Brunello di Montalcino 2004, Poggio Antico,13,5 gradi.


L’etichetta del Brunello di Montalcino di Poggio Antico, da tanti anni immutabile nelle sue forme grafiche così essenziali, ordinate, austere e moderne a un tempo, richiama in me -inutile negarlo- momenti lontani di festa e di gioia in famiglia, grandi tavolate, calde serene e accoglienti, immagini ormai presenti solo nella memoria, popolate di volti che -ahime’- non sono più. Vino dunque configuratosi nella mia mente per occasioni speciali e forse primo Brunello che ebbi modo di assaggiare – per molti anni, l’unico, fissandomi a lungo un’idea del celebre rosso ilcinese ben definita ma giocoforza parziale, legata ad uno stile aziendale che è costante e preciso ed all’espressione di vigne che sono solo alcune – seppur felicissime- fra le tante di Montalcino. Dopo tanti di assaggi e bottiglie diverse che mi hanno aperto la mente, il privilegio di aprire oggi, a Natale con i miei cari, una di sei bottiglie perfette di un’annata pregevole, giunte direttamente dalla cantina al mio sottoscala umido e oscuro, toscano e segreto, quasi tumulo etrusco minuto del mio tesoro. La conferma di un vino come lo conosci, che definiresti neoclassico per una compostezza di forme, per un eloquio riservato e elegante pur col rischio di un certo signorile distacco; per la sua potenza unita alla freschezza; per il suo essere disponibile ad olfatto e palato anche appena aperto, ma capace di rimanere saldo e sereno allo scorrere del tempo: lo gusto ora dopo sedici ore da che ne ho tolto il sughero lunghissimo ed ha una bellezza perfetta, ed è un vino di dieci anni. Brunello di qualità altissima; senza menzione di vigna, alla moda antica, quando di tanti terreni sempre si tagliavano i vini per ricercare equilibrio, scatto e forza, pienezza e freschezza; quando del vino più che il preconcetto (il mono vitigno, il mono vigneto) contava la bontà di ciò che avevi nel bicchiere. Qui rubino appena aranciato ai bordi, più carico verso il centro fino a diventar quasi profondo, ma trasparente sempre: mai quell’impenetrabilità impropria per il Brunello, che troverai altrove. Ed un aroma intenso, di vino austero, che ancora avanza tranquillo ed immutabile sul suo cammino tra gioventù e evoluzione, mentre il mondo rovina e cade intorno: qui gli aromi floreali e fruttati di viole, gelsomini, iris e ciliegie, arancia sanguinella, cominciano a fondersi con il tabacco biondo, il pepe bianco e verde, con accenni di cuoio; anche l’humus e la terra bagnata baluginano, in un mutar nel calice che fa il vino vivo e pulsante, marcando il segno di un’evoluzione non ferma, ma continua avanti a se’. Perché certo avrà vita lunga: sentine l’integrità al naso, senti il tannino come ancora freme deciso, con la sua consistenza di rena sotto gli abiti eleganti e bon ton, come l’acidità sia ancora altissima a sostenere un sorso davvero lunghissimo, pieno, profondo ed a rinfrescarlo: quasi gigante di pietra che trovi vita e slancio imprevisti, staccandosi dalla massa rocciosa nella quale era intagliato come i Prigioni di Michelangelo, ma con potenza armoniosa e sicura, senza sforzo. A suo modo anche facile e diretto, contemporaneo: se certi Brunello hanno la forza senza tempo ma intimamente antica e persino arcaica delle Madonne di Giotto, Buoninsegna, Cimabue, qui non non puoi non avvertire un battito diverso: come se un artista moderno si cimentasse oggi con quelle forme di polittico, di troni col fondo oro, ma con la mano ed i tormenti d’oggi. Mi restano altre 5 bottiglie: una ogni 5 anni a verificarne l’evoluzione che è sicura e scommetto virtuosa farebbe 35 anni per il vino e 62 per me – quasi 63. Traguardo forse raggiungibile, che come ora vorrei festeggiare con la tavola imbandita di crostini toscani e di fagiano e di pernice arrosto, abbinamenti perfetti e d’amore. Oggi pero’ intorno al vecchio tavolo, col fuoco ardente, avevo mio padre, avevo mia madre. 25/12/2014

Nebbiolo D’Alba Cumot 2004, Bricco Maiolica, 14 gradi.

“Maledetto!”: questo il mio primo pensiero mentre cerco di estrarre il tappo che, riottoso, si spezza e si sbriciola così minuziosamente da costringermi prima a forzare l’estrazione delle singole schegge attaccate al collo della bottiglia con una punta di lama, poi a misure ancora più estreme perché i pescoli di sughero sono ormai finiti nel vino. “Maledetto” mi ripeto, mentre con un colino d’acciaio inox lo filtro versandone i primi centilitri nel decanter. “Maledetto”; so che così lo sto ossidando e che sto facendo vivere ad un vino invecchiato uno shock ambientale che potrebbe pregiudicarlo. Dieci anni non sono tantissimi in assoluto, ma nemmeno uno scherzo, sebbene mi stupisca un po’ la fragilità del tappo: altri più vecchi, conservati nelle medesime condizioni, li ho trovati impeccabili. Per mia fortuna, tuttavia, il vino c’è e me ne accorgo già mentre effettuo quelle operazioni, investito come sono dagli aromi inconfondibili e preziosi del Nebbiolo di qualche lustro. Perché quel liquido color granato, ma che ancora conserva sorprendentemente ricordi rubini nelle sue rifrazioni, e che lascia sul calice lacrime irregolarissime, lente e rade, sa confortarti con la pronunciata avvolgenza di un mondo di aromi familiare e antico, che non finisce mai di stupirti, come quando riapri dopo mesi la porta della vecchia casa di campagna e lo ritrovi lì ad aspettarti, l’odore della tua infanzia e della tua adolescenza: a ciascuno il suo. Qui, sono le rose al tardo meriggio, i gelsomini, il ribes, le fragole e le prugne rosse, le ciliegie sotto spirito, polvere di liquirizia e tabacco trinciato, vecchi legni, annosi pellami, afflati ematici e minerali (ruggine, gomma) ed un tocco di vaniglia, ricordo del legno di affinamento, lieve ma sensibile (piace, non piace: questione di gusti, qui però ormai e’ bene integrato). In bocca e’ caldo, di corpo pieno, magari più largo che slanciato da una tensione costante, seppure l’acidità sia sempre ben vivida e la struttura tannica importante, di consistenza terrosa, ma grana fine. Il gusto e’ appena meno concentrato di quanto non fosse l’aroma, ma più variegato, con accenni di cola e di tostatura, terminando armonico, con una lunghezza giusta, ma che vorresti poter trattenere ancora più a lungo. E se certo suo profilo potrebbe far la gioia di chi ama il Pinot Nero di Borgogna invecchiato, pure ha quell’espressività seria che è solo piemontese; e quelle risonanze profonde, bronzee come suoni di campane lontane, proprie dei grandi vini delle Langhe da uve nebbiolo. Non fa però, bada bene, il verso al Barolo ed al Barbaresco: ha un carattere più gentile e familiare, una sottile eleganza rustica, come quella della Parrocchiale di Diano D’Alba, che sovrasta in mezzo il paese; imponentemente barocca, ma semplice nel suo paramento ammattonato, quasi che la terra da cui nasce questo vino avesse voluto da sola farsi miracolosa un monumento, metà grotta di Betlemme, metà volta di cantina.
Godine su secondi di grandi carni, prestando speciale attenzione alla temperatura di servizio, che non sia troppo alta; per me il piacere e’ stato un raro arrosto di spalla di cervo, amore perfetto.

Maurleo IGT Toscana 2004, Pietro Beconcini, 13,5 gradi.


In Toscana, si sa (o si dice) il sangiovese e’ il re. Così almeno dall’800, quando il fin troppo citato a sproposito Ricasoli mise a punto la formula di gran successo del Chianti; ed infatti, ancora quand’ero bimbetto si diceva: “in Toscana e’ tutto Chianti”, intendendo appunto: “un vino rosso a base predominante di uve sangiovese”. Eppure non è stato sempre così ed esisteva in antico un’abbondante mescolanza di uve locali: tutte giù nel tino. Ancor oggi si trovano, qua e la’: quasi fossero reperti archeologici, in vigne marginali e magari semiabbandonate. A San Miniato (provincia pisana oggi, un tempo avamposto fiorentino) la malvasia nera teneva il campo quasi contendendo il posto e l’onore al sangiovese; più morbida, concessiva e polposa com’è. L’azienda Pietro Beconcini ha la meritoria caratteristica di battere antiche vie e per nulla scontate: dimenticate piuttosto, che solo se hai lo spirito errante e nobile di un pellegrino puoi imboccare. Vinificano questo Maurleo al 50% con il Sangiovese ed al 50% con la Malvasia nera: sarà essa giunta dall’Oriente risalendo il corso dell’Arno dal porto pisano ancora ai tempi della Repubblica Marinara? Rubino scuro profondo, ricca consistenza, ha in questa fase un profumo evoluto, un po’ da cercare, con ricordi sfumati dell’antica giovinezza: bergamotto, chinotto, bacche di ginepro. Macchia, torba, foglie secche e tabacco sono invece i profumi terziari figli dell’evoluzione, che ne rendono l’olfatazione pensosa e struggente. In bocca e’ morbido, fresco, di tannino delicato e un po’ terroso; corposo, di acidità ancora vivida ma ben integrata, flessibile e senza asprezze. Eppero’, pur apprezzandolo e non trovandolo stanco, ne rimpiangi la giovinezza più fruttata e dinamica e capisci perché nei vini fini da invecchiamento il sangiovese venne favorito: la malvasia, con quel suo nome d’oriente, blandisce come un balsamo, come una danzatrice esotica dalle profumate e procaci carni l’altro più ruvido, petroso, scorbutico, ossuto vitigno toscano. Per questa sua gentilezza, godine sui salumi della tradizione locale, specie quelli più speziati: soppressa e mallegato; magari proprio quelli di Sergio Falaschi, che tiene bottega a San Miniato.

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Rioja Gran Reserva 2004 Vina Eguia, 13,5 gradi.


Ci ho pensato e strapensato se scrivere due righe su questo Rioja Gran Reserva 2004 di Vina Eguia: non perché sia cattivo, no, ma perché non mi ha regalato quelle particolari emozioni che, alla fine, sono ciò che cerco in un bicchiere. Però stasera questo rosso spagnolo di uva tempranillo per me ha qualcosa da dire e ve la voglio raccontare. Viene dalla Rioja Alavesa, dove le viti si coltivano fino a 800 metri di altezza ai piedi dei Monti Cantabri, su terreni fortemente gessosi. Dicono i manuali che i vini di questa zona sono i più leggeri ed eleganti della Rioja. Ora: ho poche informazioni su questo di Vina Eguia: non so dirvi se è prodotto in modo"buono, pulito e giusto", secondo una definizione tanto di moda; posso però dirvi che viene da vigne di quarant’anni ed io ho istintivamente riguardo per chi ancora accudisce quelle annose piante. Di lui mi piace che è un vino rispettoso, della sue tradizioni e di chi lo beve: non alza la voce, non si atteggia a ciò che non e’. Allora ne apprezzo il colore rubino maturo, trasparente, che sorprende in un vino di dieci anni – ma, va detto, il tappo era un sughero bello, intiero, compatto. Genera archetti fitti, veloci, un punto a uncinetto per ornare il vetro del calice. All’olfatto e’ un po’ timido, se ne sta sulle sue come una chiocciola ritirata nel suo guscio: ma con la pazienza di ascoltarlo rivela strati di prugne rosse, di ribes, di fragoline di bosco, di uvetta sultanina, di tabacco, di vaniglia, di pellame morbido, di chiodi di garofano, di noce moscata. Appena un’idea di origano e di volatile, a regalargli un certo brio. Nulla però è esibito: il contributo dei legni di invecchiamento, evidente in tanti Rioja ormai per tradizione, ma spesso invadente fino alla caricatura, e’ qui misurato, addolcito, integrato, senza durezze, senza prevaricare: più un sussurro che un grido, semmai un delicato invito a sposarsi con il cibo. Di corpo medio come la sua acidità, un po’ più marcato semmai nell’alcool, mantiene una benvenuta piacevolezza astringente con tannini non abbondantissimi ma fini, eppero’ un po’ verdi. Strana uva il tempranillo, che ha buccia spessa per combattere freddo e umidità, ma vuol tanto sole e calore per ben maturare. Dice il suo questo Rioja, con garbo, ma finisce presto sfumando nel silenzio, perché la persistenza, davvero, non e’ lunga. Si abbina bene alle carni (mi piace in specie sul maiale), ma anche a certi formaggi ne’ troppo saporiti, ne’ troppo invecchiati: tipo -vedi tu- l’ispanico Manchego. Ecco però il segreto: 30 mesi passati affinando in carati, poi tre anni in bottiglia. Si e’ preso il suo tempo. E nel nostro mondo ormai sguaiato, ipocrita, troppo attento all’immagine e al venticello che tira convenientemente in quel momento, amo il garbo di chi sa aspettare, restando autentico, senza imporsi a tutti i costi: un tempo da prendersi per pensare, un tempo prima di parlare, un tempo prima di additare il prossimo o con la violenza o con la moralità occhiuta di un fariseo.

Ampeleia 2004 Maremma IGT, Ampeleia, 13,5 gradi.

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20/08/2013 Confesso che l’acquistai anni addietro con perplessita’, solo perche’ l’enotecaio me l’aveva suggerito; ed io, un po’ curioso, un po’ per non deludere, seguii il consiglio. Gia’: perche’ un IGT maremmano che nasce da sette diversi vitigni mi ispirava ben poca fiducia; ed il costo era importante. Da allora mi attendeva nel fresco e buio sottoscala e stasera, che mi son dato nell’orto a una grigliata, mi son deciso a aprirlo. E com’e’? Rubino cupo quasi impenetrabile, disegna fitti archetti sul bordo del calice, apparenza liquida della sua consistenza morbida e succosa. Il suo aroma e’ intenso ,scuro,  profondo, sfaccettato: frutti neri di bosco (mirtilli e more) e poi rossi (lamponi e ribes); seguono note boschive: di bacca di ginepro, di rabarbaro, di fungo porcino;  il cuoio e la zolla bagnata; infine un tocco appena di spezia dolce: vaniglia e noce moscata, ricordo lontano – ma ancor percettibile- del legno di affinamento.  In bocca e’ pieno, rotondo, senza spigoli; carezzevole, con l’alcol semplicemente perfetto nella sua integrazione, di lunghissima persistenza; e pur tuttavia agile, dinamico, attaccando netto e deciso al palato, allargandosi e stringendosi sinuoso in virtù’ di un’acidita’ altissima, ma dolcemente inserita nel disegno che armonioso produce. Caleidoscopico, ricco del gusto dei frutti, delizia la bocca di una carezza appagante e  setosa, di avvolgenza sensuale; che par di vedere certe donne uscite dalle pagine di Idilio Dell’Era: tanto pudico il testo, tanto ammiccante di sottintesi.  Sorprende per la sua giovinezza e precisione a nove anni dalla vendemmia; e se pur ancora lascia perplessi tanto incrociar di uve, non si puo’ restar insensibili di fronte a un vino tanto eccellente. E la Maremma – convienine con me – e’ stata pure un incorociar di genti e di culture: dallo Stato dei Presidi ai pastori che scendevano dal Casentino; sicche’ questa mescolanza di uve ci puo’ anche stare. Che non mi sciolga il cuore e’ fatto mio privato: tu amico, amica che mi leggi, godine la solare, eccitante bellezza.

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Sant’Ippolito 2004 IGT Toscana, Cantine Leonardo da Vinci, 12,5 gradi.

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16/11/2012 A 11 ore dall’apertura si presenta impenetrabile inchiostro, misterioso. Al naso, frutti di bosco scuri: more e mirtilli. Alla bocca, tannini ormai ben fusi, giusta acidita’, freschezza; i legni di affinamento sono ormai un ricordo lontano, che il vino ha assorbito e fatto suo, senza stonature. E’ un supertuscan  da sirah e merlot che mantiene una sua levita’, sigla principe del suo territorio di orignine, quella terra benedetta di vigne e colline che si distende sulle alture del Montalbano, incastonata come perla presiosa tra Monsummano, San Miniato e Carmignano. Ha una voce sue, piu’ nordica, riservata e nobile di quella di tanti vini del Nuovo Mondo, cosi’ aperti, cosi’ diretti. Eppure, ha una nota sola: quell’assenza di polifonia e’ il segno e il limite che lo separa dal gran vino. Pensi a che cosa darebbero le uve nostre, il Canaiolo, il Sangiovese con la sua classe cristallina, in un terreno cosi’ vocato, se soggetti a pari cure. E li immagini, perche’ ne conosci i modelli, piu’ leggiadri, fini, articolati, luminosi. Piu’ unici e poetici: cio’ che in fondo, in ogni dove, l’appassionato oggi cerca per una stretta al cuore.

Per saperne di più: http://www.cantineleonardo.it/it/default.asp

Pauillac Chateau Batailley, 5ème Cru Classé 2004

Chateau Batailley deve il suo nome ad una battaglia decisiva della Guerra dei Cent’Anni. Dove oggi sta il candido edificio del Castello e dove  sono le vigne, nel 1452 armigeri e cavalieri si combatterono, in un cozzare selvaggio di armature, di spade sguainate, di cannoni tonanti, catapulte, palle incendiarie, frecce, stendardi svolazzanti ridotti a brandelli dalla furia degli uomini, come vele dalla  tempesta. E sangue fu versato. Diceva Veronelli che se due ragazzi fanno l’amore in una vigna, l’anno dopo il vino verrà più buono. Come dovrebbe essere  allora il Paillac di Chateau Batailley? In realtà, è quanto ci si aspetta da un buon Bordeaux, già considerato di rango nella classificazione del 1855: un vino dal carattere serio. Ormai  a 9 anni dalla vendemmia è a un buon punto di evoluzione. La sua tinta è rubina profonda, quasi sanguigna, che prelude ad un vino ricco di estratti, ma non troppo alcolico (13%), muovendosi in un bell’equilibrio tra forza e grazia, tra piacere fisico e razionale distacco. L’aroma, intenso e profondo, è pure classico bordolese: ribes nero, prugne essicate, un aroma di peperoni gentilmente grigliati  su un fuoco dolce di brace, portato dal vento, nell’aria, sul far della sera; cedro, cera d’api, incensi; un tocco lontano, come l’eco di un ricordo, di vaniglia; respirando, lascia emergere anche un tono di violetta appena appassita. In bocca e’ setoso e delicato, carezzevole: seppur non privo di tannini, essi sono maturi, educati, come cipria fini, non ti disturbano, non ti aggrediscono. Allo stesso modo, la sua acidità è conciliante, rinfrescante:  è ancora discrezione, è educazione. Anche gustoso, pieno e potente: ma con levità, con un che di sfuggente, che invita a riberlo ed inseguirlo, bicchiere dopo bicchiere, con facilità incurante del suo spessore. Piace all’intenditore, ma appaga anche chi apprezza la semplice beva. Eccellente su un agnello o su formaggi a pasta molle tipo Camembert, o perfino su una pasta con un buon ragù di carne, è un affidabile viatico per scoprire il territorio; tutto sommato, a prezzi ragionevoli. Eppure manca qualche cosa: sarà un po’ di complessità? Sarà piuttosto un pizzico di emozione? Sarà magari il ricordo dell’antica battaglia, a raggelar la terra e le vigne; a negare, di fronte alla memoria dell’orrore, l’abbandono al pieno piacere?

Aglianico Campania IGT 2004, Vadiaperti

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Per anni vini del nostro meridione e’ stato piu’ facile trovarli sfusi. Partivano non camion Iveco, ma berline e giardinette cariche di damigiane e dame: era lo sfilare, sull’Autostrada del Sole, delle 128, delle Ritmo, delle Citroen GS, che quasi si piegavano sotto il peso dei portapacchi stracolmi alla fine delle ferie che riportavano gli emigranti nelle grandi citta’ del Nord: Torino e Milano, allora ancora nebbiose, allora ancora operose. Erano vini densi, forti, rustici, che “battevano in testa”: tannici ed acidi, spiazzavano gli inesperti bevitori di allora, quando sulle mense domestiche trionfavano Dolcetti e Chianti sottili, scherzose Bonarde, timidi Grignolini. Mi ricordo infatti di vini campani –regalati nelle prime bottiglie di plastica che si vedevano allora- che parevano portare dentro quel sole cocente. Robusti ed indomiti. Sono passati tanti anni: vengono oggi perle dalla Campania, fior di bianchi e di rossi; Aglianici eleganti, raffinati, intriganti e sensuali; piacevoli e leggeri, perfino. Ma questo Aglianico irpino di Montefredane, che viene dai monti ancor quasi solitari, e freddi rispetto alla costa, da un viticoltore che deve piu’ ai bianchi la sua fama (e che fama), parla una lingua diversa. E’ un vino franco, schietto, diretto, agricolo perfino. Parlano per lui i tannini ancora non domi, ma presenti ed energici, di gran forza motrice; anche un po’ verdi e vegetali, ma più una sigla che una pecca;  l’acidita’ fiera che pulisce e rinfresca, schioccando come una frusta che doma il palato. Ancor vigoroso e giovanile all’olfatto; che e’ ciliegia candida, e ribes pungente e lavanda, perfino una nota ancor torva ed affumicata. “Vengo da tufo e vulcano” sembra dire, “ed il fuoco ho nelle vene”. Appena qualche aroma terziario a testimoniare l’evoluzione, la sua salita ad una piena maturita’; appena un tocco di granato nel suo compatto e scuro rubino, come l’argento fa capolino e segna i trent’anni di un uomo alle tempie. Ci ricorda nei suoi 13 gradi che e’ comunque un vino di quota: non e’ forza dell’alcol la sua, ma forza di carattere. Non e’, ascoltami, un rosso che tutti possono bere: il suo dialogo bisogna accettare e ti parla in dialetto, non in bell’italiano. Ma dice cose sagge. E tu, saggio, accostagli un piatto anch’esso forte e leggero, gustoso e semplice: dagli una pasta con friarielli e salsiccia; dagli un bel roastbeef, ma che sia al sangue. Se l’avrai cotto sulla fiamma d’un legno aromatico, qual vite o l’ulivo, sara’ matrimonio d’amore.

Rosso di Montepulciano 2004 Fanetti – S. Agnese

imageSe c’e’ un produttore storico a Montepulciano, questo e’ Fanetti: primo a chiamare, in epoca moderna, un vino “Nobile di Montepulciano”. Roma, 1933, se la memoria non mi inganna. Non che io ci fossi, del resto: e chissa’ com’erano allora i vini di Fanetti, se gia’ Mario Soldati li trovava diversi, piu’ di trenta anni dopo. Tant’e’: cantina storica, eppure poco nota ai piu’; e certo non rilucente di chiara fama come, per dire, Biondi-Santi a Montalcino. Qui non abbiamo il Nobile, ma il piu’ semplice Rosso. Ne aprii una bottiglia qualche mese addietro e fui deluso: stanco, acquoso. E dunque con una certa trepidazione cavo il tappo: chissa’…Nossignori, qui abbiamo roba seria: il rubino trascolora nel granato e si fa perfino trasparente ai bordi; tinta antica, profonda, cardinalizia, che sfuma malinconica dal centro al bordo, come d’autunno un sentiero nel bosco, in aerea prospettiva. Questa nota visiva si ripropone all’olfatto tal quale, struggente: sono note profonde, gravi, tristi e dolcissime: un ricordo lontano di susine nere appassite per giorni al sole;  le foglie bagnate, ormai per terra soffice tappeto, sonoro al tuo passo tranquillo; ricche spezie orientali, rivissute nella memoria: vi affondi le mani, e le porti al naso; ma fu un tempo lontano, o un sogno, o fiaba che ti narravano bambino. In bocca, signorilmente demode’: di corpo, etereo, alcolico ma fresco, amaro e dolce si alternano ritmati; ancor acidamente vivo e sonante, ancor di tannino fiero; eppur ampio, eppur composto. Testimone vivo di un tempo passato, rossa lacrima del trascorrere degli anni, e’ qui presente, immoto. Sposalo tu con le piu’ varie pietanze: i veri signori, con garbo d’altri tempi, si sanno adattare. Ma bevilo consapevole: rivive in lui un’altra era, preziosa e distante.

Monica di Sardegna Nibaru 2004, Alberto Loi

L’ho aperto con trepidazione, avandolo lasciato a lungo in luogo caldo in condizioni tutt’altro che ideali. Ma la curiosita’ era forte e l’attimo perfetto per aprirlo era giunto. Si dice che la monica di Sardegna, quest’antica uva autoctona, dia vini buoni giovani, ma che sanno anche invecchiare e migliorare. Avra’ pero’ retto  questo allo strapazzo inflitto? Me l’ha fatta pagare sulle prime, permaloso e spigoloso: chiedeva aria ed un respiro libero. E io gli ho lasciato ore; ma poi eccolo: di color granato, pensoso, serio, non da’ confidenza. Affascina pero’: per le note ombrose di scorza di arancia amara, corbezzolo, mirto, ginepro, equilibrista indifferente tra evoluti toni fruttati e intensi spunti erbacei, quasi in contraddizione; per una bocca dal tannino fine -una carezza materna di ruvida mano-  calda e larga sulle prime, ma poi rinfrescante e di acidita’  misurata e piacevole, che lo rende continuo, vivido e ben saldo su robuste gambe. Sorprende, dualistico, per un profilo quasi liquoroso, ma che infine si svela bilanciato, delicato, perfino di alcol ridotto: 13 gradi. Vengono in mente coperte ruvide di lana grezza, pungenti ma calde, che ti confortano nel freddo e nel buio. Pensi a quei volti di sardi, rugosi, scolpiti come massi dal vento e dal sole, concentrati; sulle prime scuri, impenetrabili, ma poi pronti a sciogliersi, illuminarsi, in un  ampio ingenuo sorriso.