Lugana Brolettino Grand’Annata 2002, Ca’ dei Frati , 13 gradi.

Un bianco sontuoso.

17 anni non sono pochi per nessun vino; per un bianco, una sfida, perduta anche da parecchi Riesling, che pure hanno fama di longevità.

Questo Lugana l’apro con poche aspettative, perché lo comprai in un’enoteca di Sirmione, già vecchio di qualche anno (sarà stato il 2008 o il 2009) e più ancora ne ha trascorso nella cantina domestica – non la migliore.

Vero è che da un Lugana una certa longevità è possibile aspettarsela, stante la parentela della sua uva (Trubiana o Trebbiano di Lugana) col Verdicchio; vero è che questo “Brolettino Grand’Annata” era una selezione affinata in legno delle migliori uve; ma l’etichetta sul retro perentoria afferma che il vino raggiunge il suo meglio in 5 anni.

Però, chi l’avrebbe detto? Perché il colore intensamente dorato, viscoso alla rotazione del calice, ma che lascia solo un velo sul vetro, lesto a sparire, suggerisce un vino passato.

Avvolge tuttavia in un profumo molto intenso, indubbiamente in là con l’evoluzione, di una ricchezza intossicante e decadente, come certe pagine dannunziane o certe musiche di Richard Strauss, ma ancora, fresco equilibrato, vitale.

Accordi sgrumati, addolciti dal miele, accenni di frutta a polpa gialla, si fondono a ricordi di alloro e calde note di nocciole tritate finemente, ed olio d’oliva verde, novello, finocchio e sedano, ed un debole richiamo di crema pasticciera, forse caramello, vaniglia, forse cocco, forse ananas, forse persino cenni ematici.

Il sorso è di ampiezza estrema, persino più ricco delle attese, di una consistenza tattile che rammenta i quadri di Vittore Grubicy de Dragon, coi suoi colori caldi, autunnali, materici, o i tessuti lussuosi, caldi, fin-de-siecle, di Mariano Fortuny.

Comunque è svelto, articolato, quasi rarefatto in dettagli preziosi, rilucente come il Garda al tramonto, che sfuma e si perde nelle nebbie verso settentrione. È la salinità a tenerlo vivo, con l’acidità ancor sufficientemente vivida in accurato contrappunto, per un insieme armonioso, molto lungo, cui il minimo residuo zuccherino dona un’armonia sferica, di spigoli smussati ad arte, che ne perpetra il fascino.

Ecco: ricordo d’improvviso un’immagine di tanti anni addietro, la prima visita stupefatta al Vittoriale di D’Annunzio, la sua residenza un po’ folle, tutta ricordi d’arma e di arte. Rammento la sala da pranzo, ampia, cupa, dal soffitto basso, coperta di tappeti quasi a celare ogni voce nell’intimo mistero, a trattenere ogni suono in una meditazione sensuale e poetica. Questo vino, così delibato dal tempo, ridotto a un’essenza giovanilmente pura ed insieme enormemente antica, mi pare eletto per una simile mensa.

Abbinarlo? Ho provato con un caciocavallo stagionato in grotta, piuttosto bene; discretamente su un primo al tonno, capperi e pomodoro fresco; ma la rivelazione sono state le nozze d’amore e poesia con una mormora d’altura pescata in Sardegna e cucinata in forno, al cartoccio, con aglio, salvia e rosmarino.

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