Asprinio di Aversa “Santa Patena”, I Borboni, 12,5 gradi.

“L’Asprinio, era ancora piena estate, me lo andavo a bere come aperitivo sulla fine del pomeriggio in certi antri ombrosi lungo la Riviera di Chiaia: fresco di grotta, acidulo, pallidissimo, fra il color paglia e il verdolino: costava, allora, una lira e venti il litro…” ( da “Il vero bevitore” di Paolo Monelli).

L’Asprinio non è un vino: l’Asprinio è un’idea, un’evocazione, un fantasma.

L’Asprinio è una passeggiata a mare, col sole abbagliante, lo scintillio dell’acqua, il frangersi placido delle onde tra gli scogli e sul bagnasciuga, coi granchietti che si arrampicano dove la roccia resta madida a fasi alterne, ed i carretti colorati degli ambulanti offrono limoni e cartocci di trippa ghiacciata, come ne ho visti a Napoli.

L’Asprinio è l’estate nel suo pieno fulgore, lo zenit verticale di certi giorni di luglio che sembrano eterni e sono solo un battito d’ali.

L’Asprinio è luce, roccia, sale e profumo di limone, in essenza distillata, senza peso, senza materia.

Io ne godetti indimenticabilmente a Baia una sera calda di primavera, a due passi dal molo, in un ristorante di pesce amabilissimo, la “Locanda del testardo”, proprio di fronte ai ruderi maestosi e malinconici del Tempio di Venere. Ogni possibile squisitezza marina, cruda e cotta, venne innaffiata con l’Asprinio di Aversa “Santa Patena” dell’azienda I Borbone di Lusciano, storicissima, con la sacralità dovuta ad ogni rito squisitamente pagano.

Vino buonissimo, “Verdolino ed odoroso di grotta”, come lo definiva il Monelli: sotto le volte antiche della Taverna – forse romane mi illudevo – mi pareva che quel liquido odoroso fosse colato dalle volte stesse, filtrato attraverso gli strati delle rovine delle Terme Imperiali di Baia raccogliendone gli umori, unendosi all’acqua marina risalita per bradisismo.

Invece era vino davvero; dall’agro aversano, posto a mezza via tra Napoli e Caserta, vicino al mare, ma non certo a ridosso; eppure così denso di umori marini, quasi le foglie delle vite avessero catalizzato del mare l’aria e il riflesso a chilometri di distanza, oppure succhiatone il ricordo da antichi sedimenti nel suolo vulcanico, o intercettate chissà quali vene sotterranee.

L’Asprinio è una reliquia, già raro nel 1970, quando Soldati lo trovava finalmente, stupefatto, nella seminascosta bottega dei fratelli Triunfo. Reliquie sono le sue vigne, pressate dal progresso cementizio, e più ancora quelle storiche, ad alberata, con le viti maritate agli alberi, alte fino a 20 metri. Reliquie pure le cantine antiche, sotterranee, naturalmente fresche, scavate nel tufo. Perciò chi beve Asprinio fa una buona azione.

Il Santa Patena de I Borbone lo ritrovo oggi dopo una lunga attesa, trascorsa in condizioni di conservazione a volte ottimali, a volte cattive. Una bottiglia di 7 anni per un vino che un tempo si diceva”da bersi nell’annata”.

Felicemente lo ritrovo come nella memoria, limone tendente al verdino, senza gocciole, con un profumo tenue, ma penetrante: è limone, pompelmo, iodio, alga, torba, ferro. Perfettamente fermo, molto secco, acidissimo, non ossuto tuttavia, piuttosto estremamente slanciato, guizzante, come certe ginnaste adolescenti o, più ancora, come il loro ricordo evocato dai tratti essenziali di certe pitture arcaiche.

Scriveva Mario Soldati nel 1970: “Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio, nessuno”, ma approssimava, perché l’Asprinio non è un vino, pura aerodinamica piuttosto, aliante del gusto: ecco, semmai un vino-aquilone, colorato e leggero nell’atto di ascendere al cielo, solo un filo legandolo a terra: l’acidità.

Perfettamente proporzionato si libra questo Santa Patena, da apprezzare nella sua verticalità espressiva, nei dettagli resi con precisione, più come un adamantino solista che un’orchestra sinfonica.

Diceva Galileo Galilei: “Il vino è un composto di umore e luce”: questo il Santa Patena, nulla più.

Perfetto anche a 7 anni, mi chiedo se un’ulteriore invecchiamento potrebbe spingerlo verso le complessità di certi Chablis oppure solo snaturarlo. Non ha importanza, tuttavia: è perfetto così, oggi, su trofie con sugo di branzino e pomodorini del piennolo.

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