Altrove, L1/13-14, vino bianco, Walter de Battè , 14 gradi.

Credo l’avesse definita Soldati, la viticoltura ligure, “folle”.

Ne fui stupito, inizialmente, non afferrandone il senso.

Certe nozioni bisogna sedimentino, si circondino di altri dati ed esperienze, finché finalmente si formi una rete di collegamenti e acquistino senso. Talvolta occorrono anni e la conoscenza viva di luoghi e di persone. Infine giunge la chiave di volta che l’arco chiude.

La Liguria, a volo d’angelo: stretta tra mare e montagna, tutta picchi ostili che si gettano nelle acque salse; valli strette e cupe, verdi torrenti traditori ed iracondi; borghi marini che sanno di fatica e pericoli, le barche allineate in perpetuo beccheggiare, cordami e braccia cotte dal sole; villaggi montani e petrosi, ammutoliti nel vento.

Lì, genti in viaggio perpetuo: votate all’instabile mare o al saliscendi dell’Appennino, sempre esposte a una contaminazione esterna destabilizzante: in pace, di commerci e turismo; in guerra, di attacchi violenti. Popolo pertanto esposto a una sorte variabile, quant’altri mai.

Quasi per compensazione un attaccamento rabbioso alla terra, a quelle strisce magre strappate con foga paziente al mare, alla montagna, al greto dei torrenti, al bosco; esposte al sole, alle folate di salsedine, ai rovesci della pioggia; instabili anch’esse, ma che offrivano almeno un’illusione.

La follia della viticoltura ligure, a mio avviso, si genera da quell’anelito illusorio di stabilità ed al mischiarsi continuo di culture, secondo ragioni psicologiche più ancora che sociologiche; propiziando ad essa il meticciato ampeleografico, con contributi francesi, piemontesi, toscani, spagnoli aggiuntisi al variegato sostrato autoctono.

La parcellizzazione del vigneto ha favorito il mantenimento di una dimensione artigianale. Ad essa però partecipa quella vena di follia, che nei casi migliori declina in poesia: sghemba, sospensiva, ermetica, ma purissima.

Tutti conosciamo l’immagine delle Cinque Terre, i chilometri di muretti a secco, le vigne digradanti verso il mare nel rifrangersi infinito della luce. Non meno affascinanti, i vigneti abbarbicati nell’entroterra di Lerici, Sarzana, Levanto, Lavagna.

Walter De Battè è da anni considerato un caposcuola dei vini artigianali, ben oltre il Levante ligure.

Come sempre, accostandosi a produzioni di fama, aspettativa e sospetto si mischiano. Ogni parola, però, di fronte a questo vino cade. Ci vorrebbe il silenzio, la pausa dell’ascolto; perché lui riesce a tracciare una battuta d’aspetto nella partitura della nostra vita.

È pieno di sole e di mare.

Si concede senza fretta.

Vino artigianale nel significato più nobile.

Vermentino, rossese bianco (detta altrimenti bosco), marsanne, roussanne sono le sue uve.

Sta sette giorni sulle bucce il mosto, svinato affina ventiquattro mesi in barrique; ma del legno, qui, nel profumo, nel sapore, non c’è traccia alcuna.

Ha colore dorato carico. Gocciole veloci, di ampie dimensioni, dopo qualche secondo si tramutano in un velo spesso ed assai persistente.

Profumo intensissimo, pieno, mediterraneo, sinfonico: mandarino, arancia, zagara, zenzero, pepe bianco, zafferano, miele di corbezzolo; sentori marini e iodati – come di alga; erbe aromatiche di macchia: origano, maggiorana, borragine.

Pieno corpo, gustosissimo: ampio ma saldo, innervato, salinissimo, proporzionato, leggermente ruvido di un tannino che regala una piacevolissima nota amara. Di acidità notevole, ma misurata, ha persistenza estrema, col finale sollevato dall’alcol, irradiante a ventaglio, come un riflesso marino visto dall’altro.

Col suo equilibrio di geometrie nette, come certi fotogrammi abbaglianti del Montale di “Ossi di seppia”, è facile immaginarlo su un grande e freschissimo pescato di mare; ma così vivido, eccellente, non teme abbinamenti di ricerca.

(Assaggio: agosto 2018)

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