Falangina l’Arcivescovo 2015, Beneventano IGP, Vini Orsini, 13 gradi.

Chi scopre il Sannio, difficilmente lo dimentica. La sua natura, la storia: i sassi antichi. Dal mare, quanto dista? Un’ora forse, un’ora e trenta minuti conoscendo le strade, con un’automobile adatta. A quella distanza si trovano cime, boschi, pascoli che si direbbero alpini; conseguenti fiori, erbe, profumi. Un ordine, una pulizia: parrebbe invero Svizzera, invece è sud Italia.

La tavola del Sannio: rustica, genuina, come la gente. Del pari i vini, quando si ha fortuna di trovarli tali: fiano, greco, falanghina, aglianico, piedirosso, barbera del Sannio; non ultimi: trebbiano toscano e malvasia e sangiovese e altri, introdotti negli anni ‘50 del Novecento, al fiorire delle cantine sociali. La terra qui sembra produrre con una facilità generosa, in ambienti spesso incontaminati.

Il carattere di quei vini è sorprendentemente vario, dal soffusamente mediterraneo al montano.

La sorpresa è relativa: si prenda San Lupo, il paese di questa Falanghina. Borgo remoto, di nemmeno 800 abitanti, posto a 500 metri sul livello del mare, ma con quote del territorio comunale che partono da 121 metrI sul livello del mare, per arrivare agli 895 metri.

Difatti può anche stupire il carattere d’altura di questa Falanghina, se si hanno presenti gli esempi dei Camplo Flegrei, oppure altri esempi sanniti, perché quasi intransigente, se non fosse per una certa aura artigiana che ne scalda il profilo.

Senza addentrarci nella spiegazione delle differenze di biotipo rispetto alla Falanghina flegrea, basti dire che qui non c’è sabbia nera di vulcano, ma candido calcare; non brezze marine, ma fredde tramontane.

Ecco allora che questa Falanghina è un paradigma quasi didascalico di specificità territoriale.

Ha color limone carico, assai luminoso, col profumo delicato di fiori bianchi e gialli, di pera, di mela annunrca, di erba luigia, di muschio.

Il corpo è poco meno che medio, quasi delicato sulle prime, ma ha un sorprendente sviluppo salino e soprattutto vivacemente acido, che impone al sorso un’accelerazione decisa, verso un finale secchissimo, pulito, citrino, appena smussato dall’alcol. Quasi fosse un Asprinio, o una base spumante. Ha stoffa gessosa e tenace, che resta a lungo salda sul palato: più che un gusto, una sensazione tattile.

Giusto, gli spumanti: come verrebbe un metodo classico qui, in quota, col taglio delle uve tradizionali sannite, su quei calcari bianchi da Champagne?

Abbandono tuttavia i sogni e mi godo questo bianco sannita, così simpatico, dissetante, saldo ai suoi 5 anni. L’ho trovato piacevolissimo su portate dove il pesce si fonde al pane, alle patate, agli aromi: stasera, sogliole gratinate al forno, con patate.

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