Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, Tenuta Bibbiano,13 gradi, bottiglia 12901

A Castellina la luce sa essere tersa e cristallina come il suo nome, anche sotto la pioggia.

Pioveva la prima volta che arrivai a Bibbiano, un giorno indimenticabile, con l’auto che arrancava una sterrata lunghissima e fangosa, per il piacere dell’avventura e della scoperta. Con me, un amico carissimo.

Pioveva l’ultima volta che vi sono arrivato, un giorno altrettanto indimenticabile, per una strada più svelta, in compagnia di colei che di lì appresso sarebbe diventata mia moglie.

In mezzo, una decade esatta della mia esistenza e di scoperte nel mondo del vino.

Giunsi a Bibbiano muovendo i primi consapevoli passi in cerca del Sangiovese autentico, mio primo e sempre coltivato amore.

Divenne poi luogo del cuore con le ripetute visite, mai abbastanza frequenti stanti i casi della vita.

Ora, quando vado a Bibbiano, è primariamente per visitare Tommaso Marrocchesi Marzi, che considero un amico ed un imprenditore illuminato: amo conversare con lui e imparare.

Quell’ultima volta trascorremmo insieme un intero pomeriggio: ci mostrò le vigne, la cantina, gli uffici, ci presentò i suoi validi collaboratori. Parlammo del passato, del presente, del futuro: degli ultimi lavori effettuati per recuperare e riadattare al meglio gli spazi, della variante alla via di accesso, dei lavori di cantina, delle ambizioni future: progetti interessantissimi, quali lo studio dei terreni, del patrimonio di antichi cloni aziendali, dove la scienza moderna può valorizzare la natura.

“Adattare le proprie idee alla realtà, piuttosto che forzare la realtà alle proprie idee”: è una frase che mi disse allora Tommaso, illuminante perché credo riassuma bene anche la filosofia aziendale.

Mi confessò Tommaso che solo da un certo momento in poi aveva avuto chiaro che tipo di vini avrebbe voluto produrre. Ed ecco che le memorie del luogo e quelle familiari, le antiche fotografie e le medaglie, raccontate con amore quel giorno da Tommaso per noi, in tale prospettiva rivivevano e diventavano il sestante per l’avvenire. Anche la bellissima targa che si è voluta apporre sulla facciata dell’azienda a memoria di Giulio Gambelli, il leggendario Maestro Assaggiatore di 60 vendemmie a Bibbiano, suona ora come una dichiarazione di intenti.

Bibbiano non è un’azienda-vetrina, né un sepolcreto, ma una realtà viva che proietta la sua storia nel futuro, coltivando il genius loci e la naturale eleganza dei vini.

Ci condusse allora Tommaso nella parte più profonda e antica della struttura, dove sono conservate le annate storiche. Sapendoci prossimi alle nozze, ci regalò una bottiglia di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996 ed una di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1995, nate ancora sotto l’egida di suo padre Alfredo e di Giulio Gambelli, monumenti di storia chiantigiana: Sangiovese dalla vigna aziendale esposta a sud-ovest, verso l’assolata apertura che guarda a Monteriggioni, concepita fin dall’origine -credo negli Anni ’50- per la produzione della Riserva, di concezione classica.

Un gesto che mia moglie ed io non dimenticheremo mai.

Vini così speciali meritano, laddove possibile, momenti speciali e tavole all’altezza. Decisi di aprire, con emozione, la 1996 lo scorso luglio 2020, per l’ottantacinquesimo genetliaco di mio padre.

Era ancora incredibilmente rubino, trasparente e luminoso; si distingueva appena qualche accenno al granato. Sul vetro creava una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento.

Il suo profumo: integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfumava nei fiori appassiti, rosa e viola; si screziava eterea dei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, di un bosco di lecci, foglie e corteccia; la dolcezza domestica, malinconica, autunnale della farina di castagne diveniva controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine, tenui note di spezie: aliti di brezza.

Di gran corpo, aveva la stoffa dei migliori vini del versante inferiore e meridionale di Castellina: rotonda, completa, equilibrata, ma leggiadra; con un tratto sottilmente femminile che spesso ritrovo nei vini di Bibbiano: era la delicatezza dell’attacco setoso, che si modulava nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; dell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; di una salinità puntuale, infiltrante, riverberante.

Profondissimo, chiudeva la sua lunghissima arcata su echi ematici, minerali, speziati: di pepe bianco e nero, di noce moscata e cenni – forse – di cannella.

Vino che racconta, da ascoltare: un suono liquido, profondo, ma deciso e screziato, disegnato con perfette proporzioni, sì da scordare analisi tecniche e sentire solo il racconto della musica. Ecco: nella mia memoria di ascoltatore appassionato, l’orchestra di Toscanini, la V Sinfonia di Beethoven, la pregnanza di quel motto in levare.

Furono istanti di raccoglimento trasognato, su arrosto di faraona e piccione.

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