Beppe Rinaldi, come lo ho conosciuto io.

Beppe Rinaldi bastava sfiorarlo perché lasciasse un ricordo indelebile.

Se Fellini avesse ambientato un Amarcord nelle Langhe, di sicuro Rinaldi sarebbe rientrato tra i personaggi del racconto, con la sua figura caratteristica: non tanto alto, minuto di corporatura, trasmetteva tuttavia una sensazione di forza e robustezza. Il mezzo sigaro volentieri tra le labbra, i pantaloni di velluto a coste, i maglioni di lana grezza ( solitamente a disegni geometrici e sui toni del verde del marrone, quasi renderlo elemento terreste o consimile alla vegetazione); le sciarpe lunghissime, a quadri, di tinte terragne anch’esse, tipicamente avvolte al collo con una elegante negligenza che si sarebbe detta quasi studiata; talvolta, il cappello a falde sul capo.

Nella memoria si imprimevano però soprattutto gli occhi chiari, acuti e pungenti, e il suo sorriso parlante: ora aperto, ora sornione, ora beffardo. Sempre, a suo modo, sincero; anche quando si aveva l’impressione che giocasse a fare il burbero, o il misogino: erano, credo, maschere con le quali si divertiva un mondo.

Rinaldi era il difensore di una certa idea di Barolo: quando iniziai ad interessarmi seriamente di vino, la moda si orientava ancora verso vini di stampo moderno; io, che cercavo la tradizione più pura, venni indirizzato a lui. Bussai spesso alla porta della sua casa-cantina, che mi appariva come un luogo di sogno ed un salto indietro nel tempo. C’erano i segni di una nevicata lì intorno la prima volta che andai, un novembre, una decina di anni fa. Nelle sale sotterranee buie, botti di legno grandi e vecchie e il tino enorme del nonno; poi quegli elementi che hanno contribuito a definirne il personaggio: la barrique significativamente segata e utilizzata come poltrona, la collezione – invidiabile – di Lambretta (alcune rarissime), i bigliettini dove fissava riflessioni profonde, pensieri estemporanei, battute fulminanti (ne ricordo una, irresistibile, che suonava più o meno: “Donne: lunatiche, umorali. La chiamano sensibilità”). Rinaldi aveva il gusto della battuta, visibilmente: direi gli piacesse spiazzare e non amasse il politicamente corretto. Un provocatore, per certi aspetti: Rinaldi era una persona profondamente colta ed intelligente e tante sue affermazioni, apparentemente naïf, nascevano da riflessioni acute e da un profondo senso etico e della storia. Quando elogiava certi aspetti arcaici della società, o le cantine alsaziane e borgognone con le ragnatele e i pipistrelli, non aveva un atteggiamento diverso dal Veronelli del celebre detto: “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”: chi ancora oggi non lo ha capito e lo ha attaccato, o è sciocco o è in malafede.

Panta rei“, tutto scorre: questo Rinaldi lo sapeva bene, eppure si attaccava ad un’idea di società fondata su valori agricoli, egualitari, solidali e comunitari che gli era stata trasmessa dal nonno e dal padre, illuminato sindaco del Comune di Barolo. C’era certamente orgoglio nel proclamarsi quinta generazione di vignaioli, ma soprattutto un desiderio di custodia della terra e delle tradizioni: in tal senso lui si dichiarava artigiano, rimarcando una distanza verso ogni spirito commerciale o imprenditoriale, che pur rispettava se – ancora- sapeva legarsi ad un’etica ed al ed al benefico della comunità, intesa da Rinaldi in modo straordinariamente ampio: c’erano sempre bottiglie di colleghi da lui apprezzati in bella vista nella sua sala di degustazione e mai gli sentii dir male di qualcuno, anzi era prodigo di lodi per chi riteneva lavorasse con rispetto. Le esternazioni al vetriolo le riservava a chi, secondo lui, era colpevole di speculazione, a chi si approfittava della terra e dell’idea primigenia di natura per denaro, a chi aveva anteposto il soldo alla bellezza, alla cultura, al bene comune. In fondo per lui terra, vite, tradizione, comunità si fondevano in un’unica entità: quello che per i francesi è il terroir, per lui era un codice morale, dal quale non defletteva; e quel codice morale, che si sustanziava nel vino, era pienamente immerso nel sentimento del tempo. Ricordo una risposta che mi diede mentre mostrava orgoglioso la sua collezione di Lambretta a me, appassionato di motori: gli chiesi se erano funzionanti e se le restaurava; mi spiegò che più o meno tutte erano marcianti, se avevano qualche problema meccanico le sistemava, ma non interveniva esteticamente; commentò: “sono vecchie e vecchie debbono sembrare”. Allo stesso modo continuava ad usare il tino antico di suo nonno, colossale, sul quale doveva arrampicarsi con la scala e che ogni anno gli richiedeva manutenzione, stringendo e sistemando doghe qua e là. Lui sosteneva, penso a ragione, che quel tino aiutasse a far partire naturalmente le fermentazioni, però credo che se ne servisse soprattutto perché era quello di suo nonno, per il desiderio di custodia e di continuità.

Quanto al vino, non gli interessava farlo perfetto, nemmeno il Barolo, ma equilibrato e di carattere. Anzi, il Barolo lo voleva persino difficile, perché diventasse per l’assaggiatore occasione di ricerca, di percorso conoscitivo, di dialogo; poi, voleva che non fosse mai pronto, rientrando anch’esso nella sua vagheggiata continuità del tempo. Amava teneramente, credo, anche gli altri suoi vini, specie quelli minori: il Freisa, il Ruché, il Dolcetto, che si rammaricava stesse sparendo, ancora per speculazione. Così come si doleva della scomparsa, nelle Langhe, del bosco e della promiscuità delle vecchie aziende agricole, che allevavano le vacche ed avevano un buon concime naturale disponibile; degli insetti (la biodiversità); del senso di solidarietà comune.

Aveva acuto il senso del limite, connaturato all’antica cultura contadina: criticava, ad esempio, si piantasse nebbiolo in terreni ombreggiati, buoni più per le patate che per la vite; oppure, certe cantine faraoniche e di pessimo gusto, sfregi all’equilibrio del paesaggio, come lo sbancamento indiscriminato di colline. Non ricercava per sé aumenti di produzione e nemmeno l’acquisto di nuovi terreni, volendo mantenere la dimensione artigianale. Lui, che i vini avrebbe potuto venderli a cifre esorbitanti, teneva prezzi calmierati, ancora per convinzione etica che la cultura materiale dovesse rimanere accessibile, che un buon bicchiere dovesse essere parte della vita.

Questo era Beppe Rinaldi, come l’ho conosciuto io, per quei quattro o cinque anni che capitavo nella sua cantina con una certa frequenza, tre o quattro volte l’anno, persino deviando ad arte qualche viaggio di lavoro. Desideravo apprendere e pendevo dalle sua labbra: aveva una profonda conoscenza, anche storica, e mi pare che tenesse un quadernino col resoconto dettagliato di tutte le annate, anche le più vecchie. Mi aveva preso un po’ in simpatia: ogni volta mi chiedeva quanto mi avesse messo i vini la volta precedente e poi toglieva dal conto qualcosina: mi pare di rivederlo seduto al tavolo di legno, inforcati gli occhiali, con carta e penna. Di volta in volta, diventando sempre più famoso – un mito in vita- e ricercati i suoi vini, era più difficile trovarlo da solo e dialogare con calma. Tanti e tanti andavano lì o semplicemente per comprare il suo pregiato vino oppure per venerare un’icona: Rinaldi non meritava né l’una né l’altra cosa. Finalmente le figlie cominciarono ad aiutarlo e fu ben lieto, penso, di delegare a loro certi compiti di rappresentanza. L’ultima volta che lo incontrai, già molti anni fa, appunto chiesi alla figlia Marta di suo padre per un saluto e gentilmente mi portò da lui, che stava rintanato in un angolo della cantina, evidentemente stufo di tanti visitatori e delle solite domande. Mi parve stanco e quel giorno me ne andai con un senso di tristezza. Poi la vita mi portò lontano, ma in cuor mio pensavo sempre che uno di questi giorni sarei tornato a trovarlo, anche se, certamente, di me non si sarebbe più ricordato. Fino ad ieri, quando ci ha lasciato.

Si usa dire: “La terra gli sia lieve”. Io dico invece: “La terra gli sia gravida”: possa la sua lezione lasciare un segno, generare nuovi e grandi frutti.

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