Cinque Terre 2014, Albana La Torre, 12,5 gradi.

Ecco scogliere nude, che dànno un marmo nero e giallo, il portoro, tra cui si abbarbica la vigna; poi la vigna si stende, e copre interamente il fondo roccioso con fusti bassi per difendere i pampini dal vento robusto del mare. Pochi e monotoni colori, ma lucenti, quasi uno smalto; e pochi personaggi, la vite, il cactus, l’agave, l’albero di fico, le case solitarie a metà pendio che non servono d’abitazione ma soltanto a pigiare l’uva e a farvi fermentare il mosto, i gruppi di case con l’uva che appassisce sui tetti. Gli oggetti distinti a uno a uno, come in un presepio un po’ sordo.

(Guido Piovene)

Il colpo d’occhio di lontano, forse, non è molto cambiato nelle Cinque Terre dai viaggi di Guido Piovene: erano gli Anni Cinquanta. Se, come un gabbiano, in breve battito d’ali calassimo dall’alto per vedere i dettagli, invece, le differenze sarebbero evidenti. “Le case solitarie a metà pendio” sono spesso dirute, o hanno cambiato destinazione: difficilmente servono ancora “a pigiare l’uva e a farvi fermentare il mosto” (ma quando resistono come tali, quanta poesia!), e solo pochi, ancora, appassiscono le uve sui tetti. E’ nota la sorte dei terrazzamenti vitati, quei muri a secco che marcano il territorio e indelebilmente la memoria del viaggiatore, architetture rurali spontanee e così perfette, spettacolari nel loro balzo verso il mare, che sembrano opera naturale più ancora che d’artista: abbandonati nella fuga dalla miseria verso le città, resistono grazie alla tenacia di chi ama questi luoghi, in una lotta impari.

Lontani i tempi di Petrarca, che per lodare i vini locali evocava le memorie leggendarie del Falerno e del Meroe; e le glorie più recenti, col commercio via nave florido fino alla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgeva in medesime strutture e rotte di navigazione la vicina Isola d’Elba.

Eppure qualcosa non solo resiste, ma è in movimento: la benemerita ed ottima Cantina Sociale, piccoli produttori carismatici che sanno ottenere risultati sorprendenti; ma l’insieme è troppo frammentario ed esiguo perché il vino delle Cinque Terre trovi prima rinomanza, poi si imponga sui mercati; cosicché, purtroppo, resta relegato alla nicchia delle curiosità enologiche.

Quando però si assaggia un vino come questo Cinque Terre 2014 dell’azienda Albana La Torre si capisce che invece, percorrendo i meravigliosi sentieri delle Cinque Terre, si cammina sopra a un tesoro.

In lui, la roccia a picco, il respiro del mare, la macchia intricata e salsa, le giornate di sole e di pioggia: tutto vi si ritrova, nitido, fin dai riflessi del suo color ambra chiaro, trasparente: un velo che si trasforma sul vetro in cenni di gocciole regolari lente – poi, svanisce.

Nel profumo, molto intenso, quelle erbe spontanee che là abbelliscono i campi, gli orti, i davanzali, e che tanta parte hanno nella cucina ligure: la borragine, la maggiorana, il timo, il rosmarino, la salvia; quasi evocassero la passeggiata in un giorno di festa, quando i mandarini netti e freschi lumeggiano al sole e profumano l’aria, la buccia di cedro è odorosa, le albicocche sono stese a seccare, qualcuno raccoglie il miele di corbezzolo. Vi è poi un’aura di zafferano, di idrocarburi, di aldeidi, di resina, di iodio, quasi una vibrazione luminosa e atmosferica che rende il profumo irradiante e marino.

Non chiarificato, non filtrato, al sorso è morbido, glicerico, molto salino, assai ben equilibrato nelle sue componenti. Giusto di alcol, con acidità vivida e corpo appena robusto, incede sicuro, quasi incalzante, richiamando al gusto e nel retrolfatto i profumi della costa: dopo un ricordo di pesche sciroppate, la macchia, la resina, le erbe. La ruta risalta nel lungo finale, rendendolo amaro e complesso, di fascino angoloso.

Mentre lo gustavo a tavola, accompagnando ottimamente, con i suoi meravigliosi profumi, una spigola al forno, lo paragonavo mentalmente ai modelli di grandi bianchi apprezzati internazionalmente e mi dicevo: “E’ diverso, per colore, profumo e gusto, ma pari loro: ne è l’alternativa marina e mediterranea”.

Questo vino, prodotto in sole 1800 bottiglie, figlio delle Cinque Terre e delle autoctone uve bosco al 60%, albarola e vermentino paritarie per la restante parte, restituisce cristallino la poesia del suo territorio, con cura artigianale, inappuntabile precisione, essenziale finezza di tratti, riuscendo completo, elegante, universale.

Racconta una storia ed indica una via: quanti chilometri di muretti a secco attendono mani a curare le viti, quanti altri vini di valore universale potrebbero nascere da quei vigneti “battuti dal Libeccio, riarsi dal sole“, da quella “Terra sassosa impastata di sudore antico sparso per amore e non per castigo.”, nelle parole di Siro Vivaldi?

Sogno un mondo, oggi che l’Italia è da un anno flagellata dalla pandemia, dove la gente possa compiere un percorso inverso, incentivata ad abitare terre e borghi abbandonati, per tornare ad appendere l’uva sulla sua casa ad appassire dopo una giornata al videoterminale, o a legare i tralci al calar del sole; dove, pragmaticamente, le ragioni del cuore si uniscano a quelle del mercato, per una crescita sociale dell’economia; e chi ha amore per questi terrazzi verticali, possa averli, impiantarvi facilmente impresa e soffiarvi vita, portando nel mondo il nome e il vino delle Cinque Terre.

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