Greco di Tufo Franciscus 2013, 12,5 gradi, Cantine Di Marzo (e due parole sul biodigestore che si prospetta in Chianche).

Il 23 novembre del 1980 l’Irpinia fu colpita da un terremoto devastante.

“Caratterizzato da una magnitudo di 6.8 (X grado della scala Mercalli) con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.” (Wikipedia).

“Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.” (Alberto Moravia, in “Ho visto morire il Sud”).

“L’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie […] quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica”. (Indro Montanelli in “Le stanze”).

Esistono luoghi o regioni che per noi diventano mitici pur senza avervi mai messo piede, perché l’immaginazione ce li mostra, li finge davanti ai nostri occhi e ci prende per mano e ci porta in volo: camminiamo le strade, poi ci alziamo sui boschi, ne conosciamo i paesi e le pietre dure, i visi scavati e gli occhi della gente e la loro favella. Mille i misteri, mille i sussurri, mille le ombre: per esse cominciamo ad amarli quei luoghi, diventano quasi un nostro rifugio ideale. Così per me l’Irpinia verde, l’area campana più montuosa e chiusa in se stessa, forse la più intatta per larga parte, malgrado le ferite del tragico terremoto del 1980. Il sogno immaginifico si basa sulla concretezza di fotografie che mostrano vallate verdi, cime imperiose: parrebbe una zona prealpina, se non mantenesse un’impronta d’inconfondibile unicità, una luminosità meridionale nonostante la lunghezza ed il rigore degli inverni spesso nevosi, ciò che ne accresce il fascino.

C’è un paese, Tufo, che potrebbe essere lo scenario ideale di un racconto gotico: il silenzio dei monti irpini intorno, le case affastellate, le miniere di zolfo abbandonate, ma con gli obliati ingressi ancora visibili tra la vegetazione selvaggia, monumentali come usava nell’Ottocento; e c’è un palazzo massiccio come una fortezza, alto come una torre, ardito sul paese a precipizio, che pare scolpito nella rupe stessa tanto è consunto dagli elementi e lascia dubbiosi se sia elemento naturale o rovina. Nel ventre ipogeo delle sue cantine, tortuose gallerie ruvide scavate a viva forza di braccia nella roccia, nascono i vini di Cantine Di Marzo e, soprattutto, il Greco, bionda gloria di Tufo, oro liquido che risale la terra e le infere vene sulfuree fino al cielo attraverso le radici, i pampini e i grappoli della vite; ebbro demone dionisiaco, che – nel gotico romanzo della mia fantasia – nutre le passioni affocate degli amanti, la cupidigia venale degli invidiosi, il ristoro dei consunti viandanti, il coraggio degli armigeri, la lunga tenebra insonne degli assassini, la veggente meditazione del savio.

Dio di lucente bellezza questo Greco di Tufo delle Cantine Di Marzo, paradigmatico. Tappo di sughero intero, lungo e compatto, di serissimo intendimento. Ancora i suoi quattro-cinque anni sono vinti da un giovanile color limone di media profondità e di incredibile, abbagliante brillantezza. Un velo, sul calice, che si trasforma in gocciole rade e lente mentre si ritira. Le narici debbono respirarne il profumo, ficcante, citrico, in evoluzione appena accennata, di aldeidi, di limoni, di cedri, con l’alternanza di memorie floreali e sulfuree (lo zolfo del ventre delle miniere di Tufo), in equilibrio con una mineralità che sa davvero di pietra grezza erosa e d’acciaio, con l’insinuarsi lieve, da orto dei semplici, di erbe aromatiche medicamentose e curative, e di rucola. Con l’accortezza essenziale di non berne troppo freddo, perché sprigioni note nascoste di rosa bianca, litchi e alchechengi, delicatissime ma sempre più focalizzate, ed un velo di nocciola fresca.

La bocca lo cerca, lo vuole, si fa avida del suo ampio corpo: un rosso travestito da bianco, con una lama di acidità (che è altissima) avvolta nello spessore di una gran stoffa, per un sorso nervoso e inquieto in una sua ansia direttissima, verso un fine ed un epilogo lunghissimo, lontanissimo al limite dell’orizzonte, con una risonanza precisa e affilata, eco estrema del riverbero di infinite colline e di profili di montagne aguzze. Secco, assai salino, di sapore compresso come una molla, che replica il profilo olfattivo aggiungendovi frutta a polpa bianca, mela verde e anche pere annurche. Di incredibile, quasi insostenibile tensione, abbagliante e anodino, tuttavia con un calore umano nel senso di impresa eroica, che nella sua decisione non conosce ripensamenti, ma lascia la strada aperta ad infinite, minutissime delicatezze, quasi fotogrammi istantanei di un paesaggio fatato ripreso da un treno in corsa, così veloce che appena l’immagine si distingue è già è svanita. Un vino che può anche risultare difficile in questa fase, ma dalle enormi promesse.

L’ho avuto su un misto crudo di crostacei e molluschi: la dolcezza dei primi soggiacendo alla sua forza virile, mentre coi fasolari il dialogo è stato rispettoso e garbato, amichevole coi cannolicchi, con le ostriche paritario e sincero.

Puoi fidarti, amica o amico che mi leggi: per una scelta aziendale volta a privilegiare la specificità dei singoli vigneti, non troverai più questa etichetta, ma sono gran vini, come questo, tutti quelli delle Cantine di Marzo, persino il loro metodo classico, da uva Greco anch’esso (facile sospettarne la vocazione, con quell’acidità).

Quindi: grandi vini in Irpinia, un territorio incontaminato da sogno romantico e gotico, con paesi che potrebbero vivere di turismo enogastronomico, naturalistico, aggiungendo attrattivi parchi di archeologia industriale.

Così purtroppo non è, malgrado gli sforzi compiuti per lo più da singoli imprenditori, che cercano di affrancare l’Irpinia da un passato di povertà, sfruttamento e, peggio, di speculazione sulle disgrazie.

Certamente i flussi turistici si orientano verso la costa, o verso le grandi rovine di Pompei, o verso la magnificenza della reggia di Caserta; difficile portare la gente fra questi monti. Eppure, piano piano, un po’ con l’associazionismo, un po’ coi presidi Slow Food, parecchio per il fascino delle tre grandi DOCG (Taurasi, Fiano di Avellino e, appunto, Greco di Tufo), il circolo virtuoso sembrerebbe innescato.

Ecco che ora invece si vuole abbattere una nuova disgrazia sull’Irpinia, mortificando ciò che di più sacro, prezioso e irripetibile essa possa avere: il territorio. Si progetta infatti un biodigestore in Chianche, a sette chilometri da Tufo.

Io nulla so delle caratteristiche tecniche di quel progetto, né della sua sostenibilità economica, se non che dovrebbe trattare 35.000 tonnellate l’anno, più del fabbisogno provinciale. Però so che le strade sono inadatte al volume di traffico richiesto dal pronosticabile via vai di camion; che gli impianti di biodigestione sono sospettati di rilevanti rischi microbiologici; che l’impatto estetico sarebbe devastante. Difficilmente potrebbe esserci un futuro turistico nell’areale, con un impianto di quelle dimensioni. Ad esempio: se fosse stato costruito a Montalcino, giù nella valle verso a Sant’Antimo, oggi la località non vivrebbe il benessere del turismo, ma solo la miseria e l’imbruttimento industriale.

Perché allora voler infliggere questa ulteriore disgrazia all’Irpinia, che ha già tanto sofferto?

Evidentemente di tutto questo non si cura il sindaco di Chianche, Carlo Grillo, sostenuto da una lista civica, per interessi locali di vedute ristrette. La solita malattia campana, qui come a Velia, dove gli amministratori di zona hanno sistematicamente ignorato la legge speciale in tutela del parco archeologico, patrimonio Unesco (certo, vietava le nuove costruzioni e la relativa speculazione!).

Nè, evidentemente, interessa i vertici della Regione, a partire dal Governatore; ma davvero non ci sono siti più adatti in tutta la Campania, magari ex-aree industriali prossime alle autostrade?

A Roma, intanto, novelli Ponzio Pilato tacciono.

Si mobilitano solo i territori circostanti, quelli delle DOCG, che sono contrari: sindaci e privati cittadini che sfilano pacificamente insieme, soprattutto la comunità di Tufo, la più impattata, si stringe a difesa del suo Greco.

Combattete per la vostra terra, amici irpini!

E mentre combattete, candidate la vostra terra a sito Unesco: gettatela in viso a chi vuol rovinarla , come provocazione.

Io vorrei visitare l’Irpinia finalmente, ma trovandola verde e incontaminata come nei miei sogni.

C’è qui una battaglia da sostenere, Amiche e amici che leggete: spargete la notizia, privilegiate il vino irpino, visitate questa terra, amatela!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...