Chianti Buscheto vigna vecchia 2007, Gimonda, 13,5 gradi.

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“ In Toscana è tutto Chianti” sentivo spesso ripetere da bambino. Forse si intendeva che i rossi sono perlopiù i aggi o tagli basati sul sangiovese; purtroppo però quell’adagio diffuso è stato fonte di infiniti malintesi e mistificazioni. Chianti è anzitutto un’entità geografica, poi un distretto vinicolo diviso in “Classico” e allargato: un po’ come la Valpolicella. È che il termine “Chianti” associato al vino aveva ottenuto una tale popolarità che il modo più sicuro e certo di soddisfare una domanda apparentemente inesauribile era stiracchiare quel nome geografico fino a farne un marchio -un “soft brand”-  antelitteram, includendo una serie di zone vinicole che hanno in realtà un’identità precisa: la Rufina, Pomino, il Montalbano, Carmignano, San Gimignano, il Valdarno, e così via, con buona pace degli editti del Granduca Cosimo III che  già a inizio del ‘700 ne individuavano e tutelavano alcune perché particolarmente vocate: le prime DOC della storia. D’altra parte i tre pilastri dell’economia del vino toscano erano e sono rimasti per secoli: i contadini che producevano per autoconsumo, le grandi fattorie (o abbazie) e i mercanti; perciò, la logica dei volumi e del commercio finiva spesso per prevalere su quella della qualità e dell’identità. Peccato, perché quelle zone così frequentemente occultate sotto il marchio del vino Chianti avrebbero avuto ed hanno una voce tanto interessante a lasciarla parlare: ma per farlo ci vogliono sovente produzioni piccole, a volte quasi amatoriali. Terra di anarchia la Toscana, di personaggi originali e bizzarri, nativi o qui pervenuti come richiamati da una voce ancestrale: certi suoi produttori artigiani sono conosciuti solo in un piccolo cerchio, nemmeno li mandano i vini alle guide; se non gli vai a genio tu o la giornata è storta, non c’è verso di farsi aprire le porte della cantina, men che meno di ottenere una bottiglia. Perciò mi piace questo Chianti Buscheto dell’Azienda Agricola Gimonda: lo devi scoprire, devi andarlo a cercare. A me lo consigliarono qualche anno addietro in una enotechina deliziosa e ben fornita del centro di Pisa.  Figlio di un’enologia semplice, delle vasche in cemento e dell’inox piuttosto che del legno. Sangiovese, canaiolo e colorino sono i suoi ingredienti: la tradizione antica, chiantigiana se vogliamo, ma qui cambiando la terra e il cielo, trova esiti diversi. Viene da Terricciola, un borgo su quelle Colline Pisane che sono così morbide, assolate, libere; verdi a primavera, bionde di grano quando l’estate è inoltrata, quasi lunari quando la terra è arata; punteggiate qui e là di boschetti fitti e misteriosi, dove santi e eremiti trovavano riposo; così diverse da quelle selvatiche e rudi del cuore del Chianti geografico. E questo carattere più solare ed a un tempo mistico e segreto si riflette anche nel vino: lo diresti risentire dell’aria marina del Tirreno lì a due passi, quasi le uve udissero i racconti che il Libeccio porta per quegli spazi infiniti da terre lontane; come la Cattedrale di Pisa che si plasmava nel marmo di lunghe teorie di archetti arabeggianti. Ecco allora la sua polpa, l’aroma di frutta matura, il respiro ampio e aperto; con una concentrazione che deriva da viti vecchie anche di 50, 60, 70 anni. La sua tinta, dopo otto anni, è un rubino  maturo, appena granato sul bordo; fitto, non impenetrabile tuttavia. Materico, se nel calice lo fai roteare, lacrima sul calice gocciole veloci,particolarmente massicce e viscose, diresti quasi imponenti. Quasi ti sorprende al naso, intenso,concentrato e sfaccettato com’è, così distante da tanti “ chiantini ” generici e anonimi. A dieci ore dall’apertura trova una combinazione ricchissima, dove ogni nota ha uno spazio come in una partitura sinfonica: dai grandi accordi alle noticine, gli abbellimenti. Allora la visciola decisa, le ciliegie e i lamponi, ed una originalissima mandorla fresca sgusciata, si trovano adorne da una corona gentile e sottile floreale di viole; le more mature su una siepe attirano il tuo sguardo e il tuo olfatto, ma subito da un campo vicino appena un effluvio di menta e fiori di camomilla; la ferma freddezza della polvere da sparo si scioglie al caldo abbraccio del tabacco, l’esotismo sensuale delle spezie ha come contraltare la sacralità degli incensi; arancia e cola la sua riserva di freschezza. Eppure sai che può dare di più, che il tempo gli concederà altro ancora nel suo spettro di aromi: forse appena fanno capolino le pelli. D’altronde ha una vita ancora lunga davanti a sè: tannino fine, maturo e ben fuso sì, ma abbondantissimo, ancora pieno di mordente, un’acidità salda come colonne d’Ercole, ma naturale, senza scalino, direi quasi diffusa nel vino sul palato, come si irradiasse in uno spolverio sottilissimo. Al sorso è pieno, corposo, ma fine e non conosce pesantezze, perché la sua stoffa è flessibile, naturale, morbida ma tenace: sulle prime per la carica tannica, che ti fa venir voglia di passare e ripassare la lingua sui denti e sull’interno labbra per goderne la piacevole ruvidezza; poi per la lunghezza gustativa, che termina in equilibrio su note di tabacco bagnato e mandorla; e se appena hai uno sbuffo leggerissimo di alcol, acidità e grinta tannica assicurano pulizia e freschezza.
Vedi -amico, amica che mi leggi- quante cose racconta la terra nascosta sotto la voce vinicola -non geografica!- di Chianti, se la lasci parlare? Eppure, a dispetto delle sue meraviglie, non lo direi un vino per tutti: ha quell’intransigenza tutta toscana, quella selettività diretta e ruvida che può riuscire persino brutale se non si hanno le spalle forti. Ma tu cercalo e trovalo. Per me, suoi compagni d’eccellenza saranno il polpettone dal gusto complesso e le carni saporite in umido; ma potrei andare sul sicuro con una costata alla brace o una pasta al sugo.

Saint – Joseph AOC Terre de Violette 2007, Cave de Tain, 13 gradi.

Andai nel nord della Valle del Rodano che era l’inizio dell’inverno, qualche anno fa, il clima più piovoso che rigido. La grandezza antica della città di Vienne con i suoi monumenti romani, la grandiosa vista delle ripidissime colline -o piuttosto delle alte coste del grande fiume- dalle quali nascono i potenti rossi di sirah e i profumati bianchi di viogner: il Cote Brune, il Cote Blonde, il Condrieu, lo Chateau Grillet. E poi giù verso sud fino all’Hermitage. Di fronte a tali nomi altisonanti e a vini di pregio ma fatalmente costosi, mi rimase simpatica la più umile denominazione di Saint- Joseph. Anzi, i paeselli più antichi come Mauves (uno di quei sei che sono il cuore originario di questa AOC)  , con le loro casette di pietra in vallecole strette, mi si impressero nella mente quali immagini di intimità rurale, romantica e un po’ segreta: una Francia diversa, immota nel tempo e timida, ricordandomi i più nascosti villaggi della mia Svizzera Pesciatina.  Nella realtà la denominazione Saint – Joseph negli anni è stata estesa fino ad inglobare un territorio ben più ampio; e se i vigneti migliori, che danno i vini più solidi, restano quelli della fascia collinare, tuttavia sono state vitate ampie zone più pianeggianti e alluvionali che preludono al greto del fiume. Qui si producono grandi masse di vino rosso destinate a soddisfare la sete dei bouchon di Lione, dei bistrò parigini e un po’ di tutta la Francia.  Vini evidentemente più facili e leggeri, spesso serviti sfusi e più freddi che freschi. Questo Terre de Violette della cantina cooperativa di Tain l’Hermitage rientra senza dubbio nella suddetta categoria ed è stato forse un azzardo averlo conservato tanto a lungo: lo comperai a fine 2010 in un supermercato sulle Alpi francesi, poco oltre il confine italiano. Però è rimasto piacevole nel suo color oggi rubino medio-scuro, con unghia granata. Sul calice forma lacrime  rade, veloci e irregolari. Ha un aroma pronunciato di pepe nero e cannella e di violetta, tenendo fede al suo nome.  Poi mirtillo e note che derivano io credo dell’invecchiamento: sottobosco, chiodini, alloro, perfino aglio. Alla bocca risulta di media intensità, non è lungo,  fors’anche ha un capello di alcol in eccesso rispetto al corpo leggero; però è saporito, croccante. Il suo tannino e’ medio al più, molto minuto, e  l’acidità media. Oh saggezza dei francesi che in un vino quotidiano non si procurano di cercare gran corpo e concentrazione, ma una benvenuta leggerezza, ricorrendo perfino a un saldo di uve bianche, così che sia buono ben freddo e profumato, proprio come mi venne servito a Lione sulla gustosissima cucina locale, con le grandi carni e le salsicce. Sorprendentemente però, l’ho sposato qui e ora con discreto successo sull’insidioso Pecorino Romano .

Chianti Montalbano 2007, Cooperativa vinicola, Chianti Montalbano, 12,5 gradi, e Chianti Montalbano 2010, Cooperativa Vinicola Chianti Montalbano, 12,5 gradi.

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Di tutti i Chianti, il Montalbano e’ quello tradizionalmente considerato più gentile, beverino, profumato e fresco. Magari non il più longevo o complesso, quello no, ma che importa? Questo e’ per dare il piacere, la consolazione di levar la sete con una leggerezza salina ed un po’ di calore, come un’acqua di fonte profumata di fiori, da bersi anche l’estate un po’ fresco, per ristorare dalle fatiche dei campi, o di un viaggio, all’ombra di un’albereta. E non era questo il Chianti del quale andava matto l’anziano Verdi – uomo di mondo abituato ai Bordeaux e agli Champagne – quando veniva a Montecatini a passare le acque? Da ringraziare che la Cooperativa continui la tradizione di questo prodotto così tipico: magari non tutti gli anni riesce loro così bene, ma questo 2007 e’ irresistibile. Bada amico, amica che mi leggi: lo apro ora dopo sette anni ed è lì bello rubino, trasparente, morbido e scorrevole nel calice, tracciando lacrime irregolari e rapide, dal profumo spiccato di fiori, iris, violette, non ti scordar di me, e di lamponi, fragole, ciliegie, ed appena una nota iodata. Delicato in bocca, vellutato, armonico, ma soprattutto garbato e leggero, passante e flessibile come pochi vini puoi trovare se pure giri tutto il mondo, quasi impalpabile diresti eppur pieno e non nervoso; piuttosto delicato, seppur sostenuto da una sorridente ossatura, elastica e naturale come solaio a travi e travicelli; con un’acidità piacevolmente decisa che ricorda quella delle susine nere come le cogli dall’albero per un ristoro nel pieno dell’estate, quando sei accaldato; ed un tannino ora finissimo, impalpabile ma ben asciugante e presente: adatto sulle carni arrosto, ma anche su una scottata di tonno o sulle minestre; eppoi salino: li’ il segreto della bevibilita’, di “un bicchiere tira l’altro”, della bottiglia vuota in fretta, il ricordo di quel mare che in antichissimi tempi preistorici copriva queste meravigliose colline ed il vicino Padule e la Valdinievole ed il Valdarno; ed una lunghezza appagante, giusta per la tavola quotidiana e per la festa. Sta, insomma, se mi è’ permesso dire, ai grandi vini del Chianti Classico come il Beaujolais sta ai Cru di Borgogna, ma che c’è di male? Anzi: più compiuto e completo del Francese, con maggior distinzione, nobiltà, slancio e sapore; e mi stupisco che oggi, con la moda sorgente ed anzi affermata di vini saporiti e leggeri non possa trovare più spazio e rinomanza. Ma, si sa: mode, marketing e ignoranza sono una gran brutta miscela. Tu però -amico, amica che mi leggi- fatti furbo: cerca, trova, bevi questa gioiosa bottiglia!

Ora: per evitar la noia a chi mi legge (quei tre o quattro lettori, amico, amica mia) ho fin qui evitato di parlare di diverse annate di uno stesso vino. Questa volta però seducente e invitante un purpureo liquore mi strappa dai propositi miei e guida prepotente le mie dita sulla tastiera. Eccolo qua, un Chianti; di più:  un Chianti Montalbano. E va bene che per me è un po’ il Chianti di casa, di quelle colline e di quel monte soleggiati e sempre ariosi che più volte ho percorso; ma non è la nostalgia che mi trasporta, non il ricordo di quei paesi lindi che fan corona austera evpreziosa a Vinci, tra quei poggi che il piccolo Leonardo vide e amo’ e disegno’ ragazzo nello sfumarsi delle lontananze, giù e  giù fin verso la Valdinievole. È che per caso e quasi svogliato ne ho aperta una bottiglia qui nella mia casa inglese: ha tre traslochi alle spalle e tre anni e mezzo nella calda miseria di un appartamento, non sotto le volte maestose ed umide di una cantina.
Aprendolo, appunto, buono sì, ma stanco al naso ed un po’ alla bocca, come coperta di polvere. Resta, sempre per caso, ventiquattr’ore aperto in attesa, ed il piccolo miracolo è di trovarlo fresco, ricomposto, perfetto. Rubino trasparente e bellissimo, perfetto sangioveve, coi bordi appena aranciati. Con un olfatto sorridente, primaverile, luminoso e puro, di ciliegie e di viole, con sfumature di erbe aromatiche e di pellami nobili: paradigma del vino Chianti che sempre vorresti. Ed una bocca sciolta, flessibile, passante, dall’acidità vivida, rinfrescante e non pulente, un tannino fine e scherzoso ma presente, una salinità vivissima, spiccata, appagante, per me la firma dei vini del Montalbano. Con una lunghezza non a coda di pavone, non a strascico di sposa, ma quella giusta per la tavola. Al punto che riesce ad abbinarsi all’insidiosissimo mallegato, l’antico insaccato toscano col quale tanti vini ambiziosi cadono. Perché in lui c’è vita, e ritmo nel suo sorso, che si insinua ficcante nel palato e ne esplora malizioso e senza peso ogni pertugio, con una piccola piacevole scarica elettrica. Pazienza se poi, dopo settantasei ore, seppur chiuso sottraendovi l’ossigeno, già volge al suo declino: è parte della sua autenticità, parte della sua onestà.
Ecco, lui più esserti amico sull’isola deserta: non per la sua perfezione l’amerai, o per l’eleganza (eppur ne ha, eccome), ma per il suo candido sorriso, per la voglia di dirti una storia sempre nuova.
(24 novembre 2014)

Montecarlo DOC Rosso 2007, Fattoria del Buonamico, 13 gradi.

La Fattoria del Buonamico!  Il primo luogo dove andai a comperare il vino in cantina, e mi sembrava un atto da carbonaro, un po’ proibito e un po’ segreto. E quello stabile lassù, a Montecarlo sul poggio della Cercatoia, aveva già di suo quasi un aspetto da bunker, basso com’era di mattoni, e scuro, dove si scendeva nella penombra: non c’era certo all’epoca il concetto dell’accoglienza che c’e’ oggi, con la bella sala dalla grande vetrate e gli erogatori tecnologici per un assaggio estemporaneo. Però c’erano gli occhi e la voce di Vasco Grassi, all’epoca e per tantissimi anni anima della cantina: e si parlava dei vecchi contadini e di Gino Veronelli (avessi capito di più all’epoca che gigante fosse stato Veronelli, avrei investito di domande chi ne aveva avuto il privilegio dell’amicizia). Questo 2007 e’ una bottiglia particolare: ha ancora la vecchia etichetta col paesaggio del Vasari e l’intestazione Fattoria del Buonamico, anche se il viticoltore risulta già la “Tenuta del Buonamico s.r.l.”, cioè la ragione sociale della nuova proprietà, che compare oggidi’ sulle nuove etichette. Ho aspettato tanto ad aprirlo per pura nostalgia: mi dispiaceva intaccare questa bottiglia testimone di una storia; ma più ancora mi sarebbe spiaciuto perdere il vino ( eh! e’ fatto per essere bevuto) e si è finalmente presentata l’occasione del cibo giusto. Nemmeno sapevo se avesse tenuto ( non hanno gran fama di longevità i vini di Montecarlo), ma ho provato ed ho fatto bene. Il tappo di plastica mi ha provocato uno spavento, tuttavia debbo ammettere che si è ben comportato ed ho trovato nel calice un vino assolutamente vivo, giovanile, ancora perfettamente rubino scuro di media profondità, con lacrime abbondanti, fitte e lente;  dall’aroma vinoso ed intenso, sfaccettato tra note fruttate di amarena e mirtillo e mora selvatica ed altre più ricercate ed intriganti di terra bagnata, di legna affumicata, di saggina, di alloro e ginepro, una speziatura delicata dolce e un po’ piccante, giocata lì’ tra pepe e cannella che un poco richiama alle sapide complessità del locale mallegato. In bocca e’ magari un peso medio, ma ha una bella acidità , una lunghezza sorprendente, una certa sapidità , un tannino felicemente “ignorante”, terroso ma maturo. Vino rugoso si’, ma non rustico: piuttosto naturale e ben bilanciato, col suo blend tipico della zona fin dall’Ottocento, dove il predominante sangiovese e canaiolo si fondono ai francesi cabernet, syrah e merlot: il nerbo toscano mitigato da una piacevolezza e garbo francesi, per un insieme mediterraneo si’, ma con misura: la luce non buttata in faccia ad invadere l’intimita’ riservata di una stanza, filtrata invece dalla delle persiane a creare lame soffuse nella penombra; ed ecco che rimane così lo spazio ed il modo di perdersi nelle ombre segrete di un ricordo. Per me questa sera – amico, amica che mi leggi- il piacere e’ stato averlo appena fresco su tranci di tonno appena scottati; ma te lo direi su una pasta al sugo, su una saporita zuppa di terra o di mare e sulle carni bianche .

Montepulciano d’Abruzzo 2007 Cataldi Madonna, 13 gradi.

Ci sono terre che stanno nel cuore per lunga frequentazione e conoscenza, per un lungo vissuto, perché li’ sono le radici; altre perché vagheggiate e sognate; altre ancora per la sorpresa inattesa e una vertigine sottile,  che hanno  stregato. L’Abruzzo è tra queste, per il contrasto quasi brutale eppur dolcissimo di monte e mare, per quel suo star tra un limitare di sensazioni che me lo volgono alla mente come l’estrema propaggine meridionale delle terre del nord, o alternativamente il profondo settentrione del sud. Di certo una miscela di ghiaccio bollente, come la poetica del suo celebre figlio D’Annunzio: sensualità ipersensibile e calcolata lima letteraria. Così anche il più celebre figlio delle sue zolle, il Montepulciano d’Abruzzo: calore mediterraneo o compostezza continentale? Entrambe piuttosto, in un’infinità di gradazioni, che tutte vedi quando il tuo sguardo abbraccia in un sol colpo il biancheggiare delle onde sulla costa e quello della neve in quota. Ci son certo poi gli stili, la mano dei produttori, le singolarità specifiche, ma questa tensione di estremi e’ la chiave che ho riportato con me nel ricordo da trasferte di lavoro ormai lontane;  e con esse questo vino di Cataldi Madonna. Quanti anni da quei giorni? Chissà. Otto dalla sua vendemmia. Ora che lo apro ne scopro con disappunto il tappo di plastica, verso il quale non nutro fiducia per la tenuta nel tempo (amica Elisa, mi tirerai le orecchie, spiegandomi che in polimero c’è tappo e tappo,  l’ottimo e l’economico: ma se non so la qualità di quello impiegato, che posso farci io? Perciò, piuttosto, o sughero intero o tappo a vite). Bada amico lettore: nemmeno l’ho ben conservato questo vino, si è preso il caldo dell’appartamento di Milano, che l’estate ribolle. Lui, però, e’ ancora rubino quasi impenetrabile. Piu’ che lacrime sul calice forma un velo viscoso emettendo un aroma intenso, scuro come dalla corda grave del violoncello: frutta nere, more, mirtillo e soprattutto fichi, bosco,  inchiostro, quel vello animale che mi è parso di ritrovare spesso nel Montepulciano invecchiato e me lo fa pensare tipico; sfumature leggermente fume’ e di polvere pirica. Contrasta alla bocca dove e’ più fresco delle attese. Ha stoffa: calda e di corposita’ media come una certa lana, mentre il tannino è piuttosto educato, più fine; mi ricorda il piacere di certe sciarpe doppio strato, la sensazione delle due materie diverse sulla pelle ad accarezzarla e proteggerla dal freddo. Vino godibile per l’alcool non sovrastante,  di acidita’ un po’ più che media, saporito, con una chiusura amaricante che piace e che pulisce permanendo per una buona lunghezza,  ha nell’equilibrio dei contrasti il suo privilegio e talento: perciò potrai perfino goderlo da solo, in se stesso concluso. C’è tanto spazio tuttavia nelle pieghe del suo essere per averlo amico in tavola: sulla mia e’ stato a concerto con lasagne e con l’anatra in umido.

Recardedo Brut Nature Gran Reserva 2007, sboccatura 6-5-2013, 12,5 gradi.


L’appassionato italiano medio, pur con tutta la buona volontà, difficilmente ha una grande esperienza con incava spagnoli: e chi li trova in giro? Vai all’estero e facilmente magari li vedi sui scaffali dei supermercati: insomma, quelli son spumanti buoni, ma – come dire- un po’ di massa, l’alternativa più abbordabile ai vini Champagne.
Poi, fruga fruga, se ti capita per le mani e sulla lingua roba come questo Recardedo, il tuo punto di vista cambia. Vini di massa? Insomma! Se prendi questo, per cura produttiva appare invece aristocratico ed elitario come pochi, forte di una tradizione artigianale rara. Perché? Senti qua: viticoltura biodinamica, solo uve proprie, assemblaggio delle tradizionali xarello (50%), macabeu (38%), parellada (12%), 60 mesi di invecchiamento dei quali 30 sui lieviti della seconda fermentazione in bottiglia chiusa con tappo di sughero (al posto di quello più comune a corona) per favorire una certa ossigenazione, remuage manuale così come manuale e’ la sboccatura. Millesimato e non dosato. E così te lo trovi nel bicchiere ammantato di un colore dotato tenue, con bolle delicatissime, al punto che ne desidereresti una maggiore persistenza. Se porti il calice al naso ti stupisce con una notevole concentrazione di aromi, da spumante di rango, ma soprattutto a colpirti e’ la loro originalità: si spazia dalla pera williams alla mela cotogna, dalla buccia di limone essiccata alla liquerizia in tronchetto, dai fiori di ginestra a quelli di camomilla. Il ricordo dei lieviti risulta nella sottigliezza di note di pasta di pane, mai prevaricanti. L’invecchiamento, in un ritorno affumicato e noccio lato, li’ solo come una patina leggera, senza dar troppa mostra di se’. In bocca e’ secco, più maschio che femmineo, corposo più che voluminoso, terroso nella sua consistenza tattile; lunghezza congrua, senza alcun effetto speciale ed acidità giustamente alta, da spumante, ma senza fiammeggianti eroismi e luccicar di lame. E’ come un’esecuzione musicale giocata più sulla nettezza degli attacchi che sulla potenza della massa sonora; ma sa conservare una delicatezza, un’accoglienza, che lo fanno associare nella mente a quelle persone dotate di una naturalezza affabile, sempre un po’ al di sotto delle righe e che risultano pertanto di una signorilità mai ostentata, più nella dimensione dello spirito che in quella dei lustrini; uniche, perché nulla fanno per esserlo. E perciò te lo tieni vicino, e perciò ti va giù così bene.

Casa Vecchia 2007 Terre del Volturno IGT, Vestini Campagnano, 13,5 gradi.


Che sorpresa trovare una bottiglia di Casavecchia in un’enotechina di Reading! Voglio dire: nemmeno nelle città italiane di trova facilmente questo vino che nasce da un’antica uva autoctona campana, della provincia di Caserta; e la bottiglia di Vestini Campagnano e’ addirittura storica, perché la prima -negli Anni Novanta- a valorizzare questo vitigno. Curiosa e romantica, ma forse spuria, l’origine del nome: si dice che in un periodo in cui le viti locali erano state sterminate dalle epidemie di vari flagelli, sola resisteva quell’uva un po’ selvatica rinvenuta da un contadino vicino a una vecchia casa diroccata, costruita su fondamenta romane; e qualcuno ha voluto cercarvi un legame con l’uva trebulanum degli antichi, ma è’ più probabile che si sia originata spontaneamente da un seme caduto. Fatto sta che i contadini della zona ne ricercarono i tralci, perché appunto resisteva alle malattie, dava grappoloni spargoli con acini grossi quasi da uva da tavola e dava un vino colorato e apprezzato. Eravamo nell’Ottocento. Oggi, che c’è la moda -un po’ dobbiamo ammetterlo- delle uve autoctone, per curiosissimo che fossi mi aspettavo un vinello interessante, caratteriale, persino un Po’ rustico. E invece no. La sorpresa. Cavo il tappo da collo dell bottiglia (lungo, di sughero intero, promette bene), verso, guardo, inspirò e mi trovo ad allibire: perché quel vino rosso ad un passo dall’essere rubino profondo con riflessi dopo sette anni dalla vendemmia ancora incredibilmente violacei, che tinge il calice, ha bei riflessi, ma non sembra lasciare lacrime, ha un aroma di marcata intensità, ma soprattutto di grande finezza e complessità, che per più di un attimo mi rammenta quello degli Chateau bordolesi. E non è soltanto questione di barrique: si’, certo, un pochino la si sente a bottiglia appena aperta, col suo corredo di legno di cedro, di vaniglia, di cocco, di sandalo; ma qui c’è qualcosa di più ed oltre! E’ un attimo allora indovinarvi una triade evidente di lampone rosso, mirtillo nero e liquerizia, così nitida e marcante; ma poi, questi aromi si sviluppano come un tema musicale in infinite variazioni, sottilmente modulate, tutte da inseguire: avrai allora il ginepro, il tabacco, il pepe bianco, il pepe nero, la mora, la prugna, l’amarena, la cannella, il cioccolato, il rosmarino, il timo, la cannella, l’incenso, la cera d’api, il mentolo, la buccia dei giganti limoni amalfitani; ma nulla e’ il’ scontato, tutto e’ da scoprire cangiante nel profondo del mistero come dietro a un velario. E ti aspetterai allora un vinone denso, con quell’aspetto e quella complessità olfattiva, e invece no, perché è vellutatissimo e finanche setoso, carezzevole al palato come una mousse, ma al tempo stesso agilissimo, flessibile, scattante, leggiero. Com’è possibile? E’ che sa da una parte il tannino ha una finezza ed una dolcezza rarissime, di cipria, una maturità appagante, priva di increspature, ed è presente in quantità decise, ma non sovrabbondanti, il corpo e’ concentratissimo per sapore ma non per massa; e’ avvolgente, quello si’; giustamente alcolico anche (senza strafare); ed ha un’acidità notevole ma così piacevolmente dissimulata da non notarsi ed irradiare; e tu starai lì’ salivando e godendo il suo finale lunghissimo, pieno e complesso, come una serie di accordi di un’orchestra sinfonica. Da oggi ho scoperto che esiste un’altra luminosissima stella nel firmamento del vino italiano, un’uva che giganteggia nel sorriso del piacere con una personalità unica. Non ti dico, amico, amica che mi leggi, il suo prezzo; ma vedrai, risibile se pur lo puoi accostare con gloria a qualunque Chateau o a qualunque grande del Nuovo Mondo: ecco, magari a un grandissimo (ma grandissimo!) merlot. Questi confronti, tuttavia, non lo sanno raccontare: la sua voce e’ di mistero, selva, bosco ombroso, introversa nella penombra, comunicativa alla luce del sole; voce insieme antica e moderna, che pare abbia raccolto le storie e il carattere del Mediterraneo. Per me stasera sulle penne al sugo di salsiccia e’ stato un autentico matrimonio d’amore.

Per saperne di più: http://www.vestinicampagnano.it.

Talinaio 2007 Locorotondo DOC, Cantina Sociale Cooperativa Locorotondo, 13 gradi.


Non godono gran fama i vini bianchi di Puglia; chissà perché. L’appassionato, perfino l’intenditore, guardando a sud si rivolgeranno piuttosto alla Campania, alla Sicilia, perfino alla Calabria, a dispetto dei chilometri quadrati di vigne distesi in questa regione che, val la pena ricordarlo, da sola produce più vino di tutta l’ Australia. E si’ che con quelle coste, con quel mare blu e pescoso, con quelle verdure così saporite che stanno alla base della cucina locale, di bianchi ci sarebbe da averne una gran sete. Sarà colpa del territorio, che qualcuno dice poco adatto? O di vinificazioni approssimative? Tutte storie! Questa bottiglia di Locorotondo del 2007 fa cadere nel silenzio ed annulla ciascuna di codeste domande. La apro in Inghilterra dopo un lunghissimo riposo nella mia cantina milanese: me la son portata qui, tenero ricordo di un’estate al tempo stesso meravigliosa e triste, e me la consegno’ dalla Puglia il mio amico carissimo, fraterno, Roberto: ci scambiammo le bottiglie – nostro bottino: centro nord la mia razzia, sud la sua- davanti alle mura di San Gimignano, e stasera bevendone mi sembra di averlo qui con me. No, io non ero convinto che avesse tenuto; ma come lo verso, malgrado il tappo che si sgretola, ecco rivelarsi nel mio calice una tinta bellissima di limone carico, matura ma priva di qualunque traccia evidentemente ossidativa, anche quando dopo alcune ore volgerà all’oro. Ad ondeggiarlo, lascia lacrime fitte, ma estremamente volatili: segno di un vino non grasso e piuttosto scattante, come forse non ti aspetteresti da un bianco del meridione. Ed infatti: all’olfatto e’ caldo e carezzevole, originale, scende nel cuore come un balsamo col suo profumo di percocche, di albicocche, di scorza d’arancia e di cedro canditi, di miele di macchia riarsa dal sole, di erbe officinali (ruta, alloro, ginepro), di foglie d’olivo, di semi di finocchio, di iodio, di muschio o piuttosto di vegetazione marina, con quel certo nonsoche di petrolio che è caratteristica dei grandi Riesling tedeschi: e qui, a chilometri di distanza, lo ritroviamo unito ad un profilo che ha la spazialità aperta ed ariosa del Mediterraneo; forse che l’amore che il germanico Federico II portava per la terra di Puglia abbia qui un riverbero arcano? Quasi mi ricorda -in sedicesimi, inteso, e mi daran sulla voce gli “enoesperti”- la Ribolla di Gravner. In bocca e’ secco e cremoso, ma senza tante concessioni, abbagliante piuttosto come i muri bianchi al sole, come i suoli di calcare; elegante, armonico per la grazia con cui son fuse le note dure e quelle morbide; corpo pieno ma non ingombrante, alcool ben modulato, acidità sorprendentemente alta e stuzzicante in vino del sud, intensita’ e persistenza durevole a patto di non mortificarlo con temperature troppo basse, ed un rilucere ancora di toni muschiati, di infusi di fiori, di frutta -l’agrume candito soprattutto- ed il miele, intenso, selvaggio. Quanta complessità, e senza bisogno di legno e barrique per sviluppare tanta bellezza: solo i terreni calcarei a 400 metri sul livello del mare e un trio di uve nostre locali: verdeca al 65%, bianco d’Alessano al 30%, fiano al 5%. In questa fase della sua vita merita un pescato di mare importante, cucinato semplicemente, perché possa parlare da se’: un dentice, una ricciola. Questo stavo per scrivere, rimarcando che c’è qui tanta stupenda materia, ma che una cura ancor più rabbiosa lo porterebbe agevolmente nell’empireo della piu’ ampia rinomanza mondiale. Però poi ho dato un occhio al mio adorato “Vini d’Italia” di Luigi Veronelli, pubblicato nell’anno 1961, ed egli allora scriveva a proposito del Bianco di Locorotondo : “E’ vino che trova la sua massima collocazione come base nella fabbricazione dei Vermouth e per il taglio di innumerevoli vini rossi e bianchi. Meriterebbe miglior sorte, dovendo essere considerato vino superiore da pasto e, se bene invecchiato, da pesce. Ebbi, non molto fa, ventura di provarne una decennale bottiglia su di un piatto di Luigi Carnacina, i filetti di sogliola Casina delle Rose; insuperabile! ” e mi son roso dalla rabbia e dalla bile, che in questa nostra povera Italia in cinquant’anni non abbiamo imparato nulla e siamo sempre li’ al punto di partenza, presi non so da quali chiacchiere e l’un contro l’altro armati. “Ahi, serva Italia, di dolore ostello !”.

Candia dei Colli Apuani amabile 2007, Roberto Castagnini, 12,5 gradi


Venendo dal nord, dopo le curve e i boschi della Cisa, giungere in quell’estremo raccordarsi di Liguria e Toscana e’ l’emozione di un’apertura verso il sole, verso l’aria nuova del mare: li’ l’Italia si stacca dal continente Europa per proiettarsi penisola nel Mediterraneo. Da un lato, l’abbraccio dei golfi di La Spezia e di Lerici e le scogliere scoscese delle Cinque Terre, dall’altro le cave di marmo delle vette Apuane, scenario irreale che controcanta la lunga distesa di rena delle spiagge versiliesi. Vi nasce un vino poco conosciuto, in quantità minute, proprio dove le Alpi diventano colli, mantenendo però pendenze tali da richiedere terrazzi e la fatica del lavoro manuale: e’ il Candia. Quello amabile, ad esempio questo di Castagnini, forse è’ il più originale nel suo essere desueto. Lo trovo giallo limone, con riflessi di cristallo e solari, ambrati, caratteristici si dice e non dovuti -in questo caso-all’età’. Disegna archetti radi e lenti, regalando profumi intensi mela matura e pera e cotognata, di ananas, di erbe e fiori selvatici e ginestre, e di macchia e di zagara, e di corbezzolo. Vi trovi il calore del miele di acacia, l’aroma della paglia nei campi agostani, ma anche la freschezza della roccia, del cristallo, del marmo diresti, a voler esser banale: eppure e’ così, anche la pietra ha un odore, che nasce dalla microflora che su essa cresce caratteristica. Ottanta per cento di Vermentino, 20 per cento albarola e trebbiano, regala un sorso dolce amaro e un po’ salato, con acidità contenuta, di una certa persistenza ed alcol ben dissimulato, per un gusto un po’ antico magari, di un tempo che fu, ma che non si dimentica. Quasi un vino timido, sulle punte, lo diresti ancora indeciso se appartenere più al sud o al nord ed ha una sua delicatezza estrema, un silenzio interiore ed una grazia da ali di farfalla: quasi un coro a bocca chiusa, sul far del tramonto. Vorrei riassaggiarlo più giovane, perché, si dice, e’ vino da beva immediata. Cercalo anche tu, amico, amica mia: se non ami i vini dolci in specie, perché il Candia amabile e’ altra cosa. Te lo potrei consigliare con certezza per fine pasto su crostate di frutta, su un castagnaccio, sulla frutta stessa, o per il tuo piacere fuori pasto; ma ti spingo anche ad osare e giocare con lui all’aperitivo e al pasto per provare gusti e accostamenti inconsueti: sarà con un crostino al lardo o con una vivanda orientale che riuscirà a conquistarti?

Per saperne di più: http://www.eurobacco.eu/Castagnini_Roberto/castagnini_roberto.htm

Metodo Classico Brut Rosso Cuvee Extra 2007 Francesco Bellei & C.


A sedici, diciotto anni, ricordo, quando d’agosto si facevano le spiaggiate, le ragazze volevano il Lambrusco: fresco, con le bolle, zuccherino. E si mangiava sotto le stelle il pollo con le mani: non esattamente high society. Altre generazioni, diverse dalla mia, l’hanno associato alla festa dell’unità paesana e alla salamella, altre ancora al tressette con le carte truccate sotto la pergola. Ma si può invece prenderlo sul serio, il Lambrusco, scordandosi la sagra e pensando piuttosto al respiro infinito dei campi padani, ai castelli dalle sale solenni e silenziose, ai colli morbidi, verdi e ventilati, ad una cultura millenaria che leggiamo sulle abbazie fondate da Matilde di Canossa e che non teme confronti? Bellei sceglie le uve della varietà Sorbara, quella che da’ i vini più fini, profumati e con acidità sostenuta, e li vinifica secondo il metodo classico: il più complesso, quello dello Champagne, tutt’altra cosa rispetto all’autoclave che va per la maggiore. Il risultato e’ uno spumante originale e di classe, di color rubino trasparente antico, dal perlage raffinato seppur un poco evanescente, dall’aroma intenso e non aggressivo di piccoli frutti rossi, di ciliegia, di chiodo di garofano; di alloro e di rose, come quando si entra in certi vecchi giardini dimenticati, che per una malia il progresso non abbia toccato, ed ancora all’olezzo sembran risuonare delle conversazioni cortesi di una cavalleria ottocentesca che più non conosciamo, distinta e provinciale insieme: quella che a Busseto animava le stanze di Palazzo Orlandi, residenza verdiana; quella che risuona in certe pagine de “La Traviata”. Brindiamo allora nei lieti calici, godendone il sapore intenso, minerale, profilato di acidità e salinità notevoli, che attacca al palato energico ma calibrato e fine, con tannini misuratissimi, sottilissimi, poco più che ombre fugaci. Del metodo classico di razza ritrovi la persistenza al palato, gli aromi di lieviti e crosta di pane e di nocciole, ma sfumati, che non disturbano in alcun modo la purezza degli aromi e dei sapori dell’uva e del territorio; la mano e’ sempre leggera.
Tenetelo per un abbinamento di classe con i migliori prodotti della sua terra: culatello, tortellini in brodo, zamponi di provetti artigiani o di artisti di questi cibi meravigliosi; bolliti misti, oche arrosto. Ma, come un vero uomo di mondo, sarà a suo agio su pietanze straniere: lo immagino delizia su un sushi di tonno.