Catarratto 2017, Terre Siciliane IGP, Az. Agr. Barracco Francesca, 12 gradi.

Molti criticano i vini nati da macerazione sulle bucce delle uve bianche – detti “orange” – perché tale tecnica omologherebbe i risultati, appiattendo il dato territoriale.

E c’è del vero in quella critica: ogni tecnica, quando prevale sul contenuto, lo danneggia. Persino il non-interventismo, ossia la mancanza di rinuncia alla tecnica, è una scelta tecnica.

Come sempre, è questione di equilibri sottili.

Scopro oggi questo Catarratto dell’azienda siciliana Francesca Barracco. È prodotto in maniera artigianale, rinunciando alla chimica, macerando sulle sue bucce, per 2 o 3 giorni, l’uva di viti vecchie ad alberello della Contrada Minenno a Mazara del Vallo.

L’azienda ha storia interessante, di produzione vinicola attiva già nel primo ‘900, poi interrotta a favore del conferimento delle uva, infine ripresa recentemente, in una sorta di ritorno alle origini – o alla terra.

Ma tralascio la storia, mi concentro sul bicchiere, che riempio con questo Catarratto.

Mi preoccupo: l’aspetto, color ambra torbido, giusto un velo glicerico sul vetro, non promette nulla di buono.

Però, superate aldeidi evidenti, il profumo è intenso, quasi stordente, nitido e puro. Menta nettissima, finocchietto, origano, rosmarino, arance, frutta a polpa gialla, mandorle, forse zenzero e rabarbaro.

Il tannino è orgoglioso, quasi prevaricante; la sapidità netta, l’acidità vivace, il corpo agile, la lunghezza buona, l’insieme dissetante.

Per me qui il territorio urla senza filtri il suo nome e i suoi privilegi: è meridione, è caldo, c’è il mare con le sue brezze salse che rinfrescano i selvaggi campi retrostanti.

Particolare, ruvido – ma autentico, territoriale, notevole e piacevole: si beve di gusto, che è una gran cosa.

È stato tanto bene, nel nostro pranzo, su spaghetti artigianali marca Afeltra col sugo di pesce spada, pomodori pelati di Sardegna e foglie di menta.

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Cercatoja Rosso 2004, Toscana IGT, Fattoria del Buonamico, 14 gradi.

Quasi nulla mi rattrista più che leggere certe vecchie pubblicazioni sul vino.

Non le grandi pagine di letteratura, ovviamente: Monelli, Soldati, molto Veronelli, a distanza di decenni ci restituiscono vividamente mondi scomparsi, come se li avessimo davanti: ne ravvivano colori, rumori e umori, li soffiano verso di noi come faville del maglio mosse dal vento: tale è la forza dell’arte.

Quando però l’impostazione è enciclopedica, catalogante, innanzi a tutti quei nomi caduti nell’oblio la malinconia si fa strada. Che ne è di quelle aziende, dei luoghi, dei vini? Certi Cru, più o meno celebri un tempo, oggi dimenticati, ridotti a bosco o, peggio, pompa di benzina? Mi pare di trovarmi innanzi alle lapidi dei vecchi al cimitero, perché intorno a quei nomi c’era tutto un mondo vivo, oggi scomparso.

Similmente mi è presa la malinconia ier l’altro, ascoltando un vecchio vinile con le canzoni di Odoardo Spadaro: in quell’accento risentivo la voce dei miei nonni e di tutti i parenti che lo circondavano quand’ero piccino; in quelle storie di povera gente, di contadini, di ortolani, di emigranti, di aie e di cappelli di paglia, rivedevo il loro mondo, quello che immaginavo attraverso i loro vividi racconti: era per me un passato remoto e affascinante.

Ora sono in quel “mezzo del cammino” che consente di giudicare il passato alla distanza, di percepirne le cesure col presente, di consegnare ad esso la memoria di un mondo che non è più.

Io so che quando vado a Chiesina rivedo la mia Valdinievole filtrata con gli occhi di quand’ero bambino; e che già allora vedevo, presumibilmente, filtrata con le lenti immaginifiche dei miei nonni. Non così è per mia moglie e meno ancora sarà, con mia pena, per mio figlio: loro la vedono com’è.

Quel mondo è passato: esiste solo nei miei ricordi.

Marcello il macellaio, il suo mallegato profumato e le salsicce buone come dolci; la focaccia cotta a legna, sapida e oleosa, della bottega quando era in piazza alla Chiesanuova; l’officina morchiosa di Leino a San Salvatore, che riparava biciclette e motorini; l’odore dei garofani colti da poco nel capannone, quando li ammazzettavano i miei zii e i miei cugini: tutte realtà dissolte, consegnate ai quei ricordi che sono tesoro e fardello di ogni essere umano.

Ahimè, la lista sarebbe assai lunga ed è sempre sgradevole paragonare lo ieri con l’oggi.

In essa, tuttavia, c’è anche la vecchia Fattoria del Buonamico di Montecarlo. Oggi si chiama Tenuta del Buonamico, ma è davvero altra cosa: non dico meglio o peggio, ma altra.

La Fattoria del Buonamico che ricordo io era un luogo di sapiente artigianalità. Un edificio essenziale, dall’intonaco rossiccio, dove l’accoglienza non esisteva come la intendiamo oggi, nel senso della ricezione turistica, ma era la semplice gentilezza delle persone che vi lavoravano.

Stava – e sta ancora, malgrado i mutamenti occorsi – su un poggio appena sotto Montecarlo, in Lucchesia, sul lato che digrada verso Capànnori, dal quale si godeva una bella vista sul borgo, sulla piana di Altopascio e Bientina, sul Monte Serra.

Intorno, colline morbide, particolarmente dolci di forme e vegetazione: quasi che la natura lì si conceda un momento di riposo dopo le balze appenniniche, prima di slanciarsi verso le tormentate coste, ridendo al sole viti, ulivi e fiori, che crescono spontanei in incredibile varietà e coloritura. Lì, sullo spiazzo prima del Buonamico salivo con la Vespa per vedere le stelle e di giugno, di luglio, c’erano sempre le lucciole. A due passi, il cru Cercatoia.

Credo l’azienda fosse nata nel dopoguerra, nel 1964, per rifornire di vino un ristorante a Torino, Al Gatto Nero: era abitudine dei ristoratori toscani approvvigionarsi nelle loro zone d’origine e chi di loro poteva acquistava terra con vigna e ulivi, in un’epoca di spopolamento delle campagne. Normalmente i ristoratori affidavano la fattoria a un uomo di fiducia, perché producesse vini onesti ma senza particolari pretese, adatti alla mescita come vino della casa. Quello, immagino, l’intendimento originario della Fattoria del Buonamico.

Poi qualcosa doveva essere intervenuto, perché i vini della Fattoria che conobbi io raccontavano piuttosto una spericolata fuga in avanti, un avanguardismo sperimentale affascinante e senza rete.

Vini da singolo vigneto, in purezza o con uvaggi arditi, eppure attentamente bilanciati, che parlavano una lingua tutta loro: erano, è vero, gli anni nei quali in Italia si scopriva la barrique e si diffondevano i vitigni internazionali; trovavano pure una solida base nella tradizione montecarlese, che i vitigni bordolesi, e più ancora rodaniani, li aveva già accolti in pieno ‘800; eppure esprimevano una individualità fortissima, dovuta, credo, all’estro e all’impegno di chi dirigeva la cantina: Vasco Grassi, che ebbi il piacere di conoscere al Buonamico quando ero poco più che un ragazzino ai suoi primi acquisti direttamente in cantina, con con i risparmi da studente universitario.

Fu in una di quelle occasioni che acquistai questo Cercatoja, credo una delle ultime bottiglie prima della nuova proprietà.

Rimase nella mia cantina toscana per anni, fino allo scorso gennaio, quando decisi di aprirla insieme a mia moglie. Eravamo da soli nella vecchia casa per un paio di giorni: una scappata, perché aspettavamo la nascita del nostro bimbo a breve e dicevo: “Almeno apriamo la casa, poi vedrai fino a Pasqua non riusciremo a scendere”. Non immaginavo la pandemia che avrebbe flagellato questo 2020 e che saremmo stati impossibilitati a muoverci ben oltre Pasqua.

Quando la presi dallo scaffale dove riposava distesa ero un po’ perplesso: nella mia esperienza – senz’altro limitata- i vini rossi di Montecarlo, anche ambiziosi, esprimono il loro meglio entro i dieci anni.

Questo Cercatoja andava per i sedici.

Sfilai il tappo: un sughero intero molto lungo, molto bello, in ottime condizioni.

E cominciò la magia.

Fu una danza di ore, evocazioni che si rincorrevano sotto i travi antichi e scuri della cucina, bagliori di memoria intrecciati a quelli del focolare acceso.

La tinta: granata, trasparente, luminosa, con vaghi ricordi rubino. Gocciole sul calice, fitte, regolari, rapide, persistenti.

Il profumo: di particolare intensità, ampiezza e finezza. Etereo e rarefatto all’apertura e dopo un congruo tempo, mi ricordava sorprendentemente certi Pinot Noir Villages o Premier Crus di Borgogna invecchiati: pelliccia, alchermes, ciliegia, lampone, prugna, mirtillo, peperone verde, cola, ruta, erbe verdi, liquirizia, ferro, sangue, iodio, noce moscata, pepe bianco.

Spiriti sospesi, iridescenti, sfumati.

Virava poi, dopo 12 ore, verso i vini del Rodano, cercando il paragone d’Oltralpe: il frutto difatti diventava più scuro, emergendo toni di pepe nero, e di cappero-acciuga, da crostino toscano.

Secco, lasciava la bocca piacevolmente asciutta.

Aveva corpo pieno e tannino di trama fitta, fine, maturo, croccante; forse appena un ricordo di legno d’affinamento nella sua grana.

L’acidità: media.

Era molto equilibrato, sul sale.

Nel finale lungo: un ricordo di farina di castagne.

Aveva tutta la scorrevolezza e facilità d’eloquio dei rossi di Montecarlo, ma c’era in lui qualcosa in più e di unico.

Figlio della sua era riguardo l’uso del legno d’affinamento, aveva però trovato negli anni di bottiglia un passo cadenzato, quasi antico per trasparenze e per l’equilibrata compostezza: “Gran vino da selvaggina di piuma, assai fine”, si sarebbe detto un tempo.

A Montecarlo non ho mai assaggiato un rosso pari a questo, colto allora nei suoi sedici anni; né produzioni successive a me note mi lasciano sperare per il futuro.

Qui il Sangiovese si sposava al Cabernet Sauvignon, al Merlot e al Syrah, nelle proporzioni: 40%, 30%, 20%, 10%. L’amai come amo il Sangiovese maggioritario o in purezza.

A trovarne una bottiglia ben conservata, amica o amico che mi leggi, bevilo un po’ fresco: sui sedici gradi.

Pinot nero dell’Oltrepò Pavese “ Carillo” 2018, Frecciarossa, 13 gradi.

“I vini di Frecciarossa, di cui descriviamo i quattro tipi, costituiscono l’artistocrazia dei vini dell’Oltrepò”. Luigi Veronelli.

La lapidaria affermazione, tratta dallo splendido volume “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi nel 1961, testimonia in qual conto fosse tenuta all’epoca l’azienda Frecciarossa di Casteggio, provincia pavese.

Marchio storicissimo: la tenuta, acquistata nel 1919 dalla famiglia Odero, venne subito impostata secondo tecniche produttive borgognone e champagnotte, commercializzando ed esportando vini in bottiglia già negli Anni Venti, quando in Italia il vino si vendeva perlopiù in botti e damigiane, che venivano portate su carri alle osterie e ai ristoranti.

Sin dal principio le uve tipiche della zona vennero affiancate dal Pinot Nero e dal Riesling per la produzione di vini fermi e spumanti, che si fecero appunto un gran nome: vuoi per le tecniche d’avanguardia, vuoi per l’abilità commerciale (parleremmo oggi di marketing), vuoi per le peculiari caratteristiche della collina di Frecciarossa (corruzione del toponimo Fraccia Rossa – ovvero frana rossa – che alludeva al colore ferrigno delle argille del suolo, sovente erose dalle acque piovane). Probabilmente il successo fu combinazione di questi tre elementi, uniti alla caparbietà di Giorgio Odero, al quale è oggi intitolato il più ambizioso Pinot Nero della firma.

Esiste però nella gamma aziendale anche un altro Pinot Nero, volutamene più semplice, giovane, vinificato e affinato in acciaio: il Carillo, che mi ha subito incuriosito. D’altronde il potenziale del pinot nero oltrepadano è noto: persino il grande produttore langarolo Bruno Giacosa, leggendario conoscitore di uve, acquistava in Oltrepò il pinot nero per il suo metodo classico.

Il Carillo mantiene felicemente le sue promesse, perché è un ottimo esempio di Pinot nero fresco, lieve, immediato, ma ricamato finemente.

Di color rubino molto trasparente, ha lacrime veloci, irregolari, evanescenti.

Il profumo è spiccato, sfumato, arioso, giovanile, molto particolare: unisce la freschezza di un confit di fragoline rosse toni eterei e più autunnali di fiori secchi, sangue, ferro, ai quali segue una scia morbida di spezie: cannella e noce moscata.

Ha discreto corpo, felice ampiezza, sorso tonico, piacevolmente alcolico, con contrasto caldo-fresco basato più sulla salinità che sull’acidità. I tannini sono di grana piuttosto fine; la loro presenza: discreta. La persistenza: proporzionata, fruttata.

Ventura ha voluto che lo gustassi a Pasquetta di questo strano 2020, sfruttando il balcone e un tavolinetto da bistrot, su crostini di cacciagione e dei malfattini di pane in brodo, vecchia ricetta milanese, di quelle così tradizionali che – ahimè – nei ristoranti non si trovano più.

E questo Carillo, bevuto fresco, all’aria aperta sotto un sole che baciava, c’è stato talmente bene che ho pensato sarebbe il vino perfetto per un bistrot autenticamente milanese, cioè di eleganza semplice e riservata, dove ritrovare le ricette delle case di un tempo, uscendo dal risaputo cortocircuito di ossobuco, risotto, cotoletta.

Sarebbe un bel posto e si berrebbe meglio che in quelli parigini.

Asprinio di Aversa “Santa Patena”, I Borboni, 12,5 gradi.

“L’Asprinio, era ancora piena estate, me lo andavo a bere come aperitivo sulla fine del pomeriggio in certi antri ombrosi lungo la Riviera di Chiaia: fresco di grotta, acidulo, pallidissimo, fra il color paglia e il verdolino: costava, allora, una lira e venti il litro…” ( da “Il vero bevitore” di Paolo Monelli).

L’Asprinio non è un vino: l’Asprinio è un’idea, un’evocazione, un fantasma.

L’Asprinio è una passeggiata a mare, col sole abbagliante, lo scintillio dell’acqua, il frangersi placido delle onde tra gli scogli e sul bagnasciuga, coi granchietti che si arrampicano dove la roccia resta madida a fasi alterne, ed i carretti colorati degli ambulanti offrono limoni e cartocci di trippa ghiacciata, come ne ho visti a Napoli.

L’Asprinio è l’estate nel suo pieno fulgore, lo zenit verticale di certi giorni di luglio che sembrano eterni e sono solo un battito d’ali.

L’Asprinio è luce, roccia, sale e profumo di limone, in essenza distillata, senza peso, senza materia.

Io ne godetti indimenticabilmente a Baia una sera calda di primavera, a due passi dal molo, in un ristorante di pesce amabilissimo, la “Locanda del testardo”, proprio di fronte ai ruderi maestosi e malinconici del Tempio di Venere. Ogni possibile squisitezza marina, cruda e cotta, venne innaffiata con l’Asprinio di Aversa “Santa Patena” dell’azienda I Borbone di Lusciano, storicissima, con la sacralità dovuta ad ogni rito squisitamente pagano.

Vino buonissimo, “Verdolino ed odoroso di grotta”, come lo definiva il Monelli: sotto le volte antiche della Taverna – forse romane mi illudevo – mi pareva che quel liquido odoroso fosse colato dalle volte stesse, filtrato attraverso gli strati delle rovine delle Terme Imperiali di Baia raccogliendone gli umori, unendosi all’acqua marina risalita per bradisismo.

Invece era vino davvero; dall’agro aversano, posto a mezza via tra Napoli e Caserta, vicino al mare, ma non certo a ridosso; eppure così denso di umori marini, quasi le foglie delle vite avessero catalizzato del mare l’aria e il riflesso a chilometri di distanza, oppure succhiatone il ricordo da antichi sedimenti nel suolo vulcanico, o intercettate chissà quali vene sotterranee.

L’Asprinio è una reliquia, già raro nel 1970, quando Soldati lo trovava finalmente, stupefatto, nella seminascosta bottega dei fratelli Triunfo. Reliquie sono le sue vigne, pressate dal progresso cementizio, e più ancora quelle storiche, ad alberata, con le viti maritate agli alberi, alte fino a 20 metri. Reliquie pure le cantine antiche, sotterranee, naturalmente fresche, scavate nel tufo. Perciò chi beve Asprinio fa una buona azione.

Il Santa Patena de I Borbone lo ritrovo oggi dopo una lunga attesa, trascorsa in condizioni di conservazione a volte ottimali, a volte cattive. Una bottiglia di 7 anni per un vino che un tempo si diceva”da bersi nell’annata”.

Felicemente lo ritrovo come nella memoria, limone tendente al verdino, senza gocciole, con un profumo tenue, ma penetrante: è limone, pompelmo, iodio, alga, torba, ferro. Perfettamente fermo, molto secco, acidissimo, non ossuto tuttavia, piuttosto estremamente slanciato, guizzante, come certe ginnaste adolescenti o, più ancora, come il loro ricordo evocato dai tratti essenziali di certe pitture arcaiche.

Scriveva Mario Soldati nel 1970: “Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio, nessuno”, ma approssimava, perché l’Asprinio non è un vino, pura aerodinamica piuttosto, aliante del gusto: ecco, semmai un vino-aquilone, colorato e leggero nell’atto di ascendere al cielo, solo un filo legandolo a terra: l’acidità.

Perfettamente proporzionato si libra questo Santa Patena, da apprezzare nella sua verticalità espressiva, nei dettagli resi con precisione, più come un adamantino solista che un’orchestra sinfonica.

Diceva Galileo Galilei: “Il vino è un composto di umore e luce”: questo il Santa Patena, nulla più.

Perfetto anche a 7 anni, mi chiedo se un’ulteriore invecchiamento potrebbe spingerlo verso le complessità di certi Chablis oppure solo snaturarlo. Non ha importanza, tuttavia: è perfetto così, oggi, su trofie con sugo di branzino e pomodorini del piennolo.

Benvenuto Brunello 2020: e vita sia.

Quel che gli racconterò.

Il 7 febbraio 2020 è nato mio figlio Iacopo. Il mio primo figlio. Voluto, desiderato.

Sarebbe dovuto nascere il 17. Mentre era in pancia della madre, già quest’estate gli dicevo: “Dai Iacopo, anticipa un po’, così andiamo a Benvenuto Brunello”. Per meglio convincerlo l’abbiamo portato lì due volte durante la gravidanza a respirare l’aria di Montalcino, a goderne il sole estivo, a sentirne l’abbraccio caldo, amichevole, familiare.

E lui mi ha ascoltato, presentandosi 10 giorni prima all’appuntamento. Quindi ci siamo messi in viaggio con questo bimbo di due settimane, che ha sconvolto ritmi, programmi, abitudini.

È andata bene così: volevo essere alla manifestazione, vedere gli amici, godermi un poco quella terra bellissima, magica nell’austerità silenziosa dell’inverno; volevo portarci Iacopo, perché la vedesse e stampasse in quei suoi occhi tondi ed ignari, sentisse quei profumi e ascoltasse quella calata, appena un po’ diversa, ma solo un poco, da quella dei suoi avi: di mio padre, del quale eredita il nome, dei miei nonni, e di altri due Iacopo a noi cogniti che lo hanno preceduto, sempre col salto di una generazione, rinnovando quasi casualmente un’usanza forse ancora più antica, chissà.

È stato il suo primo viaggio e non poteva essere altrimenti: destinazione Toscana.

Perciò, se ci siamo persi la tradizionale cena al Giglio, l’altrettanto abituale fine serata mondano alle Logge, se ho assaggiato meno vini e con meno metodo per passare più tempo con la mia famiglia, ho goduto in cambio una dimensione umana straordinariamente affettuosa: emozioni che porterò per sempre con me e che magari un giorno racconterò a Iacopo.

Gli dirò di una cena meravigliosa a casa dell’amico Stefano, con una carbonara indimenticabile e 4 bottiglie di vino godute fino alla goccia; dell’abbraccio con Monica, babbo Enzo e Rachele; dei baci che gli ha mandato Raffaella; dei complimenti di Gianluca; degli auguri di Jessica, che compie gli anni il suo medesimo giorno; dell’aperitivo da Luciano al crepuscolo, la prima visita in cantina della sua vita; della cena da Alessia con i tordi, alla quale abbiamo dovuto rinunciare per le sue bizze; del regalo di Giorgia, Lusi e Luciano; dell’affetto che lui, inconsapevole, e noi, sorpresi, ci siamo trovati attorno.

E gli racconterò tante altre cose di quei 3 giorni. Magari qualcosa anche sui Rosso e sui Brunello assaggiati dal suo babbo nei chiostri del museo mentre la mamma lo portava nell’ovetto tra le vigne.

Una storia, tante annate.

Gli racconterò la storia di quel giorno, di come mi alzai presto lasciandolo a dormire nel lettone con la mamma, sotto quei travi che l’affascinavano tanto, uscendo nel silenzio freddo dell’alba, per risalire dalla Crocina verso il Greppo e più su a Montalcino; della passeggiata per le vie ancóra sonnolente, con le serrande mezze abbassate, e le scope di saggina che si affaccendavano pigre rassettando i segni del divertimento notturno, mentre nell’aria si spandeva l’aroma di caffè. “A quell’ora, figlio mio, Montalcino era intima come un piccolo salotto, sul quale si affacciava l’uscio di ogni casa”.

Gli dirò di come prima degli assaggi ci furono abbracci e saluti e di come mostrai le sue foto, con quell’orgoglio un po’ stralunato e fuori luogo che hanno tutti i padri.

Finalmente gli parlerò di quell’annata 2015, tanto attesa e già decantata mentre il vino era nei tini.

– F: ” L’annata 2015, me la ricordo: l’estate era stata piuttosto calda, e asciutta senza eccessi. Qualche pioggia al momento giusto aveva evitato troppa sofferenza per le piante. Non erano stati necessari molti trattamenti per avere uve sane. Però il calore continuò fino all’epoca di vendemmia e c’era stata tanta luce: non era facile governare la pianta, mi dicevano, guidare e contenere la produzione di alcol. I vini nelle botti erano potenti, con i tannini scalpitanti.”.

– I: “E, babbo, com’erano i vini una volta in bottiglia?”.

– F: “A Benvenuto Brunello 2020? Generalmente armoniosi o, meglio: tutti più o meno con un bel corpo che li rendeva già molto piacevoli ed ampi. Perché, a ben vedere, in qualcuno il tannino era sovrabbondante rispetto all’acidità: non ne ricordo di particolarmente spiccate, ma per fortuna sopperiva spesso la salinità (una caratteristica troppo trascurata quando si assaggia). Generalizzando parecchio, più pronti e accomodanti quelli del versante sud, più indietro e tesi quelli del versante nord, con una riserva di freschezza per quelli delle quote più alte. Tutti vini comunque più di bocca che di naso all’epoca della presentazione, a differenza della 2014 e, in parte, della 2013: c’erano anche bei profumi, ma dovevano ancora farsi le sottigliezze; insomma, vini di una certa potenza, piacevoli, ma ancora un po’ squadrati.”

– I: “Da lungo invecchiamento?”.

– F: “Non so, quello lo scopriamo ora aprendo le bottiglie. Non mi aspetto di trovarle tutte in grandi condizioni, per via di quelle acidità non spiccate; però il Sangiovese di Montalcino spesso sorprende, vedi l’annata 2003: tanto criticata, perché caldissima in estate, con tanti vini che appena imbottigliati sembravano maturi e evoluti, aperti poi dopo 15, 20 anni erano freschi e buonissimi.”.

– I: “ I Rosso di Montalcino come ti sembrarono? Li apri sempre volentieri.”.

– F: ” Sì, sono un sorso confortevole…Dunque, c’erano i 2018 ed alcuni 2017. Sai, è sempre difficile giudicare l’annata partendo dai Rosso, perché ognuno segue la sua filosofia produttiva, più che per i Brunello. Direi che i 2017 avevano un bel frutto maturo, però l’annata secca lasciava scodate d’alcol sul finale di alcuni vini. A conti fatti avevano anche loro una certa squadratura, in quel momento. Qualcuno diceva che le migliori basi le avessero lasciate per i Brunello… A me erano piaciuti di più i 2018, perché mi sembravano più slanciati, in linea con una certa immagine che ho del Rosso”.

– I: “I Riserva?”.

– F: “Ce n’erano poche, nel 2014 si erano azzardati in pochi a imbottigliarla. Comunque Brunello di Montalcino Riserva 2014 alla manifestazione non ne assaggiai. Però c’era un Riserva 2013 che era un campione.”.

– I: “Ti ricordi quale?”.

– F: “Certamente. E comunque ho ancora tutti gli appunti…aspetta…dunque…eccoli qui.”.

F: “Considera che furono tutti assaggi in piedi, ai banchetti, in modo rilassato tra una chiacchiera e l’altra.”.

– I: “Va bene, giusto per farmi un’idea.“.

– F: “Poi, assaggiai dopo una cena piuttosto impegnativa…ma tu non prendere esempio.“.

– I: “Babbo!“.

I vini assaggiati a Benvenuto Brunello 2020, in data 22 febbraio, sabato.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2018: freschi profumi; sorso guizzante, lieve, salino. Un’idea di Rosso di Montalcino personale, coerente, quintessenziale.

Brunello di Montalcino 2015: vino di misurata potenza; sorso dolce di frutta, armonico, con materia tannica matura e tenacissima. Produzione importante: 149.000 bottiglie.

Brunello di Montalcino “Vigna del Fiore” 2015: notevole struttura in divenire, già fascinosa; al sorso nobile arancia matura. Termine di confronto rispetto al precedente: 6.600 bottiglie.

Tre declinazioni diverse e belle del Sangiovese di Montalcino, personalità distinte che non rinunciano alla classicità. Malgrado le tirature importanti si mantiene una trasparenza artigianale, anche nella lettura delle annate.

Baricci

Rosso di Montalcino 2018: vino molto fresco, profumato di fiori di campo; sorso succoso, slanciato, di estrema continuità e fusione.

Brunello di Montalcino 2015: gran stoffa: integro, continuo, armonico, persistente; dissetante per l’acidità piacevolissima.

Due vini di classe, che riflettono le qualità della fresca collina di Montosoli ed il lavoro tenace dell’azienda.

Canalicchio di sopra

Rosso di Montalcino 2018: saporito, profumato: fiori e ciliegie; sorso dinamico, dialettico, di vivace freschezza.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo, stoffa, energia, ha un profilo nordico: le erbe sposano la frutta rossa nel profumo e nel sorso continuo.

Brunello di Montalcino “La Casaccia” 2015: profilo simile al precedente, ma più profondo; si aggiungono fiori e ferro.

Vini di profilo caratteristico: diritti, di grande struttura e piglio, non intransigenti però: eleganti.

Col d’Orcia

Brunello di Montalcino Riserva “Poggio al Vento” 2013: monumentale, vibrante, old style, pieno di grazia. Profumi variopinti, di complessa articolazione; sorso di profondità abissale, armonico, fitto, setoso.

L’ultimo assaggio della giornata comporta comporta la rinuncia agli altri vini della firma, ma è un gran finale: vino memorabile. Anno dopo anno, un caposaldo della denominazione.

Fuligni

Brunello di Montalcino 2015: bellissimo colore aranciato-rubino, trasparente e luminoso. Vino puro, molto arioso al profumo e all’assaggio. Sembra di respirare l’aria delle campagne di Montalcino, tra terra, fieno, boschi, frutta rossa e fiori. Ampio e glicerico al sorso, cela con sensualità femminea tannini ed aciditá virili.

Questo Brunello condensa in sé apertura e struttura: il meglio dell’annata in forme tradizionali.

Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto

Rosso di Montalcino 2018: stoffa tenace e flessibile, profumi di raro fascino, ematici e speziati.

Brunello di Montalcino 2015: vino armonico, avvolgente, lungo, col sorso sulla vena salina.

Vini di naturale rifinitura quelli de Le Chiuse di sotto. L’annata 2015 sembra comprimere, in questa fase, i profumi, solitamente tra i più appaganti della denominazione.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2017 “Ignaccio”: vino bello e luminoso; colore trasparente, affascinante, antico; profumo molto spiccato di fiori e ciliegie; sorso energico e delicato, appena caldo nel finale.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo e gran stoffa; bellissimo colore tenue; profumo di rosolio, di liquore di ciliegie; sorso intenso e potente, dal finale lungo e evocativo.

Vini aristocratici e di carattere, tradizionali, di espressività rara e peculiare: il Brunello, in specie, possiede l’aura di certi fondo oro trecenteschi. Un rammarico: la celebre selezione “Madonna delle Grazie” non era disponibile al banchetto al momento dell’assaggio.

Il pino – Fattoria del pino

Rosso di Montalcino 2017: vino di matura dolcezza fruttata al naso e al sorso, dove è evidente il contrasto salino e recupera freschezza nonostante un lieve sbuffo alcolico finale.

Brunello di Montalcino 2015: carezzevole, elegante, molto lungo, di matura dolcezza fruttata, con un tannino importante.

I vini di Jessica Pellegrini, dai colori e trasparenze bellissimi, sono musicali: possiedono ritmo e una comunicativa naturale.

Lisini

Rosso di Montalcino 2018: vino di corpo e trasparenze, l’amarena spicca al profumo ed al gusto. Molto tannico, forse anche “di botte”.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo e stoffa; dolce e avvolgente, delicato e gentile, tuttavia molto lungo.

Lisini propone due vini di impianto classico: notevole il Brunello, il Rosso mi sembra soffrire un po’ la confezione, almeno in questa fase.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2015: vino completissimo, profondo, di corpo, ma con stoffa gentile; profumato di terra e di arancia, che ripete al sorso: lungo, strutturato, avvolgente, saldo per tannini e acidità.

Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2015: vino simile al precedente, ma più profondo e lungo; indietro nella sua definizione.

Mastroianni presenta un’accoppiata di invidiabile caratura, esempi di struttura ed eleganza perfettamente fuse.

Padelletti

Rosso di Montalcino 2017: vino di colore bellissimo e bellissima proporzione; eloquio naturale, sorso setoso, caldo-fresco, riccamente glicerico, così da avvolgere perfettamente un tannino molto importante. Perfettamente equilibrato.

Brunello di Montalcino 2015: vino di superiore eleganza, potente, sinuosamente femminile; profumo pulito, molto naturale, vi spiccano ciliegie mature, spezie, arancia nel retrogusto – e, vivaddio, l’uva; sorso glicerico, di eccelsa qualità tannica.

I vini di Padelletti sono stati la sorpresa tra i miei assaggi. Li ricordavo di stile antico, ma nervosi, talvolta ossuti; li ritrovo fedeli alla tradizione, ma con un’armonia nuova e seducente. Lasciano il segno.

Pietroso

Rosso di Montalcino 2018: vino di nordica eleganza, boschivo e ferroso. Sorso attualmente un po’ accidentato, con finale alcolico, ma affascina.

Brunello di Montalcino 2015: vino di pieno corpo e sentimento boschivo; armonioso, sia nei profumi, sviluppati in primari e terziari, che nel sorso: potente, sciolto, lungo.

Il carattere peculiare degli ottimi vini di Pietroso, marcato dalle vigne alte, emerge nitido anche in queste annate prive di somiglianze.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2016: vino di notevole caratura e buon gusto, sfumato e continuo.

Brunello di Montalcino “Amore e Magia” 2015: vino di gran stoffa, pieno, sfumato e fresco, con tannini ampi, di eccezionale qualità.

Continua la rotta intrapresa negli ultimi anni: vini eccellenti, di naturale eloquio e trasparente appartenenza ai quadranti meridionali della Denominazione.

In assaggio anche un bianco di trebbiano e malvasia toscana coltivate sul versante ovest di Montalcino, macerate sulle bucce per otto mesi: un vino sapido e vitale, profumato clorofilla, fiori, bianchi, camomilla.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2017: semplicemente buonissimo: lieve, armonioso, ricco di struttura, ha grazia e spirito d’altri tempi.

Brunello di Montalcino 2015: vino di grandissima stoffa e struttura; con lievità dissimula il tannino importantissimo, la prestanza acida. Buono ora, ha lunga prospettiva.

Conseguimenti ispiratissimi, di carattere; prossimi – il Rosso particolarmente- alla poetica di celebrate vecchie annate aziendali, più che alla recente, geometrica perfezione.

Tenuta San Giorgio

Rosso di Montacino “Ciampoleto ” 2018: vino di tecnica perfezione. Profuma di confetto e caffè in polvere, ha sorso avvolgente e lineare.

Brunello di Montalcino: vino di corpo, stoffa armoniosa ed avvolgente, profumo e gusto ricordano il confetto.

Stessa proprietà di Poggio di Sotto, vigne confinanti, vini diversi: più lineari, più rassicuranti.

Poggio Lucina

Rosso di Montalcino 2017: vino di carattere ardente, dal tannino potente.

Brunello di Montalcino 2015: vino potente, molto tannico, con sorso e profumi in assestamento, ha materia intransigente, da domare.

Azienda del versante settentrionale della Denominazione, cerca caparbiamente la sua strada: vini caratteriali, ma c’è materia e progresso nello stile, specie col Rosso.

Ridolfi

Rosso di Montalcino 2018: vino di grande eleganza e stile antico. Quintessenziale: freschissimo, floreale, ha sorso salato e continuo.

Brunello di Montalcino 2015: vino di bella stoffa, per struttura e continuità tattile. È tuttavia assai marcato dal legno al momento dell’assaggio: peccato.

Il Rosso conferma le recenti ottime prove di questa Azienda del quadrante settentrionale della Denominazioni. Il Brunello risente forse della gioventù del parco botti, in questa fase almeno.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2018: vino giovanissimo, di stoffa ed energia superiori: una scarica elettrica. Freschissimo: profuma di melograni e fragoline, di arance e mandarini. Acidità e tannini di gran caratura.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa eccezionale, completo: è integro, fresco, profondo, potente, continuo, saldissimo, lungo.

La famiglia Salvioni presenta un’accoppiata di Sangiovese indimenticabile.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2017: vino di immediata piacevolezza, sul frutto e polposo. Valida aciditá, tannino grintoso.

Brunello di Montalcino 2015: vino dal bellissimo respiro, etereo e old style. Profuma di arancia, iodio e cipria. Ha tannini ben integrati.

Consapevolezza crescente e conseguimenti validissimi : ben gestita la 2017 nel Rosso, la 2015 propizia un Brunello molto buono.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2017: vino giovanilmente rubino, di grande eleganza e profondità, con tannino abbondante, di qualità, ed un finale sfumato, armonioso.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa eroica: la tinta vira all’arancio, gli aromi hanno grande profondità, il sorso è polposo, avvolgente, piacevole. Futuribile su tannino e sale, più che su aciditá.

I vini di Sanlorenzo leggono le annate con trasparenza: grande eleganza e spessore sono il costante filo rosso.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2018: ancora nervoso al momento dell’assaggio, si può intuire speranzosi la trama leggiadra.

Brunello di Montalcino 2015: vino in definizione, si intuisce la trama sussurrata, il profumo floreale, il sorso centrato, l’ossatura giustamente tannica.

Limite mio forse, ma spesso fatico a leggere i vini de Le Potazzine a Benvenuto Brunello, salvo restare ammaliato dal loro inconfondibile lirismo dopo poche settimane. Difficoltà confermata quest’anno, specie col Rosso.

Terre nere

Rosso di Montalcino 2018: vino di polpa, dal corpo pieno e molto armonioso, integro e potente, tutto frutta e sale.

Brunello di Montalcino 2015: di un bel rubino aranciato, è vino di gran stoffa: velluto e seta; è lungo, armonioso.

I vini della famiglia Vallone si confermano tra i più affidabili. Soprattutto, sono accoglienti, setosi, ben leggendo l’area meridionale della Denominazione.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2018: mantato rubino-porpora, è vino giovanissimo, pienamente sul frutto, di struttura equilibrata.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2015: vino di gran stoffa e struttura. Pieno, potente, energico, persistente, molto tannico, sa di frutta matura.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2015: vino di stoffa e struttura eccezionali. Il sorso inizialmente lieve dispiegasi alato in setosa, decisa potenza; lunghissimo, di ampia qualità tannica.

Vini buonissimi, territoriali, trasparenti, di carattere, traggono il meglio dalle due annate. Il riassaggio del Brunello di Montalcino Poggio Cerrino 2014, dal profumo ombroso e affascinante, ricorda quanto l’annata sia ingiustamente trascurata.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2018: respiro bellissimo, arioso e pulito, con la particolare speziatura del Ventolaio, qui quasi piccante, tra curcuma e pepe verde. Ha sorso essenziale, continuo, senza scalino.

Brunello di Montalcino “Colle del Fante” 2015: vino di immediata piacevolezza, ha bel fiato, terroso e affumicato, e sorso dolce, fruttato, con ritorni agrumati. Da vigne giovani.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa, le eleganti trasparenze ne svelano il carattere d’altura. Speziato, pieno, strutturato, armonioso, lungo, futuribile.

Vini di innata eleganza, con profumi originali e peculiare tessitura. Le vigne alte, ventilate, e le mani dell’uomo disegnano affascinanti equilibri.

Epilogo

Tornammo da Montalcino la domenica 23 febbraio, dopo gli ultimi saluti. Un viaggio lunghissimo, col bimbo assai agitato e continue preoccupanti notizie sulla diffusione del covid-19. Evitammo gli autogrill ed ogni contatto con altre persone.

Entrati in casa, non ne siamo più usciti, se non per ritirare qualche pacco in portineria e gettare i rifiuti. Sono ormai sei settimane, entriamo nella settima. Fortunatamente abbiamo un balcone arioso.

Scrivo queste note ancora in piena emergenza sanitaria, con il suono delle ambulanze che rompe un silenzio inimmaginabile per la metropoli lombarda; negli occhi ancora le immagini delle terapie intensive, dei camion militari che trasportano i feretri lontano, delle piazze vuote.

C’è la preoccupazione per se stessi, per i propri cari. Qualche conoscenza è stata colpita, alcuni sono in ospedale, qualcuno non è più.

Non sappiamo per quanto durerà e dovremo convivere col morbo, indossando guanti e mascherine, salutandoci a distanza. Non sappiamo se riapriranno quelle serrande abbassate, quanto a lungo le aziende si reggeranno.

Nascosto nel profondo, inconfessabile, un sentimento: la paura, che pugna costantemente con la speranza.

Penso a volte alla casa in Toscana, chiusa e silente da mesi, all’orto dove l’erba sarà ormai alta, i fiori secchi, gli ulivi, i cachi, i susini, i corbezzoli, i melograni, il fico, il filarino di viti, i rosmarini, tutti bisognosi di cure e potature, che ora nessuno può dare.

Penso ai miei nonni al cimitero, che nessuno può andare a trovare: passarono la guerra e il loro ricordo mi incoraggia. Penso ai miei genitori, ormai anziani anch’essi, chiusi tra quattro mura, che non possono stringere il nipotino tanto agognato.

Talvolta, per distrazione, mi figuro i luoghi che mi sono più familiari e cari: il mio Tirreno profumato, tra l’Elba verde e la Maremma quand’è gialla di sole l’estate, con gli oleandri che sventagliano festosi; i miei colli valdinievolini, con le castella di pietra e gli ulivi, che guardano il Padule di lontano; i boschi amiatini, gorgheggianti di acque e di uccelli; i colori del Chianti l’autunno. E con la mente vi passeggio, nuoto, respiro, godo ogni dettaglio come ci fossi stato ieri, l’ultima volta.

Penso a Montalcino, agli amici di là, quando potremo vederci, che ci diremo, e come vi giungeremo.

Poi guardo la mia piccola famiglia, mia moglie e il mio Iacopo di nemmeno due mesi, mi faccio coraggio, mi dico che un giorno potremo raccontargli questo periodo come un brutto episodio, ma breve.

Un giorno, magari tra quindici, vent’anni, lo rammenteremo a tavola in un giorno di festa, aprendo una bottiglia di Brunello di Montalcino 2015 che sarà, sicuramente, buonissima.

Altrove, L1/13-14, vino bianco, Walter de Battè , 14 gradi.

Credo l’avesse definita Soldati, la viticoltura ligure, “folle”.

Ne fui stupito, inizialmente, non afferrandone il senso.

Certe nozioni bisogna sedimentino, si circondino di altri dati ed esperienze, finché finalmente si formi una rete di collegamenti e acquistino senso. Talvolta occorrono anni e la conoscenza viva di luoghi e di persone. Infine giunge la chiave di volta che l’arco chiude.

La Liguria, a volo d’angelo: stretta tra mare e montagna, tutta picchi ostili che si gettano nelle acque salse; valli strette e cupe, verdi torrenti traditori ed iracondi; borghi marini che sanno di fatica e pericoli, le barche allineate in perpetuo beccheggiare, cordami e braccia cotte dal sole; villaggi montani e petrosi, ammutoliti nel vento.

Lì, genti in viaggio perpetuo: votate all’instabile mare o al saliscendi dell’Appennino, sempre esposte a una contaminazione esterna destabilizzante: in pace, di commerci e turismo; in guerra, di attacchi violenti. Popolo pertanto esposto a una sorte variabile, quant’altri mai.

Quasi per compensazione un attaccamento rabbioso alla terra, a quelle strisce magre strappate con foga paziente al mare, alla montagna, al greto dei torrenti, al bosco; esposte al sole, alle folate di salsedine, ai rovesci della pioggia; instabili anch’esse, ma che offrivano almeno un’illusione.

La follia della viticoltura ligure, a mio avviso, si genera da quell’anelito illusorio di stabilità ed al mischiarsi continuo di culture, secondo ragioni psicologiche più ancora che sociologiche; propiziando ad essa il meticciato ampeleografico, con contributi francesi, piemontesi, toscani, spagnoli aggiuntisi al variegato sostrato autoctono.

La parcellizzazione del vigneto ha favorito il mantenimento di una dimensione artigianale. Ad essa però partecipa quella vena di follia, che nei casi migliori declina in poesia: sghemba, sospensiva, ermetica, ma purissima.

Tutti conosciamo l’immagine delle Cinque Terre, i chilometri di muretti a secco, le vigne digradanti verso il mare nel rifrangersi infinito della luce. Non meno affascinanti, i vigneti abbarbicati nell’entroterra di Lerici, Sarzana, Levanto, Lavagna.

Walter De Battè è da anni considerato un caposcuola dei vini artigianali, ben oltre il Levante ligure.

Come sempre, accostandosi a produzioni di fama, aspettativa e sospetto si mischiano. Ogni parola, però, di fronte a questo vino cade. Ci vorrebbe il silenzio, la pausa dell’ascolto; perché lui riesce a tracciare una battuta d’aspetto nella partitura della nostra vita.

È pieno di sole e di mare.

Si concede senza fretta.

Vino artigianale nel significato più nobile.

Vermentino, rossese bianco (detta altrimenti bosco), marsanne, roussanne sono le sue uve.

Sta sette giorni sulle bucce il mosto, svinato affina ventiquattro mesi in barrique; ma del legno, qui, nel profumo, nel sapore, non c’è traccia alcuna.

Ha colore dorato carico. Gocciole veloci, di ampie dimensioni, dopo qualche secondo si tramutano in un velo spesso ed assai persistente.

Profumo intensissimo, pieno, mediterraneo, sinfonico: mandarino, arancia, zagara, zenzero, pepe bianco, zafferano, miele di corbezzolo; sentori marini e iodati – come di alga; erbe aromatiche di macchia: origano, maggiorana, borragine.

Pieno corpo, gustosissimo: ampio ma saldo, innervato, salinissimo, proporzionato, leggermente ruvido di un tannino che regala una piacevolissima nota amara. Di acidità notevole, ma misurata, ha persistenza estrema, col finale sollevato dall’alcol, irradiante a ventaglio, come un riflesso marino visto dall’altro.

Col suo equilibrio di geometrie nette, come certi fotogrammi abbaglianti del Montale di “Ossi di seppia”, è facile immaginarlo su un grande e freschissimo pescato di mare; ma così vivido, eccellente, non teme abbinamenti di ricerca.

(Assaggio: agosto 2018)

Falangina l’Arcivescovo 2015, Beneventano IGP, Vini Orsini, 13 gradi.

Chi scopre il Sannio, difficilmente lo dimentica. La sua natura, la storia: i sassi antichi. Dal mare, quanto dista? Un’ora forse, un’ora e trenta minuti conoscendo le strade, con un’automobile adatta. A quella distanza si trovano cime, boschi, pascoli che si direbbero alpini; conseguenti fiori, erbe, profumi. Un ordine, una pulizia: parrebbe invero Svizzera, invece è sud Italia.

La tavola del Sannio: rustica, genuina, come la gente. Del pari i vini, quando si ha fortuna di trovarli tali: fiano, greco, falanghina, aglianico, piedirosso, barbera del Sannio; non ultimi: trebbiano toscano e malvasia e sangiovese e altri, introdotti negli anni ‘50 del Novecento, al fiorire delle cantine sociali. La terra qui sembra produrre con una facilità generosa, in ambienti spesso incontaminati.

Il carattere di quei vini è sorprendentemente vario, dal soffusamente mediterraneo al montano.

La sorpresa è relativa: si prenda San Lupo, il paese di questa Falanghina. Borgo remoto, di nemmeno 800 abitanti, posto a 500 metri sul livello del mare, ma con quote del territorio comunale che partono da 121 metrI sul livello del mare, per arrivare agli 895 metri.

Difatti può anche stupire il carattere d’altura di questa Falanghina, se si hanno presenti gli esempi dei Camplo Flegrei, oppure altri esempi sanniti, perché quasi intransigente, se non fosse per una certa aura artigiana che ne scalda il profilo.

Senza addentrarci nella spiegazione delle differenze di biotipo rispetto alla Falanghina flegrea, basti dire che qui non c’è sabbia nera di vulcano, ma candido calcare; non brezze marine, ma fredde tramontane.

Ecco allora che questa Falanghina è un paradigma quasi didascalico di specificità territoriale.

Ha color limone carico, assai luminoso, col profumo delicato di fiori bianchi e gialli, di pera, di mela annunrca, di erba luigia, di muschio.

Il corpo è poco meno che medio, quasi delicato sulle prime, ma ha un sorprendente sviluppo salino e soprattutto vivacemente acido, che impone al sorso un’accelerazione decisa, verso un finale secchissimo, pulito, citrino, appena smussato dall’alcol. Quasi fosse un Asprinio, o una base spumante. Ha stoffa gessosa e tenace, che resta a lungo salda sul palato: più che un gusto, una sensazione tattile.

Giusto, gli spumanti: come verrebbe un metodo classico qui, in quota, col taglio delle uve tradizionali sannite, su quei calcari bianchi da Champagne?

Abbandono tuttavia i sogni e mi godo questo bianco sannita, così simpatico, dissetante, saldo ai suoi 5 anni. L’ho trovato piacevolissimo su portate dove il pesce si fonde al pane, alle patate, agli aromi: stasera, sogliole gratinate al forno, con patate.

Bianco Conestabile 2017 Umbria Bianco IGT, Vini Conestabile Azienda Agricola della Staffa, Danilo Marcucci, 12 gradi.

“Vino senza chimica, cantina senza tecnologia, vino naturale” (cit. dall’etichetta).

Qualche mese addietro, poco prima di Natale, mia moglie decise di farmi un regalo: mi portò in un’enoteca ben fornita e mi disse: “Scegli quello che vuoi. Questo ciò che puoi spendere, questo il numero di bottiglie che puoi comprare”. Per un appassionato, un sogno.

Però, come gestire quel tesoretto? Comprando una sola bottiglia da sogno oppure creandosi una certa scorta? Scegliendo quei vini già noti, che piacciono tanto, oppure esplorando?

Io combinai le diverse possibilità, orientandomi su 4 o 5 bottiglie.

Nell’esplorazione degli scaffali, una mi attrasse particolarmente per l’etichetta démodé, ricercatamente semplice, con uno stemma verde su fondono paglierino e scritte in caratteri italici, dalle ampie volute. Più ancora mi attrasse il colore del vino, un giallo limone molto carico, quasi dorato, non perfettamente limpido: un colore pieno, materico, che traspariva perfettamente dalla trasparenza del vetro. Sembrava che una bottiglia di sessanta, settant’anni fa, misteriosamente fosse atterrata su quei scaffali contemporanei di una grande città, scavalcando il tempo.

L’etichetta, però si riferiva all’annata 2017, malgrado recitasse compunta “Vini Conestabile dal 1889”; azienda che ignoravo totalmente: nemmeno sentita nominare.

Poi vidi riportata la sede aziendale: Magione; e mi venne memoria di antiche trasferte di lavoro, quando andando verso Perugia costeggiavo con la statale il Trasimeno, traversando quel paesaggio dolcissimo che degradava morbido verso le acque lacustre, punteggiato di vigne, di ulivi, di frutteti, che si vestivano di rosa e di oro all’ora del tramonto, quando l’occhio spaziava panorami di struggente magnitudine.

Il prezzo era abbordabile malgrado i pesanti ricarichi lì praticati e mi decisi ad acquistarla, tra la curiosità è l’istintiva simpatia.

Ed eccolo questo vino umbro, finalmente nel bicchiere.

Frattanto mi sono procurato qualche informazione, per capire meglio ciò che bevo. Leggo che l’azienda aveva smesso di produrre vino in proprio per sessant’anni, conferendo a una cantina sociale; che Danilo Marcucci, dopo esperienze in altre aziende artigiane, decide di riavviare la produzione vinicola dell’azienda di famiglia, scegliendo un approccio il più possibile non interventista; diciamo pure: metodologie antiche, con i primi imbottigliamenti nel 2015.

A monte, un approccio essenziale ed esclusivamente manuale alle vigne, 12 ettari, situate tra i 300 e i 400 metri di altezza.

Quindi: fermentazioni spontanee in tini aperti, macerazioni sulle bucce anche per i bianchi, follature manuali, nessun controllo delle temperature, illimpidimento con travasi seguendo le fasi lunari, imbottigliamento senza solforosa aggiunta.

Si potrebbe anche temere un vino spiacevolissimo, con queste tecniche antiche: il famoso vino del contadino che i vecchi toscani così classificavano: “beilo te!”.

Invece no: al mio gusto, almeno, questo vino è piacevolissimo; né si può dire che la macerazione sulle bucce l’abbia appesantito o ne abbia velato il carattere territoriale.

Anzi, per me quel carattere qui viene esaltato. Questo vino così polposo, materico, più di certi bianchi anodini rispecchia il carattere umbro, il genio, la cultura, persino l’orografia.

C’è nell’umbro, come in buona parte della cultura del centro italia, qualcosa di fortemente concreto, persino nell’ascesi. Si prenda San Francesco, che loda la creazione: “ Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba“ “, e loda il sole, il vento, la luna; e quando poi menziona “Sora nostra morte corporale”, la loda sì, ma si sente in quel “corporale” anche un certo disappunto per tutte quelle belle cose della natura, se davvero non si potrà più vederle.

Ecco: i bianchi carta, quand’anche perfetti, mancano un po’ di quella visceralità carnale, con ascendenza etrusca.

Non così questo Bianco Conestabile, da Malvasia e grechetto, che rinforza in me l’idea che le uve tradizionali del Centro Italia si giovino di trattamenti tradizionali, per ragioni di affinità elettive.

E rafforza in me l’idea della vocazione umbra per i vini bianchi, più ancora che per i rossi, per la straordinaria combinazione qui possibile di finezza, forza, grazia, corpo, freschezza, longevità.

Del bellissimo colore ho già parlato. Aggiungo: è lucente, qualche traccia di carbonica disciolta, un po’ di fondo che non deve spaventare. La componente glicerica è già evidente alla rotazione, ma si traduce in un velo evanescente, più che in gocciole.

Il profumo è molto intenso e complesso, nitido, sospinto da un accordo iridescente di aldeidi non timido: altri potrebbe esserne infastidito, io mi ammalio, perché sale come una nuvola colorata, con sé portando fiori di acacia, di camomilla, anice, mentuccia, finocchietto selvatico, fieno, legumi, mandarino, chinotto, pesca, susine verdi “Claudia”, peperone verde scottato, pepe verde, noce moscata, cannella, cereali, lievito. Assolutamente, non ci sono né note di legno di affinamento, né i cattivi odori di una vinificazione imprecisa.

Il sorso è avvolgente, glicerico, polposo, di corpo medio-leggero, molto gustoso,un po’ piccante, con un’acidità mediana e un allungo notevole, fortemente sapido, molto ben bilanciato, dove lo sbuffo alcolico è solo un tenue, confortante calore. La tannicità è poco poco più che accennata, calibratissima, piacevole.

Tant’è che un bicchiere tira l’altro e bisogna stare attenti a non esagerare, soprattutto a tavola, perché è flessibile, con le vivande di mare, di lago e di terra, dalle zuppe alle carni bianche, attraverso gli affettati tipici: non vedo l’ora d’accostarlo a un buristo senese. Di certo preferirei offrirlo a un amico che di vini sa poco, piuttosto che a qualche grande intenditore, sebbene io lo preferisca a tanti altisonanti cru, anche esteri: perché lo si apprezza meglio senza preconcetti.

Infatti, ogni vino rispettabile – parlo di vini veri, con un’anima – ha una sua lingua e racconta qualcosa: alcuni parlano americano, altri tedesco, altri sono poliglotti; alcuni raccontano le pagine di un romanzo, alcuni una novella, certi discorrono di affari, alcuni di donne e di auto sportive; insomma, c’è n’è per tutti i gusti.

Questo parla una lingua non antica, ma arcaica, così lontana da certo sentire d’oggi che può anche spiazzare. Ma non hanno guardato a forme arcaiche grandi artisti novecenteschi, come Marino Marini, Arturo Martini, Giacomo Manzù?

Ha difatti il fascino remoto, enigmatico, di un sorriso etrusco, di un affresco di Cerveteri.

Esagero? Forse. Ogni tanto vale anche l’iperbole, per parlare al cuore.

Malvazija Carso 2006, Skerk, 14 gradi.

“Il Carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontrosi, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.

Lunghe ore di calcare e di ginepri, l’erba è setolosa.

Bora, sole.

La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.

Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora da altri centomila.

Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.” (da “Il mio Carso” di Scipio Slapater).

Non ho mai incontrato il Carso, eludendo e frustrando un desiderio che portavo in me intensissimo. Mi avevano incuriosito e conquistato le storie della prima guerra mondiale, tragiche, epiche, pittoriche; più ancora, i racconti di mio padre che – giovanissimo per l’anagrafe, ma già adulto per la vita – aveva girato la Venezia-Giulia negli Anni Cinquanta, spingendosi verso il Carso e l’Istria.

Io invece, girando per lavoro l’Italia, mi spinsi fino a Trieste, di sfuggita, non oltre. Altri viaggi di piacere mi portarono – quasi vent’anni fa – più a sud e più a oriente, sulle coste istriane e croate. Ancora una volta, il Carso fu eluso, rimanendo un’immagine confusa di nozioni, fantasie, bagliori visivi.

Ho di Trieste, del Carso la porta, un ricordo: il bianco, un intenso riverbero bianco che mi sembrava penetrare anche le zone d’ombra, fin sul far della sera, venando l’azzurro del mare.

Intuitivamente, magari sbagliando, ho esteso quel ricordo al mio Carso immaginifico, col bianco primario che si stratifica, come in certi quadri divisionisti, al blu di cielo ed acque ed al verde delle colture, come in certi esiti paesaggistici di Sargeant.

Quest’immagine pittorica è fusa con quella assai più concreta e sapida delle osmize, ossia delle frasche dove si serviva – e si serve- il vino della cantina (spesso scavata nella roccia), uova, formaggi, salame, pane.

Così, il mio Carso immaginifico è una terra di autenticità eroica, ruvida e dura, scabra, di rocce bianco-grigie e terra rossa, di tinte traslucide, di essenzialità ascetica, capace però di inattese dolcezze, di riverberi e vedute marine con l’Adriatico lì addossato, di mollezze episodiche e verdi di pampini e viti.

Mi portò anni fa un amico cartoline liquide del Carso, bottiglie di vino bianco e rosso locale, inclusa questa Malvazija, che però mi ostinai a non aprire: aspettavo di andare nel Carso, di conoscerlo finalmente, di studiarne accuratamente la viticoltura, di passeggiarne i luoghi, per correlare poi il sentimento locale al vino; di visitare magari io stesso la cantina di Skerk, celebre per le sue grotte di invecchiamento, per la sua osmiza, per aver tra le primissime tenuto la barra dritta su coltivazioni e vinificazioni quanto più possibile naturali, con le uve bianche tradizionalmente macerate sulle bucce.

Appunto, sono passati anni. Per fortuna, si impara col tempo ad accettare con leggerezza la propria ignoranza, a godere innocentemente come un’infante. Perciò mi decido ad aprirla, conscio dei sui 14 anni, chiedendomi se non sia già troppo tardi, senza sapere davvero che cosa aspettarmi: perché non ho neppure i riferimenti per immaginare questo vino giovane, nulla che vada oltre le nude nozioni varietali.

Mi sorprende: appare molto più giovanile della sua età, nella quale è lecito attendersi viraggi all’arancio, fino al mogano dell’ossidazione. È ambra tenue, trasparente e brillante, bellissimo a vedersi, con gocciole rade.

Il suo profumo è molto intenso, nitido e terso come aria marina, cangiante, come un prisma luminoso che ruoti al sole: albicocca disidratata, pesca sotto spirito, chinotto, canditi, violetta foglie di olivo e di alloro, rosmarino, miele d’acacia, caramello, noce moscata, cannella, e quella combinazione di grano, malto e orzo così agreste e domestica, che faceva battere il cuore a Veronelli. Eppure mi rendo conto che non bastano in descrittori ad esprimerne purezza e fascino evocativo: è in lui una vibrazione interna, pennellate di luce e colore liberissime e ordinate.

Al sorso è di corpo, un abbraccio glicerico che subito si muta in un contrasto acido-salino potentissimo e sorprendente, perché il profumo è da bianco maturo, ma sul palato guizza rinfrescante, energico, teso come un vino giovane. La tannicità matura e dolce che gli deriva dalla macerazione sulle bucce è appena percettibile, avvolta da quella sua ricchezza senza peso da mosaico orientale, della quale vive e vibra.

Lo innerva una lunghissima scia minerale, come un luccichio di brillanti che segna il tragitto verso il finale lunghissimo, pulito, senza traccia di calore alcolico: un sorso tira l’altro, dimentichi del grado.

Possiede un immensa forza vitale: è una sorta di roccia liquida, che sciolta mantiene compattezza, ma diviene flessibile, coerente. Quasi che il tormentato Carso, duro di terre, di genti, di guerre, di odii, abbia ricomposto in questo vino i suoi contrasti per una superiore armonia, distillandosi al sole tramite la vite e l’uva.

Un grandissimo vino, che rimane nella mia memoria tra i più grandi bianchi mai assaggiati.

L’ho avuto, viaggio d’amore, su scialatielli con seppie e gamberi, rana pescatrice al forno con pomodorini e patate.