Cilento Aglianico Pietralena DOC 2016, Cantine Barone, 14,5 gradi.

Terra di monti e di acque, il Cilento, con le colline nel mezzo: i fiumi e i torrenti la solcano e si buttano nel mare. Sono paesaggi solenni e vari, dai lunghi lidi di rena alle cime candide e tormentate: il nudo flysch cilentano si alterna alla morbidezza verde delle colture e delle specie arboree: fichi, olivi, viti. In gran parte selvaggia e remota ancor oggi, richiederebbe settimane per essere visitata e compresa in tutte le sue bellezze naturali ed artistiche.

Assai meno, forse, per conoscerne le attuali produzioni vinicole: tra le terre campane il Cilento ha la minor tradizione di vino imbottigliato ed è quasi una terra enologicamente vergine, soprattutto nella sua parte centro meridionale; tuttavia la vocazione risulta evidente, così come la personalità dei suoi vini: fiano ed aglianico qui, ad esempio, hanno una voce loro, distintamente diversa da quella sannita ed irpina; spesso più accomodante e solare, almeno se si guarda al quadrante che tra Paestum e Castellabate si allunga per una decina di chilometri verso l’interno, baricentrandosi tra Agropoli, Torchiara , Giungano, Rutino.

Si capisce però, date vastità e varietà territoriale, che il coro potrebbe essere ben più polifonico, sempre che queste benedette terre vengano lasciate libere di esprimersi ed i vini non troppo costretti da confezioni studiate a tavolino, di dubbio gusto.

Quando posso cerco di assaggiare etichette e produttori che non conosco. Quest’estate, così scegliendo e lasciando perciò da parte un paio di nomi che ritengo di ottimo livello, sono però incappato in una serie di rosati da uva aglianico – fermi e spumanti- che mi hanno veramente deluso: sentivo sempre una buona materia, coperta e sciupata da fatture eccessivamente levigate e gusti abboccati.

Però, se vai laggiù, amica o amico che mi leggi, respira l’azzurro del cielo e del mare, parla con la gente, consuma i loro cibi di tradizione, percorri le statali dissestate che s’inerpicano tra le colture, cammina le macchie, tocca la terra, senti il gusto del sale nell’aria vicino al mare e del bosco tra le forre: capirai che il vino, qui, non può deflettere da una certa grinta, pure al prezzo, tuttavia evitabile, di rusticità.

Pur non amandolo, quando assaggiai il rosato di Cantine Barone, con sede in Rutino, sotto la sua confezione enologica sentii una vibrazione che mi incoraggiò all’acquisto di altri vini della firma, tra i quali questo Aglianico Pietralena: classicamente vinificato in rosso e in purezza, partendo da rese di 60 quintali per ettaro, affinato in botti grandi di legno per 24 mesi; una cartina di tornasole per capire meglio il territorio.

È rubino profondo, quasi impenetrabile, con gocciole molto lente, molto fitte, regolari. Un po’ di timidezza e introversione per il suo profumo, comunque intendo, connotato da amarena e uva matura, susina nera, e, peculiarmente, da oliva al forno, peperone alla brace, acciuga, pepe nero, un’idea di macchia marittima. Si sente un ricordo marino, anche se le vigne sono nell’interno cilentano, che è invece montuoso: l’aria e la luce del Tirreno, però, penetrano dalle coste per chilometri.

Il suo corpo è pieno, avvolgente, dissimula alcol, con la freschezza dell’acidita notevole ed tannino importante, maturo: una nota amara che si fonde con altre potentemente saline a compensare una certa rotondità dolce, materna e amorosa del impianto, contribuendo al suo eccellente equilibrio, saldo fino al finale di media lunghezza.

Esemplare della naturale piacevolezza dell’aglianico cilentano, regala un piacere rustico seppur di fattura precisa, diretto più che sottile e articolato, ma con un carattere accogliente e suggestivo. Mi è parso un ottimo godimento su quella salsiccia artigianale piccante comprata ad Agropoli.

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