, mai non te ne basta, ancora ne vorresti. Sta sul filo pericoloso di un equilibrio quasi non risolto: salino, certo, ti stuzzica al rimando della beva, ma al contempo dolce come un bacio; come una vendemmia tardiva, con quelle note inconfondibili dell’uva toccata dalla muffa nobile, che ricordano i vini alla maniera del Sauternes. Allora lo vuoi in tavola e lo scopri compagnia preziosa, dal sorriso ammaliante ma appena accennato, seducente e signorile, flessibile sulle vivande: dalle più rustiche alle più raffinate, dove posa il suo sguardo e’ una scintilla – vissuta con passione, vissuta con la flemma.

Late Bottled Vintage Port 2008, W. & J. Graham’s, 2008, 20 gradi.


In Italia non abbiamo grande dimestichezza col Porto:c’è chi lo usa per cucinare pietanze creative o un po’ démodé (sorte questa che lo accomuna ad altri vini fortificati quali il Madeira o il Marsala), e c’è chi ne gode a fine pasto, ma costoro son pochi e i più lo fanno ben di rado. Pensare che in altri Paesi, e’ un culto o un’abitudine: in Francia – e dico Francia!- e’ uno degli aperitivi per eccellenza e se ne consuma in quantità’.
Eppure e’ un vino affascinante e con una storia da raccontare; anzi, un’epopea fatta di coltivazioni della vite eroiche, su terrazze monumentali e ripidissime, di vinificazioni laboriose, di mercanti spregiudicati e audaci. In più e’ declinato in così tanti stili di produzione che si può sempre trovare quello affine al proprio gusto o adatto all’occasione. A me piace molto il Late Bottled Vintage. Qualcuno l’ha definito: “Il Porto dell’uomo contemporaneo” ed in effetti e’ un’invenzione relativamente moderna. Di che si tratta? In sostanza e’ un compromesso tra lo stile più semplice e fruttato (il Ruby), quello più sottile e delicato (il Tawny) e quello più potente, complesso e da invecchiamento (il Vintage). Deve il suo nome curioso ad un fatto tecnico: se il Vintage viene imbottigliato di solito entro un paio d’anni, senza filtrazione (e avrà poi magari bisogno di maturare in bottiglia vent’anni prima di venire servito decantandolo dai depositi), l’LBV (vuoi farti bello? Usa questo acronimo) viene tenuto in vasche da decine di migliaia di litri per sei anni, quindi filtrato e decantato, pronto da bersi, senza ulteriori attese e decanter; e, ciò che non guasta, ad un quarto del prezzo, a compensazione della minore concentrazione. Questo di Graham’s, marchio di punta tra i tanti posseduti dalla famiglia Symington, e’ proprio buono, nel suo color rubino così ricco, profondo e luminoso, che pare raccolga in se tutto il sole che bacia le rive del fiume Douro. Intriga e ammalia col suo aroma ben intenso giovanile di frutta matura (di mirtilli, di more, di prugne e ciliegie nere, di uvetta sultanina) e di mele cotte, unita in equilibrio mirabile ad una speziatura delicata di noce moscata e cannella, e ad aromi più profondi di ombra, di notte, di autunno: il sottobosco, la pelle stagionata; ed un mentolato che sa di guazza delle sere al declinar dell’estate. La malia del suo aroma diventa amorosa carezza e passione al palato, dove un corpo imponente e robusto riesce ad avvolgere delicatamente il tuo gusto, replicando con esattezza i profumi, ma declinati in una carnalità femminile ampia e morbida, intensamente dolce ma non stucchevole, dove i tannini fini e maturi hanno lo schiocco di un bacio, l’acidità sostiene con giustezza la tensione senza aggressività alcuna e persinol’alcool, non trascurabile davvero, procura solo una benvenuta sensazione di calore, come l’amore alla fiamma del camino, senza debordare, terminando in una ricordanza appagante, piacevolmente lunga. Amico, amica che mi leggi, lascia che lui ti prenda per mano: al fine pasto, con un budino a cioccolato, o una mousse, o un gelato; o meglio ancora perché ti sia compagno in solitaria per un godimento serale, che se tu avessi il vizio del fumo sarebbe un sigaro, non una sigaretta; o, se invece sarai in vena di sperimentare, provalo sui formaggi: con un Parmigiano Reggiano maturo, o uno Stilton, come usano gli inglesi, per gusti magari a te nuovi e un po’ spiazzanti, ma in grado di solleticare la curiosità ed accendere la fantasia. Certo con lui entrerai nel mondo del Porto attraversando l’arcata maggiore.

Balaxus 2008, Rosso IGT Toscana, Castello di Potentino, 14,5 gradi.


Andare al Castello di Potentino e’ come entrare in una dimensione che è altra e magica, come se quelle poche svolte di sterrata che lo separano dalla statale che costeggia Seggiano fossero una sorta di impalpabile macchia del tempo, o lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie; e le vigne che ha intorno un rustico giardino dell’Eden, con i loro pampini a coprire morbidamente la vallecola che gli si stringe d’intorno, fremendo appena al sospirar d’un vento. Che si debba ringraziare una famiglia inglese per un restauro perfetto e per preservare con cura rabbiosa questo angolo di pace anche contro venali appetiti edilizi, e’ cosa che va a loro onore ed a scorno dell’Italia tutta. “Ahi serva Italia, di dolore ostello” diremmo con Dante; ma conviene consolarci con i vini che li’ si producono, che replicano perfettamente la situazione umana: con le uve straniere che si affiancano al nostrissimo sangiovese, con una vinificazione di una cura che troviamo rara persino in territori più celebri, e che invece riluce qui in una landa sperduta alle pendici del Monte Amiata, con i monumentali vasi vinari in rovere da 50 ettolitri. Questo Rosso Balaxus e’ un uvaggio di sangiovese ed alicante, quest’ultimo in misura direi prevalente, o comunque si fa sentire: con quella sua certa gentilezza ed avvolgenza sensuale, morbida, alcolica ed un po’ barocca, rabbonisce il sangiovese che dalla sua aggiunge snella eleganza e tridimensionalità, così come nel castello a certe rudi strutture medievali si sovrappongono riccioli e volute Secenteschi. E l’alicante e’ poi la grenache, forse l’uva più diffusa sulle sponde del Mediterraneo, dalla Spagna alla Francia alla Sardegna e via via. Allora, nel calice, il vino rosso rubino di media trasparenza ondeggerà mollemente, un poco lascivo, col languore di certe donne brune, lasciando sul vetro fittissime lacrime assai lente a scorrere, con un aroma pronunciato e solare di liquerizia, di fragola , di alloro, di ciliegia, di menta , di ginepro, di mora, di mirtillo, cera e incensi, in un alternarsi chiaroscurale di luce ed ombra, ma che digradano l’una nell’altra senza contrasti eccessivi, come nel primo mattino o nel tardo meriggiare; e c’è su tutto un ricordo come ferro antico, primigenio, minerale, quasi di lance e armature rimaste sospese in qualche pertugio tra i cancelli del tempo. In bocca e’ di buon corpo, molto scorrevole e armonico; morbido ma elegante, viscoso ma non grasso, saporito, ben lungo, di fine stoffa tannica ed acidità vivida ma gentilmente integrata, forse appena un po’ alcolico. Apparentemente svagato e invece complesso, un po’ eccentrico forse, ma con stile, ecco che svela come una terra appartata, lasciata ai margini dallo scorrere della storia, se coltivata con passione e rispetto possa aprirsi alla contemporaneità e al mondo tracciando una retta tra passato e futuro come la scia di una stella cometa a San Lorenzo. Poi, tutto quel l’alicante in evidenza potrà anche restare sospetto a chi ama i vini Toscani tradizionali, così tutti d’un pezzo, ma il mondo e’ bello perché vario. Io ne ho goduto su un pollo arrosto ed i fagiolini di Sant’Anna in umido, o come si dice volgarmente in Valdinievole “le stringhe”, ricordo struggente dei pranzi che facevano d’estate i miei nonni, la famiglia tutta riunita a tavola; ed era sempre una festa, con il vino rosso di pianura leggero ed acidino spillato dalla damigiana, tanto diverso da questo. (16 agosto 2014)