L’imbrunire Toscana IGT 2008, Villa Petriolo, 13 gradi.

“I piccoli grappoli di questo Canaiolo provengono da un vigneto antico di 30 anni, il San Martino.”, leggo sulla retroetichetta di questo vino di Villa Petriolo.

Si chiama “L’imbrunire” ed è struggente come il crepuscolo sa esserlo in Toscana (mi rivedo le sere di luglio, bambino sull’aia coi nonni, rimirando il cielo ingrigire e annerire, sulle sdraio di legno e di tela, ed il sibilo in volo dei pipistrelli). È un vino che non esiste più.

Erano i tempi della mia prima passione, della lettura avida della guida dell’Espresso, i primi passi di un viaggio vinicolo che allargava il mio mondo, ma che sulla Toscana soprattutto mi spingeva indietro nel tempo, alla semplicità delle origini.

Godeva Villa Petriolo di buona stampa. Era lì, a portata di mano: Cerreto Guidi, le pendici fiorentine del Montalbano, sull’orlo della mia Valdinevole. (Eppure, mai riuscii a varcarne le soglie: chiamavo per andare a comprare i vini e ricevevo risposte elusive).

C’era questo Canaiolo in purezza, se ne diceva bene, m’incuriosiva assai: veniva dall’uva antica impiegata per tagliare il sangiovese nel Chianti, e nei secoli talvolta addirittura preferita al sangiovese. Gustosa anche sulla tavola, se mio nonno l’appassiva per averla fino a Natale e ne copriva le focacce rustiche infornate di settembre, sfruttando l’ultima brace della panificazione settimanale.

Ero curioso di sentirlo, da solo, senza altre uve, quel Canaiolo.

“L’Imbrunire” lo comperai a Milano, in una mescita toscana che nemmeno lei esiste più, in via Crespi: al piano terra di un massiccio edificio popolare a ringhiera, nero e lugubre di anni, che però si dava arie di gran palazzo grazie a decorazioni liberty finissime che l’incrostavano fino alla linea tegolata.

I vecchi contadini mi dicevano che invecchiava bene il Canaiolo, ma questo rimase lì in attesa perché era la sola bottiglia che avessi e mi spiaceva aprirla; più ancora dacché Villa Petriolo è scomparsa. Non so bene le ragioni e le saghe familiari, ma una delle sorelle credo produca oggi vini etnei – ottimi, pare.

Stasera infine, complici i ghiotti crostini toscani che ci aspettavano a tavola (regalo di mamma), ho guardato negli occhi mia moglie e mi son deciso ad aprirlo: perché la vita è una.

Eccolo qua. Mica gli ho lasciato spazio e tempo: dalla cantina – non quella buona – una rapida passata in fresco, poi aperto e subito versato. Sì deve sgranchire le gambe, ma solo un poco.

È granato, ma lampeggia ancora rubino e viola. Sul calice sono lacrime irregolari, lunghe, persistenti, lentissime.

Ha profumo intensissimo, in là con l’evoluzione, venato forse di decadenza : quasi da Porto sulle prime, poi si schiarisce la voce levandosi in volo.

L’innalza un fiato profondo, tutto trina ricamata, intimamente struggente perché è un ricordo di primavera con occhiali d’autunno: tutto filtra una luce che è arancio e cioccolato. Sotto susine, fragole, cannella, chiodo di garofano, tabacco, foglie secche, muschio, caffè, ma soprattutto viole e rose: una danza floreale evocata come in spirito, tuttavia presente, concreta, vitale, giovanile. Ci sono i campi in fiore ed insieme il camino acceso, la fila dei tordi che cuoce lenta mentre il vento ulula la canna. Pazienza se, qui è là, un certo profumo sa di confezione enologica.

In bocca è una seta, cremoso e slanciato, avvolgente ma rarefatto, e intimamente fresco, vivido, col tannino finissimo mediano ed un gioco armonioso, da quadro ad olio, di salinità luminosa e giusta vena acida. Ha lunghezza, retrogusto equilibrato, discreto corpo.

Ben si capisce perché s’usava per tagliare il Sangiovese: così profumato, così accomodante, così pronto a un delicato abbraccio. È la carezza della mamma a un bimbo: non perfetta, ma piena d’amore; è la consolazione del vegliardo l’inverno: non tanta gioia, ma tepore bastevole.

Perciò è struggente: ha il ricordo minimo della giusta misura .

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