È morto Beppe Bigazzi.

Un piccolissimo blog personale che racconta vini dovrebbe limitarsi a quell’argomento.

Eppure qualche parola sulla scomparsa di Beppe Bigazzi sento di doverla dire, sebbene siano solo le impressioni di uno tra i tanti telespettatori e lettori che l’hanno seguito.

Erano gli Anni Novanta quando cominciammo a vedere in tivvù questo signore dai capelli bianchi, col volto caratteristicamente ossuto e solcato da rughe, vestito da gentiluomo di campagna, tutto velluto, tweed e camicie a quadri: sembrava portare addosso i colori della terra. Quella terra che lui descriveva, mirabilmente, tramite i suoi prodotti: verdure, frutti, legumi, bestiame, ricette, tradizioni, che pescava tanto dalle memorie di viaggi di lavoro, quanto da uno scrigno di ricordi d’infanzia, di una Toscana del Valdarno contemporanea a quella valdinievolina dove i miei nonni allevarono il mio babbo, ma forse più povera.

In quel piccolo schermo che già correva volgare tra una réclame ed un talk show, bucava lo schermo con una parlata lenta, chiara, sospensiva e assertiva, di inconfondibile calata toscana.

Pacato; ma sempre pronto ad accendersi in una battuta ruvida, tagliente, burbera, per difendere le produzioni tipiche, artigianali, per attaccare gli sciocchi che mistificano le tradizioni della tavola. Divertiva, affascinava: il pubblico l’amava e lo seguiva.

Fu per la mia generazione ciò che Veronelli e Soldati furono per le precedenti: la miccia di un interesse al mondo contadino controcorrente, offerta comodamente – e ironicamente – dal mezzo di comunicazione simbolo del mondo industriale: la televisione.

Fu lui a spiegarci che c’era differenza tra l’aglio di Vessalico e quello di Voghiera, fra il lardo di Arnad e quello di Colonnata; a spronarci a cercare il cece di Cicerale, la cipolla di Giarratana, l’agnello di Zeri. Se oggi buona parte dei consumatori hanno contezza della vacca chianina e del fagiolo zolfino e se la ristorazione li considera irrinunciabili, lo dobbiamo a lui. Lui ci ha insegnato che “si mangia al singolare”: non i fagioli, ma “il” fagiolo di Sorana; non un pane generico, ma “il” pane di Altamura, non carne suina, ma “di mora romagnola”. Lui ci ha insegnato che l’industria aveva portato una corruzione agricola, che i grani e i frutti antichi avevano un altro sapore ed un’altra sostenibilità. Lui riaccese le luci su territori agricoli come il Valdarno, dove qualche anno addietro bastava parlare con i produttori locali per capire quanto gli fossero riconoscenti per essersi tanto speso.

Lo fece prima della diffusione dei Mercati della Terra, quando Slow Food era in fasce. Lo fece senza connotazione politica, piuttosto con spirito anarcoide e la vocazione a bastian contrario.

Difatti si trovò in Rai a fronteggiare le lamentele degli sponsor dei suoi programmi, esponenti di spicco di quell’industria alimentare che così spesso sbertucciava.

Difatti ricordo alcune righe di apprezzamento sincero sul suo conto lasciate dall’anziano Veronelli, quello delle contestazioni non violente, dei centri sociali, di Critical Wine.

Bigazzi, figlio di contadini che, come amava ricordare, l’avevano fatto studiare col loro sacrificio, aveva avuto una carriera lunga e fruttuosa nel pubblico, come funzionario di organi di Stato, prima, poi come dirigente di aziende ai massimi livelli. Dalla Banca d’Italia all’Eni, senza privarsi di interessi e collaborazioni di alto profilo culturale, tra il giornalismo e l’editoria, principalmente orientate agli studi economici.

Ricordava come ad ogni nuovo incarico avesse insistito per firmare dimissioni con la data in bianco, chiedendo in cambio libertà di azione. Aveva incarnato così la figura di un funzionario servitore dello Stato con grandi competenze, ma scarso interesse personale; rarissima in Italia, purtroppo, quasi invenzione letteraria.

Eppure, pensionato, dall’industria era tornato alla terra, raccontandola, quasi seguendo un richiamo affettivo: difatti nei suoi discorsi sulle varie materie prime alimentari, affioravano sovente ricordi familiari e d’infanzia, che rivivevano sotto lenti di autentica e sincera commozione.

Il pubblico lo percepiva, come percepiva l’autenticità sostanziale delle sue sparate contro l’industria alimentare, contro l’ignoranza dei consumatori, contro le cattive abitudini a tavola figlie del “logorio della vita moderna”, in ultima analisi contro una malintesa modernità: Bigazzi la sua vita professionale l’aveva già conclusa con successo, nulla aveva da chiedere o da dimostrare, perciò le sue parole profumavano sempre di bucato.

È stato una figura controcorrente -un “maledetto toscano”, se si vuole – ma insieme paradigmatica, perché è rivissuta in lui la parabola intera dell’Italia contemporanea, come già profetizzata proprio da Veronelli: partito dalla terra, da un mondo contadino e per tanti versi arcaico, emancipato ed introdotto dallo studio nella società moderna, economico-industriale, ripiegò a un certo punto verso la terra stessa, come se essa recasse le verità ultime e il resto fosse inganno, riscoprendo nella tradizione una saggezza da preservare e coltivare.

Ha voluto che le sue ceneri siano disperse nel territorio di Terranuova Bracciolini, il paese che lo vide nascere: atto supremo ed ultimo di amore per la terra, definitiva ricongiunzione.

Franciacorta Dosaggio Zero, Andrea Arici – Colline della Stella, sboccatura 15/2/2010, 12,5 gradi.

A quasi 10 anni dalla sboccatura, è color limone carico, con finissimo perlage, continuo ed instancabile.

Profumo assai intenso, con lievito e frutta secca in evidenza. Al di sotto, sfumati, miele millefiori, agrumi canditi, zenzero, zafferano, fungo porcino fresco e madido.

Bocca dritta, precisa, danzante, succosa, con ritorni di cioccolato bianco. Finale pulito, a sua volta succoso, e salino. Nel retrogusto, un cenno balsamico, tra salvia e burro fuso.

Uno spumante di Franciacorta equilibrato e virile, ampio e slanciato, per nulla esornatiovo, di estrema, testarda aderenza territoriale: nobilissimo perciò.

Oggi, per noi, eccellente su polpette squisite di lesso di gallina allevata libera nel Mirandolese e vitello. Avessimo qui anche i casoncelli, sai tu che meraviglia.

Salento Primitivo Vigne Vecchie 2005, Duca Carlo Guarini, 13,5 gradi.

“I vini vecchi si assomigliano tutti”: tante volte ho sentito questa frase, quante non mi ha persuaso.

Qui una clamorosa smentita: un Primitivo salentino di 13 anni.

Ho poca dimestichezza coi vini pugliesi e non ho esperienza di altri Primitivo lungamente invecchiati.

Questa bottiglia fu il frutto di uno scambio col mio amico Roberto, compagno di viaggi per cantine. L’estate del 2008 lui aveva girato il sud, io il centro-nord; ci trovammo a San Gimignano coi bagagliai delle auto pieni di vini e si fece a metà.

Finì in cantina e lì rimase, perché era legata a un bel ricordo e mi spiaceva aprirlo senza un’occasione. Quasi la dimenticai. Ho poi imparato che l’occasione giusta è quando mi va e perciò mi son deciso.

Ecco: non si potrebbe sicuramente confonderlo né con un Nebbiolo, né con un Sangiovese invecchiato. Nemmeno con un Bordeaux. Tutt’altro spirito qui, tutt’altra tempra. Chi sostiene che i vini invecchiando si somigliano, forse vini vecchi non ne ha assaggiati abbastanza.

Questo è diverso da ogni altro vino rosso invecchiato che io abbia assaggiato.

Granato scuro e profondo, ma ancóra trasparente, lascia sul calice gocciole lunghe, di lentezza e persistenza estenuate, regolari e fitte.

Profumo è molto intenso, in evoluzione spinta, cangiante tra mora di rovo, oliva e carciofi alla brace, cappero, brace d’olivo, noce, prugna secca, caramello, cacao, sedano, ferro, caffè, pomodoro secco, origano, cardi, cime di rapa, pasta di acciughe; profumi per me nobilissimi, perché mediterranei, illuminati e addolciti da fiori di campo, pesca, noce moscata, cannella.

L’assaggio richiede un certo tempo di assestamento dopo l’apertura.

È secco, con notevolissima componete glicerica ad ammorbidirlo, quasi ingannatrice.

Il tannino è molto fine, ma assai presente (quale differenza rispetto a tanti Primitivo levigati e morbidi in commercio); spiccatissima l’acidità, percussiva e insistente; il corpo ampio ma dinamico, che attacca conciliante, frusta, si spenge su una lunga folata di gusto e di alcol, come scirocco d’estate al mare.

Non è un vino per tutti i palati e può riuscire anche sconcertante; per me, però, è buonissimo. L’ho gustato con piacere su lasagne al forno e su un’arista; l’immagino delizioso su umidi importanti, ad esempio di castrato.

Barbera d’Asti DOCG 2014, Cantina Mosparone, 13,5.

vini leggeri, succosi e coinvolgenti, la cui dinamica gustativa stimola il sorso successivo e rende la beva particolarmente agile e gratificante”; questi intendeva proporre pubblicazione di qualche anno addietro, ad opera del l’autorevole trio Castagno, Gravina, Rizzari.

Con molta e vera modestia, credo che questo meraviglio Barbera d’Asti 2014 sarebbe degnissimo protagonista di quel libro. Questo Barbera, affinata in acciaio e vetro dopo una breve macerazione, mi pare una sorta di noumeno: la concretizzazione di quanto di bello ed ideale quell’uva ha da offrire.

Un colore rubino fitto ma trasparente, di lucentezza smagliante, con una trina di gocciole fitte e persistenti a corona.

Un profumo intensissimo, giovanile con appena qualche cenno sensuale di sviluppo. Un tripudio di frutta rossa, la classica fragola-ciliegia, freschissima, nitida, centrata, sfuma tuttavia nelle ampiezze prospettiche di un paesaggio autunnale, che sa di nebbie, di zolla rivoltata, di foglie ingiallite, di corteccia d’albero, di muschio, di sangue, di spezie: la noce moscata, la curcuma, il pepe bianco e quello nero. Forse, nascosto tra i riverberi di luce, un fondo segreto di erbe officinali.

Un sorso agile, gustoso, estremamente vibrante -la quarta corda di un violino colpita da un arco appassionato- irradiante, ritmato; dal tannino delicatissimo, fine;dall’acidità vivida senza eccessi; dalla salinità imperiosa; dall’alcol misurato ma che piacevole scalda; dalla persistenza importante, ma alata.

Ecco: il colpo d’ali fa la differenza. Come quando si ascolta un brano risaputo sotto le mani di due pianisti: le note sono le stesse, entrambi non ne perdono una, magari nemmeno una sbavatura per entrambi; il tempo scelto è lo stesso, pure le dinamiche coincidono; eppure una delle due esecuzioni è cosa viva, palpitante, la musica sembra svolgersi di fronte a noi per la prima volta, raccontando una storia: quello il genio. Il resto, è solo corretta ripetizione di eventi noti.

Così, anche se nella vita di Barbere se ne son bevute altre cento, con questa sembra di assaggiarla per la prima volta.

Non conoscevo affatto Cantina Mosparone fino al novembre del 2018, nemmeno per sentito dire. Mi accostai ai loro vini casualmente al Mercato FIVI lo scorso anno, restando letteralmente di sasso: trovai tutte le loro etichette eccellenti e rispondenti alla definizione sopra citata. Solo casualmente mi trovo ad aprire e raccontare questa prima delle altre che acquistai allora.

Cantina Mosparone si trova in quella parte del Monferrato Astigiano che confina col torinese, tra i comuni di Castelnuovo Don Bosco e Pino d’Asti. Zone che ricordo verdi, deliziose e boschive.

Fondata nel 2008, è evidentemente impostata con criteri moderni, lavorando con attenzione uve da terreni di marne grigio-azzurre posti a circa 400 metri di altezza.

Quell’insieme di territorio vocato e di modernità tecnologica origina vini di straordinaria pulizia olfattiva ed equilibrio.

Per noi oggi, sulla tavola, questo Barbera è stato eccellente con tortellini in brodo e un indimenticabile biancostato bollito di chianina, acquistato presso la benemerita Macelleria Ricci di Trequanda, Siena.

Chianti Classico 2014, Monteraponi , 13 gradi.

Mi disse una volta un amico vignaiolo: “L’annata calda e secca non è mai un grosso problema e si può gestire, perché si hanno uve sane e mature. L’annata fredda e piovosa crea guai”.

Il 2014, appunto, fu un’annata di quelle che creano guai, nei ricordi dei vignaioli coi quali ho dialogato in tante zone del Centro e del Nord Italia; del Sud non saprei dire, né escludo zone privilegiate dal meteo, a macchia di leopardo.

Quell’anno però nacquero anche parecchi buoni vini rossi, che compensavano con profumi affascinanti strutture più snelle del solito; trovando anzi, in certi casi fortunati, l’equilibrio e lo slancio talvolta sfuggente a vini vigorosi o di ampie forme.

Dietro a queste riuscite, immancabilmente, tanto duro lavoro, selezioni drastiche dei grappoli in vigna e scelte accorte in cantina, fino alla rinuncia di produrre le selezioni più ambiziose.

Magari, ad aiutare, vigne con esposizioni assolate e calde, con quote non troppo elevate.

Si immagina perciò la difficoltà del 2014 a Radda in Chianti, così interna ed elevata che un tempo, quando le stagioni erano mediamente più fresche e la viticoltura più primitiva, il sangiovese spesso stentava a maturare: lì i vigneti sono tra i boschi fitti, alti sopra i 500 metri, con monti e colline strette d’intorno.

Eppure a qualcuno riuscì il miracolo: merito del terroir, che è suolo, clima e tradizione vinicola, ossia mano umana.

Monteraponi è azienda e cru, essendosi costruita negli anni reputazione solidissima. Questo Chianti Classico 2014, il meno ambizioso fra i loro, tratteggia un disegno dove stile, naturalezza, preziosità, forza e grazia si fondono in composta eleganza.

È rubino assai trasparente, con gocciole abbondanti e lente.

Di profumo assai intenso, sfaccettato, ove trionfa vivaddio l’uva nella sua identità primigenia, impreziosita di dettagli e sfumature minute come l’intarsio prezioso di un orefice o di un ebanista: un bouquet floreale dominato dalla viola; un pacato trionfo di ciliegia, amarena, lampone, contrappuntate triplicemente da droghe e spezie.

Poi agrumi, spunti vegetali e minerali. Allora, prismaticamente, rilucono arancia e chinotto; pepe nero e bianco insieme alla noce moscata, al chiodo di garofano, al caffè, al cacao amaro; alloro, rosmarino, cenni di oliva al forno e di legna bruciata che si fondono al ferro, il sottotraccia che così spesso ritrovo nei Rossi di Radda.

Questo preziosissimo fugato di profumi è sfumato da una distanza che lo rende struggente, con crescendo che portano più vivida ora l’una, ora l’altra voce: il caffè può dominare un istante, per poi cedere la scena alla viola.

Il corpo è medio, agile, ma di una maestà composta e di classica proporzione. Un concentrazione di gusto notevole, compatta, incisiva, centrata su assai più di quello che suggerirebbe l’annata, e l’innerva in maglia salda una filigrana salina unita a un’acidità misurata e ad un tannino rifinito, delicato, ma presente.

Il finale è pulitissimo, equilibrato, fresco e salino, con un retrogusto coerente di bella lunghezza: ancora prevale il gusto d’uva.

Questo Chianti Classico ha l’eleganza affascinante di una dama in lungo ed è flessibilissimo sulla tavola: sta bene tanto sulle paste che sulle carni, persino, per prova provata, sul difficilissimo mallegato toscano.

Lugana Brolettino Grand’Annata 2002, Ca’ dei Frati , 13 gradi.

Un bianco sontuoso.

17 anni non sono pochi per nessun vino; per un bianco, una sfida, perduta anche da parecchi Riesling, che pure hanno fama di longevità.

Questo Lugana l’apro con poche aspettative, perché lo comprai in un’enoteca di Sirmione, già vecchio di qualche anno (sarà stato il 2008 o il 2009) e più ancora ne ha trascorso nella cantina domestica – non la migliore.

Vero è che da un Lugana una certa longevità è possibile aspettarsela, stante la parentela della sua uva (Trubiana o Trebbiano di Lugana) col Verdicchio; vero è che questo “Brolettino Grand’Annata” era una selezione affinata in legno delle migliori uve; ma l’etichetta sul retro perentoria afferma che il vino raggiunge il suo meglio in 5 anni.

Però, chi l’avrebbe detto? Perché il colore intensamente dorato, viscoso alla rotazione del calice, ma che lascia solo un velo sul vetro, lesto a sparire, suggerisce un vino passato.

Avvolge tuttavia in un profumo molto intenso, indubbiamente in là con l’evoluzione, di una ricchezza intossicante e decadente, come certe pagine dannunziane o certe musiche di Richard Strauss, ma ancora, fresco equilibrato, vitale.

Accordi sgrumati, addolciti dal miele, accenni di frutta a polpa gialla, si fondono a ricordi di alloro e calde note di nocciole tritate finemente, ed olio d’oliva verde, novello, finocchio e sedano, ed un debole richiamo di crema pasticciera, forse caramello, vaniglia, forse cocco, forse ananas, forse persino cenni ematici.

Il sorso è di ampiezza estrema, persino più ricco delle attese, di una consistenza tattile che rammenta i quadri di Vittore Grubicy de Dragon, coi suoi colori caldi, autunnali, materici, o i tessuti lussuosi, caldi, fin-de-siecle, di Mariano Fortuny.

Comunque è svelto, articolato, quasi rarefatto in dettagli preziosi, rilucente come il Garda al tramonto, che sfuma e si perde nelle nebbie verso settentrione. È la salinità a tenerlo vivo, con l’acidità ancor sufficientemente vivida in accurato contrappunto, per un insieme armonioso, molto lungo, cui il minimo residuo zuccherino dona un’armonia sferica, di spigoli smussati ad arte, che ne perpetra il fascino.

Ecco: ricordo d’improvviso un’immagine di tanti anni addietro, la prima visita stupefatta al Vittoriale di D’Annunzio, la sua residenza un po’ folle, tutta ricordi d’arma e di arte. Rammento la sala da pranzo, ampia, cupa, dal soffitto basso, coperta di tappeti quasi a celare ogni voce nell’intimo mistero, a trattenere ogni suono in una meditazione sensuale e poetica. Questo vino, così delibato dal tempo, ridotto a un’essenza giovanilmente pura ed insieme enormemente antica, mi pare eletto per una simile mensa.

Abbinarlo? Ho provato con un caciocavallo stagionato in grotta, piuttosto bene; discretamente su un primo al tonno, capperi e pomodoro fresco; ma la rivelazione sono state le nozze d’amore e poesia con una mormora d’altura pescata in Sardegna e cucinata in forno, al cartoccio, con aglio, salvia e rosmarino.

L’imbrunire Toscana IGT 2008, Villa Petriolo, 13 gradi.

“I piccoli grappoli di questo Canaiolo provengono da un vigneto antico di 30 anni, il San Martino.”, leggo sulla retroetichetta di questo vino di Villa Petriolo.

Si chiama “L’imbrunire” ed è struggente come il crepuscolo sa esserlo in Toscana (mi rivedo le sere di luglio, bambino sull’aia coi nonni, rimirando il cielo ingrigire e annerire, sulle sdraio di legno e di tela, ed il sibilo in volo dei pipistrelli). È un vino che non esiste più.

Erano i tempi della mia prima passione, della lettura avida della guida dell’Espresso, i primi passi di un viaggio vinicolo che allargava il mio mondo, ma che sulla Toscana soprattutto mi spingeva indietro nel tempo, alla semplicità delle origini.

Godeva Villa Petriolo di buona stampa. Era lì, a portata di mano: Cerreto Guidi, le pendici fiorentine del Montalbano, sull’orlo della mia Valdinevole. (Eppure, mai riuscii a varcarne le soglie: chiamavo per andare a comprare i vini e ricevevo risposte elusive).

C’era questo Canaiolo in purezza, se ne diceva bene, m’incuriosiva assai: veniva dall’uva antica impiegata per tagliare il sangiovese nel Chianti, e nei secoli talvolta addirittura preferita al sangiovese. Gustosa anche sulla tavola, se mio nonno l’appassiva per averla fino a Natale e ne copriva le focacce rustiche infornate di settembre, sfruttando l’ultima brace della panificazione settimanale.

Ero curioso di sentirlo, da solo, senza altre uve, quel Canaiolo.

“L’Imbrunire” lo comperai a Milano, in una mescita toscana che nemmeno lei esiste più, in via Crespi: al piano terra di un massiccio edificio popolare a ringhiera, nero e lugubre di anni, che però si dava arie di gran palazzo grazie a decorazioni liberty finissime che l’incrostavano fino alla linea tegolata.

I vecchi contadini mi dicevano che invecchiava bene il Canaiolo, ma questo rimase lì in attesa perché era la sola bottiglia che avessi e mi spiaceva aprirla; più ancora dacché Villa Petriolo è scomparsa. Non so bene le ragioni e le saghe familiari, ma una delle sorelle credo produca oggi vini etnei – ottimi, pare.

Stasera infine, complici i ghiotti crostini toscani che ci aspettavano a tavola (regalo di mamma), ho guardato negli occhi mia moglie e mi son deciso ad aprirlo: perché la vita è una.

Eccolo qua. Mica gli ho lasciato spazio e tempo: dalla cantina – non quella buona – una rapida passata in fresco, poi aperto e subito versato. Sì deve sgranchire le gambe, ma solo un poco.

È granato, ma lampeggia ancora rubino e viola. Sul calice sono lacrime irregolari, lunghe, persistenti, lentissime.

Ha profumo intensissimo, in là con l’evoluzione, venato forse di decadenza : quasi da Porto sulle prime, poi si schiarisce la voce levandosi in volo.

L’innalza un fiato profondo, tutto trina ricamata, intimamente struggente perché è un ricordo di primavera con occhiali d’autunno: tutto filtra una luce che è arancio e cioccolato. Sotto susine, fragole, cannella, chiodo di garofano, tabacco, foglie secche, muschio, caffè, ma soprattutto viole e rose: una danza floreale evocata come in spirito, tuttavia presente, concreta, vitale, giovanile. Ci sono i campi in fiore ed insieme il camino acceso, la fila dei tordi che cuoce lenta mentre il vento ulula la canna. Pazienza se, qui è là, un certo profumo sa di confezione enologica.

In bocca è una seta, cremoso e slanciato, avvolgente ma rarefatto, e intimamente fresco, vivido, col tannino finissimo mediano ed un gioco armonioso, da quadro ad olio, di salinità luminosa e giusta vena acida. Ha lunghezza, retrogusto equilibrato, discreto corpo.

Ben si capisce perché s’usava per tagliare il Sangiovese: così profumato, così accomodante, così pronto a un delicato abbraccio. È la carezza della mamma a un bimbo: non perfetta, ma piena d’amore; è la consolazione del vegliardo l’inverno: non tanta gioia, ma tepore bastevole.

Perciò è struggente: ha il ricordo minimo della giusta misura .

Montecucco Sangiovese Santa Marta 2005, Salustri, 14 gradi.

Lessi anni addietro l’intervista ad un noto degustatore di vini italiano. Gli chiedevano se ci fossero ancora territori toscani da scoprire enologicamente. La risposta, perentoria: “No”.

Vero, ma discutibile: esistono zone toscane tutt’oggi sottovalutate o non consapevoli delle loro qualità, o che non le hanno espresse appieno o non le hanno espresse affatto.

Alla medesima domanda, risponderei: “Montecucco”. Una provocazione circosostanziata.

Scommetto che il 70 per cento dei consumatori un po’’ accorti non sappia dove sia o che cosa sia la DOCG Montecucco.

Ciò che non è noto o conosciuto, in qualche modo non è scoperto; però i vini del Montecucco valgono ampiamente la ricerca.

Frequento la zona con una certa assiduità da qualche anno: garantisco, non solo molti vini sono eccellenti, ma posseggono un’individualità pulsante e caratteristica, soprattutto quando la voce del sangiovese predomina.

L’areale della DOCG, infatti, è ampio: steso tra le prime alture maremmane e il massiccio del Monte Amiata, permette di individuare sottozone specifiche: Cinigiano, ad esempio, con la sua luminosità intensa e gli affacci ampi, ariosi verso il mare, si differenzia assai dalla pedemontana Seggiano, con le sue valli e vallecole incantate.

C’è però – mi sono chiesto – un tratto in comune che identifica il vino rosso di questo territorio, che meriterebbe chiamarsi più propriamente “Colline Amiatine” o direttamente “Amiata”?

Per trovare una risposta, dopo qualche giorno di vacanza assaggiando assiduamente vini di Casteldelpiano, Seggiano (con le sue frazioni di Pescina, Poggio Ferro…), Montenero, Monticello Amiata, Cinigiano (e la sua frazione di Castiglioncello Bandini), sono andato a rivedere le vecchie note di assaggio relative ad un vino del produttore simbolo dell’areale, Leonardo Salustri: un Sangiovese in purezza che estrassi dalla mia cantina privata il 1 novembre del 2017, già vetusto di anni.

Credo dunque si possa riconoscere nei vini del Montecucco una fondativa, marcante balsamicità, intensa fino al resinato, ed una pienezza tattile riposata, ma compatta.

Quando lo bevvi, era già vecchio di 12 anni: un bel sangiovese classico di Cinigiano: ampio, equilibrato, rotondo, mediterraneamente fruttato, ma sfumato, minerale, intimamente classico.

Un vino maiuscolo al solo accostarci le nari, ché non si poteva resistere; svezzato tra tini di legno, cemento e botte grande, prima di andare in bottiglia.

Il colore stupiva e lasciava allibiti, perché ancora estremamente rubino dopo 12 anni: trasparente, con lacrime fitte, irregolari e veloci.

Un profumo di intensità ben superiore alla media, Integro e in evoluzione, insieme fruttato e minerale, ma soprattutto boschivo: di boschi assolati e selvaggi.

Ciliegia e mora erano un sottofondo lontano; il primo piano alloro, paglia al sole, aria aperta, “infiniti spazi e sovrumani silenzi”; poi polvere pirica, fegato, una speziatura, mista dolce e piccante, di pepe, noce moscata e chiodo di garofano.

Equilibratissimo al palato, fresco, rotondo, con corpo pieno, grande acidità, alcol perfetto ed un gusto di intensità rapinosa e rarissima. Molto persistente, con allungo naturalissimo nell’espressione.

Un tannino fitto e grintoso, appena un po’ rustico, ma vero, netto, forte e maschio.

Sole, maschio, equilibrio naturale, integro, netto, carezzevole, irradiante: come un diedro rifrange scomponendo la luce, così lui rifrangeva la parola “buono”.

Fu un accordo perfetto e d’amore su un anatra arrosto con olive e cavolo nero.

I “Pompeiano” Piedirosso e Falanghina di Sorrentino Vini.

Per anni, l’immagine che ho avuto io di Napoli e quella del Vesuvio sono rimaste inestricabilmente fuse, come nella celebre cartolina del Golfo col pino in primo piano, la città piccina laggiù tra l’abbraccio del suo mare e il vulcano, ornato da un pennacchio di fumo placido e indolente nell’azzurro. Un’immagine quasi artificiosa rimasta cristallizzata per generazioni, se già negli Anni Quaranta il Vesuvio aveva smesso di emettere vapori.

Col tempo sono stato in grado di mettere meglio a fuoco quella interconnessione ingenua. ” A’ muntagna ” incombe su Napoli e sul suo destino, eppure è altro rispetto al dedalo di vicoli oscuri e colorati, ai palazzi e alle miserie, ai castelli, alle chiese, alla varia umanità che brulica gli spazi cittadini con la sua vitalità potente e a tratti selvaggia e feroce.

Il Vesuvio è spazio aperto, aria, luce, cielo vorticoso e avvolgente, da toccare con un dito; è natura indomita, senza filtro umano alcuno, è madre-matrigna generosa e temibile.

Ricordo un vecchio affresco poimpeiano, il vulcano dipinto come monte coperto di uva e di pampini: nemmeno se ne sospettava la pericolosità, allora.

Pompei, solo a nominarla, provoca un brivido di bellezza e di sgomento: chi dimenticare quei calchi umani imprigionati dalle ceneri e come ombre dissolti nell’istante ultimo del loro dolore mortale?

Diversamente, nominando il vini definiti dalla norma Pompeiano IGT, i ricordi terribili sfumano dolcemente nel richiamo alla vita: il Vesuvio dorme il sonno di una pace provvisoria, l’uomo ha riconquistato le sue pendici per poi abbandonarle e ancora riscoprirle: andirivieni che è storia sociale dell’Italia agricola, divenuta industriale, oggi in cerca di se stessa.

Il vulcano, quieto, porge i suoi frutti, nutre le viti sui suoi fianchi di terra vulcanica nera, sabbiose alla sua base: Falanghina e Piedirosso su tutti, ma non i soli.

I Pompeiano di Sorrentino, Piedirosso e Falanghina, sono un buon viatico: territorialmente riconoscibili, da agricoltura biologica, hanno tra l’altro i pregi di una buona reperibilità ed accessibilità. Mi piace qui riportare alcune note di degustazione.

Pompeiano Piedirosso “7 moggi ” 2015, Sorrentino, 12,5 gradi.

Il Piedirosso è uno tra i segreti meglio nascosti dell’enologia italiana: noto all’appassionato smaliziato ed al degustatore professionista, sfugge ancora al grande pubblico, sebbene abbia tutte le doti per essere amato e felicemente bevuto; sottostimato, forse, perché spesso usato ad ingentilire la poderosa struttura dell’aglianico.

Il Piedirosso è tutto genio e sregolatezza: di beva spesso lieve e danzante, ha profumi ammalianti e caleidoscopici fino a stordire, che trascolorano, a seconda dei terreni e delle vinificazioni, da eleganze quasi estenuate a profumi animali, virili, minerali.

Nell’areale napoletano dei vulcani, da Ischia ai Campi Flegrei al Vesuvio, origina vini estremi per classe ed originalità.

Questo “7 Moggi”, prodotto in regime biologico a circa 400 metri di altezza, incanta col suo colore rubino trasparente, dai riflessi quai porpora. Ruota nel calice leggero eppur viscoso e difatti crea lacrime lente, fitte, persistenti, mentre immediato rilascia un profumo molto intenso, caratteristico, pulito, di viole e di frutta rossa soprattutto, e di frutta nera matura, quasi lampone e mirtillo fossero spremuti freschi, sfumando fino alla confettura di susina, ma casalinga, con cenni di arancia rossa, cola, carruba. Su tutto si stende un velo profondo come la notte di zolfo e di affumicato, quasi incenso e cera, che ricorda l’origine vulcanica dei luoghi delle vigne.

Carezzevole, morbido, ha gusto concentrato e corpo medio, con acidità media del pari, così come il tannino che è rotondo, molto profondo e persistente.

Tutto l’insieme è sostenuto da una grande salinità (proprio sale grosso, non fine), esprimendosi su una lunghezza più che discreta, con l’alcol relativamente contenuto e ben equilibrato. Resta però un rosso felicemente meridionale, che trasmette un piacevole senso di calore.

È un vino dal tratto giovanile, ma non immaturo: una fanciulla adolescente col suo lato sensuale e torbido (ripenso a certi licenziosi affreschi pompeiani!).

L’ho gustato con piacere su un caciocavallo di media stagionatura. Lo proverei su una pizza e qualche primo col sugo di pesce, giocato su sapori forti come spada, tonno, sugarello, palamita. Mi pare una sicurezza su coniglio e pollame. Addirittura, l’azzarderei per un aperitivo di gran lusso, all’insegna di un inarrivabile stile italiano.

Pompeiano Falanghina 2015 , Sorrentino Vini, 12,5 gradi.

La Falanghina è talmente alla moda ormai che rischia di essere fraintesa.

Sbaglia chi ritiene dia vini facili: semmai, se ben lavorata, origini vini di estrema preziosità e lievi, sciolti, specie nel biotipo flegreo che immagino sia la base di questo Pompeiano, che si offre alla vista limone assai tenue, trasparente, lasciando sul calice gocce rapide e nervose, ma non persistenti.

Ha profumo intensissimo e concentrato, fresco ed arioso: fiori gialli e agrumi (il mandarino, in particolare) virano al dolce miele di zagara, con una nota di pepe verde contrastante la frutta a polpa gialla e persino l’ananas tropicale. Poi c’è il marchio del vulcano: un’idea di zolfo e di affumicato che è una sorta di terza dimensione: è pietra al sole, acciaio caldo. Un appassionante susseguirsi di durezze e suadenze.

Al sorso tutta la delicatezza della Falangina. Gusto concentrato, col mandarino ancora in evidenza insieme alla menta, al cappero, alla mandorla. L’acidità mediana, così come l’alcol, nel suo corpo ristretto sono in splendido equilibrio. La salinità notevole, figlia del territorio, contrasta un residuo zuccherino lievissimo, creando un bel gioco rotondo e piacevole.

O, piuttosto, è un contenuto notevole di glicerina a creare l’effetto e ingannare?

Salinità, acidità, carezza glicerica: gode il tatto con questa Falanghina aera, flessuosa, passante, flessibile, leggera ma intensa; che attacca netta, avvolge la bocca setosa e sfuma delicata come brezza. Gusto e aroma avvolti in una trama fine: un merletto.

Viene spontaneo il collegamento con certa arte napoletana, raffinatissima nelle minuzie: scultura, pittura, musica; semplicemente, si pensi ai dettagli del presepe popolare.

L’ho avuto in tavola, con piacere, su una mozzarella di bufala, vorrei provarlo su una zuppetta di cozze.

Gli esempi più artigianali di Falanghina flegrea e del Vesuvio sono magari più articolati, ma la felice beva di questo non si dimentica.

Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.