Ros (L05/17), Benito Favaro, vino rosso, 13,5 gradi.

“ Il divino del pian silenzio verde “ (G. Carducci).

“Il divino del pian silenzio verde” è l’ultimo verso di una dileggiatissima poesia di Carducci: “Il Bove”. Non nego che essa si presti ad argute ironie (il “T’amo pio bove” d’apertura vòlto in “T’odio empia vacca” da Sebastiano Vassalli…), ma io ho sempre trovato l’ultimo verso geniale: l’idea che un silenzio possa essere verde, è genio puro: un silenzio, verde.

I linguisti la chiamano sinestesia: l’associazione di due parole pertinenti a due sfere sensoriali diverse. In questo breve verso apparentemente semplice, però, si potrebbero rilevare anche altre due figure retoriche: un ipallage e un chiasmo. Un sorvegliato gioco di abilità sottile, che si scioglie in canto fresco e naturale.

Questo radioso verso carducciano mi si riaffacciò prepotente alla mente la prima volta che assaggiai questo buonissimo Ros a Montecatini, alla presentazione della guida di Slow Wine, sotto i colonnati candidi del Tettuccio, tra i disegni luminosi del meriggiare: restai di sasso.

La medesima sensazione si ripetè, poi, ad un seminario AIS (e che seminario, se il docente era Armando Castagno), quindi al Mercato della FIVI.

Perché?

Perché questo Nebbiolo immediata mi riportava alla mente l’immagine del Canavese e del lago di Viverone, come tante volte l’avevo vista percorrendo nelle due direzioni la diramazione d’autostrada che congiunge Santhià con Ivrea: verde, appunto, di un verde fresco, soffice, delicato e sorridente, sempre primaverile qualunque fosse la stagione. E così il Ros: carattere di Nebbiolo, senz’altro; ma di un tipo così speciale e unico: sorridente, puro, tutto fiori e baci, tutto primavera, appunto.

“Ecce gratum

et optatum

ver reducit gaudia:

purpuratum

floret pratum

Sol serenat omnia.”

“Ecco la gradita / e la desiata / primavera riporta i piaceri / purpureo / il prato fiorisce / il sole rasserena tutto”: questa, la primavera eternata dai Carmina Burana; il Ros, eternava per me la perenne primavera del Canavese, per lo spazio temporale minuto di un assaggio.

Allora, a quel Mercato FIVI ne volli acquistare per gustarne ancora nella calma della casa. Stante la piccola produzione di 880 bottiglie, una sola me ne concesse – a ragione – il produttore.

E di lì a poco lo volli aprire, trovandolo molto chiuso su se stesso inizialmente, ritroso. Sbocciò poi, tempo un’oretta, in fiore rarissimo.

Che bello il suo manto trasparente rubino, rifrangente. Si concentra il suo profumo e si sfaccetta prima di librarsi tenue come una piccola falena che dalla sorgente luminosa non voglia troppo allontanarsi. Purissimo, preciso, arioso: tale lo ricordavo dai precedenti incontri. L’evocazione di fiori freschi, di erbe montane, di ruta, di rabarbaro, di susine, di cannella, di orzata, di camomilla persino, è colorata e danzante; più sotto, liquirizia, e una spolverata, forse, di pepe bianco.

Il sorso è estremamente armonioso: saporito, salato, ferruginoso, ha ritmo e melodia. C’è in lui un equilibrio di spigoli che si articola avvolgendo, come in certe architetture contemporanee i contrasti delle strutture portanti creano un’armonia essenziale, non esornativa. Difatti il suo tannino, abbondante e grintoso, possiede trama a maglie regolari; e l’acidità, seppur notevole, è solo una tra le linee del disegno.

Pur lungo, finisce sfumato: “senza scalino” come si diceva un tempo, dissimulando con naturalezza l’estrema sua complessità.

Questo Nebbiolo del Canavese, elegantissimo, primaverile e verde, come quel verso del Carducci conosce l’arte difficile e saggia di apparire semplici.

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