Bianco Conestabile 2017 Umbria Bianco IGT, Vini Conestabile Azienda Agricola della Staffa, Danilo Marcucci, 12 gradi.

“Vino senza chimica, cantina senza tecnologia, vino naturale” (cit. dall’etichetta).

Qualche mese addietro, poco prima di Natale, mia moglie decise di farmi un regalo: mi portò in un’enoteca ben fornita e mi disse: “Scegli quello che vuoi. Questo ciò che puoi spendere, questo il numero di bottiglie che puoi comprare”. Per un appassionato, un sogno.

Però, come gestire quel tesoretto? Comprando una sola bottiglia da sogno oppure creandosi una certa scorta? Scegliendo quei vini già noti, che piacciono tanto, oppure esplorando?

Io combinai le diverse possibilità, orientandomi su 4 o 5 bottiglie.

Nell’esplorazione degli scaffali, una mi attrasse particolarmente per l’etichetta démodé, ricercatamente semplice, con uno stemma verde su fondono paglierino e scritte in caratteri italici, dalle ampie volute. Più ancora mi attrasse il colore del vino, un giallo limone molto carico, quasi dorato, non perfettamente limpido: un colore pieno, materico, che traspariva perfettamente dalla trasparenza del vetro. Sembrava che una bottiglia di sessanta, settant’anni fa, misteriosamente fosse atterrata su quei scaffali contemporanei di una grande città, scavalcando il tempo.

L’etichetta, però si riferiva all’annata 2017, malgrado recitasse compunta “Vini Conestabile dal 1889”; azienda che ignoravo totalmente: nemmeno sentita nominare.

Poi vidi riportata la sede aziendale: Magione; e mi venne memoria di antiche trasferte di lavoro, quando andando verso Perugia costeggiavo con la statale il Trasimeno, traversando quel paesaggio dolcissimo che degradava morbido verso le acque lacustre, punteggiato di vigne, di ulivi, di frutteti, che si vestivano di rosa e di oro all’ora del tramonto, quando l’occhio spaziava panorami di struggente magnitudine.

Il prezzo era abbordabile malgrado i pesanti ricarichi lì praticati e mi decisi ad acquistarla, tra la curiosità è l’istintiva simpatia.

Ed eccolo questo vino umbro, finalmente nel bicchiere.

Frattanto mi sono procurato qualche informazione, per capire meglio ciò che bevo. Leggo che l’azienda aveva smesso di produrre vino in proprio per sessant’anni, conferendo a una cantina sociale; che Danilo Marcucci, dopo esperienze in altre aziende artigiane, decide di riavviare la produzione vinicola dell’azienda di famiglia, scegliendo un approccio il più possibile non interventista; diciamo pure: metodologie antiche, con i primi imbottigliamenti nel 2015.

A monte, un approccio essenziale ed esclusivamente manuale alle vigne, 12 ettari, situate tra i 300 e i 400 metri di altezza.

Quindi: fermentazioni spontanee in tini aperti, macerazioni sulle bucce anche per i bianchi, follature manuali, nessun controllo delle temperature, illimpidimento con travasi seguendo le fasi lunari, imbottigliamento senza solforosa aggiunta.

Si potrebbe anche temere un vino spiacevolissimo, con queste tecniche antiche: il famoso vino del contadino che i vecchi toscani così classificavano: “beilo te!”.

Invece no: al mio gusto, almeno, questo vino è piacevolissimo; né si può dire che la macerazione sulle bucce l’abbia appesantito o ne abbia velato il carattere territoriale.

Anzi, per me quel carattere qui viene esaltato. Questo vino così polposo, materico, più di certi bianchi anodini rispecchia il carattere umbro, il genio, la cultura, persino l’orografia.

C’è nell’umbro, come in buona parte della cultura del centro italia, qualcosa di fortemente concreto, persino nell’ascesi. Si prenda San Francesco, che loda la creazione: “ Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba“ “, e loda il sole, il vento, la luna; e quando poi menziona “Sora nostra morte corporale”, la loda sì, ma si sente in quel “corporale” anche un certo disappunto per tutte quelle belle cose della natura, se davvero non si potrà più vederle.

Ecco: i bianchi carta, quand’anche perfetti, mancano un po’ di quella visceralità carnale, con ascendenza etrusca.

Non così questo Bianco Conestabile, da Malvasia e grechetto, che rinforza in me l’idea che le uve tradizionali del Centro Italia si giovino di trattamenti tradizionali, per ragioni di affinità elettive.

E rafforza in me l’idea della vocazione umbra per i vini bianchi, più ancora che per i rossi, per la straordinaria combinazione qui possibile di finezza, forza, grazia, corpo, freschezza, longevità.

Del bellissimo colore ho già parlato. Aggiungo: è lucente, qualche traccia di carbonica disciolta, un po’ di fondo che non deve spaventare. La componente glicerica è già evidente alla rotazione, ma si traduce in un velo evanescente, più che in gocciole.

Il profumo è molto intenso e complesso, nitido, sospinto da un accordo iridescente di aldeidi non timido: altri potrebbe esserne infastidito, io mi ammalio, perché sale come una nuvola colorata, con sé portando fiori di acacia, di camomilla, anice, mentuccia, finocchietto selvatico, fieno, legumi, mandarino, chinotto, pesca, susine verdi “Claudia”, peperone verde scottato, pepe verde, noce moscata, cannella, cereali, lievito. Assolutamente, non ci sono né note di legno di affinamento, né i cattivi odori di una vinificazione imprecisa.

Il sorso è avvolgente, glicerico, polposo, di corpo medio-leggero, molto gustoso,un po’ piccante, con un’acidità mediana e un allungo notevole, fortemente sapido, molto ben bilanciato, dove lo sbuffo alcolico è solo un tenue, confortante calore. La tannicità è poco poco più che accennata, calibratissima, piacevole.

Tant’è che un bicchiere tira l’altro e bisogna stare attenti a non esagerare, soprattutto a tavola, perché è flessibile, con le vivande di mare, di lago e di terra, dalle zuppe alle carni bianche, attraverso gli affettati tipici: non vedo l’ora d’accostarlo a un buristo senese. Di certo preferirei offrirlo a un amico che di vini sa poco, piuttosto che a qualche grande intenditore, sebbene io lo preferisca a tanti altisonanti cru, anche esteri: perché lo si apprezza meglio senza preconcetti.

Infatti, ogni vino rispettabile – parlo di vini veri, con un’anima – ha una sua lingua e racconta qualcosa: alcuni parlano americano, altri tedesco, altri sono poliglotti; alcuni raccontano le pagine di un romanzo, alcuni una novella, certi discorrono di affari, alcuni di donne e di auto sportive; insomma, c’è n’è per tutti i gusti.

Questo parla una lingua non antica, ma arcaica, così lontana da certo sentire d’oggi che può anche spiazzare. Ma non hanno guardato a forme arcaiche grandi artisti novecenteschi, come Marino Marini, Arturo Martini, Giacomo Manzù?

Ha difatti il fascino remoto, enigmatico, di un sorriso etrusco, di un affresco di Cerveteri.

Esagero? Forse. Ogni tanto vale anche l’iperbole, per parlare al cuore.

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